L’indispensabile


NOSTALGIA CANAGLIA

torna Coolclub.it
Anno V, Numero 42
da giugno in distribuzione

…ho letto le menti migliori della mia generazione

I ritorni. Lucio Battisti.


Lucio Battisti
da “La sposa occidentale”, I ritorni
testo di Pasquale Panella

E da quel punto in poi
sentimmo sotto di noi
svolgersi il sentimento,
largo e intento
ad una tutta sua meditazione,
non curante
che sopra la sua pelle si ballasse.
Le foglie coi barattoli, le casse
con i tronchi senza cuore.
E lo scandaglio calava dalle prore,
poi ritornava su
chiedendosi “Perché, perché il ritorno?”.
È sempre per prova che
sulle labbra torna
la parola “amore”,
per prove d’esercizio
perché si sa che poi non si sa mai
che potrebbe tornare utile.
Tornare, per raccontare
il furore e il gelo
delle notti aurore.
Bianca e assai provata,
scampata per un pelo per poter ritornare,
come dalle crociate, a un futile
sopravvissuto a tutto,
che ritorna più utile che vivo,
quindi innamorato ancora.
E torna, torna, lei gli ha detto torna
ed era una bambina, finalmente,
e gli diceva torna.
Abbiamo un solo limite:
l’amore che ci divide.
Come la ragione,
perché con la ragione
si sopravvive a tutto,
si distrugge il distrutto,
ricostruendo a intarsi la copia fedele
dell’innamorarsi,
e un tassello alla fine
o è dell’uno o è dell’altro.
E i sogni si allontanano
come i cavalli scossi,
caduti i sognatori;
bocconi tra le fragole, ma
più dolci e più rossi,
ridotti a dolenti spifferi.
E docili incompetenti
nella lotta incerta
tra il ridire e il fare
l’amore colloquiale.
E lei continua a dirsi:
“Si sopravvive a tutto per innamorarsi”.
Amarsi è questo: escludere
d’essere i soli al mondo,
i soli ad esser soli amando,
sterminandola l’invincibile armata.

(immagine, Padre Cristoforo e Don Rodrigo)

“Testimone mancato”. Vincitore per Subway Letteratura 2008


“Argomenti inediti per una selezione che finalmente si interessa alla realtà
includendo puntate lievi come «Testimone mancato » di Luciano Pagano.”

Alessandro Beretta, Corriere della Sera.it, ViviMilano

Il mio racconto intitolato “Testimone mancato” è risultato tra i dieci vincitori di Subway Letteratura 2008. Pepa Cerutti ha firmato l’introduzione e Massimo Dezzani è l’autore della bella copertina ‘al tratto’. Potete leggere il racconto qui.


All’amico ritrovato (tutti ne hanno uno).

Un milione di euro in palio per chi risponde a questa domanda…entro un secondo dalla pubblicazione di questo post


Chi è stato condannato in via definitiva a 4 mesi e 20 giorni per resistenza a pubblico ufficiale per un reato commesso in Milano il 18 settembre 1996 durante una perquisizione disposta dal Procuratore della Repubblica di Verona nei confronti di tale Marchini Corinto, e poi estesa ad un locale ritenuto nella disponibilità del predetto presso la sede federale di Milano della Lega Nord per l’indipendenza della Padania? Il condannato ha riportato ferite cercando di difendere col proprio corpo, assieme ad altri leghisti, i locali dalla perquisizione.

Fonte: Wikipedia

Risposte:

1) immigrato rumeno
2) badante rumena
3) John Fante, immigrato italiano in America
4) Roberto Maroni, Ministro dell’Interno

§

Se volete potete chiedere l’aiuto a casa, oppure quello del pubblico, o ancora il 50 50.

(in foto, immigrati italiani a New York, immigrati rumeni a Roma)

L’Uomosaico.


Di Orodè ho scritto e con Orodè ho avuto modo di collaborare, stimo tantissimo la sua arte, e con un tassello alla volta, in milioni di piccoli pezzi, questo autentico “uomosaico” sta facendo i passi che merita. Perché Uomosaico? Perché riunisce il concetto di FragmentArt Man a lui caro, perché in più in questo termine che ho coniato apposta per lui c’è il sapore di Arcaico e Autentico che lo contraddistingue. Ecco: per definire un’artista come Orodè bisogna andare in cerca di parole nuove, come fa lui con i suoi quadri e con i suoi mosaici, ovvero prendere qualcosa e trasformarlo, di peso, con la materia. Apparentemente mettendo in disordine ciò che la disattenzione mette in ordine, per perderlo di vista. Dove lo stolto vede soltanto una mattonella…La sua arte mi ha sempre colpito per l’estrema vitalità.
Qui di seguito posto l’intervento che ho scritto per i suoi disegni che illustrano il sesto numero di Tabula Rasa, approfittando per augurarvi di visitare la sua personale e, se potete, conoscere l’artista Orodè.

§

Partiamo dall’inizio, dall’elemento primigenio, dal tratto caratteriale, dalla materia umana, qualunque essa sia e con essa il suo nome. Mutare il proprio inseguendo l’identità come la fiera di Caproni ne “Il Conte di Kevenhüller”, mettendosi in gioco come pronome o non-nome di se stesso. Qualunque artista, quando opta per un ri-battesimo di sé, è consapevole delle implicazioni di un gesto simile. Un azione di non ritorno che prelude ad un recupero insperato della propria nascita. Orodè, giovane artista tarantino, che ha vissuto a Lecce e oggi vive a Roma, ha sperimentato la sua arte su diverse materie. La sua opera più evidente, visitatissima è in quella Casa Museo “Vincent City”, a Guaguano, dove Orodè ha dato vita alle sue visioni sotto forma di 250 metri quadri di mosaico (vedi su http://www.fragmentart.it). È presente in diverse mostre personali e collettive dal 2001 a oggi, a Lecce, Roma (“Il Domasguardi contro l’arte dell’accecamento”, 2007, Arch Gallery), Barcellona (2006, Spazio Espositivo El Sol de Nit). Orodè aderisce così insieme a Gianluca Costantini, Efrem Barrotta e Giorgio Viva al nostro progetto di dare visibilità all’arte dalle pagine di una rivista dedicata alla letteratura. Si tratta di un artista a tutto tondo non nuovo a reading performativi e sperimentazioni, anche letterarie. Un esempio su tutti è costituito dal libro autobiografico, dal titolo di “Io sono della pietra”, disponibile in copyleft sul sito FragmentArt. Uno degli aspetti che affascinano di più della sua arte è la componente artigiana della stessa, la ‘fabbrica’ di Orodè è un paese delle meraviglie dove i concetti si mescolano ai tasselli, dove i colori finiscono sulla tela o sul cartone, indefinitamente ma non senza una causa ragionante, una definizione concreta che trova un messaggio forte nel desiderio di recuperare radici ancestrali, tratti archetipici e inconsci. Nel suo lavoro c’è una costante che costringe lo spettatore a definire ciò che vede con termini fisici, tattili, di forte impatto concreto. I disegni scelti per questo numero di Tabula Rasa sono testimoni dei tratti salienti della sua produzione, dove l’inquietudine e la sospensione sono capaci di creare un’attrazione repulsiva inconsueta.

