su “D’indolenti dipendenze” di Ilaria Seclì


E’ uscito nella collana dei Poet/Bar, diretta da Mauro Marino, l’esordio poetico di Ilaria Seclì, intitolato “D’indolenti dipendenze” e, come è successo per altri titoli di questa stessa collana (vedi Astremo, Semeraro, Benedetto, Petrelli), siamo qui a chiederci se anche questo volume mantenga le premesse di qualità, sperimentazione e ricerca che sono insite nel lavoro condotto da Mauro Marino e nella sua continua ricettività/ascolto di quanto accade attorno all’arte ed in particolare alla scrittura nella nostra regione. Ebbene quello di Ilaria è sicuramente uno dei prodotti più maturi usciti in questa collana. La maturità è data, in questo caso, dalla delineazione di sé e della sua poesia che la Seclì è riuscita a rendere visibile in questa raccolta. Fermandoci per il momento a questo risultato possiamo dire che qui sono contenute diverse e molteplici direttrici che porteranno altri buoni versi. Sarà compito dell’autrice scegliere di intraprendere una di queste direttrici come percorso, quella più interessante è sicuramente nascosta nel sottile intreccio tra la parola e il suono, la parola detta, sentita, strettamente collegata al suo significato. Mi riferisco all’intreccio di ‘corde’, ‘fiati’, ‘respiri’ cha danno densità a questi versi. L’effetto dell’opera d’arte ben riuscita è quello di provocare un effetto di ritorno. In alcuni testi della Seclì il ritorno è puramente ascrivibile all’utilizzo di alcuni vocaboli (barbari/barbarie, mongole corde, “Di odore di terra di fuoco carne e feto”), mentre in altri all’utilizzo di un ritmo ricorsivo. Dove il richiamo e l’influenza sono più manifesti l’autrice è brava nel accumulare una serie di immagini dense, che fanno sciogliere in soluzione gli elementi ascrivibili a questo effetto. Un’altra caratteristica rintracciabile in questi versi è la stretta connessione, a livello di senso, tra gesto quotidiano inteso come rito e gesto intriso di mistero della ritualità, il percorso dei mesi, il tempo che spazia attraverso il respiro (Quei mesi artigiani preparavano linde bende e resistenti di sepolcro/e le attorcigliavamo – occhi bassi e pazienti – ai tronchi delle viti.). E’ come se in certi versi – ma questa a dire il vero è una caratteristica che permea la poesia di Ilaria Seclì – ripeto, è come se in alcuni punti la parola venga masticata, venga triturata nei minimi rivoli del suono, in modo del tutto musicale, senza mai ammiccare ad un gioco puramente sonoro o privo di densità.
LODE AD ADE è una delle liriche simbolo del sapiente mescolìo che l’autrice sa condurre tra il sangue e la terra, spalmato nei miti delle teogonie (cfr anche “lo squarto di fegato titano”, in Postuma) e delle letterature, che quasi sempre rincorre e chiude in un’immagine finale degna delle migliori catastrofi: “Che lo sposo nell’utero polveroso attende/che mi asciuga il sudore e il liquido voglioso/la terra che mi succhia/e mi riprende”, così accade anche in Quei mesi artigiani : “[…] stirpe barbarica/a cavallo attraversava il paese/e se ne andava.”.
L’esordio di Ilaria Seclì è compiuto. Su più piani e più sensi, ed è compiuto. Lo è perché le tracce di influenze che affiorano in alcuni luoghi sono prontamente sopite da un carico di immagini notevole, lo stesso carico che viene dosato in un incedere ritmico, denso di rime internem proveniente dall’abitudine di leggere ad alta voce i propri versi, ripeterli come ritornelli, fletterli.
Alcune di queste poesie potrebbero essere tranquillamente cantate e ritmate, in particolare per una di queste (mi guarda di sottecchi mi ha riconosciuta) sembra quasi automatico il rintracciarne la trama e l’intelaiatura sonora. Un esordio che ha saputo coltivarsi ed attendere, buona fortuna.

D’indolenti dipendenze, Ilaria Seclì, Poet/Bar, Besa Editrice,
con un intervento di Giovanni Lindo Ferretti e postfazione di Michelangelo Zizzi

Giuseppe Granieri – “Blog generation”


giuseppegranieri_bloggenerationGiuseppe Granieri in “Blog generation” (Laterza, 2005), analizza i mutamenti che sono avvenuti, sotto il profilo tecnologico e sociale, nella percezione dell’informazione, a seguito dell’avvento dei weblog (nel testo) comunemente detti blog. Sono presenti considerazioni sui fenomeni che hanno anticipato il fnomeno negli anni scorsi (liste di discussione, ICQ) dalle quali si passa ad una trattazione seria e scorrevole di due argomenti: come i blog hanno modificato il livello di partecipazione pubblica al mondo dell’informazione e quali sono le strategie che il mondo della comunicazione e quello dell’economia applicano per trarre benefici dai blog. Un’escursione interessante è dedicata a Google, al passaggio da motore di ricerca/banca dati, a strumento di conoscenza, e di alfabetizzazione (reale e virtuale) con sconfinamenti nella semantica del web.
Questi argomenti fanno da premessa allo sviluppo dell’ultimo argomento che verrà toccato nel testo: i weblog ed il rapporto con il mondo della politica.
Qualcosa è cambiato nel mondo dell’informazione e della gestione dei contenuti, le logiche di funzionamento di un blog sono specchio delle logiche dell’editoria. Se un giornale tratta argomenti interessanti vende, viene letto, e così un blog. Se un giornale tratta un argomento di interesse particolare può accadere che attorno ad un tema nasca un ‘passaparola’, che porta altre persone a seguire gli sviluppi di quel tema, e così accade per i blog. Esistono giornali che sono dichiaratamente di parte e schierati, e così i blog. E’ naturale che i punti forti dei weblog vangano messi in evidenza dai punti deboli dell’informazione giornalistica tradizionale (carta stampata, televisione), e che quindi la rivoluzione dei blog sia indice della mancata velocità dei vecchi media nel tenere il passo (paradossalmente) con l’ansia non tanto di ‘essere informati’ quanto di ‘partecipare’ degli individui. Chi può dire che ciò che viene stampato su un giornale è vero o falso? Es soprattutto, di fronte ad una notizia falsa, come si può replicare? Attualmente i blog sono l’unico modo con cui si può creare un’informazione e diffonderla nel tempo più rapido e con il minor costo. In questo saggio vengono anche analizzate le componenti socio-antropologiche dei blogger come gruppo esteso, le regole di funzionamento dei linkaggi, il meccanismo di costruzione di ‘ontologie dei contenuti’. Scemata la fase di transizione, nella quale si è apcalittici o integrati, si giunge finalmente a riconoscere tutte le implicazioni positive di questo mezzo, non per niente i paragoni che Granieri fa con un periodo storico sono quelli che accostano la blogosfera alla polis ateniese. Si certificano mutazioni di costume che si accompagnano a quelle del linguaggio, “to google” diviene un verbo inglese che significa l’azione di raccogliere informazioni, a prescindere dal motore di ricerca utilizzato. La vastità delle informazioni (più di otto miliardi di pagine) e l’incremento continuo del numero di blog che vengono aperti, i quali possono durare o essere chiusi, non fa temere. Il recente progetto di costituire ‘la più grande biblioteca di tutti i tempi’ è indice oltre che della volontà di dare coordinazione ai contenuti razionalizzandone il reperimento anche del fatto che attualmente la tecnologia permette di raggiungere un tale risultato. Di recente è stato proposto un progetto simile, che dovrebbe affiancare quello di Google, da parte del Governo Francese.
Il blog diviene alleato dei giornalisti perché da una possibilità di approfondimento delle notizie e di confronto con i lettori.
Interessanti le analisi di ricaduta sul mondo della politica che vengono fatte dall’autore. Un candidato che voglia utilizzare internet come un altro mezzo di propaganda compie un errore di valutazione e difficilmente trova corrispondenza nell’esito della cabina elettorale. La rete rivela la sua importanza come mezzo di possibile aggregazione sociale proprio nel momento in cui viene abbandonata, Granieri porta l’esempio di come nelle elezioni statunitensi la rete sia il mezzo più semplice per organizzare i gruppi di volontari.
Il pensiero che vuole comunicare l’autore è che internet, come la radio o come la stampa, offre un immenso potenziale di democraticizzazione e di reale compartecipazione alla vita pubblica, anche quando ‘partecipare’ significa criticare il principio di auctoritas, tuttavia anche internet, come gli altri media, è ciò che noi facciamo diventare con l’utilizzo, dove la responsabilità del gradiente di verità di questo sistema è diffusa in modo planetario (nei paesi industrializzati).
Se questa opportunità, dal mondo dell’informazione non trova corrispondenza nel mondo reale rischiamo di fallire in questa scommessa. Se posso comunicare il mio pensiero contemporaneamente a cento milioni di persone, ma impiego mezz’ora per raggiungere il paesino situato di fronte al mio, separato in linea d’aria da dieci chilometri e collegato da una strada impervia, il rischio è quello che anche l’economia che si è andata costruendo sulle informazioni, rischia di non migliorare la qualità della vita, ovvero: le zone disagiate del pianeta potranno essere raggiunte da un segnale ed essere connesse e restare invece unplugged per il resto degli aspetti della loro vita quotidiana.
Il merito di questo saggio – per chi si avvicina alla blogosfera proveniendo da un qualunque ambito/luogo – è quello di far cogliere le implicazioni sociali di un fenomeno che non sempre riceve una copertura adeguata fuori dalle sezioni dedicate al ‘costume’ delle testate. Esistono, è vero, delle eccezioni. Il discorso di Giuseppe Granieri essendo un discorso sull’impatto sociale non può non tener conto di certe deviazioni, quella per cui, ad esempio, quando si parla di rete in termini sensazionalisti si toccano argomenti come la pedofilia. Il fatto è che la rete costituisce uno strumento di comunicazione/collegamento per tutti (chi può accedere) e per ogni tipo di comunicazione, quindi, come con ogni mezzo, il buon senso genera buon senso.

Blog generation, Giuseppe Granieri, Saggi Tascabili Laterza, Laterza, 2005

Com’è dura la vita per un(o) (s)papero. su SPaperopoli di Gianbattista Schieppati


