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Richard Lange & Mogwai


Alessandro Milanese
Richard Lange & Mogwai

Chiariamo subito una cosa.
Richard Lange e i Mogwai non centrano un cazzo l’un con l’altro.
E’ una casualità.
Una stupida concidenza.
Lange è uno scrittore americano, classe 61.
Il suo Come morti è una raccolta di racconti brevi, fulminanti, uscita per Einaudi stile libero.
La copertina e le note della Sebold mi hanno incuriosito e ho donato i miei 16 euro alla graziosa e gentile, non che sorella minore di un mio amico, commessa della mia libreria amica.
I suoi “io” non hanno quasi mai un nome, quasi mai un età, sono lasciati liberi di rovinarsi e rovinare la vita, o quello che è rimasto, degli altri.
Sono maschi che vivono arrampicati sul valico che divide il successo dalla rovina.
Luoghi ai margini, da cui si vede la scintillante scritta di Hollywood ma non si tocca mai con mano.
Bar ricettacoli di reietti e storie di ordinario disordine.
Storie spezzate e riattaccate con mezzi di fortuna, piccole crepe a cui basterebbe un pelo di stucco che tarda ad arrivare.
Piccoli lieti fine non definitivi, sottili come un foglio di carta che si può piegar al vento da un momento all’altro.
Sensazioni vere, con del sangue, non quello splatter di horror da quattro soldi ma quello pompato dai nostri cuori.
Pompare, visto anche il volume e il grado di saturazione dei loro distorsori è un verbo che ben si avvicina al gruppo scozzese Mogwai.
Era un po’ che non mi ci ri-infilavo dentro.
E’ bastato un cd masterizzato di un paio di anni fa, una raccolta di registrazioni alla bbc.
Un cd con una piccola storia.
Una persona, quello che a modo mio avrei definito un amico.
MI porta il cd, mi fa un piccolo ma gradito regalo.
Passa il tempo, cambiamo lavoro e zone.
Lo rincontro in una serata in cui il conto al ristorante si era impennato a causa di qualche bottiglia di troppo.
E’ seduto davanti a dei capelli biondi che immagino femminili.
Parlano, sembra concentrato.
Decido di rompere leggermente i coglioni e comincio un tiro mirato di piccole patatine.
Ci mette un po’ a capire da dove arriva il tiro, ma nel mentre rimane da solo senza nessuno con cui conversare.
Mi aspetto un sorriso complice e un saluto da una persona che non vedo da mesi.
Mi arriva una minaccia.
“Ma che cazzo fai?”
“Che cazzo ti tiri?”
“Cosa cazzo ne sai di quella li?”
“Hai visto l’hai fatta scappare con le tue stronzate”
Rimango sorpreso per il tono, per la sensazione che ancora una parola sbagliata e saremmo passati alle mani.
Me ne faccio una ragione, chiedo scusa giusto per allontanarmi e lasciarlo da solo al suo astio figlio chissà di cosa.
Comunque sia non ci penso più nel momento che grazie al mio fidato itunes preparo una bella compilation da 80 minuti di Mogwai da spararmi a volume adeguato mentre leggo Lange
Per i feticisti la prima canzone è la datata new path to helicon fatta live negli studi più famosi di tutto il regno unito.
Leggo un paio di racconti belli, decisi, concisi.
Poi passo oltre e ci casco dentro, del tutto.
Il racconto si chiama Ogni bellezza è lontana.
Dalla prima pagina capisco che la cosa si fa seria.
Volo le pagine.
Il protagonista è un vero perdente, non una macchietta.
Non un personaggio alla ricerca di una sua personale riuscita.
Semplicemente qualcosa di così sbagliato da essere tremendamente perfetto e reale.
Si mette con una minorenne, Lana.
Si innamora o pensa di farlo.
Sparita lei si accanisce coi suoi genitori.
Tormentandoli.
Si guadagna denunce e giretti in centrale.
Si costruisce un paranoico castello di carte, in cui alcuni vietnamiti sono assoldati da Lana a dai suoi per ucciderlo.
Vedi musi giualli ovunque e sente crescere l’inevitabile resa dei conti sotto il sole della california sbagliata, quella sua e dei suoi compari di lavoro.
Uno spaccio aperto 24 ore su 24 tra giornali caramelle.
Caramelle dolci, di quelle che ti staccano tranquillamente col passare del tempo porzioni di palato, gengiva per gengiva.
Dolci come questa Dial: revenge.
Uno dei pochi pezzi dei nostri amici di Glasgow in cui non esplode niente, in cui per una volta sono la voce e una chitarra acustica a farla da padrone.
Mentre mi congratulo con me stesso per la stesura della scaletta Lange fa tramite il suo protagonista un perfetto fermo immagine della situazione.

Non mi diceva mai che mi amava, ma non lo diceva a nessuno.
Il nostro rapporto stava diventando qualcosa di speciale.

Potevo baciarla con la lingua e toccarle le tette, e una volta me lo ha strofinato da sopra i pantaloni della tuta.

Era più giovane di me.

Una cosa al limite della legalità.

Otto anni di differenza non sono così tanti, ma se sapeste.

Non mi pare di aver mai raggiunto le sue vette di stupidità.

Si ubriacava e mi vomitava in macchina con tutto che l’avevo avvertita.

Scriveva alle rockstar e andava in depressione perché non rispondevano alle sue lettere.

I genitori stravedevano per me.

A ripensarci, mi sa che erano contenti di sbolognarla a qualcuno.

Siamo stati insieme tre mesi e ventidue giorni.

In queste righe c’è tutto, va a dire il niente.
Una piccola prefazione di un finale pirotecnico.
Essenziale e perfetto nella sua ovvietà.
Il nostro eroe ormai posseduto dalla sua paranoia che organizza un regolamento di conti in piena regola.
Da appuntamento alla sua amata, ai killer vietnamiti, e ai suoi genitori.
Troverà solo e naturalmente una piccola abitazione di suburbia piena zeppa di sbirri in assetto anti sommossa.
Lui, la sua auto, ed una pistola ad aria compressa.
E mi piace immaginare che, durante il conflitto unilaterale a fuoco, risuoni da qualche casa vicina la parte più sonica e rumorosa di Christmas steps.
Quella cavalcata elettrica che sembra non finire mai, ma che svanisce di colpo avvicinandosi al corpo del nostro eroe trivellato di colpi veri, e che lo culla ancora un po’ mentre sospira la sua amata Lana.

(Enterprise) Capodanno, Mezzanotte. Un racconto di Alessandro Milanese


Alessandro Milanese
(Enterprise) Capodanno, Mezzanotte

“..faremo dei rave sull’Enterprise
farò rifare l’asfalto
per quando ritornerai..”

LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA

Senza alcun dubbio, la festa più stupida che ci sia.
Dopo il mio compleanno, si intende.
Una casa a caso, di un quasi amico.
I pochi rimasti nel rastrellamento della festa comandata da fidanzati.
Il vero razzismo delle coppie, il capodanno tra innamorati.
I single nel lager della casa libera, 4 gatti malcontati, 5 effettivi.
Affettati, panettoni, bottiglie, un cotechino.
Morto rinsecchito, vecchio, sicuramente immangiabile, e noi, fingendo divertimento assicurato.
Si prospettava una serata indimenticabile e così è stato.
La tv accesa sul peggio possibile, la grande festa domenicale traslocata nel veglione di fine anno.
Trans, ballerini, cani, modelli, idioti, supereroi, filosofi, e i miei preferiti, gli psicologi.
Nel calderone del trenino, la vampa della vita che ci sorrideva dal plasma colorato come non mai.
Esplosioni di fuochi e fiamme che ci bruceranno tutti, prima o poi.
Se c’è un signore che ci senta, che ci veda attorno ad una tavola rotonda senza spigoli vivi.
Senza anime vive, senza il bencheminimo amor proprio.
Quel poco rimasto si spegne qualche secondo prima delle 00.
Perché sarebbe cosa giusta e saggia eliminare quello che è ormai diventato
il nostro più pericoloso nemico.
Il più infido, inaffidabile, viscido, bastardo, lurido, merdoso.
Un nemico che ti segue ovunque tu decida di andare.
Ti pedina.
Si infila nella tua tasca dei pantaloni, non ti lascia il minimo scampo.
E il mio nemico rumoreggia, si muove, vibra esagerato, mi rompe definitivamente i coglioni, perché vuole esser guardato, osservato, letto.
E io, la do vinta.
Sblocco, apro, leggo.
Un numero non in memoria, cancellato, ma rimasto nella mia di memoria.
“Mi manchi.”
Due parole interessanti davvero, più che altro cariche di significato.
Una lei in una sfarzosa settimana bianca, con il suo sfarzoso compagno, ad una sfarzosa cena.
Che non trova di meglio, di farmi sapere quanto noti la mia assenza, che non ci sono, non ci sono mai stato, non ci sarò mai.
Ripeto, interessanti.
E non mi rimane che imboccare una vita parallela.
Pensieri lontani dalla realtà, lontani da questo prosciutto crudo, che era l’unica cosa discreta della cena.
Tengo ben salda la forchetta, parcheggiata a bordo piatto, vado su nei monti.
Solo.
Mi proietto, sono assoluto nella mia interpretazione del castigo di dio.
Mi vedo veramente in alto, maestoso oserei dire.
Oltre il bosco volo, cerco il posto migliore da dove colpire.
Calcolo al centimetro il possibile evolversi della mia situazione.
Della loro, tragica, situazione.
Scateno un finimondo sincero, definitivo.
Aspetto che escano dal loro hotel bunker, abbracciati malconci e sbronzi.
Li colgo di sorpresa, mi basta poco nella mia meravigliosa prepotenza per far scendere a valle una marea bianca, linda.
Perfetta.
Fredda come è giusto che sia, silenziosa e cattiva per davvero.
Li voglio sepolti, seppelliti, non voglio altri innocenti.
Una cosa chirurgica, nessun spargimento di sangue.
Solo loro due.
Servizi tv.
Sciatte giornaliste con alle spalle cani che annaspano inutilmente nella neve smossa.
Le loro foto tessera.
Lei e il suo meraviglioso amore, un amore vero, coraggioso e impavido.
Che vista la precipitante sfiga protegge la sua amata fino all’ultimo, e a quel punto, solo a quel punto, posso rivolteggiare alto e indisturbato.
Verso il mio reale.
Contento, appagato, soddisfatto.
Come la prima volta che ho incontrato il barbaro.
Rude come solo l’avo Conan poteva essere.
Nel suo gesticolare immotivato, nel suo vaneggiare splendido, nella sua totale insensatezza.
Mi ricordo come se fosse ora, dio non me ne voglia, un bellissimo spaccato della sua incredibile lucidità mentale.
“Secondo me tra qualche anno, se andiam avanti di sto passo, inventeranno il teletrasporto.”
Io, colpito, direi quasi ucciso, da tale illuminazione avevo riflettuto molto sul fatto che lei preferisse tal scienziato a me.
Interrogavo il roastbeef freddo al limone, che ne sapeva meno ancora di me, e mi restituiva il mio sguardo ebete.
Ma, probabilmente, io non potrei darle tanto.
Anzi, sicuramente, e non mi sembra neanche così incredibile a dirla tutta che senta la mia mancanza.
Sono (esclusivamente) il perfetto completamento della mela.
Il cazzo di 3% mancante.
Sono il vuoto lasciato dal capitano Kirk, o come diavolo si faceva chiamare, teletrasportato a muzzo in qualche merda di pianeta.
Un pianeta in una galassia lontana, dove gli esseri non son umani, ma hanno fortunatamente per loro 4 orecchie 2 piselli e nessun cuore.
Un pianeta dove non si scrive un racconto breve per la ragazza di un buzzurro qualunque.
Un pianeta dove mangiano solo cotechini come questo qui.
Con le mani.
Questo rotolo rosso sangue davanti ai miei occhi, increduli.
Che lo fissano, quando il padrone di casa dice.
“Non hai toccato cibo!”
Lo so, perdio.
E mi lascio il tavolo alle spalle, mi sistemo su un divano una volta tale.
Davanti alla luce colorata, giusto davanti alla luce colorata.
E mentre guardo degli stronzi fischiare nelle trombette color arcobaleno mi concentro.
Nel tentativo di farmi venire un emicrania come si deve.
Aspettando che vengan le due.
Aspettando di risentire il rumore, non del tutto convinto, del panda materno.
Che mi riporti a casa, in sta tempesta di neve e ghiaccio, che è sta bellissima notte.

The gutter twins. Alessandro Milanese


Alessandro Milanese
THE GUTTER TWINS

Ci sono io, seduto sul letto, col pc sulle gambe.
Ci sono io, che navigo scazzatamente dentro pitchfork andando di recensione in recensione senza grandi mete.
Ci sono io, che mi fermo, attento.
The gutter twins – saturnalia (sub pop) rating: 7.8.
I gemelli sono Greg Dulli (afghan whigs soprattutto) e Mark Lanegan (screeming trees, solista e queens of the stone age).

I primi anni 90.
Da poco maggiorenne, oscillavo tra il suono inglese, figlio di una Manchester che ballava e sfoggiava caschetti anni 60, e le chitarre americane da Seattle e d’intorni.
Conoscevo Mark per un disco con i Trees, uncle anesthesia, e per un pezzo nearly lost you che finì in un film in voga al tempo e che aveva un video passatissimo.
Il vocione di Mark, le movenze feline del suo pachidermico chitarrista.
Greg arrivò a sorpresa.
93.
Una fidanzata quasi bambina con due grossi occhi scuri e un disco nelle orecchie.
Afghan whigs – gentlemen.
Il primo disco su major, la perfetta armonia tra chitarre taglienti e anima soul.
Lui, con un completo da urlo, con quel taglio di capelli, con quel bastone ad accompagnarne i passi.
In quel video, debonair.
La più grande interpretazione del figlio di puttana che io ricordi.
Lp perfetto, straziante, dilaniante.
La puntina continuava ad arare i solchi e l’inverno passò così, quella storia finì velocemente e quelle canzoni la trasformarono in qualcosa di non vero, qualcosa di importante.

Qualche anno dopo, cinque per la precisione.
98.
In 3, in un locale di Ladbroke grove, l’ultima fermata della via crucis che porta il nome di
Portobello Road.
Londra, due giorni prima del Reading festival, a caccia di quasi secret gig di preparazione al concerto sul main stage.
Il locale è il Subterranea o qualcosa del genere.
Una ex fornace.
Con una platea e dei piccoli loggioni a ringhiera che costeggiano un palco, alto ma poco profondo.
C’è il giusto fumo, si vede poco o nulla, e dal quel nulla esce una camicia nera, stiratissima ma con
le maniche arrotolate.
Attaccano un pezzo nuovo (something hot) che da li a breve finirà in 1965.

