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“Le strade di Laura” di Patrizia Caffiero (Musicaos Editore)


Una nuova storia scritta da Patrizia Caffiero, un racconto, anticipazione del volume di racconti che uscirà, in autunno, con Musicaos Editore. L’ebook è scaricabile gratuitamente.

“Le strade di Laura” di Patrizia Caffiero (Musicaos Editore)

Laura vive con la sua famiglia a Pescara, è una giovane ragazza, i suoi occhi evocano creature del bosco e spazi sovrannaturali. Allʼetà di quattordici anni Laura si è iscritta allʼIstituto dʼArte della sua città. La vita di Laura è divisa tra il mondo di fuori e casa sua, dove viene picchiata, senza preavviso, senza motivo, senza ragione, dal padre, senza che sua madre muova un dito. Laura frequenta un uomo più grande di lei. Laura sogna di scappare, un giorno, scappare di casa, e andare a vivere in unʼaltra città.

“Molte volte, negli ultimi anni, aveva pianificato quella partenza senza confidarlo a nessuno. Un sorriso perenne le premeva dietro le guance tonde; era la certezza di poter fuggire dal suo luogo d’origine, che le aveva dato forza. I genitori credevano che aspirasse soltanto a farsi una famiglia, come tutte le figlie degli amici che conoscevano. Avevano sempre nascosto con cura agli estranei – così chiamavano tutti gli altri che non erano di famiglia – i problemi familiari, riuscivano a mostrare un’aria rispettabile. Per qualche misterioso motivo i genitori di Laura credevano che, nonostante tutto, la figlia fosse felice in casa con loro. Le botte erano incidenti e basta, accadevano di rado, i lividi svanivano e i sorrisi tornavano a tavola regolarmente, dopo qualche giorno.”

Lʼunica cosa che fa vivere Laura in armonia con se stessa è la pittura. Le sue grandi tele e le sue “teste” evocano una forza illimitata, una tenacia interiore che non ha freni. Perché cambiare è possibile, la fuga è a un passo. A Bologna Laura troverà unʼesistenza nuova, un lavoro, la realizzazione.

La violenza tuttavia ha segnato la sua vita, incidendo sul suo percorso una linea che Laura non sa se seguire o cancellare, una strada che è diversa da tutte quelle che ha percorso fino a oggi.

“Le strade di Laura” di Patrizia Caffiero è la storia di unʼesistenza difficile, radicale, alternativa. Un racconto estratto dalla raccolta di racconti inediti che Patrizia Caffiero pubblicherà con Musicaos Editore nellʼautunno del 2017.

Patrizia Caffiero, nata e vissuta a Lecce fino al 1996, si è trasferita prima a Ferrara, poi a Bologna e infine ad Anzola dell’Emilia dove ha “trovato” le sue radici, e lavora dal 2006 per il Comune come addetta alla cultura e bibliotecaria. È laureata in Lettere e Filosofia (Università di Lecce) con una laurea dak titolo “Pasolini e il Potere. Linee per un’interpretazione storico-politica.” S’interessa di cinema, il teatro, la letteratura; i suoi scrittori preferiti sono Maeve Brennan, Truman Capote, Karen Blixen, Jean Stafford, Paul Auster. Ha pubblicato per Miraviglia editore, nel 2007, “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te”; sempre nello stesso anno, per la casa editrice Fernandel, un racconto per l’ antologia “Quote rosa”; nel 2009 un racconto per l’antologia “Fobieril – soluzione MANIAzina” (Jar Edizioni).
Aggiorna settimanalmente il blog letterario “Prima della pioggia” visitabile all’indirizzo: https://testiappuntinotedablogs.wordpress.com/

“Le strade di Laura”, di Patrizia Caffiero, Musicaos Editore, ebook, isbn 9788899315887
disponibile gratuitamente su tutti gli ebook store, anche su:

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Patrizia Caffiero recensisce “È tutto normale” su “Testi appunti note”


La parola d’ordine di questo libro, la chiave non nascosta della narrazione è minimizzare.

Come se fosse il racconto di un racconto.
Ci sono vari spessori di carta, cartoncino o carta velina fra l’autore e i personaggi, fra l’autore e la storia.

Lo stile è accurato; nitidezza e coerenza interna. Il ritmo narrativo tenuto costante dall’inizio alla fine.

