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Eliana Forcignanò su Evidenzia Libri. Un’intervista su “È tutto normale”


DOMENICA 18 LUGLIO alle ore 22.30
a OTRANTO presso la PORTA TERRA

LUISA RUGGIO presenterà “È tutto normale” insieme a Luciano Pagano

qui di seguito un articolo/intervista di Eliana Forcignanò, comparso ieri sul blog Evidenzia Libri

«Un tenue lenzuolo di lino copre il letto. Prendi un capo del lenzuolo e lo sollevi, non importa se con o senza esitazione. Il lenzuolo viene via e lascia scoperto tutto: amore, odio, amicizia, ostilità, ambizioni, paure, desideri di rivalsa. La vita è, in parte, quel lenzuolo di lino; in parte, ciò che sotto il lenzuolo si cela». Luciano Pagano, autore di È Tutto normale, romanzo edito di recente per i tipi di Lupo Editore nella vivace collana InBox, non è un santone, né sembra intenzionato a lasciar cadere perle di saggezza giù dal settimo piano. Classe 1975, laureato in filosofia, per vivere si è tuffato nella giungla degli agenti di commercio: conosce le persone, sa come e quando accattivarsi le loro simpatie, come e quando sfoderare una grinta e una dialettica che non corrisponde al ritratto leopardiano dello scrittore tutto compreso nel suo “ermo colle”, perché la solitudine – quella invocata da Kierkegaard e da Nietzsche, nonché feconda per la creazione letteraria e artistica – si può cercare e trovare anche mentre sei in automobile per un breve transito di lavoro – da Lecce a Otranto, per esempio – o mentre ascolti una canzone rock che, ad altri, potrebbe sembrare letteralmente “spacca timpani”. In breve, ognuno ricerca la solitudine a modo proprio, tuttavia l’introspezione, la ricognizione in se stessi non dovrebbe mai tramutarsi in clausura, soprattutto per un autore che si dedica alla prosa, alla descrizione dei caratteri, alla narrazione della vita. In breve, se non vivi, se non incontri chi è diverso da te, se non viaggi attraverso pensieri, gusti, pareri differenti, cosa scrivi? Anche Leopardi – lo scrive Cassano in uno dei suoi saggi più noti – di tanto in tanto, levava gli occhi al cielo e, pur essendo un “passero solitario”, osservava gli uomini e ne traeva conclusioni più o meno giuste. Perché nessuno possiede la verità in assoluto e la parola può “aprire mondi” soltanto nella misura in cui si è coscienti della sua piccolezza di fronte all’universo: “tutto di fronte al nulla e nulla di fronte al tutto”, come scrive Pascal.

«Quando ho cominciato a scrivere È tutto normale – racconta Pagano – avevo in mente i dialoghi e da questi ho preso a lavorare per giungere al romanzo che ha conosciuto venti stesure: scrivevo la prima, terminavo, salvavo con nome sul computer e ricominciavo da principio, rileggendo, integrando, ma anche sottraendo quel che avrebbe reso il mio lavoro una saga. Non volevo scrivere, infatti, la storia di una famiglia che affronta le proprie peripezie per approdare a un’apparente quiete intorno al focolare domestico, perché questo sarebbe stato anacronistico e poco o per nulla rispondente al mio desiderio di cogliere la complessità del contesto e dei personaggi che uscivano dalla mia fantasia. Personaggi cui auguro di rimanere, almeno per un certo tempo, nella mente dei lettori”. È tutto normale è la storia di una coppia omosessuale che alleva un bambino: due padri – Carlo e Ludovico – che vivono nell’omertosa e “perbene” provincia salentina. Marco, il bambino, poi ragazzino e poi uomo, frequenta architettura a Roma e si innamora di Kris, ma chi è Kris? Il nome lascia spazio a non poche ambiguità e fantasticherie da parte dei due padri: e se anche Marco fosse omosessuale? La vicenda si svolge nell’arco di una giornata, ma è accompagnata da continui flashback nei quali compaiono loro, evanescenti eppure insostituibili, non solo perché generatrici di vita, ma anche in virtù del loro esistere e sentire differente: le donne cui, non a caso, il libro è dedicato. Eleonora, madre di Marco e moglie di Carlo – lui si scopre omosessuale dopo averla sposata – è una presenza/assenza che gravita costantemente intorno ai tre uomini, i quali la ricordano e a lei si rivolgono con sentimenti che le parole – ora sì – non bastano a descrivere: nostalgia, affetto, amore e, forse, un sottile rancore per l’abbandono pur annunciato e inevitabile. Una triade di genitori sarebbe stata possibile? La risposta è implicita nell’evolversi di È tutto normale: la memoria è presenza. Eleonora è genitrice di Marco e la sua non è una mera “aura” alla quale tributare culto e venerazione. Senza Eleonora, Marco non sarebbe nato e Carlo non avrebbe scoperto la sua omosessualità: è lei il motore mobile della storia, come lo è Andromaca, madre di Carlo e moglie di Ettore Donini, noto e ricchissimo proprietario della casearia Donini. Andromaca non è una madre accettante: mette al mondo Carlo, ma si schiera dalla parte di Ettore, il marito, quando quest’ultimo disconosce il figlio per le sue inclinazioni sessuali. Talvolta, Andromaca si reca a trovare Carlo di nascosto, ma si tratta di visite che tentano di riportare il figlio su una strada di “normalità” e di tutelare il nipote, Marco, solo in balia di due uomini.

