Archivi tag: Aprile 2008

Giulio Perrone. Un'antologia per raccontare la vostra PUGLIA.


Accogliamo e diffondiamo l’invito di Vincenzo Mastropirro, musicista e poeta, curatore di un’antologia che uscirà per Giulio Perrone Editore, rilanciando a tutti i lettori del nostro sito l’invito di partecipazione.

Nuovo appuntamento poetico, con il progetto Italie dedicato ad una splendida regione ricca di storia e di bellezze naturali come la Puglia a cura di Vincenzo Mastropirro

PUGLIA ovvero Gargano Murgia Salento per una rete di incontri, di vite e di storie che s’intrecciano, di fili che s’annodano in grandi e piccoli luoghi, con la flemma meridionale dove il sole c’è sempre e l’aria è frizzante. Questo succede soprattutto se viviamo in una grande regione. Una regione in movimento, un luogo intriso di luce, odori e sapori unici. Dietro le città che conosciamo, dietro i posti che percorriamo ogni giorno, si nascondono altre piccole realtà che spesso ci sono rimaste estranee. Scovatele con le vostre parole, scavate nel vostro immaginario.

Per partecipare è sufficiente inviare una poesia (in lingua o in dialetto) o un racconto di massimo 3 cartelle (ogni cartella 1800 caratteri) in un unico file word che contenga anche tutti i propri dati personali (nome, cognome, indirizzo, telefono, email) a mastropirro@libero.it

Vita di Isaia Carter, avatar


Lorenzo Geri
Il romanzo di un avatar

Vita di Isaia Carter, Avatar è l’evoluzione narrativa di un’esplorazione su Second Life, originariamente intrapresa con l’idea di scrivere un reportage. Il libro di de Majo e Longo è pregevole anche perché non si occupa di SL come di una metafora della nostra società, anche se dà conto della peculiare forma di consumismo che lì è praticata, non si occupa di sociologia e, nonostante il titolo e il finale “profetici”, non fa del moralismo.

La Vita di Isaia Carter, Avatar descrive magistralmente le sensazioni, le esperienze, l’ilarità, le frustrazioni, le inquietudini esistenziali connesse all’immersione in un ambiente virtuale abitato da esseri umani nascosti sotto un anonimato perfetto, in quella che si può definire come un’ibridizzazione tra una chat e un videogioco. La forma letteraria e lo stile – frasi essenziali, nervose, uso costante del presente indicativo, dialoghi che imitano la tipologia di scrittura utilizzata sulle chat, anche se asciugandola ulteriormente e depurandola di alcuni vezzi poco efficaci sulla carta – si adeguano magistralmente allo scopo. È  la prima volta che mi capita di leggere in  un romanzo una descrizione dei paesaggi virtuali che trasmetta quella sensazione di sottile alienazione ad essi connessa, che è dovuta alla consapevolezza intermittante di esseri immersi in un mondo se non finto certo piatto, nonostante la grafica 3D.

Gli autori non si compiacciano di cucire insieme facili pezzi di costume (il sesso virtuale goffamente praticato dal protagonista, ad esempio, è descritto senza compiacimenti) e resistono anche alla tentazione di trasformare il libro in un romanzo fantascientifico o in una parodia di Matrix. La scintilla metaforica che incendia le pagine del libro nasce da un oggetto: la kippah, indossata dal protagonista per caso e per scherzo. Si tratta però di una scelta di look che gli utenti di SL mostrano di non gradire; d’altronde la kippah fuori dall’ambientazione nella quale è stata prelevata, il tempio ebraico, risulta perturbante. Da quell’oggetto nasce la storia sentimentale che anima le pagine del libro, ma anche una isotopia relativa alla ricerca di senso, alla ricerca di Dio, a un profetismo impossibile. Gli autori non si peritano di inserire un tema ostentatamente alto e irrisolto nel contesto di un libro che il lettore si attende se non di evasione, certamente “leggero”. La sfida è vinta perché il libro non stravolge la propria struttura di romanzo/reportage, eppure guadagna molto da questa tensione metaforica. L’ambizione alla catarsi, alla fine del mondo (virtuale), alla rinascita si risolve in una sorta di suicidio che, però, alla fin fine, non è altro che la classica opzione di ogni videogioco: ricominciare da capo la partita dopo il gameover. Su SL è possibile moltiplicare le vite, sucidarsi alle prime difficoltà sentimentali, esistenziali, economiche e rinascere come un nuovo avatar; è possibile volare oltre le complicazioni e le frustrazioni dei rapporti interpersonali. Ma non salvare il mondo (o salvarsi).

