Archivi tag: Cosimo Argentina

Libri da regalare


Fabrica, L’inferno di Dante – una storia naturale / Questo lo regalo a chi guarda dall’altra parte quando dici che Dante è una delle tue letture preferite

Richard Ford, Lo stato delle cose / Questo lo regalo a chi mi dice che vorrebbe andare vivere il sogno americano e poi guarda le trasmissioni dedicate alla raccolta dei coupon

William T. Vollmann, Europe Central / Questo lo regalo agli scrittori che mi fermano dicendo che hanno iniziato a scrivere qualcosa di complesso, articolato, un vero e proprio ‘affresco’

Mike Rapport, 1848. L’anno della rivoluzione / Questo lo regalo a chi ignora cosa sia accaduto, poco meno di due secoli fa, e cerca di capirci qualcosa

Samuel Beckett, Trilogia / Questo lo regalo perché se provate ad acquistarlo non lo trovate facilmente in giro, praticamente in nessun dove

Sandro Veronesi, XY / Questo lo regalo a chi dice che sarebbe bello lasciare la città e andare a vivere in un paesino, magari in montagna, come si faceva una volta…sì…ma quale volta?

Antonio Moresco, Canti del caos – seconda parte / Questo lo regalo a chi si sente un po’ radical chic e non vede l’ora che venga il prossimo

Jonathan Franzen, Le correzioni / Questo potrei anche non regalarlo, quando incontro qualcuno capisco che lo hanno letto tutti

Thomas Bernhard, Il gelo / Questo lo regalo a chi crede che i confini interni della mente siano sondabili

Edoardo Sanguineti, Mikrokosmos / Questo lo regalo ai poeti che si sentono degli sperimentatori

Apuleio, L’asino d’oro / Questo lo regalo a chi abbia la curiosità di conoscere uno dei primi libri che ho letto entrando nella coscienza, alle elementari

Maria Corti, Le pietre verbali / Questo lo regalo a chi non conosce questa storia così cruda e essenziale

Mario Soldati, L’attore / Questo lo regalo a chi vuol vedere come eravamo fichi, in Italia, prima di demolirla

Louis-Ferdinand Céline, Trilogia del Nord / Questo lo regalo a chi desidera leggere una storia vera

Howard Jacobson, Kalooki nights / Questo lo regalo ai noiosi, barbosi, criticoni e parrucconi dell’età moderna

Sudan Neiman, In cielo come in terra / Questo lo regalo a chi vuole un mondo di bene, ma non ha mai approfondito la storia filosofica del male

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo / Questo non lo regalerei a nessuno, specie se scrive, perché varrebbe a dire ‘smetti pure’

Gaetano Cappelli, Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo / Questo lo regalo insieme a una bottiglia di Primitivo, suggerendo di berli entrambi insieme

Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra / Questo lo regalo a chi sta da questa parte mentre dall’altra parte lanciano i missili

Meridione d’inchiostro / Questo lo regalo a chi costruisce immagini

Pier Paolo Pasolini, Petrolio / Questo lo regalo a chi non ha capito

Paul Auster, Leviatano / Questo lo regalo a chi, mi sembra di capire, non ha apprezzato anche uno solo dei precedenti

Domenico Starnone, Il salto con le aste / Questo lo regalo a chi crede che la vita facile sia un gioco facile

Ian McEwan, Cani neri / Questo lo regalo perché per un po’ di tempo, dopo averlo letto, mi era passata la voglia di scrivere storie

Antonio Pascale, La manutenzione degli affetti / Questo lo regalo a chi vuol leggere un bel libro di racconti

Marco Montanaro, La passione / Questo lo regalo a chi, nelle file del pdl, si candiderà, soprattutto al sud, lasciateli perdere

Georges Perec, L’arte e la maniera di affrontare il proprio capo per chiedergli un aumento / Questo lo regalo a chi vuol farsi un’idea di cosa voglia dire ‘monologo’, aggiungendo, magari, ‘di fantascienza’

Cosimo Argentina, Cuore di cuoio / Questo lo regalo a chi vuol capire perché l’autore di questo libro, già da tempo, è uno dei migliori in circolazione

Enrico Micheli, Quando alla finestra si vedeva l’Eur e noi sognavamo la rivoluzione / Questo lo dedico a tutte le ragazze sedicenni, rivoluzionarie e alternative, della mia adolescenza, ora ne hanno quasi quaranta e trovano rivoluzionario il pin del cel, ma non lo hanno ancora letto

