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Musicaos rivista di letteratura dal 2004, dal 2014 Musicaos Editore. Leggere migliora. Salento, Puglia, Italia.

Come un Ulisse che si è perso.


Come un Ulisse che si è perso.
Su “Mal di mare” di Arcangelo Amodio

arcangeloamodio_maldimare.jpgArcangelo Amodio, brindisino che vive a Londra, con “Mal di mare” è alla sua seconda prova, la prima, un libro di racconti intitolato “Controra” è edito anche esso da Lupo Editore.

C’è tanta commedia in questo romanzo, che sembra dipanarsi come una pellicola on the road, il protagonista di “Mal di mare” di mestiere fa l’anestesista, lavora in una clinica privata, si è appena sposato con la ricca Giovanna. Le premesse sarebbero ottime se non fosse che il viaggio di nozze dei due – è da qui che parte il romanzo – si svolge su una nave che farà una crociera nel Mediterraneo. La nave toccherà diverse isole della Grecia e porterà i nostri fino al confine con la Turchia in un viaggio che si trasformerà da subito in un viaggio a ritroso nel passato, alla ricerca delle tracce lasciate dai propri ricordi. Un viaggio siffatto susciterebbe un paragone con quello più famoso compiuto dal mitico Ulisse, sarebbe bello che sull’ultima spiaggia, nell’ultima scena descritta, la dolce e enigmatica Clio facesse la sua comparsa sulla soglia come una nuova Penelope che ha atteso i suoi dieci anni, tanti sono in effetti gli anni di fidanzamento intercorsi tra il protagonista e Giovanna prima di queste nozze.
Il romanzo presenta il ritorno alla ‘casa’ della propria giovinezza vissuta nel modo più spensierato, come dice l’autore, non sono forse i greci ad avere inventato la nostalgia? Il viaggio, come spesso accade, è il pretesto per fare un bilancio della propria vita, le cose si complicano quando per fare ciò viene scelto il momento meno adatto, il proprio viaggio di nozze. Al protagonista tutte le situazioni sembrano stare strette, la realtà si configura come sequenze di legami e morse che non tengono più, il “mal di mare” che fa da sfondo echeggia quasi una nausea di sartriana memoria. Un momentaneo allontanamento dalla compagnia della crociera condurrà alla ricerca di vie di fuga infinitesimali da un’esistenza che non è più soddisfacente, gli spunti sono offerti anche dagli incontri che effettuerà il nostro, la figura di Henry è di certo la più interessante, rappresentando quell’elemento di razionalità che potrebbe condurre la vicenda ad un esito positivo. Poi c’è Giovanna, che sembra capire fin da subito il ruolo che dovrebbe accettare, quello della moglie che riconosce l’irrequietezza del suo uomo e sa che deve perdonarlo in ogni situazione, anche se in un momento sembra essere stufa di questo gioco, si ribella per affermare la sua unicità nel rapporto. Il timido anestesista sembra recuperare il coraggio man mano che si avvicina la destinazione del viaggio, una vecchia casa abbandonata di cui possiede le chiavi. Il termine del viaggio, per il protagonista, potrebbe portare finalmente ad una decisione frutto di una scelta, ma nel caso di “Mal di mare”, vale la pena lasciare al lettore la soddisfazione di arrivare a capire questa decisione insieme al protagonista.

 

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV, Numero 27
“Fermi immagine da un treno che attraversa la prateria”

 

La terra senza rimorsi.


La terra senza rimorsi.
Su “Era notte a Sud” di Vittorino Curci

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Era notte a Sud“, una S maiuscola nel titolo raccoglie un senso implicito, per una supposizione più da lettore che da critico, per la raccolta di racconti che Vittorino Curci ha pubblicato per Besa Editrice, nella quale vengono rappresentati diversi quadri di varia umanità, collocabili nell’area del sud-est barese. Vittorino Curci è noto al pubblico per la sua esperienza di jazzista e di poeta, con la sua ultima raccolta intitolata “La stanchezza della specie” (Lietocolle Edizioni), ha dato segno tangibile della consapevolezza delle fonti e del suo dettato poetico.
Leggendo questi racconti è come se ci trovassimo di fronte ad un tratteggio d’umanità colta al crepuscolo, spiata dall’arte sapiente di un pittore che vuole congelare il tempo di un respiro, l’attimo di una battuta. Vittorino Curci volge il suo sguardo ad una schiera di persone che forse non costituiranno l’ossatura o il midollo del genere umano, ma ambiscono ad esserne gli arti mobili e laboriosi, le gambe che fuggono rapide, in seconda fila e senza troppo rumore, magari nemmeno tristi per quel po’ di derisione che li contraddistingue.
Nell’ultimo dei racconti contenuti nel volume “Pàbitelé”, è racchiusa una spiegazione della poetica di questa raccolta, come nelle storie di Hrabal, i personaggi di “Era notte a Sud” sono portatori di storie e ricordi, legati al loro luogo di appartenenza che malgrado tutto viene riconosciuto in maniera sottesa e mai nominato invasivamente, costituendone la voce inconsapevole. Il barbiere musicista, il bidello calmo che non tollera gli ‘sfottò’ di un collega e si rende addirittura artefice di una piccola resurrezione, il ragazzino che diventa amico di un mafioso locale sul viale del tramonto. Il lettore si scopre a spiare dal buco di una serratura le esistenze di questi personaggi emblematici, fotografati in un tempo immobile che dell’eternità conserva la magia, resa anche da un linguaggio che riesce a mantenersi poetico, perfino nelle descrizioni di episodi più crudi.
È facile accorgersi del legame strettissimo che c’è tra l’autore e queste storie, non ci troviamo di fronte ad un frutto d’invezione e pura ispirazione; il lettore può cogliere – questo è un punto a favore di questo lavoro minuzioso – il carattere di aderenza epidermica di ogni storia al vissuto dell’autore, che con questo libro si allaccia alla tradizione dei cunti popolari e nello stesso momento sembra dare forma alla malinconia per la distanza di quel mondo dall’oggi. In questo libro c’è un messaggio che ci suggerisce di conservare le nostre storie nel cuore, senza temere i propri ricordi come si temono i fantasmi. “Era notte a Sud” è la trascrizione di un’ipotesi, quella secondo cui uno a uno i ricordi del nostro passato possono essere trasformati nei più forti alleati del nostro presente. In particolare ne risulta un’immagine forte della fanciullezza, da una terra che spesso costringe i suoi figli ad una crescita repentina. La prima impressione, confermata nella lettura, è quella di avere a che fare con una galleria di vinti che a loro modo risultano vincitori, capovolgendo ciò che il destino sembrerebbe aver apparecchiato al loro tavolo e a dispetto del giudizio troppe volte superficiale dei propri paesani; su tutti loro, la notte porterà consiglio.

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV, Numero 27
“Fermi immagine da un treno che attraversa la prateria”

“Re Kappa” su “l’Unità”


“La cultura che non riscatta il Salento”
di Andrea Di Consoli

È un piccolo «nipotino» di Céline (posto in epigrafe), il giovane Luciano Pagano (salentino del 1975, redattore della rivista Tabula Rasa dell’editore Besa – http://www.besaeditrice.it – direttore del fortunato sito Musicaos.it), come lo fu, nella sua prova d’esordio, il pugliese Francesco Dezio con Nicola Rubino è entrato in fabbrica. Sarà anche una coincidenza, ma c’è furore vero nella nuova letteratura pugliese di questi ultimi decenni (da Tommaso Di Ciaula, mitico autore di Tuta blu, al Livio Romano prima della «normalizzazione»: al Livio Romano di Mistandivò).
Re Kappa è un romanzo con una trama centrifuga e sincopata: tutto ruota attorno al rinvenimento di un manoscritto di un autore importante della letteratura (tutto ruota, cioè, intorno al rapporto inevitabile, con la tradizione); ma ciò che più impressiona è il ritmo febbrile e nervoso dell’io narrante: un «io» giovane e inquieto, immerso nel delirio del «mondo culturale» di provincia: «Una cosa è certa, la poesia del tacco d’Italia fino a qualche anno fa era conchiusa nelle opere di notai, avvocati e affini di mestiere, dotti commercialisti e simili, professionisti d’altro modo di trattare le parole(…)».
Vi è qualcosa di stralunato, nella sintassi aggrovigliata e furiosa di Pagano; qualcosa di brutale – di poco letterario – ma è come se Re Kappa rappresentasse una sorta di agnizione delle «buone maniere» letterarie, per rifondare tutto a partire dallo stomaco, dalle «viscere», dagli umori (non c’è terra, in fondo, più umorale e incendiaria del Salento). Il Sud di Pagano è stremato di precariato, di modelli alti, di «industria» culturale, di distrazioni: un Sud poco pensato, ma vissuto a livello di epidermide, come un insetto snervante che punge.
Emerge in questo romanzo una fauna di «operatori culturali» da tragicommedia all’italiana (dagli attori ai consulenti editoriali). La prosa è violenta, spesso corre più veloce del pensiero, ma più che una storia, Pagano ha fretta di gridare i suoi sentimenti e i suoi umori. Non mancano variazioni di registro, momenti di vera e propria invettiva, e «linguaggi bassi» di tutti i tipi. È come se Pagano dicesse: laddove c’è troppa cultura, poi non ce n’è più nessuna. E Pagano sta, interamente, nel Salento moderno e sbandato di oggi: un Salento con troppa elefantiasi culturale, cioè senza cultura.

Andrea Di Consoli
da “l’Unità” del 6 Agosto 2007, p. 25

[versione in pdf]

Gli atti di Tribù dei Blog


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Sono disponibili in formato PDF sul sito dell’associazione BooksBrothers gli atti del convegno “La tribù dei blog”. Buona Lettura qui.

anelli deboli


musicaos_26_small.jpgè online

Musicaos.it
Anno 4 – Numero 26
“Anelli Deboli”

Testi: Luciano Pagano – Protesi, Elisabetta Liguori – La responsabilità del vetro a NYC, Silla Hicks – Un uomo come gli altri, Biagio Salmeri – Poesie, Marco Montanaro – Stretching, Federico Fascetti – Battiti, Riccardo Lionello – L’isola di Crapus, Francesca Roccasalda – La promessa, Marco Gallorini – Ciabatte, Matteo Chiarello – da “Poesie del silenzio”, Martina Campi – Due poesie, Alessadro Milanese – Pausa pranzo, Maria Luisa Fascì Spurio – Francesca non è mai esistita, Flavio Villani – Il medico, Luisa Ruggio – Le amanti adriatiche, Maria Pia Sapenza – Un racconto di eros

Interventi: Luciano Pagano “Gustavo fa un sogno”, su Gustavo di Carlo Bordini – Distruggi il male, vai!, Su “Actarus. La vera storia di un pilota di robot” di Claudio Morici – I lumi irregolari di Neuropa. (Ancora) su Neuropa di Gianluca Gigliozzi – Dickipedia. Su “Philip K. Dick, la macchina della paranoia, enciclopedia dickiana” di Antonio Caronia e Domenico Gallo – Pangrammi dell’esistenza. Su “La mania per l’alfabeto” di Marco Candida – La decostruzione dell’odio. Su “Il legame” di Fabio Omar El Ariny Stefano Donno “In poltrona con Noam Chomsky“, Nano-intervista, Breve scambio di battute via mail rilasciate da Noam Chomsky al curatore dell’intervento il 14/08/2005 – Il matematico impertinente di Piergiorgio Oddifreddi – La poetica di Mirella Floris: canto d’amore e di lotta – “Io sono figlio unico. Intervista ad Antonio Pennacchi” di Simone Olla – Enrico Pietrangeli Su “Disorder” di Gianfranco Franchi – Su “Sopra e sotto” di Roberto Casalena – Su “L’eretico e il cattolico” intervista a Elio Bartolini di Mauro Daltin – Su “Beckett e Keaton: il comico e l’angoscia d’esistere” di Sandro Montalto – Orodè Deoro Vischio Spaziale Reportage del free dancer Orodè Deoro alla casa-museo di Ezechiele Leandro) Bianca Madeccia Roberto Sebastian Matta Echaurren Simonetta Ruggeri “L’acqua e la pietra: il dubbio e la regola” su “L’acqua e la pietra”, di Bianca Madeccia (Lietocolle edizioni) Giacomo Cerrai “Diario inverso” di Lucianna Argentino – “Stato di vigilanza” di Gianfranco Fabbri – Sante Maurizi su “I trovatori” di Gianni D’Elia