§

Personale di Orodè.
Presso “ARCH ART & JEWELS”, Via G. Lanza 91 A, a Roma
dal 23 Maggio al 14 Giugno 2008
dal Martedì al Sabato 15.30 – 21.30. Domenica e Lunedì chiuso. telefono/fax 06 45471695, cell. 3402179383

Dal 23 Maggio al 14 Giugno 2008, ARCH ART & JEWELS mette in mostra l’opera di Orodè, 14 dipinti inediti su tela di grandi dimensioni, composizioni dove la pittura si fonde col mosaico ed emerge inequivocabile la capacità dell’autore di coniugare spiritualità dell’atto creativo e funzione comunicativa dell’arte.
Fragmentart Man è un Golem, il leggendario gigante di argilla, che solo chi conosce le arti magiche può creare, forte ed ubbidiente, incapace di pensare, parlare e provare qualsiasi tipo di emozione.
Nel corso del vernissage Orodè creerà il Golem di se stesso, presentandosi al pubblico in modo completamente diverso rispetto al solito fare formale dell’artista in passerella sarà parte integrante di una sorta d’installazione con artista. I visitatori della mostra non incontreranno Orodè, ma il suo camuffamento, il Golem Fragmentart Man che indosserà una pesante maschera mosaicata ed un lungo camicione dipinto, realizzati dall’artista stesso, e che siederà su suppellettili costruiti anche essi dal Golem/Orodè; allo spettatore sarà così resa una magnifica sintesi dell’opera orodeiana, oltre ad una suggestiva auto-rappresentazione piena di simbolismi e creatività.
Di me – Scriveva Gustav Klimt – non esiste alcun autoritratto. Non mi interessa la mia persona come ‘oggetto di pittura’. Sono convinto che la mia persona non abbia nulla di particolare. Sono un pittore che dipinge tutti i santi giorni da mattina a sera. Chi vuol sapere di più su di me, cioè sull’artista, osservi attentamente i miei quadri per rintracciarvi chi sono e cosa voglio”
Orodè, anticonformista, anti-accademico, assolutamente autodidatta. A volte raffinato, altre schietto, irrompente e provocatorio nelle sue opere come nella vita. Raffigura prevalentemente corpi femminili, delineati spesso con una penna PILOT, definiti con acrilici, smalti, cera, oppure attraverso pezzi di ceramica sagomati con una semplice tenaglia. Difficile racchiudere la sua arte in un filone, anche se evidenti sono le influenze dei grandi maestri dell’espressionismo quali Schiele e Klimt.
Tra le esperienze, fondamentale per la sua formazione artistica la lunga permanenza nella casa-museo di Vincent Brunetti, a Guagnano in provincia di Lecce, dove dal 2000 al 2005 decora oltre 250 mq di superficie muraria con opere realizzate in ceramica, specchi e sassi inventando la Fragmentart, ovvero la matrice identificativa di tutto il suo lavoro.

Tra le ultime personali

2007- Arch Gallery- Roma “Il Domasguardi contro l’arte dell’accecamento”
2007 – Ass. Cult. Fondo Verri- Lecce “Mosaici, pittura e poesia di Orodè”
2006 – Spazio Espositivo El Sol de Nit- Barcellona (Spagna) “Orodè”
2004 – Ass. Cult. Fondo Verri- Lecce “Crepuscolo Celtico”
2003 – Ass. Cult. Il Raggio Verde- Lecce “L’odore di bruciato che brucia il cuore”

(dipinto, “le mele rosse”, di Orodè,
in foto, Orodè)

Vi aspetto Sabato a Copertino per la presentazione di “Ieratico Poietico”


Medi_terra_neo – Sabato 17 maggio – ore 20,30
Ieratico poietico di Stefano Donno – Besa Editrice
presentano Antonio Errico, Luciano Pagano
video installazione di Andrea Laudisa
Ex Palazzo Colonna – Via Ruggeri- Copertino (Le)

Ieratico Poietico” segna la cifra dell’incontro, non solo poetico, con Stefano Donno; incontro germinato nell’estate del 2003, e che ha portato diversi e ottimi frutti, dibattiti, scritture. Sabato sarà l’occasione per mettersi/ci a confronto, discutendo insieme a Antonio Errito di questo bel libro.

stipendio minimo per gli immigrati


…notizia poco attendibile…secondo una proposta del neoesecutivo potrebbe essere concessa l’autorizzazione di permanere sul suolo del magnifico stato (il bel paese), soltanto agli immigrati che possano certificare uno ‘stipendio minimo’, come ovvio provente di attività lecite. Ebbene, si vocifera che il prossimo passo, attuabile entro qualche anno, sarà quello di estendere il provvedimento anche ai cittadini italiani: così facendo potrebbero restare cittadini italiani (pena l’espulsione in Romania) soltanto coloro che saranno in grado di certificare detto stipendio…resta da stabilire quale sarà il tetto di euro al di sotto del quale anche i cittadini italiani saranno allontanati dalle loro città, abitazioni, famiglie…pare che qualche avvocato si stia organizzando per un’azione civile, sembra che Romania e Italia appartengano entrambe alla comunità europea, questo l’assurdo cavillo portato a giustificazione dell’azione…il tetto minimo potrebbe oscillare tra i 1500 e i 2000 euro, chi non sarà in grado di dichiarare tale somma potrebbe essere costretto all’espatrio…

L'estate è crudele


Daniela Gerundo
su “L’ESTATE E’ CRUDELE” di BIJAN ZARMANDILI

L’ho letto in poche ore, nel treno che mi portava in vacanza a Milano.
Il mio soggiorno è coinciso con le manifestazioni per i 160 anni delle “5 giornate di Milano” che si svolsero dal 18 al 22 marzo 1848, anno destinato a passare alla storia come sinonimo di stravolgimento totale.
Merita il giusto risalto questa rivoluzione – guerriglia cittadina che colse impreparati i soldati austriaci, addestrati a combattere in campo aperto e non tra vicoli ostruiti da barricate.
La fiera volontà dei milanesi di riappropriarsi della propria terra, della propria indipendenza, libertà, ispirò una lotta comune combattuta abbattendo ogni barriera sociale e coniugando anime profondamente diverse. Cinque giornate in cui l’orgoglio degli aristocratici, la caparbietà dei borghesi, l’ardore degli intellettuali, il coraggio del popolo scrissero una delle pagine più significative della storia della nostra Nazione.
Unità di intenti e di sentire che, nella storia narrata dallo scrittore iraniano B. Zarmandili pervade gli animi della popolazione che contrasta il mutamento strutturale in atto nell’Iran di Reza Pahlavi.
Il 1963 è l’anno della “rivoluzione bianca”, dell’introduzione di riforme sociali ed economiche attraverso le quali lo scià, che godeva della protezione degli Stati Uniti, intendeva dare all’Iran uno stile di vita occidentale. In effetti, in Iran si determinarono squilibri sociali tra ristretti circoli di affaristi legati alla corte e la popolazione sempre più affamata che manifestò il proprio dissenso organizzandosi in piccoli focolai rivoluzionari. La Savak, polizia segreta, soffocò i tentativi di rivolta operando arresti di massa, torture e uccisioni ma non poté fare lo stesso con il clero sciita che propagandava la rivoluzione dai luoghi di preghiera. Dopo alterne vicende e la fuga dello scià, nel 1979 fu proclamata la Repubblica Islamica.
La storia d’amore di Maryam e Paviz narrata nel libro è ambientata negli anni in cui in Iran soffia forte il vento del dissenso, sradicando assetti resi stabili dalla sedimentazione degli strati calcarei della corruzione, convenienza, complicità, propaganda di regime, repressioni, torture.
Un amore che nasce e cresce tra fughe improvvise, lunghe assenze, silenzi forzati generati dal prorompere di una passione ancora più grande: la passione sociale, della propria storia, della propria terra.
Il percorso degli ideali, costellato da pedinamenti, intercettazioni, spionaggi, trasferte è però destinato a bloccarsi al capolinea del tradimento perpetrato da un compagno di lotta, Sirus, che incarna i limiti dell’umana debolezza, posto di fronte all’alternativa tra una morte causata da atroci torture e la salvezza assicurata dalla negazione dei propri principi.
Maryam e Paviz scelgono la strada del non ritorno fino alle estreme conseguenze, consentendo all’autore di scrivere pagine di intenso lirismo, pervase dal sentimento dell’umana pietas di fronte allo scempio del corpo della giovane donna.
Mentre feroci aguzzini la torturano a morte Maryam si astrae dalla brutalità attraverso il pensiero che, sostenuto dai dolcissimi versi della poetessa Forugh Farrokhzad, corre lontano facendole rivivere i momenti più belli della sua storia d’amore dalla quale è nato il piccolo Kevian.
E’ l’estate del 1978, sadica, carnefice; un’estate crudele di morte contrapposta alla bella estate romana del ’60 che vide sbocciare l’amore tra i due studenti iraniani.
Seppure raccontata col rigore dell’informazione giornalistica la storia narrata da Zarmandili è destinata a lasciare il lettore attonito di fronte all’evidenza del potere devastante dell’odio, della ferocia; dello smarrimento del senso della pietà, della solidarietà e della coerenza.
L’amarezza e il disincanto ci derivano dalla constatazione dell’attualità della storia narrata che continua a ripetersi, anche se con modalità diverse, in momenti diversi, in zone diverse , con nomi diversi e con ideali diversi, ed anche senza ideali; a volte solo con l’idea che la partecipazione ad una missione di pace può accelerare i tempi per l’acquisto dell’appartamento e consentire una vita un po’ più agiata, quando si ha la fortuna di poter continuare a vivere.

