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The gutter twins. Alessandro Milanese


Alessandro Milanese
THE GUTTER TWINS

Ci sono io, seduto sul letto, col pc sulle gambe.
Ci sono io, che navigo scazzatamente dentro pitchfork andando di recensione in recensione senza grandi mete.
Ci sono io, che mi fermo, attento.
The gutter twins – saturnalia (sub pop) rating: 7.8.
I gemelli sono Greg Dulli (afghan whigs soprattutto) e Mark Lanegan (screeming trees, solista e queens of the stone age).

I primi anni 90.
Da poco maggiorenne, oscillavo tra il suono inglese, figlio di una Manchester che ballava e sfoggiava caschetti anni 60, e le chitarre americane da Seattle e d’intorni.
Conoscevo Mark per un disco con i Trees, uncle anesthesia, e per un pezzo nearly lost you che finì in un film in voga al tempo e che aveva un video passatissimo.
Il vocione di Mark, le movenze feline del suo pachidermico chitarrista.
Greg arrivò a sorpresa.
93.
Una fidanzata quasi bambina con due grossi occhi scuri e un disco nelle orecchie.
Afghan whigs – gentlemen.
Il primo disco su major, la perfetta armonia tra chitarre taglienti e anima soul.
Lui, con un completo da urlo, con quel taglio di capelli, con quel bastone ad accompagnarne i passi.
In quel video, debonair.
La più grande interpretazione del figlio di puttana che io ricordi.
Lp perfetto, straziante, dilaniante.
La puntina continuava ad arare i solchi e l’inverno passò così, quella storia finì velocemente e quelle canzoni la trasformarono in qualcosa di non vero, qualcosa di importante.

Qualche anno dopo, cinque per la precisione.
98.
In 3, in un locale di Ladbroke grove, l’ultima fermata della via crucis che porta il nome di
Portobello Road.
Londra, due giorni prima del Reading festival, a caccia di quasi secret gig di preparazione al concerto sul main stage.
Il locale è il Subterranea o qualcosa del genere.
Una ex fornace.
Con una platea e dei piccoli loggioni a ringhiera che costeggiano un palco, alto ma poco profondo.
C’è il giusto fumo, si vede poco o nulla, e dal quel nulla esce una camicia nera, stiratissima ma con
le maniche arrotolate.
Attaccano un pezzo nuovo (something hot) che da li a breve finirà in 1965.

Contano fino a tre e ripartono.
Debonair.
Cerco inutilmente di staccare quella specie di parapetto, pochi metri sotto di noi il secondo chitarrista coi capelli bizzarri si lancia nella sua scatenata danza a piedi fermi.
Il concerto scorre così, sono in forma ma i pezzi nuovi annunciano quello che si sospettava, che dopo quel disco non ce ne saranno di nuovi.
Nei bis Greg fissa di continuo un punto nel buio della prima fila.
Un punto con dei capelli neri e lunghi, con un fondoschiena come dio comanda.
Lei sale sul palco, balla, si dimena, e finisce la sua corsa con la lingua in bocca al cantante meglio vestito della storia.

Passano due giorni e ci presentiamo nella signin tent del festival ad attendere i nostri eroi.
In mano la scaletta del concerto di due notti prima, che un roadie compassionevole ci aveva passato, sfinito dei nostri richiami inumani.
Arrivano.
Il concerto, colpa del palco dai mille suoni, della luce del giorno, e da un estate inglese finta come al solito, non è stato grandioso.
Greg è stanco bestia, ma sorride come un bambino quando capisce che li abbiamo visti due volte in tre giorni.
Il secondo chitarrista dice di ricordarsi di noi, della nostra vicinanza in quel buco fumoso.
Fanno i lori autografi, gentili e affabili, e alla precisa nostra domanda di come si sia conclusa la nottata con la fan scatenata Greg prende un respiro grande come una casa.
“Wow”, condito da un paio di parolacce in italiano.
Preciso, tutto quello che mi aspettavo dal mio uomo.

Quell’estate avevo lasciato a Milano la mia fidanzata dell’epoca.
A casa, nella periferia bollente di una metropoli agli sgoccioli, ascoltava il secondo disco solita di Mark Lanegan, alternandolo con il suo primo amore Pj Harvey.
“Ha una voce così sexy”.
Mi amava e da li ad un po’ mi sarei innamorato anch’io, troppo tardi.
Era qualcosa di bellissimo, nella sua imperfetta bellezza, come quei quadri che visti da vicino, con maggiore intensità, ti lasciano senza fiato, per davvero.
La scaletta del concerto londinese era attaccata, giusto un pelo sotto il pisellino del bambino nevermind, a mollo nel blu dipinto di blu, alle mie spalle.
Passarono quasi tre anni.
Ritornai alla provincia, con i miei stracci, da solo.
Staccai quel poster blu, con quella fotocopia bianca e nera coi titoli scritti sopra.

Questi ultimi anni.
Mark che, oltre a dischi solisti e collaborazioni varie, rende bellissime alcune canzoni dei Queens of…
Greg che forma i Twilight singers ma non si ripete, e come potrebbe d’altronde.
Fino ad oggi, un mp3.
A fine recensione, postato, con quella bellissima linea blu sottostante.
Idle hands.
La chitarra di Greg, semplice, serrata.
La strofa tutta per il suo socio.
“My idle hands
there’s nothin i can do”
Il bridge, classica scrittura del ex afgano.
Il ritornello che si trascina verso l’alto, le due voci che si incrociano e riportano indietro un paio di emozioni.
Prendo il cellulare.
Un sms, ordino il disco a dei miei ex commilitoni discografici, tra loro uno dei soci in quella gita londinese.