L’ambientazione. Mappatura di un Salento non di maniera. Assenza quasi assoluta di descrizioni in un testo pochissimo descrittivo in genere; sfrecciano riferimenti a città o a luoghi come se anche il paesaggio arrivasse alla percezione indirettamente, come se fosse chiamato dopo aver guardato distrattamente dal finestrino di un treno – o guidando un auto.

Anche i fatti della storia nazionale corrono paralleli e sfiorano i protagonisti non sovrastandoli con il loro rumore; decibel un po’ al disopra di quelli prodotti dal ronzio delle mosche nella veranda, nella controra estiva:
“Non si accorge dell’ingresso di Carlo, il giornalista in tv sta dicendo che hanno sparato al Papa”.

La scelta incontrovertibile di Luciano Pagano è quella di un linguaggio sommesso, attutito, limato. Percezione limata. Nessuna idealizzazione del reale, che è citato con nomi e cognomi, con l’entrata nello stile semplice del testo narrativo di lemmi del linguaggio commerciale:
“Per acquistare l’auto con tutte le modifiche sul modello base devi prenotare con due mesi d’anticipo” ;
citazioni di riviste glamour: “Le teorie di Ludovico poggiano su solide basi, pilastri composti da pile di copie di Vanity Fair,Cosmopolitan, GQ, MAX”;
citazioni di canzoni: “La mia classe fu allevata con latte di una capra e del pane di frumento/ a quei tempi per divertimento non avevano inventato il telegiornale”. .
In alcuni momenti il linguaggio diventa esplicito :”Il tuo membro in quei luoghi avrebbe la stessa utilità del piede di porco per uno scassinatore, niente di più che un attrezzo per aprirsi un varco nella vagina”.

Nella grammatica linda del libro si aprono momenti di poesia, come se l’autore se li fosse lasciati sfuggire. Ovviamente, non è così, tutto è strategicamente ordinato, anche quei grumi di caos o lirici che si tuffano ogni tanto nei capitoli.
La prosa minima di Pagano lascia affiorare delle bellissime alghe che riposavano dietro le parole sparate con il silenziatore:

“Parole intermittenti che restavano impigliate nel bosco di ulivi secolari come lacrime cadute dall’alto di cieli solcati da aerei”;
oppure: “Due corpi inerti scaraventati sulla spiaggia del pianeta oblio. Lucertole antropomorfe. Stanche dopo una nuotata.”.
O ancora “Sforzi fatti dalle fibre del suo cuore perché il seme del suo pianto fosse gettato altrove”.

Fioriscono spesso piccole sentenze moralisticheggianti, alcune convenzionali e e insipide, d’altronde i personaggi sono alto-borghesi, mica degli eroi:
“I genitori credono che fare un figlio sia, ad esempio, cercare di fare in modo che cresca bene, istruito e tutto il resto.”
e riflessioni d’altra portata: “Fine delle lezioni. Lo scontro della realtà equivale a quello che potrebbe avvenire fra un lottatore e uno scacchista”.
Notazioni antropologiche:”Una svogliatezza che alla sua età può rivelarsi socialmente irritante se non ridistribuita in società sotto forma di lavoro“.

E’ tutto normale è anche una storia del Salento collegato con vasi comunicanti di altre parti dell’Italia, dove i figli di salentini da decenni affittano casa e studiano prendendo il largo dalla terra coltivata ad ulivi.

Vista dal sud, l’Italia diventa il videogame dove si possono unire alcuni punti con lineetta; i punti sono le università dove i figli di papà e mamma migrano, in una specie di bacino artificiale da cui spesso ritorneranno, alla fine degli studi.

La Grecia diventa una naturale propaggine del Salento; a Pagano probabilmente serviva un luogo mitologico (come indica anche la scelta dei nomi ancestrali di Ettore e Andromaca, i nonni di Marco) dove i rapporti convenzionali di una relazione a due, rigorosamente etero, potessero fluidificarsi, schiudersi ad altre possibilità.

Interessanti i riferimenti in più tratti dell’autore alla Polinesia ed altri lontani paesi, dove la paternità è un’altra cosa, è un legame più debole di quello nostro.

Paternità vista in senso anche lato, come ordine costituito, principio autoritario cieco e muto, che non consente scarti evolutivi, verso cui la ribellione dei figli non ha scampo.
Dove rintracciare una diversa paternità?
Diversa da quella di Ettore, vissuta maggiormente nella modalità costrittiva che come frequentazione intima padre-figlio; ma anche, in parte, da quella dei due amanti coniugi e genitori di Marco.