Nel libro vengono citati Forugh Farrokhzad (1934 – 1967) la prima donna iraniana che con la sua poesia sfidò la tradizione islamica, meritandosi l’appellativo di “poetessa del peccato” per la sensualità e la carica erotica della sua scrittura; e Sadegh Hedayat (1903 – 1951) considerato il più grande scrittore iraniano del ‘900, autore de La civetta cieca, un romanzo visionario intriso di allucinazioni e incubi. Solitudine, senso di vuoto, pessimismo morboso sono i temi ricorrenti della sua opera letteraria spesso composta sotto gli effetti dell’oppio, in cui si rifugiava per proteggersi dalla delusione della vita.

Paint it black!


“io musico te soltanto perché solo fosti vivo solo quanto adesso chiuso fra parentesi di un rigo, lascia che ti dicano minore o sconosciuto”

“Poeta Minore”, Max Gazzè, Gadzilla, 2000

In ricordo di Antonio Leonardo Verri. Sudiari.


Venerdì 9 maggio dalle ore 20.00 al Fondo Verri

In ricordo di Antonio L. Verri scomparso tragicamente
Il 9 maggio 1993, Antonio L. Verri, morì in un incidente stradale. Era di “sabato e poi venne una domenica” carica di lacrime per la Puglia della cultura.

Letture di Simone Giorgino, Piero Rapanà, Mauro Marino

e a seguire

Sudiari

Violle perDiari Di Guerra“, un progetto di narrazione musicale.a cura di Violle_X, una formazione nuova ma con un solido bagaglio di esperienze e di presenza nel panorama salentino degli ultimi anni.
Sudiari” è il diario di un sud molto poco narrato, ma reale, affaticato e stanco, ma attento e deciso a risollevarsi, intanto scavandosi dentro, alla ricerca di una identificazione esistenziale, di una pacificazione con un territorio spesso duro e incapace di riuscire a trattenere a sé  i propri figli.
I testi sono tratti dal diario di guerra di Luigi Simmini  sono tratti dal libro “Diari di guerra, Salice Salentino nella Resistenza” edito nel 2007 dal Comune di Salice Salentino. Il libro sarà presentato dal prof. Antonio Scandone.
Altri testi sono di Roberto Simmini, Andrea D’Agostino, Sandro Rizzo. Le musiche saranno eseguite da Mauro Ingrosso, chitarra elettro-acustica; Roberto Simmini, chitarra elettrica; Dino Potì, chitarra elettrica; andrea d’agostino, basso; paola scalpello, tastiere; antonio ingrosso, batteria; Tonia De Vincentis, voce. Le voci narranti: Guido Imperio, Marisa Rizzo, Roberto Simmini, Andrea D’Agostino.

Immagini video di Franco Livera

SUDIARI è un progetto di narrazione musicale.a cura di Violle_X, una formazione nuova ma con un solido bagaglio di esperienze e di presenza nel panorama salentino degli ultimi anni.
Sudiari” è il diario di un sud molto poco narrato, ma reale, affaticato e stanco, ma attento e deciso a risollevarsi, intanto scavandosi dentro, alla ricerca di una identificazione esistenziale, di una pacificazione con un territorio spesso duro e incapace di riuscire a trattenere a sé  i propri figli.
Le narrazioni sono tratte da un libro “DIARI DI GUERRA“, di Luigi Simmini e Antonio Scandone, due salentini  che raccontano le rocambolesche vicende vissute durante la seconda guerra mondiale, fino ai ritorni a casa fortemente voluti e desiderati.

“Una generazione di padri.
che hanno ricominciato, ricostruito.
I nostri padri che hanno amato intensamente la propria terra, i propri simili, che si sono aggrappati alla propria storia, alla fede, alle tradizioni dei padri e delle madri,
I nostri padri, tenaci e pazienti, poeti cantori della vita, memorie del mondo.
Una generazione, poi, di figli.
Eredi inconsapevoli, quasi casuali, di una storia straordinaria, unica e irripetibile.
Figli che devono ricordare e non smarrirsi.
Una nuova generazione di padri e madri, quindi, con le braccia alzate al cielo non per arrendersi, ma per invocare forza e meritare, un giorno, onore dai propri figli.”

info: robertosimmini@libero.it – 3478836083   –  www.violle.it

DIARI DI GUERRA
Salice Salentino nella Resistenza

DIARI DI GUERRA” è un libro pubblicato a cura dell’Istituto Comprensivo Statale di Salice Salentino (LE), in particolare dagli alunni della scuola media “Dante Alighieri” e sostenuta dal Comune di Salice Salentino e dalla Provincia di Lecce, che raccoglie i diari di guerra scritti da due cittadini di Salice, Luigi Simmini e Giuseppe Scandone.
Questa  iniziativa permette anzitutto di accedere alla conoscenza di vicende storiche che in qualche modo hanno avuto poche e sfuggenti  possibilità di essere divulgate e approfondite.
Si tratta di offrire un punto di vista in qualche modo inedito di come la nostra gente, i nostri padri hanno vissuto e subito le tristi e inquietanti situazioni verificatosi 60 anni fa, durante la Seconda Guerra Mondiale.
Le vicende dei protagonisti rivelano tutta l’assurdità delle situazioni che moltissimi nostri connazionali hanno dovuto subire. Ma i diari allo stesso tempo narrano i ritorni a casa, fortemente desiderati, rocamboleschi ma riusciti.
In questo percorso si è reso necessario soffermarsi quindi anche su noi stessi, figli di quei padri, delle loro partenze e dei loro ritorni, per non dimenticare e acquisire una nuova consapevolezza, un nuovo rapporto con il nostro territorio e la nostra gente.
Da questa constatazione nasce l’esigenza di esprimere meglio in qualche modo il tentativo di ricercare una “pacificazione” con la propria realtà.
Il libro  “DIARI DI GUERRA – Salice Salentino nella Resistenza” è stato curato dal   Prof. Mario Proto, docente di Storia delle dottrine politiche e Sociologia generale nell’Università del Salento.
E’ stato pubblicato da LARES EDIZIONI, all’interno di “Percorsi“, collana editoriale di attualità e ricerche.

Facemmo ali.


Antonio Leonardo Verri
(Caprarica di Lecce, 22 febbraio 1949 – 9 maggio 1993)

“Per giungere nel retro osteria, occorreva attraversare un corridoio largo e lungo scoperto, che l’uomo dei curli, Antonio Verri, attraversava sempre con un suo modo di camminare tipicamente ondulante. Guardandolo, francamente, veniva un po’ da ridere, ma nessuno si permetteva di farlo, data la grande serietà che egli poneva in tutte le sue cose, soprattutto quelle riguardanti il senso profondo della vita. Dunque l’uomo dei curli, Antonio Verri, camminava quasi sempre danzando. Poggiava prima un piede, e su di esso adagiava poi il corpo grande e grosso come quello di un uomo-elefante. Passava quindi all’altro piede ripetendo così l’azione. Alla fine ne veniva fuori una deambulazione ondulante, un salire e scendere di un corpo ben fatto sì, ma che non riusciva a stare sempre ben eretto. Molto tempo dopo che l’uomo dei curli, Antonio Verri, era volato via in un posto magico fatato, qualcuno disse che forse quel suo modo di camminare era dovuto alla corea, una sorta di sofferenza che dà pure qualche dolore alla nuca e alle articolazioni. L’uomo dei curli, Antonio Verri, dunque, attraversava il corridoio largo e lungo del Mocambo con il suo passo coreutico per giungere infine nelle due stanze del retro osteria. E’ stato sempre un luogo ben pulito questo, raccolto e intimo, che subito, a chiunque vi mettesse piede dava un senso di confidenza, di appartenenza atavica, di sicurezza. Proprio quella che l’uomo dei curli, Antonio Verri, cercava da sempre, da quando cioè aveva sentito forte il battito profondo del cuore contadino di sua madre Filumena.
«Mamma», diceva l’uomo dei curli, Antonio Verri, alla sua nonna-madre, «raccontami un racconto».”

