Viaggio nel paese del comunismo reale.


Animal Farm - George OrwellNon ci vedevamo da un po’ di tempo. Negli ultimi anni ho finito col frequentare il negozio sempre meno perché trovare un parcheggio da quelle parti era impossibile. Non basta perdere tempo in cerca di un posto di lavoro, adesso devo impazzire anche per un posto auto, non era cosa. Così entro in negozio. Gironzolo tra le mercanzie. Lui mi accoglie subito “allora, ti sei sposato?”, “…ancora no, ci devo pensare, dammi dieci minuti”. Continuo a gironzolare. “Quindi non ti sei sposato. Devo dirti una cosa. Tu sai che io sono comunista vero?”. Annuisco. “Ma non comunista come quelli che ci sono adesso…” – il mio viso si fa interrogativo, lascio che prosegua – “…ma sì, sciacquati, io non sono come quelli, io sono comunista-comunista”. Ha ragione. “Ebbene, c’è un luogo nel mondo dove sono riuscito a realizzare il comunismo reale, ed è la mia famiglia, te lo confesso, io sono contento, sono contento di questa cosa”. Come lo invidio, è riuscito a creare una microcellula comunista in terra, come avrà fatto? “A casa mia – siamo in tre – ognuno produce secondo le sue possibilità e consuma secondo i suoi bisogni reali. Tanto è vero che mio figlio non produce nulla (nds non lavora o lavora poco o lavoricchia o non fa nulla) e consuma più di tutti”. Uau! Passo alle domande. “E se fossi solo, se non mi dovessi o potessi sposare, come potrei realizzare il comunismo da solo? Esistono forme di autocomunismo?”. Fa un sorriso “…ma certo che esistono, la sega: la sega è autocomunismo. Anche se per fare il vero comunismo bisogna essere almeno in due, con un figlio è meglio, in tre esce meglio, quindi devi sposarti e fare un figlio al più presto”. Io che credevo di essere capitato lì per caso soltanto adesso scopro di essere stato mosso come una pedina dalle dita sottili del Signore, che oggi ha deciso al posto mio in materia illuminazione personale. Ho bisogno di ragguagli, “…quindi se ho capito bene, produci secondo la possibilità e consumi secondo il bisogno, e se non produci nulla? Non consumi nulla?”. “Vedi che non hai capito? Quello è il Socialismo”. M’illumino d’immenso, “…bene, quindi se non produci non consumi e in più ti chiudo in camera per punizione abbiamo lo Stalinismo…”. L’amico s’intorvisce, come se avessi trasceso, “no, non hai capito, quella è un’altra storia”. Va bene. Prendo, vado alla cassa, pago e esco salutando “dammi il tempo, una cosa alla volta, comincerò dalla più semplice, quando ci vedremo ti aggiorno”. Gli animali sono tutti uguali, è vero, ma certi sono più uguali degli altri. Ciao.

Del perché non ho mai recensito “Il giovane Holden”


Che poi uno una recensione de “Il giovane Holden” non la scrive per tanti motivi. Il primo motivo è semplice, quando sei affezionato a un libro è difficile parlarne senza essere emotivi, senza lasciarsi andare a sciorinare tutti i ricordi che sono collegati a un testo. Sono momenti questi in cui il miele e il veleno rischiano di confondersi troppo con il colesterolo, lì nel sangue, e combinare guai. Allora uno pensa al perché non ha mai scritto una recensione per uno dei suoi libri preferiti e si dice che non ne vale la pena forse, di mettersi a scrivere di Holden, Bardamu, Adrian Leverkühn o Gregor Samsa; non ne varrebbe la pena davvero perché sarebbe come tirare acqua ad un mulino nel quale gli tsunami passano per la cruna degli aghi da troppi anni. Insomma, complicato. Poi succedono cose come questa e ci ripensi, e ti ricordi che una volta ci hai pure provato a buttare giù qualche appunto su “Il giovane Holden”, hai iniziato a leggerlo, hai continuato, e dopo dieci pagine ti sei dimenticato che volevi scrivere qualcosa e sei uscito di casa e poi sei ritornato e hai finito di leggere “Il giovane Holden”, ma non ci hai scritto su nulla. È vero che certi libri bisogna leggerli, e che parlarne toglie tutto il gusto. So già che tutti i giornali la meneranno giù con la storia di Salinger che non voleva farsi vedere, Salinger che voleva scomparire e tutte le altre cazzate. Ci sarà pure qualcuno che avrà il gusto così cattivo di aggiungere che forse adesso Salinger riposa in pace al riparo dai rompicoglioni, forse è tutto vero. Forse in un mondo come il nostro per togliersi di mezzo bisogna crepare, semplicemente e dignitosamente al riparo dai riflettori. Quel che resta, buone o cattive, sono le opere. E lo stile.

