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“Ketty 1” – Un racconto inedito di Serena Corrao. “Lo sbaglio” di Flavia Piccinni e altri utili suggerimenti


“KETTY 1”
di Serena Corrao

Se qualcuno crede che i pomeriggi di città offrano solo grigie camminate tra le auto fumiganti, percorsi di guerra tra i passeggini intralcianti, l’insulso andare su e giù per i negozi col foglietto della spesa, non si è mai imbattuto in Ketty La Farfalla.
Ketty, monella, furia erotica per le strade della città, fa vacillare le certezze quotidiane che si tornerà a casa con la noia di sempre, stanchi dei supermercati affollati e dei semafori rossi. Lei, invece, nel far west del suo eros, trama agguati ai passanti ignari; li coglie al lazo soffocante delle sue oscene prodezze, cavallerizza indomabile e 17 anni di impenitente impudenza.
Esce sempre con un gonnellino leggero, ampio e cortissimo, nero a fiori rossi, che si adagia su quella linea dei glutei che spezza subito l’ovvio dei costumi quotidiani, dell’ethos civico, delle certezze assodate che nessuno mai mostrerebbe il sedere nudo su un autobus, fingendo che la gonna s’impigli mentre si china, con aria pietosa e innocente, a prender la moneta caduta alla vecchietta.
E invece lei lo fa.
Indomita, percorre le strade della città, violentando una sensibilità urbana regolata sul pane quotidiano del buon costume e della monotonia.
Dovete vederla; dovete seguirla, quando cerca i luoghi dove mettere a segno i suoi colpi. Quando esce dai bar poggiando la tazzina del caffè sul bancone e svoltando, sotto gli occhi di tutti, con tale ardore che il gonnellino si attorciglia per un istante intorno ai fianchi, lasciando vedere la linea orizzontale dei glutei. E gli avventori avvampano, lamentando che il caffè è tiepido.
Bisogna alzare il passo per non perderla, quando rincorre il suo piacere, di quel tipo che l’accende perché è fugace, è impertinente, è estraneo, dura un attimo, senza intimità: eros metropolitano in corsa.
Tocca prendere il tram e poi l’autobus e poi il metro, mentre percorre la città spruzzando come una gatta i suoi odori, pronta all’attacco, bambina cattiva e cattiva cittadina, sempre nuda sotto il gonnellino.
Qualcuno vorrà lasciarla perdere, stanco di quella lezione di filosofia, di sfida al buon senso civico, alla morale cittadina del cappotto grigio, lungo, delle camicette abbottonate fino al collo.
Ma forse la incrocerà di nuovo, quell’impertinente, maratoneta odorante di sesso che, infaticabile, fa suo ogni angolo di città.
Magari domani, magari su un bus; eccola lì, lì sul bus, Ketty, la Farfalla, gli occhi persi tra i palazzi, assorti in quelle geometrie metropolitane, il naso all’insù colpito dai mille odori della gente che si affolla nel mezzo. Ma che succede?
Un vecchio sale alla fermata 38. Il corpo robusto e pesante, la giacca scura e demodé, il ventre straripante sul bottone del pantalone grigio-verde. Le mani col peso della senilità e in esse un ombrello ben chiuso e affusolato. Il volto avido di gioventù, di tette, di culi, di belle ragazze. E Ketty lo sa. Legge nell’animo, legge negli occhi, vigile come una bestiola che odora il tuo desiderio. Non sfuggi.
Il vecchio prende posto dietro di lei e nel giro di due fermate l’autobus si ritrova quasi vuoto.
Ketty La Farfalla, libera, impudente, sentendosi gli occhi addosso, sulla spina dorsale, sulle natiche pressate, si sfila il gonnellino da sotto al sedere e lo lascia pendere dal seggiolino. Il vuoto tra lo schienale e il sedile fa come da cornice ai suoi bei glutei velati dalla stoffa che traballa agli orli per il movimento del bus. Ha preso il volo, Ketty La Farfalla, Ketty-impertinente, lolita metropolitana e pubblica.
Il vecchio regge l’ombrello-fuso tra le mani e prende a usarne la punta per sfiorare il gonnellino che gli penzola davanti agli occhi. Lo sposta di qua e di là, lo fa dondolare fino a ché, preso dal gioco, dà un impulso più forte all’asta e sfiora le natiche di Ketty.
Ketty regge lo sguardo fisso in avanti. Deve giocare e lottare, fingendo quella preziosa indifferenza che permette di non irrompere nella distrazione degli altri attirando gli sguardi. Ma in cuor suo si delizia e gode di quel tiro andato a segno. Gode di un gioco rischioso e senza regole, che a volte può morire se il caos del mezzo fa mancare la palla lanciata, se confonde l’indizio, che rotola via tra il frastuono degli utenti, le borse della spesa, le donne gravide che ti chiedono il posto, l’improvviso salire del controllore.
Altra fermata, altri passanti scendono, calori che si allontanano, aliti che si disperdono, lasciando nella rumorosa vettura il respiro di una più grande libertà.
Ketty si guarda intorno: due uomini assorti sui loro giornali, una donna in piedi che parla al conducente, un’altra traballante sui tacchi e in procinto di lasciare la vettura. Bene. Sente la superficie liscia del sedile pressare sulle cosce e le natiche nude. Sente la vulva palpitare, reclamare libertà. Con la noncuranza di una bambina che siede con le gambe aperte non per malizia, ma perché ancora ignara della buona educazione, si porta le mani sui fianchi e raccoglie il gonnellino tra le dita, alzandolo come un sipario. Poi inarca la schiena e sporge il sedere indietro, il più possibile fuori dal sedile, per quanto glielo consenta il vuoto nello schienale, finché parte della vulva sente l’aria che circola penetrando dai finestrini.
Puttanella, farfalla, birichina. Cortigiana tra il rombo dei motori e lo smog di città. Cosa fai?
Il vecchio impugna l’asta di legno lussuriosa e prende a sfiorare la carne di Ketty in mezzo alla linea dei glutei. La punta dell’ombrello le tamburella la vulva, le tenta il sedere. Il fuso si bagna, l’autobus si arresta. Ketty ha sfidato la presenza dell’ultimo grappolo di gente e ha vinto. Si precipitano tutti giù, abbandonando la vettura sgomenti; i due uomini sudati e coi cazzi all’insù.
Nella solitudine del bus vacuo e oscillante, gorgogliante sull’asfalto sconnesso, Ketty e il vecchio godono di ogni buca della strada che fa sussultare il mezzo e scuotere il sedere impertinente, ora infilzato, ora sfuggito. Ketty vola libera, in un gioco spudorato, farfalla che cerca i suoi fiori avventizi in una prossimità fatua, senza conoscenza, senza intimità.
Sono questi i suoi giochi di bambina, di peccatrice irredenta che ruba piaceri in corsa sugli autobus di città.
Cosa fai? Puttanella, pubblica, pubblicana. Innocente e oscena. Che provochi, fai avvampare, inorridire. Che fai smarrire i passanti, colpiti in un agguato di città, dolce e osceno, scuotendoli dai grigiori quotidiani con un breve sogno di impudicizia vergognosa, pericolosa e fresca.

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Serena Corrao, assegnista in Filosofia Morale presso l’Università del Salento è l’autrice di questo racconto inedito, tratto dalla sua prima raccolta. È il secondo racconto che pubblichiamo dopo le ‘vacanze’ estive, il primo, di Luigi Salerno, potete trovarlo qui, https://lucianopagano.wordpress.com/2011/09/09/sera-del-giorno-decimo-un-racconto-di-luigi-salerno/ (Sera del giorno decimo). Questi sono i link delle pagine per chi vuole inviare materiale in lettura (https://lucianopagano.wordpress.com/contatti/, https://lucianopagano.wordpress.com/about-2/).

Gli ultimi libri di cui potete leggere recensioni sono: “L’interdetto” di Luca Canali, “Bambina e la fatina computerina” di Virginia Defendi, “Malafede” di Maurizio Cotrona, “Vangelo del cavolo” di Edoardo Monti e “L’isola dei voli arcobaleno” di Sabrina Minetti.

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“Lo sbaglio” (Rizzoli), il secondo romanzo di Flavia Piccinni.

Nel Best Off 2006, edito da Minimim Fax, la giovane scrittrice Flavia Piccinni esordiva con un suo racconto uscito su Musicaos.it. In seguito pubblicò il suo bell’esordio, il romanzo “Adesso tienimi” (Fazi Editore), del quale ho scritto qui. Il secondo romanzo di Flavia Piccinni è da pochi giorni in libreria, si intitola “Lo sbaglio” ed è edito da Rizzoli. Vi consigliamo di leggere questo romanzo, qui di seguito la descrizione della vicenda attorno alla quale ruota la storia.

“Caterina gioca a scacchi e studia farmacia. È una studentessa mediocre ma come giocatrice sa sempre condurre i propri avversari dove vuole, fino a sbagliare la mossa decisiva. Davanti alle sessantaquattro caselle Caterina ha imparato a perdere ogni insicurezza, a rimandare le decisioni sgradevoli e ad accettare le partite della vita in cui per gli altri, i familiari il fidanzato Riccardo, lei è solo una pedina. Sa bene, Caterina, che una logica spietata impedisce alle cose di cambiare, e che il suo destino è già scritto: nonostante ora sia a un passo dalle Olimpiadi, sua madre ha deciso che dovrà essere una farmacista, nella migliore tradizione di famiglia. Quando però una variabile imprevista irrompe nel suo mondo, tutto sembra andare in frantumi e a nulla servono gli sforzi di nonna Ines, che è arrivata da Taranto illudendosi di poter incollare cocci. Così, sullo sfondo di una Lucca assonnata e infelice, impietoso specchio della provincia italiana di oggi, Caterina capirà che forse una via d’uscita c’è ma che, proprio come il suo idolo Paul Morphy, l’ultimo scacchista romantico, dovrà osare e rischiare tutto contro ogni logica, senza farsi dominare dalla paura. Perché a volte la vita stessa è una crudele partita a scacchi in cui anche la mossa apparentemente più insignificante può rivelarsi fatale.”

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http://twitter.com/lucianopagano

24 Settembre 2011 – Gilles Del Pappas e “Il bacio del gronco” (Edizioni Controluce) al Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera


FESTIVAL DELLA LETTERATURA MEDITERRANEA DI LUCERA
23 – 25 settembre 2011 Lucera (FG)

«Il bacio del gronco» di Gilles Del Pappas (Edizioni Controluce)

24 settembre 2011 ore 10.00 presso l’ITC Vittorio Emanuele III

Introduce Luca Sulis

Il Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera è uno degli eventi culturali più importanti del panorama europeo del nostro tempo. Il Festival di Lucera si erge come un faro della più alta qualità dello spirito umano. Il suo obiettivo è da sempre stato quello di riunire una nutrita schiera di scrittori di diverse culture, non solo del bacino del Mediterraneo, ma anche provenienti dai più disparati angoli del mondo, per realizzare un luogo armonico dove differenti culture e lingue si mescolano e entrano in dialogo.

Non è un caso che in occasione di questo Festival le Edizioni Controluce (che dalla loro fondazione hanno scelto di dare grande visibilità alla migliore produzione che una cultura senza frontiere può offrire al pubblico italiano e non solo dall’Australia alla Cina, dall’America Latina al vicino est europeo) portino il 24 settembre 2011 presso l’ITC Vittorio Emanuele III di Lucera alle ore 10,00, una delle voci più autorevoli a livello mondiale del noir. Parliamo di Gilles del Pappas, marsigliese, erede di una grande tradizione letteraria e umana proveniente dalla malfamata Marsiglia

Edizioni Controluce ha pubblicato per la prima volta in Italia il romanzo da cui prendono inizio le avventure di Costantin il greco, nel solco della sua produzione editoriale alla quale sono affidati alcuni dei migliori autori europei e internazionali.

«Il bacio del gronco» è il romanzo che inaugura le avventure di Costantin il greco, una delle più fortunate serie del polar mediterraneo. Pare che a Marsiglia, per fare una buona zuppa, basti pescare una donzella guizzante, aggiungere un vecchio pescatore còrso con il suo battello, il sole e qualche bel calanco. A metà cottura, si butta nel brodo uno sbirro psicopatico, un losco Noir Marron della Guyana, un’introvabile miniera d’oro e due o tre cruenti omicidi! “E io, Costantin il greco, ero ben lontano dall’immaginare il colossale pasticcio che tutto questo stava per produrre!”

Gilles Del Pappas è nato a Marsiglia nel 1949 da padre greco e madre italiana. Regista e fotografo, è autore di dodici romanzi e ha vinto il Grand Prix Littéraire de Provence 2002.

http://www.edizionicontroluce.it

24 Settembre 2011 ::: festa dei lettori 2011 LECCE ::: LIBRI COME VOLIERE :::


L’associazione culturale e presidio del libro di Lecce

Germinazioni

in occasione della

VII edizione della Festa dei lettori “Italia-Europa, andata e racconto”

iniziativa promossa dalla Regione Puglia, Assessorato al Mediterraneo,

in collaborazione con l’Associazione Nazionale Presidì del Libro,

con il patrocinio del Comune di Lecce, IV circoscrizione Rudiae – Ferrovia,

e con il sostegno della Provincia di Lecce, Assessorato alla Cultura

presenta

Libri come voliere

jam session di lettori per liberare con le voci le parole chiuse nei libri

[ spazio aperto ai musicisti con incursioni
libere ed estemporanee ]

Apriamo le voliere.