[1]. Finalmente in libreria Spaperopoli di Gianbattista Schieppati. Ma perché ‘finalmente’? Per chi non conoscesse la vicenda di questo romanzo faccio un breve riepilogo e chi è già informato a riguardo può saltare al punto [2] mentre chi non è informato o vuole leggere un’ennesima versione dei fatti può pazientare fino al punto [2]. Tutto parte da Inciquid il periodico de IQuindici, il gruppo di lettori che fa da supporto alla Wu Ming Foundation nel compito di lettura, recensione e critica dei manoscritti ricevuti (tantissimi) e che sulla rivista elettronica intitolata Inciquid, pubblicano racconti, incipit di romanzi, poesie. Attorno questi lettori, nel giro di un anno è nato un consistente movimento di attenzione, da parte dei lettori, degli autori e degli editori, ma soprattutto di scrittori che finalmente possono far leggere i propri manoscritti da dovunque e senza filtri, se una storia è interessante, te lo dicono. Un anno fa il romanzo “Tre uomini paradossali” di Girolamo Di Michele approdava a Einaudi, nel corso di quest’anno sono stati altri gli editori che hanno accolto le proposte fatte dalla repubblica dei lettori e altrettanti romanzi sono stati scelti, non ultimo Spaperopoli. Ed eccoci all’oggetto di questa lettura. Nel suo romanzo Gianbattista Schieppati prende spunto dal mondo di W**t D****y per dare vita e spessore ai suoi personaggi, dopodiché li strappa al loro mondo di carta in bambagia atemporale per calarli in una ben definita e cruda realtà. L’atemporalità dei fumetti di W*lt D*s**y contiene sempre il suo contrario, l’universalità che dell’eterno, di mito immortale, e la multiformità eccessiva del tempo. Pensiamo a T*p*lino e alle storie ambientante in luoghi e tempi differenti. L’operazione dell’autore di questo romanzo è stata semplice, ovvero: prendiamo per assunto che Wa*t D***ey abbia dato vita ad alcuni dei caratteri più forti della contemporaneità. Consideriamo che, a livello del linguaggio, tutti i ‘caratteri’ divengono patrimonio collettivo. Ci stiamo avvicinando ad uno dei noccioli della faccenda. Se, per fare un esempio, to google in inglese significa effettuare una ricerca con un qualsiasi search engine, l’utilizzo di questo verbo nella scrittura dovrà essere accompagnato a questo simbolo ‘®’? E ancora, facciamo un altro esempio di appropriazione indebita, questa volta al contrario. Vi ricordate lo spot di quella nota marca giapponese produttrice di entertainment (la stessa del wal*man) riguardante la sua ultima consolle, dove la parola inglese FUN era accompagnata ai loghi presenti sulla tastiera dei comandi e al marchio ‘®’? Può una multinazionale appropriarsi di una parola/concetto di uso così vasto come fun? Queste considerazioni sono preliminari e necessarie per comprendere lo scoramento da amante tradito che ha provato Gianbattista Schieppati quando ha saputo che non poteva pubblicare il suo romanzo con il titolo che aveva concepito inizialmente, e cioè, in alfabeto fonetico [PAPEROPOLI]. Altrimenti? Altrimenti niente perché quella parola è di proprietà di Wa*t D*i*n*y. Che fine ha fatto Pinocchio (e i suoi rifacimenti infiniti)? E Pudocchio? E Penocchio? E Dracula? E Iakula? Come mai nessuno fa causa al terribile Diaboldik? Bisogna anzitutto cambiare titolo e, eventualmente, cambiare connotati e nomi ai personaggi. Al titolo basta aggiungere una (S), mentre per i connotati si pensa un po’, per adottare infine il metodo già resosi efficace quando il romanzo era ancora un inedito, ovvero chiedere una mano ai lettori tramite un concorso, chiedendo di rifare il trucco ai paperi di W**t D****y. Rispondono in tanti, sul sito di Teatroinverso potete scorrere la galleria dei partecipanti, anche perché i loro paperi, tutti, sono copyleft e quindi qualora qualche lettore avesse intenzione di sceneggiare una storia più bella di tutte le storie mai sceneggiate da W**t D****y utilizzandone qualcuno c’è il via libera per la vostra immaginazione. Viene scelto il disegnatore, Giovanni Matteo, che illustrerà la copertina del romanzo. Quindi, ricapitolando, autore Gianbattista Schieppati, lettori IQuindici e i lettori de IQuindici, editore Valter Casini di Roma. Questo è, a grandi linee (e vi consigliamo di leggere il resoconto che ne ha dato lo stesso autore sul sito de IQuindici), il prologo della vicenda, fino a maggio, mese in cui il romanzo, dato alle stampe, verrà distribuito.
[2]. Già dall’inizio non c’è niente di rassicurante, siamo nel cesso di una stazione, che poi è il ‘monolocale’ provvisorio dove alloggia Spaperino, il protagonista di questo romanzo allucinato. La carta dove sono stampate le vignette è la vita, un fumetto triste, l’unico modo perché sia vissuta senza disperazione è ridisegnandola nella mente, nel disegnare a parole una vita da latrina il romanzo si avvolge sulla sua stessa metafora, un gioco che fin da subito mantiene alta la soglia dell’attenzione. Chi sarà il primo incontro di Spaperino? Naturale, PaperoZione, che gli paga ed effettua la prima marchetta. Mentre PusherDuck è il secondo ed ha un altro ruolo nella vicenda. Abbiamo fatto il nostro ingresso ufficiale in Spaperopoli. Le piastrelle del cesso sono schermi per visioni lisergiche, gli elementi dell’arredamento sanitario si trasformano, ci osserviamo a scrutare le mille sfumature con lo sguardo fisso nello sciacquone della turca. Lo spigolo sotto il lavandino è comodo, ci si può dormire, ricorda “Un divano dai contorni morbidi”, il pretesto per un flashback dall’infanzia di Spaperino.
Si susseguono gli incontri tra il protagonista, che non esce mai dal buco e diversi avventori del suo cesso, i dialoghi aprono squarci sui desideri di rivalsa dei diversi personaggi, su tutto quello che avrebbero potuto fare se, soltanto se. I nervi scoperti fanno un male terribile e ogni tanto cedono. Il dosaggio della prosa di Schieppati è ritmico, l’autore è abile nel fare scoprire al lettore, passo dopo passo, com’è che si trova in quella condizione, com’è che ci è finito e, soprattutto, perché la città è così piena di paperi e gastoni. E’ un gusto amaro che non si può svelare. Il protagonista, in down completo, vede un mondo stravolto, ed è interessante accorgersi di come gli altri personaggi vivano in un mondo reale e, pur non entrando nel merito delle allucinazioni di Spaperino, la loro sia una normalità sufficientemente stravolta. Quindi, insieme all’utilizzo metaforico dei paperi ci sono il paradosso ed il rovesciamento, in virtù dei quali, Spaperino, oltre che ad essere un derelitto è anche un puro e un ingenuo, nonostante tutto. Interessante è accorgersi di come la percezione del tempo fluttui diversamente nella narrazione.
All’inizio del romanzo è privo di coordinate, proseguendo nella lettura alcuni flashback significativi predispongono ciò che è accaduto a Spaperino prima che finisse alla stazione. Sul finire della vicenda, quando la traccia del piano temporale si fa più lucida, anche il lettore prende possesso del personaggio. Dal buco nero si intravede (forse) una strada che possa far scrollare la pena di dosso e/o proseguire in altre direzioni.
L’esordio narrativo di Schieppati è interessante per diversi motivi. In quale città si svolge la vicenda? Non lo sappiamo, Spaperopoli è lo specchio deformato delle metropoli italiane e delle cittadine di provincia, basta salire su un treno come un gastone qualunque o andare in stazione. Spaperino appartiene ad una generazione che ha attraversato la nebbia a cavalcioni di un enduro o di un Ktm (e non ‘una’ Ktm), con l’heavy metal nelle orecchie di un walkm*n, con la paura ed il terrore di crescere , per di più circondati da incresciosi esempi di adulti anch’essi inadatti alla crescita. Interessante il rapporto con la droga, la droga che fa tornare bambini, senza più pensieri, eterni disegni in una realtà di fumetti. Anche qui la monotonia di un già letto (discoteca-ectasy-pasticche-vuoto del giorno dopo-musica a palla) viene fugata, il ricordo delle scene in discoteca aiuta Spaperino nel riprendersi alla sua memoria. La bravura dell’autore, poste le premesse di questa alterazione metaforica possibile, sta nel non infittire di figure la storia, limitandosi a centrare una manciata di personaggi simbolo, in episodi descrittivi di un’umanità deteriore, che però non sembra sentirsi in colpa di nulla, basta avere i propri codici morali, non uccidere o non rubare, anche se per alcuni rubare è permesso finchè non vengono scoperti.
Che colpa può avere Ciccio se è costretto ad elemosinare come può un po’ di amore?
A questo punto soltanto la lettura può dare soddisfazione a tutte queste curiosità, anche perché prima di leggerlo avrete ben chiaro che in Spaperopoli, nuda e cruda, la realtà ci viene restituita su un vassoio di pillole e tramezzini rancidi, con scarafaggi nelle tasche compresi nel servizio. Ricordatevi di non chiedere al protagonista il suo nome, potrebbe farvela pagare. Scherzo, forse sì se fosse stato Paperino, Spaperino al limite vi proporrebbe un baratto.

Spaperopoli, Gianbattista Schieppati – Valter Casini Editore, Roma, 2005

“Il Merda (Visione)” da Petrolio di Pier Paolo Pasolini. Appunti da appunti.