Giù le mani da Punta Palacìa


Ricevo da Valentina Stamerra all’indirizzo di Musicaos.it e pubblico
GIURISTI DEMOCRATICI LECCE
Via Lamarmora 2 -73100 Lecce – 0832/301734 e 349/2874987

GIÙ LE MANI DA PUNTA PALACÌA


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La Marina Militare Italiana, nel 2006, ha presentato al Comune di Otranto (Provincia di Lecce), per conoscenza e senza richiedere pareri o autorizzazioni, un progetto di ampliamento della base militare presente sulla scogliera di Punta Palacìa (o Palascìa), il punto più a est di Italia di una bellezza paesaggistica indescrivibile.
Punta Palacìa fa parte a pieno Titolo del Parco Naturale di Otranto-Leuca, recentemente istituito dalla Regione Puglia e sarà presto incluso nel costituendo Parco Marino. Si tratta dunque di un sito di interesse paesaggistico ai sensi dell’art. 142 del Decreto n. 42/2004 “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”.
Il progetto prevede una costruzione destinata ad alloggi per la Marina, due torri di cemento alte 11 metri ciascuna, un grande parcheggio per i mezzi della Marina e la ristrutturazione di un edificio già esistente.
Le associazioni locali, che hanno già coinvolto, ove esistenti, le rispettive sedi nazionali (Giuristi Democratici, Legambiente, Coppula Tisa, Cultura Ambiente, SOS Coste, Comitato Giù le mani dalle coste, Gruppo speleologico Andronico, Forum Donne Native e Migranti, Meetup leccese di Beppe Grillo, Coordinamento Salentino contro la Guerra e le basi militari, Manifatture Cnos, Arci Terra Rossa, Circolo Arci Zei, Comitato contro Eolico, Accademia Kronos, Comitato contro la 275, Comitato No Tav, Verdi e Rifondazione Comunista) stanno organizzando la costituzione di un Comitato di Coordinamento “Giù le mani da Punta Palacìa” ed hanno già chiesto di essere invitati a partecipare alla Conferenza di Servizi.
La Conferenza di Servizi è stata chiesta dal Comune di Otranto sulla base dell’art. 147 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio D.Lgs. 22.1.2004, n. 42.
La Marina Militare riterrebbe che, trattandosi di territorio appartenente al demanio militare, l’Autorizzazione paesaggistica delle Autorità Amministrative locali non sia necessaria.
Le leggi recenti e l’interpretazione datane dalla Cassazione penale e dal Consiglio di Stato, però, richiedono detta autorizzazione come necessaria, ravvisando il reato di deturpazione delle bellezze naturali (art. 734 c.p.) che ora dovrebbe essere assorbito, secondo il principio di specialità, dal più grave delitto di Opere eseguite in assenza di autorizzazione di cui all’art. 181 D. Lgs. N. 42/2004, in caso di realizzazione delle opere senza l’autorizzazione paesistica.
Le sentenze citate sono Cass. Pen. Sez. III 24-11-1995, n. 12570 e Cons. di Stato 7-10-1997, n. 560, il parere del Consiglio di Stato è il n. 852/99 del 25-10-2000 e Sentenza Semplificata Cons. Stato 6312/2005.
In base a queste pronunce “anche le opere destinate alla difesa militare sono soggette alle leggi a tutela del paesaggio e la loro costruzione in zona vincolata necessita, pertanto, della preventiva comparazione con l’interesse alla cui tutela è posto il vincolo paesaggistico, perché la Costituzione attribuisce al paesaggio (art. 9) un valore primario che non può essere sacrificato a quell’altro, di pari dignità, della sicurezza del paese (art. 52)” (Cass. Pen. Sez. III 24-11-1995). Ed ancora: “Deve ritenersi necessaria l’autorizzazione paesistica per tutte le opere destinate alla difesa nazionale ivi inclusi gli alloggi di servizio anche se realizzate su aree ubicate all’interno di basi militari o al diretto servizio di esse” (Cons. Stato 6312/2005).
Anche il parere del Consiglio di Stato n. 852/99 sostiene l’obbligatorietà dell’autorizzazione paesaggistica per tutte le opere militari.
Autorità chiamate a partecipare alla Conferenza di Servizi sono il Comitato Misto Paritetico fra Autorità Militare e Regioni o Province Autonome (istituito dalla l. n. 898/1976 e d. P.R. n. 780/1979) l’Ufficio Parco, La Regione o l’Ente Locale eventualmente delegato dalla Regione per tali funzioni.
Le istituzioni locali (Regione Puglia Comune di Otranto e Provincia di Lecce) stanno lavorando per cercare un dialogo con la Marina Militare e, unitamente alle associazioni, che hanno assunto una posizione consistente in un netto rifiuto a qualsiasi intervento di impatto ambientale su Punta Palacìa, stanno cercando di salvaguardare il proprio territorio.
Il partito di Rifondazione Comunista sta lavorando per presentare un’interrogazione parlamentare.
Gli obiettivi del costituendo Comitato sono di mobilitazione della popolazione, di monitoraggio e di partecipazione attiva di cittadini ed istituzioni, che si concretizzerà oltre che in manifestazioni e richieste alle Autorità, anche nella partecipazione alla Conferenza di Servizi ed eventualmente nella proposizione del ricorso al TAR o (in mancanza di autorizzazione) di un esposto alla Procura della Repubblica.

 

Avv. Valentina Stamerra
– Giuristi Democratici Lecce –

“Re Kappa” su “loSchermo” di Lucca


“Carta” – abbiamo letto per voi…
del 03/08/2007 di Flavia Piccinni

E’ il precariato, il tema del momento. Lo sa bene l’editore che chiama nel cuore della notte lo scrittore e gli dice: se non lo scrivi tu, lo faccio scrivere ad un altro. Inizia così il bel libro di Luciano Pagano, trentenne salentino con il pallino per la letteratura. Pagano dirige infatti la rivista elettronica Musicaos.it ed è redattore dell’interessante Tabula Rasa, pubblicata dalla stessa Besa che ha mandato in stampa il suo esordio. Re Kappa è il diario di una vita, fra il giugno 2005 e l’ottobre 2006, che apparentemente sembra bloccata e, in realtà, si dipana fra cambi di facoltà, rivalità letterarie e non solo. Nodo centrale del romanzo è la scrittura. Il problema che le ruota intorno, e arriva a inglobare le pareti della stessa narrazione, è il desiderio di fare della scrittura un lavoro. Pagano però conosce le difficoltà che un giovane aspirante autore deve affrontare e tutti i personaggi che ruotano intorno al portafogli vuoto, il frigo vuoto, il vuoto dentro, sono armi che accumula e che con il caldo salentino si squagliano al sole, ricomponendosi in quella misteriosa figura che è Michel Benoit, emblema di quel mondo letterario che osanna e s’inchina alle promesse mai mantenute. Benoit, nella fattispecie, per uno strano processo d’alchimia, deve la sua fama a Céline, di cui dice di possedere il leggendario manoscritto della Volonté du roi Krogold. Così, fra citazioni del Maestro francese, riflessioni mistiche e letterarie, il viaggio di Re Kappa si concluderà con un’amara riflessione, fulcro di ogni pensiero che ossessiona chi scrive: se è più facile barare perché continuare a sudare sulle proprie carte? La risposta è in questo incredibile esordio, che è giri di carte e giri di vite in quel mondo bicefalo che è l’editoria.

Di precariato hanno parlato in tanti. Penso ad Aldo Nove o a Mario Desiati. Il primo aveva scelto un’impegno quasi militare, e il secondo una storia d’amore. E lei, come mai hai fatto questa scelta?
“In realtà nel mio romanzo il precariato non entra in gioco come tematica bensì fa da ‘sfondo’ ambientale a ciò che accade, qualcosa contro cui dobbiamo lottare e che dobbiamo al tempo stesso accettare in via provvisoria, il vero precariato del protagonista senza nome di “Re Kappa” è forse quello dei rapporti che regolano il funzionamento di un mondo, quello culturale ed editoriale che lo circonda”.

La scrittura. La scrittura come lavoro, la scrittura come svago, la scrittura come ossessione. Il libro ruota intorno alla narrazione e, per lei, che cosa rappresenta scrivere? La visione del protagonista è autobiografica?
“Il personaggio non è autobiografico per quanto riguarda la vita, non al cento per cento, non quanto non lo sia nei pensieri, che rendono in modo alterato e eccessivo alcuni punti di vista personali.
Per me la scrittura ha sempre rappresentato e continua a rappresentare la necessità di comunicare me stesso agli altri e, in questa comunicazione, filtrare il mondo”
.

Il problema dei trentenni sembra quello di non riuscire a trovare un lavoro che corrisponda pienamente a quello che vogliono. Crede che effettivamente sia così?
“Il problema dei trentenni è forse più nel fatto di vivere in una società che ha concesso di arrivare fino a quell’età senza un inserimento possibile nel mondo del lavoro, molto spesso si tratta anche di giovani laureati, un peccato perché la loro formazione è un bene prezioso. Quello di cui mi rendo conto guardandomi attorno è che il lavoro non manca, semmai il governo presente ha ereditato strumenti legislativi (e dissesto) che rendono più difficoltosa una stabilizzazione in termini economici del lavoro precario. A ciò si aggiunge il fatto che l’Italia è un paese di evasori fiscali genetici”.

Call center, pubblicazioni a pagamento, aiuti economici da parte di parenti e istabilità emotiva. La generazione che descrive è quella che vorrebbe avere tutto e invece non ha niente, non ha quello che vuole almeno. La realtà è questa?
“Per quanto riguarda la descrizione del precariato in “Re Kappa” mi piacerebbe che emergesse il senso di fretta congenita di questa generazione, una fretta dovuta all’ansia di raggiungere senza un abbozzo di futuro l’età in cui non ci è dato più di porre le basi per costruire un futuro”.

Il pubblico spesso viene descritto come un ammasso di lettori cui è facile modificare il gusto. Crede che sia effettivamente così?
“Per nulla. I lettori non sono un ammasso, i lettori costituiscono una massa soltanto quando vengono considerati come acquirenti, in tal modo possono essere suddivisi in base agli acquisti, si può tentare di individuarne i gusti e prevederne i desideri, con un grande margine di errore e fallibilità, grazie al cielo. Prima di ciò i lettori non esistono, ma esiste il lettore”.

Il libro si conclude con un’epistola al lettore. Le piacerebbe essere contattato come chiede ‘Re Kappa’?
“In parte è ciò che sta accadendo, mi riferisco alle email che sto ricevendo da marzo in qua dai lettori e dai critici”.

Il tempo di vita medio di una bottiglia di plastica è maggiore di quello di un romanzo”. Si conclude così il romanzo. È una constatazione amara, come le riflessioni disseminate nel libro. Perché dice così?
“È il modo che mi è venuto in mente, parlo in particolare per la frase conclusiva, per rendere al lettore quello scoramento che a volte provano i critici, i lettori appassionati e gli scrittori, quando si accorgono che il tempo e le contingenze non ci permettono di dedicarci come vorremmo alla lettura dei libri che più ci interessano. È triste pensare che nella mare magnum delle pubblicazioni annuali di narrativa, poesia e saggistica, si potranno scegliere soltanto una manciata di titoli, piccola se paragonata agli sforzi e all’ingegno che ogni autore, nel bene e nel male, ha speso per cercare di raggiungere l’altro, il lettore”.

È facile barare. Chi crede che siano i Michel Benoit dei nostri tempi?
“Chiunque non si comporti con onestà, non solo intellettuale”.