Il libro è la gabbia delle parole.

Siete tutti invitati a un’improvvisazione irripetibile attraverso la lettura collettiva e simultanea delle pagine del libro che ognuno sta leggendo, di qualunque lingua sia, per dare vita ad una biblioteca sonora. Portate con voi il desiderio di entrare nella voliera e collaborare alla costruzione di una dimensione sonora di cui nessuno sa l’esito ma ne conosce il motivo: giocare con il libro per vivere una inedita esperienza ed esplorarne creativamente i confini che non ha. La voliera è aperta a tutti i musicisti che vogliano accordare i loro strumenti alle voci dei lettori, in acustica.

p.s. è ammessa ogni genere di lettura: dal ricettario al manuale di matematica, dalla gazzetta dello sport ai libri illustrati, dai fumetti alla costituzione, …

Leggere come atto, aldilà del contenuto. Leggere atto astratto, assoluto, unico. Leggere atto estetico. Leggere per creare suono, esperienza estemporanea, interferenza sonora, happening sonoro. Leggere atto politico.

sabato 24 settembre 2011

dalle ore 19.00 alle 20.30

Chiesetta Balsamo, via Pozzuolo

Lecce

per informazioni sui presidi

germinazioni.blogspot.comwww.presidi.org

()()()
Germinazioni
Associazione Culturale
Presidio del Libro
associata a Libera – associazioni, nomi e numeri contro le mafie

Lecce
email: germinazioni
blog: http://germinazioni.blogspot.com

30 Settembre 2011 – Astragali Teatro: La scuola degli attori al Paisiello


astragali TEATRO paisiello

ASTRAGALI TEATRO
La scuola degli attori

diretta da Fabio Tolledi

TEATRO PAISIELLO – Lecce
ogni lunedì e giovedì
da ottobre 2011 a maggio 2012
dalle ore 14,00 alle ore 16,00

30 settembre 2011
PRESENTAZIONE DELLA SCUOLA
Teatro Paisiello – Lecce
ore 19,00

info: 0832-306194
320-9168440
teatro
www.astragali.org

OMAGGIO A ROBERTO SANESI: mostra, readings e conferenze _ inaugurazione giovedì 22 settembre ore 18 _ GALLERIA CIVICA DI MONZA


POESIAPRESENTE

I colori delle parole.
Omaggio a ROBERTO SANESI
a cura di Alberto Crespi

Evento realizzato da UPM – Università popolare di Monza
Letture a cura di PoesiaPresente
Ingresso LIBERO

Galleria Civica di Monza via Camperio, 1 MONZA (centro)
Inaugurazione giovedì 22 settembre ore 18.00 con concerto jazz improvvisazione di Federico Sanesi

L’UPM – Università popolare di Monza -in accordo con gli eredi- promuove e organizza, con la cura di Alberto Crespi, una mostra, un ciclo di letture e conferenze dedicate al poeta Roberto Sanesi (1930-2001) in occasione del decennale dalla sua scomparsa. Sanesi è stato non solo uno dei poeti italiani più significativi della seconda metà del Novecento ma anche uno dei massimi anglisti italiani e traduttore ufficiale di grandi poeti inglesi del Novecento; inoltre è stato docente di letteratura e di storia dell’arte, critico letterario e d’arte.

La mostra allinea un’accurata scelta di una cinquantina di opere di poesia visiva in forma di pagine scritte e dipinte, a partire dagli anni ’60 fino al 2000, provenienti dalla collezione degli eredi e da raccolte private. A questi fogli si affiancano documenti, volumi a firma dell’autore e libri d’artista, cataloghi, manoscritti inediti, lettere e fotografie originali. Un dépliant illustrato con scheda biobibliografica accompagnerà la mostra.
L’inaugurazione della mostra avverrà giovedì 22 settembre ore 18 presso la Galleria Civica di Monza in via Camperio 1 (la mostra prosegue fino al 20 ottobre) con un breve concerto di jazz improvvisazione di Federico Sanesi e letture di poesie di Roberto Sanesi a cura di Dome Bulfaro per PoesiaPresente e interpretate dai giovani poeti Marco Bin, Simone Camassa, Vera Tisot.

Il progetto si configura in una mostra di opere di poesia visiva durante la quale saranno realizzate letture delle opere poetiche di Sanesi e conferenze dello storico dell’Arte Giorgio Zanchetti e dal filosofo Carlo Sini, che si terranno rispettivamente nelle date di mercoledì 12 e mercoledì 19 ottobre alle ore 15,30 presso l’aula magna del Liceo B. Zucchi di Monza.

Mostra
Periodo e orari della mostra: 22 settembre- 20 ottobre 2011
Da martedì a venerdi ore 16-19; sabato e domenica: 10-13 e 16-19.

Conferenze
Aula Magna del Liceo B. Zucchi, Piazza Trento e Trieste, 6 Monza

– mercoledì 12 ottobre – ore 15.30
professor Giorgio Zanchetti, Università Statale di Milano, e reading a cura di PoesiaPresente

– mercoledì 19 ottobre – ore 15.30
professor Carlo Sini, Università Statale di Milano e reading a cura di PoesiaPresente.

“L’interdetto” (Hacca, 2009) di Luca Canali. Una recensione


Chi è l’interdetto?
di Luciano Pagano

Luca Canali (nato nel 1925) è conosciuto per essere uno dei latinisti più importanti del nostro paese, alcune delle sue ‘versioni’ sono testi tradizionali, penso ad esempio al suo "De rerum natura" (edito da Rizzoli nella Bur). Uomo di profonda conoscenza Canali è un ottimo narratore e ha pubblicato diversi romanzi, il primo dei quali, "Autobiografia di un baro" (Bompiani) è del 1981.

"L’interdetto", pubblicato da Hacca, è del 2009.

Chi è l’interdetto?

Il romanzo incomincia come un poliziesco tranquillo, uso questo aggettivo perché ci accorgiamo fin da subito che le grane con cui ha a che fare il commissario Paolo Strina, vicino al pensionamento, sono problemi di quartiere, atti vandalici, macchine cui sono state tagliate le gomme, finestre infrante con una fionda. Episodi in apparenza scollegati che hanno in comune, tuttavia, il fatto di accadere quasi contemporaneamente. In passato Strina non si sarebbe soffermato su questo tipo di episodi, adesso qualcosa è cambiato; sarà forse per via della sua condizione di immimente abbandono che lo spinge a voler restare attaccato alla professione.
Strina è legato sentimentalmente a Gemma, psichiatra di lungo corso prossima alla promozione e al trasferimento da Roma a Milano, dove ha buone chance per diventare direttrice di un ospedale, il più importante della "capitale morale d’Italia", come viene ironizzato nel testo.

Qui entra in gioco Stefano Nullian, che interdetto non è anche se la sua famiglia lo vorrebbe tale. Si tratta di un personaggio che costruito sui contorni nebulosi dello stesso autore; Nullian è un vecchio professore in pensione che nutre un sentimento di amore e stima profondi verso il mondo animale, e che traduce questo sentimento dando da mangiare ai cani e gatti randagi della zona. Per fare ciò spende non poca parte del suo cospicuo patrimonio, ecco perché i suoi figlio lo vogliono interdire e soprattutto ecco perché Nullian, che occupa un posto di riguardo nei ricordi di Strina essendo stato suo professore in passato, si trova a incontrare, sul suo percorso Gemma. Gemma è una donna che ama se stessa abbastanza per decidere di andare a Milano inseguendo il coronamento della sua carriera, a scapito dell’amore per Strina; ma Gemma è anche una donna ambigua che senza cattiveria e con tutta l’innocenza della libertà si concede, presa da un’attrazione repentina, al maturo Nullian.

Il romanzo scorre rapidamente, la prosa di Canali è quella di un maestro che sa come insinuare il lettore, a poco a poco, nelle rapide evoluzioni della vicenda. Il protagonista, Stefano Nullian, così come è tratteggiato da Luca Canali, è un uomo capace di pensieri radicali in un’epoca che avendo confuso l’essere radicale con l’appartenere a un radicalismo preferisce abbandonare se stessa alla sommarietà. Ci penserà il professore a tirare le fila di tutte le piccole meschinità del quartiere con una serie di azioni illegali dettate tutte da una elevatissima moralità. Diverte, sul finale, la flessione autobiografica del romanzo che diviene racconto della realtà, così da farci scorgere l’umanità dell’autore, appena nascosta da quella del suo personaggio.

"L’interdetto" è un testo appassionante di cui suggerisco la lettura a chiunque si sia mai chiesto che fine abbiano fatto, oggi, narratori della stoffa di Calvino, o Moravia; se ancora ce ne sono Canali è uno di loro.

"L’interdetto" (Hacca) – Luca Canali, 2009, p. 206, €14, 9788889920312http://www.hacca.it/hacca/prodotti/prodstampa.php?idProdotto=64

“Arrivederci a Taranto” – Disponibile in download a streaming


“Questo film rimane attualmente il più completo documento sulla storia della zona industriale della provincia di Taranto.”

Alla sua uscita, nel 2008, ebbi modo di realizzare un’intervista a Roberto Paolini, realizzatore insieme a Paola Podenzani del lungometraggio/documentario intitolato “Arrivederci a Taranto”. Chi non ha letto l’intervista può farlo in coda a questo post.

La comunicazione è un’altra; Roberto Paolini, come scrive in un messaggio appena recapitatomi, annuncia che il documentario è finalmente disponibile a chiunque, in download e in streaming. Dopo avere “tentato più volte di renderlo disponibile tramite distribuzione più o meno commerciale, redazioni e agenzie giornalistiche. Purtroppo, nonostante ci fossero spesso le premesse per un lieto fine, il documentario è rimasto sempre inacessibile a chiunque. Il film ha comunque vissuto esperienze felici: i Festival gli hanno dato degna visibilità e riconoscimenti; è stato utilizzato dai laureandi come documento per le loro tesi; è stato “pubblicizzato” da Beppe Grillo sul proprio blog e infine i numerosi articoli su giornali e riviste gli hanno reso un poco di popolarità.”

Questa notizia è per me una buona notizia perché finalmente un documento così eccezionale può ricevere ciò che merita, ovvero sia la possibilità di essere visto da tutti coloro che sono interessati alle tematiche inerenti all’opera. Questa notizia, però, è anche indicativa del fatto che nel nostro paese, come sempre, siamo pronti a calarci le braghe davanti a operazioni culturali che provengano da qualsiasi luogo eccetto i nostri luoghi. Mi spiego meglio, secondo me un prodotto del genere merita almeno un passaggio su Report (o affini), data la natura del servizio pubblico espletato dalla Rai. Cosa ne pensate? Potete commentare se volete.

Il 2011 è stato anche l’anno della pubblicazione di “Invisibili” (Kurumuny) di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, un libro/inchiesta che ha come argomento l’ILVA. Questo lungometraggio da una parte e quel libro dall’altra, costituiscono due documenti che suggerisco a chi vuole avere un’idea di quale sia il punto della situazione in proposito a una questione dinamica.

SCHEDA FILM:

Titolo: Arrivederci a Taranto
Titolo in inglese: Goodbye to Taranto
Lingua: italiano
Tipologia: lungometraggio documentaristico
Anno di produzione: 2008
Durata: 86 minuti circa
Sinossi: Il film indaga tutte le problematiche provocate dall’area industriale di Taranto soffermandosi in particolare sull’Ilva (ex Italsider), dalla nascita fino ai giorni nostri. Affronta tematiche quali il mobbing sul lavoro, le morti bianche, l’inquinamento ambientale e la situazione sanitaria a Taranto.
Produzione: Roberto Paolini
Interviste: Paola Podenzani
Trailer:

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Ritornare a Taranto. (Intervista di )

Ogni territorio possiede i suoi momenti storici, veri e propri “luoghi della memoria” per dirla con le parole del filosofo della scienza Paolo Rossi; ci sono zone dell’esistente che riescono a permanere lasciando un segno che non può essere cancellato. Letta in quest’ottica, prosegue lo studioso “l’arte della memoria consiste nel collocare le immagini nei luoghi”. Secondo questa interpretazione l’immagine non è più un elemento superficiale, adesivo dell’ente, ma qualcosa che ne ricolloca la memoria nel tempo. C’è un’immagine che secondo me è rimasta negli occhi di molti pugliesi e che in un certo senso ha sancito l’inizio di un modo differente di concepire la partecipazione dei cittadini a questo processo di “fare la memoria” attraverso la visione, partendo da quest’ultima per riappropriarsi della realtà, “fotogramma per fotogramma”. È una calda domenica di primavera, il giorno è il 2 aprile del 2006, sono le ore 10.30, 350 chilogrammi di tritolo fanno implodere i pilastri di uno dei ‘componenti’ di Punta Perotti, l’ecomostro che dal 1995 si staglia minaccioso all’ingresso del capoluogo pugliese. In pochi secondi avviene ciò che nessuno sperava, il profilo, visibile da undici anni cambia improvvisamente, e con esso cambia una concezione del territorio, è come se eliminare quell’immagine mostruosa fosse sufficiente a farci credere, finalmente, che l’abusivismo e il vilipendio del territorio non sono processi irreversibili. Ricordiamo quei fotogrammi tenendo a mente che ogni sforzo fatto per descrivere e cambiare una situazione simile va accolto come salutare. Questa è l’immagine che mi è venuta in mente prima di accingermi a scrivere del documentario “Arrivederci a Taranto” girato da Roberto Paolini (art director e film maker nato nel 1978, www.rupfabrica.com) e Paola Podenzani (con alle spalle un’esperienza nel settore dell’editoria), che verrà presentato in anteprima il 16 aprile per la IX edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce. La proiezione si terrà presso il Cityplex Santa Lucia alle ore 21.30.