Chuck Palaniuk, Fight club / Questo lo regalo perché ci vuole

Pier Paolo Pasolini, Teorema / Questo lo regalo perché quando lo lessi capii che per fare un buon libro bisogna avere le visioni, e le idee chiare

Charles Baudelaire/Attilio Bertolucci, I fiori del male / Questo lo regalo perché è la traduzione dei Fiori a cui sono più affezionato

Aldous Huxley, Il mondo nuovo, Ritorno al mondo nuovo / Questo lo regalo perché anche se tecnicamente non è un libro di fantascienza si tratta pur sempre di uno dei primi libri che ho letto in inglese, il secondo era La guerra dei mondi di Wells

Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata / Questo lo regalo perché mi è piaciuto il film, quello sì

Italo Calvino, Lezioni americane / Questo lo regalo perché il mio tema della maturità l’ho svolto su una traccia presa da questo libro e perché la prima citazione del mio primo romanzo è presa da qui, e anche perché spero che chi cita la ‘leggerezza’ di Calvino, prima o poi finisca per leggerlo accorgendosi di citarlo alla cazzo

Adam Mansbach, La fine degli ebrei / Questo lo regalo perché è uno dei romanzi più ritmici, rapidi e densi che abbia letto, c’è musica in questo libro

Giuseppe Genna, Italia De Profundis / Questo lo regalo perché Genna è uno sguardo lucido su ciò che sta per accadere

Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo / Questo lo regalo perché potrebbe interessarvi saperlo

John Barth, L’opera galleggiante / Questo lo regalo perché è la risposta alla difficoltà di costruire una storia a partire da un’idea così geniale che poteva scriverla soltalto lui

David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più / Questo lo regalo perché quando mi sono sposato grazie a lui ho eliminato a priori la possibilità di salire su una nave per festeggiare

Charles Dickens, Grandi speranze / Questo lo regalo perché penso che è stato bello crescere accompagnato dalla tristezza, malinconia e bravura di Charles

Friedrich Wilhelm Nietzsche, Così parlò Zarathustra / Questo lo regalo perché ce l’ho sempre a portata di mano

Salvatore Scibona, La fine / Questo lo regalo perché lo sto apprezzando in questi giorni e anche perché, dato il titolo, andava bene mettercelo a questo punto dell’elenco.

Buon Natale.

Ps. Il tizio del Calendario Maya fa la linguaccia, dovevate capirlo che era una presa in giro.

Il classico pugliese viaggia in rete


Letture nella rete
Il classico pugliese viaggia in rete con alcuni tra i titoli più interessanti della produzione letteraria e autoriale regionale degli ultimi anni. Un’iniziativa della redazione di Bari del quotidiano “La Repubblica”

Sull’esistenza di una ‘scuola’ pugliese della narrativa, un po’ come dell’esistenza di una scuola ‘siciliana’ della poesia, con le debite distanze storiche e soprattutto il beneficio del gusto estivo per la provocazione, si è discusso molto e si continuerà a discutere. Discorsi che spesso si fanno davanti a un caffè in ghiaccio, così come parlare di best-seller dell’estate, prima ancora che mansione della critica, è un compito che il lettore assume da sé, volentieri, sperduto nella selva coloratissima dei primi ombrelloni, con la pancia in sù e…un ebook.

Interessante iniziativa quindi, quella promossa dalla redazione di Bari del quotidiano “La Repubblica”, che a partire dal 14 giugno scorso ha messo a disposizione per il download gratuito (l’indirizzo è: http://temi.repubblica.it/repubblicabari-i-libri/) alcuni tra i titoli più interessanti della produzione letteraria di autori pugliesi degli ultimi anni. Sono 14 titoli tra romanzi, saggi e antologie, che ci potranno far trascorrere una bella estate di letture a basso costo e ad altissimo rendimento.