Contano fino a tre e ripartono.
Debonair.
Cerco inutilmente di staccare quella specie di parapetto, pochi metri sotto di noi il secondo chitarrista coi capelli bizzarri si lancia nella sua scatenata danza a piedi fermi.
Il concerto scorre così, sono in forma ma i pezzi nuovi annunciano quello che si sospettava, che dopo quel disco non ce ne saranno di nuovi.
Nei bis Greg fissa di continuo un punto nel buio della prima fila.
Un punto con dei capelli neri e lunghi, con un fondoschiena come dio comanda.
Lei sale sul palco, balla, si dimena, e finisce la sua corsa con la lingua in bocca al cantante meglio vestito della storia.

Passano due giorni e ci presentiamo nella signin tent del festival ad attendere i nostri eroi.
In mano la scaletta del concerto di due notti prima, che un roadie compassionevole ci aveva passato, sfinito dei nostri richiami inumani.
Arrivano.
Il concerto, colpa del palco dai mille suoni, della luce del giorno, e da un estate inglese finta come al solito, non è stato grandioso.
Greg è stanco bestia, ma sorride come un bambino quando capisce che li abbiamo visti due volte in tre giorni.
Il secondo chitarrista dice di ricordarsi di noi, della nostra vicinanza in quel buco fumoso.
Fanno i lori autografi, gentili e affabili, e alla precisa nostra domanda di come si sia conclusa la nottata con la fan scatenata Greg prende un respiro grande come una casa.
“Wow”, condito da un paio di parolacce in italiano.
Preciso, tutto quello che mi aspettavo dal mio uomo.

Quell’estate avevo lasciato a Milano la mia fidanzata dell’epoca.
A casa, nella periferia bollente di una metropoli agli sgoccioli, ascoltava il secondo disco solita di Mark Lanegan, alternandolo con il suo primo amore Pj Harvey.
“Ha una voce così sexy”.
Mi amava e da li ad un po’ mi sarei innamorato anch’io, troppo tardi.
Era qualcosa di bellissimo, nella sua imperfetta bellezza, come quei quadri che visti da vicino, con maggiore intensità, ti lasciano senza fiato, per davvero.
La scaletta del concerto londinese era attaccata, giusto un pelo sotto il pisellino del bambino nevermind, a mollo nel blu dipinto di blu, alle mie spalle.
Passarono quasi tre anni.
Ritornai alla provincia, con i miei stracci, da solo.
Staccai quel poster blu, con quella fotocopia bianca e nera coi titoli scritti sopra.

Questi ultimi anni.
Mark che, oltre a dischi solisti e collaborazioni varie, rende bellissime alcune canzoni dei Queens of…
Greg che forma i Twilight singers ma non si ripete, e come potrebbe d’altronde.
Fino ad oggi, un mp3.
A fine recensione, postato, con quella bellissima linea blu sottostante.
Idle hands.
La chitarra di Greg, semplice, serrata.
La strofa tutta per il suo socio.
“My idle hands
there’s nothin i can do”
Il bridge, classica scrittura del ex afgano.
Il ritornello che si trascina verso l’alto, le due voci che si incrociano e riportano indietro un paio di emozioni.
Prendo il cellulare.
Un sms, ordino il disco a dei miei ex commilitoni discografici, tra loro uno dei soci in quella gita londinese.

Il cd arriva venerdì.
La recensione la posso scrivere fin da ora.
Chitarre con un anima, piccoli nuovi esperimenti figli di giocattolini elettronici, ospiti d’eccezione, ma soprattutto loro due.
Come degli zii fidati, quelli che quando avevi i primi grattacapi ti davano le soluzioni senza passare dai tuoi.
Quelli che poi fanno un disco, anni dopo, e lo compri a scatola chiusa.
Quelli che a fine aprile suonano a Milano, e a cui, chissà, magari, forse, probabile, porti a conoscere la persona che sta con te, ora.

FISH!. Un racconto di Alessandro Milanese


Alessandro Milanese
FISH!

Era un martedì sera. O un mercoledì. Adesso non ricordo di preciso, mi ricordo solo del divano e di mio padre svenuto sopra. Telecomando incastrato sotto il cuscino, la luce della partita di coppa che gli sbatteva sugli occhiali. Io ero seduto, finivo un qualsiasi 4 salti in padella, terminandolo con una delle mie solite scarpette. Luca entrò. Si sentiva un fruscio, come di qualcosa trascinato per terra. Nostra madre non c’era. Una riunione urgente in parrocchia, lei e le altre perpetue. Inzaghi cercava il suo famoso tuffo carpiato e mio fratello cercava di raggiungere camera nostra senza farsi notare. “Dove cazzo vai?” Il vocione rauco del nostro genitore lo fermò. “Ho voglia di farmi una doccia”. Il rumore del sacchettone non era passato inosservato, purtroppo. “Cosa minchia hai comprato di nuovo ?” Alzai la testa dal piatto semivuoto. “Un paio di scarpe”. Il cuscino rimase orfano della testa quasi completamente calva. Si alzò. Prese il sacchetto. Lo girò al contrario, svuotando il contenuto. Un paio di scarpe. Un altro paio di scarpe. Un terzo paio di scarpe. Un paio di calze. Un paio di suolette. Lo scontrino. Lesse, senza proferire una parola. Non feci a tempo ad intervenire. “Ho ipotecato questo schifo di casa per farti ritornare ad essere un essere umano e tu continui ad essere solo un grandissimo stronzo!”. Luca fissava il pavimento, poi dopo un lungo respiro. “Mi sono fatto inculare da quel maledetti coglioni del negozio, non so cosa mi sia successo, mi sono ritrovato con tutta sta roba!”. Al posto del ceffone un solo sguardo, gelido, terribile. Poi il nulla, si voltò. Quando riprese posto sul comodo beige, ritrovò Inzaghi che si lamentava per l’ammonizione ricevuta per la simulazione.Luca entrò in camera e dopo 10 minuti, accompagnato da un borsone marrone, riapparse nel soggiorno-cucina. Ci guardammo e prima di scomparire nel corridoio mi disse solo. “Stammi bene”. L’ultima volta che ho visto mio fratello. Son passati più di 2 anni. 3 cartoline. Berlino, Londra, Barcellona. Sempre e solo intestate a me. Poche parole, senza gran senso, i miei mai menzionati. Nessuna telefonata, nessun indirizzo, niente.