Bari, Taranto, Brindisi, Foggia, Lecce: esiste una forte convinzione negli ultimi tempi, per cui non si può più ragionare la Puglia come composta di pezzi diversi, in cui le provincie sono incollate senza interazione. Dall’ILVA alla Centrale di Cerano il passo è breve per accorgersi che Taranto-Brindisi-Lecce è una regione nella regione. Taranto è una città che ha molto da dire, la città della Puglia che ha visto più da vicino e ha vissuto più di tutte sulla sua pelle il conflitto interiore che vede da una parte i vantaggi economici in termini di occupazione derivanti dalla presenza di un’area industriale “storica” e d’altra parte tutti i rischi che i cittadini si sono dovuti assumere sulla propria pelle e che oggi presentano una contropartita oramai insostenibile. Una situazione i cui nodi sono venuti al pettine, complice anche una situazione politica che negli scorsi anni ha veduto il tracollo del bilancio economico della città tarantina. “Arrivederci a Taranto”, a scanso di ogni equivoco, non è un film sull’ILVA: anche di essa si parla, ma attraverso le parole delle persone, basta citare una testimonianza per tutte a proposito delle morti bianche (più di 150 nei primi 10 anni di apertura, facendo i conti più di un operaio al mese), definite un “Ecatombe”. Nei cento minuti di questo documentario, che alterna immagini di forte poesia a interviste di cittadini e diretti interessati, si parte dal racconto degli anni del boom fino ad affrontare il tema spinoso dell’inquinamento da polveri sottili e della diossina, si pensi che il 90% dell’emissione della sostanza tossica di tutti gli impianti industriali in TUTTA l’Italia viene prodotta proprio a Taranto. L’idea del documentario, dice Paola Podenzani, “nasce nell’agosto del 2007, mentre Roberto ed io ci troviamo per caso a viaggiare su un pullman che ci porta da Potenza a Taranto, per poi proseguire alla volta del Salento. Quel passaggio attraverso la zona industriale che accerchia la città fino alla stazione diventerà la tappa decisiva di un viaggio e di un percorso lavorativo. Lo spettacolo fuori dai finestrini è maestoso, dantesco, decadente, i colori innaturali, abbacinanti non possono non toccare ​l’immaginazione visiva di Roberto, che inizia subito a scattare fotografie”. Si parte da una suggestione visiva – che resta evidente anche nel risultato del lavoro finale – per affrontare un discorso più ampio su una delle realtà italiane più controverse, che ha partorito dal suo interno gli stessi anticorpi che sono in grado di cambiarla, questo sembra essere il messaggio di speranza e non di rassegnazione sotteso a questo documentario. “Arrivederci a Taranto” è dedicato alla volontà di cambiare dei cittadini di Taranto, un cambiamento che trova riscontro sul terreno a volte angusto delle scritture, non solo letterarie (emblematici a tal proposito i lavori dei giovani scrittori tarantini, come Cosimo Argentina, Maurizio Cotrona, Flavia Piccinni, Omar Di Monopoli, Giuse Alemanno per fare solo alcuni tra i nomi più conosciuti) ma anche cinematografiche. Abbiamo rivolto alcune domande a entrambi i realizzatori di questo lavoro, con l’intenzione di dare spazio anche alle ‘ragioni’ del loro incontro con Taranto. Ecco il dialogo a tre voci che ne è scaturito.

Il vostro documentario è forse uno dei primi tentativi di descrivere la realtà industriale di Taranto senza limitarsi alla descrizione dell’Industria-Taranto, cioè l’ILVA; è come se così facendo il vostro documentario non si accontenti di avere degli ‘spettatori’ ma reclamasse una ‘reazione’ da parte degli attori sociali in gioco, qual’è la prima reazione che vi aspettate da una presentazione sul territorio pugliese e nazionale del vostro lavoro?

Nel documentario non è contenuto nulla che non sia già stato reso pubblico a livello regionale, durante la lavorazione, ci siamo resi conto che stavamo per la prima volta unendo i puntini di quella che è una situazione “limite” a Taranto e in Puglia. Viste singolarmente queste tematiche (le morti bianche, le malattie diffuse, l’inquinamento, il mobbing, il fallimento comunale…) possono provocare sentimenti di protesta o paura, ritraendo la situazione nella sua totalità ci rendiamo conto di quanto questa provincia sia stata ignorata a livello nazionale. In Puglia il film potrebbe esser accolto con sufficienza considerato che non raccontiamo nulla di nuovo per chi è a così stretto contatto con questa drammatica realtà. Una realtà che invece, al di fuori di questa regione, è inspiegabilmente sconosciuta. Soprattutto nelle regioni più settentrionali. È di primaria importanza che tutto il quadro diventi di dominio pubblico.

Quali sono stati i primi riscontri su chi vive ogni giorno sulla sua pelle le problematiche che affrontate in “Arrivederci a Taranto”?

R: Non c’è nessuno a Taranto che non abbia perso un famigliare per malattia tumorale. I tarantini convivono con questa realtà da cinquant’anni. C’è una spaccatura piuttosto netta tra chi ancora vede l’industria come una risorsa e chi come una minaccia. La tensione tra queste due parti è continua e si sta verificando una crescente emigrazione da parte delle ultime generazioni.

P: È verissimo. Esiste netta contrapposizione tra chi ancora considera l’industria come una parte integrante del tessuto sociale tarantino e la vorrebbe più “pulita”, “ecosostenibile”, più “attenta alle esigenze di cittadini e lavoratori” e chi invece semplicemente vorrebbe fosse cancellata e rasa al suolo per sempre. In entrambi i casi comunque la rabbia è forte. La situazione dovuta all’inquinamento ha raggiunto livelli insostenibili, le cui ripercussioni sono divenute un problema regionale e non più limitato alla sola città di Taranto, che a sua volta, da due anni in qua, ha vissuto uno stravolgimento anche politico delle sue istituzioni.

R: L’inquinamento proveniente da Taranto ha sempre rappresentato un problema per tutta la regione. Si dovrebbe raggiungere la consapevolezza che le sostanze inquinanti sono una minaccia per tutta la nazione se non addirittura a livello globale, pensare che i problemi di ​Taranto non tocchino anche le regioni del nord e il resto dell’Europa è un’ingenuità che potrebbe costare cara a noi tutti.

P: Il fallimento politico poi, o se vogliamo istituzionale, è stato inevitabile e non lo si può certo pensare staccato dalle problematiche legate all’industrializzazione. Le passate classi dirigenti tarantine sono state le prime a trattare la cittadinanza come “italiani di serie B”, permettendo che si verificasse a Taranto una situazione che in nessun altra parte d’Italia o d’Europa sarebbe stata tollerata.

[D] Quale è stato il vostro approccio con le istituzioni? C’è stato dialogo? C’è stato scambio?

R: Non eravamo interessati a un intervento di ‘opinionistico’ da parte delle istituzioni politiche. Ci siamo rivolti a soggetti ed associazioni (anche patrocinate dalla regione) che potessero documentare in maniera concreta la situazione tarantina.

P: A questo proposito terrei ad aggiungere che abbiamo cercato più volte un confronto con l’ILVA stessa. C’è stato un lungo scambio di mail tra noi e l’ufficio relazioni esterne dell’azienda e abbiamo più volte richiesto un incontro per un’intervista. Ma alla fine non ci hanno più contattato.

[D] Raccontate di avere ‘scoperto’ Taranto in un viaggio che vi stava portando in Salento, il titolo “Arrivederci a Taranto” contiene un insito messaggio di speranza, è un po’ come se il documentario oltre che descrivere la situazione di una città contenga le premesse del cambiamento che parte da ogni singolo cittadino.

R: In effetti il titolo presuppone che il film stesso provochi in seguito una consapevolezza e un cambiamento. Il messaggio che ne consegue non vuole essere solo di speranza ma anche e soprattutto di sfida. Vogliamo che il film diventi di dominio pubblico a livello nazionale perché in questo paese soltanto quando un problema arriva ai media e agli occhi di tutti, la classe politica si sente costretta ad agire e reagire.

P: Credo sia normale che qualche tarantino DOC si senta pungolato dal fatto che due milanesi siamo andati a scuotere un po’ le acque. Se questo può aiutare a risvegliare un po’ di sano orgoglio di appartenenza, e a reagire, allora il nostro film avrà avuto uno scopo.

[D] Voi, in un gioco temporale, che cosa vorreste trovare ritornando a Taranto con lo stesso sguardo e che cosa non vorreste più trovare?

R: Ci piacerebbe ritrovare a Taranto un atteggiamento e un dialogo più rivolti verso l’esterno. Finché ci si limiterà a discutere di queste questioni nella propria provincia, sarà più difficile riscontrare un cambiamento reale.

P: Già, solo attraverso l’apertura verso l’esterno ci sarà la speranza di vedere una Taranto più consapevole, più sicura e tenace nell’affrontare i problemi. Le cose che vorrei ritrovare tali e quali invece sono infinite, la prima è l’allegria della gente, la seconda senza dubbio i tubetti con le cozze…

Sera del giorno decimo. Un racconto di Luigi Salerno


Si intitola “Sera del giorno decimo” il racconto che potrete leggere scaricandolo in pdf da questo post, e di cui è autore Luigi Salerno.

Luigi Salerno si occupa di un blog letterario: http://bookandshade.blogspot.com/ che vi consiglio di visitare. Sul suo blog Luigi pubblica correntemente racconti e riflessioni sulla scrittura.
Chi di voi fosse interessato ad approfondire la conoscenza della sua scrittura potrà farlo leggendo il suo romanzo intitolato “Il disabitato” (Edizioni Il Pavone)

Luigi Salerno – Sera del giorno decimo (clicca per scaricare il file in formato pdf)

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Ritorno a pubblicare, dopo la pausa primaverestiva, i vostri racconti, romanzi brevi e interventi critici. Negli ultimi giorni, chi è interessato potrà leggerle qui sotto, ho pubblicato un po’ di recensioni su alcuni esordi narrativi e poetici che ho letto in quest’estate torrida che vorrei potesse non finire mai [cit]. Sabrina Minetti, Cesario Milo, Virginia Defendi, Edoardo Monti. E poi c’è il bel secondo romanzo di Maurizio Cotrona, intitolato “Malafede”. Quest’estate è stata caldissima, ma non mi va di parlare di tempo atmosferico finché non sarà arrivato il fresco, anche nelle stanze febbricitanti del Palazzo, dove a colpi di ascia si sta delineando l’approvazione della Manovra prossima ventura. Chi è interessato a spedire i suoi materiali può seguire con molta attenzione le istruzioni alla pagina Musicaos.it. Se volete potete continuare a spedirmi comunicati e segnalazioni di eventi che ritenete utili e interessanti dal punto di vista letterario, culturale, sociale, politico, etico, filosofico & affine.

Sulla colonna destra del sito potete prendere parte a un sondaggio gratuito, si tratta di indicare chi secondo voi, tra sei scrittori (a dire il vero 5 e un collettivo) meriterebbe di vincere il Premio Nobel per la Letteratura. Claudio Magris, Andrea Camilleri, Wu Ming Foundation, Umberto Eco, Luca Canali, Roberto Calasso. Chi di voi potrebbe aspirare al premio?

L’idea del sondaggio mi è venuta leggendo “Meno letteratura…per favore” (Bollati Boringhieri) di Filippo La Porta, libro che per antitesi mi ha fatto pensare al grande numero di bravi autori della nostra letteratura che non sono conosciutissimi e che ci hanno regalato alcune delle pagine più belle. E se credete che esagero posso sempre dire “a mio parere”. Insomma, se non avete capito dove sto andando a parare andatevi a leggere “L’interdetto” di Luca Canali (Hacca), per conoscere un autore dallo spessore incredibile.

Buona lettura de “Sera del giorno decimo”, di Luigi Salerno.

ps. il motto del sito – una volta fuori dall’utero ogni uomo è perso – rubato dal mio secondo romanzo (è tutto normale, lupo editore, 2010), è cambiato. Per qualche mese il motto di Musicaos.it sarà: “controra et labora”

Dal 9 settembre in edicola e in libreria il nuovo numero di «alfabeta2»


Dal 9 settembre in edicola e in libreria il nuovo numero di «alfabeta2»

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Una primavera in autunno

Sulla copertina del numero 12 di «alfabeta2»campeggia un titolo: Primavera dell’anno Uno. E se pare bizzarro parlare di primavera quando cadono le foglie, basta pensare a quanto è successo negli ultimi mesi per cambiare idea: l’occupazione del Teatro Valle e la riappropriazione dell’ex Cinema Palazzo a Roma, il nuovo impegno del movimento TQ, la ripresa delle lotte in Val di Susa… Vicende diverse, tutte però nel segno di un’azione (finalmente) collettiva – un’azione che «alfabeta2»accompagna, pubblicando tra l’altro il documento dei lavoratori cognitivi del Valle e i manifesti di TQ con interventi di Giorgio Vasta, Vincenzo Ostuni e Sara Ventroni, oltre a un’intervista a Nichi Vendola sul ruolo della cultura nella politica d’oggi.