“Lei alzò un po’ le spalle, come aveva fatto prima, e poi disse, freddissima: – Ti secca darmi il mio vestito? O è troppo disturbo? – Era una ragazzina che ti gelava. Anche con quella vocetta pigolante, riusciva a metterti addosso un po’ di fifa. Fosse stata una di quelle vecchie prostitute cavallone, truccata come una maschera e via discorrendo, non sarebbe riuscita a gelarti in quel modo.
Andai a prenderle il vestito. Lei se lo mise eccetera eccetera, e poi raccolse il soprabito dal letto. – Ciao, mezza cartuccia, – disse.
– Ciao, – dissi io. Non la ringraziai né niente. E sono contento che non l’ho fatto.”

Haiku per Salinger


Haiku per Salinger


Jerome David Salinger is gone outside
to catch the world out of his rye.
Goodbye

Jerome David Salinger
(New York, 1º gennaio 1919 – Cornish, 28 gennaio 2010)

Gocce, un sms per salvare l’acqua con una poesia


Gli ebook di Musicaos.it

Dal 05 febbraio al 02 marzo 2010
L’Accademia Mondiale della Poesia promuove il

2° Concorso
“Gocce, un sms per salvare l’acqua con una poesia”

Il concorso è aperto a tutti, con una sezione speciale dedicata agli studenti di tutte le scuole italiane. Il concorso è indetto in occasione della Giornata Mondiale della Poesia dedicata alla figura di Tonino Guerra.   La giuria è composta da qualificati protagonisti della letteratura contemporanea tra cui il poeta italiano Andrea Zanzotto e la poetessa brasiliana Marcia Teophilo.  L’Accademia Mondiale della Poesia in occasione delle celebrazioni della Giornata Mondiale della Poesia proclamata dall’UNESCO per il prossimo 21 marzo, promuove il concorso “Gocce, un sms per salvare l’acqua con una poesia” in collaborazione con Accademia Kronos Onlus (promotrice del Premio Internazionale “Un Bosco per Kyoto”), AMREF (African Medical and Research Foundation), Darwin Edizioni (specializzata nel settore dell’editoria scientifica e naturalistica) e Vodafone.
L’ONU ha dichiarato il 2005-2015 “Decennio internazionale dell’Acqua”. L’acqua è sempre stata oggetto di ispirazione per i poeti di ogni nazionalità (da Petrarca a Ungaretti tra gli italiani, da Goethe a E. Thomas fra quelli stranieri, solo per citarne alcuni).

Il concorso ha lo scopo di sensibilizzare le persone e in particolar modo i giovani studenti sul tema dell’acqua: un bene che riguarda tutti e che tutti dovrebbero considerare con più riguardo. L’ACQUA è un diritto per tutti i popoli, fonte di ogni vita e risorsa sempre più scarsa che va tutelata.

Modalità di partecipazione:

A partire dal 5 febbraio, fino al 2 marzo 2010, i partecipanti potranno inviare una poesia dedicata all’acqua, al numero 340 4399777, della lunghezza massima di 800 caratteri, spazi inclusi, inserendo all’inizio nome, età e città di provenienza, partecipando così al concorso di poesie via sms e dimostrando in questo modo anche la loro sensibilità per la salvaguardia dell’acqua.

Concorso per le scuole:

Un’attenzione speciale è riservata alle scuole di tutta Italia che potranno partecipare al concorso che prevede inoltre una sezione speciale in lingua veneta, inviando un messaggio al numero 340 4399777 della lunghezza massima di 800 caratteri inserendo all’inizio SCUOLA nome scuola e città se si partecipa come classe e ALUNNO cognome nome e città se si partecipa individualmente.
In occasione delle celebrazioni della Giornata Mondiale della Poesia, che avrà luogo il 19 marzo prossimo a Verona, verranno proclamati i vincitori del concorso.

La giuria:

Fra i membri della Giuria, due candidati per il Premio Nobel della Letteratura, la poetessa brasiliana Marcia Theophilo e il poeta italiano Andrea Zanzotto; il Presidente del WWF Oasi Antonio Canu, il Presidente di Accademia Kronos Onlus, Ennio La Malfa; il Prof. Francesco Vallerani, dell’Università Cà Foscari di Venezia; i giornalisti Ottavio Rossani del Corriere della Sera, Costanza Lunari di Gardenia e Grazia Francescato, giornalista ambientalista; Alessandro Troisi, Editore Darwin Edizioni; Alberto Benetti, Assessore all’Istruzione, Edilizia Scolastica, Promozione del lavoro e Politiche Giovanili del Comune di Verona, Stefano Quaglia, Ispettore della Direzione Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale per il Veneto; Ferdinando Cerchiaro, Dirigente Tecnico dell’Ufficio Scolastico Regionale per il Veneto; Anna Lisa Tiberio, dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Verona.

