Salento e Poesia


Vittore Fiore
Salento

E qui, se mai verrai, l’estate
quietamente si sfanno gli obelischi
e cattedrali come sortilegi
consumano in esilii avventurosi.
Prossimi alle scogliere noi
parleremo del Sud, dell’Europa,
dell’uggia e del campo di tabacco
che avanza in bilico tra noi e il mondo.

il Salento in poesia. Ieri e oggi.

(in foto, il menhir di Carpignano)

Un topolino mio padre comprò


Mercato rionale. Senza parole.
Tra i banchi affollati vago
In cerca della Grande Occasione.

Sergente, addio.


Quando ero piccolo e abitavo a Novara, sulle pagine del mio sussidiario c’erano le letture di narrativa e le poesie. Insieme a quelle i professori ci davano da leggere i libri e ci suggerivano, i romanzi da leggere. Gli autori che lessi di più da piccolo, tra le elementari e le medie, erano Piero Chiara, Italo Calvino, Mario Rigoni Stern, Primo Levi, Giulio Bedeschi (“Centomila gavette di ghiaccio” sulla ritirata in Russia). Letture che non si dimenticano. Perfino la maestra di musica ci faceva intonare “Bella ciao” con il flauto dolce in plastica. Cazzo, il Sindaco di Alghero al 25 aprile scorso aveva vietato alla banda cittadina di suonare quella canzone. Altre geografie, altre latitudini, solo venti anni e la carta stampata della memoria può tramutarsi in carta igienica. Il sergente nella neve è ancora lì, ci osserva in silenzio. Da oggi per sempre.

Post coitum omne animal triste est


“Post coitum omne animal triste est”. Tradotto vuol dire pressappoco questo, che ogni animale, appena terminato l’atto riproduttivo è triste. L’animale in questione è l’uomo, l’animale razionale, ovvero l’animale che rende in termini di razionalità ogni suo vissuto. Secondo questo antico precetto l’uomo dopo aver fatto l’amore è preso da un magone terribile, invidia già se stesso nel momento appena trascorso, vorrebbe che il piacere fosse eterno. Tutte le cose belle, soprattutto quando raggiungono un culmine, sono destinate a riverberare nei ricordi con una punta d’amarezza. Un po’ quello che è accaduto, per quanto mi riguarda, per la mia esperienza con il quotidiano “il Paese nuovo”, con il quale ho cominciato a collaborare dall’inizio di marzo. Ahimè, l’esperienza è momentaneamente conclusa e sospesa per il fatto che sono momentaneamente (?) sospese e concluse le pubblicazioni di detto quotidiano. Chi sia interessato può leggerne qui un resoconto scritto da Mauro Marino, che ci ha condotto in questa avventura. Io a dire il vero avevo rintracciato qualche ferma e decisa avvisaglia anche qui, su un altro blog altrettanto amico, quello di Daniele Greco. Chiunque può cercare di intendere, dalla lettura di entrambi gli interventi, motivazioni che possono essere o non essere, mi astraggo. Per quanto mi riguarda l’esperienza con “il Paese nuovo” è stata qualcosa di eccezionale. Riferisco episodi ‘a braccio’. L’amico che mi incontra per dirmi che segue il mio romanzo a episodi – appena mi organizzo vi faccio sapere anche di questo, le 10 puntate sono già belle che scritte, non vi preoccupate. Gli amici che mi chiedono i pdf delle puntate via email perché sono extrasalentini. L’amico che mi incontra per dirmi che 6.000/20.000 battute di articolo sono un po’ troppe, ma come dirgli che all’indomani della vittoria di Berlusconi non potevo non scrivere “Il ritorno del Caimano“?. L’amico che mi incontra per dirmi che dovrei considerare un po’ di autoediting. Per tutti loro c’è il mio blog, dove al momento posterò recensioni e interventi come sempre. Insomma, lancia in resta si va avanti, comunque, perché in quelle pagine è accaduto qualcosa di realmente CULTURALE. Animati come siamo dalla passione per la scrittura e per la diffusione della cultura, senza pensare sempre e soltanto al proprio asshole. Ebbene, il quotidiano non esce da tre giorni. Quindi, che fare? In Salento non ci si stupisce, in Salento funziona tutto così. In Salento si lavora gratis perché un giorno si avrà qualcosa. In Salento si lavora gratis nelle case editrici, si lavora gratis nei giornali, si lavora in nero dovunque, nei bar, nei pub, come notava l’amico Massimo Ferrari proprio su “il Paese nuovo”, si lavora in nero negli stabilimenti balneari. Ma come accettare di perdere un luogo dove si poteva dare spazio al non luogo, un vero e proprio luogo d’allerta, per usare un’espressione cara a Mauro e Piero? Allora non vi lamentate se siamo precari – soprattutto voi, imprenditori che avete perso alle ultime elezioni – perché ci sono quelli coi soldi che non investono e non vogliono investire, da sempre così, ci abbiamo fatto il callo. L’altra sera ero a cena con uno dei poeti più bravi della mia generazione, ebbene, mi sono lasciato andare in una battuta, “…sono così precario che se vai sulla treccani digitale alla voce call-center trovi me” (in compagnia di Accardo, Bajani, Dezio, Falco, Nove, Desiati e altri), purtroppo non è una battuta; non sapevo che dopo qualche ora mi sarei trovato nell’impossibilità di continuare a co-andare in questa avventura. Mauro, Elisa, Vito, Irene, Beppe, e tutti voi, è stato un bel coito, un bel co-andare, spero che si ripeta come già è stato in altri luoghi e in altri modi; è stato davvero un bel coito, e io alla fine mi sento già un po’ triste. […continua?]