Luca non era più lui. I 15 mesi in comunità l’avevano cambiato, radicalmente. Era tornato pulito, anzi pulitissimo, ma vuoto. Come se gli avessero prosciugato l’anima. Quieto, mansueto, quasi irritante per tanta tranquillità. Un’altra persona. L’immane testa di cazzo che a 16 anni girava l’Europa da solo e tornava dopo mesi devastato e in stati incredibili ero sparito, per sempre. Al suo posto un quasi trentenne immerso nel suo nuvoletta privata e quasi totalmente assente. Lui che prendeva a calci in culo la vita, prima la sua. Lui che era il mio eroe quando ero poco più di un bambino. Passava coi suoi capelli colorati, con le sue magliette con dei nomi assurdi sopra, una specie di santone antagonista. I miei amichetti dell’epoca m’invidiavano, nella loro stupidità. Non immaginavano cosa ci attendeva. I primi viaggi nella grande metropoli. I primi concerti in giro con la sua piccola-grande punk rock band. Le prime delusioni, le sconfitte. L’eroina. Gli anni a seguire. Lo sfascio, il disastro. Il tentativo di riordinare le cose. I sacrifici dei miei. La cascina in campagna, una comune ad una trentina di chilometri da casa nostra. Le mie visite, due volte al mese. Salivo con la panda di mia madre, azzurrina quasi blu. Le prime volte sembrava felice di aver cambiato guidatore. La lanciavo nel pezzo di statale leggermente in discesa. Mettevo la quarta e pian pianino spingevo fino in fondo, toccando tacche del contachilometri mai neanche sfiorate, come a scoprire un mondo nuovo, nuovi territori. Lei rispondeva entusiasta, sfoderando un bel rumorino di marmitta leggermente arrugginita. Prendeva coraggio e negli ultimi chilometri in leggera salita si arrampicava generosa tra una vigna e l’altra. Quando arrivavo lo trovavo sempre in cortile che mi aspettava. Lavato, ordinato, non sembrava neanche lui. Pranzavamo insieme, parlando delle cose di sempre. Mi diceva di essere contento dell’esperienza, di star lavorando sodo e che il “don”, come lo chiamavano loro, era il primo prete con cui avesse scoperto di aver qualcosa da dire. Gli facevo sentire qualche gruppo in ascesa con il mio lettore cd e lasciavo qualche cd nuovo per i quindici giorni a seguire. Poi ci salutavamo, lui ritornava in gruppo per i lavori di manutenzione della azienda agricola. Prima di ripartire mi fermavo dal don nel suo piccolo ufficio per far due parole su mio fratello. “Tuo fratello è una persona fantastica, a volte sai mi tocca avere a che fare con persone che forse non meritano quello che cerchiamo di fare per loro, ma lui è diverso, è buono dentro”. Tutte le volte quei piccoli dialoghi mi scuotevano. Afferravo bene il volante della piccola fiat e mentre le gomme fischiavano per i bruschi inserimenti in curva alcune piccole gocce salate scendevano a valle. Quell’anno passò così. Cd nuovi, cd vecchi. Cambiai le gomme terminate del panda, che col passar del tempo ritornò ad essere la macchina più lenta della provincia, quasi sfinita per quella seconda giovinezza forse eccessiva. Arrivò ottobre e a pochi giorni dalla scarcerazione definitiva ci fu un concerto in cascina per recuperare fondi. Andai su con qualche amico fidato. Non era un vanto avere un fratello tossicodipendente, ma alcuni di loro lo conoscevano da anni e mi sembrò giusto dividere con qualcuno una cosa importante come quella. Gli Africa Unite infilavano i loro pezzi, uno uguale all’altro. Le trecento anime affollavano lo stanzone e il sudore misto vapore appannava qualsiasi vetro. Luca leggermente brillo e felice ballava come un qualunque figlio di Bob Marley. Lui, che avrebbe ucciso pur di non sentire un disco reggae. Lui, in mezzo a noi altri, che faceva piroette e saltava come un invasato ad ogni inutile accordo in levare. Quella sera c’era solo lui.

Due settimane dopo ritornò all’ovile. Trovò un lavoro in un azienda agricola fuori città. Usciva prima delle 7 del mattino, pranzava in cascina da loro e ritornava per ora di cena. Taciturno, sempre con un sorriso d’ordinanza impresso sulla faccia. Con i miei sempre poche parole, come se sia lui sia loro avessero paura di rompere qualcosa parlando. Io provavo a portarlo fuori, qualche concerto, qualche uscita con amici. All’inizio sembrava funzionare, ma qualcosa si inceppò presto. Alle volte bastava una battuta o una sciocchezza qualsiasi e cadeva in una forma di distacco quasi catatonico. Si estraniava. Si autoescludeva da tutto, come se non si sentisse all’altezza di essere lì con noi. Aveva un peso troppo pesante da condividere con qualcuno. Così cominciarono i rifiuti, le scuse. Con me il rapporto diventò un pelo più freddo, continuarono le chiacchierate, i soliti scambi musicali, ma non ci fu più l’occasione di passare una serata insieme ad altra gente. Solo noi due, al massimo. Cercavo di capire se tutto andava per il meglio, se c’era qualche problema, e lo scongiuravo di dirmi sempre tutto, di qualsiasi cosa si trattasse. Le parti si erano invertite. Mio fratello grande che mi difendeva dagli idioti quando ero solo uno sbarbato magro, timido e con la brutta abitudine di parlare poco e a sproposito, adesso era diventato il fratello piccolo, che ha bisogno di qualcuno. Qualcuno che lo informasse che la gente ha la bella abitudine di cercare di inculare il prossimo. Qualcuno che lo proteggesse da un mondo che all’improvviso era diventato troppo grintoso per lui.

Lavora, vendi, compra, consuma. In campagna si trovava a suo agio. Il padrone parlava poco e in dialetto. Dava solo un paio di indicazioni al mattino sui lavori da fare, su quali appezzamenti di terreno dividersi, e poi chiamava la pausa pranzo e al calare del sole rimandava tutti a casa. Luca era il solo italiano. Gli altri 7/8 erano per lo più marocchini e tunisini. Si presentavano al mattino, venti minuti prima dell’orario prestabilito con il loro sacchetto plastica, con qualche bottiglia d’acqua e un maglione di ricambio. Alcuni di loro ogni tanto sembravano sulle spine, come se dovesse succedere qualcosa da un momento all’altro, come se non avessero il permesso di soggiorno. Pranzavano tutti insieme e il dialetto del basso Monferrato si mischiava con quello nord africano. Al secondo bicchiere di vino il padrone ritirava la damigiana e il goccio di grappa per pulire la tazzina del caffè era esclusiva sua e di Luca. “Sti giargianeis chi le mei chel bevu nient di tut, a son già ciuch acsi, e dop, dopdisna a travaiuma ammachi nui ater“.

Lo scontrino rimase su quel tavolo per tutta la notte. Era li, da solo. Il grande sacchetto aveva finito la sua avventura nella pattumiera e lasciava indifeso quel foglio di carta con in fondo una cifra. 356,00 €. Quei grandissimi pezzi di merda avevano fatto spendere mezzo stipendio a mio fratello per tre paia di scarpe, una suoletta e un paio delle loro stupide calze. Passarono un paio di giorni. Al primo turno favorevole, una mattina 6-14, passai dal negozio, erano all’incirca le 5 del pomeriggio. Il negozio era vuoto. Entrai piano, procedendo lentamente sul perimetro facendo finta di curiosare tra le nuove Nike esposte. Saltò fuori, nel vero senso della parola, un piccoletto di carnagione scura, quasi mulatto. Con un balzo inverosimile arrivò a qualche centimetro da me. “Io sono la persona che stai cercando! In che maniera posso aiutarti?”. I miei occhi incrociarono i suoi. La mia risposta mentale preferita sarebbe stata: “Mi potresti aiutare finendo la tua inutile vita sotto un tram, per esempio”. Sorrise, poi rimbalzò dietro di me e poi alla mia destra, girandomi attorno. “Siamo indecisi, non sappiamo ancora che scarpa prendere, con quale nuovo super mezzo di locomozione andare a correre dietro al cimitero, alla sera al tramonto”. La mia bile dava segni di cedimento.

