Racconti inediti di Kurt Vonnegut, prossimamente da Isbn Edizioni


In un post del 26 aprile 2009 scrissi della negli Stati Uniti pubblicazione di una raccolta di racconti inediti scritti dal grande Kurt Vonnegut. Se volete leggere quel post è qui. Qualche minuto fa ho appreso che alla fine del mese prossimo, quindi a distanza di due anni, Isbn Edizioni pubblicherà un volume di racconti inediti di Kurt Vonnegut.

Nel volume ci saranno tutti i racconti di “Look at the Birdie”? Il volume si intitolerà “Baci da 100 dollari” e sarà tradotto dal bravo Francesco Pacifico, del quale in questi giorni sto leggendo la traduzione de “La fine degli ebrei” di Adam Mansbach? Chi vivrà vedrà, e soprattutto, leggerà.

Milano, 30 settembre, Libreria Popolare: Fusco, Giovenale, Schiavone


A Milano, venerdì 30 settembre, alle ore 21:00

presso la Libreria Popolare

(via Tadino 18)

Biagio Cepollaro e Paolo Giovannetti presentano

Florinda Fusco, thérèse
(ed. Polimata, 2011, collana Ex[t]ratione, 07)
postfazione di Nanni Balestrini
http://www.polimata.it/dettaglio_031.php

Marco Giovenale, Quasi tutti
(ed. Polimata, 2010, collana Ex[t]ratione, 06)
postfazione di Paolo Zublena
http://www.polimata.it/dettaglio_079.php

Ivan Schiavone, Strutture [2004-2006]

(ed. Oèdipus, 2010, collana Intrecci)
postfazione di Cecilia Bello Minciacchi
http://absolutepoetry.org/IVAN-SCHIAVONE-STRUTTURE-2004-2006

coordina

Alessandro Broggi

saranno presenti gli autori

Florinda Fusco ha pubblicato poesie e saggi in diverse riviste, e ha curato per Empiria l’edizione critica di Tutti i poteri di Edoardo Cacciatore. Il suo primo testo poetico è linee (Zona, 2001). Il secondo, il libro delle madonne scure, ha vinto il Premio Delfini 2003. Per Oèdipus è uscito nel 2009 tre opere (con prefaz. di M. Ganeri), che raccoglie quei primi due testi e La Signora con l’ermellino.

Marco Giovenale ha pubblicato vari libri in poesia (tra cui Criterio dei vetri, per Oèdipus, nel 2007; e Shelter, Donzelli 2010) e in prosa (tra cui Numeri primi, per Arcipelago, 2006). Una sua biobibligrafia è alla pagina http://slowforward.wordpress.com/bio/

Ivan

Schiavone (Roma 1983) ha pubblicato il volume Enuegz (Onyx 2010). Dirige la collana di materiali verbali “Ex[t]ratione” per le Edizioni Polìmata.

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la lettura su facebook:
https://www.facebook.com/event.php?eid=216783998381888

slowforward:
http://slowforward.wordpress.com/2011/09/18/milano-30-settembre/

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Libreria Popolare
via Tadino 18
20124 Milano

tel. 02-29513268

email: libreriapopolare [at] yahoo [dot] it

su facebook:
https://www.facebook.com/people/Libreria-Popolare-Via-Tadino/100001271416207

La riduzione


"Se un periodo di scarse risorse produce una verità interiore, non bisogna provare vergogna per la semplicità. Difatti la semplicità è proprio ciò di cui si ha bisogno per dare forza interiore a nuove imprese. Non ci si deve affatto preoccupare se la bellezza esteriore della civiltà, persino l’elaborazione di forme di religione, dovesse soffrire a causa della semplicità. Si deve ricorrere alla forza dall’atteggiamento interiore per compensare ciò di cui l’apparenza esteriore è carente; allora la forza del contenuto supplisce alla semplicità della forma. Davanti a Dio non c’è bisogno di mostrare false apparenze. Persino con mezzi disdicevoli si possono esprimere i sentimenti del cuore."

I King, il libro dei mutamenti (a cura di Richard Wilhelm – traduzione italiana di Livio Agresti)
1955, Casa Editrice Astrolabio, Ubaldini Editore – Roma

Rendere giustizia alla complessità della verità


A Tristan ritorna la sete, ma non vede camerieri. Nota il bicchiere del cavernicolo limitrofo; è ancora pieno, e il collega ha la testa dall’altra parte. Tristan scambia i bicchieri, beve un altro sorso e riflette. Uno scrittore può combattere con una realtà ingarbugliata e disorientante, con il fatto che nulla è semplice, che non esiste risposta esatta, che la vita è sovrapposizione di strati e che ogni cosa contraddice il resto. Uno scrittore, se è bravo, deve rendere giustizia alla complessità della verità: riconciliare, per esempio, la simultaneità dei desideri di Tristan di dare un pugno in faccia a Pendergast ed essere Pendergast.

Adam Mansbach, La fine degli ebrei, titolo originale The End of the Jews, 2008, edito da Minimum Fax nel 2009, traduzione di Francesco Pacifico.

INTERVISTA INEDITA A YOANI SANCHEZ


INTERVISTA INEDITA A YOANI SANCHEZ:

http://gordianol.blogspot.com/2011/09/intervista-yoani-sanchez.html
di Carol A. Jardim

http://www.novemesesemmadri.blogspot.com/
Tradotta in italiano da Gordiano Lupi

ALCUNI PASSAGGI

“Possono reprimermi, minacciarmi, ma non togliermi il sorriso”
“La repressione consiste nell’esercitare una forte pressione psicologica senza lasciare tracce”

“Tranquillità non è la parola giusta per definire la mia vita. Mi accadono cose terribili ogni giorno. Mi controllano ovunque. Non posso avere un minimo di privacy in un luogo pubblico con mio marito, perché uomini della Sicurezza di Stato mi fotografano e registrano quello che faccio e cosa dico”, racconta.

“Quando due estremisti ti criticano in maniera contraddittoria, significa che sei una moderata. Molta gente si limita a informarsi seguendo i mezzi di comunicazione governativi. Io non l’ho mai fatto. Ho sempre cercato di andare oltre. La gente che vuole davvero conoscermi, legga quel che scrivo”.

“Sono decisamente contraria all’embargo, ma al tempo stesso sono convinta che il male peggiore del paese sia il blocco mediatico e informativo che ci attanaglia”

“Fino a oggi abbiamo cercato di costruire un sistema che avrebbe dovuto essere solidale, ma in realtà abbiamo ottenuto tutto il contrario. Questo Governo, in maniera molto intelligente, ha distrutto la libertà e le strutture civiche. A Cuba nessuno si fida del prossimo. Ognuno pensa che il vicino di casa faccia parte della Sicurezza di Stato o della CIA, ritiene che voglia soltanto fargli del male. La mancanza di fiducia è il danno più grande prodotto dal sistema, un danno antropologico, come suole dire il mio amico Adalberto Valdez, un danno che produce paura, sfiducia e paranoia".

LEGGETELA INTEGRALE E DIFFONDETELA:
http://gordianol.blogspot.com/2011/09/intervista-yoani-sanchez.html

“Ketty 1” – Un racconto inedito di Serena Corrao. “Lo sbaglio” di Flavia Piccinni e altri utili suggerimenti