Le poesie saranno pubblicate sul sito: http://cis.laser-group.com/giornatapoesiasms.

Voto del pubblico:

Anche il pubblico potrà esprimere il proprio parere votando la poesia ritenuta migliore, inviando al numero 3404399777 il testo “VOTO” seguito dal numero della poesia scelta, visibile sul sito internet http://cis.laser-group.com/giornatapoesiasms. Per ricevere gratis il programma via sms del concorso o della Giornata Mondiale della Poesia, basta inviare al numero 3404399777 il testo “STAMPA” se si fa parte di un organo di informazione, “POESIA” in caso di addetti ai lavori, oppure semplicemente “PUBBLICO”.

Per ulteriori informazioni:info@accademiamondialepoesia.com , cell.; 346 701 59 29
http://www.accademiamondialepoesia.com/

Gli ebook di Musicaos.it

Carosello al termine della notte


LA STRADA DI LEVI


Presso il Teatro Franco Parenti
Via Pier Lombardo 14, Milano
27 Gennaio – ore 18.00
[ingresso libero fino a esaurimento posti]

Marco Belpoliti, Davide Ferrario, Andrea Cortellessa
presentano in occasione della Giornata della Memoria 27 gennaio 2010, La strada di Levi e Da una tregua all’altro. Dvd & libro in libreria dal 21 gennaio
con gli autori: Anna Bravo e Stefano Jesurum

La strada di Levi, Chiarelettere

Un deputato piccolo piccolo. Se il diario di Anna Frank diventa un libro osé.


Bisogna andare indietro fino al 1948, a George Orwell e al suo capolavoro 1984, perché venga in mente un immagine simile, quella cioè di un Potere che crede di cambiare la storia cancellandone le tracce. Il fatto è noto e oramai sempre più “tristemente noto”, proprio a ridosso della prossima Giornata della Memoria, proprio dopo che qualcuno ha tentato di trafugare l’insegna “Arbeit Macht Frei” dal campo di concentramento di Auschwitz, qualche settimana fa, e, infine, proprio dopo la recente scomparsa Miep Gies, la donna che salvò il diario della piccola Anna Frank (già, una ragazzina) dall’oblio della Storia. In questo contesto si inserisce la ‘minchiata’, non esiste altro termine nemmeno a sviscerare i quasi 300.000 lemmi della nostra lingua uno a uno, di un deputato della lega, Paolo Grimoldi, il quale si accorge che in una quarta elementare del paese di Usmate Velate (Monza-Brianza), uno dei testi di lettura adottati è proprio il “Diario di Anna Frank”. Il solerte lettore si imbatte nei passi in cui Anna Frank, di poco adolescente, scopre la sua sessualità, descrivendola nel diario (si tratta di pagina 220); certo, se Anna non fosse stata una perseguitata anziché scrivere un diario avrebbe confidato i suoi segreti all’amichetta del cuore, ma sai, quando sei ebreo e vivi in una soffitta per nasconderti dai nazisti è difficile non cercare passatempi per impiegare la mente e non pensare al Terrore. Il deputato quindi decide che il testo è inadatto alla quarta elementare. Apro una parentesi. Io la quarta elementare l’ho frequentata in una scuola di Novara, in Piemonte. Anni ottanta, prima che la Lega dilagasse. Nelle ore di Musica ho imparato a suonare Bella Ciao con il flauto. Tra le letture che ci accompagnavano dalle elementari alle medie, oltre che Anna Frank, c’era “Se questo è un uomo” di Levi, e c’era anche Rigoni Stern e Calvino, racconti che descrivevano l’orrore senza andare troppo per il sottile. Che fine hanno fatto gli attributi dei professori? Possiamo davvero sentirle tutte? Perché i professori non vanno in parlamento e perché, soprattutto, i deputati della Lega Nord non tornano a scuola, almeno per laurearsi? Dato che a ognuno di noi, qualsiasi professione vogliamo intraprendere, è stato chiesto almeno una volta di mostrare il curriculum, facciamo un salto su Wikipedia per conoscere il pedigree culturale di Paolo Grimoldi. Apprendiamo che il giovane uomo, nato nel settembre del 1975 (mio coetaneo), si è Diplomato presso un Liceo Scientifico e ha svolto la professione di artigiano. Fin qui tutto bene, direbbe il protagonista de “L’odio”, quel che importa non è la caduta, ma l’atterraggio. Il nostro si è infatti prodigato come coordinatore dei Giovani Padani, una carica che proviene da un lavoro strenuo, un rastrellamento di energie, una profusione di volantini propagandistici per andare incontro alle esigenze di odio e risentimento dei padani doc, delle vere e proprie chicche tra le quali non possiamo non citare “Per Prodi lo studente padano vale 4,80€” insieme a un altro caposaldo della letteratura mondiale della propaganda quale può essere “Non vogliamo diventare gli asini d’Europa”. Sta tutto sul sito, basta andare su Wikipedia e navigare tra i link del sito di Paolo Grimoldi. Ora, quella che nutro non è certo una riserva sul campo. Io stesso ho sempre svolto lavori che ho imparato col fare, molta pratica a cui segue la teoria e poi ancora pratica. Quello che più dovrebbe farci pensare, forse, è che il parlamento è pieno di certi loschi figuri che, senza un minimo di preparazione storica o culturale, riempiono le pagine dei giornali con proclami irriguardosi. Basti pensare che il diario di Anna Frank è stato riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, proprio come le Dolomiti, per fare un esempio che potrebbe risultare più vicino alla sensibilità del Grimoldi; non Charles Bukowski, né Henry Miller, né tanto meno Alberto Moravia, che in “Io e lui” rendeva protagonista di un romanzo niente meno che il membro del co-protagonista. A dire il vero è la stessa cosa che accade oggi, se è vero che il cielodurismo leghista, entrato definitivamente in parlamento ha ridotto tutto a una querelle sessuale, perfino l’Olocausto. Orrore.