Strinsi il pugno più forte che potevo e mentre mi accorgevo delle 2 telecamere a circuito chiuso del negozio cercai qualcosa che assomigliasse ad una risata. “Niente, davo solo un occhiata, per farmi un idea”. Ri-saltò alle mie spalle a velocità supersonica, ritornando nel mio campo visivo con in mano una Silver. “Dite tutti così poi alla fine la scarpa giusta non vi scappa”. In 26 anni era la cosa più vicina all’odio che non avessi mai provato. Le Silver erano diventate due perché tutto ad un tratto si era materializzato anche il secondo fenomeno a strisce. Più alto, più robusto, con un taglio alla moda tutto pettinato da una parte. “Ehi Lu scommettiamo che la faccio io sta vendita?”. Il palestrato non rispose. Piantò un sorriso che neanche all’isola dei famosi poteva aver un senso. “Coglione, oggi siam 4 a 1 per me, ne devi fare della strada per starmi addosso”. Lo spettacolino delle marionette. Due abbindolatori. Il piccoletto lanciò la sua Nike al suo socio con velocità e lui rispose prontamente con una presa volante. Lo fecero in maniera meccanica, come se fosse la cosa più naturale del mondo. A quel punto mi dedicai a loro.

Fingevo interesse, continuavo a voler vedere modelli diversi. 4-5-6 paia. Visto che mi proponevano le calze ancor prima che scegliessi le scarpe chiedevo cosa era meglio abbinare. Partirono gli abbinamenti. C’era merce dappertutto quando gli lasciai ad un ennesimo gioco di prestigio e la porta mi si apriva su un centro storico pieno di gente. Un ora del loro prezioso tempo buttata nel cesso. Camminai un po’, anche più del previsto. Cominciai a farmi una ragione di quello stramaledetto scontrino. L’avevano fottuto, letteralmente. Si sarà trovato in mezzo alle loro minchiate e frastornato da quei due clown avrà perso il senso delle cose, dei soldi. Ero quasi davanti alla porta di casa quando era chiaro che l’avrebbero pagata, e cara.

Da quel giorno mi informai sulla catena di negozi. Sui metodi che i commessi avevano per vendere e delle loro tecniche circensi. Trovai su Google un paio di forum di discussione sull’argomento. Scoprì che tutti quei loro versi da idioti facevano parte di una pantomima ben precisa. Fish! Una tecnica di vendita inventata dai pescatori di Seattle. In crisi per le scarsi incassi, e per il momento no del mercato del pesce della cittadina americana, i venditori si inventarono una specie di spettacolino per attirare gente e incrementare le vendite. In pratica urlavano a squarciagola tra di loro e soprattutto si lanciavano i pesci da una bancarella all’altra, tra l’incredulità e le risate dei presenti. Gli affari ricominciarono ad andare per il verso giusto e qualche coglione sdoganò quella cazzata in tutto il mondo. Me li immagino il piccoletto e il palestrato ad un fottuto di corso di vendita, con un mascellone che spiega come attirare l’attenzione del cliente, di come farlo sentire tra amici di vecchia data, di come metterglielo nel culo. Per un paio di mesi non pensai ad altro. Poi, per caso, capitò. Una sera come altre. Uno dei pub più frequentati delle mie zone. Una vecchia stamberga in stile vero pub scozzese, riemersa dal buio grazie ad un paio di vecchi capi ultras, ormai prossimi alla mezza età e decisi a monetizzare anni passati in giro a conoscere della gente. Il locale non era affatto male. Più volte a settimana c’era qualcuno che suonava, per lo più gruppi della zona, o qualcuno che metteva dei dischi. Quella sera c’era una serata gotica-new wave. Il tizio, che di vista avevo visto qualche volta in giro per concerti, alternava vecchi hit di Cure e Joy Division a pezzi sconosciuti di Industrial e rock cavernoso. Il nero era il colore dominante, le birre rosse il condimento. La fauna era controversa, musicisti, quasi musicisti, teste di cazzo, hooligan di provincia, nerd, varie & eventuali. Le 2 arrivano a sorpresa. La macchina, parcheggiata miracolosamente vicino, partì al primo colpo, nonostante i gradi vicini allo zero. Un piccolo bussetto al mio finestrino.

Abbassai cercando di eliminare quella patina pre-ghiaccio. Arrivò l’aria e la faccia del “Gigante”. “Gigante” aveva due anni meno di me, ma ne dimostrava abbondantemente 35 ormai. Pluripregiudicato, pluridiffidato, praticamente un’istituzione. “Bomber dammi uno strappo, almeno fino in stazione”. Nessuno tranne un paio di vecchi amici del rione mi chiama più bomber. Un vecchio nomignolo di quando ancora mi illudevo di poter giocare almeno in Promozione. “Gigante” è rimasto 1.60 scarsi, esattamente come quando ci implorava di farlo giocare nelle nostre partitelle all’ultimo respiro, su quella polvere che si attaccava ovunque. Io ero uno dei pochi che spingeva per farlo giocare, mi stava simpatico. Sembrava un piccolo jolly scappato dalle carte di scala 40. Ora, dopo varie fratture e vari abusi, sembra una versione moderna del gobbo di Notredame. Una spalla quasi il doppio della sorella. Il collo gonfio come quei bovini d’allevamento. Quando mi sorrise, sentendo che il passaggio era approvato, una lucina si accese in quel piccolo parcheggio, era il mio uomo.

“Grande Bomber, sei sempre il numero uno”. Aspettò un secondo prima di salire, poi accompagnato da un gesto della testa rasata. “Vieni! Il mio vecchio centravanti ci porta avanti un pezzo”. Lui salì dietro al volo, come se conoscesse la mia Punto da sempre. Davanti, in fianco a me, seduta, una ragazza con meno di vent’anni. Lunghi dread neri. Orecchini dappertutto, un tatuaggio enorme che spuntava dalla manica del giubbotto militare. Si presentò ma non afferrai il nome. Senza che aprissi bocca si mise la cintura e piantò la faccia tra i due poggiatesta per farsi recapitare un bacino dal gladiatore metropolitano. Nella loro insensatezza erano davvero una coppia.

Lei rideva senza alcun motivo, lui anche. Li ascoltavo in silenzio, respirando un po’ del profumo di fumo che i due piccioncini sprigionavano nell’auto. “Bomber e Luca come sta?”. “Non lo so, sai è stato un po’ alla Cascina Bianca poi qui non ci stava più dentro, è andato via, è in giro per l’Europa, di più non so”. Cercai la voce più neutra che avevo, ma non bastò. “Vedrai che se la cava, è sempre stato un duro, massimo rispetto”. Quanti secoli erano che non sentivo qualcuno che diceva “massimo rispetto”. I primi concerti ai centri sociali. Le prime risse. Le trasferte. La polizia.