“KETTY 1”
di Serena Corrao

Se qualcuno crede che i pomeriggi di città offrano solo grigie camminate tra le auto fumiganti, percorsi di guerra tra i passeggini intralcianti, l’insulso andare su e giù per i negozi col foglietto della spesa, non si è mai imbattuto in Ketty La Farfalla.
Ketty, monella, furia erotica per le strade della città, fa vacillare le certezze quotidiane che si tornerà a casa con la noia di sempre, stanchi dei supermercati affollati e dei semafori rossi. Lei, invece, nel far west del suo eros, trama agguati ai passanti ignari; li coglie al lazo soffocante delle sue oscene prodezze, cavallerizza indomabile e 17 anni di impenitente impudenza.
Esce sempre con un gonnellino leggero, ampio e cortissimo, nero a fiori rossi, che si adagia su quella linea dei glutei che spezza subito l’ovvio dei costumi quotidiani, dell’ethos civico, delle certezze assodate che nessuno mai mostrerebbe il sedere nudo su un autobus, fingendo che la gonna s’impigli mentre si china, con aria pietosa e innocente, a prender la moneta caduta alla vecchietta.
E invece lei lo fa.
Indomita, percorre le strade della città, violentando una sensibilità urbana regolata sul pane quotidiano del buon costume e della monotonia.
Dovete vederla; dovete seguirla, quando cerca i luoghi dove mettere a segno i suoi colpi. Quando esce dai bar poggiando la tazzina del caffè sul bancone e svoltando, sotto gli occhi di tutti, con tale ardore che il gonnellino si attorciglia per un istante intorno ai fianchi, lasciando vedere la linea orizzontale dei glutei. E gli avventori avvampano, lamentando che il caffè è tiepido.
Bisogna alzare il passo per non perderla, quando rincorre il suo piacere, di quel tipo che l’accende perché è fugace, è impertinente, è estraneo, dura un attimo, senza intimità: eros metropolitano in corsa.
Tocca prendere il tram e poi l’autobus e poi il metro, mentre percorre la città spruzzando come una gatta i suoi odori, pronta all’attacco, bambina cattiva e cattiva cittadina, sempre nuda sotto il gonnellino.
Qualcuno vorrà lasciarla perdere, stanco di quella lezione di filosofia, di sfida al buon senso civico, alla morale cittadina del cappotto grigio, lungo, delle camicette abbottonate fino al collo.
Ma forse la incrocerà di nuovo, quell’impertinente, maratoneta odorante di sesso che, infaticabile, fa suo ogni angolo di città.
Magari domani, magari su un bus; eccola lì, lì sul bus, Ketty, la Farfalla, gli occhi persi tra i palazzi, assorti in quelle geometrie metropolitane, il naso all’insù colpito dai mille odori della gente che si affolla nel mezzo. Ma che succede?
Un vecchio sale alla fermata 38. Il corpo robusto e pesante, la giacca scura e demodé, il ventre straripante sul bottone del pantalone grigio-verde. Le mani col peso della senilità e in esse un ombrello ben chiuso e affusolato. Il volto avido di gioventù, di tette, di culi, di belle ragazze. E Ketty lo sa. Legge nell’animo, legge negli occhi, vigile come una bestiola che odora il tuo desiderio. Non sfuggi.
Il vecchio prende posto dietro di lei e nel giro di due fermate l’autobus si ritrova quasi vuoto.
Ketty La Farfalla, libera, impudente, sentendosi gli occhi addosso, sulla spina dorsale, sulle natiche pressate, si sfila il gonnellino da sotto al sedere e lo lascia pendere dal seggiolino. Il vuoto tra lo schienale e il sedile fa come da cornice ai suoi bei glutei velati dalla stoffa che traballa agli orli per il movimento del bus. Ha preso il volo, Ketty La Farfalla, Ketty-impertinente, lolita metropolitana e pubblica.
Il vecchio regge l’ombrello-fuso tra le mani e prende a usarne la punta per sfiorare il gonnellino che gli penzola davanti agli occhi. Lo sposta di qua e di là, lo fa dondolare fino a ché, preso dal gioco, dà un impulso più forte all’asta e sfiora le natiche di Ketty.
Ketty regge lo sguardo fisso in avanti. Deve giocare e lottare, fingendo quella preziosa indifferenza che permette di non irrompere nella distrazione degli altri attirando gli sguardi. Ma in cuor suo si delizia e gode di quel tiro andato a segno. Gode di un gioco rischioso e senza regole, che a volte può morire se il caos del mezzo fa mancare la palla lanciata, se confonde l’indizio, che rotola via tra il frastuono degli utenti, le borse della spesa, le donne gravide che ti chiedono il posto, l’improvviso salire del controllore.
Altra fermata, altri passanti scendono, calori che si allontanano, aliti che si disperdono, lasciando nella rumorosa vettura il respiro di una più grande libertà.
Ketty si guarda intorno: due uomini assorti sui loro giornali, una donna in piedi che parla al conducente, un’altra traballante sui tacchi e in procinto di lasciare la vettura. Bene. Sente la superficie liscia del sedile pressare sulle cosce e le natiche nude. Sente la vulva palpitare, reclamare libertà. Con la noncuranza di una bambina che siede con le gambe aperte non per malizia, ma perché ancora ignara della buona educazione, si porta le mani sui fianchi e raccoglie il gonnellino tra le dita, alzandolo come un sipario. Poi inarca la schiena e sporge il sedere indietro, il più possibile fuori dal sedile, per quanto glielo consenta il vuoto nello schienale, finché parte della vulva sente l’aria che circola penetrando dai finestrini.
Puttanella, farfalla, birichina. Cortigiana tra il rombo dei motori e lo smog di città. Cosa fai?
Il vecchio impugna l’asta di legno lussuriosa e prende a sfiorare la carne di Ketty in mezzo alla linea dei glutei. La punta dell’ombrello le tamburella la vulva, le tenta il sedere. Il fuso si bagna, l’autobus si arresta. Ketty ha sfidato la presenza dell’ultimo grappolo di gente e ha vinto. Si precipitano tutti giù, abbandonando la vettura sgomenti; i due uomini sudati e coi cazzi all’insù.
Nella solitudine del bus vacuo e oscillante, gorgogliante sull’asfalto sconnesso, Ketty e il vecchio godono di ogni buca della strada che fa sussultare il mezzo e scuotere il sedere impertinente, ora infilzato, ora sfuggito. Ketty vola libera, in un gioco spudorato, farfalla che cerca i suoi fiori avventizi in una prossimità fatua, senza conoscenza, senza intimità.
Sono questi i suoi giochi di bambina, di peccatrice irredenta che ruba piaceri in corsa sugli autobus di città.
Cosa fai? Puttanella, pubblica, pubblicana. Innocente e oscena. Che provochi, fai avvampare, inorridire. Che fai smarrire i passanti, colpiti in un agguato di città, dolce e osceno, scuotendoli dai grigiori quotidiani con un breve sogno di impudicizia vergognosa, pericolosa e fresca.

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Serena Corrao, assegnista in Filosofia Morale presso l’Università del Salento è l’autrice di questo racconto inedito, tratto dalla sua prima raccolta. È il secondo racconto che pubblichiamo dopo le ‘vacanze’ estive, il primo, di Luigi Salerno, potete trovarlo qui, https://lucianopagano.wordpress.com/2011/09/09/sera-del-giorno-decimo-un-racconto-di-luigi-salerno/ (Sera del giorno decimo). Questi sono i link delle pagine per chi vuole inviare materiale in lettura (https://lucianopagano.wordpress.com/contatti/, https://lucianopagano.wordpress.com/about-2/).

Gli ultimi libri di cui potete leggere recensioni sono: “L’interdetto” di Luca Canali, “Bambina e la fatina computerina” di Virginia Defendi, “Malafede” di Maurizio Cotrona, “Vangelo del cavolo” di Edoardo Monti e “L’isola dei voli arcobaleno” di Sabrina Minetti.

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“Lo sbaglio” (Rizzoli), il secondo romanzo di Flavia Piccinni.

Nel Best Off 2006, edito da Minimim Fax, la giovane scrittrice Flavia Piccinni esordiva con un suo racconto uscito su Musicaos.it. In seguito pubblicò il suo bell’esordio, il romanzo “Adesso tienimi” (Fazi Editore), del quale ho scritto qui. Il secondo romanzo di Flavia Piccinni è da pochi giorni in libreria, si intitola “Lo sbaglio” ed è edito da Rizzoli. Vi consigliamo di leggere questo romanzo, qui di seguito la descrizione della vicenda attorno alla quale ruota la storia.

“Caterina gioca a scacchi e studia farmacia. È una studentessa mediocre ma come giocatrice sa sempre condurre i propri avversari dove vuole, fino a sbagliare la mossa decisiva. Davanti alle sessantaquattro caselle Caterina ha imparato a perdere ogni insicurezza, a rimandare le decisioni sgradevoli e ad accettare le partite della vita in cui per gli altri, i familiari il fidanzato Riccardo, lei è solo una pedina. Sa bene, Caterina, che una logica spietata impedisce alle cose di cambiare, e che il suo destino è già scritto: nonostante ora sia a un passo dalle Olimpiadi, sua madre ha deciso che dovrà essere una farmacista, nella migliore tradizione di famiglia. Quando però una variabile imprevista irrompe nel suo mondo, tutto sembra andare in frantumi e a nulla servono gli sforzi di nonna Ines, che è arrivata da Taranto illudendosi di poter incollare cocci. Così, sullo sfondo di una Lucca assonnata e infelice, impietoso specchio della provincia italiana di oggi, Caterina capirà che forse una via d’uscita c’è ma che, proprio come il suo idolo Paul Morphy, l’ultimo scacchista romantico, dovrà osare e rischiare tutto contro ogni logica, senza farsi dominare dalla paura. Perché a volte la vita stessa è una crudele partita a scacchi in cui anche la mossa apparentemente più insignificante può rivelarsi fatale.”