A dare il via all’iniziativa è stato Mario Desiati, con il suo esordio narrativo “Neppure quando è notte” (Pequod Edizioni), il romanzo che pose da subito il giovane autore all’attenzione della critica nazionale. Forse non tutti fecero in tempo a procurarsi in libreria quel fortunato esordio (fate ancora in tempo); adesso Mario Desiati è giunto al suo quarto romanzo, “Ternitti”, con cui concorre nella cinquina dello Strega, e il pensiero corre a nemmeno dieci anni fa, otto per l’esattezza, e al ricordo di un intellettuale di altri tempi Enzo Siciliano, che a proposito di questo romanzo, su “L’Unità”, scrisse: “Che paese diverso sarebbe il nostro se certi politici si prendessero la briga di leggere i romanzi dei giovani scrittori per capire cosa spinge le nuove generazioni alla disobbedienza.”. Una riflessione analoga può essere dedicata al libro di Beppe Lopez, “Capatosta”, nella nuova edizione di Besa Editrice scaricabile sempre gratuitamente fino al 18 luglio.

Al suo apparire con Mondadori, nel settembre del 2000, il romanzo Capatosta di Beppe Lopez si impose subito all’attenzione dei lettori e della critica per quattro peculiarità: perché scritto in un linguaggio mai prima di allora usato in letteratura, un idioletto ricavato dall’autore intrecciando italiano parlato e un materiale dialettale – quello pugliese – considerato “minore”; perché ambientato in un mondo mai prima descritto, un Sud né contadino né operaio, né rurale né cittadino, né magico né metropolitano, come sospeso in una fase astorica di inconsapevolezza collettiva e individuale; perché dava voce a una plebe estranea ed estraniata dalla storia e dalla stessa letteratura; perché incentrato su un personaggio forte, memorabile, in assoluto – come è stato detto – “uno dei ritratti femminili più belli della narrativa italiana”.

Il testo di questa edizione – che vede la luce esattamente a dieci anni dalla prima – è frutto di un’attenta rilettura, di revisioni e di correzioni alle quali l’autore ha ritenuto necessario e doveroso sottoporre la stesura “sperimentale” del 2000, restituendoci quello che può già considerarsi un “classico” della narrativa meridionale a una più adeguata altezza di coerenza e accuratezza linguistica.

Ma le sorprese non finiscono qui, potrebbe affermare qualche giornalista più esperto. Dal 24 luglio e fino al 23 agosto, quindi per tutto il periodo più caldo dell’estate, sarà possibile scaricare “Lo scriba di Càsole” (Besa Editrice) di Raffaele Gorgoni. Quando il romanzo venne pubblicato, a ridosso dell’estate del 2004, concludevo così una recensione pubblicata su Musicaos.it “L’equilibrio è sottile, questo romanzo riesce a staccarsi dai clichè di cui è intriso l’immaginario collettivo idruntino gravitando il centro dell’attenzione altrove, nel momento giusto, facendoci intuire altri possibili sviluppi, dicendoci in sostanza che questo non è un romanzo su Otranto ma una metafora storica dei rapporti/conflitti tra culture, tra classico (la scrittura amanuense, la gerarchia dei saperi, i libri proibiti) e moderno (le opere consultabili, le biblioteche che si accrescono, la stampa a caratteri mobili) chiusa in una vicenda ben narrata”. Dalla pubblicazione del romanzo di Gorgoni in poi sono stati tanti i titoli pubblicati nella nostra regione nei quali l’immaginario storico si è fuso alla vicenda inventata sullo sfondo di questa terra. Una cosa è certa, nel rileggere oggi “Lo scriba di Càsole” continuiamo a trovare la stessa freschezza, frutto di un lavoro dell’autore sulla lingua e sulla costruzione della vicenda narrata degno del migliore e più ‘scafato’ autore di best-seller londinese; anche questo un gioiello della nostra contemporaneità che ha saputo fare scuola nel tempo.

E per la saggistica? Basta fare due nomi. Tanto per cominciare “Mal di Levante” (Laterza) di Franco Cassano e “Babbo Natale” di Nicola Lagioia (Fazi). Per quanto riguarda il primo titolo metto in atto un gesto di perfidia, perché mentre scrivo questo articolo il download del testo non è più possibile, quindi chi non si è affrettato a scaricarlo potrà leggerlo acquistandolo in libreria. E già perché questi sono classici ‘a orologeria’, e non c’è niente di peggio che andare sul sito all’indirizzo indicato per scaricare il titolo preferito o che più ci ha incuriosito per accorgersi che non è più lì. Per quanto riguarda il saggio di Nicola Lagioia, vincitore del Premio Viareggio-Repaci 2010 con il suo “Riportando tutto a casa” (Einaudi) ci troviamo di fronte a un saggio che analizza in parallelo l’evoluzione dei ‘2’ Babbi Natale che siamo abituati a conoscere, quello legato alla tradizione cristiano-occidentale delle festività natalizie e quello utilizzato come ‘icona’ pubblicitaria dalla più nota marca produttrice di bevande gassate, non la Pepsi-Cola, quell’altra.