[71e] Lingua dell’inconscio costruita sulla schisi, estetica e rivoluzione della merda. La Giustezza, l’adeguamento al primo modello, quello della ripugnanza. I due Dei renderanno Carlo ‘consapevole’ della Visione.
Gli individui aderenti al modello sono silenti, “la parola è divenuta una parola di pura presenza fisica e mimica”, gli individui siffatti sono epifanie. La Visione che coglie Carlo nei pressi del Colosseo si svolge all’incrocio tra via Tor Pignattara e la via Casilina. Muraglioni di un acquedotto lontani, case nuove in costruzione, cortili e case costruite a mano dai propri abitanti. Sfasamento nella visione, sbavatura che fa intravedere per un attimo la plebe di cenci e più si stabilizza sulla visione odierna, ‘tutti sembrano usciti da un negozio per abbigliamento’. La visione del girone Bruttezza/Ripugnanza, Blue Jeans/Maglietta “Er culo de fora”.
Nel [71f] la visione del ‘rattoppato’, finto ‘povero’, con i pantaloni a zampa e “impeccabile strettezza dei pantaloni alla vita” altrettanto “impeccabile larghezza sotto le ginocchia”. Con un gusto “anarchico e scandaloso almeno quanto legalitario e codificato”. L’elemento isolato e rappresentato in questo girone è il Conformismo. I poveri non hanno raggiunto l’uguaglianza sociale lottando, è stato loro concesso di conformarsi ai ricchi nell’apparenza.
La Visione è profetica, e strettamente attuale nel suo ripresentarsi. L’innalzamento di soglia del livello della tecnologia, nei paesi industrializzati, cresce e in proporzione aumentano i benefici che gli individui/modelli possono trarne in beneficio per vita quotidiana, tuttavia l’innalzamento della soglia di povertà e l’aumento delle famiglie e dei singoli che vivono al di sotto di questa soglia è un dato di fatto. Sono dati di fatto, oggi, l’arresto della crescita, la carenza di investimenti pubblici nella ricerca, la carenza di posti di lavoro, la crescita enorme di pensieri in qualità e densità. Il lavoro, supervisivo e globale, poteva essere inteso come una necessità, lavorare e spendere per lavorare di più e spendere di più, smarrire la propria identità e le proprie aspirazioni nella ‘ciclosi’ del lavoro. Oggi non basta lavorare perché la sottrazione del tempo dell’uomo, destinata al tempo della produzione non è più sufficiente, se n’è smarrito il senso. Il Merda e Cinzia sono “sempre strettamente allacciati”, e ancora “tenacemente abbracciati”, si tengono insieme. Si sostengono.
[71g] Nei gironi precedenti un elemento significava un modello. In questo è assente un modello di riferimento, l’unico modello al quale si può far riferimento in assenza di una storia è la salute, manca anche questo riferimento, in mancanza di un modello qualsiasi la visione è visione d’insania, malattia mentale, disperazione, apatia. Privatizzazione degli ospedali, privatizzazione della sicurezza e privatizzazione delle carceri, ma ‘riconversione delle ex strutture manicomiali”. Il matto, il folle, il nevrotico, lo schizo, sono improduttivi, sono peggiori dei malati che quanto meno alimentano un indotto farmaceutico e paramedico. La nevrosi è improduttività allo stato viscerale, non se ne può ricavare nulla, nemmeno Visione. Non c’è quindi la possibilità di essere felici del poco, il povero non può accontentarsi del nulla.
[71h] I colori della Visione decrescono in tonalità, mantenendosi accesi, in un tempo sospeso indiscernibile, la stagione è una “tarda primavera o un caldo inverno”.
“Il Merda e la sua mecca” giungono ad un semaforo, nemmeno in questo caso i due si slacciano dalla presa. Questa volta il Modello è addirittura fuori del suo tabernacolo, è una sorta di santo laico che sta predicando ai suoi apostoli. Il “Culto della sua imitazione”, il verbo dell’abiura, “certo di avere tutto il futuro dalla sua parte”.
Nella Visione si mescolano elemento religioso (fintamente reale, atteggiamento posticcio) e sessuofobia, ‘froci’, nella visione profetica Pasolini esprime una constatazione amara e rassegnata. Questi che oggi predicano il falso amore, il falso verbo, continueranno a comandare facendo piazza pulita, sostenuti dalla povertà, dalla credulità, dalla capacità affabulatrice del reale costituito. “La pietra giace sulla strada rovesciata”, il richiamo al Vangelo, alla predicazione, agli Atti come esegesi del verbo che non è il verbo, il rovesciamento del falso nel vero.
[71i-71l] Questi due paragrafi sono dedicati al Perbenismo Borghese e alla Dignità Borghese. Il primo è ostentazione di superiorità sufficiente. La seconda è consapevolezza di superiorità. Il perbenismo può essere un atteggiamento di simulazione anche non propriamente borghese. Perché esso è finzione. La dignità, invece, passa per il rifiuto di tutto ciò che è ostentazione superficiale, è abiura della comune ostentazione, è profondità del disprezzo. Essa sfocia nella poiesi di un ‘rango’. Il rango si esprime trasfondendo la propria esistenza in esistenza militare. Con la differenza che il militare non è più il povero che viene inviato come carne da macello sul fronte ma è, per l’appunto, il borghese arricchito che deve consolidare il suo ‘rango’, molto più simile, nell’estrazione/intenzione, ad un giovane delle SS.
Ancora oggi, come negli anni ’70, la maggior parte dei giovani che decide di intraprendere una carriera militare proviene dal sud, la maggior parte di coloro che sono andati in missione prima dei vent’anni, non hanno subito (alcuni sì) grossi traumi, il termine del servizio di leva, il servizio civile. Il militare come professione responsabile e ben retribuita. Il futuro vedrà la presenza di un unico o la coesistenza di quattro o cinque eserciti, privati, guidati da interessi economici e al di fuori dell’ONU? Le aspirazioni del singolo sono smarrite, quand’anche fosse costruito un automa intelligente in grado di combattere dovrà sempre esserci un soldato al comando. Un robot, infatti, non può subire un processo delle responsabilità. Carne da macello.
[71m-71n] Il codice della vigliaccheria ed il codice della tolleranza. La tolleranza infruttuosa e senza dialogo che è tolleranza del costume, dell’ipocrisia. La vigliaccheria e l’accettazione sottomessa dell’esistente così come viene allestito giorno dopo giorno. Anche il modello della tolleranza predica il suo verbo a persone smaniose non di sapere ma ‘essere’, tollerare tutto senza darsi spiegazioni, vivere nel proprio guscio senza uscirne, adorare l’Uovo. I colori di questa visione sono più accesi, dai rossi (amaranto, scarlatto, porpora, rosato) si procede verso l’arancione. Ci stiamo avvicinando alla luce? Nell’edizione di Petrolio, nella pagina che precede l’inizio del romanzo che ‘non comincia’ è riportato un appunto preparatorio, un elenco di opere, tra cui “Dante ultimi canti del purgatorio” e “De Sade 120 giornate [progetto]”. Nietzsche, descrivendo il suo “Al di là del bene e del male” scriveva che chi avesse letto lo Zarathustra avrebbe trovato nell’opera seguente gli stessi pensieri espressi senza utilizzare i mezzi propri della poesia. Qualcosa del genere accade affiancando ‘Petrolio’ a ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma’. L’utilizzo del mito nella descrizione della decadenza e dell’ipocrisia del Palazzo. Un paragone con esiti e intenzioni diverse: il Satyricon di Fellini, un’opera dalla realizzazione monumentale. Fellini, che in fatto di ‘ricostruzioni’ scenografiche onnicomprensive è stato un maestro, avrebbe secondo me filmato una resa più aderente all’immaginifico pasoliniano, più di Pasolini, che ad esempio in ‘Uccellacci e Uccellini’ o in ‘Teorema’ resta fedele ad un dettato realistico. Chi non si ricorda invece di De Filippo inseguito da un donnone gigante sul viale di un notturno romano?
“Il Merda avanza” [71o] “cammina lemme lemme”, attraverso il girone dove il modello incarnato è l’amore-libero, la sua ostentazione narcisistica, e dove il ‘pistolino’, ‘cetrioletto’, ‘zucchina’ e le palle come ‘patatine’, affiorano da pantaloni sempre troppo stretti, un contenimento. Questa forma di ostentazione è mutuata dal periodo precedente a questo, gli anni “non ancora conclusi della secolare miseria sottoproletaria”. Sottoproletariato e Interclassismo sono gli elementi che contraddistinguono la critica di Pier Paolo Pasolini al mondo che verrà, a distanza di (quasi) trenta anni dalla sua morte la crisi di quei modelli ha accelerato il volgersi della situazione nei paraggi della Visione del Merda, non più “Il Merda: (La visione)”. La distanza tra classe politica e base è acuita, trent’anni di televisione al nostro risveglio si sono rivelati essere trent’anni di propaganda, i lavoratori non vengono presi in considerazione proprio oggi che la mobilitazione di grandi masse di persone, per motivi legati all’espressione libera delle proprie opinioni, è divenuta una realtà tangibile, oggi che la cultura si traduce anche in forme non ideologiche di estrinsecazione.
[71p] Pier Paolo Pasolini era consapevole del fatto che il potere si esprime attraverso una lingua (conscia, inconscia o subliminale) che è la lingua del potere, attraversando le parole, immagini, segni. Nel XIII Paragrafo della Visione fanno la loro comparsa le donne e, concomitante ma non in relazione causale, scompaiono gli elementi di bruttezza e ripugnanza. Le donne sono in blue-jeans, “quelle che non hanno i blue-jeans hanno una gonna così corta (i due Dei hanno il pudore linguistico di non nominarla col suo nome corrente […]”.
L’omologazione, l’annientamento e la conseguente adesione passano attraverso le parole, come il potere attraverso i corpi (saint Michel). L’omologazione è solo uno degli indici della mentalità moderna.
[71q, 71r, 71s] Le ragazze spigliate “non sono più di chiesa”, “l’ignoranza del Vaticano è stata per secoli il modello dell’ignoranza del popolo”, un’ignoranza fatta di praticità, oltre il pragmatismo americano, “ebbene, finito il Vaticano, è rimasta la sua ignoranza, in cui, a causa del suo praticismo totalmente irreligioso, è facile per il modello dello Spirito Laico, dal suo tabernacolo, insinuare il verbo dell’edonismo e del materialismo di carattere americano o comunque tipico dell’intera nuova civiltà”.
Il distacco dallo spirito del Vaticano, nella famiglia, viene salutato come segno del benessere e sua ostentazione, laddove la morale di un tempo predicava una certa accondiscendenza/esaltazione dell’afflizione nella miseria, il matrimonio laico invece esprime socialmente il benessere. Incombe tuttavia un’immagine del passato, le case con gli orticelli, Pasolini trasfigura il paesaggio romano Fuori Porta, caratteristico per gli stravolgimenti subiti in quegli anni.
[71t][71u][71v] Il Merda non tradisce la fatica che prova nel sostenere Cinzia con il braccio, si è deterso il sudore e finge sorrisi, quella stretta è irrinunciabile. E’ la volta del Modello del Conformismo, per la seconda volta Pasolini sottolinea l’impermeabilità del sesso femminile nell’accezione dei Modelli, il maschio è disordinato, la donna sistema e recepisce facilmente, per un insito pragmatismo, i modelli. La donna è vas d’elezione.
[71z][72a][72b][72c][72d][72e] Xx xxxxxxx xxxx’xxxxx Xx Xxxx Xxxxx xx xXXxx XxxxXXxxx X XX x XX xxxxx Xx X X xxxxxxxx xxx xxxxxxxxx x xx, xxxxx xxxx xx xx xxx xxx X xxxx xxx xxx xxx x Bolgie xxxxxx! X x x xx x-x-x forse non sarà domani xxxx Xxx xx x Xxxxxx xvedrai vedraixxx xxxX xx XX xxx xxx xxxxxx xxxx x xx xxxxxx non so dirti come e quando xxxxx xxx x x x xxxx Sono una cosa Sola con due Facce xxxxxxxx xxxxxx xx? Xx xxxxxxx! x xx’xxxx x ‘Ricce!’ xxxxxxx x, xxx, xxx? Xxxxx x’xx xxx’x, xxxxxXxxx,xxx!
[72f][72g][73][74] “Ai politici non gliene importa niente dei poveri; agli intellettuali non gliene importa niente dei giovani”. Questa verità è terrificante. E quest’altra lo è ancora di più, il mondo è totalmente parlabile, tutta la realtà potrebbe essere oggetto di un eloquio costante, e le parole che sono emesse attraverso la mediazione di modelli sono “applicazione meccanica di una verbalità”. “L’illusione è quella di conoscere, e quindi parlare, tutto il mondo”.
Il mondo vero divenne favola, il dialetto pure ne è investito: “grigio e puramente informativo, rimodellato sulla lingua”.
Il Merda crolla, i richiami alla Commedia di Dante, dalla nota di passaggio gironi/bolgie, si fanno più evidenti, è il momento di una turbinosa ascensione di Carlo, durante la quale pensa la sua visione e vive tre agnizioni fondamentali. Il carro sul quale è stato trasportato fin dall’inizio raggiunge lo Zenit della sua ascensione, in un punto dal quale può abbracciare tutta Roma con lo sguardo, “la sua forma era quella – anch’essa inequivocabile – di un’immensa Croce Uncinata”.
Carlo tornerà in sé, si avvierà verso casa per imbattersi nella scena finale della Visione, un simulacro recante una ‘misteriosa’ iscrizione, possibile ‘epigrafe di tutta intera la presente opera (‘monumentum’ per eccellenza). Petrolio. L’opera va letta con urgenza, la stessa nella quale venne meditata. Imbocchiamo via C. Colombo e partendo dall’Euresi giungiamo ad Ostia.

Luciano Pagano

pubblicato nel marzo del 2005 sul numero 5 “Merda d’autore” di Vertigine. Periodico di letteratura a cura di Rossano Astremo.

La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo mediale, di Gabriele Frasca


1. “La lettera che muore”, di Gabriele Frasca, è un testo che affronta le tematiche ontologiche e statutive della parola trasmessa, dalla parola trasmessa oralmente a quella scritta, affrontando le mutazioni di stato che la parola assume con il reticolo mediale che, beninteso, non è la rete. Gabriele Frasca è poeta, scrittore e insegnante di Letterature Comparate, si è occupato di Teoria della Comunicazione, tema centrale di questo suo saggio.
La ‘lettera’ in questione è costituita non soltanto dalla scrittura, ma dalla comunicazione della ‘letteratura’ in senso lato, letterosfera che prescinde dal supporto su cui compare e con cui viene trasmessa.
Marshall MacLuhan negli anni ’30 era un giovane cui era successo, come ad altri giovani, di ascoltare alla radio i discorsi del Führer. L’utilizzo verbale della propaganda rinveniva un senso della parola, un’inquietante potenza dell’orale; la guerra aveva accelerato un processo che portava alle estreme conseguenze il conflitto tra tecnica e uomo, sul campo dell’espressione: “L’ambiente del dopoguerra fibrillava tutto, nella diffusione mondiale dei media elettrici, di quel traumatico processo di accelerazione” (p. 30). I roghi dei libri sancivano l’avvento di un modello di trasmissione della cultura radiofonica, immateriale, nella quale il mezzo non era più vincolante del rapporto uno a uno (individuo/libro), bensì uno a tutti (trasmittente/ricevente). Posto che noi non diciamo ma ‘siamo detti’, il linguaggio non è qualcosa che noi possediamo, dominiamo, di cui disponiamo. Il linguaggio ci ha, viene tramandato, costituisce un patrimonio genetico anche se non strutturalmente codificato secondo la genetica, di mente in mente, di bocca in bocca, la lingua ci utilizza come supporto per tramandarsi, e, tramandandosi, per evolversi. L’origine tribale del linguaggio è connessa alla funzione di ‘ricordo’, modificazione dell’orientamento di strutture cerebrali nell’ottica di ‘rivivere’ un evento, un monito, un’informazione che fa parte del patrimonio della comunità. In epoche dove la trasmissione della scrittura non era connessa all’utilizzo di supporti facilmente duplicabili e diffondibili il ricordo e la cultura erano orali. Solo con l’invenzione del papiro, con la sua esportazione dall’Egitto alla Grecia, c’è stato l’avvento della ‘letteratura’, quando un messaggio divenne trasmissibile su un supporto capace di divenire merce. Interessante, nel saggio di Frasca, percorrere le tre linee critiche delle fonti utilizzate per comunicare questa evoluzione da una fase ’orale’ ad una fase ‘scritta’ della cultura. Da un lato le vicende di scienziati sul funzionamento e sulla nascita del linguaggio come segno ‘distintivo’ dell’uomo, non la coscienza, bensì il linguaggio e l’organizzazione complessa delle sinapsi, rendono alla nostra specie la possibilità di comunicare. Nel cervello non si stabilisce ‘un’ collegamento, ma sempre differenti tipi di collegamenti, di strutture, un turbinio di relazioni che sfociano in una parola, con percorsi mai univoci e non legati causalmente. Viene in mente la seconda fonte del legame tra ‘discorso’, linguaggio come protesi, incorporazione del discorso. A questa linea si affianca l’impianto teorico della comunicazione, si sta scrivendo di media e trasmissione dei messaggi:

‘I media, tutti i media, a partire dal linguaggio, sono protesi, e le protesi, per funzionare, devono tornare (per quanto estroflesse ed evanescenti siano) a incunearsi, magari con l’ausilio stesso del “dolore”, cioè del “più potente coadiuvante della mnemotecnica”, nella carne’ (p.38).

Questa affermazione, ascrivibile ad un’epoca preistorica, o localizzabile in popolazioni non evolute, tuttavia già verbali, trova riscontro nella nostra società. L’oralità ha un carattere di pervasività che è maggiore rispetto a quello della parola scritta, che presuppone un’attenzione da parte del lettore che deve ‘specchiarsi’ in un testo per riprodurre dentro sé un discorso. Il lettore, in quel momento è mezzo di trasmissione molto più che la pagina che contiene le parole. La nascita della scrittura, una volta uscita dalla cerchia ristretta di sacerdoti e scribi, una volta resa democratica, avviene all’insegna della ‘parassitosi’ della lettera scritta nei confronti della lettera orale. La lettura si pone inizialmente come lettura ad alta voce, come ‘dettato’; esiste una stretta connessione tra verbi che descrivono l’atto del leggere, in greco e in latino, e verbi che hanno a che fare con il ‘dire la legge’, tramandare. Accadrà con l’apostolato/epistolato di San Paolo – mi si passi il secondo termine che nel saggio non viene utilizzato, per tradurre questa dicotomia – che la lettera, l’espistola, diverrà il veicolo di trasmissione del verbo. Nelle intenzioni di San Paolo, come scrive Gabriele Frasca, per attuare un fenomeno di trasmissione/recitazione in pubblico del messaggio, l’epistola è intesa come spartito (con assonanze, ritmi, ritornello) orchestrato e adibito per essere detto in pubblico, con un meccanismo ‘radiofonico’. Infatti le epistole circolarono in un periodo immediatamente precedente alla stesura dei Sinottici, di conseguenza in esse era il messaggio originario. Tuttavia è avvenuto che le epistole – interessante questo passaggio del testo di Frasca – nel tempo hanno perduto questa loro funzione ‘teatrale’, di supporto ad un messaggio che andava comunicato ‘dal vivo’ e si sono cristallizzate, viene in mente di dire, in una ‘liturgia della parola’. Frasca sintetizza questo passaggio come passaggio alla Religione del Libro. Un fenomeno che la vividezza e la contemporaneità delle epistole in contrapposizione alla Torah, cercarono di risolvere. Le Religioni del Libro:

procedono piuttosto da un impasto mediale atto a normalizzare le pratiche entusiastiche legate alla “cultura orale” (p.70).