«Ho scelto di chiamare i genitori di Carlo con due nomi provenienti dalla mitologia greca – Ettore e Andromaca – affinché questi nomi segnassero la loro distanza siderale dal figlio: il figlio, in altre parole, vede le due persone che lo hanno messo al mondo lontane e distaccate dalla sua vita. Loro appartengono a un altro mondo, non sono soltanto di un’altra generazione e questo appartenere a mondi diversi rende impossibile l’incontro. Di nuovo, non è casuale che Carlo, lasciando alle cure del compagno l’azienda di famiglia, abbia scelto di diventare un antropologo e di studiare le culture aborigene, quelle, in apparenza, più distanti da noi. L’ultimo libro che Carlo intende scrivere, prima di abbandonare l’insegnamento universitario riguarda la magia della terra salentina e la possibilità che essa abbia conosciuto la presenza di popolazioni non terrestri in un’epoca remota». Alieni: un racconto dello scrittore David Leavitt, nella raccolta Ballo di famiglia, è intitolato così: una famiglia il cui padre è recluso in un ospedale psichiatrico, la figlia è convinta di provenire da un altro pianeta e di esser stata posta dalla sua gente a guardia della Terra fino alla ricostruzione di un universo parallelo, il figlio è immerso in calcoli immaginari per costituire un’immaginazione artificiale. Solo la madre, secondo il giudizio della psichiatria, è rimasta lucida. «Di Leavitt ho letto La lingua perduta delle gru – ricorda Pagano – e mi sono convinto che il mio romanzo non raccontava nulla che potesse rimanere escluso dalla realtà, perché se, negli anni Ottanta, si parlava della possibilità che un padre e un figlio facessero outing e che la loro omosessualità fosse dichiarata, oggi è lecito parlare di due padri che crescono un figlio insieme, anche se – è bene precisarlo – si tratta di due uomini benestanti il cui diritto di allevare un bambino è dato, in parte, dalle loro condizioni economiche. Il danaro non allevia il gravame dei pregiudizi, tuttavia permette di mettere a tacere voci adulte troppo insistenti».