Ma settembre è anche il mese in cui riprende la scuola, e di nuovo «alfabeta2»gioca sulla provocazione: La scuola è finita, titoliamo infatti, tranne indicare, nei contributi al focus (due interviste, una di Christian Raimo a Tullio De Mauro e una di Alberto Ghidini a David Cayley, accanto ad articoli di Giuseppe Caliceti, Giorgio Mascitelli, Vinicio Ongini) che a essere finita è la scuola asfittica e mercantile cui siamo abituati da anni.

Alla luce dei recenti crolli borsistici il secondo focus, Per un’altra economia, un dossier molto critico nei confronti delle teorie economiche dominanti, che comprende contributi di Giorgio Lunghini e di Stefano Lucarelli e un’intervista a Cristina Tajani.

In chiusura, come sempre, un repêchage della prima serie di «alfabeta»: questa volta si tratta di una esilarante analisi di Umberto Eco sulla linguistica dei Puffi.

Quanto alle immagini del numero 12 sono di Luigi Ontani, protagonista anche di un lungo dialogo con Antonio Gnoli.

Sul supplemento «alfalibri», articoli di Maurizio Ferraris su Slavoj Žižek, Franco Voltaggio su Telmo Pievani, Emanuele Trevi su Ernst Bernhard, Giulio Ferroni su Elio Pagliarani, Massimo Bacigalupo su Gertrude Stein. Dall’anarchica Carrara Marco Rovelli firma il reportage, Con gli occhi aperti, mentre a illustrare il supplemento sono questa volta le fotografie di Uliano Lucas.

«alfabeta2»è disponibile anche in versione e-book: sul sito http://www.alfabeta2it/ebook/ sono in vendita tutti i numeri della rivista in formato speciale per la lettura su Kindle, iPhone, Pc e tutti ilettori di e-book.

Una fiaba moderna: “Bambina e la fatina computerina” di Virginia Defendi


“Bambina e la fatina computerina”
di Virginia Defendi

Virginia Defendi autrice della favola intitolata “Bambina e la fatina computerina” (Onirica Edizioni) è nata a Bollate (Mi), cresciuta ad Arese, e si è laureata nel 2005 in Scienze dell’Educazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; attualmente lavora presso il Centro di Aggregazione Giovanile del suo paese.

Bambina è la figlia della Coppia Imperiale, così come viene introdotta all’inizio della storia. Bambina, come in ogni favola che si rispetti, è profondamente triste, anziché essere contenta per l’immensa ricchezza e i possedimenti che erediterà un giorno. Perché è triste? Semplice, perché la sua vita è “grigia”; il grigio che circonda Bambina non è un grigio qualsiasi, bensì un colore specifico, “grigio quaranta percento”. C’è un motivo particolare per il quale il grigio è il colore dominante di tutto l’impero, esso è infatti l’Impero di Grigiolandia. A rendere tutto più complicato c’è il fatto che Bambina è rimasta piccola, essendosi fermata a dodici anni nel mondo dei sogni e rifiutandosi di crescere. La sua unica compagnia sembra essere quella del suo vecchio istitutore, di nome Bigio, così anziano da non ricordare nemmeno la lezione che ha impartito alla piccola nel giorno precedente. La fiaba di Virginia Defendi è scorrevole, rivolta a un pubblico di bambini, fa pensare che possa essere letta e meditata anche da un pubblico adulto. Per Bambina, quello che ho appena raccontato, è soltanto l’inizio di un’avventura. Le sue richieste infatti verranno prese in considerazione nel Mondo Fatato, dove Fatine e Maghi la prenderanno a cuore e cercheranno di fare in modo di esaudire i suoi desideri.

Così come accade per le fiabe classiche come “Il principe felice” di Oscar Wilde, dietro al racconto fiabesco si nascondono la poesia e la narrazione del mondo contemporaneo, visto attraverso gli occhi di chi non ha abbandonato la capacità di sognare – tutti gli scrittori dovrebbero coltivare questa condizione – ma soprattutto è intenzionata, nel caso dell’autrice, a dare ai più piccoli gli strumenti e gli stimoli per sognare. Come nella “Storia Infinita” di Michael Ende anche qui è un “Libro incantato” che metterà in contatto due mondi magici. A chi spetterà il compito di aiutare Bambina? Virginia Defendi dà il battesimo a una fata che mancava nel popolo delle fate, La Fatina Computerina. La Fatina Computerina rappresenterà un mondo, quello fatato a confronto con quello tradizionale di “Gigio, scrivano ligio”.

È divertente leggere come l’autrice abbia assegnato al Computer un ruolo positivo, fatato, inaspettato per una fiaba. Computer Magici, Reami Incantati, gnomi, folletti. Sarebbe un peccato rivelare la prosecuzione della favola, anche perché le quarantotto pagine che la compongono scorrono rapide e ti lasciano con il desiderio di leggere altre storie, magari racconti o fiabe della stessa autrice; chissà, può darsi che lei stia lavorando (come racconta nella nota -biografica) a un altro libro e che questo suo esordio sia l’inizio di un percorso più lungo.

E alla fine è bello notare – parlo come lettore cui raramente capita di recensire e scrivere di favole – che proprio grazie a un libro diventa tutto possibile, sia nel mondo delle favole che nel mondo reale, dove una storia come questa rinnova ancora una volta il piacere per la lettura.

​Bambina e la fatina computerina – Virginia Defendi, Onirica Edizioni, 2010, p. 48, €7, 9788896797099

http://www.ibs.it/code/9788896797099/defendi-virginia/bambina-fatina-computerina.html

http://www.bol.it/libri/Bambina-la-fatina-computerina/Virginia-Defendi/ea978889679709/

​http://www.libreriauniversitaria.it/bambina-fatina-computerina-defendi-virginia/libro/9788896797099

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“Malafede” il romanzo della crisi che non è crisi del romanzo.


Si muovevano in una Taranto preletteraria i primi personaggi di Maurizio Cotrona, giovane narratore che esordì con “Ho sognato che qualcuno mi amava” (Palomar, 2006). Si muovevano al di là della narrazione in una bolla sottilissima fatta di sentimenti semplici, esigenze adolescenziali. Al di qua della narrazione quelle figure si muovevano invece in una Puglia aurorale dal punto di vista della scrittura, così diversa e così distante da oggi nonostante siano passati così pochi anni. Si muovevano in una collana, cromosoma Y, diretta da Michele Trecca e Andrea Di Consoli, che vale la pena menzionare per avere ospitato tra le sue fila autori come Roberta Jarussi, Francesco Lanzo, lo stesso Di Consoli, Dino Mimmo, Vincenzo Corraro, Giovanni Di Iacovo e Mauro Fabi.

Maurizio Cotrona si è trasferito a Roma da cinque anni, ha continuato a pubblicare con siti e riviste di letteratura, suoi interventi possono essere letti su booksbrothers.it, sito nel quale prosegue idealmente l’avventura editoriale poco fa menzionata.

Dicevamo che sono passati cinque anni e quel ragazzo, Maurizio Cotrona, è cresciuto e con “Malafede”, pubblicato nel 2010 da lantana editore nella collana “le stelle”, è alla sua seconda prova narrativa.

Malafede“, per chi non lo conoscesse, è una zona urbanistica di Roma, XIII Municipio, nel quale sorge il comprensorio “Giardino di Roma”.

Il rapporto del protagonista con la realtà è paranoico, numerativo, ossessivo, senza sfociare tuttavia in nessun tipo di stranezza particolare, tanto è vero che si comporta in modo impeccabile sul posto di lavoro che occupa in attesa di conferma al Ministero. “Anche se non saprei distinguere un pino da un faggio, adoro gli alberi e mi piacerebbe ammirarli da vicino, ma l’accesso al folto del bosco è impedito”. Sono i sogni, frequenti, la valvola di sfogo del protagonista che non è un insoddisfatto pur imbrigliato in un’esistenza che potrebbe essere migliore.
In “Malafede” ci sono almeno due caratteristiche che saltano subito all’attenzione fin dall’inizio delal lettura e che portopongono questo romanzo nel registro attuale di molta produzione letteraria recente, in lingua italiana. Il primo è la “mediocrità”. Il racconto delle vite comuni, di gente che non sa apprezzare della realtà più di quanto non gli abbia fatto notare il modello in 3d della stessa, oppure ciò che della realtà ci viene raccontato in tv.

Perfino quando l’uomo vuole costruire un paradiso urbanistico a pochi chilometri da Roma lo fa ispirandosi ai principi vincenti delle serie televisive, gli stessi di una Milano 2 ‘de noantri’ e della sua iperfunzionalità. Il protagonista viene dal sud, e “Malafede” per lui è una sorta di punto d’arrivo, tanto che non vede l’ora di portarci suo padre in visita da Taranto.

Il secondo elemento che caratterizza appieno questo romanzo è presente nello stesso titolo, “Malafede”, il luogo dove tutto accade, che è protagonista. Si tratta di un luogo dove l’indefferenza è la cifra dei rapporti inumani che non si intrattengono nemmeno tra inquilini, come accade sempre più spesso. A nessuno importa nulla di nessuno eppure tutti sono pronti a lasciare nell’ascensore post-it dettagliatissimi sulle presupposte infrazioni di un regolamento non scritto, quello per cui nessuno deve nuocere a nessuno e tutti devono badare ai fatti propri senza sconfinare nella solitudine del vicino.

Dopo averci descritto Malafede dal punto di vista architettonico e progettuale, Cotrona ci spiega subito quali sono questi ‘codici’ di comportamento, quelli per cui puoi crepare di notte ​davanti al televisore e essere scoperto un mese dopo: “ma non si va a bussare alla porta dei vicini a Malafede. Questa è la prima delle cose che non si fanno, la seconda è stringere le mani, la terza è fermarsi ad accarezzare i bambini, la quarta chiamarsi per nome, la quinta chiedere favori personali”.

Un allegro inferno da centometriquadri cadauno, una sterilizzazione dei rapporti tesa al mantenimento della pace (o della specie?), un orizzonte utopico quasi evangelico mantenuto con mezzi diabolici di silenzio e incomunicabilità.

Alla descrizione di Malafede segue quella di Vittoria, la ragazza del protagonista, Giordano, e del lavoro di entrambi. Lei fa pratica gratuita a rimborso spese presso uno studio commerciale e lui lavora al Ministero come amministratore pubblico. Un quadro desolante perché nella narrazione cresce la distanza tra sogno e desiderio, tra volere una vita migliore e accontentarsi di ciò che si possiede; in poche parole il destino di buona parte di una generazione di trentenni e oltre che si fa in quattro per avere un po’ meno di ciò che serve per avere una vita di poco al di sopra della soglia di sussistenza. La solitudine, i sogni inespressi, sono elementi che potrebbero implodere fino all’esaurimento delle forse. È questo che si chiede il lettore per buona parte del romanzo, tendendo un arco sottile invisibile, quanto durerà la pace?

Giordano nonostante la nostalgia e l’attaccamento per il padre, che vorrebbe andare a trovare, è integrato nel suo lavoro e nella realtà di Malafede. Vittoria conduce una vita poco eufemisticamente di merda, perché se la sua esistenza deve essere narratologicamente assurta a condizione della contemporaneità giovanile è giusto che venga indicata con il nome giusto: otto mezzi pubblici per andare al lavoro, una casa da portare avanti, un destino simile a quello di tante ragazze neo-casalinghe costrette a lavorare il doppio per pagare lo scotto di avere rinunciato a una vita da bambocciona. L’equilibrio e l’amore tra i due sono apparentemente solidi, malgrado la fragile stabilità della psiche di lei.

L’ambiente di lavoro di Giordano è altrettanto asettico, percorso da invidie e piccole epiche sotterranee dalle quali la personalità dei caratteri si distingue con una caratteristica comune, riassumibile nel motto che gli altri, in fondo, non siamo noi e quindi degli altri nulla ci interessa. La dottoressa Pastore è la comandante in capodi questo gruppetto di precari solerti e intercambiabili, così identicamente ‘funzionali, che il collega/amico di Giordano è stato assunto lo stesso giorno per svolgere sua la stessa mansione nello stesso ufficio. Non ci sono increspature, in questo mondo, non ce ne devono essere perché qualora il contrasto e il conflitto entrassero sulla scena si rivelerebbe subito la profonda distanza tra chi comanda e chi deve obbedire nel ricatto di una possibile non-conferma a contratto indeterminato.

Purtroppo, e questa è una regola paradigmatica dei romanzi ai tempi della crisi, le cose in “Malafede” vanno come vanno nella realtà. Giordano vuole andare da suo padre, compie questo viaggio che per Vittoria è come uno sparo a bruciapelo, saltanto a piè pari il timore di lasciarla sola, incapace di tenere a bada le proprie crisi di panico. Questo passo egoistico segnerà la svolta del romanzo, in un precipizio incredibile e avvincente, fino al culmine – a dire il vero più di uno – inaspettato e coerentissimo.