Il rapporto di Platone con la cultura degli Aedi, quello di San Paolo nella scrittura delle epistole, atte a ‘svegliare’ dalla ‘lettera che muore’, i giudizi contrari alla diffusione del libro individuale a mezzo della stampa tipografica, tutti questi, in sequenza cronologica, sono momenti di frattura, transito, passaggio traumatico da un medium a un altro, verso una trasmissione del messaggio che diviene, di grado in grado fino ai media elettrici, sempre più rapida, evanescente, facilmente fruibile.
In seguito l’autore prende in considerazione la diffusione delle opere su carta pergamenata, e considera come il cambiamento del supporto e il divenire del ‘codice’ come oggetto individuale abbia modificato la costituzione delle opere, facendo nascere, all’interno delle narrazioni la figura del narratore, della cornice, ‘contesto’ entro cui il codice, divenuto teatro autonomo di figure, trova espressione. L’esempio di riferimento è il Decameron di Giovanni Boccaccio. In esso vengono create la dimensione dello spazio e del tempo ritagliate rispetto allo spazio ed il tempo del lettore. Nel Don Chisciotte, invece, viene compiuto un passo ulteriore, la sospensione del tempo, l’autoidentificazione del lettore individuale nelle vicende narrate sotto il punto visuale del personaggio:

E’ l’atto di nascita dell’immaginario moderno, sussunto, in un’adesione volontaria, disincantata, de-identitaria e “a tempo”, da tutti gli eventuali interconnessi come forma stessa possibile, e metastabile, della vita dell’individuo” (p. 133), e ancora “Atto di nascita del romanzo moderno” (p. 136).

Gabriele Frasca ripercorre le vicende del Don Chisciotte nelle sue traduzioni fino all’Inghilterra del XVIII secolo, traccia le influenze che quest’opera ha seminato nel romanzo francese e in quello inglese, con risonanze nella prefazione del Robison Crusoe. Il suo sguardo in seguito si sposta sul romanzo di Laurence Sterne, Vita e opinioni di Tristam Shandy. E’ il momento di una breve riflessione. Questo saggio tramite l’excursus di opere fondamentali della letteratura, evidenzia come queste opere siano riflesso concomitante di profondi cambiamenti dei mezzi di stampa e diffusione della parola. Così come il Don Chisciotte si fa cartina al tornasole dell’affermazione della stampa tipografica, così il Tristam Shandy della diffusione di una stampa avviata a divenire un fenomeno industriale, con l’utilizzo di quotidiani e manifesti. Viene rintracciato un legame profondo tra struttura dell’opera e capacità di trasmissione del mezzo, dove ad un aumento delle possibilità da un versante, ne consegue un adeguamento, anche stilistico e strutturale, all’altro. Ci si chiede, una volta compreso questo processo, quali saranno i mutamenti dell’opera letteraria nell’era digitale, un discorso parallelo, per quanto riguarda i quotidiani a stampa, si potrebbe fare con i blog, considerandoli alla stregua di quotidiani, potenzialmente superiori sotto certi punti di vista (diminuizione dei costi, elevato potenziale di raggiungimento del lettore). Ecco che la letteratura in rete non sembra ancora raccogliere tutte le sfide offerte da questo potenze mezzo, tranne per le opere dichiaratamente e strutturalmente ‘multimediali’, che Frasca ha chiamato in altri punti di questo saggio ‘ibridi’. Sulla rete le informazioni possono raggiungere un grado di pervasività e descrizione del reale talmente elevato da produrre diverse copie, stratificazioni del reale stesso. La carta geografica (informazioni) che descrive l’impero (mondo) è così dettagliata, la sua dimensione è quella dell’impero stesso, la scala non è una ma molteplice e stratiforme. In realtà, data appunto la stratificazione non unitaria ma molteplice della rete, le ‘repliche’ del mondo, le ‘descrizioni’ sono molto più numerose di quando non sia programmabile in ogni progetto di descrizione/narrazione del mondo (romanzo?) o di sue porzioni “non c’è più bisogno di rileggere il mondo, basta costruirlo in scala adeguata” (p. 149) (costruire, non riprodurre).
Una questione per chi si occupa di narrativa e scrittura potrebbe essere questa: e se nell’era delle lettere digitali una delle forme di descrizione più adeguata fosse l’operamondo? E se non bastasse più selezionare porzioni di mondo ma si sentisse il bisogno spontaneo di darne ‘repliche’?:

[…] il mondo immaginario nella fase pervasivamente “periodica” della cultura tipografica (cioè nella sua fase capitalistica e già massmediale) è per davvero il mondo (pp. 160-161).

Siamo giunti così alle soglie dell’era moderna. L’opera di James Joyce nelle sue espressioni più elaborate, l’Ulisse e la Finnegans Wake, si pone a cavallo tra due conflitti bellici. L’informazione e la ‘letteratura’ non sono oramai fenomeni puramente legati al supporto cartaceo, il mondo è diventato a pieno titolo ‘elettrico’. Solo apparentemente, e non a caso, con l’Ulisse sembra doversi necessariamente chiudersi un cerchio, così come nell’Odissea si chiudeva il sipario sul mondo degli Aedi e veniva creato il protagonista (primo) di un nuovo modo di sentire, Ulisse, così in queste due opere di James Joyce si assiste alla completa deflagrazione del linguaggio nel mondo e della letteratura nell’era dell’elettricità e della completa riproducibilità. Nell’Ulisse il quotidiano si fa romanzo, la lettera si fa lettera dal vivo, per l’esattezza il 16 giugno del 1904. La trasformazione è radicale, il passaggio dalla spersonalizzazione della voce, con il grammofono, alla possibilità non solo di delocalizzarla nello spazio e nel tempo, ma anche di frammentarla e montarla, cominciano a rendere superfluo l’adesso dell’emittente.
Degli ultimi due capitoli del saggio di Gabriele Frasca, il penultimo è dedicato all’opera di Beckett e agli esiti radicali di sfruttamento del potenziale espressivo offerto dai nuovi mezzi di trasmissione della parola (radio, televisione); l’ultimo, riepiloga con riflessioni su testi di P. Dick, questioni sollevate dall’inizio, con posizioni scettiche nei confronti della ‘durata’ di una letteratura su carta nell’era della sua iperproliferazione (‘ogni data di edizione è già una data di scadenza’, p.281) ed esiti che non escludono soluzioni: “Occorre avere il coraggio di assumere ciò che va assunto (“ingoiare” la morte), e poi, con altrettanto coraggio, in un’epoca in cui la massiccia dose di informazioni ci arreda costantemente la vita coartandoci al passato “narcisistico” (e giù “tutte le canzoni dei Beatles mai scritte”, diffuse da ogni emittente radiofonica), espellere tutto il resto.” (p.315).

2. In questo saggio sono analizzate le conseguenze che ogni cambiamento del mezzo (tipografico, elettrico, digitale) hanno portato alla struttura e alla genesi di alcune opere cardine della letteratura occidentale; ci siamo anche chiesti quali cambiamenti potrebbero essere apportati, in questo percorso, alla genesi di opere ipoteticamente ‘multimediali. Adesso ci chiediamo se il concetto stesso di opera multimediale potrà uscire mutato dalle riflessioni de “La lettera che muore”. La domanda, precisamente, potrebbe essere posta in questi termini: che forma e che struttura potrebbe avere l’opera che più delle altre rispecchia le innovazioni apportate dall’era digitale, e più preceisamente dall’avvento delle tecnologie di espressione della rete, nella letteratura? La risposta è che l’opera multimediale, l’utilizzo di link tra diversi paragrafi di un’opera tradizionale, l’inserimento di immagini, musica, suoni e altri plugin multimediali potrebbero rendere un’immagine soddisfacente dei supporti particolari di cui si comporrebbe quest’opera.
L’opera totalmente multimediale, come a loro tempo il Don Chisciotte o l’Ulisse, sarebbe un’opera che più rispecchia, in struttura e dinamismo tra i livelli dei contenuti, l’era mediale.
Un’altra ipotesi, tuttavia, è possibile. Tutte le mutazioni della struttura sin qui prese in considerazione da Gabriele Frasca sono mutazioni i cui risultati, per quanto influenzati dai mutamenti del mondo circostante restano sempre risultati impressi, incisi, incuneati nel corpo e nella carne, ‘sulla carta’ (papiro, pergamena, codice, stampa a caratteri, stampa tipografica, stampa industriale, radio, grammofono, incisione e manipolazione della voce, screen). Quale scenario potrebbe prefigurarsi in un’epoca in cui la carta non sarà più il supporto prediletto per la stratificazione della ‘letteratura’? Il passaggio della lettera dalla carta al digitale dello schermo, una volta avvenuto e una volta non più, per l’appunto, un passaggio, può condurre ad altre ‘soluzioni’ di forma e contenuto, le stesse che avvennero nel passaggio a supporti materiali differenti? Poniamo il caso che il nostro quesito, a questo punto, sia di questo tipo: quali modificazioni può subire la struttura di un’opera scritta e stampata su carta dall’avvento dell’era digitale se l’opera stessa abbandona la carta come supporto? E, al contrario, quali mutazioni potrebbe apportare l’era digitale all’opera che resta impressa con inchiostro su carta?
Esistono pubblicazioni, anche recenti, che cercano di replicare al loro interno la struttura orizzontale e rizomatica dei modelli presenti in rete. Potrebbe tuttavia prefigurarsi un altro tipo di esito. Facciamo un passo indietro a quando Gabriele Frasca, in questo saggio, ha descritto la nascita del rapporto tra autore dell’opera e fruitore della stessa. Questo rapporto, in un testo stampato su carta, nasce sotto l’insegna della divulgazione e della ‘creazione’ di alcuni meccanismi, come la sospensione, il narratore, la cornice, il contesto. Il ‘lettore individuo’ legge un’opera e può, eventualmente, rendere partecipe qualcun altro delle idee contenute in quest’opera, come succede ad esempio nella scrittura di una recensione ad un’opera o di una lezione scolastica ispirata dal commento di un testo poetico. La modificazione che la rete può apportare nella scrittura/struttura di un’opera letteraria consiste allora nella ‘condivisione’ di tutti i processi (dalla stesura alla diffusione) dell’opera stessa. La rete facilita e rende possibile un processo che, altrimenti, con l’opera tradizionale, per quanto possibile, sarebbe sempre più lento e limitato nel tempo, il processo di condivisione di un concetto in costruzione. Un esempio di ciò può essere rappresentato dalla scrittura di opere collettive, qualcosa che è accaduto anche in altre epoche della letteratura, un processo di stratificazione che ha portato in maniera ‘popolare’ e meno consapevole alla stesura di opere come l’Iliade, l’Odissea e di cui la Bibbia, ad esempio, è un prodotto già mediato da un’ulteriore stratificazione storica. Ogni ampliamento dei mezzi fornisce nuovi strumenti per interpretare la realtà. L’opera multimediale si configura all’insegna della condivisione. Al di là della capacità nel raccogliere questa sfida da parte degli autori contemporanei, la quantità di informazioni accessibili (ma non necessariamente trattenibili) in rete, potrà generare, in assenza di spirito critico, un overflow cognitivo, un cortocircuito di discorsi interiori, lo stesso che costrinse – come racconta Gabriele Frasca in un passaggio del testo collegando la capacità persuasiva resistente del mezzo vocale – sotto forme di ‘voce’ Mark David Chapman, all’assassinio di John Lennon.

3. Un messaggio di speranza critica, quello di Gabriele Frasca ne “La lettera che muore”. Il reticolo mediale, l’amnio della letteratura, non sembra avere scalfito la capacità della letteratura di cor(t)ocircuitare i discorsi e le scritture, con essi la storia e la memoria; filosofi e scrittori che emergono dalla lettura (Boccaccio, Cervantes, Sterne, Flaubert, Joyce, Beckett, Adorno, Benjamin, Deleuze, Guattari) non hanno smesso di essere significativi e di comunicare, i loro testi di essere frammenti di nastro sovrapponibili e interpretabili, in un processo che, dopo la lettura di questo testo, non possiamo più soltanto credere possibile ‘nonostante tutto’, senza il dubbio plausibile che si possa trattare di un ultimo colpo di coda, il testo di Frasca è trasmesso nella forma tradizionale del libro e al termine della lettura non sappiamo se continuare a fidarci o se questa sensazione residua di dubbio non costituisca l’esito migliore di questa lettura.

