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La soluzione? Tirare fuori le p***e


umbertobossi

Nonostante tutta la disinvoltura cui mi sono abituato mi riesce difficile scriverlo. Ma in fondo, forse, ci ha ragione Colaninno. “Tirare fuori le palle” è l’unica cosa che resta al PD per dimostrare a se stesso di avere ancora un’anima. Già, tirare fuori le palle. Ecco la lezione da imparare e mettere in pratica. Proprio così: “tirare fuori le palle”.

“È il ministro dello Sviluppo economico del governo ombra del Pd Matteo Colaninno ad abbandonare uno stile di solito compassato per usarne un molto più colorito quando esorta i delegati dell’Assemblea nazionale del Pd affrontare la crisi con determinazione e a mostrare un profilo combattivo”.

Insomma, TIRARE FUORI LE PALLE, un po’ per sopravvivere, un po’ per non morire. Un po’ per non essere sconfitti e, soprattutto, per somigliare ai vincitori. “Tirare fuori le palle”, bello slogan, da chi lo hanno preso? Fin troppo facile. Dalla LEGA.

Io ti ho v****o. Tu cosa hai fatto?


veltroni

Io ti ho v****o. Tu cosa hai fatto? Cosa hai fatto quando negli anni novanta il Cavaliere, nonostante tutto, prendeva piede e consenso entrando dalla porta (a porta) di casa, direttamente dal video? È evidente che un errore c’è stato. Provo a risalire il fiume e considerarmi, in piena umiltà, parte di questo errore sotto forma di elettore. Dovevo fare di più? Nella misura in cui appartenente a una base stranominata e arcinota dovevo fare più girotondi? Dovevo scendere in piazza anche quando era vuota? Dovevo firmare più appelli? Dovevo abbonarmi di più? Ho fatto quello che potevo e ce l’ho messa tutta. Ho studiato prima, ho lavorato poi, ho v****o sempre. E tu, con i miei ultimi voti, cosa hai fatto? Cosa è cambiato? Stamattina ho letto un articolo sulla stampa di Lucia Annunziata. Come non darle ragione. Cito mettendo qualche neretto:

“Più che desiderio di ricucire, quel «no» è apparso come un desiderio di guadagnare tempo. La discussione infatti si è rapidamente orientata non sul merito, ma sul calendario. Quel calendario che è la gabbia mentale e fisica di questa politica oggi: elezioni a giugno, cda Rai da nominare forse già domani, tesseramento in ritardo, testamento biologico da approvare. Pareva di veder passare negli occhi di molti dei presenti lo scorrere di questa agenda. Il Pd da mesi non fa altro che navigare così, da un appuntamento istituzionale all’altro, vedendo in ognuno l’occasione di piccole sconfitte e vittorie: un processo che ormai da anni, fra scadenze parlamentari e urne, ha sostituito per questo partito il percorso appassionato e visionario della strategia politica.”

Mentre il Cavaliere naviga da un processo all’altro ecco che il PD è ingabbiato nel calendario, nella burocrazia, nella più completa distanza tra sé e le persone che lo hanno votato. Che tristezza. Cosa dovevo fare? Dovevo essere più presente? Dovevo fare più passaparola? Se c’era qualcuno che i voti li comprava e li vendeva, cosa deprecabile, vuol dire che i voti avevano un valore. Oggi temo di avere creduto nel vuoto anziché nel voto. Organizzate i vostri cocci ragazzi. Fatelo in un’osteria in, davanti a un menù chic, dopo avere visto l’ultimo film cool, che è così cool da piacere a destra e a sinistra. Già. Destra e sinistra. Non c’è più differenza. La differenza non è in parlamento. La differenza non è rappresentata. La differenza è così delusa da non andare nemmeno alle urne. Che tristessa.

È ora che la soluzione venga da voi. Anche se in questi anni ci avete insegnato di non essere in grado di congetturare una soluzione. Prima di costringerci a cercare le vostre tracce residue nei manuali di filosofia scolastica, tipo “Le cinque prove dell’esistenza della sinistra”. Altrimenti inchiodati alle vostre responsabilità non avrete più di elettori disposti a sentirsi in colpa per i vostri errori.