nel fotomontaggio una Anna Frank ignara e il deputato Paolo Grimoldi

A chi vuole scrivere Libero e a chi no. Paolo Nori e Andrea Cortellessa ne discutono a Roma con Maria Teresa Carbone


ricevo un’interessante email da Andrea Cortellessa e pubblico:

Oggi Francesco Borgonovo, direttore delle pagine culturali di Libero, titola:

INQUISIZIONE
PROCESSATE L’AUTORE CHE SCRIVE SU LIBERO

È forse il caso di precisare che il dibattito di martedì sera è stato organizzato da Paolo Nori. Sarà dunque questo il primo caso in cui il Giordano Bruno di turno si rivolgerà ai Cardinali del Sant’Uffizio al fine di farsi bruciare vivo (uso la metafora, invero un po’ indelicata parlando dell’autore di Grandi ustionati, in quanto essa è stata usata oggi stesso, dallo stesso quotidiano, nell’articolo di commento di Giampiero Mughini: “Le cose sono molto diverse da come le mette la cialtronesca iniziativa di chi vorrebbe mettere al rogo Paolo Nori”). E quelli magari – come il sadico della barzelletta al masochista che lo implora di frustarlo – risponderanno ghignando: No!

da http://www.paolonori.it/

Pubblici discorsi
19 gennaio – Roma

Martedì 19 gennaio, a Roma, alla libreria Giufà, in via degli Aurunci,
alle ore 21,
c’è una cosa che si chiama
Si può collaborare con Libero?
Andrea Cortellessa, che pensa di no,
e Paolo Nori, che pensa di sì,
ne discutono con Maria Teresa Carbone

A ciascuno il suo Avatar.


Avatar, il nuovo film di James Cameron destinato a sbancare i botteghini di tutto il mondo, è sostanzialmente una favola ecologista. Un kolossal che racchiude in sé tutto il meglio, a vederlo, dei film epici e delle saghe ai quali lo spettatore è stato affezionato negli ultimi trenta anni, da Guerre Stellari al Signore degli Anelli. La prima cosa che mi ha colpito positivamente di Avatar è stata la mancanza di ogni tentativo di comunicare una “morale” in senso lato. Mi spiego. Quando il protagonista/avatar entra in confidenza con la popolazione degli indigeni di Pandora (i Na’vi), entra a far parte di un vero e proprio mondo nel quale, antropologicamente parlando, non abbiamo che di scoprire. Nel film veniamo a contatto con i riti e le usanze di un popolo prima d’ora sconosciuto; un popolo che danza all’unisono, che caccia, che danza, che vive all’interno di un albero accovacciandosi in amache ricavate da foglie giganti. Una popolazione che ‘adora’ la natura ed è strettamente in comunicazione con essa.  Il protagonista una volta entrato a far parte di questo mondo ne acquisisce le tradizioni, fino a diventarne un abitante in piena regola. La parte del film dedicata all’approfondimento di questi aspetti è così curata e così preponderante rispetto al resto  (laddove per resto si intenda l’incipit e la prima dimestichezza con la tecnologia avatar e la conclusione finale della Grande Battaglia) che lo spettatore ha modo di affezionarsi a una popolazione appena conosciuta, dispiacendosi della brutalità dei tentativi con cui verrà brutalmente combattuta. L’effetto di ciò che avviene in seguito, quando i terrestri vogliono forzare la colonizzazione di Pandora, è molto simile nel copione a ciò che potrebbe avvenire in film come 1492. Il capo della spedizione pensa soltanto al profitto che può trarre dai minerali, che cosa può interessargli dei discorsi vanesi di una Sigourney Weaver, la scienziata che ha scoperto che gli abitanti di Pandora sono in collegamento (network) con le piante e con la terra del loro pianeta, che costituiscono cioè una Rete di informazione e memoria storica? I militari riceveranno l’ordine di attaccare il Paradiso Terrestre, con le ruspe, l’esercito, gli aerei, gli elicotteri/libellula e i missili aerocomandati. Una delle cose che di sicuro colpirà gli spettatori sarà il pianto degli indigeni quando avverrà la profanazione dei loro luoghi di culto e la distruzione del loro Albero Totem Villaggio, nel quale vivono. Parlavo dell’assenza di una volontà di comunicare una morale.