Le pagine più belle sono quelle dedicate alla descrizione della seduzione impossibile tentata dal protagonista Isaia nei confronti di un avatar capriccioso e malinconico, Evita. La goffaggine del protagonista è dovuta sia alla sua poca abilità con i comandi (che tradisce forse una scarsa frequentazione con i videogiochi, circostanza che spiegherebbe anche lo sguardo altro del personaggio e degli autori su SL), sia, ed è l’aspetto più affascinante, i limiti assurdi connessi alla virtualità di quel mondo. La frustrazione per il contrasto tra la libertà assoluta di spostamento (si può volare, teletrasportarsi, adagiarsi in fondo al mare o sedere pensosi sul tetto di un grattacielo) e la fissità delle espressioni e dei movimenti degli avatar conduce il protagonista alla ribellione, che, comicamente, si esplica nella scelta di cambiare il proprio corpo in quello di un orso. Più drammaticamente Evita sceglie di cambiare le sue fattezze, di imbruttirsi, eseguendo nel mondo virtuale e perfetto di SL una sorta di chirurgia plastica al contrario. Quest’ultimo apologo, che corrisponda o meno ad un “fatto” realmente “accaduto”, evidenzia, credo, come gli autori  siano riusciti a trasformare la descrizione delle proprie esperienze di interazione con un universo digitale, alienante ma a tratti poetico, in un romanzo all’apparenza  scorrevole e agile, ma in verità contorto e a tratti sofferto, felicemente irrisolto.

“Vita di Isaia Carter, avatar”, di Cristiano de Majo e Francesco Longo,
Laterza, 2008,  9 euro

"Reiki" di Francesca Bonelli


Enrico Pietrangeli
su “Reiki” di Francesca Bonelli

Il Foglio Clandestino nasce come rivista di settore negli anni Novanta e, da allora, di strada ne ha fatta. Spartana nella veste ma piena di consistenti contenuti, a partire dai suoi arguti e coinvolgenti editoriali e un Peter Russell orbitante nella redazione. Storia molto più recente è quella della casa editrice. Ancora pochi titoli nel catalogo, ma tante idee in sviluppo per altrettante collane. Reiki  non si presenta come un manuale, ma attraverso la diretta esperienza della Bonelli che, come presupposto, vuole suscitare curiosità, genesi da dove si espande ogni energia, sia sul piano immanente che su quello spirituale. Coerenza e un “Pensiero Positivo”, già frutto di una tesi dell’autrice, optano per la carta riciclata delineando un prodotto poco ricercato, minimalista e raffinato, impregnato nel gusto retrò d’illustrazioni in effetto dissolvenza, nei colori che riportano agli anni Cinquanta. Sul finire dello scorso millennio, a Bergamo, nasce il casuale incontro con questa pratica, ma poi non più di tanto, per via del fatto che “ogni anima” ha un “progetto ben preciso” da assolvere. Corrispondenze e significati dell’ideogramma Reiki, se attivati, fomentano quell’alchimia che permette all’energia individuale Ki  d’interagire con quella Rei, ovvero quella universale. Chi dà Reiki è un tramite, un “canale di Luce”. Antica, eterogenea e non databile è la tradizione orale dell’utilizzo di questa trasmissione, Usui è colui che ha riportato in evidenza la disciplina in epoca contemporanea. Tutto si basa sull’imposizione delle mani, in un’impostazione gnostica e dualistica, dove solo le energie positive vengono convogliate in “un percorso di benessere”. Armonia nel qui ed ora è un primo obiettivo da conseguire osservandone i principi. Fondamentali e, come tali, ben esposti, in un linguaggio chiaro e diretto, sono i chakra con tutte le loro connessioni, sia sul piano fisico che su quello psichico. Mentre l’aura, ossia quel flusso energetico che ci circoscrive, viene analizzata tra percorsi e aneddoti che vanno dalla tradizione biblica ai tentativi della ricerca scientifica. Riemergono, come da una vecchia soffitta, lo schermo di Kilner ed i successivi studi operati dai russi mantenendo un saldo riferimento di pensiero sull’argomento con Rudolf Steiner, ideatore dell’antroposofia. Due sono i livelli di Reiki, il primo, Shoden, ed il successivo Okuden. Maestro è colui che dedica “completamente la propria vita a questa Via”, ed è questo un ulteriore stadio e con valori iniziatici, dal quale si riceve la consegna dei simboli attraverso mantra segreti. Per attivare un livello si ricorre al Reiju, cerimoniale di apertura ai canali energetici. Interessante è il dualismo grafico e semantico di cui si compone l’ideogramma, oltre a poter essere scritto in due differenti maniere, sta a significare “accettare la spiritualità” come pure “dare la spiritualità”. Perno dei trattamenti, oltre ad una predisposizione del cuore, è quello del posizionamento delle mani. Al Reiki, inoltre, si ricorre anche per l’autotrattamento, pratica fondamentale per migliorarsi nonché per ottimizzare il trattamento rivolto ad altri. Si opera sempre e comunque per il bene della persona. Se il primo livello corrisponde ad un approccio fisico, il secondo si colloca nella mente, presuppone maggiore consapevolezza e responsabilità. Il cammino, dal “qui e ora”, si evolve attraverso i simboli del “Dentro” e dell’ “Oltre” per culminare nel quarto simbolo, quello della “connessione diretta con il Rei, con la Luce, con la Fonte”. Il risvolto filosofico è di stampo buddista: “se cambio io, cambia il mondo attorno a me”, ma le connessioni sono molto più vaste e qua e là sparse nel mondo, dal manicheismo alle eresie albigesi, dagli Esseni ai Bogomili, per citare solo quelle riportate nell’apposito glossario messo a tergo del testo.