Le voci degli adulti: Pagano evita ogni tipo di moralismo. Non entra nel merito della questione omosessuale e sembra quasi sciocco rivolgergli la fatidica domanda: “secondo te, è giusto che due uomini…?”. A un simile interrogativo è opportuno che ciascuno dia una risposta da sé, non una risposta affrettata né dettata dalle esigenze del perbenismo o, viceversa, del politicamente corretto. Ognuno secondo coscienza: ai fini della lettura del romanzo, non è essenziale conoscere le opinioni dell’autore, come, quando si legge Leavitt, maestro di scrittura e di vita, la sua omosessualità dichiarata è utile soltanto per collocare in un contesto sociologico i capolavori che da lui siamo abituati a ricevere. Ballo di famiglia, La lingua perduta delle gru, Mentre l’Inghilterra dorme, Il matematico indiano sono letteratura: la “connotazione omosessuale” – come alcuni la definiscono – delle narrazioni di Leavitt si presta, come sempre, a sgradite strumentalizzazioni di parte omofoba, ma a un autentico lettore interessa la qualità della scrittura e della storia narrata, il resto è aria fritta. Qualcuno potrebbe obiettare che questo discorso autorizza la letteratura a veicolare i messaggi più disparati, ma la prospettiva è un’altra: la letteratura, di per sé, non veicola alcun messaggio, esattamente nella misura in cui essa ne veicola più di mille. Che vuol dire? Semplice, chi racconta la realtà non può né deve avere inibizioni, altrimenti si rischia di scivolare in quell’anacronismo del quale parlava Luciano Pagano. La questione è una: vogliamo essere scrittori o moralisti? Vogliamo raccontare o censurare? È tutto normale non è un manuale di precettistica e non aspira a sfuggire all’Indice dei libri proibiti, né a ottenere l’imprimatur dell’attuale pontefice che, per inciso, non perde occasione di ostentare la sua omofobia, ma protegge come può i casi di pedofilia all’interno della Chiesa. Pagano racconta una storia e lo fa servendosi di uno straordinario tessuto metaforico in armonia con questa “terra” che Carlo, l’antropologo, ritiene portatrice di segreti probabilmente destinati a rimanere tali. Vi sono due modi di ricorrere alla metafora: il primo è quello di disseminare qui e là qualche segno falsamente poetico sgradito al lettore perché interrompe la narrazione e sembra un’inutile cornice a un quadro penoso e fatuo: il secondo modo è quello che rende la metafora inevitabile perché, diversamente da quelle parole, l’autore non potrebbe né saprebbe sceglierne altre. «Ho scritto poesia – ci confida l’autore – per un lungo periodo e questo mi ha insegnato ad asciugare il discorso, ad avere rispetto delle parole che utilizzo, a sentirne la gravità e il peso. In tutto il libro vi saranno forse tre avverbi e sono felice che sia così. Le venti stesure e i taccuini pieni di appunti sono serviti a qualcosa». È vero, solo tre avverbi in È tutto normale che segna una crescita rispetto al primo romanzo di Pagano Re Kappa. Un autore cresce nella scrittura, soltanto quando è motivato a farlo, quando non si lascia irretire dal successo dell’opera prima. Re Kappa e È tutto normale sono due libri molto diversi, ma entrambi contengono una carica eversiva crescente che, sotto il profilo della scrittura, può essere ulteriormente sviluppata. D’altronde, Pagano non si sente “arrivato” – perché questo significherebbe esser morto – bensì in transito. Felice anche l’incontro con Lupo Editore, come si evince dall’illustrazione di copertina, Evidently Goldfish, concessa dall’artista Nicoletta Ceccoli per È tutto normale e per una collana, quale InBox, che promette davvero bene.

l’articolo di Eliana Forcignanò su Evidenzia Libri

Le fiabe di Eliana Forcignanò al FondoVerri.


Fondo Verri a.c.
Presidio del Libro di Lecce
(stagione culturale inverno 2008)
in collaborazione con la Libreria Icaro

Sabato 9 febbraio 2008, ore 19.00
Elisabetta Liguori presenta: Fiabe come rondini raccolta di Eliana Forcignanò (Lupo Editore) – Letture di Mauro Marino

Sabato 9 febbraio 2008, alle ore 19.00, presso il Fondo Verri, Elisabetta Liguori presenta “Fiabe come rondini“, raccolta di Eliana Forcignanò, edita da Lupo con il Fondo Verri.
Tanti modi sono offerti agli uomini per crescere, la fiabe da sempre sono uno di questi. Una strada semplice ed incantevole in cui ogni piccolo eroe senza risposte può cimentarsi coi giganti e uscirne sorprendentemente vivo. Quasi una fede da costruire. Cosa altro c’è, a pensarci bene infatti, al fondo di tutte le religioni del mondo, se non un’ idea come questa? Cosa alla base di ogni forma di spiritualità? Cosa se non il fascino rassicurante di una fiaba per sopravvivere e cambiare? Uno stupore finalmente rassicurante? Il desiderio di soluzione, futuro, pacificazione, meraviglia? La terra di Non so, abilmente raccontata in una delle fiabe di Eliana dal titolo “Le tre bottiglie”, è espressione perfetta della dimensione ambientale e spirituale del Dubbio con la quale tutti, adulti e bambini, siamo oggi chiamati a confrontarci.
E’ sorprendente, ma le fiabe di Eliana, pur non provenendo da antiche tradizioni popolari, raccontano quella ricerca lenta ed affannosa con la levità delle rondini migranti e il fardello dei secoli. Tra le sue pagine il futuro incontra il passato e si riempie di meraviglia e potenziali trasformazioni. Non si deve fare altro che restare ad ascoltare.