Luca sempre in mezzo, 50 chili mal contati, che rimbalzava tra i casini, riemergeva nel pogo, si arrampicava per primo sulla rete quando segnavamo sotto la Nord. Ora non c’era più niente. La stazione era li, al buio quasi completamente, con i soliti marocchini assonnati che non spaventavano neanche me. Accostai e i due passeggeri smisero di tenersi per mano, il termine giusto è incredulo. “Grazie sei troppo il numero uno, ha ragione Gigante”. Lui rise mentre a testa bassa cercò lo spiraglio per uscire sul marciapiede. “Buonanotte Bomber”. “Ciao Gigante, volevo chiederti una cosa veloce”. “Dimmi, qualsiasi cosa”. “Dove bazzichi in settimana, vorrei proporti una cosa, ma di persona, zero telefoni”. “Bar Moderno”. Mentre lo diceva uno scintillio negli occhietti piccoli mi rimandò indietro di anni luce.

Ci accordammo in fretta. Non serviva molto. Gigante aveva sempre bisogno di soldi. Io, avevo bisogno di un onesto picchiatore, niente di più. Spiegai la fuga di mio fratello, i due stronzi. Accettò immediatamente e i soldi furono solo un dettaglio. Patteggiammo a 200 euro, semplice. Cominciai tramite E-bay a vendere vari 45 giri e 33 giri di vecchio Punk italiano. Tutti dischi che Luca aveva miracolosamente recuperato in qualche sgombero di centri sociali. Negazione, Raw power, Wretched, Indigesti. Sembrava incredibile che ci fosse ancora gente disposta a pagare 100 euro per un piccolo vinile che gracchiava chitarre distorte. Luca non aveva vissuto quegli anni, solo marginalmente, ma nei suoi deliri a volte raccontava di concerti incredibili, di migliaia di persone al vecchio Leoncavallo, di battaglie vere e proprie sotto il palco. Spedivo i dischi, arrivavamo i soldi. Nel giro di poco 450 euro. Cominciai a frequentare il bar davanti al negozio per prendere l’aperitivo.

Era un posto molto frequentato da fighetti e da commesse dopo la chiusura.

La gente, le chiacchiere e il rumore dei bicchieri mi nascondevano quando i due dementi chiudevano la luce, i conti, e uscivano da quel corridoio pieno zeppo di scarpe da ginnastica. Io, avendo già pagato il mio conto per i 2 o 3 americani bevuti, seguivo a turno l’uno e l’altro per capirne le abitudini, le mosse. Il piccoletto parcheggiava a pagamento nella piazza principale, proprio sotto il municipio. Di macchine a quell’ora ce n’erano ancora molte, metà delle quali appartenenti a quelle facce da culo che sgomitavano per un bicchiere di rosso, o per un negroni. Scartai il piccoletto, quasi immediatamente. Pedinai il palestrato per un paio di settimane. Non si fermava mai, se non per fare il versamento in cassa continua in un vicolo a poche centinaia di metri dal negozio. Parcheggiava quasi sempre in una delle poche piazze non a pagamento rimaste in città. Quasi un chilometro dal centro storico a piedi. Una piazza per metà illuminata con alcuni angoli belli bui, nascosti da qualche pianta e da casermoni tristi che si allungavano minacciosi. Si. Ero pronto.

Lo avremmo seguito e un giorno in cui il posteggio e le condizioni fossero favorevoli avremmo colpito. Quella sera il Gigante partì con un paio di coca & havana al brucio. Ero preoccupato ed emozionato al tempo stesso, sentivo le mascelle farmi male, in preda ad un nervosismo irreale. Quando quel bel ragazzoccio s’incamminò verso la banca eravamo entrambi quasi ubriachi. La paura era diventata pura goduria, ero eccitato a morte. Ci tenevamo a poche centinaia di metri di distanza, sempre pronti ad infilarci in qualche cortile con quelle belle ringhiere di una volta. Entrambi con felpe col cappuccio e con sciarpe anonime ben infilate in giacconi scuri, senza grossi marchi né scritte.

Avevo organizzato tutto. La macchina, una scintillante golf metallizzata, era messa al posto giusto. Non ci fu bisogno di aprir bocca, Gigante mi guardò, poi sfoderò un sorriso monco di un paio di denti e il suo alito dinamitardo riempì la via. L’idiota aprì la portiera con il telecomando, fece appena in tempo a mettere una mano sulla maniglia. Gigante per prima cosa lo colpì da dietro, forte, alla mascella destra. Esterrefatto cercò di girarsi giusto in tempo per farsi spaccare in naso, di netto. Un rumore meraviglioso e lui sulle ginocchia. I miei anfibi rispolverati per l’occasione s’infilarono un paio di volte nel costato. A terra, fermo, cercava di rigirarsi, a fatica. Il piano era semplice.

30 secondi, non di più, nessuna parola, silenzio. Fine.

Per qualche giorno non spuntò alle 7.30 dalla porta del negozio. Riapparve quattro giorni dopo, fasciato, con un braccio immobilizzato e un cerottone a coprire il naso che era. Nel frastuono delle patatine e dei tramezzini io e Gigante brindammo in silenzio, gli amici ci guardavano e senza capire il motivo scoppiò una risata.

L’umore migliorò. Ci presi gusto. Controllai per bene i punti vendita della catena più vicini. Un centro commerciale dell’hinterland torinese, un negozio in pieno centro a Novara. Nei giorni di riposo visitai entrambi i negozi.

Volevo semplicemente colpire ancora. Soldi da parte ne avevo e Gigante mi sembrava motivato come non mai. La storia di Luca che entra indifeso nel negozio e che esce praticamente truffato aveva fatto presa. Gigante era un ragazzo strano. Da piccolo, o meglio, da giovane era un tranquillissimo e quasi timido ragazzino. Più piccolo degli altri di statura, trovava difficoltà a mettersi in mostra, in un campo da pallone, in mezzo ad una compagnia, tra le sue compagne di classe. Poi, all’improvviso, quasi per caso, arrivò la curva. Nuove amicizie, un giro nuovo. I primi scontri, un senso di appartenenza. I primi riconoscimenti, le prime mosse coraggiose, in curva si fece notare più volte e qualcuno notò lui. Comincio a girare coi capi, con chi contava davvero. Con chi decideva come dovevano andare le cose, con chi designava chi era giusto e chi No. Fu diffidato e da quel momento diventò strapopolare. Alcune ragazze che trovavano estremamente interessante passare il proprio tempo con gli ultras se lo contendevano. Era arrivato.

Lo vedevo in centro e non lo riconoscevo più, ma aveva l’espressione di uno che si sente realizzato. Poi, come normale che sia, arrivarono i problemi. La difficoltà di far combaciare il suo stile di vita con un lavoro, con una casa, con una qualsiasi forma famigliare. E senza soldi bisogna procurarseli. Arrivò la galera, poca ma arrivò. Uscì e si notava chiaramente che non era più lui. Lui, che nella nostra trasferta per andare a Novara, insistette che dividessimo il contenuto del portafogli del povero coglione di un commesso.

“Mi paghi già, più che bene, questi li dividiamo, anzi potremmo farci un giro a russe insieme stanotte, la consumazione la porto io che me la danno gratis”.

“No Gigante, ti ringrazio ma non mi va”.

“Ok bomber, volevo solo festeggiare un altro bel nasino che se ne andato”.

Rideva come uno scemo, era tranquillamente alla sesta o settima Becks della giornata.