Maurizio Nocera, Mocambo,
Apulia, Settembre 2001

Antonio Verri, La cultura dei tao da Musicaos.it

Antonio Verri, Port Bou: quasi un diario da Musicaos.it

Antonio Errico, “Tutta la vita per un declaro” da Apulia

Fabio Tolledi, La pratica poetica (2) da Apulia (diritti riservati)

Fondo Verri accoglie l’eredita’ e l’operativita’ del maestro di scrittura e di vita Antonio Leonardo Verri.”

§

FATE FOGLI DI POESIA, POETI
(manifesto poetico di Antonio L. Verri)

Cominciate, poeti, a spedire fogli di poesia
Ai politici, gabellieri d’allegria
A chi ha perso l’aria di studente spaesato
A chi ha svenduto lo stupore di un tempo
Le ribalte del non previsto,
ai sindacalisti, ai capitani d’industria
ai capitani di qualcosa,
usate la loro stessa lingua
non pensate, promettete
…”disarmateli” se potete!

(al diavolo le eccedenze, poeti
Le care eccedenze, le assenze anche,
i passeri di tristezza, i rapimenti
i pendoli fermi, i voli mozzi, i sigilli
le care figure accostate al silenzio
gli addentellati, i germogli, gli abbagli…
al diavolo, al diavolo…)

disprezzate i nuovi eroi, poeti
cacciateli nelle secche del mio gazebo oblungo
(ricco di umori malandrini, così ben fatto!)
Fatevi anche voi un gazebo oblungo
Chiudeteci le loro parole di merda
I loro umori, i loro figli, il denaro
Il broncio delle loro donne, le loro albe livide.

Spedite fogli di poesia, poeti
Dateli in cambio di poche lire
Insultate il damerino, l’accademico borioso
La distinzione delle sue idee
La sua lunga morte,
fatevi poi dare un teatro, un qualcosa
raccontateci le cose più idiote
svestitevi, ubriacatevi, pisciate all’angolo del locale
combinate poi anche voi un manifesto
cannibale nell’oscurità
riparlate di morte, dite delle baracche
schiacciate dal cielo torvo, delle parole di Picabia
delle rose del Sud, della Lucerna di Jacca
della marza per l’innesto
della tramontana greca che viene dalla Russia
del gallipolino piovoso (angolo di Sternatia)
dell’osteria di De Candia (consacratela a qualcosa!).

osteggiate i Capitali Metropolitani, poeti
i vizi del culto. Le dame in veletta, i “venditori di tappeti”
i direttori che stupiscono, i direttori di qualcosa,
i burocrati, i falsi meridionalisti
(e un po’ anche i veri) i surrogati
Le menzogne vendute in codici, l’urgenza dei giorni sfatti,
non alzatevi in piedi per nessuno, poeti
… se mai odorate la madre e il miglio stompato
Le rabbie solitarie, le pratiche di rivolta, il pane.
Ecco. Fate solo quello che v’incanta!
Fate fogli di poesia, poeti
Vendeteli e poi ricominciate.

Fatevi disprezzare, dissentite quanto potete
Fatevi un gazebo oblungo, amate
Gli sciocchi artisti beoni, i buffoni
Le loro rivolte senza senso
Le tenerezze di morte, i cieli di prugna
Le assolutezze, i desideri di volare, le risorse del corpo
I misteri di donna Catena.
Fate fogli di poesia, poeti,
vendeteli per poche lire!

§

(foto Claudio Longo, Luoghi d’Allerta, ed 2005)

da Kurumuny

– Il pane sotto la neve. Più altro pane

– Quotidiano dei poeti

– Il fabbricante di armonia Antonio Galateo

– La Betissa. Storia composita dell’uomo dei curli e di una grassa signora

Col bene che ti voglio. Da oggi in edicola.


Da oggi e per sedici settimane, ogni giovedì, sul quotidiano “il Paese nuovo“, potrete leggere il mio secondo romanzo, “Col bene che ti voglio“. Approfitto di questo blog per ringraziare la redazione e il quotidiano, per primo Mauro Marino, che crede e ha appoggiato la ‘faccenda’, faccenda tra virgolette perché si tratta di un termine che tornerà nel romanzo. La storia è ambietata a Lecce, nel 1998. Non dico altro. Non voglio togliere il gusto (per chi lo avrà) di leggere la storia di questo “fogliettone” Salentino, un po’ noir e un po’ commedia. Chi fosse lontano dai luoghi distribuzione del romanzo (ovvero le edicole di tutto il Salento) potrà iscriversi gratuitamente al sito del quotidiano (www.ilpaesenuovo.it) e leggere la pagina incriminata ogni giovedì pomeriggio, sul pc. Vi ringrazio e vi auguro buona lettura.

(in foto Via Marco Basseo, uno dei luoghi del romanzo)

The gutter twins. Alessandro Milanese


Alessandro Milanese
THE GUTTER TWINS

Ci sono io, seduto sul letto, col pc sulle gambe.
Ci sono io, che navigo scazzatamente dentro pitchfork andando di recensione in recensione senza grandi mete.
Ci sono io, che mi fermo, attento.
The gutter twins – saturnalia (sub pop) rating: 7.8.
I gemelli sono Greg Dulli (afghan whigs soprattutto) e Mark Lanegan (screeming trees, solista e queens of the stone age).

I primi anni 90.
Da poco maggiorenne, oscillavo tra il suono inglese, figlio di una Manchester che ballava e sfoggiava caschetti anni 60, e le chitarre americane da Seattle e d’intorni.
Conoscevo Mark per un disco con i Trees, uncle anesthesia, e per un pezzo nearly lost you che finì in un film in voga al tempo e che aveva un video passatissimo.
Il vocione di Mark, le movenze feline del suo pachidermico chitarrista.
Greg arrivò a sorpresa.
93.
Una fidanzata quasi bambina con due grossi occhi scuri e un disco nelle orecchie.
Afghan whigs – gentlemen.
Il primo disco su major, la perfetta armonia tra chitarre taglienti e anima soul.
Lui, con un completo da urlo, con quel taglio di capelli, con quel bastone ad accompagnarne i passi.
In quel video, debonair.
La più grande interpretazione del figlio di puttana che io ricordi.
Lp perfetto, straziante, dilaniante.
La puntina continuava ad arare i solchi e l’inverno passò così, quella storia finì velocemente e quelle canzoni la trasformarono in qualcosa di non vero, qualcosa di importante.

Qualche anno dopo, cinque per la precisione.
98.
In 3, in un locale di Ladbroke grove, l’ultima fermata della via crucis che porta il nome di
Portobello Road.
Londra, due giorni prima del Reading festival, a caccia di quasi secret gig di preparazione al concerto sul main stage.
Il locale è il Subterranea o qualcosa del genere.
Una ex fornace.
Con una platea e dei piccoli loggioni a ringhiera che costeggiano un palco, alto ma poco profondo.
C’è il giusto fumo, si vede poco o nulla, e dal quel nulla esce una camicia nera, stiratissima ma con
le maniche arrotolate.
Attaccano un pezzo nuovo (something hot) che da li a breve finirà in 1965.

Contano fino a tre e ripartono.
Debonair.
Cerco inutilmente di staccare quella specie di parapetto, pochi metri sotto di noi il secondo chitarrista coi capelli bizzarri si lancia nella sua scatenata danza a piedi fermi.
Il concerto scorre così, sono in forma ma i pezzi nuovi annunciano quello che si sospettava, che dopo quel disco non ce ne saranno di nuovi.
Nei bis Greg fissa di continuo un punto nel buio della prima fila.
Un punto con dei capelli neri e lunghi, con un fondoschiena come dio comanda.
Lei sale sul palco, balla, si dimena, e finisce la sua corsa con la lingua in bocca al cantante meglio vestito della storia.