Addio primarie, addio PD. Sottotitolo: l'ultima volta. Ovvero: svegliatevi


Mauro Marino
Addio primarie, addio PD

Giuro, è l’ultima volta. Poi tolgo il disturbo, sempre che valga qualcosa la considerazione di un cittadino elettore pensante, già iscritto ai DS, “fondatore” del PD con l'”Io ci sono” del 14 ottobre 2007. L’ultima volta, lo giuro, poi mi affiderò a questo “centralismo democratico” di ritorno, all’indirizzo, alla linea o al meno peggio.
È “cosa loro”, dell’apparato politico, della “classe dirigente” – come molto piace dire a qualcuno – scegliere chi dovremo andare a votare nella prossima primavera per rinnovare il “consiglio d’amministrazione” della nostra Provincia.
Il candidato c’è già: l’avvocato, senatore e presidente uscente Giovanni Pellegrino.
Tutti d’accordo, solo piccoli distinguo e qualche richiesta di messa a punto di visibilità.
Il Presidente è riuscito a mantenere unita la compagine, ha garantito la poltrona a quelli che in tempi non lontani si chiamavano i “cespugli”, messi a dimora ma completamente assenti nel territorio.
Anche nell’assise che presiede ha smussato e domato i contrasti garantendosi il rispetto dell’opposizione. Un galantuomo che tutti tirano per la giacchetta, nonostante abbia dichiarato la sua stanchezza, il desiderio di ritirarsi, di godersi la vecchiaia magari regalandoci un buon libro di racconti: la seconda parte del suo “Cavallo Pazzo” sarebbe gradita.
Non può essere che lui. Non c’è altri! Anche D’Alema è dello stesso avviso (e Veltroni? Veltroni che dice? Non è poi lui il segretario eletto? O non conta?).
Sembra che la nostrana “classe dirigente” abbia paura di tentare il cambiamento, di provare a smuovere gli equilibri della ‘pax’ regnante. Non vuole sentirsi orfana di chi la garantisce.
Ma la domanda viene spontanea. Oltre tutto quello che compete la “politica dei politici”, la vita e la quiete del palazzo, qualcosa è cambiato nel Salento?
Di questo si dovrebbe parlare, o no?
L’On. Ria si dice d’accordo sulla ricandidatura, s’è acquietato sul suo scranno alla Camera. Mette dei paletti, non li mette, non capisco il politichese. Ma cosa pensa del Salento del dopo Ria? Il Grande Salento è stata la risposta giusta al “Parco Salento”?
Il Salento è ancora da amare? E’ andato avanti o s’è seduto sulla sua piccola “gloria”?
Ché questo sembra a chi guarda! Un Salento senza guida, senza progetto, senza ordine.
Solo confusione, al di là dei balletti politici, delle conferenze stampa, della moltiplicazione delle Notti e delle notterelle, dei festival, delle rassegne, degli operatori culturali ad uso e consumo di Palazzi e palazzetti nulla è cambiato. Le strade son quelle di cinque anni fa, la segnaletica del Salento d’Amare, del Salento del turismo, dell’arte e della cultura, inesistente. Le beate (e odiate) parole del marketing territoriale sono rimaste parole. I centri storici dei nostri paesi sono ‘abbandonati’ a recuperi senza senso, senza rigore, senza disciplina. I motori dei condizionatori d’aria li ornano al pari degli “inutili” fregi antichi… e poi, e poi, e poi…
Chi doveva guardare lì dove guardano le persone quando vengono qui a guardarci?
Certo non il presidente ma qualche suo assessore sì. Se no a che serve star lì?
La rinuncia alle primarie è la rinuncia del PD alla sua missione rinnovatrice. Addio PD viene da dire! Questi “dirigenti” non si accollano il rischio di doversi confrontare con se stessi e con quello che in questi anni hanno prodotto: rinunciare alle primarie significa rinunciare al dibattito, al confronto con gli amministrati. Non basta un’assemblea degli eletti per verificare la validità di un mandato. Eletti poi un po’ con l’affanno, timorosi di perdere posizioni, privilegi… Il quieto governare non sempre è il buon governare!
A destra non si dice granché. La Senatrice Poli non è interessata alla poltrona (chissà perché!). S’è sentito il nome dell’avvocato Gianni Garrisi e il guerriero De Cristofaro, sui muri della città, vuole liberare il Salento con un significativo svegliatevi!
Già svegliatevi!