Il cd arriva venerdì.
La recensione la posso scrivere fin da ora.
Chitarre con un anima, piccoli nuovi esperimenti figli di giocattolini elettronici, ospiti d’eccezione, ma soprattutto loro due.
Come degli zii fidati, quelli che quando avevi i primi grattacapi ti davano le soluzioni senza passare dai tuoi.
Quelli che poi fanno un disco, anni dopo, e lo compri a scatola chiusa.
Quelli che a fine aprile suonano a Milano, e a cui, chissà, magari, forse, probabile, porti a conoscere la persona che sta con te, ora.

Vita di Isaia Carter, avatar


Lorenzo Geri
Il romanzo di un avatar

Vita di Isaia Carter, Avatar è l’evoluzione narrativa di un’esplorazione su Second Life, originariamente intrapresa con l’idea di scrivere un reportage. Il libro di de Majo e Longo è pregevole anche perché non si occupa di SL come di una metafora della nostra società, anche se dà conto della peculiare forma di consumismo che lì è praticata, non si occupa di sociologia e, nonostante il titolo e il finale “profetici”, non fa del moralismo.

La Vita di Isaia Carter, Avatar descrive magistralmente le sensazioni, le esperienze, l’ilarità, le frustrazioni, le inquietudini esistenziali connesse all’immersione in un ambiente virtuale abitato da esseri umani nascosti sotto un anonimato perfetto, in quella che si può definire come un’ibridizzazione tra una chat e un videogioco. La forma letteraria e lo stile – frasi essenziali, nervose, uso costante del presente indicativo, dialoghi che imitano la tipologia di scrittura utilizzata sulle chat, anche se asciugandola ulteriormente e depurandola di alcuni vezzi poco efficaci sulla carta – si adeguano magistralmente allo scopo. È  la prima volta che mi capita di leggere in  un romanzo una descrizione dei paesaggi virtuali che trasmetta quella sensazione di sottile alienazione ad essi connessa, che è dovuta alla consapevolezza intermittante di esseri immersi in un mondo se non finto certo piatto, nonostante la grafica 3D.

Gli autori non si compiacciano di cucire insieme facili pezzi di costume (il sesso virtuale goffamente praticato dal protagonista, ad esempio, è descritto senza compiacimenti) e resistono anche alla tentazione di trasformare il libro in un romanzo fantascientifico o in una parodia di Matrix. La scintilla metaforica che incendia le pagine del libro nasce da un oggetto: la kippah, indossata dal protagonista per caso e per scherzo. Si tratta però di una scelta di look che gli utenti di SL mostrano di non gradire; d’altronde la kippah fuori dall’ambientazione nella quale è stata prelevata, il tempio ebraico, risulta perturbante. Da quell’oggetto nasce la storia sentimentale che anima le pagine del libro, ma anche una isotopia relativa alla ricerca di senso, alla ricerca di Dio, a un profetismo impossibile. Gli autori non si peritano di inserire un tema ostentatamente alto e irrisolto nel contesto di un libro che il lettore si attende se non di evasione, certamente “leggero”. La sfida è vinta perché il libro non stravolge la propria struttura di romanzo/reportage, eppure guadagna molto da questa tensione metaforica. L’ambizione alla catarsi, alla fine del mondo (virtuale), alla rinascita si risolve in una sorta di suicidio che, però, alla fin fine, non è altro che la classica opzione di ogni videogioco: ricominciare da capo la partita dopo il gameover. Su SL è possibile moltiplicare le vite, sucidarsi alle prime difficoltà sentimentali, esistenziali, economiche e rinascere come un nuovo avatar; è possibile volare oltre le complicazioni e le frustrazioni dei rapporti interpersonali. Ma non salvare il mondo (o salvarsi).

Le pagine più belle sono quelle dedicate alla descrizione della seduzione impossibile tentata dal protagonista Isaia nei confronti di un avatar capriccioso e malinconico, Evita. La goffaggine del protagonista è dovuta sia alla sua poca abilità con i comandi (che tradisce forse una scarsa frequentazione con i videogiochi, circostanza che spiegherebbe anche lo sguardo altro del personaggio e degli autori su SL), sia, ed è l’aspetto più affascinante, i limiti assurdi connessi alla virtualità di quel mondo. La frustrazione per il contrasto tra la libertà assoluta di spostamento (si può volare, teletrasportarsi, adagiarsi in fondo al mare o sedere pensosi sul tetto di un grattacielo) e la fissità delle espressioni e dei movimenti degli avatar conduce il protagonista alla ribellione, che, comicamente, si esplica nella scelta di cambiare il proprio corpo in quello di un orso. Più drammaticamente Evita sceglie di cambiare le sue fattezze, di imbruttirsi, eseguendo nel mondo virtuale e perfetto di SL una sorta di chirurgia plastica al contrario. Quest’ultimo apologo, che corrisponda o meno ad un “fatto” realmente “accaduto”, evidenzia, credo, come gli autori  siano riusciti a trasformare la descrizione delle proprie esperienze di interazione con un universo digitale, alienante ma a tratti poetico, in un romanzo all’apparenza  scorrevole e agile, ma in verità contorto e a tratti sofferto, felicemente irrisolto.

“Vita di Isaia Carter, avatar”, di Cristiano de Majo e Francesco Longo,
Laterza, 2008,  9 euro