“Malafede” è un romanzo maturo, nel quale Cotrona dimostra di essere capace di descrivere la nostra realtà con una poeticità inaspettata; un libro nel quale le considerazioni sull’attuale stato del nostro paese sono speculari agli effetti sul carattere e sulle vite dei personaggi, svuotate di senso proprio per colpa di una realtà che ci circonda senza darci per un solo attimo l’impressione che potremmo fidarci di essa. Un libro che vale la pena di rileggere.

MALAFEDE, Maurizio Cotrona, lantana editore, pagine 190, €15, 9788897012115

“Vangelo del cavolo” di Edoardo Monti


"Vangelo del cavolo" (I LIBRI DI EMIL)
di Edoardo Monti

Edoardo Monti, giovane nato nel 1977 a Rieti, è autore dell’esordio narrativo in racconti dal titolo "Vangelo del cavolo", una raccolta pubblicata per "I LIBRI DI EMIL" di Odoya Srl nel settembre del 2010.

"Se esiste perfino un Vangelo di Giuda, perché non può esistere un Vangelo del cavolo?", è questa la provocazione contenuta sul retro di copertina del volume. Fughiamo subito ogni dubbio sul titolo, che va inteso in modo scanzonato e senza intenti di blasfemia, lo dico perché altrimenti un lettore disattento, potrebbe essere distolto da un titolo simile, anziché esserne attratto. Nella raccolta più di un racconto presenta situazioni paradossali che, unite insieme, rappresentano la vita vissuta dal punto di vista dell’autore. Una vita rappresentata con una cifra insieme ironica e paradossale, mai banale; soprattutto in modo diretto, semplice. Il minimalismo non è ricerca della riduzione, una buona caratteristica dello stile di questi racconti è proprio nello stile che predilige i dialoghi così come potrebbero essere ascoltati in qualunque conversazione nella vita di ogni giorno.

Nel racconto "Da dentro i muri" ad esempio il parossismo religioso insito alla raccolta viene riportato mettendo il lettore in condizione di ricostruire la realtà attraverso i dialoghi, lasciando all’autore il compito di dare un indizio alla volta. Ne "La tragedia" la prospettiva cambia di nuovo, il dio in questione adesso è Allah, il racconto è sempre condotto sullo stesso piano dello svelamento in progressione, il risultato è uno dei migliori. In "Bravo bambino (un padre)" tocca ai sacerdoti accogliere la critica autoriale. Secondo me una cifra di possibile sviluppo per questo tipo di scrittura potrebbe essere la sua contaminazione con una realtà nella quale l’orrore entra di soppiatto, nelle cose semplici. Credo che l’autore sarebbe abile a far rientrare nei ranghi dell’abitudine anche le cose più assurde. Lo abbiamo detto, la religione è un pretesto per un discorso illuministico nel quale senza dileggio ne vengono evidenziati alcuni limiti.

Per finire, nel racconto posto al termine della raccolta, "Il dio normalità", è l’autore in carne e ossa che smitizza se stesso e dopo essersi preso gioco di quasi tutti gli aspetti della religiosità (sia come culto del divino sia come re-ligo, ‘attaccamento alle cose’), scende tra la gente, tra i lettori, tra gli agenti letterari, perorando la sua causa di autore pronto per qualsiasi tipo di successo prossimo venturo. Una trovata degna di ogni esordiente che si rispetti, strafottente e allo stesso tempo consapevole dei propri mezzi. Un bel risultato.

​Edoardo Monti, autore di "Poema crudele" (Sovera, 2004), qui alla sua prima prova narrativa, dimostra di avere il giusto grado di capacità osservativa della realtà, abbastanza per descrivere ciò che potrebbe accadere in una sorta di dimensione parallela nella quale il paradosso è la norma. L’autore ha scelto la via della semplicità e della contenutezza ma è riuscito a creare personaggi che restano nella mente del lettore, anche con una battuta. In sintesi, un buon esordio.

Al termine della lettura viene voglia di rileggerlo, questo "Vangelo del cavolo", ma è troppo presto, le trovate e le invenzioni che sono presentate devono avere il tempo di decantare, magari la prossima occasione sarà il secondo libro di narrativa di Edoardo Monti.

Edoardo Monti, Vangelo del cavolo, I LIBRI DI EMIL, Bologna, 2010
ISBN 9788896026397
http://www.ilibridiemil.it​

Sabrina Minetti – L’isola dei voli arcobaleno


Sabrina Minetti
L’isola dei voli arcobaleno

Se non fosse per il debito pubblico, la classe politica e le speculazioni dall’estero l’Italia sarebbe il paese più bello del mondo. Se non fosse per il tasso di disoccupazione così elevato, la pressione fiscale, il dissesto dell’istruzione e le mafie l’Italia continuerebbe a essere il paese più bello del mondo. La cosa che più interessa, tuttavia, è che nonostante lo stato delle cose disgraziato in cui versa il nostro paese i suoi abitanti riescono a produrre e prodursi in cultura, senza interruzione di qualità e produzione. Ho fatto questa premessa perché l’editore del libro di cui sto scrivendo “L’isola dei voli arcobaleno” (Autodafé Edizioni), scritto da Sabrina Minetti, crede molto nel dibattito di idee che può scaturire da un libro. Le premesse, nel romanzo, ci sono tutte. Tanto per cominciare la presentazione di un microcosmo, l’isola, dove vengono replicati gli stessi meccanismi del macrocosmo Italia. I riferimenti testuali e visivi sono tanti, ma quello che più viene in mente è il bellissimo "Ferie d’agosto" di Paolo Virzì, per il modo in cui l’autrice riesce a porre di due modi di intendere l’ambiente e il suo sfruttamento (‘offensivo’ e ‘difensivo’) da parte dell’uomo.

L’isola in questione è stata scelta come luogo per una importante manifestazione sportiva di vela. La popolazione è divisa in due, da una parte quelli che vogliono accelerare i lavori con annesse colate di cemento per essere pronti ad accogliere i turisti, dall’altra chi è più preoccupato di salvaguardare le caratteristiche dell’ambiente, della fauna e di chi vive l’ecosistema dell’isola. I ‘voli arcobaleno’ cui fa riferimento il titolo sono infatti una rara specie di uccelli migratori che può essere ammirata nell’isola.

È errato pensare che il verde e l’ambiente siano entrati a far parte del nostro dibattito culturale quando il ‘green’ in questione è stato associato all’economia. L’Italia ha una storia ‘ecologista’ che affonda le sue radici nei decenni scorsi, prima ancora di entrare nelle sale di Borsa.

Sabrina Minetti crea un quadro del nostro paese, incastonato nelle vicende dell’isola, tratteggiando i personaggi in modo intelligente e vivido, mi è piaciuto molto, ad esempio, come ‘tratta’ il Sindaco del paese, tutto preso dalla foga di fare belle figura davanti ai turisti: “Il sindaco Gentile affettava un’espressione sconsolata e piena di disappunto insieme. Era vestito alla moda: attillati pantaloni e camicia grigio scuro, scarpe eleganti, capelli brizzolati rasati, barba a pizzo, ben curata. Con gli occhiali da sole appoggiati sulla fronte correva da una parte all’altra, insistendo nell’esprimere il proprio imbarazzo per non aver potuto risparmiare quell’impiccio agli illustri ospiti dell’isola”.

Qualche giorno fa, in coda a un telegiornale, ho visto un servizio dedicato al turismo sull’isola di Lampedusa. Il messaggio era che Lampedusa non è soltanto ‘sbarchi’. Chi scrive abita in Salento, è sa cosa vuol dire, per un certo periodo dell’anno, essere turista in casa propria; ma sa anche cosa vuol dire cercare un equilibro – in questo aiutano i libri e la cultura – per dare un’immagine del proprio habitat che non sia semplicemente quella di un luogo deputato alla baldoria 24h. Qualche anno fa chi pensava al Salento pensava agli sbarchi. Ecco, sembra che il nostro paese abbia soltanto oggi scoperto che bisogna convivere con questi fenomeni, semplicemente perché i cosiddetti ‘sbarchi’ fanno parte della nostra cultura, fanno parte del nostro essere un paese mediterraneo, di conseguenza ponte ideale per fare comunicare i popoli. La stessa Giravento, isola del romanzo, è stata luogo di passaggio, nel ‘500, dei tunisini. Leggendo questo romanzo mi sono chiesto più volte se non fosse opportuno, certe volte, andare a vivere su un’isola. Mi sono risposto che sì, su un’isola ci andrei, se non solo non corressi il rischio, una volta arrivatoci, di trovarci una troupe televisiva.

La storia si snoda in modo scorrevole per ‘quadri’ differenti, ognuno a sua volta con le sue storie e personaggi nei singoli capitoli. Finché non arriva il giorno, fatidico, dell’inizio della Regata, l’evento tanto atteso in cui il vento dovrà gonfiare le vele e, finalmente, le tasche di alcuni profittatori. Ma succede qualcosa di strano, qualcosa che non accadeva da secoli, proprio al vento. E sarebbe un peccato svelarlo togliendo il gusto della lettura di "L’isola dei voli arcobaleno".

“L’isola dei voli arcobaleno” è una storia urgente, perché è giusto che quando rileggeremo libri del genere, fra dieci, trenta anni, avremo la consapevolezza che in Italia, attorno alla prima decade degli anni duemila, la questione dell’ambiente ha lasciato tracce nella nostra produzione letteraria e nel dibattito culturale. Questo romanzo è uno degli esordi più interessanti che ho letto negli ultimi mesi, un libro che fa sperare bene sulla ‘nascita’ di una nuova autrice di nome Sabrina Minetti.

Sabrina Minetti, L’isola dei voli arcobaleno
http://www.ibs.it/code/9788897044055/minetti-sabrina/isola-dei-voli-arcobaleno.html

GIANCARLO DE CATALDO presenta “Traditori” (Einaudi) Martedì 23 Agosto ore 21 in Piazza Nardò a Santa Maria al Bagno


Nell’ambito della programmazione culturale estiva Spiagge d’autore
Il Presidio del Libro e il Comune di Nardò

per una lettura a km 0

presentano

Giancarlo De Cataldo
“Traditori” (Einaudi)

Martedì 23 Agosto – Ore 21.00 – Piazza Nardò – Santa Maria al Bagno

Giancarlo De Cataldo, autore di “Traditori” (Einaudi), dialogherà con il magistrato Salvatore Cosentino e con il “lettore” a Km 0 Marcello Risi.

Giancarlo De Cataldo, stimato come Giudice della Corte d’Assise di Roma è in realtà più conosciuto, in tutta Italia e all’estero, per la sua attività di giornalista e scrittore per la televisione, nonché autore di alcuni dei romanzi più interessanti e amati dai lettori.

Bastano pochi titoli, uno su tutti, “Romanzo criminale” (Einaudi, 2002), per rendersi conto di quanto la scrittura di De Cataldo abbia influenzato il nostro stesso modo di rapportarci al passato paese, in un impasto materico di realtà e fiction che ha fatto scuola. Giancarlo De Cataldo è autore e attore consapevole di una vera e propria rinascita dell’interesse, da parte dei lettori, nei confronti della nostra storia recente.

Il suo ultimo romanzo, “Traditori”, è ambientato nel periodo del Risorgimento e i suoi personaggi hanno nomi e cognomi che hanno scritto la nostra storia, nella consapevolezza che a un grande disegno si accompagnano spesso esigenze più grette e giochi di potere. Giuseppe Mazzini, Carlo Pisacane, Camillo Benso conte di Cavour, Francesco Crispi, Felice Orsini, Thomas Carlyle e il pittore Dante Gabriel Rossetti ma anche Griffin McCoy, reporter americano, il guerriero sardo chiamato Terra di Nessuno o la Striga, creatura delle foreste.

Un salto nel passato recente condotto con la stessa lucidità cui ci ha abituati l’autore dei romanzi che indagano l’Italia di oggi con la lente del crimine, lo stesso De Cataldo afferma infatti che “è più facile spiegare le contraddizioni di un paese attraverso il giallo che la storia d’amore”.

“Traditori”.
Da Palermo a Londra, da Roma a Torino, da Venezia alla Transilvania, nelle carceri inglesi e nei boschi della Calabria, tra pittori preraffaelliti e camorristi promossi poliziotti, tra mercanti di carne umana e lord irrequieti, giovani uomini e donne sognano, combattono e amano. E tradiscono. Ognuno va incontro al suo destino. A qualcuno tocca in sorte una nuova vita. Alcuni diventano faccendieri e delinquenti. Alcune donne guardano piú avanti, piú lontano. Gli ideali piú puri si fanno gretta convenienza. Le organizzazioni criminali si innervano nella nazione che nasce. I mafiosi intraprendono. I tagliagole tagliano gole. E Mazzini tesse la sua tela di sangue e utopia. Eppure, tra battaglie e cospirazioni, tra vite leggere e amori complicati, si compone potente e netto il disegno di una stagione e di un ideale che è sempre possibile. E che di nuovo ci attrae, con l’innocenza di una forza giovane che non possiamo dissipare.

Giancarlo De Cataldo
Giancarlo De Cataldo è Giudice di Corte d’Assise a Roma, città nella quale vive dal 1973. Scrittore, traduttore, autore di testi teatrali e sceneggiature televisive, ha pubblicato come autore diversi libri, per lo più di genere giallo. Collabora con «La Gazzetta del Mezzogiorno», «Il Messaggero». Il suo libro più significativo è Romanzo criminale (2002), dal quale è stato tratto un film, diretto da Michele Placido, e una serie televisiva, diretta da Stefano Sollima. Nel giugno del 2007 è uscito nelle librerie Nelle mani giuste, ideale seguito di Romanzo criminale, ambientato negli anni ’90, dal periodo delle stragi del ’93, a Mani Pulite e alla fine della cosiddetta Prima Repubblica.