C’è anche lo struggente romanzo di Vito Bruno, sempre edito da Fazi, “Il ragazzo che credeva in Dio”, con il suo “coro di personaggi alle prese con la quotidiana lotta per la sopravvivenza sullo sfondo di una Taranto torrida e inquinata”. La stessa Taranto che torna spesso nei racconti e nei romanzi di Cosimo Argentina, altro giovane e già ‘classico’ contemporaneo della nostra scrittura, presente in questa iniziativa con “Beata ignoranza” (Fandango), un pamphlet sullo stato attuale della nostra scuola e del sistema dell’istruzione; ed è ancora Taranto che fa da sfondo e protagonista della serrata inchiesta di Giuliano Foschini, “Quindici passi” (Fandango) dedicata a tutto ciò che ruota attorno a quel breve spazio, solo “quindici passi”, che separa lo stabilimento dell’ILVA di Taranto dal cimitero di San Brunone, dove molti operai sono stati sepolti.

E c’è “1943 Qui Radio Bari” (Edizioni Dedalo), del giornalista Antonio Rossano, scomparso di recente e che tanto ha dato alla nostra cultura. In questo libro racconta le vicende di Radio Bari, forse l’unica esperienza di emittenza ‘libera’ nell’Europa della Seconda Guerra Mondiale, tanto da provocare il plauso del Times e l’ira di Berlino, e poi ci sono “Il cattivo soggetto” di Rubini/Starnone/Cavalluzzi e “Mordi e fuggi” entrambi editi da Manni, insieme a un altro titolo edito da Laterza, “Talenti per l’impresa”, un libro a più mani (Carofiglio, D’Amicis, Don Pasta, Lagioia, Marocco) su cinque giovani esperienze del fare impresa in Puglia.

Per quanto riguarda la narrativa l’unica donna presente è Elisabetta Liguori, con “Il correttore”, edito da Pequod Edizioni nel 2007, una bella prova narrativa alla quale avrei visto volentieri affiancati i romanzi di altre brave autrici pugliesi, che magari potranno essere presenti in altra analoga iniziativa; insieme a lei c’è Agnese De Donato e il suo “Cosa fa stasera?” (Dedalo), raccolta di oltre cento interviste (a personaggi noti e meno noti) pubblicate su Paesesera tra gli anni ‘70 e ‘80.

Approfitto di questa occasione per citare quello che per me è stato un classico, si tratta di un romanzo che nomino sempre ogni volta che alla presentazione di un mio libro mi fanno la fatidica domanda “di quali libri pubblicati in Puglia suggeriresti la lettura?”; si tratta di “Un refolo di vento” esordio e ‘unico’ di Salvatore Stefanoni (Besa Editrice, Lune Nuove). Una storia incredibile che ai tempi di grandi fratelli, intercettazioni e affini è divenuta credibilissima, scritta in una lingua ‘nuova’, attuale e inattuale allo stesso tempo, una storia sanguigna, violenta e poetica; un libro da leggere e che, ho già deciso, mi farà compagnia per la seconda volta d’estate, come nel 2003.

Una cosa è certa, in questo periodo di esami di maturità è un po’ come se al giovane scrittore, desideroso di conoscere che cosa c’è di buono da seguire come esempio, avessero dato di nascosto la traccia dell’esame già svolta; questi testi ci aiuteranno a fare il punto sulla ‘nostra’ scrittura, sulla nostra terra e sul nostro paese, proprio nel periodo estivo, così da non avere nessuna scusa quando, tornando sui ‘banchi di scuola’, a settembre, dovremo attendere alle prime interrogazioni.

http://twitter.com/lucianopagano

articolo pubblicato su “Il Paese Nuovo” di oggi,
martedì 28 giugno 2011

“Vicolo dell’acciaio” (Fandango) di Cosimo Argentina. Una recensione di Daniela Gerundo


L’impressione che si riceve dalla lettura dei suoi libri è che Cosimo Argentina si serva della scrittura come strumento per “elaborare un lutto”; come mezzo per sublimare il dolore e racchiuderlo nelle pagine; come tramite per trasformare in energia creativa la rabbia che sente implodere in sé; come sistema per commutare i vibranti sentimenti che lo animano in parole scritte.