Che consiglio darebbe ad uno scrittore giovane per pubblicare?
“Di non fermarsi al primo ostacolo ma nemmeno alla prima offerta”.

da loSchermo di Lucca del 3 Agosto 2007

Gustavo fa un sogno.


Gustavo fa un sogno
su “Gustavo. Una malattia mentale” di Carlo Bordini.

Luciano Pagano

carlobordini.jpgEsistono libri che sono capaci di svolgere una funzione di specchio per i loro lettori, opere dove l’importanza della trama e le vicende dei personaggi passano in secondo piano se paragonati all’elemento ‘perturbante’ che da essi viene risvegliato. È questo il caso di “Gustavo. Una malattia mentale”, romanzo di Carlo Bordini pubblicato da Avagliano Editore (giugno 2006).
Chi fosse interessato ad approfondire l’opera di questo interessante autore romano non può prescindere dalla sua opera poetica, il cui corpus principale è contenuto in Pericolo (Poesie 1975-2001, Manni) e da “Manuela di autodistruzione (Fazi, 1998). Carlo Bordini, in poesia è un autore che sa coniugare l’urgenza del messaggio alla tensione del dettato, senza barocchismi né retorica, “Forse facessi/ il mio vecchio numero di telefono/risponderei/com’ero vent’anni fa/come sei cresciuto mi direbbe/856896” (Poesia scritta di notte).
Nei suoi versi si nascondono pensieri di rara densità, concentrati nel breve tempo di una poesia a volte disarmante nei confronti della realtà di tutti i giorni “Le cose sono buone, sono belle/non danno fastidio, non si muovono./Ci vogliono bene e sono fatte per noi. Le cose sono tutte/un po’ pop, se ci fate/caso, hanno un’aura pop, una/luminosità che si espande/intorno a loro” (Cose). Un’esperienza poetica che colma una cesura necessaria, quella di una generazione sviluppatasi – i nati negli anni cinquanta – a cavallo tra espressione e impegno.
“Gustavo” ci offre qualcosa di più, approfondendo il romanzo quell’introspezione che nelle poesie lasciava più margine all’impegno sul piano concreto e sociale. Siamo di fronte alla storia di un uomo, costruita sull’assenza della protagonista femminile, Marina; l’ossessione del pensiero viene presentata tramite la successione dei momenti di Gustavo nell’appartamento che fa da contenitore della vicenda. Si badi bene, non si tratta di un ‘romanzo da camera’, al protagonista capita di uscire e relazionarsi al mondo, i luoghi, la camera di un albergo, una clinica, una terrazza, sono tutti luoghi dove il sogno si confonde con la realtà; l’allucinazione comincia a prendere il sopravvento nella vita di Gustavo, che comincia a sentire il peso del suo lavoro, cerca di liberarsi la testa in tutti i modi, anelando ad una ‘leggerezza’ in cui i troppi pensieri non lo offuschino. “Non sono niente. Non sono né un’isola, né una madre, né una moglie. Lo sono nel momento in cui lo faccio”. Carlo Bordini ha scelto di rappresentare il suo protagonista con periodi dallo stile asciutto, nei quali non mancano descrizioni minuziose, il lettore che vuole ancorarsi ad  una trama classica è perfettamente libero di seguire la consecutio dei ‘quadri’; l’autore utilizza volutamente alcune deffaillance, (uso di minuscole dopo i punti, periodi sospesi, etc.) rendendo così il lettore partecipe di uno smarrimento incrementale del protagonista. Procedendo nella lettura il senso di angoscia cresce, i fantasmi con cui ha a che fare Gustavo, le ‘teste’, non sono più pensieri fittizi, si tratta di elementi concreti, l’apparente slabbratura della struttura del romanzo cela una lucida coerenza, una compattezza del dettato.
gustavo_carlobordini.gif Il ‘sogno’ è uno degli elementi che compaiono nella mente offuscata di Gustavo, egli incontra una donna irsuta, oppure incontra la donna che era con lui, Marina, ma non si ricorda se questi avvenimenti sono sogni o realtà. I parenti cercano di convincerlo a cambiare casa, cercando un appartamento più piccolo, magari la compagnia di una donna anziana, una ‘zia’, ma lui si innamora di una giovane donna che – come tutta risposta – non verrà più portata in visita a casa sua.
Questi alcuni dei microepisodi che vengono evocati nella narrazione; ci accorgiamo della profonda solitudine in cui versa l’uomo Gustavo, un cerchio che gli viene stretto attorno come un cappio dalle convinzioni e da coloro che lo circondano.
Quel che accade durante la lettura del romanzo di Carlo Bordini è semplice, il lettore dopo qualche pagina fa conoscenza con il personaggio e cerca di rintracciare nel suo carattere qualcosa che di somigliante; ad un certo punto avviene un’osmosi particolare. In “Gustavo” viene raccontato il progressivo e lento scivolare di un uomo nell’alienazione dal mondo, fin nei suoi pensieri più intimi, che si rivelano essere – assieme alle emozioni e ai suoi stati d’animo – i veri protagonisti di questo romanzo. La lettura di “Gustavo” genera nel lettore dei veri e propri meccanismi di proiezione, l’autore ne è consapevole, semina dei segnali nel testo, reiterazioni, accenni, sbavature e sfasature del senso che sono lì per non sfuggire, nemmeno al lettore meno attento, il risultato è che l’ansia e la solitudine del protagonista si trasformano nella solitudine emblematica di ognuno di noi.

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV Numero 26, “Anelli deboli”

I lumi irregolari di Neuropa.


sanmichele.jpgContraddistinto da un impianto filosofico rigoroso, l’incipit di Neuropa (Gianluca Gigliozzi, Luca Pensa Editore, 2005) porta con sé, da subito, IO, protagonista non soggetto. Torno a riflettere su questo romanzo a distanza di due anni, dopo aver conosciuto direttamente l’autore, grazie ad un breve giro di presentazioni in Puglia, tra il giugno e il luglio del 2005. Nel frattempo, tra la gestazione e la pubblicazione, il romanzo ha subito variazioni, la suddivisione in parti è cambiata, da due a tre rispetto al manoscritto che ebbi modo di recensire su musicaos.it nel dicembre del 2004.
Cosa accadrebbe se la modernità si fosse costituita, dall’età dei Lumi a oggi, non sul principio della ragione bensì su quello della follia? Che cosa intendiamo quando diciamo ‘modernità’? Questi due quesiti sono costituenti della scrittura di Neuropa, la loro soluzione è l’azzardo che si propone inizialmente l’autore, Gianluca Gigliozzi.
La storia è anche luogo di scontro dei pregiudizi, quello ad esempio che vorrebbe il Medio Evo come un’età oscura, e che legge nell’Illuminismo un’età gloriosa; ma la storia, per l’appunto, è interpretazione. Cosa dire ad esempio se il Medio Evo in questione è quello di un Sant’Alberto, o di un Dante, un periodo che prima ancora della scoperta dell’America vedeva l’Europa percorsa dai fremiti della ragione, del dibattito e della disputa? Certo, la differenza considerevole è data dal fatto che nel Medio Evo l’esistenza era in bilico, poche persone avevano una aspettativa di vita più lunga della moltidudine, pochissime potevano frequentare le altrettanto poche Università; ce n’erano centinaia di migliaia che conducevano un’esistenza d’inferno. Ecco forse una delle conquiste della modernità, la centralità del Soggetto-Io nella storia. La contrapposizione Io-Dio scorre nelle prime pagine di Neuropa. La modernità potrebbe non essere una conseguenza dell’era che l’ha preceduta, così come potrebbe essere giunto il momento di oltrepassare lo stallo della post-modernità. Il livello delle fonti di Neuropa è duplice. Il primo livello è quello delle fonti letterarie, da Sterne a Swift, da Rabelais a Quevedo, Sade, Rousseau, Diderot, fonti le cui radici affondano per l’appunto nella genesi della modernità. Ad una seconda lettura, tuttavia, si possono leggere altre tematiche a noi contemporanee, l’utilizzo del romanzo storico è infatti un pretesto linguistico, una ‘maniera’. Neuropa non è, a mio parere, ascrivibile al genere del ‘romanzo storico’, etichetta che a quest’opera farebbe poco bene, basti l’esempio dei due autori che vengono citati fin dalla quarta di copertina, cioè Swift e Sterne; così come il “Tristam Shandy” o i “Viaggi di Gulliver” sono molto di più che semplici romanzi, nell’impianto e nello stile.
Neuropa è un romanzo contemporaneo – così è la filosofia in esso dispiegata – ambientato in un tempo storicizzato. Con un ottica ‘scentrata’ a questo modo può così contenere e discorrere una tematica così urgente come la fondazione del moderno, ragione o follia? Parlare del passato per descrivere l’oggi, scoprire i conflitti tellurici, i nervi che agitano il pensiero; l’invenzione narrativa è il secondo asso nella manica di Gianluca Gigliozzi. La poesia (intesa come creazione) è anche la possibilità di creare dei mondi alternativi, dove le ipotesi di fondo, gli assiomi indimostrabili sono altri.
Certo, se lo spirito con cui va inteso Neuropa è quello della contemporaneità, l’impianto è quello del romanzo, la storia è presente, la trama è questa, un folle, chiuso nel carcere insieme al Marchese De Sade, gli fa da aiutante per apparecchiare spettacoli ‘comici’, commedie umane sul cui ‘palcoscenico’ entrano i personaggi della storia, della filosofia e della scienza dei secoli immediatamente attigui al diciottesimo. Gigliozzi travolge il romanzo di formazione, nella fattispecie la formazione di Io, la cui sete di conoscenza viene confusa con la follia, il desiderio di conoscere l’invisibile viene dissolto a suon di bagni freddi nel College di Charenton, dai suoi genitori, poco dopo aver compiuto il dodicesimo anno di età. Si tratta nientemeno che di un manicomio. La nascita dei sistemi di reclusione, coercizione e rieducazione in Europa è contraddistinta dalla comunanza di folli e criminali; il Potere della Ragione si accompagna al terrore per il suo contrario, i neuropatici sono oggetto di segregazione e bersaglio, i Lumi azzerano la considerazione di cui aveva goduto fin dal Medio Evo la figura del ‘fool’, che nell’immaginario critico romantico costituiva un residuo, un personaggio che in virtù della sua follia poteva avere accesso libero alla verità così come alla non-verità, “[…] essendo le cose quelle che fingono di stare sotto il dominio di chi le fa o le usa o ne gode – in realtà essendo queste cose nient’aòtro che il dominio delle cose stesse su quelli che credono di godere, usarle, farle […]” (p. 19).
Un romanzo dunque che si interroga sul conflitto tra Potere e Soggetto, la matrice foucaultiana è evidente, almeno quanto evidenti sono i referenti letterari in Neuropa: “[…] le parole sono cambiate, ma solo per mantenere l’illusione che siano cambiate, ma solo per mantenere l’illusione che siano cambiate anche le cose – perché le parole e le cose adesso non possono più vedersi faccia a faccia – altrimenti finirebbero in frantumi come vetri […]” (p. 21).
Il grande scisma d’Occidente, quello tra le parole e le cose ha avuto inizio, secondo il Sade/personaggio e amimco di Io, quando il sole ha ‘smesso’ di girare attorno alla Terra, ed essa non è più il centro dell’universo; da quel giorno nemmeno tutti li Io sono centri, bensì corpuscoli atomici in balìa del mondo che si manifesta contro di essi, tradotto ed espresso in parole.
Io non si accontenta di ‘rappresentare’ la storia, Io è nella storia, la sua lingua è onnivora, evocatrice, creatrice. La vis comica dell’autore investe la materia, tutte le storie che scorrono tra le pagine sono segnate dal conflitto tra Potere e Io, tanti singoli Io fanno addirittura un Popolo, la miseria è dovunque, persino il Veltro deve improvvisare le sue vesti e poi partire come un Don Chisciotte a raccogliere i fondi per fondare la Castiglia. Il romanzo storico può essere affrontato in modi diversi, ci sono autori che prediligono un’esatta ricostruzione, fitta di riferimenti alla storia e ricca di descrizioni, la lingua può essere la lingua dell’oggi calata nell’ambientazione contemporanea. Ci sono romanzi dove l’autore invece cede alla tentazione di ricotruire un ambiente linguistico, dove far agire i propri personaggi. Neuropa è il romanzo del romanzo moderno, con vere e proprie nuances nei lumi irregolari della critica culturale contemporanea, da Uwe Johnson a Witold Gombrowicz, da Antonio Lobo Antunes a Carmelo Bene. [Continua]