Il messaggio di fondo ecologista c’è, questo è vero, ma il tutto viene presentato rapidamente e con una leggerezza tale da non appesantire la visione del film come spettacolo puro. Non c’è lo spessore sufficiente perché le micro-storie (tranne quella tra il protagonista e la figlia del Re) vengano approfondite a scapito della narrazione. Tutto scorre rapidamente e, a essere sinceri, la durata totale della pellicola è poca rispetto a tutti gli spunti che vengono dati in pasto allo spettatore. Non a caso si parla di un kolossal dell’era Obama, semplicemente perché questa pellicola è la prima di questo livello nella quale si sia trasportata una sensibilità ‘differente’ nei confronti di un approccio all’altro. Per una volta gli americani, qui i  “terrestri” (You’re not in Kansas anymore…), vengono messi da subito in cattiva luce quando la loro intenzione è quella di arrivare, prendere tutto e tornare a casa, senza preoccuparsi della civiltà e della popolazione con cui vanno a scontrarsi. Quando tutto sembra perduto, quando ogni sforzo di contrastare l’attacco (anche sullo stesso campo dei nemici) sembra vano, ecco che è la stessa natura a raccogliere tutte le sue forze per ribellarsi in un attacco finale e risolutivo; anche qui vengono rispettati i principi di Gaia, secondo la quale il pianeta è dotato di una capacità di autoregolamentazione tale per cui nonostante i nostri sforzi per distruggerlo esso è capace di salvarsi e preservarsi autonomamente. La seconda riflessione, questa localizzata nella prima parte del film, è quella relativa al rapporto tra realtà vera e realtà virtuale. Quando parliamo di realtà virtuale siamo abituati a immaginare un qualcosa che è separato da noi e che non può essere contiguo. La genialità della soluzione inventata da Cameron per Avatar sta, secondo me, nel fatto che la realtà virtuale (l’Avatar vero e proprio) convive nello stesso spazio e nello stesso tempo, ovvero sia condivide lo spazio e il tempo, dell’originale. Quando il protagonista è nel suo avatar, il suo corpo è fisicamente in un altro luogo, quando Jake Sully deve risvegliarsi ecco che il suo avatar, nella foresta, cade in preda al sonno, letteralmente come corpo morto cade, sviene a terra. Una soluzione narrativa che rende la continuità tra protagonista Jake Sully e il suo avatar. Ogni riferimento all’avatar inteso come a doppio di una ipotetica Second Life filmica precipita prima ancora di prendere il volo, l’Avatar, in questo film convive in un altro spazio, comunque vicino, con l’originale. Tanto è vero che Jake Sully sarà quasi sempre accompagnato alla dottoressa Grace Augustine (Sigourney Weaver) anche quando prenderà il comando della ribellione della popolazione nativa. Al di là degli effetti speciali e di tutto ciò che concerne la tecnologia applicata , ciò che resta di Avatar è una favola/storia romantica nella quale una volta tanto non bisogna stare a rimpiangere il tempo passato, osservando le macerie e la distruzione che sono state portate come ferite dall’uomo bianco, in questo caso il “terrestre”. Almeno il finale è consolatorio, abbastanza perché ci si aspetti un Avatar 2, con il ritorno di chi è stato cacciato e una conseguente, nuova battaglia per la salvaguardia del Paradiso Terrestre, sia che si tratti di un paradiso proiettato nel 22 secolo sia che si tratti del nostro mondo. Buona visione.