Nel 2006 cura per la Rai il progetto "Crimini", una serie tv scritta da grandi autori italiani, chiamati a trasporre in film di 100 minuti l’estrema diversità, e il fascino, delle realtà locali italiane. Del 2010 è "I Traditori", romanzo ambientato durante il Risorgimento italiano.

Salvatore Cosentino
Giudice di provata esperienza, magistrato inquirente per l’esattezza, è docente universitario e critico letterario di grande acume e sottigliezza. Nella sua carriera ha seguito diverse inchieste e scritto numerosi saggi.

Marcello Risi avvocato di 44 anni, una vita spesa per la politica, credendoci davvero. Attualmente Sindaco di Nardò e fervente sostenitore della lettura a Km 0

THE DARKROOM PROJECT rassegna di stampa fotografica da negativo 13-15 agosto 2011 ore 18.00 – 24.00


Laboratorio fotografico professionale Luciano Corvaglia
Ass. Culturale Wide Shut Photography
con il patrocionio
dell’Assessorato al Mediterraneo Cultura
Assessorato Turismo della Regione Puglia e della Città di Muro Leccese

presentano

THE DARKROOM PROJECT
rassegna di stampa fotografica da negativo
13-15 agosto 2011 ore 18.00 – 24.00

Convento dei domenicani – Muro Leccese (LE)

The Darkroom Project è un’iniziativa dedicata alla stampa del negativo in camera oscura, che mira a condurre oltre la semplice visione della stampa fotografica. È un percorso che, attraverso le testimonianze di fotografi e stampatori, permetterà di conoscere il negativo delle fotografie esposte in mostra e scoprire quali siano state le scelte e le intuizioni dello stampatore in camera oscura. Una camera oscura sarà allestita nelle stanze del Convento di Muro Leccese e verrà data la possibilità ai visitatori di conoscere la magia del processo di stampa dai propri negativi, guidati dallo staff di Darkroom Project. Nel corso delle tre serate sarà portata in scena “La Camera Chiara” una performance fotografica di Piero Marsili Libelli, un vero e proprio viaggio nel buio che conduce nell’Afghanistan in guerra.
The Darkroom Project è un’iniziativa unica nel suo genere, un’occasione di incontro e di confronto tra i professionisti, gli appassionati e gli amanti del mondo della camera oscura che, tra i miasmi dell’idrochinone e dell’iposolfito, ricercano la stampa “perfetta”.
La Rassegna si svolgerà dal 13 al 15 agosto 2011, nella straordinaria cornice del Convento di Muro Leccese.

Giovanni Brancaccio, Gerald Bruneau, Emiliano Caltaldo, Giovanni Canitano, Ottavio Celestino, Filippo Chia, Dario Coletti, Claudio Corrivetti, Giovanni Cozzi, Dario De Dominicis, Lucia Ferrario, Luigi Filetici, Andrea Fogli, Annibale Greco, Angela Lo Priore, Fabio Lovino, Carlo Marras, Piero Marsili Libelli, Marcello Mencarini, Andrea Pacioni, Lia Pasqualino, Mario Peliti, Ilenia Piccioni, Andrea Pizzi, Paolo Porto, Mirai Pulvirenti, Laura Salvinelli, Antonio Tiso, Luca Tommasini, Angelo Turetta, Luciano Viti, Francesco Zizola, Olivo Argenti FRPs, Patrizio Battaglia, Gianni Bertoldi, Massimo Bottarelli, Giulia Campos Venuti, Roberto Cavallini, Giovanna Chessa, Luciano Corvaglia, Giorgio Di Noto, Giulio Pampiglione, Fernando Pensosi, Lucia Perrotta, Fausto Podavini, Massimiliano Pugliese, Renata Romagnoli, Daniela Silvestri, Massimiliano Tempesta, Odino Vignali, Jamila Campagna, Paolo Cardinali, Gianmatteo Cirillo, Daniele Coricciati, Roberta Lotto, Blu Mambor, Stefano Passiglia, Antonio Pazienti, Matteo Rizzo, Simone Settimo, esporranno una selezione dei loro lavori, racconteranno attraverso video interviste e racconti scritti le loro storie di camera oscura e il loro rapporto con lo stampatore.

Tra i fotografi in mostra saranno presenti diversi vincitori del premio World Press Photo (Il più grande e prestigioso concorso di fotogiornalismo mondiale, l’equivalente del Premio Oscar per attori e registi). Per tutta al durata dell’evento degustazione di vini locali e prodotti tipici.

Info:
http://www.darkroomproject.org
info
mob. 3289683018

Acqua nel deserto


La Provincia di Lecce sponsorizza le prossime 15 assunzioni come un sostantivo palliativo contro la disoccupazione giovanile. Un rapporto di qualche giorno fa diffonde dati allarmanti, 2/3 giovani disoccupati al Sud. Io la metterei così: se ci fossero 300.000 assetati in Salento ve la cavereste con 15 bottigliette di Perrier?

Spiagge d’Autore – Mercoledì 27 Luglio 2011 – Gian Luca Favetto con “Se dico radici, dico storie” (Laterza) a Santa Maria al Bagno


Spiagge d’Autore
II EDIZIONE 2011
festival itinerante della letteratura

Libreria Idrusa – Alessano

Mercoledì 27 Luglio 2011 – Ore 21.00
Santa Maria al Bagno (LE) – Piazza Nardò

presentazione di
“Se dico radici, dico storie” (Laterza Editore)
di Gian Luca Favetto

CONVERSAZIONE con
Gian Luca Favetto

l’Autore dialoga con Raffaele Gorgoni

§

Le vite sono fatte di storie più che di atomi e ciascuno ha le sue, ciascuno è le sue storie. Le diventa. Quando si dice radici, si dice storie.

«Uno coltiva il suo giardino di cose memorie pensieri dubbi curiosità e se lo porta dietro, sempre dietro – anche il più metropolitano degli uomini –, dietro e dentro. Lo porta in viaggio con sé. È il suo zaino, la sua valigia. Lì custodisce le proprie radici. Ogni tanto le bagna. Ogni tanto le fa respirare. Fa loro vedere il mondo. Le adopera come polpastrelli. È con le radici che incontri il mondo, con ciò che le radici producono.»

Favetto racconta radici che si diramano nello spazio e nel tempo: nascono da un torrente, da un campo di calcio, da una pagina scritta, da uno schermo cinematografico. Partono dal Vietnam e ci portano in una valle piemontese, a Venezia, a Benares, a Madrid, in Giappone.

Gian Luca Favetto (1957) è uno scrittore, giornalista, drammaturgo, critico teatrale e cinematografico italiano. Conduce programmi radiofonici su RadioRai. Vive a Torino.

§

Unione Europea Fondo Europeo di Sviluppo Regionale
Regione Puglia – Assessorato al Mediterraneo, Cultura e Turismo
Viaggiareinpuglia.it
Confcommercio – Puglia
A.L.I. – associazione librai italiani
S.I.B. – Sindacato Italiano Balneari
Comune di Nardò
Associazione I Presidi del Libro Nardò

10 Anni.


20 Luglio 2011 – “33 trotterellando” con Loredana De Vitis, Eva Luna e le altre


Associazione EVA LUNA

“33 Trotterellando”

Mercoledì 20 Luglio 2011
dalle ore 18.00 in poi

presso la Libreria EVA LUNA
in Via Mantovano, 16 – Lecce

Mercoledì 20 Luglio 2011 dalle ore 18.00 in poi, presso la libreria Eva Luna di Lecce verranno presentate le ultime novità e la programmazione estiva dell’associazione “Eva Luna” relativamente alle pubblicazioni e alle iniziative editoriali relativa all’universo femminile, di cui la libreria Eva Luna, fin dalla sua fondazione, è stata luogo di promozione, diffusione e dibattito.

Durante la serata sarà presente la scrittrice Loredana De Vitis che con “33 trotterellando”, troverà occasione di fornire ai presenti una riflessione scanzonata e allo stesso tempo ‘estrospettiva’ e raccontare i propri 33 anni vissuti nella società di oggi con il doppio sguardo di donna e di scrittrice. Ciò che apprezza di più il pubblico, nei racconti e nelle performance di Loredana De Vitis, sono la vividezza dei dialoghi e la realtà, che viene restituita senza alcun filtro, se non quello dell’ironia; un sarcasmo che esprime le cose così come stanno, “anziché illudere i lettori”.

Loredana De Vitis, classe 1978, ha esordito di recente con la raccolta di racconti intitolata “Storie d’amore inventato”, pubblicata con IlMioLibro e diffusa in tutte le librerie del circuito Feltrinelli. Giunta in pochi mesi alla sua terza edizione con il suo esordio, di recente la De Vitis è risultata vincitrice del concorso Subway Letteratura 2011 con il suo racconto “rossella e andrea. e Rossella e Andrea”.

(foto di Ralph Christian Maloumby-Baka)

Info:
cell. 345.0714644 – 389.4355865
info

Il Commissario Santoro di Piero Grima ritorna a Lecce


Presentazione de “L’uomo ucciso due volte” (Negroamaro) di Piero Grima a Lecce, libreria Feltrinelli. Poco fa.

PORCA MISERIA. Storie da salumeria


Angela Ferilli recensisce “È tutto normale”


"È tutto normale" non è un romanzo da ingoiare in poche ore, ma da centellinare. Ogni pagina deve essere gustata, sedimentata, assimilata. Ecco perchè regge tutte le duecentosettantasei pagine in cui si dipana una storia tutt’altro che "normale".
Un argomento "forte" raccontato in un contesto affascinante in cui si muovono personaggi che compaiono nel presente e ricompaiono nel passato come se l’avvicendarsi di tempo, situazioni, argomentazioni fosse "tutto normale".

È sorprendente la capacità narrativa di Luciano Pagano che non conosce sbavature. Un architetto della parola capace di mettere su una storia che ha per protagonista un giovane neolaureato in architettura (sarà un caso?) che ha la stranezza di essere stato allevato da due padri, in assenza di una madre onnipresente – sia pure oniricamente – e che si lega a una giovane bellissima straniera intollerante. Una storia che tratta il tema dell’omosessualità con una naturalezza commovente, descrivendola in superficie e scavandola in profondità senza lasciare nulla al caso o al non detto.

C’è tutto in questo romanzo sobrio, pacato, pulito: l’amore, la morte, il tradimento, la ribellione, la poesia, il distacco, la rinuncia, l’intolleranza, la chiusura, il ripudio, la derisione, l’accettazione, la sofferenza, la speranza, la discrezione, il sacrificio, l’arte di saper tacere, la gioia, l’infelicità, la rabbia, la distrazione, la sorpresa, la tragedia. Duecentosettantasei pagine ben dosate che prendono il lettore senza travolgerlo, dandogli sempre l’opportunità di metabolizzare i contenuti forti espressi in un linguaggio misurato, capace di mostrare, come in una ripresa video, dalla parte del cineoperatore, luoghi e persone ripresi nei giusti chiaroscuri.

Tutto è "normale", anche la ricchezza della famiglia Donini, raccontata nè più nè meno come la bellezza di Eleonora o di Kris, i due personaggi femminili che invadono la vita di Marco, l’una per l’assenza e l’altra per la presenza. L’omosessualità di Carlo e di Ludovico è così tanto discreta che essi compaiono, nella narrazione, come due uomini, "diversi" solo per i propri sentimenti. Il lettore non viene sconvolto, ma condotto per mano a considerare "tutto normale".

Emblematica la figura della copertina del libro in cui compare una bambina che porta alla canna un pesce come se lo portasse al guinzaglio. Anche in questo caso, si continua a guardare la copertina per la bellezza delle figure e l’armoniosità di forme e colori, soffermandosi solo per brevi momenti di lucida razionalità, sull’impossibilità di incontrare una simile scena nella vita reale.

C’è, in questo percorso niente affatto facile ma ben condotto, un’altalenare fra consueto e atipico, vero e verosimile, ordinario e straordinario, al quale il lettore si adegua senza scossoni, in una sorta di educazione alla "diversità" presentata sempre come se tutto fosse "normale".

Angela Ferilli (http://diariodiunascrittrice.splinder.com),
articolo comparso su BlogNotesSalento (http://blognotesalento.blogspot.com/2011/07/e-tutto-normale-non-e-un-romanzo-da.html)

I frammenti di vita vissuta di Loredana De Vitis dall’8 luglio in distribuzione nella metropolitana di Napoli.


Venerdì 8 Luglio, alle ore 11, prenderà il via a Napoli, con la conferenza stampa presso la Fermata Università, Metrò LINEA 1, la distribuzione nelle stazioni della metropolitana, dei racconti vincitrici del concorso Subway Letteratura, edizione 2011.

Loredana De Vitis, autrice dell’esordio “Storie d’amore inventato” è presente con il suo racconto intitolato “rossella e andrea. e Rossella e Andrea”.

Giovane autrice salentina (classe 1978), Loredana De Vitis si sta imponendo all’interesse dei lettori della rete e non solo grazie al suo stile fresco, caratterizzato da dialoghi rapidi, e soprattutto per racconti dove finiscono storie d’amore che, parafrasando il titolo della sua fortunata raccolta, tanto inventate non sono.