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV Numero 26, “Anelli deboli”

“Re Kappa” su “Nuovo Quotidiano di Puglia”


La ricerca dell’identità e la sfida della scrittura.
“Re Kappa” di Luciano Pagano: un giovane autore e il suo mondo
di Antonio Errico

Antonio ErricoQuando talvolta si dice – e si dice con ciclicità frequente – che il romanzo è finito, che non ci sono più tempi, modi e forme di narrazione, che tutto il narrabile è già stato narrato e che per l’inenarrabile è ovviamente ozioso porsi il problema, probabilmente non si considera adeguatamente quella condizione della scrittura che si definisce metascrittura, metaromanzo, metaletteratura.
Invece credo che sia proprio questa la condizione testuale, forse anche ideologica, comunque poetica, che caratterizza “Re Kappa”, il romanzo che Luciano Pagano pubblica con Besa. È la storia della maniera in cui si dispiega il processo di trasformazione degli eventi in linguaggio, la maturazione delle esperienze di scrittura in forma narrativa, la percezione di sé e degli altri in una condizione verbalizzata.
Probabilmente Pagano intende dimostrare che la fonte e l’origine della narrazione si ritrovano in un impulso a narrare e in una domanda sul senso e la funzione che assume questa condizione esistenziale. Ma soprattutto si pone l’obiettivo di proporre l’idea che la forma narrativa sia l’unica condizione capace di attribuire una sistematizzazione alle esperienze della realtà e alle espressioni dell’immaginario.
Poi sembra che Luciano Pagano vada oltre.
Sulla base di una struttura del ritrovamento di un manoscritto, impiegata come espediente per una funzione parodistica, e di un’ambientazione salentina ma dai caratteri deformati, di un intreccio che lega scrittori di varia genia e consulenti editoriali dall’ambigua fisionomia, viene innestata una formula di trama che diventa la metafora di una visione del reale e dei suoi effetti, delle conseguenze che produce la manipolazione del reale, il mondo parallelo che si può generare da una tessitura verosimile delle ipotesi.
Il manoscritto è una sineddoche della realtà; è una parte per il tutto; tutti i possibili intrecci, i misteri, le storie, le situazioni, il vero, il verosimile, il falso, il possibile e l’impossibile, sono contenuti in un brogliaccio che li rappresenta, in un canovaccio delle tragedie e delle commedie del mondo, in un almanacco degli avvenimenti, un catalogo dei destini e un cestino per tutti i sogni.
Il manoscritto modella il mondo e le sue creature che si fanno personaggi. I personaggi, a loro volta, riformulano il mondo costringendo lo scrittore a ipotizzare una riformulazione del manoscritto. La riformulazione del manoscritto costituisce una manomissione dell’idea di realtà, e quindi una trasformazione dell’idea stessa, oppure un trucco. Comunque una simulazione.
Così si potrebbe dire che il mondo rappresentato dalla narrazione è soltanto una simulazione che in quanto tale predispone e propone una realtà parallela, altra, contigua ma comunque con equivalente valore di quella che simula o che assume a riferimento e modello.
La costruzione (o ricostruzione) dell’identità dello scrittore coincide, nei tempi, nelle forme, nelle modalità, come la ricostruzione (o l’invenzione) della storia di un’opera. Pagano vuole rappresentare quell’incrocio casuale di destini oppure quel verificarsi di congiunture che a volte annodano un’esistenza – o una rete di esistenze – ad uno scartafaccio, quella sorta di magia che dal nulla crea una straordinaria testimonianza del proprio essere ed esistere con le figure e gli intrecci di un universo fatto di parole.

Dal “Nuovo Quotidiano di Puglia” di Mercoledì 25 Luglio 2007

ecce mondo [ecco come va il mondo…]


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chippe coppe fe fe – bau!
chippe coppe fe fe – bau!
chippe coppe – fe fe – bau – bau – bau!

dai eh!

qualcuno potrebbe spiegare perché è scappato dal paese di origine…ma se siamo tutti di Roma

ieri sera sono stato molto male…spesso faccio queste scene…sto molto giù vago per casa…sbarro gli occhi…a volte mi guardo allo specchio…vado in bagno e apro il cassetto delle medicine…prendo quelle più pericolose…ieri c’è stata una scelta meticolosa…poi sono andato in cucina e ho preso un bicchiere d’acqua

non lo so…forse tutto questo…risale a dei traumi infantili…mi ricordo…quand’ero bambino…tanti anni fa

[flash-back]

Nanni Moretti, Ecce Bombo, 8 marzo 1978

“Re Kappa” sotto l’ombrellone…secondo Michele Trecca


Da “La Gazzetta del Mezzogiorno” di Domenica 22 Luglio 2007

Sei autori di Puglia e Basilicata sotto l’ombrellone, per un’estate nelle mani giuste. Schede critiche di Michele Trecca.

Mariolina Venezia e la saga lucana di “Mille anni”…verso il Campiello
(Mariolina Venezia, Mille anni che sono qui, Einaudi, pp. 250, euro 15,00)

Gaetano Cappelli una magia narrativa color del vino (l’Aglianico, certo!)
Gaetano Cappelli, Storia controversa dell’inarrestabile fortuna dell’Aglianico nel mondo, Marsilio, pp. 159, euro 15,00)

Giancarlo Tramutoli in “Uno che conta” realtà e fantasie contro la solitudine
Giancarlo Tramutoli, Uno che conta, Manni ed., pp. 94, euro 12,00

Elisabetta Liguori la salentina ai confini tra il Bene e il Male ne “Il correttore”
Elisabetta Liguori, Il correttore, peQuod ed., pp. 255, euro 15,50

Con De Cataldo una donna da favola nel romanzo criminale dell’Italia
Giancarlo De Cataldo, Nelle mani giuste, Einaudi Stile Libero, pp. 240, euro 15,80

Luciano Pagano vita standard di un precario pensando a Céline
Luciano Pagano, Re Kappa, Besa Editrice, pp. 114, euro 10,00

lui studia la buia umanità


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Io studio la buia umanità.
Il Male in pesi di carne
Per essere in un pensiero
Incinerato e restare
Nudità d’anima solo
Mi parla dal suo strettoio
Dentro di lunghe grate
Ombre che fanno coro.

Tutte le cose di lei, paurose
Teste che aprono palpebre
Avide a un alito di altra luce
In stanze dove si guardano
Tutte le pene e le oscurità,
Chiedono tutte vestici
Momento illuminato.

Una forza amputata e senza dita
Negli anelli dispersi era sospinta
E non trovavo tra i muri abbattuti
L’Essenza che in una distruzione rimane
E si fa col suo fumo casa;
Tu non vedevi me ma un troncato
Su cui a volte piangeva un dolore
O la specie profonda si assopiva
Ma il respiro dell’alto, la sua pietà dov’era?

Il serpente delle lanterne affondato
Nella voragine del leggero papiro
Estrae da ogni uovo di segni
Di questo nido sdrucito un perso
Ammasso di dismisure
Chiedendo all’aborto sparso

Trasfòrmati in meraviglioso,1
E con un puro di mano tremito
Nel Tartaro privo d’alito del centro
Dell’oggetto che mai conosci
Si posa su una polvere mai scossa.

Di nudità di poeta tragico vestito
Fare morire e vivere vorrebbe ancora
Ma è un fuoco senza denti, più non morde
La miseria e le solitudini, la pena
Che gli lambisce gli occhi tiene da lui lontane
Le braccia a tutti i vuoti spenzolate.

(1) Inutile tentare di sgrovigliare questa indurita torsione visionaria. È da riconnettere, credo, a chi studiando «la buia umanità» con troppo zelo, non vede che l’armadio così riempito butta fuori gli stracci.

Guido Ceronetti, da “Compassioni e disperazioni”, 38

la soluzione è acquosa


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Né importa alcunché da qual vitto il corpo sia nutrito,
purché ciò che mangi, digerito, possa distribuirsi nel corpo
e serbare costantemente umida la condizione dello stomaco.

Tito Lucrezio Caro, La natura delle cose
(Libro IV, vv. 630-632, trad. it. Luca Canali)

troppo tardi


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aggio siempre pierso ‘o meglio… ecchecciazzo aggia a fa’ se qhille se n’è gghiuto siempre da la capa mia… magari stavo obbàr o dint’a casa mia oppure dint’occàr otomobìl ponzando a cose che mai dico mai più le risarebbero vegnude in testa e le lasciavo pure fuire io… che me ne n’importa… belli penzeri in la capa carrellando morbide poppose collinute piagge a destra e a manca de la vuota che scorre e che fa finta e invece sta… emmeritrovoqquà senza manco un dialetto mio davvero mio per nascimento ma tutto rotto strappato da tutti li sibili tuttolo uno gualcito nel prestito dato che vivo la fine di un mondolo a mano

troppo tardi per la politica troppo presto per la poesia troppo tardi per illuderci troppo presto per disilluderci troppo tardi per cominciare qualcosa troppo presto per la finere sbandolere troppo e troppo troppo in tutte sfere orbene siamsi ici che di qui siamo diresse colui che ‘l volesse intendere in onne modo la cosa così come la di lei sta ben benne alhora io diresse in cronacume esperto balbutiente onne die che ripiombo a la machina nulla da fere è così cha la di sempre va finere sbrindeglierìe conchiusità marrosso sargassate insomma tengere commano laqualcosa e bedda stoffa risulterebber esse sconchiuse a li scaffali mercanzie di tele tinte a tonde anche vestire nudità tagliando taglierini e bluse in sul turchese a spose e financo uccelline disco passo delle teche ipso facto stop

da “Infernuccio itagliano“, Gianni D’Elia
(Transeuropa, maggio 1988, introduzione di Claudio Lolli)

Dickipedia


Dickipedia. Su “Philip K. Dick, la macchina della paranoia, enciclopedia dickiana” di Antonio Caronia e Domenico Gallo
di Luciano Pagano