Parole che necessitano di un’attenta lettura per poter recepire i messaggi in esse sottese. Occorre, infatti, saper leggere tra le righe più che le righe di quelle pagine per ritrovarvi le spinte emozionali che a quei racconti danno vita senza mai essere apertamente palesate, al massimo alluse: l’amore viscerale per la propria città; i legami indissolubili con quel “cumulo di pietre e di cristiani”; lo stupore davanti agli incredibili colori dei tramonti occidentali; l’orgoglio dell’appartenenza ostentato attraverso il ricorso ad un lessico famigliare strutturato su un vernacolo blindato e codici comunicativi fatti di versi della bocca supportati da cenni della testa.

La nostalgia originata dall’assenza di tutto questo e molto altro, il dolore generato dalla forzata lontananza dalla sua città, pari per intensità al patimento di un innamorato respinto, alimentano la scrittura torrenziale di Argentina definendone le cifre stilistiche ma anche i condizionamenti più evidenti.

E’ una narrazione avviluppata a luoghi situazioni e personaggi che hanno segnato la sua crescita; radicata nella cultura della terra d’origine ,alle usanze, alle abitudini, ad un modo confidenziale di relazionarsi tipico delle piccole comunità, dove tutti hanno un soprannome identificativo, dove si tende a consorziarsi in una comune rete di protezione e di sostegno.

E’ una narrazione espressa attraverso un gergo colloquiale e localistico che non facilita Argentina nel trovare editori disposti a riconoscergli i meriti dell’autenticità del sentire,della libertà d’espressione, del rifiuto delle snaturanti rivisitazioni dei consulenti letterari,del sentirsi svincolato dai tempi “dell’umano sistema fognario”.

E’ una narrazione fremente di passione che, con la portata di un fiume in piena, rompe gli argini imposti da precise indicazioni editoriali e travolge il lettore anche con la sgradevolezza di alcuni dettagli ma con la leggerezza dell’ironia quale sublimato dell’ira; con uno stile vivace in cui il sorriso amaro ha il sopravvento sullo sdegno per le ingiustizie sociali e sulle avversità della sorte in cui si dibatte una popolazione che ci rimanda al “ciclo dei vinti”.

In Vicolo dell’Acciaio Mino Palata racconta l’evolversi di una generazione del quartiere nel quale Cosimo Argentina è realmente cresciuto. La scenografia è resa dai profumi, suoni, rumori di quelle strade; dalle voci della tribù tarantina, dai rituali tipici del familismo meridionale. E’ il quartiere della mitica e mitizzata Via Calabria dove il 90% delle famiglie ha il capo che “se la spassa nel siderurgico”, beve caffè Ninfole, tracanna birra Raffo.

Quella dei capifamiglia è una carovana di antieroi che avanza su colline di carbon fossile e polveri ferruginose con genetica rassegnazione; con la consapevolezza che nel caravanserraglio dell’acciaio si baratta la vita per la sopravvivenza; che a nessuna caduta seguirà un pronto riscatto; che una naturale selezione della specie permetterà solo ai più forti di concludere il ciclo lavorativo nei gironi infernali dell’industria siderurgica, esentandoli da malattie invalidanti, rare forme tumorali, mutilazioni nel corpo e nell’anima. Una ingenerosa predestinazione sembra condannare i maschi del vicolo al ruolo di vittime sacrificali secondo un copione che si ripete per generazioni con scontata prevedibilità e passiva accettazione.

Inutili le manifestazioni di protesta contro gli sbuffi venefici del mostro d’acciaio; c’è il rischio di rimanere vittime dei raggiri delle associazioni degli “ambientalisti del giovedì”, personaggi incompetenti desiderosi solo di strumentalizzare il dolore della gente per acquisire un potere contrattuale.

Alle famiglie colpite resta il conforto del “consolo”, un rituale di solidarietà dell’indotto umano che comunque si sforza di migliorare l’avvenire dei propri figli attraverso gli studi universitari, guardando alla laurea come documento valido per espatriare dal vicolo e sdoganarsi dal destino di “gechi” attaccati al muro del bar di Mest’Arturo.