Passano due giorni e ci presentiamo nella signin tent del festival ad attendere i nostri eroi.
In mano la scaletta del concerto di due notti prima, che un roadie compassionevole ci aveva passato, sfinito dei nostri richiami inumani.
Arrivano.
Il concerto, colpa del palco dai mille suoni, della luce del giorno, e da un estate inglese finta come al solito, non è stato grandioso.
Greg è stanco bestia, ma sorride come un bambino quando capisce che li abbiamo visti due volte in tre giorni.
Il secondo chitarrista dice di ricordarsi di noi, della nostra vicinanza in quel buco fumoso.
Fanno i lori autografi, gentili e affabili, e alla precisa nostra domanda di come si sia conclusa la nottata con la fan scatenata Greg prende un respiro grande come una casa.
“Wow”, condito da un paio di parolacce in italiano.
Preciso, tutto quello che mi aspettavo dal mio uomo.

Quell’estate avevo lasciato a Milano la mia fidanzata dell’epoca.
A casa, nella periferia bollente di una metropoli agli sgoccioli, ascoltava il secondo disco solita di Mark Lanegan, alternandolo con il suo primo amore Pj Harvey.
“Ha una voce così sexy”.
Mi amava e da li ad un po’ mi sarei innamorato anch’io, troppo tardi.
Era qualcosa di bellissimo, nella sua imperfetta bellezza, come quei quadri che visti da vicino, con maggiore intensità, ti lasciano senza fiato, per davvero.
La scaletta del concerto londinese era attaccata, giusto un pelo sotto il pisellino del bambino nevermind, a mollo nel blu dipinto di blu, alle mie spalle.
Passarono quasi tre anni.
Ritornai alla provincia, con i miei stracci, da solo.
Staccai quel poster blu, con quella fotocopia bianca e nera coi titoli scritti sopra.

Questi ultimi anni.
Mark che, oltre a dischi solisti e collaborazioni varie, rende bellissime alcune canzoni dei Queens of…
Greg che forma i Twilight singers ma non si ripete, e come potrebbe d’altronde.
Fino ad oggi, un mp3.
A fine recensione, postato, con quella bellissima linea blu sottostante.
Idle hands.
La chitarra di Greg, semplice, serrata.
La strofa tutta per il suo socio.
“My idle hands
there’s nothin i can do”
Il bridge, classica scrittura del ex afgano.
Il ritornello che si trascina verso l’alto, le due voci che si incrociano e riportano indietro un paio di emozioni.
Prendo il cellulare.
Un sms, ordino il disco a dei miei ex commilitoni discografici, tra loro uno dei soci in quella gita londinese.

Il cd arriva venerdì.
La recensione la posso scrivere fin da ora.
Chitarre con un anima, piccoli nuovi esperimenti figli di giocattolini elettronici, ospiti d’eccezione, ma soprattutto loro due.
Come degli zii fidati, quelli che quando avevi i primi grattacapi ti davano le soluzioni senza passare dai tuoi.
Quelli che poi fanno un disco, anni dopo, e lo compri a scatola chiusa.
Quelli che a fine aprile suonano a Milano, e a cui, chissà, magari, forse, probabile, porti a conoscere la persona che sta con te, ora.

Walhalla. Orodè. (Film sonoro o quasi)


Orodè
WALHALLA

(Film sonoro o quasi)

La vita reale è soltanto un riverbero dei sogni dei poeti. Le corde della lira dei poeti moderni sono interminabili pellicole di celluloide.”

(Kafka)

N.B. I Bruciati: io e il mio trono di ceramica. Truccati. Tra Bosch ed Ensor. Maschere.

Ci sono degli individui e c’è il nulla. Ribellarsi. Ribellarsi all’ordine: è l’ordine! Ribellarsi! Ribellarsi all’ordine! Che cosa vogliono? Macchine! Hanno bisogno di macchine per fare soldi, per quantificarsi. Noi poeti non siamo macchine. Siamo barbagianni, verdura frullata, coglioni di toro, amplessi, secrezioni. Noi poeti siamo la morte non macchine. Noi poeti dobbiamo rubare, siamo ladri, truffatori, sgozzatori, santi, tutto tranne che macchine. La rivoluzione consiste nell’essere il più lontano possibile lontani dalle macchine, dall’essere una macchina. Hanno tolto il gusto. Il sapore a tutto. Hanno tolto le capacità. L’ordine è sbagliato! Ogni fuga dall’ordine avvicina l’individuo al Walhalla.1
La vita nell’ordine è una vita falsa, persa. Gli uomini e le donne sul pianeta sono degli stupidi bambini. È bene che ci si approfitti di loro. È bene che ci adorino!

CLEAN SLATE

Il Walhalla.

Pomodori dappertutto. “Pennuli”2 ovunque. Rosso su bianco. Collane di pomodori sui muri bianchi di calce.
Io ho paura della carne, dice il primo dei Carnivori. Le mani su morbide natiche, seni. Voi pensate che io mi annoi?
Così dicendo, disteso su corpi di donne, fluttua su frutta, stoffe antiche e consunte, si gira su uno dei bianchi, splendidi culi luminosi e lo penetra velocemente.

Solo rumore sapete fare, dice. Solo rumore.

A braccetto col mio morbido mandolino, dice. Passeggiando, attorniato da bellezze nude, calpestando acini d’uva. Un corridoio. Rivoli di mosto. In fondo, uno schermo gigante. Il volto di lei. Ondeggiante. Eterno. Il corteo va incontro a lei.

Sono il primo dei Carnivori, dice, amore mio, mia santità.

Peperoni sott’olio. Melanzane sott’olio. Capperi. Ogni tipo di conserva. Allineate su un armadio di ossa, di ossicini che decorano le ossa. L’immagine di lei che ondeggia flessuosa, fluttuante. Il viso che si allarga e occupa tutto lo schermo. Una maschera incantatrice. Il corteo è fermo di fronte a Lei. Tutte le nudità tremano. Si stringono. Non c’è più tempo, dice il primo dei carnivori. L’infinito si è rotto. Si accartoccia. Accompagnatemi di nuovo nella sala della Cicatrice. Puliremo la vergine. I fogli. Risorgeremo finalmente a nuova vita.

Lungo il corridoio, il lento corteo, totalmente bello nell’esposizione d’arte. L’opera prima del primo dei Carnivori. Tutti i corpi lucidi d’oli, profumati. I piedi, i polpacci blu. Rivoli di mosto e menta. Il primo dei Carnivori procede tenendosi il membro in mano. Sia fatta la luce senza la luce, dice. A braccetto. Non si capirà più niente, dice. Vivi e morti. Carne morta comunque. Morsi di cani. Orgasmi. Il tempo tutto per noi.

II

Nella Sala della Cicatrice. Una finestra con cornice di sassi e cemento. La finestra non può più aprirsi. Tutto il corteo guarda fuori. Verso le campagne. Nel temporale. Il primo dei Carnivori siede su un trono mosaicato. Collane di peperoncini, di melanzane e pomodori secchi tutt’intorno. Alcune donne toccano il Re. Altre lo truccano. Gli dipingono dei grandi occhi di uccello rapace. Gli pongono sulla testa un vaso di rame capovolto. Tutte le donne indossano calze coloratissime e un intimo succinto. Si dispongono intorno al primo dei Carnivori. Su di lui. Sotto di lui.

Riprendono le coincidenze, dice il primo dei Carnivori. Vedete? Siete come volete!

Una creatura alla pecorina, con calze blu elettrico e un corsetto rosso con fiori dorati si guarda in uno specchietto nascosto tra i lunghi peli di un tappeto bianco. Il seno bello, penzolante. Il culo tutto pronto come una cagna. Le cosce allargate e frementi. Aspetta! Scultura, dice il primo dei Carnivori. I vostri seni pari alle montagne, superiori ad ogni forma di linguaggio. Siamo qui per essere e per dimenticarci. Come il vento, la lava… Io sono il successore di Picasso. Io mangio la bellezza. Nemmeno la cerco. La mangio! Capite? Così dicendo si solleva dal trono. Si dispone dietro la ragazza alla pecorina. Le allarga la fica con due dita e la penetra. Si sporge su di lei che ansima. Entrambi si guardano nello specchietto. Si cercano con gli occhi. Gridano all’unisono: voi operai avete distrutto il mondo! Voi operai avete distrutto il mondo! Voi operai avete distrutto il mondo!