Ulysses, by James Joyce


La fine va da sé


Il liberismo ha i giorni contati
Baustelle, Amen, 2008

È difficile resistere al Mercato, amore mio
Di conseguenza andiamo in cerca
di rivoluzioni e vena artistica
Per questo le avanguardie erano ok,
almeno fino al ’66
Ma ormai la fine va da sé
E’ inevitabile
Anna pensa di soccombere al Mercato
Non lo sa perché si è laureata
Anni fa credeva nella lotta,
adesso sta paralizzata in strada
Finge di essere morta
Scrive con lo spray sui muri
che la catastrofe è inevitabile

Vede la fine in metropolitana,
nella puttana che le si siede a fianco
Nel tizio stanco
Nella sua borsa di Dior
Legge la Fine nei saccchi dei cinesi
Nei giorni spesi al centro commerciale
Nel sesso orale, nel suo non eccitarla più
Vede la Fine in me che vendo dischi
in questo modo orrendo
Vede i titoli di coda nella Casa e nella Libertà

È difficile resistere al Mercato, Anna lo sa
Un tempo aveva un sogno stupido:
un nucleo armato terroristico
Adesso è un corpo fragile
che sa d’essere morto e sogna l’Africa.
Strafatta, compone poesie sulla Catastrofe

Vede la fine in metropolitana,
nella puttana che le si siede a fianco
Nel tizio stanco
Nella sua borsa di Dior
Muore il Mercato per autoconsunzione
Non è peccato, e non è Marx & Engels.
E’ l’estinzione, è un ragazzino in agonia.
Vede la Fine in me che spendo soldi
e tempo in un Nintendo
dentro il bar della stazione
e da anni non la chiamo più.

§

Ieri sera ero stanco. Vado a comprare una vaschetta di gelato da portare a casa. Cioccolato al latte di riso. Nocciola alla soia. Tiramisù alla soia. Diabete? Intolleranza? Incontro un amico. Mi fa un regalo. Mi dice che sta seguendo il romanzo su “il Paese nuovo”, mi dice che gli piace. “Grazie, se un libro è come un sasso in uno stagno, un romanzo a puntate è come un messaggio nella bottiglia”. Grazie a te perché ci vuole pazienza e stima. Reciproca. La stessa che nutro nei confronti di chi ha reso possibile ciò. Marina nel frattempo è stata uccisa, nessuno sa da chi né come. E adesso?