Come se nel luogo salentino non potesse entrare, se pur ne avesse voglia, una mitologia diversa da quella del dio Kronos, e si dovesse cercare un’altra latitudine; almeno Roma (altra zona depositaria di antico passato), per cercare di sfuggire al fato che piega le famiglie.

Marco compie un processo diverso da quello dei genitori; mentendo, immagina una realtà ingenuamente altra, impossibile, in cui accogliere una ragazza convenzionale; cova il desiderio di integrazione.

Kris (pugnale) è bella come uno degli edifici che Marco potrebbe disegnare nella qualità di architetto appena laureato.
La madre precocemente scomparsa di Marco, Eleonora, e Kris amano la poesia, sono collegate indirettamente da adiacenza di studiosi, conoscenze comuni, in qualche modo.

(certe assenze)

Se Kris si è legata a Marco è anche perché sembra un poeta, non per interessi economici, non conosce ancora la sua solidità finanziaria dovuta alle sue radici, ai padri.
Kris ama la poesia ma odia i deboli e i poveracci e ha alle spalle, anche lei, una paternità ingombrante.

Marco spera vagamente che Kris cambi, centrifugando con operazione artificiale, volontaristica, la bellezza del suo corpo e la sua splendida disinvoltura nei rapporti sessuali dalla sua intolleranza cruda verso i piu’ deboli.

Il sentimento di Marco è una proiezione, la venerazione di un’icona vuota:
“Marco la adora come si adorano le forme di una divinità“.
Un pugnale dentro una teca, un pugnale perfetto.

Nel libro non si respirano sbalzi di temperatura emotiva, si descrivono a tratti con parole che rimandano a parole. I sentimenti non sono trattenuti, e neppure invisibili. I protagonisti non parlano quasi mai di cose vitali, fondamentali.

Un clima ovattato, quello privilegiato delle automobili di grossa cilindrata e dei bei vestiti (quello che chiunque sia originario di Lecce riconosce quando si nomina il Circolo tennis), dove hanno uso le chiacchiere delle donne pigre e superficiali:
Dall’altro capo del terrazzo stavano le mogli, sedute a consumare granite e spumoni (…) bisognava stare attenti alle rughe, prenotare la visita dall’estetista, ‘meno male che io quest’inverno mi sono fatta un po’ di lampade’“.
E’il mondo a cui appartengono i protagonisti; anche se loro, per motivi diversi, da quel mondo in parte deragliano.

Rimanere sopra le cose, senza incuneare mai il coltello, senza scoperchiare le bare, senza svellere il terreno. Nascondere. Tutto è livellato al livello del mare, e in questo mare non ci si tuffa.

Ad Eleonora e a Kris si affida una qualità molto importante della visione, una visione tarpata e attutita che rimanda alla poesia, che si rimpiange pur portando con decisione occhiali grigi sulla vita e tappi nelle orecchie.

La poesia è vista nostalgicamente e con nostalgia si ricorda Eleonora; è rintracciata qua e là su foglietti e taccuini. Il poeta amato da Kris è morto giovanissimo, una meteora che ha preso presto fuoco; si ribadisce la posizione secondaria a cui si relega la visione poetica, separata inesorabilmente dalla quotidianità.

Ad Eleonora è affidato il ruolo di un’emissaria di sentimenti di livello, il figlio si rivolge a lei per invocare una qualità di sincerità che non possiede, come se l’amputazione della sua morte avesse inaugurato la nascita di parecchie bugie in fila.
L’inizio di forzature all’ordine normale delle cose, visto che dopo la sua morte comincia la vita ufficiale di coppia di due uomini?

L’ordine normale delle cose (quest’idea trasmette il romanzo di Pagano), consentirebbe che le persone potessero amarsi in modi anche non convenzionali; permetterebbe di aprire i bronchi e di respirare; lascerebbe che il desiderio, l’eros, viaggiasse in modi fluidi e lontani da paralizzanti schemi antropologici e sociali.

leggi qui il testo originale
di Patrizia Caffiero sul blog “Testi appunti e note”

“Pali”, di Spiro Scimone. Recensione di Patrizia Caffiero


Up patriots to arms, engagez-vous,
la musica contemporanea, mi butta giù

(Franco Battiato)

Al Testoni di Casalecchio di Reno, ho visto stasera Pali.

