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La leggenda di domani.


VerbaManent – Presidio del Libro
in collaborazione con il  B&B Chiesa Greca

Pensieri di gelsomino
Percorsi di letture arte e vita

Sabato 26 luglio ore 21.00

Maria Corti
Storie,
La leggenda di domani
(manni editori)

Presenta
Giuliana Coppola

Proiezione video

Occhi negli occhi memorie di viaggio
di Rossella Piccinno

Giardino del Prete
Piazzetta Chiesa Greca, 11  – Lecce

Giovedì 26 luglio alle ore 20.00, presso Il Giardino del Prete in P.zzetta Chiesa Greca, 11- a Lecce ultimo appuntamento della Rassegna: “Pensieri di Gelsomino. Percorsi di letture, arte e vita organizzato dall’associazione Verbamanent- Presìdio del Libro, in collaborazione con il B&B Chiesa Greca.
In questa serata vedremo il video di Rossella Piccinno: “Occhi negli occhi. Memorie di viaggio”; a seguire Giuliana Coppola presenterà due libri di Maria Corti: “Storie” e   l’ultimo inedito editato sempre dalla casa Editrice Manni: “La leggenda di domani”
Il video di Rossella Piccinno: “Occhi negli occhi memorie di viaggio” del 2007, della durata 08′ 20″, ha ottenuto il “Premio miglior documentario turistico, Video Festival Città di Imperia, aprile 2008. Il soggetto del video è di Rossella Piccinno che ne ha curato sia le regia che il montaggio. Il tramonto dorato del sole tra le morbide dune del Sahara è l’incipit di “Occhi negli occhi – memorie di viaggio”, un’opera intima, viscerale, in cui l’autrice si svela offrendo allo spettatore una pagina del proprio diario e invitandolo a guardare. “Occhi negli occhi” è un richiamo alla visione, un tuffo nello sguardo dell’autrice su un altro mondo, l’Africa, e anche l’incontro straordinario con gli occhi di chi da questo mondo ci guarda.
Rossella Piccino
si è laureata al DAMS di Bologna in Cinematografia Documentaria e Sperimentale con una tesi su “Nostra Signora dei Turchi” di Carmelo Bene. Successivamente si è diplomata come Tecnico di Produzioni Video e ha mosso le sue prime esperienze lavorando nei cartoni animati. Nel 2005 debutta alla regia con il cortometraggio “Interno sei” e pochi mesi dopo dirige il documentario “Mauritiana: città-biblioteche nel deserto”, realizzato in collaborazione con la Croce Rossa Italiana, presentato a Venezia durante gli “Italian Doc Screenings 2006”. Attualmente vive e lavora nel Salento, dove si dedica all’ideazione e allo sviluppo di numerosi progetti audiovisivi.

Maria Corti (1915-2002) È stata considerata la signora delle lettere italiane, sia per i suoi fondamentali studi di teoria e di storia letteraria, sia per la sua produzione narrativa, sia infine per la sua attività di critica militante.

Storie” di Maria Corti Protagonista di queste storie è “il tempo, il suo aggrinzarsi in situazioni concrete, il suo vanire nel mito (non manca il tema della modernità, distruttrice di miti), il suo dissolversi nella ciclicità e nella saggezza che l’accoglie e la riflette. C’è, in alcuni di questi racconti, un che di epico”. (Romano Luperini)   
La leggenda di domani” di Maria CortiFra Otranto e Santa Maria di Leuca, Paola, sedicenne orfana milanese, fugge dal convento e chiede ospitalità al pescatore mastro Oronzo; nella sua casa, Paola cresce figlia tra i figli. Arriverà un ingegnere torinese a portarla via, per sposarla, da quella che oramai è la sua terra. Scrive Cesare Segre nella premessa: La polarità Milano-Salento, in cui la protagonista di questo racconto si muove, è una costante della vita e dell’invenzione letteraria della Corti. L’avvio è bellissimo. Sembra che l’autrice si sia innamorata del Salento e abbia cercato di ricrearlo usando le sue parole. La leggenda di domani, oltre ad essere complessivamente un bel pezzo letterario, ci porta nel pieno dell’attività narrativa della Corti, e forse ce ne scopre qualche criterio.Così la Corti continua ad essere maestra anche con questo racconto chiuso in un cassetto.