Nello specchietto gli occhi ansimanti e le bocche frementi diventano pezzetti di pane che vorticano in una purea di favette.

III

Nella sala della Cicatrice la rossa Danae dice al primo dei Carnivori:

Nel mio nulla io sono bella ma mi sento in colpa per tutto. Cimento il sangue, la saliva. Ci metto tutte le mie ossa in tutto questo disordine. Ci metto tutto quello che posso… la rivoluzione serve proprio perché è inutile.

Siamo lontani dal mondo, le risponde il primo dei Carnivori.

Niente è tanto bello quanto colpire gli insetti. Colpirli al volo, sentire il loro squallido peso schiacciato, sconfitto, inerme per terra… morta merda. C’è ancora tanto dolore ma io non voglio soffrire.

Pensiamo ai fiori, qui nel Walhalla, e non al fallimento! Pensiamo ai fiori… ché sono venuti bene, dice il primo dei Carnivori.

Le lunghe dita affusolate della donna accarezzano il sesso del Re poeta, il primo dei Carnivori. Egli è disteso sulle gambe della donna che con un braccio e le ginocchia lo culla. Il Re guarda in alto. Non indossa più il vaso di rame. Il trucco è intatto. Sul soffitto vari schermi televisivi. Fermi immagine dei tanti miti passati sul pianeta Terra e… iti. Siti ma iti, dice, persino la Musica. E grida: Musica! Dal greco “mūsiké”… oh! Arte delle muse…

La modella, la rossa Danae, contorcendosi glielo succhia freneticamente.

IV

Il giardino del Walhalla di notte. Chiuso dal mare e da mura mosaicate dallo stesso Re a dalle sue ancelle. Con viali e alberi, tappeti sui muri e tavoli bassi. Una musica indiana. Alcune bellezze ballano. Indossano solo una gonna bianca da dervisci e ruotano, ruotano finché non cadono. Il primo dei Carnivori con una telecamera gira il suo film. Le ombre degli aranci si proiettano sulle gonne che vorticano. Una delle donne per terra, nuda e splendente, con voce trafelata, dice: primo dei Carnivori, voscenza usa la nostra carne come carta, come cibo. Lei ci fotte e ci strappa e ci mangia!

Tu, con le tue grandi e piccole labbra, le risponde il Re, non capisci, piccola mia: io creo! Balla con me! Questa pipinara ci farà bene! Balla! Chiudi gli occhi e ascolta! L’abbracciò. La verità è nascosta nel buco di culo di qualcuno… ed io devo cercarla. Così la piegò sul trono. Le abbassò la gonna da derviscio. Diede alcuni colpi nella fica e le infilo il tirso nel culo, ferocemente, facendola gridare: “Oimmè! Sorta rande!”3

E il Re intanto la canzonava: “Na na!… Ciu ciu ciu!…. Cquà cquà!…. pìu pìu pìu…. Nane nane nane…. Ruccu ruccu…. Àa…a!…. isci…ii!….iù….u!…..arri!”4

Riprendendo il di lei culo meraviglioso, penetrato, i suoi lombi, la sua pelle, il suo collo fremente, le sue orecchie… riprendendo il proprio tirso che entra ed esce, entra ed esce nella stretta carne della modella… cercandole l’anima a morsi, stringendole i seni, mentre tutte le altre fremono eccitate, applaudono e fremono.s

V

Lo stesso giardino. Su uno schermo la proiezione della Danza dell’Eccesso. Il poeta maledetto Alessio dei Rifiuti, uno dei Bruciati, piegato su sé stesso a punto interrogativo, apre le braccia e arresta una massa di umani. Li blocca con la sola forza della sua pazzia. E balla, balla la Danza dell’Eccesso. Il Re sorride, tutta la corte sorride.

Io sono troppo delicato, dice il primo dei Carnivori. Onorate il grande Cendrars.

Le donne si voltano verso la grande statua dell’autore di Moravagine, scolpita e mosaicata dal primo dei Carnivori. Alta tre metri, raffigura il genio svizzero in smoking… una manica nera penzolante e un cappello nell’unica mano. A gambe divaricate con un membro ritto di 50 cm di legno nodoso che le donne venerano e succhiano come se fosse vivo, come ai bei tempi antichi.

Alcune se lo infilano. Il cielo è stellato.

VI

L’artista e l’essere umano devono riconciliarsi! Che conflagrazione! La società vuole che l’artista sia morto! L’artista puro, non il giocattolo del mercato, chiede alla società di allentare la pressione, di abbassare la temperatura. La società, come cadendo dalle nuvole, con le mani ancora sui pulsanti del potere, delle decisioni, chiede se la temperatura va bene, se la pressione-punizione è giusta. Cara società, tu puoi fare quello che vuoi, questo gioco tra il gatto e il topo è una trappola. Cara società, dove appendo i miei quadri? Dove lascio penzolare la mia lingua? Cara società, quando guardo i miei quadri sento che sono vivi. Tu? La melassa che proponi, il popcorn che hai ordinato, con me non funziona. Fai paura, società, ed io devo fuggirti, fuggirti. Mettertela nel culo e salvarmi. Che modello di eroe propongo? O di antieroe? Vediamo. Propongo un modello d’eroe che deve fuggirvi, perché la confusione è troppa. E l’ecosistema sta collassando. Propongo un modello di eroe che, quando aprite bocca, quando vi muovete, gli cadono le braccia e gli si tappano le orecchie. Un modello di eroe che non riesce ad utilizzare tutto il proprio cervello perché la classe è ritardata. Così, pur di non fare la fine di Cristo, rischia di implodere, di vedersi colare la genialità dalle orecchie. Un modello di eroe che, anche se veste i panni del gatto, è meglio sia topo. Perché voi, brutta società, fate cacare. Non mi farò sparare. Non mi farò fucilare. Non mi farò eliminare. Per me merdona società te la puoi prendere nel culo. Anch’io devo andare avanti!

Chi lo dice questo? E che fa?

VII

Nel sogno del primo dei Carnivori. Saltare di casa in casa con una leggerezza alla Chagall. Entrare e depredare. Servirsi da soli. Self-service! Nella lotta tra il bene e il male, sul pianeta Terra, c’è una lotta tra un unico modello di bene, il bianco, e un unico modello di male, il nero. Lavoriamo sul rosa ch’è meglio! Lavoriamo sulle nostre mani- non solo con le nostre mani. Io passo per mostro. Vi ficcherò questo “ramonzo” nel culo!

N.B. Stanze monotematiche tappezzate di “cannizzi”5 di pomodori, muri di origano secco appeso o peperoncini. Contadini, operai, truccati con segnali di guerra. Tutti a lavorare-lavorare. Tutti nell’ingranaggio per non fare nulla. Tutti contro i pochi.

VI/B

Uno alla volta o due alla volta, siamo in trappola. Guardiamo lo scoglio affondare, il cuore che se ne va e si ferma. Una nuvola di moscerini intorno al cuore, la barca lontana. Una mano è solo l’onda, le tante mani tutte le onde. Le tante falangi sorridenti e i tanti denti di tricheco. Mentre un mostro di sabbia mi tiene a terra la testa e la pesta.

Io, sono senza di te un resistente acaro della verità. Uno di quelli che dovrebbe essere già morto.

Si potrebbe disegnare nel male del mio cuore un paesaggio marino. Il ripetersi del languore con passi da giaguaro. La fine delle credenze e la necessità del salvagente incatramato che il primo che passa afferrerà. Ma nel ripetersi del mal di cuore si potrebbe disegnare un cinescopio al posto della mia testa. Con il corpo che non la regge più. E una resistenza sfrontata e inutile a questo lasciarsi andare nello stesso pianeta, nello stesso tempo, con gli stessi occhi. Senza più senso all’orizzonte.

Un esercito di chiwawa bianchi al galoppo, sono le onde del mare.

Canto la canzone d’amore.

Chi?

VI/C

Sentirmi inutile a 33 anni. Con questa mano che si rifiuta di scrivere. Rallenta il corso dei pensieri. Rimpicciolisce la scrittura. M’impone di guardarla. Come regge la penna. Come si sa muovere sul foglio. Che sfila per me come una puttana. Coi suoi peli delicati. Con le mie cicatrici- sue. Coi suoi occhi sul cappuccio. E mi fa sospirare profondamente. Con l’orologio che batte il tempo. Una bottiglia di vino scadente.