La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo mediale, Gabriele Frasca,
Nautilus, Meltemi Editore, 2005, pp. 360, € 25,00, www.meltemieditore.it

Mille di questi anni? su “2005 dopo Cristo” della Babette Factory”


Che cos’è il genio? Fantasia, intuizione,
decisione e velocità di esecuzione”

da Amici Miei (1975)
di Mario Monicelli

 

Le varie anticipazioni comparse in rete e su periodici ci avevano lasciato al progetto di romanzo collettivo “Chi volete che sia il prossimo” della Keaton Factory, dopo due anni di lavoro il risultato, pubblicato da Einaudi il 7 giugno scorso, si intitola “2005 dopo Cristo”, della Babette Factory, nome che riunisce le penne e le menti di Christian Raimo, Francesco Pacifico, Francesco Longo e Nicola Lagioia. Sulla scena incrociano le loro storie in ordine sparso un presentatore televisivo, nato nella televisione, vissutoci fin da bambino e che soltanto al termine della storia diventerà maturo, al punto da accorgersi che non poter essere più un enfant prodige; un altro personaggio (difficile trovargli una qualifica dato che di mestieri e di occupazioni ne ha avute molte) contraddistinto dal nome di un noto giocatore degli anni ’80, e già qui ci è dato modo di comprendere il taglio temporale che è stato scelto dagli autori per questa storia, gli anni scorsi sono congelati, la loro storia è consegnata all’oblio, gli eventi degni di produrre storia sono le trasmissioni televisive, il programma condotto dal protagonista è proprio incentrato sui ‘rifacimenti’ delle trasmissioni televisive più famose degli anni ottanta e novanta. Se dovessi dare una definizione di come viene avvertito il tempo in “2005 dopo Cristo”, direi che la condizione che viene a crearsi è quella di ipertemporalità calata in iperrealtà, quest’anno viene da subito presentato come emblematico. Emblematico, ad esempio, è l’accenno che si fa alle eclissi di sole, creando un’aspettativa degna di un armageddon biblico, la pianificazione dell’omicidio del Premier su uno sfondo simile sembra assumere i toni di un’apocalisse metropolitana. La prima parte del romanzo ha i toni di una storia di spie, a partire dalla costruzione del complotto per uccidere il premier, ordito da un gruppo capeggiato con a capo un esponente della politica, scaltro burattinaio che muove i fili della vicenda, orchestra il delitto, inventa la copertura, mette alla prova il ‘prescelto’ (un perfetto incompetente e paranoico), crea l’ambiente adatto affinchè la ricezione della notizia e lo stesso evento siano accolti dalle persone con risultati mediatici perfetti. C’è Abate, figura inquietante di neo-terro-situazionista, terrorista-pop che nella prima parte della narrazione attira su di sé le attenzioni del lettore, che si chiede, da un momento all’altro, quale sarà il suo ruolo nel complotto, gli autori infatti ce lo presentano come in grado di compiere ogni tipo di azione, dal sequestro di persona all’azione di disturbo. Il lettore che vorrà identificarsi con il terrorista-pop resterà deluso, dopo essersi facilmente innamorato di Ilaria, la giovane giornalista, finirà col vivere a casa sua progettando colazioni, dormendo e consumando rivoluzioni sul suo lap-top, per poi trovarsi sprofondare nel delirio completo. Infine Simone, l’attore sperimentale, personaggio doppiamente importante, capirete il perché leggendo il testo. Uno dei punti forti di questo romanzo sono le descrizioni della società con gli elementi di critica ad essa che sono contenuti nella narrazione. Si parte da un’analisi spietata della realtà creata dal mondo della televisione, la televisione potrebbe sostituire i libri di testo, non come elemento ‘sussidiario’ di approfondimento, bensì mezzo di ‘riscrittura’ della storia nel suo complesso, da Kennedy a Hitler, da Gandhi, per l’appunto, al Premier. La ‘galleria dei personaggi’ è una replica di tic nervosi e televisivi, la citazione della trasmissione dove la citazione del ‘Il gioco delle coppie’ non giunge a caso, “2005 dopo Cristo” è pieno di ‘coppie’, la coppia di registe (omologo femminile degli ideatori di Matrix?), la coppia di cantanti fallite (Paola e Chiara o Kris & Kris?), la coppia terrorista & compagna che si tramuta velocemente in terrorista & nuova compagna, la coppia prescelto & compagna zen, la coppia Pasquale & Pasquale, c’è solo un personaggio che non è in coppia, Simone appunto, lasciato da Barbara all’inizio del romanzo (questione in sospeso possibile riappacificazione). Sul finale, ad un incontro friulano di Forza Italia farà la sua comparsa un bambino, cui Simone dovrà fare da padre provvisorio, per poi essere costretto, in seguito, a prendersi cura di un altro bambino ancora più inerme e bisognoso di cure.
Ci sono due elementi che inverano la fiction di questo romanzo, permettendoci al termine della lettura di tornare al mondo pensando ‘è una storia…ma se accadesse davvero?’. Il primo elemento è voluto e specificato fin dall’inizio, questa storia, malgrado abbia a che fare con nomi, situazioni e personaggi noti del mondo reale, attinge ad essi in quanto ‘repertorio di un immaginario condiviso’. Questa scelta permette di giocare con moduli di realtà, e non stereotipi, con il risultato che la veridicità del racconto si trasforma in possibilità e che la finzione sia sempre in osmosi con la realtà dei fatti, i momenti nei quali si crea il cortocircuito tra i due ambiti (grazie appunto alla ‘condivisione’ con il lettore dell’immaginario) sono i più riusciti.
Chiariamo subito un dubbio, l’immaginario in questione non è semplicemente l’immaginario televisivo passato o presente, in quest’immaginario non troverete soltanto, per fare un esempio, L’Allegro Chirurgo, il Drive-In, le feste Endemol, i Format di Nuova Concezione, il Facoltoso che Diventa Proprietario del Manifesto, elementi cioè che in altre narrazioni fanno parte di una rassegna di Neonostalgie per addicted to eighties, un esempio di utilizzo dell’immaginario per chiudere una storia in due righe: “Quentin e Raul si guardano come due che in un’altra vita sono stati soci in affari. Il primo è fuggito in Svizzera con l’incasso. Al secondo sono rimasti i debiti” (p. 28).
Il secondo elemento, esterno alla narrazione, è puramente legato agli accadimenti della storia recente occorsi nel periodo in esame, e cioè al fatto che l’aprile del 2005 del nostro paese è stato scosso da due altri avvenimenti che sono rimbalzati mediaticamente da una parte all’altra tra schermi televisivi e testate giornalistiche, ovvero la sconfitta del partito del Premier alla tornata elettorale delle Regionali e la morte di Papa Giovanni Paolo II, con la conseguente elezione di Benedetto XVI (in secolo Joseph Ratzinger). Al termine di questo complotto ricostruito al minimo dettaglio ci viene un dubbio, quello cioè per cui l’operazione finale del complotto sia stata bloccata in tempo perché non avrebbe potuto ricevere il risalto mediatico che meritava, con il rischio di rubare spazio interessante (e imbarazzante). Questo secondo elemento, tuttavia, non fa che confermare l’ipotesi per cui gli autori siano riusciti ad astrarre il particolare momento storico creando una storia che funziona al di là del tempo per cui è stata concepita pur avendo bisogno di questo Premier e della nostra storia recente per essere credibile, il Caso Italia, in proposito, resta un’emblema della contemporaneità. “2005 dopo Cristo” racchiude una storia accattivante, un esordio che scorre veloce e moltiplica le domande sulla realtà fittizia che ci circonda, messa lì a bilanciare telegenicamente l’assenza di partecipazione nella vera realtà che ci interessa (vedi recenti carenze di quorum). Chi volete che sia il prossimo?

Audiodrome. Filmica in lingua minore.


“audiodrome non è un sistema, né una struttura organizzata. audiodrome sfugge ad ogni controllo. audiodrome è la connessione casuale dei suoni più disparati. è evento sonoro del mondo circostante. audiodrome è in ogni luogo”

In una Londra grigia, afflitta da una pioggia eterna e fastidiosa, ai limiti della catastrofe naturale, un uomo riesce a trovare una ragione che gli permetterà di elevarsi al di sopra dello squallore in cui versa la sua vita, la sua quotidianità di lavoratore suburbano all’interno di un ufficio, 12 ore al giorno, dalle 8 alle 20, senza sosta.
L’elemento scatenante della vicenda è casuale, un invito per prendere parte gratuitamente ad una mostra che ha come tema centrale la musica. Questo il pretesto di “Audiodrome”, esordio narrativo di Andrea Ferreri, prodotto dalle Rizomaedition a Milano, un testo Nocopyright stampato con licenza Creative Commons. La prosa di Andrea Ferreri è pulita, non ridondante, senza eccedenze. La vicenda si svolge in una città dove i palazzi di notte si trasformano in Babilonie, ogni palazzo una babilonia di diversi piani dove tutto può accadere, dove di notte è difficile restare vivi se non nascondendosi nel proprio appartamento. Il sottotitolo dell’opera “Filmica in lingua minore”, comunica la scelta di narrare in maniera asciutta e descrittiva, coincidente con la scelta di un lessico reale, tangibile, diretto. “Sapevo di essere in anticipo per quel genere di party, ma non riuscivo a resistere, dovevo uscire per forza, avevo la rota ed ero troppo carico per restarmene a casa. Uscito, andai a prelevare un po’ di soldi al bancomat sulla Stanford Street. poi entrai nel primo negozio che trovai aperto e comprai sigarette e ricarica del telefono. Mentre uscivo dal negozio, con la testa bassa, intento a grattare il codice della ricarica, urtai con la testa contro il petto di un omaccione di centodieci, centoventi chili. Lo sentii pesantemente travolgermi. – MERDA! -“
A questo si unisce la presa diretta del racconto, costante punto di vista della narrazione, dall’unione di questi due elementi, lingua aderente alla realtà, senza sbalzi e velocità della ripresa e trasmissione delle immagini, nascono momenti che slittano in dimensioni poetiche: “Pagai il conto e lo salutai. Rimase con lo sguardo torvo, fissato su qualcosa, seduto sullo sgabello, con le gambe rigide e le braccia appese sopra un corpo mortificato. Sembrava un manichino in disuso, buttato in un seminterrato e lasciato morire in una postura scomposta”.
Andrea Ferreri, con il suo esordio, costruisce una dimensione letteraria che non va fuori misura, sicuramente degna d’attenzione, dove innesta le due idee di critica al cinismo della metropoli e pensiero fantascientifico-cerebrale, situando la vicenda in un presente/impresente sospeso, dove Londra, ad un certo punto, svanisce in non-luogo malgrado la puntualità dei riferimenti geografico-verbali. Le vicende del protagonista continuano, ad un certo punto, dopo il suo licenziamento, tutto prende una nuova piega, il suono diventa una costante della sua vita, la nuova interpretazione di esso ed il nuovo porsi nei confronti del vissuto sonoro portano il cambiamento nella sua esistenza. “il suono mi stava cambiando, aveva la forza di farmi fare e pensare cose che precedentemente avrei reputato come vere e proprie pazzie, stavo diventanto come lui, di getto, immediato, senza mezze misure”. Il suono cambia la vita del protagonista, o almeno così intende farci credere l’autore, da questo punto in poi la vicenda, fino al finale, prenderà un’altra dimensione, il suono non è più qualcosa che viene semplicemente percepito, sentito, udito, ascoltato, suonato; il suono diviene così pervasivo da invadere il corpo del protagonista, decidere per lui, fargli provare ogni genere di sensazione attraverso il vissuto sonoro, ripeto, fino al termine della narrazione, dove, tra suono e protagonista non ci sarà più differenza.
Audiodrome è una short novel in cui viene ricostruita un’atmosfera da orrore metafisico, non vediamo cosa accade, possiamo soltanto immaginare che cosa sta succedendo, nulla ci è dato di sentire, le pagine fruscianti nascondono un segreto, la prosa asciutta e scorrevole di Andrea Ferreri e la trama avvincente compiono il resto. Buona lettura.

Audiodrome è distribuito a Lecce presso la LIBRERIA ERGOT, in Piazzetta Falconieri
Andrea Ferreri,Audiodrome. Filmica in lingua minore, Rizomaedition, 2005, pp. 72, rizomaedition[at]libero.it

1527, l’anno del Sacco.