info: Ambra Biscuso– 3395607242

www.verbamanent.net

Viaggio a Finibusterrae


Livio Romano
Una lettura di “
Viaggio a Finibusterrae” di Antonio Errico

Del Fenomeno Salento si parla troppo e dei salentini che si parlano addosso francamente non se ne può più. Sembra concordare con questo assunto Antonio Errico che, nel suo ultimo libro, “Viaggio a Finibus terrae” edito da Manni, a pag. 75 urla contro coloro i quali operano reductiones ad unum quando, per stigmatizzare la poetica dei nostri maggiori poeti, invocano un auspicato e mai avvenuto superamento della “nostalgia dei muretti a secco e del mare”. Come se la grandezza dei Bodini, Ercole D’Andrea, Comi, Toma, Verri, De Donno non fosse piuttosto da rintracciare nell’affannosa ricerca linguistica e di senso che ha reso la loro poesia universale.
In questa raccolta di saggi in forma letteraria Errico compie, come promette nel titolo, un viaggio verso quella terra che è anche conosciuta come Fine della Terra. Si tratta di un percorso, tuttavia, che del materiale tragitto per panorami e genti ha molto poco poiché, come quest’autore ci ha abituati a fare (e come è proprio della grande letteratura), le storie le riflessioni argute i bozzetti riversati in queste pagine densissime, pur prendendo a pretesto il reportage letterario e culturale della Terra d’Otranto: non fanno che infine raccontare un landscape che è tutto interiore, privato, a tratti confidenziale.
Errico ribadisce che occorrerebbe guardare al Salento con gli occhi di un forestiero per coglierne il genius loci, per carpire le infinite sfumature di un posto che è anzitutto un “luogo della e per la scrittura” così come Dublino per Joyce o Venezia per Mann. Lembo proteso sul mare come allegoria di confine, di oscillazione fra noto e ignoto, fra terra -consueta, rassicurante, punteggiata di pietre scolpite e palpitanti che fanno un tutt’uno con la scogliera e il terreno calcareo e soffice di cui è costitutita questa “penisola della penisola”- e tessuto connettivo dell’umanità da cui partire per viaggi mitologici, o solo immaginare di farlo.
Dalla prospettiva dello scrittore -per definizione sempre in cerca di vacuum– in definitiva il Salento, rispetto al quale Errico continua a chiedersi “Dov’è?”, è un non-luogo se, come la Bretagna (o, aggiungiamo, la Cornovaglia) è finis terrae in cui la geografia si smaterializza e “le parole confinano da ogni parte con altre parole”. A rafforzare quest’idea del tutto controcorrente che porta avanti l’autore per oltre cento pagine, si diceva, ci sono pietre, dappertutto. Non solo menhir e dolmen e prospetti di chiese di sflogorante barocco belli da mozzare il fiato, che schermano interni viceversa privi di orpelli perché inutili (giacché se Dio non c’è, come i leccesi sanno -avvertiva Bene- tanto vale, dopo lo sfavillio della facciata, varcare la soglia e ritrovarsi dentro ingranaggi inservibili, umili, disadorni). Non è solo la commossa osservazione dei fari che punteggiano la costa, elementi verticali che spezzano la smisurata orrizzontalità della tavola turchina. A pietrificare il paesaggio di Errico -ad allontanarlo, quindi, dagli “intrugli folcloristici” e restituirgli un’identità primigenia, distante anni luce dal sociologicume della destagionalizzazione e del sistema-turismo, dei media partners e degli imprenditori “illuminati” che danno del “collaboratore” agli operai e concionano spaventosamente intorno al “ruolo sociale dell’impresa”- concorrono tutte le zoomate che l’autore opera su singoli scorci di Salento. Dalle chiese sobrie di Galatone, proiezione della vocazione agricola della cittadina, all’aria rarefatta, gonfia di salsedine all’interno della teoria di tempietti gallipolini a picco sul mare. Dall’indimenticabile ripresa della metafora demartiniana delle nuvole che riverberano le navi minacciose dei pirati alla decadente tristezza e agli effluvi solforosi di Santa Cesarea da cui è bene “scappare, se non hai un amore” all’abitazione di Ercole D’Andrea dalla quale il poeta non si staccava mai, luogo di oggetti cari, fonte essi soltanto di ispirazione, alla luce immaginata da Barthes alla fine del tragitto Milano-Lecce: tutto, compresa la luna, converge verso la scarnificazione, la depersonalizzazione del paesaggio. Il che suona come un monito che recupera le parole di Bodini (“Il Sud ci fu padre, nostra madre l’Europa”): l’arte che nasce a queste latitudini si fa universale soltanto quando abbandona le debolezze dell’oleografia e prova davvero ad affacciarsi su quel precipizio minaccioso e allegorico che si apre sul sagrato di Santa Maria di Leuca.
C’è solo un personaggio in carne e ossa, non a caso un forestiero, che, in una notte d’estate, intona il suo canto sinistro dalla cima di un campanile: “Ridi pagliaccio…” che diventa un tormentone per i paesani. È un naufrago elliottiano o, se si vuole, la Mouth bekettiana. La voce dell’assurdo che blatera al vento l’invincibile male di essere al mondo.

Antonio Errico, Viaggio a Finibusterrae, Manni Editori, 2007

[recensione pubblicata su concessione dell’autore]