Gli studi di Mino però sembrano arenarsi al capitolo “Prescrizione e Decadenza” di un esame duro da superare quanto le prove che gli riserva il destino: l’impatto con l’amore, il peso dell’assenza, l’addio di Isa; la morte dei primalinea;il sogno proibito della dea condominiale, un nastro di Mobius da “percorrere” all’infinito; l’incomunicabilità col “generale dagli occhi lisergici” suo padre, ingombrante e assoluto,ma per lui un mito vivente;la compassione per la madre, una santa donna che “si riprende sempre”, con la bussola sempre in mano a segnalare il nord magnetico in una casa dove domina l’anarchia.

Il racconto è alleggerito da riferimenti a reali fatti di attualità e a citazioni che rimandano alle passioni del nostro scrittore: la musica di James Brown; il calcio dell’Audace Usac; la poesia del Pascoli nel Gelsomino Notturno; Manzoni con le risposte della sciagurata Gertrude-Vincenzina; André Brink, in Un’arida stagione bianca;le donne tarantine, le più belle del sistema solare; i fumetti di Tom Mix.

Ma, leggendo tra le righe ,scopriamo ciò che Cosimo ha voluto comunicare attraverso Mino: la rassegnazione uccide più della diossina. E Cosimo parla della sua rabbia quando Mino fa l’amore con Isa “…non c’è passione , c’è solo un maschio furioso, incalcolabile…con uno straccio di anima nera che lotta contro qualcosa che si arrotola nel buio del suo cervello…un animale ferito che cerca di bucare il manto nel quale è costretto a vivere….le ferite vengono a galla e combatto contro i demoni…Il piacere porta alla luce il terrore a cui è vincolato”. E’ la rabbia del lutto non elaborato; di chi non si arrende davanti allo spettacolo della sua città violata, della decadenza che distrugge quotidianamente strutture e speranze; di chi si aspetta delle reazioni forti da parte di chi invece ha scelto di lasciarsi vivere o morire; di quello a cui la laurea ha meritato l’esilio,ma che anche da lontano urla la sua rabbia attraverso i suoi libri o la rubrica sul nostro quotidiano locale, manifestando un amore che se fosse nell’animo di tutti i tarantini basterebbe a contrastare le mire dei colonizzatori e la rassegnazione di una classe politica che cambia colore ma non l’arrendevolezza di fronte al ricatto occupazionale. E’ Cosimo quando Mino fa l’amore , e noi l’amiamo perché è così.

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per contribuire: Musicaos.it
blog & note: Musicaos/Wordpress

tra i prossimi interventi che verranno pubblicati su Musicaos.it: due interventi critici di Luisa Ruggio, un racconto inedito di Evelyn De Simone, un intervento critico di Vito Russo

“Saluti e baci”, un racconto di Dino Mimmo


“Saluti e baci”
di Dino Mimmo

La notte è tutta mia, è una donna incinta, ha le doglie, me la sento addosso, appiccicosa, vinavil. Sono in apnea, nel buio del mio camerino, in una feroce attesa. Boys and girls inneggiano cori da stadio, là fuori, pogano come cavallette, vogliono un rock di fuoco e fiamme e aria alcolica puzzolente e canne e fumo e gel per capelli e sunglasses. Annaspo, ansimo solitario, la band è nel backstage che accorda chitarre e scatarra, sono un semitono sotto, o sopra, sottosopra, gli acuti sottosopra, erano il mio orgasmo, il mio sangue, il mio sudore, rapido e graffiante, ma un semitono sotto, all’inizio sembri fuori tonalità ma poi, poi ti esce un sound tutto allucinato, tutto allucinato, e all’improvviso, come sempre, da un po’ di tempo a questa parte, ho voglia di correre fuori, al freddo, a piangere, bambino, eccomi, ho paura ho paura ho paura.

La notte è ancora giovane, come me, non voglio cantare, no, lasciatemi uscire da qui, non voglio nessun suono, nessun rumore di guitar, lasciatemi ridere, anche se, anche se, no, non ho il coraggio di farlo, mi dico, mi ripeto, da sempre, da un po’, ed è vero, datemi dissonanze, ammutolite la platea, spegnete quella folla lì fuori, non c’è verso di fermarli, non c’è verso di fermarmi, lasciatemi ululare, scale semidiminuite come vendette.