Partiamo da una considerazione, quotidianamente siamo informati dai mezzi di comunicazione di tutto ciò che accade nei teatri di guerra del contemporaneo, luoghi dove si combattono conflitti, dove la religione assume un ruolo determinante. La religione in questi casi viene investita di un ruolo che non le compete, la religione è infatti devozione, ritualità del quotidiano, re-ligo attaccamento alle cose, fede; la guerra è invece conflitto armato di interessi politici ed economici; oggi, questi conflitti, sono lontani dall’Europa, o quanto meno possiamo dire che in Europa non vengono combattuti conflitti armati su larga scala tra gruppi religiosi differenti. 500 anni fa non era così. 1527, il romanzo di Andrea Moneti, è ambientato a Roma negli anni che precedono e seguono immediatamente il 6 maggio del 1527. In esso viene narrata, sullo sfondo delle vicende storiche, la storia personale di Heinrich, capitano d’armi teutone. Può essere detto subito e a scanso di equivoci – anche perché 1527, pubblicato nell’aprile del 2005, ha abbondantemente fatto messe di premi letterari e lettori – può essere detto e senza nulla togliere alla godibilità di un testo scorrevole e allo stesso tempo avvicente, il fulcro della narrazione è nello scontro di rapporti di potere differenti. I compagni d’armi di Heinrich sono gli stessi che lo osservano ogni giorno, che lo hanno accompagnato in tutte le battaglie, nelle sconfitte e nelle vittorie; gli stessi, al riparo, grazie alla stima del loro capitano, lo terranno sotto controllo per tutto il corso della narrazione, tendendogli trappole, seminando il suo percorso di accidenti, arrivando perfino a creare occasioni nelle quali Heinrich potrà morire da un momento all’altro. Perché? Lo stratagemma narrativo, che si rivelerà poi incipit e allo stesso tempo soluzione dell’enigma, è uno scritto di Heinrich – è bene non specificare la natura dello scritto affinché non venga rovinato l’effetto di sorpresa della lettura – in questo scritto sono rivelati i sentimenti del capitano nei confronti del suo operato, della religione e del conflitto personale tra individuo e potere, tra dovere di rispettare gli ordini e possibilità di lasciare spazio alla proprio meditazione interiore, gli anni sono quelli più crudi della Riforma, la prospettiva è differente da quella di un altro romanzo ambientato nello stesso periodo, Q di Luther Blissett, differente perché il periodo abbracciato oltre ad essere delimitato, racchiude anche un minor numero di personaggi.
Le categorie mediante cui si possono interpretare i fatti storici sono frutto di processi risolutivi, mutevoli, il fatto – ciò che è accaduto – prima di divenire Storia (se e quando lo diventerà), passa attraverso strati, è notizia, racconto, narrazione, passaparola. Ci si rivolge alla storia, bagaglio inesauribile di storie differenti, per comrpendere il presente. Il periodo del Medioevo, poi, è quello sicuramente più ricco di storie e narrazioni, capovolgimenti e mutazioni, anzitutto perché la sua durata è superiore ai mille anni, inoltre perché di una stessa narrazione esistono molteplici versioni, essendo il periodo in questione totalmente al di fuori della logica di ogni comunicazione di massa. Questo periodo – il romanzo riesce a rendere bene il senso di ‘concitazione’ – vede la città di Roma in pieno Sacco, e, assieme ai saccheggi infiniti e gli sberleffi perpetrati contro l’autorità papale, il prologo di ciò che sarà la devastazione portata dalla peste. A contrastare la peste e la barbarie non è la Storia, ma gli uomini, Heinrich, il capitano d’armi, e Stefano, il medico, conoscitore dei principi dell’alchimia, il cui operare è sorretto da principi filosofici. Stefano salverà Heinrich da morte certa per poi entrare a far parte della sua vita e di sua figlia. Le descrizioni sono realistiche – l’autore è anche collaboratore/curatore di un sito dedicato alla storia medievale – ma non eccessive, la riflessione sulla guerra di allora diviene ottimo specchio per riflettere sulle guerre di oggi. Bellissima la scena dell’agguato teso dagli spagnoli, dove gli archibugi di un tempo echeggiano le armi di oggi, sembra di sentire fischiare i proiettili, l’odore di polvere da sparo, la puzza di bruciato della casa messa a fuoco. La stessa descrizione delle violenze subite dalle malcapitate che le guarnigioni trovavano quando saccheggiavano le case ricordano più le cronache dalla guerra in ex-Jugoslavia. E’ appunto il realismo storico – crudo dove deve essere ma non truculento – che più affascina in questa lettura, del tutto assenti infatti le descrizione tecnico-scientifico-pletorico che affollano i romanzi blockbuster. I dubbi che assillano la mente di Heinrich, non solo stanco di combattere, ma anche desideroso di trovare una risposta alla sequela di morti seminano il percorso del suo esercito di mercenari divengono anche i dubbi del lettore, il secondo nucleo della storia, quello che segue il Sacco di Roma, dà lo spunto per la germinazione di un intreccio nella storia, un thriller dove l’assassino insegue il protagonista, braccandolo fin nel suo giaciglio e celandosi, senza mai farsi scoprire fino al termine della vicenda. 1527 è un libro dove forma e contenuto si equilibrano

“Ognuno di noi può rinascere. Se lo vuole”.
“Rinascere?”.
“Nessuno conosce il proprio futuro, ma ognuno ha sempre una scelta da compiere. Puoi vivere una vita diversa da quella per cui sei stato predestinato. E se ne sei intimamente convinto, fallo. Altrimenti vivrai fino agli ultimi giorni della tua esistenza con il rimpianto”.
“Qualsiasi scalta possa fare, non potrà avere la meglio sulla mia coscienza, per tutto il dolore che ho provocato”.
“La storia intera è dolore, Heinrich. Un dramma senza fine, come una ruota che gira e gira su se stessa. A volte il cielo ha qualcosa di infernale. Il disegno di Dio è imperscrutabile,” messer Stefano si alzò dallo sgabello per ravvivare il fuoco “ma forse è proprio per questo, perché il dolore è potere, che il sorriso è stato sempre visto con sospetto. Chi ride esorcizza il dolore del mondo”, continuò osservando il vortice di scintille che aveva provocato con l’attizzatoio.
“Chi sorride è un po’ più libero”.
“Il potere, invece, non ride mai”.
“questo perché deve perpetuare la sua tristezza, il dolore della storia”.
“Io l’ho conosciuto, il potere. Ho vissuto nelle corti cardinalizie, ho visto sfarzo, orge e lussi sfrenati. Ho visto un Dio simulacro del potere”.
“Un Dio che sa parlare solo di un domani terrifico, di un inferno che incombe. Mai di gioia e letizia. Ma soprattutto un Dio per pochi eletti”, si voltò Heinrich.

Interessante è vedere come la lettura di 1527, assieme alla bella storia raccontata, stimoli dal torpore il lettore, dal sonno di una ragione provocato dalla lettura di complotti fumosi che quando ci va bene affondano le proprie radici a qualche millenio prima di Cristo, e di dietrologie del neorevisionismo televisivo, che mastica la storia per espellerne immagini da schermo al plasma. La storia non sono loro.

Andrea Moneti, 1527. I lanzichenecchi a Roma. Romanzo., Stampa Alternativa, collana Eretica, pp. 300, €12,00

“Ho sognato che qualcuno mi amava” l’esordio narrativo di Maurizio Cotrona


Immaginate per un attimo che tutto debba finire. Che la vita così come l’avete vissuta non vi piaccia, immaginate di non essere più capaci di accontentarvi. Immaginate, però, di non avere braccia e spalle troppo forti per affrontare il cambiamento. Scegliete di vivere seguendo il vostro copione preferito, quello che vi osserva a margine dell’inquadratura, relegati a recitare la battuta meno significante della scena, fate finta insomma che il film della vostra vita non sia per nulla eccitante ma che, tuttavia, voi non siate soli. Siete anzi continuamente circondati di persone che tentano in modo disperato di darvi il loro affetto, madri superpremurose che mi preparerebbero di mangiare qualunque cosa pur di vedervi seduti al loro tavolo, amici che vi scelgono per fare da pendant ad una serata per nulla eccitante. Immaginate che tutto debba finire, un attimo prima dell’esplosione di tutti i sensi vi è dato il modo di cogliere un’istantanea di ciò che è stata la vostra vita, gli incroci dei rapporti familiari e delle relazioni che avete con gli amici, veri o presunti che siano. “Ho sognato che qualcuno mi amava” è l’esatta descrizione di quell’attimo, nel quale tutte le costruzioni incerte sono pronte a crollare al primo alito di vento. I personaggi sono ragazzi, tutti più o meno coetanei, hanno finito di studiare ma non hanno ancora trovato una loro sistemazione nel mondo del lavoro, oppure studiano o ancora lavorano ad una fiera settimanalmente, la cornice è la città inutile e sempre identica, una Taranto che non lascia un solo angolo all’immaginazione di un futuro, almeno prossimo, che sia migliore. Gli scenari sono i pub e le pizzerie che non mancano mai, come non mancano mai le opprimenti comitive, che schiacciano e tolgono all’individualità dei protagonisti la possibilità di esprimersi. Gabriele? Gabriele è ingolfato nel suo corpo, il suo corpo è ingolfato nei suoi abiti, la sua anima, forse la sua anima a forza di essere malmenata fin da piccola da bambini e compagni di scuola (i bambini sanno essere spietati, tutti i bambini, in potenza, sono dei figli di p*****a, con rispetto parlando sia chiaro) è anche lei talmente ingolfata che, quando sono passate alcune pagine dal suo volo non sappiamo se il suo ‘fantasma’ che sfiora i suoi amici sia un fantasma reale o un fantasma di fantasma. Ecco, molta della bravura di Maurizio Cotrona nel tratteggiare personaggi e situazioni sta qui, nel riuscire ad impiegare un tocco così lieve e delicato, tale da farci confondere, per un attimo, e credere che il fantasma sia reale e allo stesso tempo irreale, tutto si gioca su una sfumatura lievissima che soltanto la lettura di “Ho sognato che qualcuno mi amava” può rivelare appieno. Una scelta e un esordio che meritano di essere seguiti. Il libro è suddiviso per capitoli, ognuno dei capitoli mette a fuoco un personaggio, la struttura della storia è semplice ed efficace, ma non facciamo nemmeno in tempo a focalizzare questa semplicità che ecco ancora la stessa sensazione di spleen fare ritorno, questa volta tramite la descrizione degli stati emotivi di una persona che ha perduto totalmente la coscienza e giace distesa in un letto. Ancora una volta la stessa sensazione di pittura con toni differenti, Maurizio Cotrona descrive i sentimenti come quei pittori che su una tela bianca scaraventano una massa indistinta e pesante di colore…bianco, le figure che ne risultano sono rilievi, contorni, protuberanze, dossi. Nessuno, da lontano, potrebbe avere un’idea di ciò che è accaduto, soltanto avvicinandosi a queste storie ci accorgiamo di come ci si può far male nel vivere la quotidianità di un’adolescenza che ambisce a divenire maturità. Christian Raimo, in una nota che accompagna il testo scrive che Maurizio Cotrona “riesce, nella dissolvenza di questo tempo di transizione e smarrimento, a illuminare la complessità della vita umana attraverso storie semplici di amore e abbandono, solitudine e tenerezza, che descrivono l’apparente deserto affettivo contemporaneo come l’anticamera di piccoli incendi dell’anima”. E’ proprio questa zona umbratile, quella in cui vivono i personaggi creati da Maurizio Cotrona, quella zona in cui un bacio rubato è ancora scambiato con l’atteggiamento dei ragazzini che vogliono fare gli adulti e, mancanti di alcun riferimento, devono incominciare da un copione, un deja vu rubato dal cinema, dai racconti dei più grandi, meno dalle confidenze di genitori che sembrano troppo distanti, nati non una, ma forse due generazioni prima dei loro figli. Questa è la prima impressione, confermata nella lettura, che si ha di questo bel libro, un esordio maturo. Che cosa accadrà agli stessi personaggi, quando non avranno più la compassione nè della famiglia e neppure degli amici, quale mondo li attende? Come sarà una realtà da affrontare ad ogni costo, senza scappare via, a denti stretti e senza cercare conferme dagli adulti? Sono convinto che Maurizio sarà dare una risposta altrettanto adeguata anche a questo quesito, nel frattempo, buona lettura.

“Ho sognato che qualcuno mi amava”, sito ufficiale
“Ho sognato che qualcuno mi amava”, Maurizio Cotrona, Palomar, Cromosoma Y, € 12,00