Ubriaco ormai, che non ho bisogno di bere. Fumato che non ho la forza di fumare. Occhi che vedono il tavolo e la scrittura. E la testa, la fronte pesante. Mi pare che i tanti tasti dolenti- non vogliono più essere tastati. Mi rimane una scacchiera che mi pietrifica. Tante parole che mi hanno distrutto. E fatti pochi per la verità. Pochi- pochi- per pochi- da pochi!

Sapere che la vita è più semplice e più complessa. Sentirmi un idiota. Credere troppo nel sogno per difendere chi, poi? Non sono resistente. O forse ho incassato troppo. Credere di salvarmi ma ho toccato il fondo un’altra volta. Cercare di salvarmi ma mi viene da ridere. Sentire. Sentite! Sentite! Tutto il mio operare lo riducete in polvere e me lo sputate addosso!

Nella mia nullità devastante, pitturicchio, sbudello, intervengo. La terminologia esatta fa male perché è vera. La terminologia esatta forse non ha le gambe corte. Il mio vuoto inutile. Incredibile nulla. Attende. Vuole mangiare.

VIII

Io sono come le erbette sulle nostre chiese barocche.

Di certo verrò divelto- se ci arrivate-

ma rinascerò da altra parte.

È inutile crepare!

Orodè

1 “Walhalla”. Nella mitologia nordica, l’oltretomba riservato agli eletti del dio guerriero Odino, quivi condotti dalle valchirie (propr. Tempio dei caduti in battaglia)

2 Collane di pomodori

3 Che dolore! Che maleficio!

4 Tutte voci, versi per comandare gli animali!

5 Cannicci: graticci di canne per vari usi (come riparo, per seccare la frutta, ecc.)

Verona, una realtà difficile. (Ma non era una delle città più ricche d’Italia?)


Quello che segue è un estratto da Wikipedia della voce Flavio Tosi, attuale sindaco di Verona. Quel che potete leggere può fornire uno spunto per una discussione sui temi della sicurezza, al centro delle ultime elezioni che hanno portato alla vittoria del centro-destra, soprattutto in un comune dove non sono poche le ordinanze per rimettere le cose apposto.

La voce completa è qui.

§

Tra i provvedimenti varati dalla giunta Tosi, vi è stata l’ordinanza anti-prostituzione, che vieta, in tutto il territorio comunale, di fermare il proprio veicolo per contrattare prestazioni sessuali[9]; mentre per salvaguardare l’igiene pubblica è stata emessa un’altra ordinanza, che vieta, tra le altre cose, di consumare cibo da asporto vicino all’ingresso dei monumenti cittadini, di gettare rifiuti per strada, di imbrattare gli edifici, di effettuare bisogni corporali in luoghi pubblici.[10] Tale ordinanza ha fatto discutere quando sulla stampa è apparsa la notizia che un bambino di quattro anni era stato multato per aver mangiato un panino davanti a Palazzo Barbieri.[11] Tosi ha però chiarito che ad essere stato multato non è certo il bambino, che come minore non è ovviamente perseguibile, bensì i genitori, che anch’essi stavano consumando dei panini e sono stati multati solo dopo che i vigili urbani li avevano inutilmente invitati ad allontanarsi.[12] Tosi ha inoltre vietato la consumazione di bevande alcoliche in alcuni luoghi del centro e nei vari giardini pubblici (esclusi naturalmente i plateatici concessi in uso ai pubblici esercizi), allo scopo di mettere un freno alla presenza di ubriachi che troppo spesso molestano ed aggrediscono i cittadini di passaggio.[13]

Sul campo nomadi di Boscomantico, Tosi ha denunciato il fallimento della politica di integrazione perseguita dalla precedente giunta di centrosinistra[14], alla luce dei molti episodi criminosi ad esso collegati (la stessa Procura della Repubblica di Verona ha definito il campo “una fucina di delinquenza”[15]), ed ha avviato contatti con l’Istituto Don Calabria [16] ed il Vescovo di Verona mons. Zenti[17] per trovare una nuova sistemazione per i nomadi.

Al momento di scegliere due rappresentanti del Comune per l’Istituto Veronese per la Resistenza, il Consiglio Comunale ha optato per Andrea Miglioranzi, eletto nella lista di Tosi e membro del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, e Lucia Cametti di Alleanza nazionale. Il fatto, oltre ad aver suscitato vive polemiche, ha portato a vari articoli sui principali giornali nazionali.[18] In seguito a queste proteste Miglioranzi si è dimesso dalla carica; al suo posto il Consiglio Comunale di Verona ha nominato il consigliere Giampaolo Beschin.[19] Tosi ha ribadito che le nomine non sono state decise da lui, ma dal Consiglio Comunale su indicazione dei capigruppo della maggioranza, e ha comunque difeso la scelta, affermando la necessità non di “riscrivere la storia, ma di approfondirla in una visione pluralista”.[20]

Politicamente, val la pena sottolineare che Tosi, pur appartenendo ad una giunta di centrodestra, per quanto riguarda l’ordine pubblico ha fatto spesso fronte comune (oltre che col vicesindaco ed ex sindaco di Treviso, il leghista Gentilini) anche con alcuni sindaci di centrosinistra (tra cui il sindaco di Padova Zanonato[21], il veneziano Cacciari[22], il bolognese Cofferati e il fiorentino Domenici[23]) dichiarando che i sindaci dovrebbero avere a tal proposito maggiori poteri, e che nei problemi di ordine pubblico non è la politica che conta, ma il buon senso.[24]

§

Questa volta del blog di Salam(e)lik prendo una notizia datata 26 dicembre 2005:

«È un atto di discriminazione razziale non servire il caffè a clienti extracomunitari che si fermano al bancone di un bar per prendere una consumazione. Lo sottolinea la Cassazione che ha confermato la condanna a 4 mesi di reclusione nei confronti di Luca Z., un barista di 43 anni di Verona che gestiva il bar “Giardino”. L’esercente – dal giugno ’98 al novembre ’99 – si è rifiutato di somministrare le consumazioni agli extracomunitari che entravano nel suo bar, finchè un giorno due nordafricani, lavoratori con regolare permesso di soggiorno, chiesero l’ intervento della polizia (*). Luca Z. si rifiutò di dargli il caffè e li invitò ad uscire dal locale».

Danza araba medioevale e danza interpretativa della poesia araba: una ipotesi di ricostruzione


Enrico Pietrangeli
su “Danza araba medioevale e danza interpretativa della poesia araba: una ipotesi di ricostruzione”
di Marialuisa Sales

E’ un manoscritto ottomano del XV secolo a scandire il verbo divino nella sua potenza generatrice di melodia.