La folla è accesa, e le luci, e la scena, e lo show: solo buio e freddo, ho buio e freddo, apnea, lasciatemi uscire dal mio corpo, questo vuoto è soltanto mio, la testa diventa quadrata, una sensazione di immobilità, qui dentro, lì fuori, no-ritmo, afasia, aspetto sempre, da un momento all’altro il buio, in contropiede, mandare a fanculo tutto quello che abbiamo, lo show studiato pazientemente in sala prove, le mie allucinazioni, la realtà che non mi guarda affatto, ritmo di un metal duro, gotico, angosciante, cruel, dritto e lungo, come un cazzo, freddo, per niente sensuale, un metal proprio del cazzo, che non mi riguarda più, non guardo in faccia a nessuno, tiro solo per me, mondo marcio, e ipnotico, e io, a ripensarci adesso, avrei voluto essere uno normale, in un mondo normale, in un tempo normale.

Cosa cazzo ci faccio in questo lurido camerino da quattro soldi? Dov’è il resto della mia vita? Cosa vuole da me questa gente schizzata e delirante e colorata e infiammata? In quanti sono, in quanti siamo, in quanti siete contro di me? Voi lo sapete cos’è il vuoto? E’ uno, è singolare, è fatto di blocchi di cemento, di rimpianti e di cemento, e di sangue non coagulato, bloccato, sventrato, addensato di piastrine, e voi, voi ballate, ballate pure, voi, che il vuoto balla con voi, un vuoto unico, soltanto io lo capisco, voi ballate pure, soltanto io lo vedo, ballate pure, mes petit zombie…

Sto sudando freddo, sudo e comincio a ridere, rido nel mio vuoto peggiore, quest’incubo, non voglio salire sul palco, fanculo la band, fanculo loro, se mi sentono, mi muovo in un tempo ossessivo, i suoni di una techno apripista che sparano per scaldare la folla, ballo l’ultimo fandango, corteggio questa notte di merda per riuscire a farla mia, questo urlo dentro di me, non so cosa ci faccio tra queste mura sbiadite, tra queste voci sussurrate nel mio vuoto, tempo pompato a centoquaranta decibel, sotto la soglia del dolore, rido, senza ascoltare le voci nella mia testa, rido e non connetto, rido, e sudo, e il mio vuoto balla con me, lasciatemi fuggire, in una vita normale, sono lento, ma corro al limite delle mie possibilità, cour dans les nuits de l’aime, sono l’icona di un rock feroce, tiro e tiro, nudo e crudo, entre dans le vide de l’aime, sono l’Icona, la vostra unica vera sana follia, il vostro ego sospeso, vi voglio distorti, dentro una follia tutta nuda, nudo come lo show, e rido sudo rido, vedi che sudo amico mio, vedi che sudo anch’io, travestito nel vuoto infame, la technorock nello stomaco, e rum e crack e merda che si mescola nel cervello ai ricordi, la voglia di vomitare tutto, rock guasto e pensieri, e caffè, non voglio questo show, non voglio questi odori finti, voglio esserci, voglio mollare tutto e scappare, urlare al soffitto di questo posto, e rido, e ballo, rabbioso come un cane, voglioso di azzannare, cannibale…

Ecco, mi chiamano, lo show comincia… Stanotte voglio ballare per sempre, non fermarmi, sudare sudare sudare, salire sul palco ballando, ridendo, alzare al cielo il microfono, urlare ANDATE A CASA!, e dissolvermi, sparire nel nulla, fanculo l’Icona, lasciatemi andar via, lasciatemi la mia vita, c’ho da vomitare e non voglio cantare, non sono la vostra Icona, sono pallido, la band è già tutta sul palco, tranquilla, nel proprio mondo, ho i conati di vomito, con un balzo felino salto sulla scena, si accendono milioni di luci, la folla di boys and girls ulula, in delirio, la sua Icona, un boato festante.
Alzo le braccia al cielo, sono un dio, il vostro Dio rassegnato e castigato, e urlo, e rido, e urlo e rido.

Saluti e baci dal vostro merdoso rock del cazzo…

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È la volta di un racconto di Dino Mimmo, intitolato “Saluti e baci“. È il racconto che abbiamo scelto per chiudere l’anno 2010. La prossima recensione che verrà pubblicata sarà di Daniela Gerundo, che ha scritto su “Vicolo dell’acciaio” (Fandango) di Cosimo Argentina, uno dei più talentuosi autori pugliesi degli ultimi anni.