pubblicato sul quotidiano “il Paese nuovo”
di Martedì 12 Gennaio 2009

Avatar su IMDB

Di enti e superfici. Su “Dermica per versi” di Stefano Donno


Dermica per versi” (Lietocolle, 2009, nota introduttiva Alessandra Bianco) è l’ultima raccolta di versi pubblicata da Stefano Donno nella fortunata collana “Solodieci poesie” dell’editore comasco, da anni marchio di qualità per ciò che concerne la poesia di “ricerca” nel nostro paese. Un dato che va sottolineato per la cura e l’attenzione necessarie – e non ovunque riscontrate – non soltanto da parte di un autore, nei confronti del verso. Una silloge di dieci testi è lo spazio necessario perché i risultati di una ricerca, condotta da circa due anni nel caso di Stefano Donno, trovino la giusta proposizione, catalizzando l’attenzione del lettore (e non solo del critico o del lettore-poeta), senza quella dispersione che potrebbe costituire una pregiudiziale nell’accostarsi alla poesia. Vi è qui la dimensione della ricerca e di una scrittura poetica intesa nella “possibilità di una ricerca”. Una poesia che non può essere né descrizione, né celebrazione del momento.
Perfino il titolo scelto per questa raccolta di dieci componimenti è misurato e allo stesso tempo ambiguo, decentrante, “Dermica per versi” rimanda infatti a qualcosa che potrebbe somigliare a una mappatura poetica di stile e ispirazione deleuziana, una sorta di descrizione di superfici che rimandano a altre superfici. Non è così. Non c’è nulla di più intimo e scavatore in questi versi.
È scomparso l’utilizzo dei segni di interpunzione e della simbologia trans-linguistica (matematica, fisica, scientifica, etc), è scomparsa l’influenza di uno sperimentalismo esasperato, a dire il vero condotta in un ambiente che di sperimentalismo ne aveva percorso poco. Sono scomparsi quasi del tutto i segnali (già intermittenti) da un mondo che non sia quello interiore del proprio lirismo. La cosa più interessante, soprattutto per chi abbia letto tutti i libri, e quindi tutti i ‘passaggi’ di Donno, è notare come la concentrazione raggiunta in questi versi non sia una semplice tappa, cioè un tassello ulteriore e differente dai precedenti, quanto si tratti piuttosto della sussunzione di scritture oramai lasciate alle proprie spalle, con una risultante di netta maturità rispetto a ciò che è stato in precedenza. La forma della raccolta compiuta permette di affrontarne uno a uno i momenti. (1) La silloge si apre con un’invocazione a un tu, ipotesi femminile che potrebbe essere la destinataria dei pensieri contenuti in questi componimenti. La dimensione prescelta è quella di un presente problematico, che si pone come tappa finale di un percorso, uno dei tanti dell’esistenza, giunto a conclusione. Il protagonista è pronto a uscire di scena, affidando ciò che resta del suo corpo de-sensualizzato a chi potrà accogliere i suoi baci/segnali: “sordo, cieco, muto porgo le mani verso te:/ finché in lacrime il vento non ti porterà i miei baci”. (2) Nel secondo componimento l’autore chiarisce che il campo d’azione del suo discorrere poetico è costituito dal corpo e che di conseguenza la ‘dermica’ cosiddetta va intesa come percorrenza del corpo sotto specie di emozioni, “ogni centimetro di pelle”, viene percorso, la dimensione estetica/sensuale ha il sopravvento su quella estetico/espressiva, tanto che “si perdono le parole migliori/ che non scriverò mai”. Tutto fin qui suona come un’arresa della possibilità di poetare dinanzi al reale che può essere vissuto e espresso. La “lingua” di questa poesia – in questo senso – è niente più che un organo facente parte di un apparato digerente. Supponendo che il corpo/mente sia il punto di contatto fra la realtà del mondo e l’io lirico di questi versi, ecco che il corpo non ha la determinazione sufficiente per imprimere una traccia, “Le mie impronte saranno solo un alone sfocato”. Una delle cifre che caratterizzano questi versi può essere quindi individuata nella “sfiducia”. (3) Il terzo componimento costituisce un dittico ideale insieme al quinto, in cui diviene reale e tangibile il contatto con l’altra, quell’elemento femminile che è l’interlocutrice sottesa della silloge. C’è qui la descrizione di un rapporto intimo nel quale è chiara la dimensione dell’attrito come impossibilità di comunicazione tra le due parti, “rovinare tutto con un semplice gesto senza maestria”. In tal senso l’amore è ‘dermico’, perché si ha a che fare con “L’involucro del mio male” riportato immediatamente a un’esperienza di analisi mediante poesia – “saturo d’inchiostro” – in un opporsi continuo di immagini aeree e diafane, “accarezza i tuoi seni”, “farfalle sui prati”, alle quali vengono contrapposte “meschine le serpi/ tra carcasse”. (4) La quarta poesia della raccolta si pone come cesura del dialogo tra quella che la precede e la seguente. C’è qui la consapevolezza di un meccanismo che si è inceppato, di un’abitudine amorosa che è venuta meno, non nella sequela dei gesti, bensì nell’autenticità dell’ispirazione. Vi è qui una netta presa di posizione dell’io-poetante nei confronti della donna, alla quale viene negata ogni arrendevolezza “Dovrei annuire con la testa/in segno di accondiscendenza” […] Dico dovrei/ma non lo faccio”. (5) Il componimento che occupa la parte centrale della silloge è anche quello dove la consapevolezza del distacco raggiunge il suo punto più alto. Da qui in poi sarà difficile individuare punti di contatto fra l’io-poetante e l’Altra, che non abbiano il solo sapore del rimorso o della consapevolezza che tutto ciò che è stato in una determinata misura non potrà essere più. “Quel che è rimasto di noi/è un disordinato museo dei tempi andati”. Insieme alla sfiducia si delinea un’altra caratteristica di questo