Il naso era attaccato ad un trentenne biondino che non sapeva di niente. Nella mia visita di controllo lo scemo cercò di rimbambirmi di scemenze, cercando di decidere per me cosa cercavo e cosa volevo. Povero stupido. Stupido con una Polo bianca parcheggiata in una via piccola e buia. Stupido che dopo solo un paio di pugni piangeva come un asino, implorando Gigante di smetterla, togliendosi il portafogli e regalandocelo. Due piccioni con una fava, l’agguato e 70 euro a testa.

A casa le cose andavano sempre alla stessa maniera. Mio fratello ormai era un fantasma che non andava menzionato. Mia madre scappò anche lei, ma mentalmente, lanciatissima nella sua pensione dorata, era totalmente dedicata alla parrocchia ed al suo importantissimo volontariato. Bambini poveri, clochard, disgraziati di ogni parte del mondo, si spendeva per gli altri in maniera encomiabile. Sembrava il suo dazio da pagare per quello che era successo al suo primo figlio. Mio padre stava cercando di batter il record mondiale del gioco del silenzio, e a ben vedere era sicuramente tra le teste di serie. Completamente assorto nel suo nulla, ostentava una indifferenza granitica, ma si vedeva lontano un miglio che ogni giorno senza notizie di Luca asportava via un pezzo del suo cuore. Io, dal canto mio, mi mantenevo in acque putride. Vedevo una persona, Michela. Un paio di anni in meno di me, divedevamo un po’ delle nostre solitudini. Ci vedevamo, le solite cose, uscivamo, cene, cinema, facevamo l’amore, ma la maggior parte delle volte pensavo ad altro. Stavo bene quando c’era lei, stavo altrettanto bene quando non c’era. Lei dal canto suo probabilmente non vedeva solo me, e sinceramente non mi importava. Mi chiamava, andavo, tutto qui.

Le cose su e-bay cominciavano a rallentare. I dischi migliori erano andati, insieme ad un po’ di rimpianti e sensi di colpa. A volte sognavo Luca che rientrava in camera nostra, di sorpresa, come un ladro nella notte, e mi minacciava per aver venduto il suo piccolo tesoro, i suoi unici averi. Mi svegliavo e pochi secondi dopo razionalizzavo che non sarebbe più tornato. Che nessuno mi avrebbe rimproverato di aver svenduto un rarissimo 7 pollici dei c.c.m. Semplicemente mi mancava. Mancava il suo incasinarsi la vita, mancava la preoccupazione che mi dava, che ci dava, il suo trattenere tutti sulla corda, sempre attenti al più piccolo rumore, aspettandosi una chiamata nel cuore della notte. Me lo immaginavo a Camden davanti al Falcon a distribuire biglietti gratis per una serata dub. In pieno centro a Barcellona mentre friggeva qualche stramaledetto spiedino rosso sangue. In qualche obitorio di Berlino, coperto solo di una cerata trasparente. Cominciai ad andare spesso a Moncalieri al centro commerciale. Un posto assurdo, un enorme corridoio con due piani di negozi, cinema, ristoranti, da entrambi i lati.

Un posto di una tristezza assoluta, quasi finta. Famiglie di obesi, a spasso con cani, o figli scodinzolanti come cani. Commesse volgari e pesanti come macigni, le fedeli copie dei propri compagni truzzi. Il negozio era il primo del centro, proprio all’entrata, era enorme, su 2 piani, senza ombra di dubbio il migliore di quelli che avevo visto. Gli stronzi erano 4, avevo ampia scelta.

Dopo un paio di volte, seduto nel solito bar da centro commerciale, puntai un tarchiatello tutto nero. Nella mia visita era stato il più pressante ed aveva, oltre alla solita insopportabile verve e ironia, una specie di ansia nel vendere a tutti i costi. Quando mi stavo per allontanare, dicendo che non c’era niente che mi piaceva, arrivò addirittura a trattenermi per un braccio. In pochi decimi di secondi mi passarono davanti tante immagini e mi calmai solo pensando al male che il Gigante gli avrebbe fatto. Il parcheggio poi era perfetto, enorme, poco illuminato e loro erano tra gli ultimi che lasciavano quella merda di posto. L’unica cosa piacevole era una barista. Piccola, ricciolina, mi ricordava una mia vecchia fidanzata di Pinerolo. Una ballerina che d’estate veniva da noi in collina per uno stage di danza. Sembrava una bambolina con le pile, che sorrideva sempre e ogni tanto dava un colpetto ai capelli che prendevano vita all’improvviso. Dopo un paio di volte ci davamo del tu, chiacchieravamo del tempo e di stronzate simili. Riuscivo a farla ridere, e mi piaceva vedere quelle lentiggini che si muovevano insieme al sorriso. Il suo torinese misto ad una cadenza calabrese era un toccasana dopo un oretta di macchina nella nebbia.

Gigante non parla. Siamo quasi a Villanova e lo vedo che sminchia fuori dal finestrino, con poca convinzione a volte gira la testa, mi guarda, si rigira. Pensieroso. Di solito all’altezza della seconda di Asti mi ha già raccontato tutta la sua vita tre volte, oggi No. “Ue, ti han rubato la lingua?” Rido convinto, ma non ne capisco appieno il motivo, chissà. “No, scemo! La lingua ce l’ho, ma sto pensando, ho un problema, io per ste cose, cazzo! Non so mai che minchia fare”. “Per quali cose?” “Ma si, la tipa, sto cristo di compleanno, e che cazzo le compro? Una volta facevo prima, grattavo un giubbotto ad una tipa di stazza uguale ed ero a posto, ma con le non mi va di regalargli qualcosa di grattato”. Smetto di ridere grosso modo a Santena. “Gigante, visto che lei ha sempre sta roba sportiva tipo anni 70 perché non prendi una bella tuta dell’Adidas di quelle vecchio stile?”. I campi che continuava a fissare vengono sostituiti dalla mia faccia, Gigante mi bacia sulla guancia, e io voglio scomparire.