Con quattro attori, una recitazione efficacemente gridata (a ogni personaggio è riservato un diverso modo di emettere la voce che lo caratterizza), in modo da aggirare il pericolo di qualsiasi birignao, l’ottimo testo di Scimone analizza l’oggi.
Fotografa, registra la realtà, l’Italia. Con riferimenti dettagliati al presente, descrivendo persino il premier in modo diretto, pur senza nominarlo.
Allude al precariato. Accenna all’impotenza dei sindacati, racconta la quasi definitiva scomparsa delle lotte sociali dopo il crollo del principio della solidarietà (stringersi la mano, darsi la mano).

Il rimando pasoliniano è evidente nella splendida scenografia di Fiori, di cui fanno parte gli attori stessi come cinèmi di un’installazione/performance.

La scena è citazione (di una citazione) della crocifissione della Ricotta; a Pasolini si pensa anche per la scelta dei personaggi , i non vincenti del sociale, simboli di tutti gli altri marginali che sopravvivono nellìinterzona dei Nuovi Poteri; la Bruciata ricorda la serva di Teorema, salva grazie al suo mantenuto legame con una fede cristiana arcaica (il formidabile tormentone Padre, ascoltalo!)

Di più: il pensiero di Pasolini sottende eticamente tutta la sceneggiatura, si evince da un’apparentemente innocente battuta dei dialoghetti, ripetuta due volte dall’operaio Senzamani. E’ la risposta all’evocazione da parte della credente Bruciata di un redentore, di qualcuno che risolva la situazione e trasformi il fango in oro.

– Si deve fare da soli- esclama Senzamani.

Vengono in mente i decennali, ormai, leit-motiv degli intellettuali di sinistra, la loro attesa di una figura nuova, che redima palingeneticamente il paese; dimenticando che proprio a loro dovrebbe spettare il lavoro di restituire un senso.

Pasolini aveva più volte ripetuto che la rivoluzione si deve fare da soli, citando Sciascia; e Scimone conosce bene quell’affermazione, che può suonare come segno di disfatta e presa d’atto dell’assenza di un deus ex machina ideologico; ma letta al rovescio, è anche un manifesto, un annuncio di resistenza ad oltranza.

Si deve fare da soli, o in pochi, si deve fare e si fa con un piccolo gruppo, per esempio con questa compagnia che ha vinto anche il più prestigioso premio teatrale italiano, l’Ubu 2009 come Migliore Novità Italiana.

Chi rifiuta di mangiare merda, di piegare la testa in spersonalizzanti impieghi con disumanizzanti orari di lavoro si rifugia sui pali, solleva il proprio punto di vista e riconosce in chi si arrampica sui pali i propri alleati.

Oppure incita altri a issarsi su altri pali rimasti liberi. Il palo definisce la ricerca di una propria identità che va costruita senza il supporto dei tralicci delle ideologie e strappandosi dalle influenze esterne/interne omologanti.

Con un passaggio astratto il supporto ligneo che dava origine alla croce di Cristo, vissuta nella carne dalla Bruciata e dell’operaio ferito si trasforma in un simbolo quasi totemico di elevazione delle coscienze, che evoca la tentata liberazione dai condizionamenti di un Italia antropologicamente e socialmente alla deriva.

Bellissimo lavoro.

Patrizia Caffiero

Pali, testo di Spiro Scimone
regia: Francesco Sframeli
con: Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Salvatore Arena, Gianluca Cesale
scene e costumi: Lino Fiorito
disegno luci: Beatrice Ficalbi

Il mondo salvato dai ragazzini difficili.


Luciano Pagano
Il mondo salvato dai ragazzini difficili
su “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” di Patrizia Caffiero.