sistema rizomatico, quella cioè che la rende una corazza impenetrabile perfino a chi ne aveva condiviso i tutti momenti qualche istante prima. C’è da parte dell’io-poetante una sorta di remissione nell’accettare il passato come somma di tentativi volti all’instaurazione di un rapporto che va oltre la superficie dermica “dove ho imparato ad attendere/in religioso silenzio ogni tuo cenno/riordinando per ore le spazzole per capelli/i cosmetici, gli orsacchiotti di peluche, la tua biancheria”. Quello che si evidenzia è il rapporto con oggetti che a dispetto della loro consuetudine e abitudinarietà non riescono, grazie alla confidenza, a scalfire il manto della superficie per raggiungere un quale-che-sia-presupposto-ente. (6) L’inganno amoroso si conclude in un silenzio illuminato da una “luce fioca”. La sesta poesia della raccolta riprende un’atmosfera cara a Donno, quella della metropoli, anche se a differenza di altri luoghi poetici cari all’autore da essa è scomparso totalmente l’orizzonte storico. L’evento che interessa documentare sono “le noiose giornate di provincia”, le macchine, il centro; questi elementi assumono una finzione straniante, il cuore dell’io-poetante è un qualcosa che scorre lontano, un po’ per salvarsi, un po’ per perdersi, un po’ per non farsi corrompere dall’oblio dell’indifferenza.
Da un punto di vista lessicale “Dermica per versi” è un riuscito esperimento nel quale vi è equilibrio tra linguaggio medio e alto, dove il raro utilizzo di termini più desueti (ad. es. “sciabordio”, “abbuia”, “agglutinare”) si fa indice di una ricerca di comunicazione e comprensibilità come risultati. (7) Il settimo componimento è quello in cui si celebra una ideale resa dei conti. L’io-poetante ci ha fatto comprendere, fin qui, di essere una superficie su cui può essere scritto tutto, perfino la condanna estrema, proprio come accade al protagonista dell’incubo kafkiano contenuto nel capolavoro “Nella colonia penale”, sulla cui schiena viene incisa la condanna che coincide con l’esecuzione della stessa. C’è qui l’abbandono al giustiziere, senza nemmeno un timido accenno alla richiesta di un appello. “Quando sarà il momento/tranciate di netto ogni parte di me”. Eppure in questa arresa è contenuto l’ultimo atto di denuncia nei confronti di un mondo che non vuole capire e che non è compreso, meccanismo ineffabile. Se per un’ipotesi assurda dovessimo chiederci chi tra i due, “io-poetante” e “mondo”, avesse ragione, basterebbe l’ultima strofa di questa poesia per fare vincere il primo: “Ho sempre ubbidito a tutti/e tutti mi hanno accolto/obliqui nelle loro case/come se il dovere dell’indignazione/fosse solo per il mio cuore/lacerato a brani/e nulla avessi più a pretendere/nemmeno la polvere”. Ciò che anima questi versi non è quindi un’arrendevolezza silenziosa, quanto più una forte spinta dialettica a una rivolta interiore che riesca a sovvertire la quiete del rapporto amoroso con l’Altro, il suo assopimento. Una delle cose che ci si augura di più una volta terminata la lettura di questi versi è che l’implosione avvenuta sull’IO, dopo che si sia lasciata da parte la società ‘allargata’, venga rivolta con lo stesso acume all’esterno, forte l’autore di questo affinamento del mezzo espressivo, ottenuto come è giusto che sia dopo aver pagato alla poesia un caro prezzo. (8) L’ottava composizione è quella più atipica e distante dalle corde ritmiche delle precedenti, proprio perché in essa sono individuabili gli accenti, una rapidità e un ritmo ‘propedeutici’ all’arresto repentino e inaspettato dell’ultimo verso. Una corsa che si arresta d’improvviso, come se l’io-poetante, fatti i conti con la realtà, avesse deciso di raccogliere in un punto tutte le sue forze. Una dimostrazione che lo stile del Donno è capace anche di voli repentini e accenti compiuti. Detta tracotanza si scaglia e valorizza in questo caso oggetti inutili, inermi, “sfioravo con le mani/penetravo le morte cose”. Come a dire che tanto ardore tardivo è oramai vano. Tornano infatti le mani, “tremule”, “impudiche”, “coprivano un’ansia latente d’attesa”. Da un lato la corsa affannosa verso qualcosa di invano, e dall’altro la soluzione in nulla che non sia soltanto attesa. (9) La nona poesia segna il termine del discorso intrapreso nella silloge, qui si tirano le somme, tutto l’io-poetante è consapevole di essere stato partecipe di una lezione incompiuta, quella del mondo intimo di un uomo e una donna che per un tempo intenso è trascorsa sul derma per raggiungere fibre più intime. La prima persona singolare che ha accompagnato il lettore per la durata di questo viaggio giunge alle soglie di un abisso. (10) “Dove nessun canto trova dimora”, scriverà Donno nell’ultima poesia della silloge. Nemmeno sulle pagine c’è abbastanza spazio perché la tensione dell’esistenza trovi un luogo adatto a fermarsi, “i miei passi a stento sopportano/ il peso del cielo”.
“Dermica per versi” diviene qui una dichiarazione poetica alla realtà, una denuncia dell’evidenza che in certi momenti sfiora il titanismo, concentrandosi, si potrebbe azzardare un paragone, in un bicchiere d’acqua che va bevuto ogni giorno, mandato giù a sorsi lenti e amari allo stesso tempo. È come se in ognuna delle poesie fin qui lette ci si fosse avvicinati sempre di più a un millimetro dalla sconfitta, al momento in cui si è prossimi a gettare la spugna senza compiere, tuttavia, il gesto dell’arresa. Questa raccolta, tra quelle pubblicate da Stefano Donno in questi undici anni di frequentazione con la parola ‘rivolta’ a un pubblico, è sicuramente la più riuscita, e senza nulla togliere a quelle che l’hanno preceduta costituisce un ottimo punto di partenza per una ulteriore ricerca di mappatura poetica del mondo.