Philip K. Dick è uno degli scrittori più importanti del secolo scorso. È probabile che si tratti dell’autore che più rappresenta il passaggio e il transito tra due epoche. Da una parte c’è la science fiction ipo-tecnologica, a basso profilo, dove l’idea di condurre i nostri corpi sani e salvi su Marte o sulla Luna rappresenta il massimo del sondabile e dove le ansie dell’uomo di massa sono esplorate, ad esempio, da un Rod Sterling, in quella “Twilight Zone” dove nessuno augurerebbe l’ingresso nemmeno al suo peggiore nemico. Dall’altra c’è l’indagine delle ansie e incubi politici del totalitarismo, dell’uomo disumanizzato e reso alieno in un corpo sociale disgregante, con anticipazione e intuizioni ancora oggi attuali, quasi precognitive.
Nelle opere di Philip K. Dick c’è la compresenza di diversi elementi che rende possibile l’evasione dal genere. Antonio Caronia e Domenico Gallo, sono autori e coordinatori di questa monografia intitolata “Philip K. Dick, la macchina della paranoia” (Agenzia X, 2006), dal sottotitolo programmatico di “enciclopedia dickiana”, nella quale al lettore viene offerta una chiave d’accesso puntuale all’universo dell’autore americano, vero e proprio pioniere in territori che soltanto oggi, a distanza di cinquanta anni, cominciano a divenire luoghi dell’immaginario presente.
La prima parte del libro presenta una biografia dettagliata e puntuale della vita di Philip K. Dick, l’intenzione, non resa in modo esplicito, tuttavia apprezzata, è quella di mostrare al lettore che nell’opera dell’autore c’è sempre stato un vivo interesse nei confronti della società del suo tempo, in relazione alle vicende contemporanee, con prese di posizione ‘politiche’ nello sviluppo delle opere. Quella di Dick è stata una forma di engagement politico sui generis, che dimostra quanto fosse difficile per lui conciliare la scrittura e lo scrittore in un America dove il rispetto dei diritti civili presso alcune fasce della popolazione non era ancora garantito.
Questa monografia sarebbe stata già un libro di autentico valore grazie alla presentazione, insieme alla biografia, di tutta la bibliografia di Philip. K. Dick, ogni sua opera (tutti i romanzi e una scelta ragionata dei racconti) è descritta in una scheda. Ciò che rende questo lavoro esaustivo è di sicuro la parte centrale, un vero e proprio glossario dove sono raccolti tutti i termini salienti dell’universo dickiano, nelle descrizioni non mancano riferimenti incrociati alle opere scritte e a quelle cinematografiche che, a partire dal 1981 con Blade Runner, sono state ispirate dalle opere dell’autore. “Philip K. Dick, la macchina della paranoia” si configura è accessibile come vero e proprio ipertesto, un’opera aperta che va a affiancare le opere dell’autore, edite in Italia da Fanucci. Spiccano tra queste alcune ‘voci’ riassuntive (realtà/illusione, potere, religione, genealogie, merce) dove il lettore può rintracciare i riferimenti teorici e i ‘furti’ dello scrittore. I curatori di questa monografia, facendo i conti con uno scrittore che, ad esempio, tra il 1953 e il 1968 ha scritto ventinove romanzi di fantascienza (senza contare quelli mainstream), sono consapevoli che non tutti i romanzi e i racconti in questione sono capolavori, la scrittura di alcuni è stata certo dettata dalla necessità. Questo libro è testimone di un lavoro critico trentennale condotto sull’opera di Philip K. Dick, e ha visto da parte degli autori il coordinamento di un gruppo di studiosi, che vale la pena di citare (Domenico Gallo, Antonio Caronia, Gianni Canova, Umberto Rossi, Claudio Asciuti). “La macchina della paranoia” è un testo che grazie alla sua completezza, resa con leggerezza di stile e alta fruibilità, riesce a far dimenticare al lettore, più di una volta, di trovarsi faccia a faccia con una completa monografia di critica ed esegesi letteraria.

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV Numero 26, “Anelli deboli”

Pangrammi dell’esistenza


Pangrammi dell’esistenza.
Su “La mania per l’alfabeto” di Marco Candida

Luciano Pagano

The quick brown fox jumps over the lazy dog“, questa frase viene utilizzata nei test per le macchine da scrivere in un ambito analogico che sembra così lontano e che invece fa ancora parte del presente, o ancora quando c’è da testare la bellezza e la versatilità di un nuovo font nei programmi di grafica e videoscrittura. Cosa c’entra questa frase con il romanzo d’esordio di Marco Candida, “La mania per l’alfabeto” (Sironi Editore, collana indicativo presente, €14)? La particolarità di questa frase di senso compiuto – dove una volpe marrone si beffa di un cane pigro – sta nel fatto che in essa sono contenute tutte e ventisei le lettere dell’alfabeto, una frase simile viene definita come pangramma. Nel romanzo di Marco Candida secondo me avviene qualcosa di simile, si cerca una risposta ad un quesito filosofico e allo stesso tempo narrativo, quello di dare un ordine al mondo attraverso il linguaggio senza perdersi in quest’ordine che nel frattempo si è anche concretizzato come ricerca di sistemazione/risoluzione della vita del protagonista.
Nel cercare quest’ordine vengono dispiegate con maestria tutte le emozioni, tutti i generi, tutti i percorsi letterari percorribili, il che non deve far credere che La Mania sia un’opera enciclopedica, anzi è la gamma degli stimoli che offre la lettura di questo testo che appare sotto la cifra dell’infinità. Michele è un giovane alle prese da anni con la scrittura, emerge qui un primo elemento, non si tratta della scrittura del capolavoro o dell’opera a cui sta lavorando, la scrittura per Michele assume il carattere della scrittura tout court, la scrittura per la scrittura, una scrittura che soltanto inizialmente crediamo essere affidataria di un’interpretazione del mondo per poi scoprire il suo ruolo centrale, quello di unico strumento per attingere alla Verità. Una scrittura che si dissemina in miriadi di altre scritture, tutte a loro modo giustificate dall’assunto di fondo: essere descrizione di quella vera realtà rispetto alla quale il resto delle descrizioni che ci vengono propinate altro non sono che ‘notizie’, ‘velo di maya’, ‘rappresentazioni di ombre sulle pareti della caverna’. Questa, tuttavia, è una falsa interpretazione. La scrittura diviene in questo romanzo un oggetto malleabile e riparatore, Michele è ossessionato dalla scrittura a tal punto da perdere il contatto con la realtà. Ci sono due realtà, Savemi (la sua ragazza) e il Lavoro, che cercano di assisterlo, la prima con una certa tolleranza e la seconda con il pragmatismo scellerato e disperato imposto dal lavoro, con le consuetudini e il delicato bilanciamento dei rapporti tra colleghi; entrambe le realtà dovranno espellere da sé Michele se vorranno continuare a insistere nelle loro certezze.
Al termine del romanzo si raggiungerà un punto di mezzo, quieto come l’occhio del ciclone. “La mania per l’alfabeto” è una room-novel, un romanzo che racconta gli spazi chiusi e angusti, la scatola cranica, i pensieri, i racconti – le carabattole – che amplificano l’immaginario della paranoia su soglie altissime, alcuni di quelli che sono seminati nel romanzo fanno da controparte teorica di ciò che sta accadendo al protagonista, sviscerando uno stato d’animo in particolare.

“Michele, pensa, si ritrova inscatolato in tante stanze, proprio come tutti, e compie le sequenze di azioni di tutti, ha le emozioni di tutti, le stesse relazioni di tutti – le stesse relazioni, o meglio, di chi non sa tenere relazioni – e non può che raccontare storie che potrebbe raccontare chiunque: nessun mondo diversissimo, solo mondi ugualissimi su esperienze ugualissime. Soltanto la percezione del mondo e delle esperienze sono diverse, infettate dalla scrittura”

Quando il protagonista si trova alle prese con la sua casa e la sua famiglia le cose non cambiano, la sua è un’esistenza appartata, un tentativo di riprendersi dagli sconvolgimenti che sono avvenuti nella sua vita recente. Un particolare episodio (lo smarrimento di un libro), riporterà Michele ad un contatto con le cose, mitigando le sue ossessioni. Fino a quel momento Michele è scrittura, Michele è nei libri che legge, come se gli oggetti-libri fossero riusciti ad annichilirlo, interessante la considerazione a proposito del lettore-forte, che sarebbe il lettore che compra libri ogni giorno per poi leggerne tre o quattro in un anno. A mio avviso le pagine più belle sono proprio quelle contenenti le considerazioni sulla percezione che abbiamo del mondo, filtrata com’è dall’informazione giornalistica e mediatica. Marco Candida, giovane autore nato nel 1978, ha avuto un coraggio raro, quello di scrivere un libro che mette a nudo se stesso e nello stesso tempo la scrittura come pratica individuale, un’analisi sulla scrittura così come poteva essere intesa nel Medioevo, con la filtrazione di filosofia e psicoanalisi, laddove invece un pensiero osmotico potrebbe rintracciare assonanze con i romanzi di Albert Camus, per il riferimento al senso di claustrofobia morale oppure alle riflessioni filosofiche sulla scrittura di Carlo Sini, cui si aggiunge un vago senso di delirio che a volte emerge da alcuni passi per effetto dell’esattezza e dell’accumulazione di immagini. Marco Candida dispone di una tavolozza incredibilmente varia che si è concretizzata in un ottimo esordio.

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV Numero 26, “Anelli deboli”

le vie del signore sono sfinite


Lecce, è bello associare i nomi delle tue strade ai quartieri, alle zone, ai ricordi. Dispiace accorgersi con un senso sottile di sarcasmo di come il buon senso e la cultura siano distanti tra di loro quando si tratta di scendere a patti con la praticità del quotidiano. Esempio? I nomi delle strade e il legame tra le personalità della storia, qual’è il grado di istruzione e quali quiz devono essere sostenuti per essere ammessi al catasto? Bando alle ciance. Se vi capita di visitare il bel quartiere di Castromediano (Cavallino-Lecce) vi troverete ad una svolta indicata da un cartello, “Via L. Caro”, dopo esservi spremute le meningi un pensiero balenerà nella vostra mente “ma sì…è proprio lui, Tito Lucrezio Caro, autore del vostro poema di lingua latina preferito, il De Rerum Natura”; non poco distante c’è “Via M. T. Cicerone”, fin qui tutto bene, Marco Tullio Cicerone. I nomi delle gens vengono abitualmente scambiati per cognomi. I più maliziosi potrebbero sostenere un’ipotesi secondo la quale questi sono ragionamenti capziosi, necessitiamo di un experimentum crucis, eccolo qui bello che pronto, sui viali, poco prima dell’incrocio che conduce al Provveditorato ecco una svolta alla nostra destra, “Via G. Desa”, niente paura, questa via non è intitolata ad altri che a “San Giuseppe Desa da Copertino”, il Santo dei Voli, il santo protettore di Copertino, quel santo asino immortalato in uno spettacolo scritto e  irrappresentabile da Carmelo Bene. A proposito, volete sapere come si chiama il piazzale/parcheggio autobus posto all’ingresso di Lecce provenendo da Brindisi? Ma sì, quel bel piazzale che ospita ogni anno la “Sagra de la Cecora Resta?” (il tempo passa-la cecora resta?)…”Piazzale Carmelo Bene”.
Se fosse stato possibile avrei preferito metterlo dietro il centro commerciale posto a metà della circonvallazione, in buona compagnia di piazzetta Bodini; ma tant’è, Piazzale Carmelo Bene è antistante al cimitero, quel cimitero dove Vittorio Bodini aveva ambientato un bellissimo racconto, “Il sei-dita”. Sarebbe bello se i nomi delle strade, quanto meno per ciò che pertiene alla cartellonistica, non ci facessero far fare brutte figure con i nostri morti.

Al mare con la vittima


Fedor Mihajlovic Dostoevskij al marePubblico qui il racconto uscito ieri, Domenica 8 Luglio sul “Corriere del Mezzogiorno”, per l’iniziativa “I racconti dell’estate”.
Nel racconto proseguo (a modo mio) l’incipit – in rosso nel testo – di “Delitto e castigo” di Fëdor Mihajlovič Dostoevskij. Siete tutti invitati a leggere gli altri racconti di tutti gli scrittori che nel corso dell’estate si passeranno il testimone di questa bella iniziativa.

Al principio di luglio, con tempo caldissimo, verso sera, un giovane scese dalla sua stanzuccia, che aveva in subaffitto nel vicolo di S., sulla strada e lentamente, come irresoluto, si diresse verso il ponte di K.
Egli scansò felicemente l’incontro con la sua padrona per la scala. La sua stanzuccia riusciva proprio sotto il tetto di un alto casamento a cinque piani e somigliava ad un armadio più che a un’abitazione. La sua padrona di casa, invece, dalla quale aveva in affitto questa cameretta con desinare e servizio compreso, abitava una scala più in basso, in un quartierino a sé; ogni volta che egli usciva sulla via, gli toccava inevitabilmente passar davanti alla cucina della padrona, la cui porta era quasi sempre spalancata sulla scala.