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http://twitter.com/lucianopagano

24 Settembre 2011 – Gilles Del Pappas e “Il bacio del gronco” (Edizioni Controluce) al Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera


FESTIVAL DELLA LETTERATURA MEDITERRANEA DI LUCERA
23 – 25 settembre 2011 Lucera (FG)

«Il bacio del gronco» di Gilles Del Pappas (Edizioni Controluce)

24 settembre 2011 ore 10.00 presso l’ITC Vittorio Emanuele III

Introduce Luca Sulis

Il Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera è uno degli eventi culturali più importanti del panorama europeo del nostro tempo. Il Festival di Lucera si erge come un faro della più alta qualità dello spirito umano. Il suo obiettivo è da sempre stato quello di riunire una nutrita schiera di scrittori di diverse culture, non solo del bacino del Mediterraneo, ma anche provenienti dai più disparati angoli del mondo, per realizzare un luogo armonico dove differenti culture e lingue si mescolano e entrano in dialogo.

Non è un caso che in occasione di questo Festival le Edizioni Controluce (che dalla loro fondazione hanno scelto di dare grande visibilità alla migliore produzione che una cultura senza frontiere può offrire al pubblico italiano e non solo dall’Australia alla Cina, dall’America Latina al vicino est europeo) portino il 24 settembre 2011 presso l’ITC Vittorio Emanuele III di Lucera alle ore 10,00, una delle voci più autorevoli a livello mondiale del noir. Parliamo di Gilles del Pappas, marsigliese, erede di una grande tradizione letteraria e umana proveniente dalla malfamata Marsiglia

Edizioni Controluce ha pubblicato per la prima volta in Italia il romanzo da cui prendono inizio le avventure di Costantin il greco, nel solco della sua produzione editoriale alla quale sono affidati alcuni dei migliori autori europei e internazionali.

«Il bacio del gronco» è il romanzo che inaugura le avventure di Costantin il greco, una delle più fortunate serie del polar mediterraneo. Pare che a Marsiglia, per fare una buona zuppa, basti pescare una donzella guizzante, aggiungere un vecchio pescatore còrso con il suo battello, il sole e qualche bel calanco. A metà cottura, si butta nel brodo uno sbirro psicopatico, un losco Noir Marron della Guyana, un’introvabile miniera d’oro e due o tre cruenti omicidi! “E io, Costantin il greco, ero ben lontano dall’immaginare il colossale pasticcio che tutto questo stava per produrre!”

Gilles Del Pappas è nato a Marsiglia nel 1949 da padre greco e madre italiana. Regista e fotografo, è autore di dodici romanzi e ha vinto il Grand Prix Littéraire de Provence 2002.

http://www.edizionicontroluce.it

24 Settembre 2011 ::: festa dei lettori 2011 LECCE ::: LIBRI COME VOLIERE :::


L’associazione culturale e presidio del libro di Lecce

Germinazioni

in occasione della

VII edizione della Festa dei lettori “Italia-Europa, andata e racconto”

iniziativa promossa dalla Regione Puglia, Assessorato al Mediterraneo,

in collaborazione con l’Associazione Nazionale Presidì del Libro,

con il patrocinio del Comune di Lecce, IV circoscrizione Rudiae – Ferrovia,

e con il sostegno della Provincia di Lecce, Assessorato alla Cultura

presenta

Libri come voliere

jam session di lettori per liberare con le voci le parole chiuse nei libri

[ spazio aperto ai musicisti con incursioni
libere ed estemporanee ]

Apriamo le voliere.

Il libro è la gabbia delle parole.

Siete tutti invitati a un’improvvisazione irripetibile attraverso la lettura collettiva e simultanea delle pagine del libro che ognuno sta leggendo, di qualunque lingua sia, per dare vita ad una biblioteca sonora. Portate con voi il desiderio di entrare nella voliera e collaborare alla costruzione di una dimensione sonora di cui nessuno sa l’esito ma ne conosce il motivo: giocare con il libro per vivere una inedita esperienza ed esplorarne creativamente i confini che non ha. La voliera è aperta a tutti i musicisti che vogliano accordare i loro strumenti alle voci dei lettori, in acustica.

p.s. è ammessa ogni genere di lettura: dal ricettario al manuale di matematica, dalla gazzetta dello sport ai libri illustrati, dai fumetti alla costituzione, …

Leggere come atto, aldilà del contenuto. Leggere atto astratto, assoluto, unico. Leggere atto estetico. Leggere per creare suono, esperienza estemporanea, interferenza sonora, happening sonoro. Leggere atto politico.

sabato 24 settembre 2011

dalle ore 19.00 alle 20.30

Chiesetta Balsamo, via Pozzuolo

Lecce

per informazioni sui presidi

germinazioni.blogspot.comwww.presidi.org

()()()
Germinazioni
Associazione Culturale
Presidio del Libro
associata a Libera – associazioni, nomi e numeri contro le mafie

Lecce
email: germinazioni
blog: http://germinazioni.blogspot.com

30 Settembre 2011 – Astragali Teatro: La scuola degli attori al Paisiello


astragali TEATRO paisiello

ASTRAGALI TEATRO
La scuola degli attori

diretta da Fabio Tolledi

TEATRO PAISIELLO – Lecce
ogni lunedì e giovedì
da ottobre 2011 a maggio 2012
dalle ore 14,00 alle ore 16,00

30 settembre 2011
PRESENTAZIONE DELLA SCUOLA
Teatro Paisiello – Lecce
ore 19,00

info: 0832-306194
320-9168440
teatro
www.astragali.org

OMAGGIO A ROBERTO SANESI: mostra, readings e conferenze _ inaugurazione giovedì 22 settembre ore 18 _ GALLERIA CIVICA DI MONZA


POESIAPRESENTE

I colori delle parole.
Omaggio a ROBERTO SANESI
a cura di Alberto Crespi

Evento realizzato da UPM – Università popolare di Monza
Letture a cura di PoesiaPresente
Ingresso LIBERO

Galleria Civica di Monza via Camperio, 1 MONZA (centro)
Inaugurazione giovedì 22 settembre ore 18.00 con concerto jazz improvvisazione di Federico Sanesi

L’UPM – Università popolare di Monza -in accordo con gli eredi- promuove e organizza, con la cura di Alberto Crespi, una mostra, un ciclo di letture e conferenze dedicate al poeta Roberto Sanesi (1930-2001) in occasione del decennale dalla sua scomparsa. Sanesi è stato non solo uno dei poeti italiani più significativi della seconda metà del Novecento ma anche uno dei massimi anglisti italiani e traduttore ufficiale di grandi poeti inglesi del Novecento; inoltre è stato docente di letteratura e di storia dell’arte, critico letterario e d’arte.

La mostra allinea un’accurata scelta di una cinquantina di opere di poesia visiva in forma di pagine scritte e dipinte, a partire dagli anni ’60 fino al 2000, provenienti dalla collezione degli eredi e da raccolte private. A questi fogli si affiancano documenti, volumi a firma dell’autore e libri d’artista, cataloghi, manoscritti inediti, lettere e fotografie originali. Un dépliant illustrato con scheda biobibliografica accompagnerà la mostra.
L’inaugurazione della mostra avverrà giovedì 22 settembre ore 18 presso la Galleria Civica di Monza in via Camperio 1 (la mostra prosegue fino al 20 ottobre) con un breve concerto di jazz improvvisazione di Federico Sanesi e letture di poesie di Roberto Sanesi a cura di Dome Bulfaro per PoesiaPresente e interpretate dai giovani poeti Marco Bin, Simone Camassa, Vera Tisot.

Il progetto si configura in una mostra di opere di poesia visiva durante la quale saranno realizzate letture delle opere poetiche di Sanesi e conferenze dello storico dell’Arte Giorgio Zanchetti e dal filosofo Carlo Sini, che si terranno rispettivamente nelle date di mercoledì 12 e mercoledì 19 ottobre alle ore 15,30 presso l’aula magna del Liceo B. Zucchi di Monza.

Mostra
Periodo e orari della mostra: 22 settembre- 20 ottobre 2011
Da martedì a venerdi ore 16-19; sabato e domenica: 10-13 e 16-19.

Conferenze
Aula Magna del Liceo B. Zucchi, Piazza Trento e Trieste, 6 Monza

– mercoledì 12 ottobre – ore 15.30
professor Giorgio Zanchetti, Università Statale di Milano, e reading a cura di PoesiaPresente

– mercoledì 19 ottobre – ore 15.30
professor Carlo Sini, Università Statale di Milano e reading a cura di PoesiaPresente.

“L’interdetto” (Hacca, 2009) di Luca Canali. Una recensione


Chi è l’interdetto?
di Luciano Pagano

Luca Canali (nato nel 1925) è conosciuto per essere uno dei latinisti più importanti del nostro paese, alcune delle sue ‘versioni’ sono testi tradizionali, penso ad esempio al suo "De rerum natura" (edito da Rizzoli nella Bur). Uomo di profonda conoscenza Canali è un ottimo narratore e ha pubblicato diversi romanzi, il primo dei quali, "Autobiografia di un baro" (Bompiani) è del 1981.

"L’interdetto", pubblicato da Hacca, è del 2009.

Chi è l’interdetto?