Patrizia Caffiero, leccese di origine, vive e lavora in Emilia. Il suo “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” è uscito di recente da Miraviglia Editore (Reggio Emilia), l’autrice è presente nell’antologia “Quote rosa”, dell’editore Fernandel. Il testo è una via di mezzo tra un resoconto narrato e un diario. Se lo leggiamo come diario la vicenda è individuata tra il settembre del 2003 e il giugno del 2004, ma ciò costituirebbe la riduzione di un lavoro che è molto di più. Le storie raccontate in questo libro si collocano in una zona che potrebbe essere definita di “limbo”. Tanto per cominciare la loro protagonista è una maestra non di ruolo (educatrice non qualificata) che svolge le sue mansioni con bambini negli orari che precedono e che seguono le lezioni, alcuni dei bambini in questione sono bambini difficili. Già questo sarebbe sufficiente per spalancare le porte di riflessioni infinite, dalla condizione degli insegnanti, molto spesso costretti a fronteggiare situazioni al di sopra dei loro mezzi, dei modi e dei tempi che vengono forniti, specie se si pensa che l’età dei bambini con cui hanno a che fare è quella che segue di poco l’infanzia e ogni avvenimento viene in essa amplificato. I media parlano sempre più spesso del mondo dei bambini, purtroppo quando questo mondo è scosso da eventi gravi, solitamente prodotti dal mondo degli adulti. Di recente la fascia d’età dell’infanzia si è ancora più ristretta, sono all’ordine del giorno le notizie riguardanti gang di “bulletti” come vengono spesso definiti dai giornalisti televisivi. Il fatto è che si parla in questi eventi di ragazzi che hanno tra gli 11 e i 13 anni, il che fa molto pensare sulle condizioni dell’ambiente in cui questi ragazzi sono stati costretti a crescere. Le vicende di cui parliamo si sono svolte invece in istituti di istruzione elementare. È ovvio quindi che l’istituzione scolastica viene chiamata ad assumersi un ruolo, oltre che formatore e educatore, anche di salvaguardia della crescita del bambino. Lo sa bene Patrizia Caffiero, costretta a fare i conti e con i ragazzi e con i professori a volte risucchiati essi stessi nella precarietà del loro lavoro alla quale si accompagna una instabile situazione emotiva. Capita che gli insegnanti descritti in questo bel libro a volte dimentichino di stare svolgendo un ruolo importantissimo, dato che hanno a che fare con il futuro del nostro paese, per dare sfogo a ansie e frustrazioni. Allo stesso modo non mancano veri e propri esempi (questi si spera non frutto di finzione) di insegnanti più consapevoli dell’altro bambino che hanno di fronte. La protagonista del libro cerca di fare tutto il possibile per dimostrare che è possibile fare scuola in modo differente e con gli stessi strumenti di partenza, a partire dalle possibilità che la fantasia offre, ancora oggi, per il riscatto dei bambini, anche dopo che questi sono stati letteralmente ‘bollati’ dagli stessi insegnanti. “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” è un libro che a mio parere dovrebbero leggere tutti, non soltanto chi fa l’insegnante o chi ha dei figli, per un motivo semplice, il mondo dell’istruzione negli ultimi venti anni ha subito un cambiamento radicale, tra riforme del sistema formativo, cambiamenti che hanno anche investito il sistema della formazione dei futuri docenti. Chi crede che alla fine i bambini non siano il termine unico si sbaglia, dato che tutto in realtà è studiato per dare un’istruzione ‘superiore’. I bambini guardano il mondo in modo diverso dal nostro, filtrandolo grazie alle informazioni che abbiamo dato loro, e soprattutto con le informazioni che loro stessi hanno reperito se i maestri si sono dimostrati carenti. I bambini hanno il diritto di odiare e chiudersi in se stessi, e ciò diviene dimostrazione della nostra incapacità di comprenderli. Patrizia Caffiero ha uno sguardo attentissimo a cogliere le sfumature di un’età nella quale i bambini si affezionano facilmente e con la stessa facilità possono provare delusioni e sconforti. Questo libro è interessante anche perché cattura la dimensione della scuola come laboratorio delle differenze culturali per bambini che provengono da diversi paese e vivono mondi diversi l’uno dagli altri. Ne suggerisco la lettura perché questo testo ha la capacità di generare interrogativi, e questo già sarebbe un grande merito, a ciò si aggiunga che il libro è scritto con un’ottima cura per descrizioni e dialoghi, come in un documentario in presa diretta, insieme a racconti che ci forniscono il contesto di ciò che accade. Un testo che esula da un cliché cui ci vogliono abituare certe operazioni editoriali dove la scuola viene confusa spesso o solo con una palestra per piccoli umoristi e professori satireschi.

Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te.
Alunni e studenti di scuole bolognesi raccontati da un’educatrice
,
Patrizia Caffiero, Miraviglia editore, perunalira, 2007, €18