Una nuova casa. Editrice.



Qualche giorno fa, ascoltando la radio, mi è successo di cogliere il discorso di uno speaker che sottoponeva i suoi ascoltatori a un semplice test, a proposito dei recenti fatti relativi al dibattimento parlamentare sull’immigrazione clandestina nel nostro paese. Ebbene, la domanda ‘pilota’ era volta a scoprire il grado di attaccamento alle proprie radici da parte del singolo individuo. Potrei chiedere al lettore “ti senti più Leccese, Pugliese, Italiano, o Europeo?”. Ebbene, se questa domanda anziché essere posta a una persona avesse come destinatario il nuovo soggetto editoriale del quale sto scrivendo ognuna delle quattro risposte sarebbe insufficiente, per il semplice motivo che la neonata Edizioni Controluce, pur affondando le proprie radici nell’esperienza e nella tradizione ha deciso di scommettere su un catalogo che possa ospitare ‘visioni’ di altri mondi editoriali che altrimenti non ci sarebbe dato di conoscere se non in lingua originale. Il panorama letterario del nostro paese si arricchisce da oggi di una nuova voce, le Edizioni Controluce. Chi fosse interessato può visitare già da adesso il sito internet sul quale possono essere lette le anticipazioni delle uscite relative ai prossimi mesi (www.edizionicontroluce.it), oltre che le schede dei libri in uscita. Ogni casa editrice si differenzia dalle altre per le caratteristiche delle sue scelte. Si parte dalla scelta grafica per arrivare alle scelte più delicate, quelle editoriali. La scelta della linea editoriale è infatti quella capacità di unire quel sottile e rizomatico conglomerato di pensieri, decisioni e intenzioni, che hanno fanno concretizzare il desiderio di dare vita a una nuova ‘voce’. La scelta di Edizioni Controluce è manifesta, la neonata casa pugliese intende puntare sulla qualità del proprio catalogo, mantenendo i presupposti di una ricerca letteraria che, a differenza di chi guarda spesso al proprio orto, darà spazio ad autori di tutto il mondo, dalla narrativa alla saggistica. Nello staff della casa editrice confluiscono le competenze di Simona Muci per quanto riguarda la direzione, Francesca Sammarco per la redazione, Stefano Donno per l’ufficio stampa e della giovane Loredana My per quanto riguarda l’ufficio tecnico. Nomi che un lettore più attento può facilmente ricondurre a una delle esperienze editoriali più interessanti è attive non solo sul territorio nazionale, Besa Editrice.
I primi tre titoli scelti sono indicativi di questo modus operandi, tutti e tre sono infatti scritti da autori stranieri, ognuno con una storia particolare; si va dalla Romania all’Australia, passando per l’Albania raccontata dal grande Ismail Kadarè. A cominciare da “Uccelli del Cielo” del romeno Vasile Andru, già autore di una ventina di volumi, tra romanzi e saggi; con molta probabilità uno dei prosatori romeni più importanti degli ultimi decenni, un autore che ha contribuito al rinnovamento della letteratura del proprio paese. “Uccelli del Cielo” è un libro che si legge d’un fiato, ambientato nella Bucarest di Ceauşescu, messa a soqquadro dalle demolizioni operate per costruire la residenza del dittatore; una testimonianza interessante, per non dimenticare il dramma della Romania, una storia recente che sembra già lontana e che non possiamo sottovalutare in certi dibattiti. Ismail Kadarè è un autore che non ha davvero