Il romanzo incomincia come un poliziesco tranquillo, uso questo aggettivo perché ci accorgiamo fin da subito che le grane con cui ha a che fare il commissario Paolo Strina, vicino al pensionamento, sono problemi di quartiere, atti vandalici, macchine cui sono state tagliate le gomme, finestre infrante con una fionda. Episodi in apparenza scollegati che hanno in comune, tuttavia, il fatto di accadere quasi contemporaneamente. In passato Strina non si sarebbe soffermato su questo tipo di episodi, adesso qualcosa è cambiato; sarà forse per via della sua condizione di immimente abbandono che lo spinge a voler restare attaccato alla professione.
Strina è legato sentimentalmente a Gemma, psichiatra di lungo corso prossima alla promozione e al trasferimento da Roma a Milano, dove ha buone chance per diventare direttrice di un ospedale, il più importante della "capitale morale d’Italia", come viene ironizzato nel testo.

Qui entra in gioco Stefano Nullian, che interdetto non è anche se la sua famiglia lo vorrebbe tale. Si tratta di un personaggio che costruito sui contorni nebulosi dello stesso autore; Nullian è un vecchio professore in pensione che nutre un sentimento di amore e stima profondi verso il mondo animale, e che traduce questo sentimento dando da mangiare ai cani e gatti randagi della zona. Per fare ciò spende non poca parte del suo cospicuo patrimonio, ecco perché i suoi figlio lo vogliono interdire e soprattutto ecco perché Nullian, che occupa un posto di riguardo nei ricordi di Strina essendo stato suo professore in passato, si trova a incontrare, sul suo percorso Gemma. Gemma è una donna che ama se stessa abbastanza per decidere di andare a Milano inseguendo il coronamento della sua carriera, a scapito dell’amore per Strina; ma Gemma è anche una donna ambigua che senza cattiveria e con tutta l’innocenza della libertà si concede, presa da un’attrazione repentina, al maturo Nullian.

Il romanzo scorre rapidamente, la prosa di Canali è quella di un maestro che sa come insinuare il lettore, a poco a poco, nelle rapide evoluzioni della vicenda. Il protagonista, Stefano Nullian, così come è tratteggiato da Luca Canali, è un uomo capace di pensieri radicali in un’epoca che avendo confuso l’essere radicale con l’appartenere a un radicalismo preferisce abbandonare se stessa alla sommarietà. Ci penserà il professore a tirare le fila di tutte le piccole meschinità del quartiere con una serie di azioni illegali dettate tutte da una elevatissima moralità. Diverte, sul finale, la flessione autobiografica del romanzo che diviene racconto della realtà, così da farci scorgere l’umanità dell’autore, appena nascosta da quella del suo personaggio.

"L’interdetto" è un testo appassionante di cui suggerisco la lettura a chiunque si sia mai chiesto che fine abbiano fatto, oggi, narratori della stoffa di Calvino, o Moravia; se ancora ce ne sono Canali è uno di loro.

"L’interdetto" (Hacca) – Luca Canali, 2009, p. 206, €14, 9788889920312http://www.hacca.it/hacca/prodotti/prodstampa.php?idProdotto=64

“Arrivederci a Taranto” – Disponibile in download a streaming


“Questo film rimane attualmente il più completo documento sulla storia della zona industriale della provincia di Taranto.”

Alla sua uscita, nel 2008, ebbi modo di realizzare un’intervista a Roberto Paolini, realizzatore insieme a Paola Podenzani del lungometraggio/documentario intitolato “Arrivederci a Taranto”. Chi non ha letto l’intervista può farlo in coda a questo post.

La comunicazione è un’altra; Roberto Paolini, come scrive in un messaggio appena recapitatomi, annuncia che il documentario è finalmente disponibile a chiunque, in download e in streaming. Dopo avere “tentato più volte di renderlo disponibile tramite distribuzione più o meno commerciale, redazioni e agenzie giornalistiche. Purtroppo, nonostante ci fossero spesso le premesse per un lieto fine, il documentario è rimasto sempre inacessibile a chiunque. Il film ha comunque vissuto esperienze felici: i Festival gli hanno dato degna visibilità e riconoscimenti; è stato utilizzato dai laureandi come documento per le loro tesi; è stato “pubblicizzato” da Beppe Grillo sul proprio blog e infine i numerosi articoli su giornali e riviste gli hanno reso un poco di popolarità.”

Questa notizia è per me una buona notizia perché finalmente un documento così eccezionale può ricevere ciò che merita, ovvero sia la possibilità di essere visto da tutti coloro che sono interessati alle tematiche inerenti all’opera. Questa notizia, però, è anche indicativa del fatto che nel nostro paese, come sempre, siamo pronti a calarci le braghe davanti a operazioni culturali che provengano da qualsiasi luogo eccetto i nostri luoghi. Mi spiego meglio, secondo me un prodotto del genere merita almeno un passaggio su Report (o affini), data la natura del servizio pubblico espletato dalla Rai. Cosa ne pensate? Potete commentare se volete.

Il 2011 è stato anche l’anno della pubblicazione di “Invisibili” (Kurumuny) di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, un libro/inchiesta che ha come argomento l’ILVA. Questo lungometraggio da una parte e quel libro dall’altra, costituiscono due documenti che suggerisco a chi vuole avere un’idea di quale sia il punto della situazione in proposito a una questione dinamica.

SCHEDA FILM:

Titolo: Arrivederci a Taranto
Titolo in inglese: Goodbye to Taranto
Lingua: italiano
Tipologia: lungometraggio documentaristico
Anno di produzione: 2008
Durata: 86 minuti circa
Sinossi: Il film indaga tutte le problematiche provocate dall’area industriale di Taranto soffermandosi in particolare sull’Ilva (ex Italsider), dalla nascita fino ai giorni nostri. Affronta tematiche quali il mobbing sul lavoro, le morti bianche, l’inquinamento ambientale e la situazione sanitaria a Taranto.
Produzione: Roberto Paolini
Interviste: Paola Podenzani
Trailer:

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Ritornare a Taranto. (Intervista di )

Ogni territorio possiede i suoi momenti storici, veri e propri “luoghi della memoria” per dirla con le parole del filosofo della scienza Paolo Rossi; ci sono zone dell’esistente che riescono a permanere lasciando un segno che non può essere cancellato. Letta in quest’ottica, prosegue lo studioso “l’arte della memoria consiste nel collocare le immagini nei luoghi”. Secondo questa interpretazione l’immagine non è più un elemento superficiale, adesivo dell’ente, ma qualcosa che ne ricolloca la memoria nel tempo. C’è un’immagine che secondo me è rimasta negli occhi di molti pugliesi e che in un certo senso ha sancito l’inizio di un modo differente di concepire la partecipazione dei cittadini a questo processo di “fare la memoria” attraverso la visione, partendo da quest’ultima per riappropriarsi della realtà, “fotogramma per fotogramma”. È una calda domenica di primavera, il giorno è il 2 aprile del 2006, sono le ore 10.30, 350 chilogrammi di tritolo fanno implodere i pilastri di uno dei ‘componenti’ di Punta Perotti, l’ecomostro che dal 1995 si staglia minaccioso all’ingresso del capoluogo pugliese. In pochi secondi avviene ciò che nessuno sperava, il profilo, visibile da undici anni cambia improvvisamente, e con esso cambia una concezione del territorio, è come se eliminare quell’immagine mostruosa fosse sufficiente a farci credere, finalmente, che l’abusivismo e il vilipendio del territorio non sono processi irreversibili. Ricordiamo quei fotogrammi tenendo a mente che ogni sforzo fatto per descrivere e cambiare una situazione simile va accolto come salutare. Questa è l’immagine che mi è venuta in mente prima di accingermi a scrivere del documentario “Arrivederci a Taranto” girato da Roberto Paolini (art director e film maker nato nel 1978, www.rupfabrica.com) e Paola Podenzani (con alle spalle un’esperienza nel settore dell’editoria), che verrà presentato in anteprima il 16 aprile per la IX edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce. La proiezione si terrà presso il Cityplex Santa Lucia alle ore 21.30.