“In un tempo andato con biglietto di ritorno” di Enrico Pietrangeli


“Esistono anche storie normali” è la frase che apre questa recensione. Che cosa vuol dire? Vuol dire che di fronte al dibattito attuale che si è lentamente consumato con l’avvicinamento dell’estate scorsa, dibattito che tasta il polso della temperatura di cui gode la letteratura italiana, secondo me si può fare un passo indietro mantenendo la posizione in avanti. Mi viene in mente il secondo romanzo di Nicola Lagioia, “Occidente per principianti”, dove l’approfondimento del passato di Rodolfo Valentino è il pretesto per creare una notizia che faccia passare i lettori indenni attraverso l’estate, lo scandalo dell’estate, ecco perché per spiegare la lettura di questo romanzo faccio un passo indietro all’articolo su ‘Restaurazione’ di Antonio Moresco, con la speranza che gli interventi (interessantissimi) che si stanno moltiplicando con l’avvicendarsi dell’estate non costituiscano un’ondata, ma, per l’appunto, i prodromi di un dibattito costruttivo, in tal senso l’ultimo intervento di Giulio Mozzi pubblicato su Vibrisse risulta ‘orientativo’. Il lettore è pienamente autorizzato a chiedersi che cosa c’entri tutto ciò con Enrico Pietrangeli e con il suo romanzo, ebbene, nell’intervento citato (quello di Moresco) si faceva cenno all’azione di librai ed editori indipendenti. Enrico Pietrangeli ha pubblicato con uno di questi, “Proposte editoriali”, che si propone come supporto degli autori esordienti con azioni di editing e agenzia letteraria, oltre che di edizione e di diffusione del periodico “Tam Tam”. Ho scritto “esistono anche storie normali”. Questo romanzo è ambientato, come suggerisce il titolo, in due tempi, che corrispondo idealmente all’”andata” e al “ritorno” di un viaggio. Il viaggio in questione è costituito da un nostalgico viaggio attraverso il ricordo, le vicende narrate si situano verso la fine degli anni ’70, sono i tempi del Primo Festival di Poesia di Castel Porziano, quello dove prendono parte anche Dario Bellezza e Cesare Viviani, insieme a poeti come Allen Ginsberg e Evtušenko. Quelle che vengono raccontate sono per l’appunto le storie di quattro ragazzi normali, Lorenzo, Walter, Giorgio e Lucia, la cui vita passa tra happening di quel genere, prime esperienze lisergiche a base di lsd oppure di fumo in arrivo dritto dritto dall’India, portato in Italia da uno degli amici, il primo che ha compiuto questo lunghissimo viaggio alla ricerca di se stesso, di qualche vestito di seta e di qualcosa di buono da fumare per trascorrere i pomeriggi cortissimi, che per l’appunto, tra qualcosa da bere e qualcosa da ingerire si trasformano velocemente in serate e nottate passate a sentire gli amici che suonano cover improvvisate con chitarre e bongo, non mancano nemmeno i chilom che passano da una mano all’altra. L’atmosfera malinconica sottende questo quadro, siamo alle soglie degli anni ’80, i protagonisti di questo romanzo vivono le loro esperienze di riflesso, ascoltano musica progressiva grazie a qualcuno che è stato all’estero ed è tornato con la borsa piena di vinili dai titoli impronunciabili allora, ma che oggi suonano come pietre miliari nella storia della musica, dai King Crimson, ai Police, a seconda dell’atmosfera che va dal paesino dove Lorenzo si rifugia in visita dal padre appena divorziato, alla piazza di Firenze dove incontra Francesca, madre di una sua amica, con la quale nasce un feeling reciproco che dura però il tempo di qualche giorno, con l’avvicinarsi del ritorno a scuola. Il tempo cambia con i mutamenti del costume, la legge sul divorzio, le prime televisioni che entrano nelle case degli italiani, i viaggi in autostop, storie comuni che ancora oggi si replicano, con modalità differenti, tra gli adolescenti, costretti ad una vita che si svolge all’insegna del voler crescere e del voler appropriarsi di tutto, della vita degli adulti in particolare, senza però mettere in gioco la propria responsabilità, mascherando il desiderio di non volersi assumere questo carico con l’incomprensione di genitori distanti; emblematica a riguardo una scena verso la fine del romanzo, i ragazzi sono tutti a scuola in assemblea, si sta discutendo dell’ennesimo corteo, ad un certo punto uno dei ragazzi chiede chi è che ha preso i contatti con gli operai per i quali si sta manifestando, un breve ma simbolico silenzio serpeggia nell’assemblea. La storia di quel periodo è vista così, in transito, fa da sfondo una Roma topica, Ponte Milvio, la Statua di Giordano Bruno, Ostia Lido, il festival dedicato ai film a Massenzio, l’Isola Tiberina. Il romanzo è divertente, giocato sull’ironia che scorre tra i protagonisti, la malinconia prende sul finale, per colpa di alcuni avvenimenti che turberanno un equilibrio sottile, teso tra ciò che è, ovvero la vita di adolescenti in transito, e ciò che appare in superficie per via di stereotipi del mondo che circonda i protagonisti, l’amore libero-la sperimentazione delle droghe-i viaggi psichedelici. La bravura di Pietrangeli sta nel tratteggiare i caratteri, nel fornire un ‘repertorio’ quasi fotografico di un periodo recente della nostra storia politica e di costume, narrando le vite di ragazzi non straordinari, che non hanno fatto nulla di eccezionale se non condurre la propria vita, tra aspirazioni mancate, illusioni, viaggi ed esperienze, in un paese che stava subendo una mutazione sostanziale.

IN UN TEMPO ANDATO CON BIGLIETTO DI RITORNO, Enrico Pietrangeli, PROPOSTE EDITORIALI, ISBN 88-87431-45-0, Pagine: 212 Prezzo: 9 Euro, Management: Valeria Borgia INFOLINE: 3200228959

“Frame”, passaggi nel tempo.


ore infinite come costellazioni e onde
spietate come gli occhi della memoria
altra memoria e non basta ancora
cose svanite facce e poi il futuro

 

Anime Salve
Fabrizio De Andrè

Nel primo intervento contenuto in Frame – Città Europa (giugno 2005, seconda serie, Besa Editrice), Giampaolo Simi scrive di Livorno, “Una piccola città piena di vento”, al termine di questo reportage delle emozioni viene evocata un’immagine, ‘un pomeriggio d’autunno che sembrava quasi l’inizio di una primavera australe”. Quest’immagine, a mio parere, contiene due delle direzioni del vento entro cui si muove questa rivista, il ‘passaggio’ e il ‘transito’, le cose che non sono ciò che appaiono, il secondo sguardo mediato dalla memoria, che si posa sugli oggetti e le relazioni consuete, cercando di vederle in modo differente, forse più vero; ebbene, sono sguardi questi che possono regalare soltanto stagioni come l’autunno e la primavera, con le loro ibridazioni di climi. Anche il ritmo è differente, “Qui, al numero 12 di Via Pelletier, navigatore provenzale, è nato Piero Ciampi, la cui fama postuma è proporzionale a quanto nel suo carattere si rispecchi fedelmente la tendenza al self-sabotage tipica di queste terre tirreniche. Gente d’ingegno che non riesce a farsi furba, che naviga controcorrente anche quando potrebbe giocare sul velluto, bastiancontrari di se stessi anche quando non ce ne sarebbe bisogno”. Emergono le storie, il mausoleo incompiuto di Galeazzo Ciano, Antonicelli precettore scelto dalla famiglia per l’Avvocato Agnelli e primo editore di “Se questo è un uomo” di Primo Levi.
Un numero che si propone di raccontare la materia solida della città a partire dalle storie che essa intreccia con la materia fluida, quel mare che è allo stesso tempo elemento vitale e srumento del viaggio, dello scambio.
E poi l’ex-calciatore che si lamente di come lo spirito sportivo che faceva da collante per società e squadra, si parla del Taranto, il giovane pescatore passato alla malavita, l’operaio di fabbrica, sono i primi personaggi di “dialogo semiserio tra il principe Fabrizio e il Conte Giacomo sull’insularità dei tarentini abitanti moderni et antiqui”, di Girolamo De Michele (autore di “Tre uomini paradossali” e “Scirocco” entrambi pubblicati da Einaudi e da iQuindici). La città cambia i suoi abitanti o, forse il contrario, le abitudini di una popolazione e il tempo stravolgono l’isola-penisola, cambiano le aspettativa, ci si organizza per fronteggiare un degrado materiale con uno, peggiore, dell’anima. De Michele fa comparire una dopo l’altra le sue figure, come spettri che si affacciano a giudicare; da Livorno a Taranto, dal nord-ovest al sud-est. Lo scenario non muta ‘La ricchezza accumulata dalla produzione industriale doveva rifluire tra l estrade e i vicoli della nostra terra: e invece…E per le briciole Taranto ha venduto la sua anima”. Parole forti. Sembrano echeggiare le parole che Capote utilizzava per definire la stessa scrittura, se è vero che essa è una frusta che viene consegnata da und io allo scrittore perchè si flagelli, allora è vero che chi vive situazioni di frontiera come questa ha in serbo una razione doppia. Dopodichè è “L’Engatseur”, di Gilles Del Pappas (un frammento tradotto da Tommaso De Lorenzis), racconto ambientato nella Marsiglia dei pescatori, interessante perchè offre uno squarcio sui ‘codici’, intravediamo che la realtà visibile, quella che finisce nei quadri cubisti e nei racconti, è altra rispetto alla realtà di goni giorno; lo stesso accade per “Il premio” (Fabrizio Demontis), reportage ambientato in Sardegna, più precisamente in una miniera dismessa, oggi divenuta un musero; il “totalitarismo” (come lo definisce acutamente l’autore) non ha ancora attecchito, è ancora un ex-minatore a farci da guida, mentre lì fuori la Sardegna delle brochure non sembra più fare da sfondo; i luoghi dell’archeologia industriale divengono tappe intermedie di una riconversione della produzione dall’industria al terziario, con l’amarezza a fior di labbra, prima o poi questi racconti non saranno più ascoltati dalla viva voce dei manutentori ex-minatori, studenti neo-laureati ci accompagneranno nella nostra visita guidata. Ecco un’altra caratteristica dei “Passages”, nei luoghi di transito ci sono le zone dove l’umanità si rivela, alcuni attendno il nuovo, fermi; altri vogliono vedere per primi che cosa spetta loro nell’immediato futuro, altri ancora eleggono questi luoghi al loro attendere permanente; le fratture tra il vecchio e il nuovo generano racconti. In tal senso il progetto editoriale di Frame è ‘caratterizzato’. Angela Manganaro, ne “I nomi di Palermo”, scrive di un luogo, Mondello a Palermo, dove la trasformazione c’è stata da un secolo, da borgo delle tonnare e località balneare a paese nella città, dove i resti di un passato prossimo giacciono abbandonati: “Fuori dalla tonnara che fu della famiglia Bordonaro oggi ci stanno i ragazzi, sulla spiaggia, seduti sulle panchine. Parlano, bevono, fumano. Dentro c’è un cimitero: quello delle muciare, le antiche barche usate dai pescatori di Vergine Maria per pescare il tonno, che cadono a pezzi. Alcune hanno ricevuto sepoltura dal crollo dell’ultima parte del tetto della tonnara che restava ancora in piedi”.
Il racconto e il reportage ‘salvano’ storie, persone, luoghi, da un oblio certo e miserevole. L’intervento di Irene Angelopulos, dal titolo “Leros, il sole, la luna”, è il secondo a parlarci della realtà di un altro paese, Leros, San Giorgio, in Grecia, chiusura di un manicomio; nel mondo globale tutto ciò che splende si rassomiglia. Le storie nascoste conservano le sfaccettature. Il manicomio venne chiuso nel maggio del ’94, persone un tempo definite come non recuperabili vivono oggi in appartamenti con famiglie. Quel che manca ai reclusi è il cielo, sempre.
Di una condizione di schiavitù scrive anche Sandro Chignola, e questa volta la libertà diventa la libertà di un popolo e la nascita della prima repubblica “nera”, quella di Santo Domingo narrata in “Jusque dans la couleur des hommes…”). C’è un ‘passaggio’ che sembra sintetizzare quanto letto, fino a questo momento, nelle prime sezioni di questa rivista: “Le storie che si muovono sull’acqua non conoscono solo un’andata e un ritorno. Si spostano seguendo il filo dei racconti. Galleggiano. Circolano. Descrivono inarrestabili derive.”.
Oppure, come scrivono la stessa Angelopulos e Flavio De Marco: “L’isola rappresenta, per la sua peculiarità geografica, un topos letterario e cinematografico”, sarà interessante provare queste idee, rodarle. Forse anche a questo allude il sottotitolo di Città-Europa; le esperienze di confine, quelle rappresentate da chi si affaccia al mare, sono comuni a chi voglia intendere le metropoli come isole, le regioni come arcipelaghi di un sistemaeuropa che, volenti o nolenti, dopo aver colonozzato mezzo mondo fino a due secoli orsono, rischia di essere fagocitato e colonizzato; le isole sono sacche di resistenza del senso e del significato, isole, non riserve, perchè le riserve sono circondate da steccati, le isole, dal mare, un fluido che oggi è la comunicazione, la tradizione, il cambiamento, il flusso, la rete, la Storia. Attraversre la storia come ha fatto il popolo ebraico, seguendo un percorso che si intreccia con le ‘storie’ d’Europa, le storie dei popoli e del pensiero, mutare restando uguali, conservarsi sapendo cambiare; nel racconto scritto da Tommaso De Lorenzis, dal titolo “Le Piste del Sogno di Sefarad”, incontriamo ù, tra gli altri, Mosè Maimonide e Spinoza.
Otranto è uno dei luoghi d’Italia dove più ricca e particolare è stata la commistione culturale italo-greca. L’episodio dei Martiri (1480) rappresenta molto più che un evento storico puntuale e isolato, indicatore di equilibri nel Mediterraneo poco prima che culminasse il declino del ruolo egemone delle Repubbliche Marinare; esempio di come un episodio accaduto al margine della Storia possa farsi rivelatore dei conflitti che percorrono un’area così vasta. L’altra faccia di Otranto è il monastero di Casole, il centro di diffusione della cultura, dei manoscritti, irradiatisi in tutta Europa. In seguito il Salento, Gallipoli, Nardò, semineranno martiri, Giovanni Barba e Federico Martelloni, ottimi osservatori di questo fenomeno, cercano di sintetizzare i risultati di un lavoro più vasto e duraturo in un intervento intitolato “Guerra di civiltà”.
Periclis Nearchou è autore di “Cipro: l’isola divisa”, dove il racconto del mito di Afrodite si collega alla contemporaneità di un’isola che è simbolo permanente della coesistenza di due civiltà sullo stesso suolo, oggi che la Turchia, amministrativamente ed economicamente entrerà a far parte dell’Europa, salda alle sue radici, avamposto del mondo arabo.
In conclusione, la ricchezza di questo arcipelago di storie è evidente. La conformazione della penisola italica costituisce un implicito invito all’esser-gettati nel Mediterraneo, tr apiù culture; Lampedusa, Otranto, ancora nel XXI secolo sono punti di approdo, linee di fuga, passages. Quasi seicento anni fa, sul finire ‘ufficioso’ del Medio Evo, ottocento martiri, un eccidio che ancora oggi suonerebbe come ‘terrificante’, basti pensare a quali conseguenza ha prodotto nell’immaginario collettivo e nell’attuale immaginario politico un episodio come l’”11 settembre”, in termini di produzioni narrative, documentarie e filmiche. Questo numero di Frame fornisce una costellazione di punti di vista ed esperienze, un coagulo mediterraneo di storie. Sarebbe interessante se questa forma di progetto potesse essere estesa ad altre zone circoscritte, quelle normalmente attraversate dai ‘corridoi’, passati e odierni. Come si legge nell’editoriale “Le immagini non sono mai corredo o appendici: sno solo altre storie”, istantanee e ipotesi di viaggio, approfondimenti.
Il contenuto degli articoli è copyleft, l’osservatorio permanente della rivista è ospitato sul blog http://framemagazine.splinder.com.