Quando pensò di aver scampato l’incontro con la vecchina, che di sicuro gli avrebbe ricordato il prossimo scadere dell’affitto mensile, sentì un sibilo che lo richiamava alle spalle “pssh, psssh, ehi, dico a te”, si trattava di Anastasia, la nipote della donna, una ragazzina di diciotto anni, studentessa modello che aveva appena sostenuto l’orale dell’esame di maturità classica, “ma com’è che in luglio in città rimangono soltanto gli studenti che devono sostenere gli esami orali? E tutti gli altri…che fine fanno?”, si voltò verso Asia – questo il suo diminutivo – e con un cenno del mento le chiese che cosa volesse “se ti do questi cinque euro mi vai a comprare le sigarette? Se vuoi puoi tenerti il resto”.
Accettare l’elemosina da una ragazzina avrebbe significato toccare il fondo, si disse tra i denti, rifece i gradini per raggiungere la mano tesa di Asia, facendo attenzione a non sbucare dalla porta con la testa e senza fare rumore, ad eccezione di un rapido “va bene”, afferrò i cinque euro e corse giù per le scale. La vecchia non si accorse di nulla.
Quando provò ad aprire il grosso portone di legno fece più forza del dovuto, girò la maniglia verso il basso mentre questa risaliva su da sola, a scatti, per un attimo credette che la vecchina, dal piano di sopra, stesse muovendo la maniglia in giù e su con le sue doti telecinetiche, così, per costringerlo a rimanere in casa, invece no, dall’altro lato del portone c’era qualcuno, si trattava di un medico che cercava con la stessa ostinazione di fare il contrario, cioè entrare nel condominio, pensò che era medico perché quando lo vide notò il suo paio di occhialetti piccoli piccoli. “Potrebbe dirmi dove abita la vecchia …”, e pronunciò il cognome della padrona di casa sillabando, “prenda quella scala e salga fino in cima, non si può sbagliare, ma lei chi è, sarà mica venuto per l’appartamento dell’ultimo piano…”, “no, sono venuto per la nonna della signorina Asia, sono qui per somministrarle la sua ultima ricetta, ahi noi”, “ahi noi…cosa?!?! Non capisco”, “mi scusi, forse non era al corrente, ma lei per caso non è Raskolnikov, il ragazzo di Asia?”, macché…magari. Non era mai riuscito a stabilire un contatto con quella ragazzina, i suoi trent’anni lo proiettavano fuori da una fetta di mondo a lui incomprensibile, motociclette, fumetti, sigarette fumate di nascosto dalla nonna, droghe leggere, 3msc, discoteche, mms, riduzioni per discoteche, sms, aperitivi, cose per cui avrebbe tanto voluto trovare il tempo e il modo, se solo non fosse stato uno studente fuori corso da oramai troppo tempo; i soldi che gli passavano i genitori, la stessa quota ogni mese, erano appena sufficienti per pagarsi un armadio a forma di stanza. Povera vecchia, chissà cosa aveva, stava male e non dava ad intendere nulla del suo stato, d’altronde chi si sarebbe mai potuto preoccupare di lei oltre ad Asia?
E pensare che un giorno gli era quasi venuto il desiderio di farla finita e ucciderla, se soltanto ne avesse avuto il coraggio quel giorno sarebbe stato capace di farla a pezzi con una scure per poi segarla in mille frammenti e infine mettere i lacerti di vecchia in un sacco e gettarlo dal ponte di K. fin giù. Il fatto è che lui non aveva motivi per odiare la vecchina, nessun motivo ad eccezione dell’affitto in nero che in barba a tutti gli indici Istat del paese cresceva di venti euro ogni sei mesi, di lì a qualche anno sarebbe di certo raddoppiato. Invece niente, il tempo aveva deciso per lui in anticipo, alla vecchina restavano pochi mesi di vita e sua nipote sapeva tutto, e se ci fosse di mezzo un’eredità?
Mise il piede fuori dal portone, doveva fare in fretta, la biblioteca chiudeva alle sette e mezza e si erano fatte già le sette, “tra poco più di un’ora incomincia la partita”, tirò fuori il suo paio di occhiali da sole con le lenti marrone scuro, li indossò anche se non ce ne sarebbe stato bisogno, gli capitò di vedere il sole riflesso sulla vetrina di un negozio, un disco giallo & pigro, avvolto dall’afa, si diresse verso la biblioteca in cerca di un romanzo da prendere a prestito per riuscire a trascorrere il suo, di tempo. Il suo pensiero era rivolto al numero di probabilità rimaste alla nazionale per una possibile qualificazione ai Campionati Europei del 2008. D’improvviso gli venne in mente un’idea geniale, “cos’è che ti piacerebbe regalare ad una persona se sapessi in anticipo che non la rivedrai mai più? Felicità! Momenti felici e indimenticabili!” Decise che avrebbe convinto la vecchina a vedere con lui la partita Italia-Ucraina, magari davanti ad una pizza margherita e una doppia bionda media, ma sì, tutti e due sul tavolaccio del cucinino (la compresenza di Asia non gli sarebbe affatto dispiaciuta), con la finestra spalancata e il ventilatore acceso, più di così non poteva fare, era il massimo di gioia condivisibile che gli veniva in mente di donare, accelerò il passo fino alla biblioteca comunale, entrò nell’atrio, si fermò per cinque secondi a godere la frescura di quel luogo, salì al primo piano, appena davanti davanti al bibliotecario disse “stavo cercando un libro, la Trilogia di Samuel Beckett”. Sono mesi che cercava di trovare quel libro, scomparso dalle librerie e dai cataloghi delle case editrici.
Dopo cinque minuti uscì con la sua copia in prestito della Trilogia. Entrò in una ricevitoria, comprò le sigarette di Asia e tre gratta&vinci da un euro, “ritenta sarai più fortunato”, “ritenta sarai più fortunato”, “hai vinto 20€”. Fece ritorno a casa. Toc Toc. “Cosa vuole? È successo qualcosa? Se è per l’affitto non deve preoccuparsi…c’è ancora tempo”, sentì un brusio, era lo stesso rumore che faceva il silkepil di sua sorella, immaginò Asia in piedi con un tallone sul bidet mentre ‘finiva’ un polpaccio, “No, nulla, mi chiedevo soltanto se, si insomma, questa sera c’è l’Italia che gioca contro i russi, le andrebbe di vedere con me la partita?”, “siiiiiiiii, nonna devi dire di siii”, era Asia che concedeva il permesso e si invitava da sola, sfacciatamente.

spiaggia.jpg Ed eccoli lì tutti e tre, seduti davanti ad un televisore a tubo catodico da sedici pollici per vedere una partita della nazionale, fuori c’è un caldo infernale, il ventilatore ruota con la sua perfezione approssimativa facendo ondeggiare la copertina appoggiata sulla sedia a sdraio della vecchina. Chissà se si ricorderà di questa serata. Lui si. Fatto è che il giorno dopo lo studente invaghito, Asia e sua nonna, erano tutti e tre sulla spiaggia di Torre Perlina, con l’ombrellone spalancato, a prendere il sole; lui alternava un tuffo nell’acqua tiepida alla lettura della Trilogia di Beckett, mentre il vento scompigliava i capelli di Asia, quelli che uscivano dal cappello di paglia; “se qualcuno nell’inverno scorso, mentre preparavo il mio penultimo esame, mi avesse detto che in luglio sarei stato steso sulla spiaggia al tuo fianco, Asia, mentre tua nonna, ovvero la mia padrona di casa, termina un cruciverba seduta su una sedia pieghevole, ebbene, non ci avrei creduto, ma tant’è, soltanto gli stupidi possono credere che l’inizio di una storia contenga in maniera irrevocabile la sua fine”, “ma stai zitto stupido”.

Poesie vomitate contro la Turbogas. Atto video.


asilodimendicita.jpgDue Notizie.
Uno. Questa sera sarò al Fondoverri per presentare “Asilo di mendicità”, il secondo libro in versi di Simone Giorgino, alla presentazione seguirà un reading di Simone Giorgino, che leggerà suoi versi tratti dal suo (bel) libro (che potete vedere qui di fianco).
Due. Il 13 maggio scorso, a Aprilia, alcuni poeti si univano in un atto di protesta contro la Turbogas, gli artisti coinvolti erano Ugo Magnanti, Alessandro D’Agostini, Antonio Rezza, Bianca Madeccia, Vitaldo Conte, Francesca Spessot, Angelo Zabaglio. Ebbene, è con estremo piacere che su segnalazione di Bianca Madeccia pubblico il link al video di quella performance, scaricabile da Arcoiris. Buona Visione!

“Re Kappa” presentazioni di luglio.


Giovedì 12 Luglio
Corigliano D’Otranto (LE)
Castello de’Monti Ore 21.00

Elio Coriano e Luciano Pagano
presentano “Re Kappa”

§

Sabato 14 Luglio
Melpignano – Notte Bianca


Rossano Astremo, Mauro Marino e Luciano Pagano
presentano “Re Kappa”

***** Alcuni giudizi su “Re Kappa”, resoconto della vicenda del rinvenimento e della pubblicazione del manoscritto del libro intitolato “Volonté du roi Krogold”, pubblicati dalla stampa estera e nazionale. *****

Re Kappa è un Candido minore, ironico e leggero, all’avventura nel «migliore dei mondi possibili», quello della cultura, un mondo tanto bello che non di rado fa quasi schifo.”
Michele Trecca su “La Gazzetta del Mezzogiorno” (13 maggio 2007)

“Pagano cortocircuita storia letteraria e invenzione letteraria e il risultato è originale.”
Patrizia Danzè
su Stilos (1 maggio 2007, Anno IX, Numero 9)

“Piuttosto che cedere alle complicazioni metereopatiche, è utile dotarsi di strumenti in gradi di accelerare l’ambientamento e uno di questi può essere Re Kappa
Massimiliano Zambetta
sul “Corriere del Mezzogiorno” del 7 Giugno 2007

“Qui dunque comincia Re Kappa. Dove la letteratura contemporanea sembrerebbe fermarsi, Re Kappa comincia. Prende il via il percorso tortuoso di uno scrittore alla ricerca della sua trama, del suo libro tra gli altri.”
Elisabetta Liguori su “Paese nuovo” (31 marzo 2007)

“Pagano è un narratore abile: scrive in modo intelligente […] usa in modo intelligente la sua cultura (letteraria e non), costruisce il suo racconto in modo sapiente, ha una creatività ironica e soprendente.”
Eleonora Carriero su quiSalento di giugno

“C’è scrittura in Pagano, così come atmosfera, e il tutto è reso in un linguaggio contemporaneo, ma in uno stile che guarda al post moderno, con inserti strumentali mutuati dal passato.
Sta nascendo uno scrittore a 360 gradi”
Antonella Casilli su “Teatro Naturale” (maggio 2007)

“a sfogliare le pagine del lavoro di Pagano, ci si sente come scossi da una scarica elettrica, come se sorgesse repentino un imperativo categorico che spinge a dedicarsi alla parola”
Stefano Donno su “Coolclub.it” (maggio 2007)