bisogno di presentazioni, in Italia ha pubblicato i suoi romanzi con Longanesi e, nel 2000, ha pubblicato “La commissione delle feste” per la Besa Editrice. Con le Edizioni Controluce l’autore albanese in odore di Nobel ha deciso di pubblicare “Eschilo il gran perdente“, un saggio che si legge come un romanzo, dove è raccontata l’importanza di uno dei fondatori mitopoietici della cultura mondiale, lo scrittore della Grecia Antica che ha dato forma e coordinate a quelli che sono i nostri miti, vedi alla voce Edipo o Prometeo, tanto per fare due nomi. Kadarè-Eschilo sa che cosa vuol dire vedere un fratello che porta la guerra al fratello, provenendo egli da una terra teatro di scontri politici e religiosi; non è un caso se il confronto con lo scrittore dell’antichità diventa un pretesto per affrontare tematiche dell’oggi, nelle quali si cerca di rendere ragione della cultura da cui tutti proveniamo. Su questo, rubando un’espressione crociana, “non possiamo non dirci greci”. Il terzo titolo è “Con folle stupore”, di Michael Wilding, uno degli scrittori australiani più interessanti del momento, già compilatore del “The Oxford Dictionary of Short Stories”, autore riconosciuto per i suoi racconti. Il romanzo di Wilding presenta uno spaccato semi-autobiografico della storia recente e delle abitudini dell’autore, tra Australia e Inghilterra, paesi dove ha lavorato e insegnato per diversi anni. La programmazione della casa editrice, suddivisa in collane – le prime due sono Passage e Riflessi – darà spazio anche a titoli di autori del nostro paese. È già programmata la pubblicazione di una trentina di titoli. Uno sguardo al catalogo ci fa incontrare autori già affermati, come Fatos Kongoli, del quale nel 2009 verrà pubblicato l’atteso “Il suicidio di Damocle”, oppure studiosi come Georges Lapassade, che uscirà con il saggio “Sulla dissociazione”. Per la casa editrice verrà anche pubblicato, per la prima volta tradotto in italiano “Sunday Special”, opera prima del talentuoso scrittore australiano Michael Reynolds. Interessante riscoperta sarà la lettura di una nuova edizione di ” De Anatume morsu et effectibus tarantulae”, di Giorgio Baglivi, medico ragusano di origini croate vissuto tra il ‘600 e il ‘700. A luglio è invece prevista la pubblicazione del volume antologico di Gezim Hajdari, nel quale verranno ripercorsi gli ultimi dieci anni della sua produzione, quelli che vanno dal 1997 al 2007. Tra gli autori italiani, oltre ai nomi come Ferdinando Boero, Tullio Pinelli, Alessandro Angeli, Maria Vittoria Morokowski, sarà l’occasione per leggere il secondo romanzo di Luisa Ruggio, già autrice di Afra, che uscirà con il suo “Favola scarlatta della stanza che non si trova”. Viste le premesse la neonata casa editrice si pone come interlocutrice di fiducia per il lettore, reinventando in modo fresco il ‘fare catalogo’, ovvero quella capacità che mescola saggezza e sfrontatezza, nel dare forma a una selezione editoriale; il compito di un editore non si limita al solo pubblicare testi, il patto con il lettore si rinnova quando ci è dato di leggere un libro che è frutto di ricerca costante. Riconoscere e riconoscersi nella filigrana invisibile di una banconota così preziosa, in “controluce”, in quel filo sottile che ne certifica l’autenticità, è anche un modo per ritrovare un po’ di tranquillità nel mare magnum dei falsi d’autore.