Nella storia raccontata dalla De Vitis c’è “Un desiderio comune di ribellione, induce in tentazione, ad alzare finalmente lo sguardo, a scontrarsi. E allora la cesura si interrompe. Scatta il segno, la virgola, l’apostrofo, il bacio. E le anime superano i corpi e finalmente s’incontrano. Mai come in questo racconto struttura, o meglio stile, e significato combaciano.”; così scrive Massimo Cacciapuoti, autore della prefazione al racconto che verrà distribuito gratuitamente nella metropolitana di Napoli alle centinaia di migliaia di lettori che come ogni anno apprezzeranno l’iniziativa di Subway Letteratura.

I ‘frammenti di vita vissuta’, così come li hanno definiti i suoi lettori, hanno fatto superare, in poco tempo, la terza edizione del libro d’esordio. “Storie d’amore inventato” è in distribuzione su tutti i canali di IlMioLibro (rete, librerie, Feltrinelli, etc.). Appuntamento in libreria, quindi, e nelle stazioni della metropolitana di Napoli, con i racconti di un’autrice della quale nell’immediato futuro sentiremo parlare e, soprattutto, leggeremo ancora.

Giovedì 7 Luglio 2011 Ore 21.30 – “È TUTTO NORMALE”, presentazione al castello di Corigliano d’Otranto


"È TUTTO NORMALE" (LUPO EDITORE)
di LUCIANO PAGANO

GIOVEDÌ 7 LUGLIO 2011
ALLE ORE 21.30

presso "Le Terrazze del Duca di Corigliano d’Otranto"
(Castello di Corigliano D’Otranto)

PRESENTERÀ
VITO ANTONIO CONTE

Giovedì letterario a “Le Terrazze del duca” di Corigliano D’Otranto
appuntamento con la cultura e il bon vivre

A Le Terrazze del Duca di Corigliano d’Otranto dopo il successo della prima edizione ritorna l’appuntamento con l’arte, la cultura e il bon vivre del Giovedì letterario al Castello di Corigliano d’Otranto. Il giovedì, di questa calda estate salentina a Le Terrazze del Duca, la caffetteria all’interno del maniero de’ Monti, si respirerà ancora una volta l’essenza della cultura che nel corso degli anni ha caratterizzato la meravigliosa fortezza, come ai tempi dei de’ Monti o dei più recenti proprietari, mecenati e propulsori di cultura nel territorio che vedono il loro maggiore esponente nel Conte Fancesco Trane.

Le pareti del castello, ancora oggi, sono testimonianza di personalità colte e preparate su più saperi, quelle stesse conoscenze, che si evincono da quell’incantevole e meraviglioso capolavoro che è la facciata, o con le pagine di storia che dal castello si sono diffuse nel corso del tempo, nei vari territori circostanti.

Nella splendida location de Le Terrazze del Duca, dal 7 al 28 luglio, la cooperativa Korianì, il comune di Corigliano d’Otranto, in collaborazione con la biblioteca comunale, anche quest’anno, nelle afose serate estive, regaleranno una ventata di freschezza con degli interessanti appuntamenti con l’arte e la cultura letteraria, ospiteranno, case editrici locali con autori del nostro territorio.

Ogni giovedì stralci di letture, ci porteranno alla scoperta di giovani scrittori, settore di cui, come in molti altri, il Salento è ricco. Ogni appuntamento sarà un’avvincente rivelazione letteraria.

Start giovedì 7 luglio alle ore 21,30, lo scrittore Vito Antonio Conte presenterà “È tutto normale” di Luciano Pagano, autore leccese poco più che trentacinquenne al suo secondo romanzo. In questo libro, edito da Lupo Editore, affronta un tema inesplorato nella letteratura soprattutto salentina e quanto mai attuale, per certi versi dirompente come quello della omogenitorialità. Pagano caratterizza i personaggi scavando nel loro inconscio, descrivendo comportamenti e modi di pensare e di essere, presentandoli come se fossero dinnanzi a noi, vivi e reali; lo fa con un linguaggio diretto e chiaro ma sempre profondo, alternando una narrazione esterna e onnisciente a una interna al racconto, quasi da dialogatore invisibile ma sempre presente.
Un romanzo denso, con una scrittura secca e lineare, un vortice di suggestioni e di spunti di riflessione. Una buona parte degli eventi più significativi sono in parte nascosti agli stessi quattro protagonisti.

“Il romanzo di Pagano trasmette l’idea di un ‘ordine normale’ delle cose, un ordine che consentirebbe alle persone di potersi amare in modi anche non convenzionali; permetterebbe di aprire i bronchi e di respirare; lascerebbe che il desiderio, l’eros, viaggiasse in modi fluidi e lontani da paralizzanti schemi antropologici e sociali”.

I protagonisti del racconto portano a galla le loro intere vite, le esperienze passate e le conseguenze delle loro scelte, come a volerci ricordare che in ogni singolo momento non siamo che il prodotto di quanto abbiamo vissuto.

In “È tutto normale” i ricordi affiorano con naturalezza mescolandosi alla vicenda presente. L’acuta descrizione dei caratteri è uno dei segni distintivi di questo romanzo, prova ne è il fatto che i personaggi restano ‘impressi’ nella mente per via delle descrizioni del loro vissuto interiore, soprattutto nei dialoghi.

Info/Prenotazioni: 328 4768278.

Avvenire


“Chi parla dell’avvenire è un cialtrone, è l’adesso che conta. Invocare i posteri, è parlare ai vermi”

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte

All the human meat left out


“It was difficult not to imagine the faces of those whose jobs were writing these questions. What they thought about, what their professional hopes and dreams were. Many of the questions were like little stories with all the human meat left out”

THE PALE KING, David Foster Wallace

RECD, Rassegna Europea del Cortometraggio e del Documentario, scadenza bando 9 luglio 2011


RECD. “Rassegna Europea del Cortometraggio e del Documentario”
Specchia 16-18 Agosto 2011

Proroga della scadenza
del bando al 9 Luglio 2011

Prorogato fino al 9 luglio 2011 il termine di scadenza per il bando di partecipazione a RECD, Rassegna Europea del Cortometraggio e del Documentario, giunta alla sua quarta edizione, che si terrà a Specchia dal 16 al 18 agosto 2011.

Gli organizzatori della manifestazione, che per l’edizione 2011 hanno già ufficializzato il patrocinio del Ministero della Gioventù, della Regione Puglia e dell’Apulia Film Commission hanno reso noto sul sito ufficiale (www.recd.it) l’avvenuto patrocinio da parte della Provincia di Lecce e dell’Agenzia per il Patrimonio Culturale Mediterraneo. Segno tangibile, questo, dell’attenzione alle tematiche trattate nella rassegna da parte delle istituzioni, su tutti i livelli.

Anche per questo motivo il termine ultimo per la presentazione dei lavori è stato prorogato al 9 luglio 2011. Tutte le informazioni necessarie alla partecipazione, unitamente al bando, sono disponibili in rete.

Info:
http://www.recd.it

Il classico pugliese viaggia in rete


Letture nella rete
Il classico pugliese viaggia in rete con alcuni tra i titoli più interessanti della produzione letteraria e autoriale regionale degli ultimi anni. Un’iniziativa della redazione di Bari del quotidiano “La Repubblica”

Sull’esistenza di una ‘scuola’ pugliese della narrativa, un po’ come dell’esistenza di una scuola ‘siciliana’ della poesia, con le debite distanze storiche e soprattutto il beneficio del gusto estivo per la provocazione, si è discusso molto e si continuerà a discutere. Discorsi che spesso si fanno davanti a un caffè in ghiaccio, così come parlare di best-seller dell’estate, prima ancora che mansione della critica, è un compito che il lettore assume da sé, volentieri, sperduto nella selva coloratissima dei primi ombrelloni, con la pancia in sù e…un ebook.

Interessante iniziativa quindi, quella promossa dalla redazione di Bari del quotidiano “La Repubblica”, che a partire dal 14 giugno scorso ha messo a disposizione per il download gratuito (l’indirizzo è: http://temi.repubblica.it/repubblicabari-i-libri/) alcuni tra i titoli più interessanti della produzione letteraria di autori pugliesi degli ultimi anni. Sono 14 titoli tra romanzi, saggi e antologie, che ci potranno far trascorrere una bella estate di letture a basso costo e ad altissimo rendimento.

A dare il via all’iniziativa è stato Mario Desiati, con il suo esordio narrativo “Neppure quando è notte” (Pequod Edizioni), il romanzo che pose da subito il giovane autore all’attenzione della critica nazionale. Forse non tutti fecero in tempo a procurarsi in libreria quel fortunato esordio (fate ancora in tempo); adesso Mario Desiati è giunto al suo quarto romanzo, “Ternitti”, con cui concorre nella cinquina dello Strega, e il pensiero corre a nemmeno dieci anni fa, otto per l’esattezza, e al ricordo di un intellettuale di altri tempi Enzo Siciliano, che a proposito di questo romanzo, su “L’Unità”, scrisse: “Che paese diverso sarebbe il nostro se certi politici si prendessero la briga di leggere i romanzi dei giovani scrittori per capire cosa spinge le nuove generazioni alla disobbedienza.”. Una riflessione analoga può essere dedicata al libro di Beppe Lopez, “Capatosta”, nella nuova edizione di Besa Editrice scaricabile sempre gratuitamente fino al 18 luglio.

Al suo apparire con Mondadori, nel settembre del 2000, il romanzo Capatosta di Beppe Lopez si impose subito all’attenzione dei lettori e della critica per quattro peculiarità: perché scritto in un linguaggio mai prima di allora usato in letteratura, un idioletto ricavato dall’autore intrecciando italiano parlato e un materiale dialettale – quello pugliese – considerato “minore”; perché ambientato in un mondo mai prima descritto, un Sud né contadino né operaio, né rurale né cittadino, né magico né metropolitano, come sospeso in una fase astorica di inconsapevolezza collettiva e individuale; perché dava voce a una plebe estranea ed estraniata dalla storia e dalla stessa letteratura; perché incentrato su un personaggio forte, memorabile, in assoluto – come è stato detto – “uno dei ritratti femminili più belli della narrativa italiana”.

Il testo di questa edizione – che vede la luce esattamente a dieci anni dalla prima – è frutto di un’attenta rilettura, di revisioni e di correzioni alle quali l’autore ha ritenuto necessario e doveroso sottoporre la stesura “sperimentale” del 2000, restituendoci quello che può già considerarsi un “classico” della narrativa meridionale a una più adeguata altezza di coerenza e accuratezza linguistica.

Ma le sorprese non finiscono qui, potrebbe affermare qualche giornalista più esperto. Dal 24 luglio e fino al 23 agosto, quindi per tutto il periodo più caldo dell’estate, sarà possibile scaricare “Lo scriba di Càsole” (Besa Editrice) di Raffaele Gorgoni. Quando il romanzo venne pubblicato, a ridosso dell’estate del 2004, concludevo così una recensione pubblicata su Musicaos.it “L’equilibrio è sottile, questo romanzo riesce a staccarsi dai clichè di cui è intriso l’immaginario collettivo idruntino gravitando il centro dell’attenzione altrove, nel momento giusto, facendoci intuire altri possibili sviluppi, dicendoci in sostanza che questo non è un romanzo su Otranto ma una metafora storica dei rapporti/conflitti tra culture, tra classico (la scrittura amanuense, la gerarchia dei saperi, i libri proibiti) e moderno (le opere consultabili, le biblioteche che si accrescono, la stampa a caratteri mobili) chiusa in una vicenda ben narrata”. Dalla pubblicazione del romanzo di Gorgoni in poi sono stati tanti i titoli pubblicati nella nostra regione nei quali l’immaginario storico si è fuso alla vicenda inventata sullo sfondo di questa terra. Una cosa è certa, nel rileggere oggi “Lo scriba di Càsole” continuiamo a trovare la stessa freschezza, frutto di un lavoro dell’autore sulla lingua e sulla costruzione della vicenda narrata degno del migliore e più ‘scafato’ autore di best-seller londinese; anche questo un gioiello della nostra contemporaneità che ha saputo fare scuola nel tempo.

E per la saggistica? Basta fare due nomi. Tanto per cominciare “Mal di Levante” (Laterza) di Franco Cassano e “Babbo Natale” di Nicola Lagioia (Fazi). Per quanto riguarda il primo titolo metto in atto un gesto di perfidia, perché mentre scrivo questo articolo il download del testo non è più possibile, quindi chi non si è affrettato a scaricarlo potrà leggerlo acquistandolo in libreria. E già perché questi sono classici ‘a orologeria’, e non c’è niente di peggio che andare sul sito all’indirizzo indicato per scaricare il titolo preferito o che più ci ha incuriosito per accorgersi che non è più lì. Per quanto riguarda il saggio di Nicola Lagioia, vincitore del Premio Viareggio-Repaci 2010 con il suo “Riportando tutto a casa” (Einaudi) ci troviamo di fronte a un saggio che analizza in parallelo l’evoluzione dei ‘2’ Babbi Natale che siamo abituati a conoscere, quello legato alla tradizione cristiano-occidentale delle festività natalizie e quello utilizzato come ‘icona’ pubblicitaria dalla più nota marca produttrice di bevande gassate, non la Pepsi-Cola, quell’altra.