Bari, Taranto, Brindisi, Foggia, Lecce: esiste una forte convinzione negli ultimi tempi, per cui non si può più ragionare la Puglia come composta di pezzi diversi, in cui le provincie sono incollate senza interazione. Dall’ILVA alla Centrale di Cerano il passo è breve per accorgersi che Taranto-Brindisi-Lecce è una regione nella regione. Taranto è una città che ha molto da dire, la città della Puglia che ha visto più da vicino e ha vissuto più di tutte sulla sua pelle il conflitto interiore che vede da una parte i vantaggi economici in termini di occupazione derivanti dalla presenza di un’area industriale “storica” e d’altra parte tutti i rischi che i cittadini si sono dovuti assumere sulla propria pelle e che oggi presentano una contropartita oramai insostenibile. Una situazione i cui nodi sono venuti al pettine, complice anche una situazione politica che negli scorsi anni ha veduto il tracollo del bilancio economico della città tarantina. “Arrivederci a Taranto”, a scanso di ogni equivoco, non è un film sull’ILVA: anche di essa si parla, ma attraverso le parole delle persone, basta citare una testimonianza per tutte a proposito delle morti bianche (più di 150 nei primi 10 anni di apertura, facendo i conti più di un operaio al mese), definite un “Ecatombe”. Nei cento minuti di questo documentario, che alterna immagini di forte poesia a interviste di cittadini e diretti interessati, si parte dal racconto degli anni del boom fino ad affrontare il tema spinoso dell’inquinamento da polveri sottili e della diossina, si pensi che il 90% dell’emissione della sostanza tossica di tutti gli impianti industriali in TUTTA l’Italia viene prodotta proprio a Taranto. L’idea del documentario, dice Paola Podenzani, “nasce nell’agosto del 2007, mentre Roberto ed io ci troviamo per caso a viaggiare su un pullman che ci porta da Potenza a Taranto, per poi proseguire alla volta del Salento. Quel passaggio attraverso la zona industriale che accerchia la città fino alla stazione diventerà la tappa decisiva di un viaggio e di un percorso lavorativo. Lo spettacolo fuori dai finestrini è maestoso, dantesco, decadente, i colori innaturali, abbacinanti non possono non toccare ​l’immaginazione visiva di Roberto, che inizia subito a scattare fotografie”. Si parte da una suggestione visiva – che resta evidente anche nel risultato del lavoro finale – per affrontare un discorso più ampio su una delle realtà italiane più controverse, che ha partorito dal suo interno gli stessi anticorpi che sono in grado di cambiarla, questo sembra essere il messaggio di speranza e non di rassegnazione sotteso a questo documentario. “Arrivederci a Taranto” è dedicato alla volontà di cambiare dei cittadini di Taranto, un cambiamento che trova riscontro sul terreno a volte angusto delle scritture, non solo letterarie (emblematici a tal proposito i lavori dei giovani scrittori tarantini, come Cosimo Argentina, Maurizio Cotrona, Flavia Piccinni, Omar Di Monopoli, Giuse Alemanno per fare solo alcuni tra i nomi più conosciuti) ma anche cinematografiche. Abbiamo rivolto alcune domande a entrambi i realizzatori di questo lavoro, con l’intenzione di dare spazio anche alle ‘ragioni’ del loro incontro con Taranto. Ecco il dialogo a tre voci che ne è scaturito.

Il vostro documentario è forse uno dei primi tentativi di descrivere la realtà industriale di Taranto senza limitarsi alla descrizione dell’Industria-Taranto, cioè l’ILVA; è come se così facendo il vostro documentario non si accontenti di avere degli ‘spettatori’ ma reclamasse una ‘reazione’ da parte degli attori sociali in gioco, qual’è la prima reazione che vi aspettate da una presentazione sul territorio pugliese e nazionale del vostro lavoro?

Nel documentario non è contenuto nulla che non sia già stato reso pubblico a livello regionale, durante la lavorazione, ci siamo resi conto che stavamo per la prima volta unendo i puntini di quella che è una situazione “limite” a Taranto e in Puglia. Viste singolarmente queste tematiche (le morti bianche, le malattie diffuse, l’inquinamento, il mobbing, il fallimento comunale…) possono provocare sentimenti di protesta o paura, ritraendo la situazione nella sua totalità ci rendiamo conto di quanto questa provincia sia stata ignorata a livello nazionale. In Puglia il film potrebbe esser accolto con sufficienza considerato che non raccontiamo nulla di nuovo per chi è a così stretto contatto con questa drammatica realtà. Una realtà che invece, al di fuori di questa regione, è inspiegabilmente sconosciuta. Soprattutto nelle regioni più settentrionali. È di primaria importanza che tutto il quadro diventi di dominio pubblico.

Quali sono stati i primi riscontri su chi vive ogni giorno sulla sua pelle le problematiche che affrontate in “Arrivederci a Taranto”?

R: Non c’è nessuno a Taranto che non abbia perso un famigliare per malattia tumorale. I tarantini convivono con questa realtà da cinquant’anni. C’è una spaccatura piuttosto netta tra chi ancora vede l’industria come una risorsa e chi come una minaccia. La tensione tra queste due parti è continua e si sta verificando una crescente emigrazione da parte delle ultime generazioni.

P: È verissimo. Esiste netta contrapposizione tra chi ancora considera l’industria come una parte integrante del tessuto sociale tarantino e la vorrebbe più “pulita”, “ecosostenibile”, più “attenta alle esigenze di cittadini e lavoratori” e chi invece semplicemente vorrebbe fosse cancellata e rasa al suolo per sempre. In entrambi i casi comunque la rabbia è forte. La situazione dovuta all’inquinamento ha raggiunto livelli insostenibili, le cui ripercussioni sono divenute un problema regionale e non più limitato alla sola città di Taranto, che a sua volta, da due anni in qua, ha vissuto uno stravolgimento anche politico delle sue istituzioni.

R: L’inquinamento proveniente da Taranto ha sempre rappresentato un problema per tutta la regione. Si dovrebbe raggiungere la consapevolezza che le sostanze inquinanti sono una minaccia per tutta la nazione se non addirittura a livello globale, pensare che i problemi di ​Taranto non tocchino anche le regioni del nord e il resto dell’Europa è un’ingenuità che potrebbe costare cara a noi tutti.

P: Il fallimento politico poi, o se vogliamo istituzionale, è stato inevitabile e non lo si può certo pensare staccato dalle problematiche legate all’industrializzazione. Le passate classi dirigenti tarantine sono state le prime a trattare la cittadinanza come “italiani di serie B”, permettendo che si verificasse a Taranto una situazione che in nessun altra parte d’Italia o d’Europa sarebbe stata tollerata.

[D] Quale è stato il vostro approccio con le istituzioni? C’è stato dialogo? C’è stato scambio?

R: Non eravamo interessati a un intervento di ‘opinionistico’ da parte delle istituzioni politiche. Ci siamo rivolti a soggetti ed associazioni (anche patrocinate dalla regione) che potessero documentare in maniera concreta la situazione tarantina.

P: A questo proposito terrei ad aggiungere che abbiamo cercato più volte un confronto con l’ILVA stessa. C’è stato un lungo scambio di mail tra noi e l’ufficio relazioni esterne dell’azienda e abbiamo più volte richiesto un incontro per un’intervista. Ma alla fine non ci hanno più contattato.

[D] Raccontate di avere ‘scoperto’ Taranto in un viaggio che vi stava portando in Salento, il titolo “Arrivederci a Taranto” contiene un insito messaggio di speranza, è un po’ come se il documentario oltre che descrivere la situazione di una città contenga le premesse del cambiamento che parte da ogni singolo cittadino.

R: In effetti il titolo presuppone che il film stesso provochi in seguito una consapevolezza e un cambiamento. Il messaggio che ne consegue non vuole essere solo di speranza ma anche e soprattutto di sfida. Vogliamo che il film diventi di dominio pubblico a livello nazionale perché in questo paese soltanto quando un problema arriva ai media e agli occhi di tutti, la classe politica si sente costretta ad agire e reagire.

P: Credo sia normale che qualche tarantino DOC si senta pungolato dal fatto che due milanesi siamo andati a scuotere un po’ le acque. Se questo può aiutare a risvegliare un po’ di sano orgoglio di appartenenza, e a reagire, allora il nostro film avrà avuto uno scopo.

[D] Voi, in un gioco temporale, che cosa vorreste trovare ritornando a Taranto con lo stesso sguardo e che cosa non vorreste più trovare?

R: Ci piacerebbe ritrovare a Taranto un atteggiamento e un dialogo più rivolti verso l’esterno. Finché ci si limiterà a discutere di queste questioni nella propria provincia, sarà più difficile riscontrare un cambiamento reale.

P: Già, solo attraverso l’apertura verso l’esterno ci sarà la speranza di vedere una Taranto più consapevole, più sicura e tenace nell’affrontare i problemi. Le cose che vorrei ritrovare tali e quali invece sono infinite, la prima è l’allegria della gente, la seconda senza dubbio i tubetti con le cozze…

Sera del giorno decimo. Un racconto di Luigi Salerno


Si intitola “Sera del giorno decimo” il racconto che potrete leggere scaricandolo in pdf da questo post, e di cui è autore Luigi Salerno.