Frame – Città Europa, Seconda Serie, giugno 2005, Besa Editrice, €6,50

Vittorino Curci, il canto infaticabile.


C’è una voce poetica che oggi si muove, a Sud del minimalismo, mescolando radici antiche e umori contemporanei e vivissimi, è la voce poetica di Vittorino Curci. Una voce che per esprimersi prende il respiro di cui necessita un’onda lunga e quieta per giungere a riva. Chi abbia studiato un minimo di fisica sa che un oggetto posto sulla cresta di un’onda compie un movimento verticale, ascendente e discendente, senza spostarsi; l’intima natura dell’onda è una metafora che secondo me è propria di questi versi. Uno dei temi dominanti di questa raccolta sembra essere proprio il movimento in assenza di movimento, il mutamento di stato senza mutamento apparente delle condizioni, “perchè tutto si ripeta/d’inverno al grido di una sola parte/tra danze già spente e azioni che sfumano oltra il segno”(p.23), oppure “la stasi apparente in cui pensiamo/che il mondo riposi”(p.29), o ancora “Il Il dettame impietrito di uomini e donne trapassati” (p. 25).
“La stanchezza della specie”, edito da Lietocolle, raccoglie versi scritti tra il 2000 e il 2005, il libro è diviso in quattro sezioni (Astemie, Fedora, Tutti fermi e Dopo l’assalto), che seguono la scansione temporale in sequenza.
Ivano Ferrari, nella sua raccolta del 1999 intitolata “La franca sostanza del degrado” (Einaudi) scriveva questi due versi: “E in punta di sonno passa/l’ora della specie”; proprio in quell’anno Vittorino Curci vinceva il Premio Montale nella sezione inediti. L’accostamento tra i due autori non è casuale, entrambi per comunanza di esperienze o per pura vicinanza anagrafica, sembrano agira nella zona dei bilanci, sempre nella stessa raccolta Ferrari aggiunge “Il mondo non esploderà/le metafore resteranno popolate d’illusioni/l’impeto generazionale gelerà a gennaio/come la barba, senza novità”.
Il desiderio di preservare un mondo da un attacco linguistico, concedendo la possibilità di (r)esistere al di fuori del parlato onnivoro, per divenire oggetto di descrizione poetiva, in modo non coercitivo; è come se il poeta entrasse in una stanza dove gli attrezzi da lavoro sono appoggiati, descriverli rievoca il loro uso, così per tutto, e il lavorìo che si accompagna all’esistenza, ma guai a credere che il dettato del poeta possa valere di più, si sente qui l’amarezza di un distacco che il poeta per primo vorrebbe annientare, “La lingua che ho rubato per voi//per le vostre bocche asciutte, contadini.[…] usate pure l’infinito/per scansare le insidie dei verbi. Fino a che non sarà consumato/l’anno non potrete sbagliare:/quello che uno apre e l’altro chiude/produrrà la stessa ombra”(p.94).
Ci sono passaggi dove echeggia l’influenza di Paul Celan, e dove si nota che i versi di Vittorino Curci costruiscono sottraendo spazio al vuoto e al silenzio, come in “Vecchie polaroid”: “Sei smarrito. I pensieri si rincorrono sulla discesa del tempo,/ verso dove stai andando”, “la radice sbalza ogni legge muovendo le labbra per dire Rosa Rana Duna, qualcosa che sembrava una poesia e che adesso al bubio, sui lembi del vestito, gli piacerebeb ricordare. Una sfilza che diventa monosillabi, roba inventata, arida”(p.73), “i nomi che la mano inchioda”.
Difficile trovare autori capaci di sostanziare una tale concisione e maturità, ed è normale, dato il livello raggiunto in “La stanchezza della specie”, che tale maturità siua accostabile a fonti e influenze altrettanto alte, dall’Eliot-Brodskij de “Scolorivi con imbarazzo perchè mostravi/al cielo di Bisanzio i tuoi panni sporchi”(p.53), fino ai segni di Alvaro Mutis, senza nessuna pretesa di creare una mitologia poetica, con la naturalezza di un pensiero che mantiene ben saldo a terra e vicino alla terra il suo baricentro, “pensieri sbozzati/nel nome di colui che apprende e sanguina” (p. 53), spirito e corpo. La stessa eco che si rintraccia nella veloci descrizioni, fatte da serie di oggetti in sequenza che si mescolano alle stesse sensazioni: “combinazione abrasa, caffè bollente, candore delle ferite, bulbo argentato, fessura circondata di bianco” (p. 28).
Nella sua raccolta precedente “Sospeso tra due solitudini estreme” (Ed. Bosco delle noci), Vittorino Curci rintracciava nell’Altro un’ipotesi di interlocuzione, plausibile per quanto distante e a senso unico, senza riscatto nè nei confronti della società: “Lo so che tutti è impossibile uomo bianco//Migrare nei verbi al Passato è sortilegio e stella[…] un aggettivo che canta vittoria/e annoda i fili dal basso”, nè tantomeno del divino “Dio ci ha lasciati senza musica/ siamo stati ingiusti, non abbiamo/scongiurato la repellenza dell’opera”, in altri luoghi il poeta utilizza un “lui”, manichino di comodo per dialogo e considerazioni, non figura reale. Ne “La stanchezza della specie” l’anelito del divino sembra essersi quasi dileguato. Malgrado l’aura di disincanto che pervade i modi di questa poesia, il senso, il significato è ricco di speranza, una speranza così sottile, tale da farci stare sempre in allerta: “il progresso ammansisce le prime file chiassose,/non possiede mai interamente/il poeta di cui parlano/ci ha lasciati ai margini del silenzio/e ora sprofonda con finti eserghi”(p.67); nei primi due versi è chiaro il monito morale del poeta, negli ultimi due esso viene esteso ai ‘poeti di mestiere’, sembra che il suo messaggio sia questo: la scrittura salva, ma non è detto che per il fatto di scrivere noi siamo salvi.
Soltanto la maturità dell’esperienza artistica, non solo scritturale, può dare adito all’espressione di una poesia (anche) morale, che, altrimenti, risulterebbe posticcia e didascalica. Vittorino Curci, ne “La stanchezza della specie” è testimonia un’esaustione del contemporaneo cui la poesia può e deve riparare “C’è il silenzio, e io nel silenzio/con questa voce e una lingua non fatta” (p. 87).
In altre poesie della raccolta (vedi Resistenza alla luce) vengono toccati altri temi nucleari e urgenti della poesia di Vittorino Curci, il contemporaneo: il vivente è manifestazione di un’epifania reale, tangibile, necessaria, senza riferimento al dato di fatto non c’è nemmeno poesia come trasfigurazione morale del dato stesso; e questa è una delle migliori lezioni di poesia che potevamo ricevere, buona lettura.

Libro, romanzo, condivisione. 7 domande alla Babette Factory


Abbiamo raggiunto la Babette Factory nelle persone di Nicola Lagioia e Francesco Longo, disponibili a farsi portavoce di alcuni quesiti agli altri scrittori del gruppo. Ecco come ci hanno risposto

1 sulle testate giornalistiche e sui blog si discute dello stato in cui versa il romanzo in lingua italiana, molto spesso l’anamnesi sul romanzo sfocia in un’anamnesi sul romanziere, in sostanza c’è chi dice che il tempo dei Calvino e dei Pasolini sia passato, credete che ciò sia anche dovuto ai mutamenti avvenuti nel mondo dell’editoria?

FL Azzardo un’ipotesi. Il male del romanzo oggi non ha come cura un ritorno a Pasolini o Calvino. Credo anzi che attorno alle loro figure siano cresciute le forze centrifughe che hanno allontanato dal romanzo: i ‘pasoliniani’ hanno trascurato il romanzo per una scrittura di impegno sociale; i ‘calviniani’ hanno prediletto lo stile della pagina (della frase o del paragrafo), rinunciando (o perdendo di vista) l’ampiezza della struttura che fa scrivere un romanzo vero.

NL Forse con gli anni Ottanta e Novanta il romanzo ha cominciato a riprendersi quello che gli anni Settanta (dagli esperimenti dell’oulipo in giù) avevano creduto di strappargli, soprattutto il concetto di storytelling. Una sorta di ritorno al figurativo che però sia consapevole delle precedenti spinte centrifughe. Credo che più che l’editoria il problema è: dove sta andando il mondo. I salutari (quando lo erano) disordini degli anni Sessanta e Settanta sono stati soppiantati da un inquietante, scintillante desiderio di ordo ad unum a cui il genere romanzo non può rimanere insensibile. Ecco perché da “I fiori blu” o (al contrario) da “Petrolio” si passa poi a opere come “Underworld”.

2 Ti viene in mente il nome di un autore degli anni ’60-’70 che meriterebbe più attenzione?

FL Mi vengono in mente solo singoli romanzi, non autori.
NL Si può parlare di situazione molto interessante, di grossa vitalità, di buoni risultati. E del fatto che la nostra “Montagna incantata” non l’abbiamo ancora scritta. Spero che arrivi presto.

3 la ‘predisposizione al lavoro di gruppo’ è un elemento necessario nel bagaglio di strumenti di un narratore (non solo in fase di scrittura), che cosa vuol dire per voi ‘condivisione’?

FL La letteratura è sempre esistita grazie agli autori singoli, ma penso anche che Omero è il primo scrittore collettivo della storia. Condivisione vuol dire rinunciare a qualcosa per un fine che spesso non è neanche a portata di vista.
NL Un’occasione in più per il confronto continuo e, dunque (la porta stretta attraverso cui ogni scrittore dovrebbe periodicamente passare) per mettersi in discussione.

4 Una domanda per il prossimo futuro: la stesura di “2005 dopo Cristo” vi ha impegnati, se non erro, per circa due anni, il nome “Babette Factory” legherà indissolubilmente Lagioia-Raimo-Pacifico-Longo, oppure la Factory, potrà accogliere altri nomi, magari dalla ‘crew’ di Minimum Fax?

FL Indissolubilità è una delle mie parole preferite, ma Babette Factory non ha ancora ricevuto nessun sacramento. Siamo al fidanzamento: è tutto possibile.
NL Già. Puntiamo più su una possibile futura urgenza di metterci di nuovo a raccontare una storia tutti insieme piuttosto che sulla stesura di piani quinquennali.

5 Esiste un racconto dei Wu Ming, intitolato “Benvenuti a ‘sti frocioni“, dove tra le altre cose si raccontano le peripezie, questo forse è il termine più eufemistico, cui si incappa quando l’industria vuole appropriarsi di un prodotto intellettuale (in quel caso “Q”), se qualcuno vi proponesse di trarre un film da “2005 dopo Cristo” quali sono le 2 cose da cui non dovrebbe prescindere per rendere una versione il più possibile aderente a quanto da voi scritto?

FL Il finale dei personaggi deve restare tragico. Dovrebbe essere un film con un forte senso del sacro.
NL A meno che non porti le firme di David Lynch, di Hayao Miyazaki, di Charlie Kaufman, di Ciprì e Maresco, temo il cinema più di ogni cosa: la Waterloo di ogni vero processo creativo. Quindi, per una possibile versione cinematografica di “2005 d.C.” l’importante secondo me non sarebbe l’aderenza alla trama o allo spirito del libro, ma la sensibilità artistica di regista, sceneggiatori, attori ecc. – anche nel tradire l’originale.

6 L’autore collettivo “Babette Factory” da quali autori si sente più influenzato e per chi, invece, non vorrebbe mai essere scambiato?

FL Andiamo d’accordo su DeLillo, certo Foster Wallace, Roth.
NL Evitando di sparare a zero su autori viventi (ma solo perché potrebbero ancora scrivere un capolavoro) scelgo di tornare alla prima domanda e ricomincerei a parlare di Pasolini e Calvino.

7 Infine, per tornare all’oggi, ai temi del vostro romanzo ed in particolare al protagonista, dopo l’approvazione della legge sulla riforma della giustizia, c’è qualcosa che vi sentireste di suggerire a Raul Cabrini?

FL
Raul ti potevi tenere stretto Roberta. (Ora dimostra la tua innocenza, esci di prigione che non ti chiami mica Andy Dufresne. Torna a Manila in viaggio di nozze.)
NL Raul, la prossima volta che cerchi di vendermi un appartamento ricordati perlomento di dirmi anche delle ipoteche.