Dal suono, intimamente connesso alla poesia, si evoca una danza che, nella tradizione aniconica islamica, non resta che ipotizzare. La Sales lo fa attraverso questo breve ma consistente trattato, sintesi di lunghi anni che la vedono protagonista nella coreutica, soprattutto in ambito universitario, anche con seminari e conferenze, attingendo tanto da il sama dei Sufi quanto dal kathak indiano a tutt’oggi praticati. Una ricerca nella “ricodificazione” sostenuta con basi teoretiche, che preserva l’integrità di un modello medievale ancora caratterizzato da un approccio simbolico piuttosto che analitico. Al-Fārābī e al-Mas‘ūdī sono i due pilastri di riferimento dell’autrice. Per mezzo delle loro opere, al di là degli aspetti speculativi, sono rese più tangibili talune forme della danza araba medioevale, in particolare l’utilizzo del corpo come “strumento a percussione” e l’innesto dell’interpretazione mimica. Ottimi i riferimenti storici qua e là riprodotti in sintesi e note per meglio ampliare la visione del lettore; quelli più pertinenti l’indagine prodotta sono relativi alla dinastia abbaside, momento in cui è fiorente “il processo di acquisizione dell’eredità culturale greca”. Un ruolo determinante, in questa mediazione, lo ebbero anche alcuni cristiani nestoriani, come ibn Ishāq, che finirono col trovare il loro ultimo rifugio in Mesopotamia. Interessante come, nella centralità del suo razionalismo aristotelico, al-Fārābī consideri la musica inferiore alla poesia poiché il suo “contenuto sensibile” è più consistente rispetto al versificare che, in ultima analisi, è più vincolato a contenuti raziocinanti nel suo indagare i piani emozionali; di conseguenza, “il più elevato degli strumenti musicali”, sarà il canto umano. Cosmopolita, storiografo e altrettanto razionalista è al-Mas‘ūdī, precursore di un approccio analitico che, per i tempi, è a dir poco originale e ricco di spunti. “Mimica, ammiccamento e acrobazia” sono parte di quegli elementi comparativi che la Sales intende rielaborare attraverso la kereshme, ovvero la danza classica persiana ottocentesca, per affermare un valore del “sentimento” nella danza cortese anziché quello del “movimento”, proprio della “coreusi contemporanea araba”. Da segnalare, seppure soltanto accennato, è quel “processo simbiotico” tra cultura islamica ed indiana avvenuto con la dinastia Moghul. Ragguardevole, come si evince fin dall’introduzione, la consulenza storica e teologica, nonché l’apporto di due capitoli, di Shaykh Abdul Hadi Palazzi. Emergono aspetti controversi e meno noti al mondo occidentale, circostanze che, nel corso dei secoli, ci riconducono ad un Islam dotto e moderato, aperto al mondo e al progresso; un contesto che, in Europa, forse vede la sola eccezione di una figura come Federico II. Partendo da un grossolano errore interpretativo di von Sebottendorf, diplomatico tedesco in Turchia prima della grande guerra, Palazzi ci descrive e decodifica un esempio di gestualità rituale Sufi. Le annotazioni di giurisprudenza islamica mettono in rilievo l’autorevolezza di al-Ghazāli, Sufi e teologo, che pone lo “stato d’animo” quale elemento atto a discernere la natura “proficua o deleteria” della musica e della danza, mentre Ibn al-Jawzi e Ibn Taymiyyah vengono citati come letteralisti avversi non solo al suono ma, più in particolare, al sufismo stesso. La disputa tra una visione spirituale ed una integralista si è, di fatto, protratta “sino ai giorni nostri”. Non ci resta che sperare di vedere ancora fiorire quell’Islam più profondo e ricco di contenuti tanto artistici quanto mistici, piuttosto che vederlo miseramente decadere tra “intolleranza” e “oscurantismo”. “L’Amore è la mia religione e la mia fede” non è che un verso di Ibn al-‘Arabi, il migliore, a mio parere, per concludere nella poesia la lettura di questo libro.

Marialuisa Sales, Danza araba medioevale e danza interpretativa della poesia araba: una ipotesi di ricostruzione
Edizioni Akkuaria – 2006

Professione…emigrante!


Chi di voi non ricorda quel meraviglioso film di Massimo Troisi “Ricomincio da tre”, dove il giovane attore – non nel film, ma nella vita – decideva di prendere armi e bagagli e andarsene da Napoli? In un periodo in cui avviene sempre di più il contrario fa una certa emozione ricordare la scena in cui Troisi, insieme a un altrettanto giovane e oggi valente giornalista Michele Mirabella, discutevano in macchina; ebbene, era proprio Mirabella a porre la fatidica domanda, dopo che il protagonista diceva infatti di stare andando a Firenze da Napoli si sentiva sempre rispondere con un’insinuazione “Emigrante?”. Il mito dell’emigrante e del treno di Schaffhausen (nelle sue traslitterazioni di Sciaffausen, Sciaffùsa) fa parte del nostro dna, passa dalle liriche di “Soul Train” (1996) dei Sud Sound System (Pallidu politicu nu nci a statu mai in seconda classe sul treno che va da Lecce a Schauffausen chinu de gente si ma gente ca sta fugge lontano dalla loro terra d’origine amara e resa pesante come il piombo mandata allo sbaraglio) e arriva, quest’oggi, nel bel romanzo di un attore e regista teatrale, Mario Perrotta. Leccese, è nato nel 1970, “lavora in teatro, cinema, televisione”, come recita il risvolto di copertina di questo “Emigranti Esprèss” (edito da Fandango Libri, €14), scritto che si colloca tra il racconto e reportage narrativo e che approda alla carta dopo essere stata una seguita piece radiofonica. La storia autobiografica che fa da cornice al testo è intrigante, il piccolo Mario ogni settimana prende il treno Lecce-Milano per andare a trovare suo padre, che lavora a Bergamo. Il piccolo ha soltanto dieci anni, così sua madre si preoccupa di trovare qualcuno che si occupi di fare compagnia e allo stesso custodire quel bambino, durante un viaggio lungo più di mille chilometri. Il linguaggio utilizzato è un miscuglio di dialetto parlato e italiano che si adatta bene al protagonista, la lettura, malgrado una forzatura iniziale dovuta a un normale ‘riposizionamento’ nelle corde dell’autore, ci fa subito immaginare i pensieri come detti ad alta voce da questo ragazzino abituato a viaggiare da solo per migliaia di chilometri. La scrittura di “Emigranti Esprèss”, stretta tra le pagine del libro, esige di essere detta a ogni chilometro di binario che viene percorso. Le stazioni sono come grani di un rosario (Lecce, Brindisi, Bari, Pescara, Ancona, Rimini, Bologna, Parma, Milano, etc.) che portano fino al chilometro numero 1085, a Milano, dove il padre di Mario lo attende e se non c’è lui c’è qualche parente che ha ricevuto l’incarico. Un romanzo on the road, stazione dopo stazione, dove incontriamo l’emigrante che ha fatto il minatore in Belgio, e racconta la sua storia. C’è la donna che ha lavorato con i mattoni in Svizzera, e anche lei si intrattiene con il protagonista raccontando di come è stata cacciata via dopo aver resistito alle ‘attenzioni’ del datore di lavoro. Le storie sono tante, tutte impastate di umanità, sofferenza e grande speranza. C’è qui la descrizione del mondo visto attraverso gli occhi di un bambino sveglio, che ha imparato a raccontare le bugie per non dire una verità così strana, chi crederebbe che quegli oltre duemila chilometri al mese vengono fatti per ‘registrare’ l’apparecchio ai denti? Questo romanzo è interessante anche perché documenta la realtà in evoluzione di un non-luogo per eccellenza, il treno, dove ogni passeggero si affida, tra partenze, arrivi e ritardi, per un viaggio che è soltanto l’inizio di quello che lo troverà dal suo arrivo in poi. Ogni stazione è lo scenario per una storia e per un capitolo differente. Mario Perrotta appartiene a quel filone – vedi autori come Marco Paolini, Ascanio Celestini – che riprende una tradizione in cui il teatro si fa rappresentante della realtà e portatore di denuncia, infatti le storie che vengono raccontate dai passeggeri mescolano la vita quotidiana agli ultimi trenta anni di storia del nostro paese, regalandoci una storia veduta dal finestrino di un treno in corsa, negli spazi angusti di corridoi e scompartimenti. In questo romanzo in particolare Perrotta approfondisce il tema dell’emigrazione, già affrontato nei suoi fortunati spettacoli “Italiani cìncali – Parte prima: minatori in Belgio” e “Parte seconda: Odissea”, in particolare “Emigranti Esprèss” è il titolo del programma in quindici puntate andato in onda su Radio2 nel 2005, e vincitore del Jury Special Award al concorso TRT (Türkiye Radyo-Televizyon) International Radio Competition.

pubblicato su “il Paese nuovo”
del 28 marzo 2008

Col bene che ti voglio. Da giovedì 8 maggio in edicola


“Col bene che ti voglio”
romanzo in sedici episodi settimanali
di Luciano Pagano

da Giovedì 8 Maggio su “il Paese nuovo”

Credits:

Soundtrack

Luglio, Riccardo Del Turco, 1968

Pink Floyd, I wish you were here (live)

Radiohead, Paranoid Android

Bob Marley, One love

The Police – Every breathe you take

Beautiful (soap) – Main track

Rolling Stones – Paint it black

Depeche Mode – It’s not good

Immagine cover digitale ( Ul_Marga, via Flickr)