Luigi Salerno si occupa di un blog letterario: http://bookandshade.blogspot.com/ che vi consiglio di visitare. Sul suo blog Luigi pubblica correntemente racconti e riflessioni sulla scrittura.
Chi di voi fosse interessato ad approfondire la conoscenza della sua scrittura potrà farlo leggendo il suo romanzo intitolato “Il disabitato” (Edizioni Il Pavone)

Luigi Salerno – Sera del giorno decimo (clicca per scaricare il file in formato pdf)

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Ritorno a pubblicare, dopo la pausa primaverestiva, i vostri racconti, romanzi brevi e interventi critici. Negli ultimi giorni, chi è interessato potrà leggerle qui sotto, ho pubblicato un po’ di recensioni su alcuni esordi narrativi e poetici che ho letto in quest’estate torrida che vorrei potesse non finire mai [cit]. Sabrina Minetti, Cesario Milo, Virginia Defendi, Edoardo Monti. E poi c’è il bel secondo romanzo di Maurizio Cotrona, intitolato “Malafede”. Quest’estate è stata caldissima, ma non mi va di parlare di tempo atmosferico finché non sarà arrivato il fresco, anche nelle stanze febbricitanti del Palazzo, dove a colpi di ascia si sta delineando l’approvazione della Manovra prossima ventura. Chi è interessato a spedire i suoi materiali può seguire con molta attenzione le istruzioni alla pagina Musicaos.it. Se volete potete continuare a spedirmi comunicati e segnalazioni di eventi che ritenete utili e interessanti dal punto di vista letterario, culturale, sociale, politico, etico, filosofico & affine.

Sulla colonna destra del sito potete prendere parte a un sondaggio gratuito, si tratta di indicare chi secondo voi, tra sei scrittori (a dire il vero 5 e un collettivo) meriterebbe di vincere il Premio Nobel per la Letteratura. Claudio Magris, Andrea Camilleri, Wu Ming Foundation, Umberto Eco, Luca Canali, Roberto Calasso. Chi di voi potrebbe aspirare al premio?

L’idea del sondaggio mi è venuta leggendo “Meno letteratura…per favore” (Bollati Boringhieri) di Filippo La Porta, libro che per antitesi mi ha fatto pensare al grande numero di bravi autori della nostra letteratura che non sono conosciutissimi e che ci hanno regalato alcune delle pagine più belle. E se credete che esagero posso sempre dire “a mio parere”. Insomma, se non avete capito dove sto andando a parare andatevi a leggere “L’interdetto” di Luca Canali (Hacca), per conoscere un autore dallo spessore incredibile.

Buona lettura de “Sera del giorno decimo”, di Luigi Salerno.

ps. il motto del sito – una volta fuori dall’utero ogni uomo è perso – rubato dal mio secondo romanzo (è tutto normale, lupo editore, 2010), è cambiato. Per qualche mese il motto di Musicaos.it sarà: “controra et labora”

Dal 9 settembre in edicola e in libreria il nuovo numero di «alfabeta2»


Dal 9 settembre in edicola e in libreria il nuovo numero di «alfabeta2»

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Una primavera in autunno

Sulla copertina del numero 12 di «alfabeta2»campeggia un titolo: Primavera dell’anno Uno. E se pare bizzarro parlare di primavera quando cadono le foglie, basta pensare a quanto è successo negli ultimi mesi per cambiare idea: l’occupazione del Teatro Valle e la riappropriazione dell’ex Cinema Palazzo a Roma, il nuovo impegno del movimento TQ, la ripresa delle lotte in Val di Susa… Vicende diverse, tutte però nel segno di un’azione (finalmente) collettiva – un’azione che «alfabeta2»accompagna, pubblicando tra l’altro il documento dei lavoratori cognitivi del Valle e i manifesti di TQ con interventi di Giorgio Vasta, Vincenzo Ostuni e Sara Ventroni, oltre a un’intervista a Nichi Vendola sul ruolo della cultura nella politica d’oggi.

Ma settembre è anche il mese in cui riprende la scuola, e di nuovo «alfabeta2»gioca sulla provocazione: La scuola è finita, titoliamo infatti, tranne indicare, nei contributi al focus (due interviste, una di Christian Raimo a Tullio De Mauro e una di Alberto Ghidini a David Cayley, accanto ad articoli di Giuseppe Caliceti, Giorgio Mascitelli, Vinicio Ongini) che a essere finita è la scuola asfittica e mercantile cui siamo abituati da anni.

Alla luce dei recenti crolli borsistici il secondo focus, Per un’altra economia, un dossier molto critico nei confronti delle teorie economiche dominanti, che comprende contributi di Giorgio Lunghini e di Stefano Lucarelli e un’intervista a Cristina Tajani.

In chiusura, come sempre, un repêchage della prima serie di «alfabeta»: questa volta si tratta di una esilarante analisi di Umberto Eco sulla linguistica dei Puffi.

Quanto alle immagini del numero 12 sono di Luigi Ontani, protagonista anche di un lungo dialogo con Antonio Gnoli.

Sul supplemento «alfalibri», articoli di Maurizio Ferraris su Slavoj Žižek, Franco Voltaggio su Telmo Pievani, Emanuele Trevi su Ernst Bernhard, Giulio Ferroni su Elio Pagliarani, Massimo Bacigalupo su Gertrude Stein. Dall’anarchica Carrara Marco Rovelli firma il reportage, Con gli occhi aperti, mentre a illustrare il supplemento sono questa volta le fotografie di Uliano Lucas.

«alfabeta2»è disponibile anche in versione e-book: sul sito http://www.alfabeta2it/ebook/ sono in vendita tutti i numeri della rivista in formato speciale per la lettura su Kindle, iPhone, Pc e tutti ilettori di e-book.

Una fiaba moderna: “Bambina e la fatina computerina” di Virginia Defendi


“Bambina e la fatina computerina”
di Virginia Defendi

Virginia Defendi autrice della favola intitolata “Bambina e la fatina computerina” (Onirica Edizioni) è nata a Bollate (Mi), cresciuta ad Arese, e si è laureata nel 2005 in Scienze dell’Educazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; attualmente lavora presso il Centro di Aggregazione Giovanile del suo paese.

Bambina è la figlia della Coppia Imperiale, così come viene introdotta all’inizio della storia. Bambina, come in ogni favola che si rispetti, è profondamente triste, anziché essere contenta per l’immensa ricchezza e i possedimenti che erediterà un giorno. Perché è triste? Semplice, perché la sua vita è “grigia”; il grigio che circonda Bambina non è un grigio qualsiasi, bensì un colore specifico, “grigio quaranta percento”. C’è un motivo particolare per il quale il grigio è il colore dominante di tutto l’impero, esso è infatti l’Impero di Grigiolandia. A rendere tutto più complicato c’è il fatto che Bambina è rimasta piccola, essendosi fermata a dodici anni nel mondo dei sogni e rifiutandosi di crescere. La sua unica compagnia sembra essere quella del suo vecchio istitutore, di nome Bigio, così anziano da non ricordare nemmeno la lezione che ha impartito alla piccola nel giorno precedente. La fiaba di Virginia Defendi è scorrevole, rivolta a un pubblico di bambini, fa pensare che possa essere letta e meditata anche da un pubblico adulto. Per Bambina, quello che ho appena raccontato, è soltanto l’inizio di un’avventura. Le sue richieste infatti verranno prese in considerazione nel Mondo Fatato, dove Fatine e Maghi la prenderanno a cuore e cercheranno di fare in modo di esaudire i suoi desideri.

Così come accade per le fiabe classiche come “Il principe felice” di Oscar Wilde, dietro al racconto fiabesco si nascondono la poesia e la narrazione del mondo contemporaneo, visto attraverso gli occhi di chi non ha abbandonato la capacità di sognare – tutti gli scrittori dovrebbero coltivare questa condizione – ma soprattutto è intenzionata, nel caso dell’autrice, a dare ai più piccoli gli strumenti e gli stimoli per sognare. Come nella “Storia Infinita” di Michael Ende anche qui è un “Libro incantato” che metterà in contatto due mondi magici. A chi spetterà il compito di aiutare Bambina? Virginia Defendi dà il battesimo a una fata che mancava nel popolo delle fate, La Fatina Computerina. La Fatina Computerina rappresenterà un mondo, quello fatato a confronto con quello tradizionale di “Gigio, scrivano ligio”.

È divertente leggere come l’autrice abbia assegnato al Computer un ruolo positivo, fatato, inaspettato per una fiaba. Computer Magici, Reami Incantati, gnomi, folletti. Sarebbe un peccato rivelare la prosecuzione della favola, anche perché le quarantotto pagine che la compongono scorrono rapide e ti lasciano con il desiderio di leggere altre storie, magari racconti o fiabe della stessa autrice; chissà, può darsi che lei stia lavorando (come racconta nella nota -biografica) a un altro libro e che questo suo esordio sia l’inizio di un percorso più lungo.

E alla fine è bello notare – parlo come lettore cui raramente capita di recensire e scrivere di favole – che proprio grazie a un libro diventa tutto possibile, sia nel mondo delle favole che nel mondo reale, dove una storia come questa rinnova ancora una volta il piacere per la lettura.