La decostruzione dell’odio. Su “Il legame” di Fabio Omar El Ariny


La decostruzione dell’odio.
Su “Il legame” di Fabio Omar El Ariny

Cantiere delle Twin TowersFinalmente svelato il legame tra l’incidente aereo di Linate, avvenuto nell’ottobre del 2001 e il presunto attacco del WTC, avvenuto l’11 settembre dello stesso anno“, un titolo di giornale al quale potrebbe essere attribuita una veridicità quasi assoluta dopo la lettura de “Il legame”, romanzo d’esordio di Fabio Omar El Ariny, giovane scrittore egiziano che vive e lavora a Milano, uscito per i tipi della Besa Editrice. Adel Kadry è un giovane uomo d’affari, figlio di un egiziano che è riuscito ad espandere il suo commercio partendo dalle spezie e arrivando a costruire un impero che, grazie anche all’abilità del figlio, è approdato negli USA, dove la corporation egiziana a capo dei Kadry è entrata in possesso di diverse società americane. Quale legame c’è, quindi, tra la vita del giovane rampollo e la catastrofe mediatica e terroristica delle Torri Gemelle? Adel, la mattina dell’11 settembre, deve prendere lo stesso aereo della United Airlines da Boston a Los Angeles, quello che dopo il dirottamento si è schiantato a Stony Creek Township, in Pennsylvania. La sua riunione di lavoro a Los Angeles, tuttavia, è stata annullata. Il suo nome compare già nella lista di arabi ‘designati’ come morti sull’aereo, che figureranno come potenziali terroristi nelle cronache del giorno dopo. La ragazza di Adel, Sonia, abita a Milano. Jean De Tennais è un giornalista di “Le monde” che in passato ha avuto a che fare con il padre di Adel, e che dopo aver appreso che il giovane è ritenuto uno degli attentatori si mette sulle tracce del genitore per cercare di farsi rilasciare un’intervista ‘a caldo’. Gli avvenimenti si succederanno in rapida sequenza, dimostrando la maestria dell’autore nel saper dosare gli elementi della narrazione, dalla quale spiccano le descrizioni dei luoghi e dei caratteri di ognuno dei personaggi. Un romanzo, “Il legame”, che pur partendo dal genere thriller riesce a contenere una storia piacevole, la cui lettura può essere consigliata anche a chi non è appassionato del genere. Nella vicenda vengono spesso descritti gli scenari politici internazionali, in particolare la situazione del Medio Oriente, la cui storia recente viene ripercorsa senza che si senta la volontà apologetica nel voler a tutti i costi dare una verità sui fatti. Un esperimento narrativo unico nel suo genere anche perché l’autore è un trentaduenne egiziano che scrive nella nostra lingua e decide di attingere ad un episodio storico che oramai è divenuto un mito della contemporaneità, non sono ancora molti gli scrittori che hanno affrontato il tema dell’11 settembre come fatto già storico; non soltanto un evento mediatico, ma probabilmente uno degli eventi che nei prossimi anni si rivelerà più latore di effetti mitopoietici, l’Attacco alla civiltà par excellence, indipendentemente dal fatto che suddetto attacco sia stato un attacco reale oppure il frutto della più grande messa in scena del XXI secolo, quella che non solo secondo le ipotesi contenute nel romanzo di Fabio Omar El Ariny, è avvenuta sui cieli e la terra degli USA alle 9 di mattina di un giorno di settembre.
Al termine della lettura resta l’impressione di un romanzo davvero piacevole, insieme ad un messaggio di speranza nei confronti di un dialogo possibile tra mondi diversi, quello arabo e quello occidentale, che l’autore è riuscito a trascendere dalla propria esperienza personale per rendere partecipe il lettore di una storia che colpisce per il bilanciamento della lingua e per la rapidità di esecuzione, in certi punti a metà tra una novel di Ellroy e la pellicola di Edward Zwick “Attacco al potere”.

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV Numero 26, “Anelli deboli”

Caro papà


Caro Papà.
Tu che ora sei nei pascoli celesti, nei pascoli terreni, nei pascoli marini.
Tu che sei tra i pascoli umani. Tu che vibri nell’aria. Tu che ancora ami tuo figlio Alesi Eros.
Tu che hai pianto per tuo figlio. Tu che segui la sua vita con le tue vibrazioni passate e presenti.
Tu che sei amato da tuo figlio . Tu che solo eri in lui. Tu che sei chiamato morto, cenere, mondezza.
Tu che per me sei la mia ombra protettrice.
Tu che in questo momento amo e sento vicino più di ogni cosa.
Tu che sei e sarai la fotocopia della mia vita.
Che avevo 6-7 anni quando ti vedevo Bello – forte – orgoglioso – sicuro – spavaldo rispettato e temuto dagli altri, che avevo 10-11 anni quando ti vedevo violento, assente, cattivo, che ti vedevo come l’orco che ti giudicavo un Bastardo perché picchiavi la mia mamma.
Che avevo 13-14 anni quando ti vedevo che vedevi di perdere il tuo ruolo.
Che vedevo che tu vedevi il sorgere del mio nuovo ruolo, del nuovo ruolo di mia madre.
Che avevo 15 anni e mezzo, quando vedevo che tu vedevi i litri di vino e le bottiglie di cognac aumentare spaventosamente.
Che vedevo che tu vedevi che i tuoi sguardi non erano più belli, forti, orgogliosi, fieri, rispettati e temuti dagli altri.
Che vedevo che tu vedevi mia madre allontanarsi. Che vedevo che tu vedevi l’inizio di un normale drammatico sfacelo.
Che vedevo che tu vedevi i litri di vino e le bottiglie di cognac aumentare fortemente.
Che avevo 15 anni e mezzo che vedevo che tu vedevi che io scappavo di casa, che mia madre scappava di casa.
Che tu hai voluto fare il Duro.
Che non hai trattenuto nessuno.
Che sei rimasto solo in una casa di due stanze più servizi.
Che i litri di vino e le bottiglie di cognac continuavano ad aumentare.
Che un giorno. Che il giorno. In cui sei venuto a prendermi dalle camere di sicurezza di Milano ho visto che tu ti vedevi solo. Che tu volevi o tua moglie o tuo figlio o tutti e due in quella casa da due stanze più servizi. Che ho visto che tu hai visto che eri disposto a tutto pur di riavere questo.
Che ho visto che tu hai visto la tua mano stesa in segno di pace, di armistizio.
Che ho visto che tu hai visto sulla tua mano uno sputo.
Che ho visto che tu hai visto i tuoi occhi lacrimare solitudine incrostata di sangue masochista, punitivo.
Che ho visto. Che tu hai visto il desiderio di voler punire la tua vita.
Che ho visto che tu hai visto il desiderio di non soffrire. Che ho visto che tu hai visto i litri di vino e le bottiglie di cognac continuare ad aumentare.
Che ho visto che hai visto in quel periodo la tua futura vita.
Che ho saputo che hai saputo che tuo figlio era un tossicomane che tua moglie attendeva un figlio da un altro uomo (figlio che a te non ha voluto dare).
Che ho visto che hai visto 3 anni passare. Che ho visto che hai visto che il giorno 9-XII-69 non sei venuto a trovarmi al manicomio. Perché eri morto.
Che ora tu vedi che io vedo. Che ora il 1° sei tu che giochi questo tresette col morto facendo il morto.
Ma che giochi ugualmente, che ora vedi che io vedo che ti adoro che ti amo dal profondo dell’essere.
Che ora vedi che io vedo che mia madre rimpiange.
ALESI
FELICE
PADRE DI ALESI EROS
Che vedi che io vedo che sono fuggito ancora una volta verso la solitudine.
Che tu vedi che io vedo solo grande grandissimo nero lo stesso nero che io vedevo che tu vedevi.
Che ora continuerai a vedere ciò che io vedo.

Eros Alesi, 1951-1971
da Per la poesia. Manifesto del Pensiero Emotivo, Giorgio Manacorda,
Editori Riuniti, 1993

Andiamo? Andiamo.


voicesinwartime.jpgE’ stato pubblicato, per i tipi di Besa Editrice, “Asilo di mendicità“, seconda raccolta poetica di Simone Giorgino. Simone, che di recente ha inaugurato un blog dedicato alla poesia detta, Audiopoesia, è uno dei tre autori di Venenum. Ha pubblicato suoi versi su rivista e, soprattutto, li continua a portare con la sua voce e persona in reading e in rete. Il 2 Luglio, presso il Teatro Asfalto a Lecce sarà insieme a Andrea Cariglia e Piero Rapanà in Misericordia, uno spettacolo ispirato alla Recherche. Qui di seguito pubblico una poesia estratta da questo suo libro, una raccolta di versi la cui composizione è stata lunga e composita; il volume è accompagnato da due interventi critici inediti, uno mio e uno di Michele Truglia, dopo sette anni siamo di nuovo qui, qualcosa è cambiato, di sicuro abbiamo preso qualche schiaffo e calcio, magari siamo riusciti a tirare qualche boccata di aria salata, ma è stato un bagliore nella notte, e poi siamo tornati a correre a modo nostro, come dice Michele, esperto (non solo io) in corse e fughe. Fratelli, alla vostra!

La stirpe

Poi si morrà a novecentotrentanni
sgranchito al lato concavo del gioco
souvenir di neve, balocco
di strane torsioni strani
imbiancamenti come imbiancai la terra fiocco a fiocco
non veduto all’ombre seminando il seme
di Enoch mi parve o Enòs di Set o Sem
comunque imbattezzati dunque vani
poiché fructus ventris d’ombra
poiché il calco delle orme
è risepolto dalla neve che ricolma
a ghiacciare la stirpe al sonno che la dorme.

presentazione de “Il legame” di Fabio Omar El Ariny


Giovedì 28 Giugno, a Lecce, presso S. Francesco della Scarpa alle ore 19.00, presenterò, insieme all’autore Fabio Omar El Ariny, il suo romanzo d’esordio “Il legame” (Besa Editrice, Lune Nuove), per saperne di più su questo interessante romanzo vi consiglio di visitare il sito dell’autore.
Il tutto si svolge nell’ambito della rassegna di culture migranti Negroamaro, a cura della Provincia di Lecce, l’ingresso è libero.

“Re Kappa” su Postoristoro


Dopo la verità, il nulla
di Daniele Greco (dal blog Postoristoro)

stelarc.jpg


Re Kappa
di Luciano Pagano è un antiromanzo alla maniera dell’ “Anonimo Lombardo” di Arbasino, del “Boccalone” di Palandri o dei “Tre sistemi…” di Nicola Lagioia. Questo perché è un’opera metanarrativa che si pone l’obiettivo di investigare le possibilità coeve della scrittura romanzesca. E come ogni libro fatto di altri libri, come ogni lavoro che si porti dietro un bagaglio di concetti e riflessioni metalinguistiche – sostenuto da una scrittura, tutto sommato, robusta – finisce per essere un’opera brillante che restituisce quella verità dell’arte, che in questo caso diventa: la menzogna dell’arte. La scrittura di Pagano prova a mimare il carattere emotivo della parola parlata, ma cercando di evitare una scrittura che scada nel cicaleccio dell’oralità spinta. E ci riesce! La prosa dello scrittore leccese non ha cedimenti e si evince come egli abbia riscritto e limato l’intero suo lavoro, e, questo, a dispetto del presunto pressappochismo che egli convoglia nella figura del personaggio protagonista: ma l’autore è altra cosa. Pagano, attraverso gli espedienti narrativi legati al mondo dell’editoria, salentina e non solo, gioca con il lettore portandolo dentro un testo duplice: per certi versi divertente e avvincente, mentre, per altri versi, conduce inesorabilmente nello scadimento, nello svilimento dell’entertainment letterario, che pare l’unica forma possibile di fare letteratura, oggi.
Personaggi emblematici come Benoit e Duilio Cozzetti sembrano usciti da un fumettone trash, da un prodotto di bassissimo rango, che è appunto lo stato dell’editoria nostrana: produzione seriale di libri senza progetto alcuno, supermercato delle idee a metà tra le soffitte polverose e il macero… Ogni cosa è posta sempre, costantemente, tra la sua realtà fenomenica e il suo doppio: il finto intellettuale è anche il parvenu di provincia, l’editore illuminato è anche il massimo propalatore delle peggiori marchette hollywoodiane. Ogni elemento della narrazione – è questo il grande merito di Pagano – ha la capacità di essere fruibile a più livelli di lettura per cui l’autore vuole dirci, come fa a pagina 34, che “ci vuole un raro ascoltatore per capire cosa sia il metaromanzo a cui sto lavorando, la realtà sembra prendere la piega di un resoconto delirante, ho inventato una dimensione narrativa nella quale ci ficco dentro tutto quello che succede, stravolgendolo a tal punto che sembra di assistere al mercatino di una favoletta da quattro soldi, lì, a metà prezzo, tutta da capire all’istante, e poi invece sto raccontando tra le righe quello che accadrà nel futuro prossimo venturo, finzione di finzione”. Il futuro prossimo venturo è finzione di finzione, un po’ come nell’ “Occidente per principianti” di Lagioia, o nel “Di questa vita menzognera” del bravissimo Pino Montesano… La realtà non esiste più, ha lasciato gli ormeggi e si è gettata nel mare periglioso dell’indistinguibilità: quello per cui intere opere coeve potrebbero essere state scritte da più autori, per come si somigliano tutte, per come non apportano alcuna riscrittura immaginale dell’esistente e per come non sono altro che stanche pagine di “dolorismo giovanilista” o “apocalittiche riscritture” americanoidi.
Pagano, invece, sembra essere molto più misurato e scaltro, gioca con i mille destinatari di un’opera apertissima: della quale sarebbe già interessante valutare le differenti letture fatte, il diverso feedback instaurato coi lettori.
Benoit, Céline, Re Kappa, il manoscritto… non sono altro, allora, che l’esilissimo fil rouge di ogni opera che ambisca a una qualche unitarietà, ma in ultima analisi delineano la strada da fare, la letteratura di là da venire, il progetto sempre aperto e in continuo mutamento che tocca provare a immaginare.
Quello che sorprende, alla fine, è una cosa: riletta e corretta questa recensione ci si rende conto che le mie parole, identiche, le avrebbe potute scrivere qualsiasi altra persona: in un certo senso la mia recensione è stata scritta per intero dal libro di Pagano, senza il mio minimo apporto. Accade che, un po’ come nel finale, quando l’autore anticipa quelli che sarebbero stati i commenti successivi all’uscita del romanzo, l’atto finale del libro consista nell’inclusione del recensore entro il carrozzone, il “circo” della letteratura da asporto cui il libro è mezzo di feroce dissacrazione.
Pertanto, ingoiati dal nulla che segue la verità, scorgiamo, dietro le pagine del romanzo, una visuale radicalmente negativa del vuoto a noi circostante: un buco di morte che le parole provano a riempire, nella speranza di differire il momento in cui saremo travolti.
Ma anche dietro la negazione – l’ennesima – del romanzo, si realizza un altro passo, instancabile, della persistenza della letteratura.