Reiki, Francesca Bonelli,
Edizioni del Foglio Clandestino,  €12

Cronache Materane degli anni '70


Giovanni Matteo
su “Cronache Materane degli anni ’70”, di Pino Oliva

Ho conosciuto Pino Oliva ad Altamura, in occasione della presentazione del suo Cronache Materane degli anni ’70, organizzata dai ragazzi del Circolo Arci Todomodo.
Il titolo mi aveva messo un po’ sul chi vive: avevo paura fosse una di quelle graphic novel – reportage un po’ radical chic che spuntano come funghi adesso, ma poi m’hanno messo il volume tra le mani e ho avuto il piacere di scambiare due parole con Pino e non ho potuto che amare la semplicità e la delicatezza del libro e lo sconfinato mestiere e l’affabilità di questo sfaccettato artista che scrivedisegna (ma quando inventeranno per i fumettisti un’espressione tipo “cantautore”?), produce sorprendenti opere digitali e suona il basso e la chitarra negli storici Vastax.
Cronache Materane
, dunque, non pretende di analizzare la realtà lucana del “decennio più lungo del secolo breve”, ma si occupa del suo b-side… Per cominciare, i Sassi quasi non ci sono: domina la (oggi ex) periferia del Rione “Serra Venerdì” e i grandi, con i loro grandi problemi entrano di sguincio nell’obiettivo… A fuoco, invece, i “ragazzini di Viale Europa”, cioè lo stesso piccolo Pino (perché si tratta di un lavoro squisitamente autobiografico), gli amici, i cugini, con le loro scorribande, la scuola, le vacanze, la neve, la vecchia fabbrica abbandonata, il campo di calcio diventato terreno di costruzione, i ramarri, i pantaloni nuovi sporcati di catrame, una stramba canzone di un certo Rino Gaetano…
Lo stile grafico risulta sempre immediato, con soluzioni a volte di forte impatto, a volte di grande eleganza; nelle vignette delle Cronache gli uomini diventano animali antropomorfizzati, ma molto più di Topolino e Pippo: non portano antiquati guanti gialli, ma eskimo e jeans scampanati, hanno cinque dita e proporzioni umane, ma anche delle teste rotonde con pendule orecchie in cima e un buffo muso; più dolce e arrotondato è quello dei ragazzi, più sporgente, da scafato rattone, quello degli adulti.
Per i non murgiani c’è in regalo un corso accelerato di materano: i protagonisti parlano ora un italiano pieno di inflessioni e interiezioni dialettali, ora un dialetto arcaico punteggiato di imprecazioni divertentissime di cui l’autore ha pensato di fornire un esauriente glossario.
È bene ricordare che Cronache Materane degli anni ’70 segue Telline (Cronache Metapontine degli Anni ’70), sempre sul filo della memoria e precede un lavoro sugli anni ’80 che Pino sta diffondendo gratuitamente via e-mail prima di rivederlo e pubblicarlo… Una sorta di work in progress condiviso con i lettori, esperimento che ha già dato ottimi risultati con le Cronache Materane, finite in formato jpeg sui monitor di una moltitudine di fan dei ragazzi di Serra Venerdì sparsi per mezzo mondo. Scoprite voi come entrare nella setta…