​Bambina e la fatina computerina – Virginia Defendi, Onirica Edizioni, 2010, p. 48, €7, 9788896797099

http://www.ibs.it/code/9788896797099/defendi-virginia/bambina-fatina-computerina.html

http://www.bol.it/libri/Bambina-la-fatina-computerina/Virginia-Defendi/ea978889679709/

​http://www.libreriauniversitaria.it/bambina-fatina-computerina-defendi-virginia/libro/9788896797099

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“Malafede” il romanzo della crisi che non è crisi del romanzo.


Si muovevano in una Taranto preletteraria i primi personaggi di Maurizio Cotrona, giovane narratore che esordì con “Ho sognato che qualcuno mi amava” (Palomar, 2006). Si muovevano al di là della narrazione in una bolla sottilissima fatta di sentimenti semplici, esigenze adolescenziali. Al di qua della narrazione quelle figure si muovevano invece in una Puglia aurorale dal punto di vista della scrittura, così diversa e così distante da oggi nonostante siano passati così pochi anni. Si muovevano in una collana, cromosoma Y, diretta da Michele Trecca e Andrea Di Consoli, che vale la pena menzionare per avere ospitato tra le sue fila autori come Roberta Jarussi, Francesco Lanzo, lo stesso Di Consoli, Dino Mimmo, Vincenzo Corraro, Giovanni Di Iacovo e Mauro Fabi.

Maurizio Cotrona si è trasferito a Roma da cinque anni, ha continuato a pubblicare con siti e riviste di letteratura, suoi interventi possono essere letti su booksbrothers.it, sito nel quale prosegue idealmente l’avventura editoriale poco fa menzionata.

Dicevamo che sono passati cinque anni e quel ragazzo, Maurizio Cotrona, è cresciuto e con “Malafede”, pubblicato nel 2010 da lantana editore nella collana “le stelle”, è alla sua seconda prova narrativa.

Malafede“, per chi non lo conoscesse, è una zona urbanistica di Roma, XIII Municipio, nel quale sorge il comprensorio “Giardino di Roma”.

Il rapporto del protagonista con la realtà è paranoico, numerativo, ossessivo, senza sfociare tuttavia in nessun tipo di stranezza particolare, tanto è vero che si comporta in modo impeccabile sul posto di lavoro che occupa in attesa di conferma al Ministero. “Anche se non saprei distinguere un pino da un faggio, adoro gli alberi e mi piacerebbe ammirarli da vicino, ma l’accesso al folto del bosco è impedito”. Sono i sogni, frequenti, la valvola di sfogo del protagonista che non è un insoddisfatto pur imbrigliato in un’esistenza che potrebbe essere migliore.
In “Malafede” ci sono almeno due caratteristiche che saltano subito all’attenzione fin dall’inizio delal lettura e che portopongono questo romanzo nel registro attuale di molta produzione letteraria recente, in lingua italiana. Il primo è la “mediocrità”. Il racconto delle vite comuni, di gente che non sa apprezzare della realtà più di quanto non gli abbia fatto notare il modello in 3d della stessa, oppure ciò che della realtà ci viene raccontato in tv.

Perfino quando l’uomo vuole costruire un paradiso urbanistico a pochi chilometri da Roma lo fa ispirandosi ai principi vincenti delle serie televisive, gli stessi di una Milano 2 ‘de noantri’ e della sua iperfunzionalità. Il protagonista viene dal sud, e “Malafede” per lui è una sorta di punto d’arrivo, tanto che non vede l’ora di portarci suo padre in visita da Taranto.

Il secondo elemento che caratterizza appieno questo romanzo è presente nello stesso titolo, “Malafede”, il luogo dove tutto accade, che è protagonista. Si tratta di un luogo dove l’indefferenza è la cifra dei rapporti inumani che non si intrattengono nemmeno tra inquilini, come accade sempre più spesso. A nessuno importa nulla di nessuno eppure tutti sono pronti a lasciare nell’ascensore post-it dettagliatissimi sulle presupposte infrazioni di un regolamento non scritto, quello per cui nessuno deve nuocere a nessuno e tutti devono badare ai fatti propri senza sconfinare nella solitudine del vicino.

Dopo averci descritto Malafede dal punto di vista architettonico e progettuale, Cotrona ci spiega subito quali sono questi ‘codici’ di comportamento, quelli per cui puoi crepare di notte ​davanti al televisore e essere scoperto un mese dopo: “ma non si va a bussare alla porta dei vicini a Malafede. Questa è la prima delle cose che non si fanno, la seconda è stringere le mani, la terza è fermarsi ad accarezzare i bambini, la quarta chiamarsi per nome, la quinta chiedere favori personali”.

Un allegro inferno da centometriquadri cadauno, una sterilizzazione dei rapporti tesa al mantenimento della pace (o della specie?), un orizzonte utopico quasi evangelico mantenuto con mezzi diabolici di silenzio e incomunicabilità.

Alla descrizione di Malafede segue quella di Vittoria, la ragazza del protagonista, Giordano, e del lavoro di entrambi. Lei fa pratica gratuita a rimborso spese presso uno studio commerciale e lui lavora al Ministero come amministratore pubblico. Un quadro desolante perché nella narrazione cresce la distanza tra sogno e desiderio, tra volere una vita migliore e accontentarsi di ciò che si possiede; in poche parole il destino di buona parte di una generazione di trentenni e oltre che si fa in quattro per avere un po’ meno di ciò che serve per avere una vita di poco al di sopra della soglia di sussistenza. La solitudine, i sogni inespressi, sono elementi che potrebbero implodere fino all’esaurimento delle forse. È questo che si chiede il lettore per buona parte del romanzo, tendendo un arco sottile invisibile, quanto durerà la pace?

Giordano nonostante la nostalgia e l’attaccamento per il padre, che vorrebbe andare a trovare, è integrato nel suo lavoro e nella realtà di Malafede. Vittoria conduce una vita poco eufemisticamente di merda, perché se la sua esistenza deve essere narratologicamente assurta a condizione della contemporaneità giovanile è giusto che venga indicata con il nome giusto: otto mezzi pubblici per andare al lavoro, una casa da portare avanti, un destino simile a quello di tante ragazze neo-casalinghe costrette a lavorare il doppio per pagare lo scotto di avere rinunciato a una vita da bambocciona. L’equilibrio e l’amore tra i due sono apparentemente solidi, malgrado la fragile stabilità della psiche di lei.

L’ambiente di lavoro di Giordano è altrettanto asettico, percorso da invidie e piccole epiche sotterranee dalle quali la personalità dei caratteri si distingue con una caratteristica comune, riassumibile nel motto che gli altri, in fondo, non siamo noi e quindi degli altri nulla ci interessa. La dottoressa Pastore è la comandante in capodi questo gruppetto di precari solerti e intercambiabili, così identicamente ‘funzionali, che il collega/amico di Giordano è stato assunto lo stesso giorno per svolgere sua la stessa mansione nello stesso ufficio. Non ci sono increspature, in questo mondo, non ce ne devono essere perché qualora il contrasto e il conflitto entrassero sulla scena si rivelerebbe subito la profonda distanza tra chi comanda e chi deve obbedire nel ricatto di una possibile non-conferma a contratto indeterminato.

Purtroppo, e questa è una regola paradigmatica dei romanzi ai tempi della crisi, le cose in “Malafede” vanno come vanno nella realtà. Giordano vuole andare da suo padre, compie questo viaggio che per Vittoria è come uno sparo a bruciapelo, saltanto a piè pari il timore di lasciarla sola, incapace di tenere a bada le proprie crisi di panico. Questo passo egoistico segnerà la svolta del romanzo, in un precipizio incredibile e avvincente, fino al culmine – a dire il vero più di uno – inaspettato e coerentissimo.

“Malafede” è un romanzo maturo, nel quale Cotrona dimostra di essere capace di descrivere la nostra realtà con una poeticità inaspettata; un libro nel quale le considerazioni sull’attuale stato del nostro paese sono speculari agli effetti sul carattere e sulle vite dei personaggi, svuotate di senso proprio per colpa di una realtà che ci circonda senza darci per un solo attimo l’impressione che potremmo fidarci di essa. Un libro che vale la pena di rileggere.

MALAFEDE, Maurizio Cotrona, lantana editore, pagine 190, €15, 9788897012115

“Vangelo del cavolo” di Edoardo Monti


"Vangelo del cavolo" (I LIBRI DI EMIL)
di Edoardo Monti

Edoardo Monti, giovane nato nel 1977 a Rieti, è autore dell’esordio narrativo in racconti dal titolo "Vangelo del cavolo", una raccolta pubblicata per "I LIBRI DI EMIL" di Odoya Srl nel settembre del 2010.