(in foto Stelarc, ‘Sitting/Swaying: Event for rock suspension’, Maki Gallery, Tokyo, Japan 1980. Courtesy the artist and Sherman Galleries, Sydney)

l’eroe dei due mondi


“Due mondi”
Lucio Battisti
da Anima Latina (1974)

gallipoli.gif

L’universo che respira
e sospinge la tua sfera
e la luce che ti sfiora
cosa vuoi?
Voglio te, una vita.
Far l’amore nelle vigne.
Cade l’acqua ma non mi spegne.
Voglio te.
Oltre il monte
c’è un gran ponte.
Una terra senza serra,
dove i frutti son di tutti.
Non lo sai?
Voglio te, una vita.
Far l’amore nelle vigne.
Cade l’acqua ma non mi spegne.
Voglio te.
E’ una vela la mia mente
prua verso l’altra gente
vento, magica corrente
quanto amore!
Voglio te, una vita.
Far l’amore nelle vigne.
Cade l’acqua ma non mi spegne.
Voglio te. Mio per sempre!
Ma tu non cambi mai.
Un braccio, che altro vuoi?
Un’ora me la dai.
L’amore è qualcosa di più
del vino, del sesso che tu
prendi e dai.
Sarei una cosa tua
amore, gelosia
amor di borghesia.
Da femmina latina a donna americana
non cambia molto… sai?
Voglio te, una vita. Voglio te.
E’ una vela la mia mente
prua verso l’altra gente.
Vento, magica corrente…

“Re Kappa”, intervista su Altre Latitudini


joyce.jpgE’ il 16 giugno, una data che mi è cara per due motivi, il primo è che mi ricorda l’Ulisse di Joyce, e il secondo è che mi ricorda il 16 giugno del 2005, una data simbolo nella quale ho trascritto un racconto in ‘presa diretta’, intitolato “Il giorno della fioritura”, ovvero Bloom’s Day. A distanza di due anni festeggio in modo ideale grazie a Claudio Martini, che pubblica oggi sul suo blog Altre Latitudini un’intervista al sottoscritto, dove si parla di “Re Kappa”, Musicaos.it e altre cose.

“Re Kappa” su “Altre Latitudini”


intervista pubblicata su Altre Latitudini, il blog di Claudio Martini

Ho conosciuto Luciano Pagano nel 2004, in occasione della pubblicazione del mio primo libro di narrativa, “Sguardi”. In quella circostanza Luciano scrisse una bella recensione sulla sua E-zine Musicaos . Lo incontrai un anno dopo di persona a una presentazione del romanzo “Diecimila e cento giorni” e mi colpì una sua attenta recensione al mio romanzo.

Adesso le parti si sono invertite e sono lieto di presentare il suo percorso narrativo e letterario ai blogger di Libero.

1. Luciano, qui su Libero credo che siano in pochi a conoscerti. Vuoi presentarti brevemente?

Si. Intanto ti ringrazio per avermi concesso il tuo spazio e la tua attenzione; mi chiamo Luciano Pagano, non ricordo quand’è che ho cominciato a scrivere, una cosa è certa, la mia scrittura è connaturata alla necessità di comunicare, non solo a parole. Al momento dirigo una rivista elettronica, da più di tre anni, Musicaos.it e sono curatore redazionale della rivista Tabula Rasa, della casa editrice Besa.

2. Ci siamo conosciuti su “Musicaos”, interessante rivista aperta alle voci emergenti della narrativa salentina. Ho saputo che recentemente siete arrivati a un milione di pagine viste. Qual è la linea editoriale di Musicaos e come si è evoluta negli ultimi anni?

Musicaos.it è una rivista che partendo dal Salento ha raggiunto i lettori di tutto il web, con collaborazioni in tutta Italia. Siamo partiti dal Salento per una necessità di fondo, quella di dare uno spazio a un fermento letterario e culturale che stentava ad avere degli interlocutori. Dopo tre anni la maggior parte dei collaboratori di Musicaos non è né salentina né pugliese, d’altronde la lingua a cui apparteniamo e i testi di cui ci occupiamo non sono ‘fenomeni’ circoscrivibili a una terra.

3. Ho letto alcune tue recensioni su diversi libri pubblicati da Besa, tra cui anche il mio… che relazione c’è tra la tua attività di recensore e quella di narratore?

Mi piacerebbe pensare che entrambe le attività siano condotte con onestà. Ho scritto la mia prima recensione – con cognizione di causa – più o meno nel duemilauno, in quel periodo collaboravo con una casa editrice pugliese; la mia attività critica nell’ultimo anno si è spostata su testi di case editrici che non hanno una grande visibilità mediatica , intendo occuparmi oltre che dei libri che mi sono piaciuti e che sono pubblicati dalle case editrici più conosciute, anche di quei testi pubblicati da editori ‘medi’, sarebbe bello che lo spazio guadagnato con Musicaos.it sia (anche) messo a disposizione di autori, libri e operazioni che altrimenti rischierebbero di essere ‘obliterate’ dal tempo del marketing editoriale.

4. Hai pubblicato recentemente con Besa“Re Kappa”, un breve romanzo che tratta di uno scrittore che cerca di terminare il suo romanzo in un Salento infuocato. Fino a che punto hai tratto spunto, nello scrivere il libro, dalla tua personale biografia?

Lo spunto biografico è di certo presente e sotteso a tutta la narrazione, tuttavia ho preferito lasciare più elementi biografici al carattere del protagonista e non alle vicende vere e proprie, non fosse altro che nel racconto c’è sempre quel margine di possibilità in più che vengono offerte rispetto alla vita di ogni giorno, con meno errori, più perfezione, sicurezza, capacità di analisi.

5. Spero di non “spoilerare” il tuo romanzo, ma vorrei chiederti perché il protagonista sceglie di rubare un libro altrui, un prezioso manoscritto, invece di dedicarsi alla conclusione del suo lavoro. Desiderio italico di scorciatoie oppure metafora dell’impossibilità di una costruzione narrativa originale?

Diciamoci la verità. L’antagonista del romanzo, il critico fittizio Michel Benoit, si meritava una fine del genere; certo, ad una prima lettura è lui che si occuperà della curatela del testo di Céline, quindi apparentemente ne esce vincitore, ma a chi è che va in tasca il vile denaro? Una scorciatoia? C’è stato un momento in cui non riuscivo a immaginare un libro diverso da questo, con una storia che raccontasse se stessa contenendosi in sé.

6. Com’è il tuo rapporto con il Salento? Lo odi? Lo ami? Entrambe le cose? Certo non mi sembra che ti sia indifferente…

Sono nato a Novara e lì ho vissuto fino a quattordici anni. Adesso che ne ho trentuno e che la maggior parte degli anni della mia vita li ho trascorsi in Salento non posso che ritenermi fortunato. Nonostante – come dice il Nobel Rubbia – qui piova un barile di acqua all’anno – il Salento è la terra più magica e carica di energia che possa esistere.

7. Da ultimo, vorrei chiederti: cosa vuol fare Luciano Pagano da grande? Scatenati e stupiscici, Luciano.

Sarò sincero, non ho mai potuto dire con anticipo che cosa sarebbe stato di me dopo un anno, o sei mesi, spero di riuscire a continuare nel fare ciò che mi piace, assieme alle persone a cui tengo, un pensiero poco letterario forse, ma il primo che mi viene in mente.

Grazie, Luciano.

Il giurato. Notizie sparse.


Assieme a Marco Archetti (l’autore di “Vent’anni che non dormo” e dell’ultimo “Maggio splendeva”, in foto) e al professore Carlo Alberto Augieri ho avuto il piacere di fare il giurato del NuArt Festival, organizzato presso l’Ateneo leccese nel mese scorso, un’occasione unica per conoscere Marco, uno scrittore dal volto umano e per (ri)conoscere le due autrici, Margherita Macrì e Francesca Maruccia, rispettivamente vincitrici per la sezione poesia e narrativa. A questo indirizzo potete leggere il resoconto della giornata scritto da Marco Archetti.

Domenica scorsa invece sono stato a Fiesole, per il Meeting “Le voci, la città” (del quale la casa editrice Cadmo pubblicherà atti & racconti), organizzato dai due impareggiabili Luigi Nacci e Gianmaria Nerli. Ringrazio loro e l’organizzazione per tutto ciò che è stato. Finalmente dopo letture e visite a blog e affini ho avuto modo di conoscere di persona Marco Candida, il suo “La mania per l’alfabeto” è di sicuro uno degli esordi più interessanti di questo 2007, per non parlare di tutti i partecipanti al reading, come Laura Pugno, Alessandro Scotti, lo stesso Gianmaria Nerli; interessanti, puntuali e senza fingimenti gli interventi critici a cura di Andrea Cortellessa. Indimenticabili le puntate/blitz-dadaisti assieme a Marco nelle librerie di Firenze al lunedì mattina in cerca dei libri per ‘testare’ la bontà delle distribuzioni. E’ stato bello trovarsi finalmente faccia a faccia, a distanza di anni dal reading “Terribili e Ammutinati” con Luigi Nacci e Furio Pillan, per scoprire la comune passione per il teatro di Carmelo Bene, la stessa comune passione tra me e Marco per l’autore Stephen King. Insomma, una bella esperienza.

Altra bella esperienza quella di Marco Montanaro, che giunge a momentanea tappa di conclusione e riflessione…come…chi di voi non ricorda le 9 lune nuove comparse in rete qualche mese fa? I racconti sono terminati, il tempo è passato in fretta, c’è il bisogno di sostare per rileggere il tutto, il file completo in PDF è stato congedato. Scaricare per credere.

A proposito di ascolti. E’ in preparazione il secondo libro di poesie di Simone Giorgino, dal titolo “Asilo di mendicità”. Simone ha dato il via ad un blog sonoro su piattaforma splinder, il titolo è ambizioso e di sicuro manterrà le aspettative, lo trovate qui, ed è audiopoesia.

Vi auguro una buona lettura/ascolto del tutto, in attesa del prossimo e imminente numero di Musicaos.it, il 26, che si intitolerà “Anelli deboli“.