“Sei sempre stato il più intelligente della gruppida”. “Sì Gigante, non ci voleva molto!”. Seguitiamo a prenderci per il culo finché non parcheggio ad una decina di metri dalla Uno del prescelto e scendiamo. Ci infiliamo in un multimarche sportivo. Non passa neanche un minuto e il mio socio picchiatore sbuca da una gondola con in mano una tuta nera con le tre strisce coi colori giamaicani, praticamente il regalo perfetto. Il suo sorriso monco mi contagia. Chiamo un paio di commesse e chiedo se hanno un sedativo per il mio amico. Una mi guarda malissimo. L’altra si mette a ridere quando vede sto scemo che salta sul posto con in mano 90 euro di tuta da ginnastica. Io compro una replica della classica tshirt anni 80. Stretta, con il collo bello alto, come quelle che andavano di moda anni fa, abbinate al classico taglio corto corto. Passeggiamo per vetrine, e l’uomo mi racconta in maniera leggendaria di alcune spaccate con mattone dei tempi pre penitenziario. “Certo che di minchiate ne hai fatte?”. “Si, all’epoca mi sembrava l’unica cosa da fare, era così e basta”. Cambio discorso e mi infilo al bar. Manca quasi un’ora alla chiusura del centro e dobbiamo festeggiare il regalo. Arriva prima il suo sorriso che lei. Gigante mi vede, mi tira un poderoso calcio negli stinchi, mi spacca quasi una tibia. “Coglione! Cazzo mi fai male”. “E di sta scoiattolina non mi dici niente? Pirla! Hai visto come ti ha salutato? Razza di rimbambito”. Dopo la parola scoiattolina praticamente non ascolto più nulla. Son troppo impegnato a sputare dal ridere il pezzo di arancia che navigava nel cocktail. Lei mi guarda da dietro il bancone, faccio segno che è tutto a posto, indicando con il dito che la colpa è del mio amico. Scrolla la testa, lo fa in maniera dolce e capisco che dovrei fare qualcosa. Il secondo giro arriva presto, i regali, le cazzate, il viaggio, ci han reso felici e assetati. Ricompare. Posando i bicchieri, senza guardarmi. “Mi raccomando, non ti strozzare con l’arancia di nuovo”. In tono malizioso, presumo di diventare viola. “Scusa, ma qui il mio amichetto ha già fatto lo stupidino o no? Te l’ha già chiesto il numero di cellulare?”. In questo preciso istante vorrei la testa di Gigante. Fisso il rosso dentro al bicchiere, aspetto che gli risponda male. “No, anzi, a dir il vero non mi ha neanche mai chiesto come mi chiamo”. Gigante ride, io No. “Scusalo, non so mai se è più timido o più coglione!”. Adesso son costretto a ridere anch’io. Mancano pochi minuti all’azione, ci alziamo, faccio un segno con la mano, pago io. Arrivo coi soldi giusti. Quando sta battendo lo scontrino, e non mi sta guardando, le dico come mi chiamo, che non sono del posto, se posso lasciarle il mio numero, se gli va di vederci qualche volta. La saluto mentre tiene in mano un foglietto del suo piccolo block notes per le ordinazioni con sopra scritta la mia speranza.

Siamo in ritardo, in un fottuto ritardo. In macchina posiamo i pacchi, prendiamo le felpe, le sciarpe, ci cambiamo di giubbotto. Un cespuglio tra la nostra macchina e la sua. La nostra casa base. Il nostro nascondiglio.

Siam pronti, alzo la testa e lo vedo. È già quasi alla macchina, acceleriamo, quasi correndo. A pochi metri, tira fuori la chiave, si passa un sacchetto da una mano all’altra, stiamo praticamente correndo. Parto io, prima volta da quando colpiamo insieme. Un destro. Il rumore delle mie maledette all star sul asfalto sporco lo avverte. Mi scansa. Colpisce duro, nel costato. Mi allontano senza respirare, come rotto in due. Sta per finirmi quando arriva il Gigante. Lo prende, non bene, ma lo prende. Lui, non cade, non indietreggia, non piange, non urla. Niente. Gigante riprova. Lo schiva, colpendo il mio amico di giochi in pieno setto nasale, secco come il rumore di un osso che si spacca. Una parola mi balena nella mente. Arti marziali. Gigante non sì tocca il naso ben sapendo cosa gli è successo. Non da segni di debolezza. Io arranco. Lo attacchiamo entrambi con dei calci, ne esce quasi illeso. Io vedo il fuoco e rantolo invece di prendere aria. È immobile il bastardo. Gigante lo sfida, mettendosi le mani dietro la schiena e facendo ampi gesti di venire, di caricare. Lui parte, e il mio socio estrae una lama. Appena sopra il ginocchio.

Ora voliamo indietro, tra le urla del tipo che coprono il rumore dei 100 all’ora delle macchine nella cintura torinese. Pochi cristi richiamati dal casino fanno qualche passo verso di noi. Li oltrepassiamo correndo, non c’è più tempo. Lei, ferma. Io, di corsa, cappuccio sulla testa, una sciarpa fino al naso, un giubbotto diverso, gli occhi liberi, in bella mostra. Sguardo, un decimo di secondo, è finita. Accendo e tengo il cappuccio fino alla tangenziale. Non parlo, anche volendo non riuscirei. Devo stare seduto quasi di lato per non avere i brividi dal male, che pian piano sta entrando nelle budella. Gigante non si guarda nello specchietto, conosce a memoria la forma del suo naso quando si rompe. Tiene semplicemente la sua sciarpa premuta forte, spinge la testa all’indietro dopo aver sradicato il poggiatesta.Vorrei ucciderlo. Vorrei uccidermi, visto che so perfettamente che è assolutamente ed esclusivamente colpa mia. In 40 minuti percorriamo i 100 chilometri che distano. Lo porto in stazione. Parliamo poco, o meglio parlo per meno di un minuto. Spiego cosa farò, di non preoccuparsi. Dico che non ci scopriranno mai. Mento. Dico di procurarsi un alibi, di organizzarsi bene. Dico che in qualsiasi caso, se dovesse saltar fuori tutto, di dare la colpa a me di tutto, del piano, della coltellata. Ci guardiamo negli occhi.

Metto il cellulare per terra, gli passo sopra con la macchina. Raccolgo i cocci. Li butto sparpagliati in diversi bidoni che incontro per strada. Butto la lama nel Tanaro che nello scuro scorre sotto il ponte a qualche centinaio di metri da casa mia. Salgo. L’ascensore ruota attorno a me, facendo un rumore assordante che solo io posso sentire. Entro. Attraverso la zona giorno non guardando niente, punto la stanza. Tolgo le scarpe e prendo due borsoni. Li riempio. Roba invernale, estiva, di tutto. Tutto quello che riesco, mulinando le mani. Prendo le tre cartoline di Luca, le infilo in una cartellina trasparente con la chiusura a lato. Provo ad immaginare per un secondo da dove comincerò il pellegrinaggio. La parola pellegrinaggio sostituita dalla parola fuga. Ammasso il walkmen e pochi cd nel piccolo spazio rimasto libero nella borsa più piccola. Chiudo e son pronto. Un foglio, a quadretti, una biro.

VADO DA LUCA

Prima di aprire la porta in quella poca luce della lampadina dondolante fisso la parete e la sua enorme fotocopia a colori. Una foto della curva, anno 96. Presa dal basso, dal limite dell’area. In mezzo ai fumogeni, alla foschia, ai brandelli di bandiere che spuntano da quella coltre, spicca un solo piccolo striscione, il nostro. Quadrato. Le quattro lettere che formano il nome del nostro rione ai lati. In mezzo la croce rossa su sfondo bianco, simbolo di sta merda di città. Come se il ragazzo della foto abbia messo a fuoco solo noi, abbia dato importanza solo a noi. Al nostro orgoglio. Via. Arrivo in soggiorno. Il mio vecchio dorme sul divano, raggomitolato in posizione fetale, girato di schiena rispetto alla televisione, russa. Butto un occhio. Un numero di telefono, grandissimo. Una delle star della notte, dei solitari, dei sonnambuli, dei tristi, degli ultimi. Un nome in sovrimpressione. Sofia Gucci. Ansima. Si strofina in maniera esagerata, con una cornetta telefonica ormai in disuso, su un paio di minuscole mutandine rosse. Chi sta dietro la telecamera aziona lo zoom. In primo piano, mima, con la mano libera, di chiamarla. È bellissima, con i suoi capelli scuri del colore della maglia del Casale e gli occhi abbinati, grandissimi che sembran brillare. La camera si avvicina ancora un pelo, sulla bocca. Il labiale è chiaro. Chiama. E penso, che se non dovessi andare, chiamerei davvero.

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