"Se esiste perfino un Vangelo di Giuda, perché non può esistere un Vangelo del cavolo?", è questa la provocazione contenuta sul retro di copertina del volume. Fughiamo subito ogni dubbio sul titolo, che va inteso in modo scanzonato e senza intenti di blasfemia, lo dico perché altrimenti un lettore disattento, potrebbe essere distolto da un titolo simile, anziché esserne attratto. Nella raccolta più di un racconto presenta situazioni paradossali che, unite insieme, rappresentano la vita vissuta dal punto di vista dell’autore. Una vita rappresentata con una cifra insieme ironica e paradossale, mai banale; soprattutto in modo diretto, semplice. Il minimalismo non è ricerca della riduzione, una buona caratteristica dello stile di questi racconti è proprio nello stile che predilige i dialoghi così come potrebbero essere ascoltati in qualunque conversazione nella vita di ogni giorno.

Nel racconto "Da dentro i muri" ad esempio il parossismo religioso insito alla raccolta viene riportato mettendo il lettore in condizione di ricostruire la realtà attraverso i dialoghi, lasciando all’autore il compito di dare un indizio alla volta. Ne "La tragedia" la prospettiva cambia di nuovo, il dio in questione adesso è Allah, il racconto è sempre condotto sullo stesso piano dello svelamento in progressione, il risultato è uno dei migliori. In "Bravo bambino (un padre)" tocca ai sacerdoti accogliere la critica autoriale. Secondo me una cifra di possibile sviluppo per questo tipo di scrittura potrebbe essere la sua contaminazione con una realtà nella quale l’orrore entra di soppiatto, nelle cose semplici. Credo che l’autore sarebbe abile a far rientrare nei ranghi dell’abitudine anche le cose più assurde. Lo abbiamo detto, la religione è un pretesto per un discorso illuministico nel quale senza dileggio ne vengono evidenziati alcuni limiti.

Per finire, nel racconto posto al termine della raccolta, "Il dio normalità", è l’autore in carne e ossa che smitizza se stesso e dopo essersi preso gioco di quasi tutti gli aspetti della religiosità (sia come culto del divino sia come re-ligo, ‘attaccamento alle cose’), scende tra la gente, tra i lettori, tra gli agenti letterari, perorando la sua causa di autore pronto per qualsiasi tipo di successo prossimo venturo. Una trovata degna di ogni esordiente che si rispetti, strafottente e allo stesso tempo consapevole dei propri mezzi. Un bel risultato.

​Edoardo Monti, autore di "Poema crudele" (Sovera, 2004), qui alla sua prima prova narrativa, dimostra di avere il giusto grado di capacità osservativa della realtà, abbastanza per descrivere ciò che potrebbe accadere in una sorta di dimensione parallela nella quale il paradosso è la norma. L’autore ha scelto la via della semplicità e della contenutezza ma è riuscito a creare personaggi che restano nella mente del lettore, anche con una battuta. In sintesi, un buon esordio.

Al termine della lettura viene voglia di rileggerlo, questo "Vangelo del cavolo", ma è troppo presto, le trovate e le invenzioni che sono presentate devono avere il tempo di decantare, magari la prossima occasione sarà il secondo libro di narrativa di Edoardo Monti.

Edoardo Monti, Vangelo del cavolo, I LIBRI DI EMIL, Bologna, 2010
ISBN 9788896026397
http://www.ilibridiemil.it​

Sabrina Minetti – L’isola dei voli arcobaleno


Sabrina Minetti
L’isola dei voli arcobaleno

Se non fosse per il debito pubblico, la classe politica e le speculazioni dall’estero l’Italia sarebbe il paese più bello del mondo. Se non fosse per il tasso di disoccupazione così elevato, la pressione fiscale, il dissesto dell’istruzione e le mafie l’Italia continuerebbe a essere il paese più bello del mondo. La cosa che più interessa, tuttavia, è che nonostante lo stato delle cose disgraziato in cui versa il nostro paese i suoi abitanti riescono a produrre e prodursi in cultura, senza interruzione di qualità e produzione. Ho fatto questa premessa perché l’editore del libro di cui sto scrivendo “L’isola dei voli arcobaleno” (Autodafé Edizioni), scritto da Sabrina Minetti, crede molto nel dibattito di idee che può scaturire da un libro. Le premesse, nel romanzo, ci sono tutte. Tanto per cominciare la presentazione di un microcosmo, l’isola, dove vengono replicati gli stessi meccanismi del macrocosmo Italia. I riferimenti testuali e visivi sono tanti, ma quello che più viene in mente è il bellissimo "Ferie d’agosto" di Paolo Virzì, per il modo in cui l’autrice riesce a porre di due modi di intendere l’ambiente e il suo sfruttamento (‘offensivo’ e ‘difensivo’) da parte dell’uomo.

L’isola in questione è stata scelta come luogo per una importante manifestazione sportiva di vela. La popolazione è divisa in due, da una parte quelli che vogliono accelerare i lavori con annesse colate di cemento per essere pronti ad accogliere i turisti, dall’altra chi è più preoccupato di salvaguardare le caratteristiche dell’ambiente, della fauna e di chi vive l’ecosistema dell’isola. I ‘voli arcobaleno’ cui fa riferimento il titolo sono infatti una rara specie di uccelli migratori che può essere ammirata nell’isola.

È errato pensare che il verde e l’ambiente siano entrati a far parte del nostro dibattito culturale quando il ‘green’ in questione è stato associato all’economia. L’Italia ha una storia ‘ecologista’ che affonda le sue radici nei decenni scorsi, prima ancora di entrare nelle sale di Borsa.

Sabrina Minetti crea un quadro del nostro paese, incastonato nelle vicende dell’isola, tratteggiando i personaggi in modo intelligente e vivido, mi è piaciuto molto, ad esempio, come ‘tratta’ il Sindaco del paese, tutto preso dalla foga di fare belle figura davanti ai turisti: “Il sindaco Gentile affettava un’espressione sconsolata e piena di disappunto insieme. Era vestito alla moda: attillati pantaloni e camicia grigio scuro, scarpe eleganti, capelli brizzolati rasati, barba a pizzo, ben curata. Con gli occhiali da sole appoggiati sulla fronte correva da una parte all’altra, insistendo nell’esprimere il proprio imbarazzo per non aver potuto risparmiare quell’impiccio agli illustri ospiti dell’isola”.

Qualche giorno fa, in coda a un telegiornale, ho visto un servizio dedicato al turismo sull’isola di Lampedusa. Il messaggio era che Lampedusa non è soltanto ‘sbarchi’. Chi scrive abita in Salento, è sa cosa vuol dire, per un certo periodo dell’anno, essere turista in casa propria; ma sa anche cosa vuol dire cercare un equilibro – in questo aiutano i libri e la cultura – per dare un’immagine del proprio habitat che non sia semplicemente quella di un luogo deputato alla baldoria 24h. Qualche anno fa chi pensava al Salento pensava agli sbarchi. Ecco, sembra che il nostro paese abbia soltanto oggi scoperto che bisogna convivere con questi fenomeni, semplicemente perché i cosiddetti ‘sbarchi’ fanno parte della nostra cultura, fanno parte del nostro essere un paese mediterraneo, di conseguenza ponte ideale per fare comunicare i popoli. La stessa Giravento, isola del romanzo, è stata luogo di passaggio, nel ‘500, dei tunisini. Leggendo questo romanzo mi sono chiesto più volte se non fosse opportuno, certe volte, andare a vivere su un’isola. Mi sono risposto che sì, su un’isola ci andrei, se non solo non corressi il rischio, una volta arrivatoci, di trovarci una troupe televisiva.

La storia si snoda in modo scorrevole per ‘quadri’ differenti, ognuno a sua volta con le sue storie e personaggi nei singoli capitoli. Finché non arriva il giorno, fatidico, dell’inizio della Regata, l’evento tanto atteso in cui il vento dovrà gonfiare le vele e, finalmente, le tasche di alcuni profittatori. Ma succede qualcosa di strano, qualcosa che non accadeva da secoli, proprio al vento. E sarebbe un peccato svelarlo togliendo il gusto della lettura di "L’isola dei voli arcobaleno".

“L’isola dei voli arcobaleno” è una storia urgente, perché è giusto che quando rileggeremo libri del genere, fra dieci, trenta anni, avremo la consapevolezza che in Italia, attorno alla prima decade degli anni duemila, la questione dell’ambiente ha lasciato tracce nella nostra produzione letteraria e nel dibattito culturale. Questo romanzo è uno degli esordi più interessanti che ho letto negli ultimi mesi, un libro che fa sperare bene sulla ‘nascita’ di una nuova autrice di nome Sabrina Minetti.

Sabrina Minetti, L’isola dei voli arcobaleno
http://www.ibs.it/code/9788897044055/minetti-sabrina/isola-dei-voli-arcobaleno.html