Pino Oliva, Cronache Materane degli anni ’70
La Stamperia Edizioni, Matera – 2007

 

Ad Istanbul, tra pubbliche intimità. Enrico Pietrangeli


Alessandro Maria Carlini
su “Ad Istanbul, tra pubbliche intimità.” di Enrico Pietrangeli

Dalla diffusione del geniale epigramma “M’illumino di provvisorio” Enrico Pietrangeli potrebbe conseguire la fortuna letteraria che merita. Indovino un’intera generazione di precari pronta ad appropriarsene. E dello splendido ricordo di un anziano Ungaretti orco del carosello, in molti desidererebbero certo disporre in prima persona, e averlo potuto condividere. Un poeta è anche un conservatore di esperienze mancate da altri: per distrazione, assopimento precoce, o futilità nelle ossessioni.Pietrangeli è una specie d’apocrifo scapigliato. La contiguità di vincoli affettivi, orgasmo, riposo, morte, lo sgomenta, e come dargli torto? Un poeta è anche un nostro troppo simile. Pietrangeli, al pari di Ungaretti, patrono designato della raccolta, ci sa davvero fare con le città in quanto soggetti poetici. Con Roma e Istanbul, perviene a un rapporto vertiginoso di mutua esplorazione in cui forma urbis e forma mentis si conglomerano. La sua personalità letteraria ha qualcosa dello stratificato disordine delle due capitali dell’impero romano. Musicologo per vocazione, Pietrangeli è un poeta rock: non nelle pose, ma perché dalla musica popolare americana ha assorbito quel desiderio incessante e vitale di un altrove. Le varianti circolari e numerabili all’infinito del suo salmo sufi Re Mix, mi è venuta voglia di intonarle: non mi ha trattenuto la prossimità di estranei. Mi convince meno il Pietrangeli d’occasione, del suo Undici Settembre, ad esempio, o il neo futurista che sperimenta l’HTML come infrastruttura sintattico-semantica. Atteggiamenti che stridono col suo peculiare intimismo, il suo alchemico combinare estasi e sfinimento, orrore della morte e cupio dissolvi, esaltazione amorosa e sulfureo risentimento. Il Pietrangeli a nudo in pubbliche intimità nasconde habitus sottopelle. Taluni suoi passaggi possono dapprima sembrare meri riempitivi, acquisendo invece rilievo tornandoci sopra. Sollecitano con amicale premura riletture. Il senso antico e seventies della strofa di cui dispone, distoglie dall’affaticarsi in ricerche genealogiche per restituirgli poeti-fratelli della sua generazione. Laddove altri giocano innocentemente con le parole, Pietrangeli mescola pericolosamente umori. Le sue poesie d’amore si direbbero scritte sul comodino in quei momenti di lucidità altrimenti inattingibile tra il prodigio organico dell’orgasmo e il baratro atavico del sonno. Ci sono sillogi poetiche adatte alla vigilia di una battaglia; raccolte adatte al frammentato otium metropolitano; volumi atti a lenire le disillusioni con i loro poetri [mantengo il lapsus di digitazione] catartici; raccolte da tenere a portata di mano in libreria come un farmaco antisintomatico nel cassetto; altre -ancora- compilate per accompagnarci a lungo nella decomposizione. Ad Istanbul tra pubbliche intimità mi appare indicata per ciascuno di questi usi.

Ad Istanbul, tra pubbliche intimità, Enrico Pietrangeli,
Edizioni Il Foglio – 2007 – 10€