pubblicato su “il Paese nuovo”
del 10 giugno 2008

Gente che di sacro conserva soltanto l’osso.


Assioma: Come cambiare restando sempre uguali? Semplice: essendo fedeli a se stessi.
Corollario: L’importante è essere coerenti.
Dimostrazione: Se Battiato può cambiare, allora tutto il mondo può cambiare.

Guardavo questa foto e mi veniva in mente il rapporto che ho (avuto) con la musica di Franco Battiato, rapporto che ha raggiunto i suoi culmini, i suoi bassi e i suoi medi. Il culmine del mio amore per la musica prodotta da questo artista lo ebbi negli anni ’90. Un culmine maniacale, quello nel quale conosci a memoria tutti i testi (i resti, che ti restano) e passi dall’apprezzare tutte le idee suggerite fra le righe fino ad arrivare a rigettare ogni singolo frammento di gnosi. Mi ricordo che nel ’94 Franco Battiato venne a Lecce per tenere una conferenza presso l’Università degli Studi, Aula Magna gremita. A un certo punto Franco Battiato si mette a parlare dei presunti santoni, guru, dispensatori di salvezza di cui è pieno il mondo, “gente che di sacro conserva soltanto l’osso“. Una frase che mi rimase impressa. E poi la “Genesi”. Un’opera sublime. L’ombra della luce. Certe volte viene in mente che se un Dio esiste questo Dio non può che non guardare in modo benevolo a certe musiche di Battiato, che si chiami Allah o che si chiami Jwh. Dunque osservavo questa foto capitata per caso sul desktop e mi ricordavo di quel periodo in cui ascoltai per le prime volte album come Fetus e Pollution. Poi è venuto il periodo in cui per colpa del connubio Sgalambro-Battiato avevo smesso di leggere i libri del primo, che avevo letto tutti prima dell’unione artistica dei due. Poi però ascoltati Gommalacca e mi resi conto che Battiato può rendere il mondo diverso. Dopo un periodo musicale di scelte che non capivo e che non sempre erano nelle mie corde (Ferro Battuto, i dischi di cover ‘amorose’) adesso ho ripreso ad apprezzare la musica di questo artista. “Il vuoto” (2006) mi ha convinto di nuovo. Battiato è arte e pensiero. Certo, chi mi legge per google o per assiduità, può pensare che parlare di questa cosa è stupido.
Un motivo c’è se ho scritto questo post: guardare quella foto mi ha fatto riflettere sul paradigma della coerenza.
C’è chi confonde l’incoerenza con l’incostanza.
Conosco un sacco di persone che sono incostanti in modo assolutamente coerente.

Vorrei dirtelo in un orecchio.


Francesco De Gregori,
Da “Mira Mare 19.4.89”
Traccia 1, Lato B, Pentathlon
1989

Puoi sudare sette camicie o stare steso a non fare niente,
puoi nasconderti fra quattro mura, puoi nasconderti fra la gente.
Puoi dirigere una grande azienda o farti portare al guinzaglio,
puoi morire per una scommessa o vivere per uno sbaglio.
Il nodo della questione lo sai qual’è?
Non cerchiamone una ragione, una ragione non c’è.
Tu non mi piaci nemmeno un poco e grazie al cielo io non piaccio a te.
Ti puoi vestire come dice la moda a andare a spasso con chi vuoi,
ti puoi inventare una doppia vita per nascondere gli affari tuoi.
Puoi buttarti sotto al treno, oppure puoi salirci sopra
e puoi rubare per quarant’anni e fare in modo che nessuno ti scopra.
Il problema rimane identico, il risultato lo sai qual’è?
Non c’è niente da recriminare, va tutto bene così com’è.
Tu non mi piaci in nessun modo e grazie al cielo io non piaccio a te.
Vorrei dirtelo in un orecchio cosa puoi farci con quel sorriso,
con quel sorriso da passaporto, sempre incollato sul viso.
Credi davvero che ti potrà salvare,
se una volta dovessi scegliere da che parte stare?
Se una volta dovessi smettere di bluffare?
E la radio ci fa ballare, ci manda musica da mangiare,
la sera scende come un’emergenza sulla città.
La notte promette bene, piena di ossido e di sirene.
È già pronto il domani, lo stanno consegnando già.
Io sono nato ieri, lo sai senz’altro meglio di me,
i segreti per restare a galla tu li conosci meglio di me.
Ed è per questo che non mi piaci e grazie al cielo io non piaccio a te