C’è anche lo struggente romanzo di Vito Bruno, sempre edito da Fazi, “Il ragazzo che credeva in Dio”, con il suo “coro di personaggi alle prese con la quotidiana lotta per la sopravvivenza sullo sfondo di una Taranto torrida e inquinata”. La stessa Taranto che torna spesso nei racconti e nei romanzi di Cosimo Argentina, altro giovane e già ‘classico’ contemporaneo della nostra scrittura, presente in questa iniziativa con “Beata ignoranza” (Fandango), un pamphlet sullo stato attuale della nostra scuola e del sistema dell’istruzione; ed è ancora Taranto che fa da sfondo e protagonista della serrata inchiesta di Giuliano Foschini, “Quindici passi” (Fandango) dedicata a tutto ciò che ruota attorno a quel breve spazio, solo “quindici passi”, che separa lo stabilimento dell’ILVA di Taranto dal cimitero di San Brunone, dove molti operai sono stati sepolti.

E c’è “1943 Qui Radio Bari” (Edizioni Dedalo), del giornalista Antonio Rossano, scomparso di recente e che tanto ha dato alla nostra cultura. In questo libro racconta le vicende di Radio Bari, forse l’unica esperienza di emittenza ‘libera’ nell’Europa della Seconda Guerra Mondiale, tanto da provocare il plauso del Times e l’ira di Berlino, e poi ci sono “Il cattivo soggetto” di Rubini/Starnone/Cavalluzzi e “Mordi e fuggi” entrambi editi da Manni, insieme a un altro titolo edito da Laterza, “Talenti per l’impresa”, un libro a più mani (Carofiglio, D’Amicis, Don Pasta, Lagioia, Marocco) su cinque giovani esperienze del fare impresa in Puglia.

Per quanto riguarda la narrativa l’unica donna presente è Elisabetta Liguori, con “Il correttore”, edito da Pequod Edizioni nel 2007, una bella prova narrativa alla quale avrei visto volentieri affiancati i romanzi di altre brave autrici pugliesi, che magari potranno essere presenti in altra analoga iniziativa; insieme a lei c’è Agnese De Donato e il suo “Cosa fa stasera?” (Dedalo), raccolta di oltre cento interviste (a personaggi noti e meno noti) pubblicate su Paesesera tra gli anni ‘70 e ‘80.

Approfitto di questa occasione per citare quello che per me è stato un classico, si tratta di un romanzo che nomino sempre ogni volta che alla presentazione di un mio libro mi fanno la fatidica domanda “di quali libri pubblicati in Puglia suggeriresti la lettura?”; si tratta di “Un refolo di vento” esordio e ‘unico’ di Salvatore Stefanoni (Besa Editrice, Lune Nuove). Una storia incredibile che ai tempi di grandi fratelli, intercettazioni e affini è divenuta credibilissima, scritta in una lingua ‘nuova’, attuale e inattuale allo stesso tempo, una storia sanguigna, violenta e poetica; un libro da leggere e che, ho già deciso, mi farà compagnia per la seconda volta d’estate, come nel 2003.

Una cosa è certa, in questo periodo di esami di maturità è un po’ come se al giovane scrittore, desideroso di conoscere che cosa c’è di buono da seguire come esempio, avessero dato di nascosto la traccia dell’esame già svolta; questi testi ci aiuteranno a fare il punto sulla ‘nostra’ scrittura, sulla nostra terra e sul nostro paese, proprio nel periodo estivo, così da non avere nessuna scusa quando, tornando sui ‘banchi di scuola’, a settembre, dovremo attendere alle prime interrogazioni.

http://twitter.com/lucianopagano

articolo pubblicato su “Il Paese Nuovo” di oggi,
martedì 28 giugno 2011

Dal Salento a Cannes…l’art director a caccia del Leone


È in corso e terminerà il 25 giugno prossimo la 58esima edizione del “Cannes Lions”, Festival Internazionale della Creatività di Cannes, da sempre il più importante e prestigioso concorso pubblicitario al mondo. Basta nominare alcuni dei vincitori delle precedenti edizioni per farsi un’idea dell’importanza del riconoscimento: Ikea, Unilever, Volkswagen, Procter & Gamble, Adidas, Sony Computer Entertainment, BMW AG, Nike, Swatch Group, Sony Corporation e Virgin Group.

Tra le poche presenze per l’Italia segnaliamo, nella shortlist dei primi sette classificati per la categoria MEDIA LIONS/Best Localised Campaign, l’art director Marco Cantalamessa, di origine marchigiana ma salentino d’adozione (nella foto), che riceve questa nomination per la campagna pubblicitaria per il noto marchio di abbigliamento Diesel realizzata come art director dell’agenzia milanese BCube (gruppo Leo Burnett).

La campagna è stata giocata su elementi volutamente legati al territorio; infatti le affissioni che hanno campeggiato in tutta Italia declinavano una storia con slogan dialettali, nessuna regione esclusa.

Marco Cantalamessa è attivo a Lecce, dal marzo scorso, insieme all’art director salentina Annalisa Martinucci e al direttore clienti Lorenzo Martinucci, con Rebel Comunicazione, una nuova agenzia pubblicitaria con sede a Lecce.

I due direttori creativi, dopo un’importantissima esperienza di più di dieci anni di lavoro presso autorevoli agenzie pubblicitarie milanesi, curando clienti del calibro di Coca-Cola, BMW, Mini, Barilla, Feltrinelli, hanno deciso di creare un progetto proprio, animati dalla voglia di portare tutto il proprio bagaglio tecnico sul territorio salentino. L’agenzia si vuole porre sul mercato come un’alternativa in grado di fornire una consulenza completa e professionale, sempre attenta alle novità di un settore in continua evoluzione.

Nel frattempo Cantalamessa, insieme ai suoi soci, si gode il notevole posizionamento al Festival Cannes Lions e spera di essere uno dei vincitori.

Info:

http://www.canneslions.com/work/media/entry.cfm?entryid=20398&award=99

“Straniero sarai tu. Quando il semaforo non basta”. Un racconto


Straniero sarai tu.
Quando il semaforo non basta.
Un racconto

“Io sono il numero zero
facce diffidenti quando passa lo straniero”
Sangue Misto

Caro lettore, mi preme rassicurarti, prima ancora che tu prosegua nella lettura di questo racconto, che qui non si parlerà di viabilità, di domeniche in bicicletta, di filobus e/o eventuale procrastinazione del servizio di trasporto pubblico, e argomenti simili. Il semaforo, in questo caso, è inteso come luogo di concentrazione del ‘lavoro diffuso’, elemento reso stabile da una precarietà oramai storicizzata e soprattutto denigrata dalle stesse parole del Premier e dalle sue recenti affermazioni sul Decreto Sviluppo. Silvio Berlusconi, in più di un’intervista concessa alle sue reti personali, ovvero sia “Rete 4” e “Rai Uno”, ha ribadito i risultati ‘forti’ del suo governo, che poi sono quelli di facciata più visibili dal punto di vista mediatico ma smentiti nell’attimo stesso in cui ne viene data notizia. Il leit-motiv che ci ha accompagnato nel periodo delle elezioni nei Comuni sarà lo stesso tormentone che ci accompagnerà fino alle prossime Politiche, ovvero sia il trittico “Spazzatura” – “Terremoto” – “Come Siamo Usciti a Testa Alta dalla Crisi”.
È per questo motivo, caro Lettore, che mi sembrava giusto riportare una testimonianza, qualcosa di piccolo di fronte a tanto dispiegamento di mezzi informativi, e lo farò a partire dal semaforo. Il semaforo in questione è quello davanti al quale ho modo di passare ogni giorno, per più di una volta al giorno.

C’è un rumeno, sempre lo stesso da almeno cinque anni, che chiede i soldi in cambio di una lavata di vetro. Un giorno, passando vicino a una cabina del telefono, mi sento chiamare “Amico, amico!”, quando un rumeno ti chiama ‘amico’ è come se un uomo di colore, nell’Harlem degli anni sessanta, ti chiamasse ‘fratello’, stesso effetto semantico, “vieni, ci serve un favore”. Mi avvicino alla cabina rispondendomi nella testa alla domanda “ma chi può utilizzare, nel duemila, una cabina telefonica?”, uno che deve fare un numero verde in mezzo alla strada, ecco chi. Pietro (questo il nome tradotto in salentino) mi mostra la ricevuta di un bonifico estero effettuato con un corriere espresso. In pratica gli hanno invertito il nome con il cognome e quindi, la persona dall’altra parte del globo, in Romania, non può riscuotere la cifra. Pietro mi chiede di fare il numero verde, ascoltare, seguire le istruzioni e segnalare il problema all’Ufficio Clienti. La mia esperienza nei call-center mi fa subito capire che Pietro si trova alle prese con un problema degno dei tempi moderni, ovvero sia l’incomunicabilità tra uomo e operatore. Prendo il telefono, faccio tre tentativi (una buona media per essere un presupposto esperto), riesco finalmente a parlare con una signorina, risolvo il problema. Da qualche parte in Romania la sorella di Pietro, oggi, riceverà 100 euro. Caro Lettore, devi immaginare che quando stavo chiuso dentro la cabina, lì fuori, insieme a Pietro, c’erano altri due suoi amici; se fossi stato più suggestionabile avrei creduto che non mi avrebbero fatto uscire senza una soluzione, se tu stesso li avessi incontrati da soli magari avresti potuto credere che non erano tipi raccomandabili, ma questo è l’effetto che ti fa vedere alcuni telegiornali, quelli che dipingono l’altro come nemico; io non l’ho pensato, anche se uno dei due aveva la chiostra dei denti completamente d’oro. Da quel giorno sono amico di Pietro. Gli ho risolto un problema senza mandarlo a quel paese temendo chissà cosa, l’ho trattato come una persona e non come un lavavetri, quindi ha deciso che siamo amici. Quando arrivo con la macchina davanti al semaforo lui mi dice sempre ‘ciao amico, ti saluto e ti stringo la mano’, a Pasqua mi ha fatto gli auguri.

Caro lettore, dovevo farti questa premessa per raggiungere più semplicemente la conclusione, avvenuta stamattina, quando, fermo con l’auto al semaforo, scambio il mio solito saluto con Pietro. Lui si avvicina, mi stringe la mano, gli dico “Apposto?”, lui mi risponde “facciamo finta di dire apposto! è diventato più complicato, troppe tasse da pagare, il semaforo non basta più”.
Ecco, in quel momento mi sarebbe piaciuto tanto che, a quel semaforo, facesse la sua comparsa San Silvio B., patrono delle emergenze risolte in televisione e rimaste tali nel mondo reale, con le sue rassicurazioni di avere esteso la cassa integrazione anche a fasce dei lavoratori che precedentemente non ne usufruivano; lo stesso San Silvio B. che si prepara a benedire i risultati del recente turno elettorale come un vero e proprio ‘test di governo’, mentre la Confindustria e la Marcegaglia, appoggiata da tutti i precedenti presidenti della Confindustria, continua nell’affermare che l’Italia è un paese frenato, e che il Governo è uno dei freni più forti al rilancio dell’economia. Altro che Decreto Sviluppo. Cosa ne pensa del Ministro Tremonti il nostro Pietro, lavavetri che paga le tasse e nel frattempo deve anche sorbirsi le prediche di una quindicina di commercianti limitrofi che a turno gli sparlano alle spalle recitando la litania del “e perché non torni nel tuo paese, e come fai a camparti con l’elemosina chissà cosa fai di losco, e quanti siete, e se vi contassimo a tutti i semafori, tirate su un milione di euro al giorno”. Mi chiedo, ma c’è stato qualcuno che ha mai chiesto a Pietro se pagava le tasse, prima di dirsi – nel pregiudizio – che è venuto a fregarci i soldi nell’illegalità?

Ecco, caro Lettore, quello che mi premeva dirti con questo racconto è: mentre in questi dieci anni ‘davi addosso’ allo straniero, in tutte le salse e su tutti i canali e con tutte le proposte di leggi allucinanti, le persone che fomentavano il tuo odio erano le stesse che contribuivano a impoverirti al punto da raggiungere una soglia di sussistenza minima, in un paese dove il tasso di disoccupazione giovanile è del 28,2% e dove ci sono fasce della popolazione che non sono MAI state assunte e quindi non hanno MAI, tecnicamente e realmente, lavorato e quindi non sapranno MAI cosa vuol dire essere tutelati. Ma noi continuiamo a dare addosso allo straniero. C’è una canzone dei Sangue Misto, il gruppo cui apparteneva Neffa, che si intitolava “Lo straniero” (1994), ascoltarla oggi e vedere che così poco è cambiato fa venire la pelle d’oca, “Io quando andavo a scuola da bambino/la gente nella classe mi chiamava marocchino,/terrone “Muto! Torna un po’ da dove sei venuto!”

Questo racconto, caro Lettore, è dedicato a Pietro che paga le tasse su quella che tu chiami elemosina, nel paese del lavoro sommerso, ma anche a tutte le famiglie del Nord Italia che alla sera cenano con latte e biscotti perché non hanno più soldi per fare la spesa. Grazie di averci preso in considerazione, Lettore, le faremo sapere al più presto.

pubblicato su “Il Paese Nuovo”
di Domenica 15 Maggio 2011

http://twitter.com/lucianopagano