Dermica per versi”, Stefano Donno, Lietocolle, 2009, isbn 9788878485419, €5

Post e dintorni


Primo post dell’anno 2010. Sul quotidiano ilPaesenuovo di oggi c’è una acuta e circostanziata riflessione su “Re Kappa” firmata da Francesco Pasca. Chi sia interessato può leggerla in formato pdf cliccando qui. È l’ultima in ordine di tempo, le altre potete leggerle qui.  Su questo sito, nelle prossime settimane, potrete leggere oltre che le consuete recensioni, le anticipazioni di quello che c’è dopo – nella mia scrittura – ovvero il mio secondo romanzo. Da qualche giorno è online SmartLit, chiunque sia interessato può visitare il sito e scrivermi. Quest’oggi segnalo, per chi fosse a Lecce, la presentazione di “Tutto questo silenzio”, di Rossano Astremo e Elisabetta Liguori, presso la Libreria Gutenberg (Lecce) alle ore 18.00, ci saranno Antonio Errico e Mauro Marino. Il 2010, che per il calendario cinese è l’anno della Tigre, si apre con servizi giornalistici (Repubblica) e telegiornalistici (Tg2) entrambi incentrati sulla riscoperta delle bocce anche tra i giovani e il declino/trasformazione  (Tg2) dei centri sociali. Male che vada se le bocce diventano così importanti qualcuno inventerà (se già non esiste) il gioco delle bocce con la Nintendo Wii. Sigh. Alberto Arbasino, sempre lui, in un’intervista chaise-longue a Andreotti/De Melis (il manifesto, marzo 2001), sosteneva che negli anni ’70 c’erano stati tanti diversi momenti ‘sorgivi’, momenti storici in cui diversi fattori culturali, ambientali, politici, portavano alla nascita di movimenti culturali e opere d’arte fondamentali. La decade trascorsa invece, quella dal 2001 al 2009, è stata catastrofica al punto che alcuni parrucconi già rimpiangono gli anni novanta. “Che carriera!”