Elisabetta Liguori

il Fondo Verri a.c. è a Lecce
in via Santa Maria del Paradiso 8 nei pressi della Chiesa del Rosario
il nostro numero telefonico è 0832-304522
l’email: marinoma8@fondoverri.191.it

Chi ha bisogno di Harry Potter?


Elisabetta Liguori
Chi ha bisogno di Harry Potter?

I nostri figli hanno bisogno delle fiabe oggi?
Da donna moderna quale aspiro ad essere, da donna che vuol sentirsi al passo coi tempi, da donna che spesso arranca e questo passo sincopato ancora non lo ha compreso del tutto, io me lo chiedo di frequente. E poi si fa presto a dire fiabe. Quali fiabe? Non tutte le fiabe sono uguali, questo è evidente, sebbene qualcosa le accomuni. E se è vero che certe narrazioni di genere antico sono e restano espressione del Senso dei popoli; se è vero che, come lo stesso Freud sosteneva a proposito dell’Interpretazione dei sogni, esiste un nesso forte tra la psiche degli uomini e le fiabe che l’affollano; se è vero che l’immaginazione fantastica è indotta, frustata o esaltata dal quotidiano, allora la risposta non può che essere positiva.
I nostri figli ne hanno bisogno.
Questa necessità è estendibile a tutte le fiabe del mondo? Vediamo di capirlo.
Io cerco il fantastico. Perché è poi questa la chiave per distinguere ancora oggi la Favola (quella che si limita a raccontare una storia più o meno bene, con una morale più o meno efficace), dalla Fiaba in senso stretto. Il fantastico appunto. Una dimensione dell’altrove impossibile, eppure verosimile. Vicina. E’ di quello stupore convincente che i nostri figli hanno bisogno. Ed io con loro. E tanti come noi. Questo spiegherebbe, almeno in parte, il fascino suggestivo ed il grande successo editoriale della letteratura fantasy, dalla scopa fumante di Harry Potter, all’armadio bidimensionale di Narnia, fino ai draghi sentimentali di Eragon.
Per questa stessa ragione sono lieta che Eliana Forcignanò, giovane giornalista leccese, abbia scelto di esordire in questi giorni con il suo “Fiabe come rondini” per Lupo editore e il Fondo Verri: una scelta che oggi mi appare coraggiosa, quanto necessaria. La scelta della via fantastica, appunto.
La vita delle madri (e dei padri) è spesso costellata di storie di tutti i tipi. Anch’io ne ho cercate e trovate a valanghe in questi ultimi anni, così che ora sono ovunque nella mia casa, aleggiano come spiriti, fuori e dentro i miei farfugliamenti materni, dimorano tutte insieme nella stanza nella quale io continuo a rifugiarmi coi miei bimbi al buio della sera per tentare di avvicinare, con più leggerezza, idee comuni e vaste come quella del futuro, della morte, del dubbio, dell’imperfezione. Ogni volta che al mattino mi avvicino ai letti dei miei cuccioli c’è sempre un sorcio parlante che mi dà il buongiorno, mentre un cavallo alato protesta perché è troppo presto. E persino i quaderni sbuffano nelle cartelle.
Forse anche Eliana vive in una stanza come la nostra. Anche lei, nelle sue storie, racconta di un sé, disperso e fluttuante in universi fantastici, unici e personali.
E lo fa come se avesse un occhio da vecchio e uno da bambino.
Ecco, secondo me, sono proprio così gli occhi dei veri narratori di fiabe. Due occhi opposti. Atemporali. Mi pare che questo abbiano fatto, e continuino a fare ancora oggi, tutti i raccontatori di fiabe: cogliere il mondo attraverso una specie di strabismo onirico e terrestre, così da descrivere le cose che sono state e che saranno, interpretandole secondo le regole di un universo che mai sarà. Non una capacità comune. Forse un difetto di percezione.
Eliana ha questo splendido difetto.
Otto fiabe per diventare adulti, le sue.
Tanti modi sono offerti agli uomini per crescere, la fiabe da sempre sono uno di questi. Una strada semplice ed incantevole in cui ogni piccolo eroe senza risposte può cimentarsi coi giganti e uscirne sorprendentemente vivo. Quasi una fede da costruire. Cosa altro c’è, a pensarci bene infatti, al fondo di tutte le religioni del mondo, se non un’ idea come questa? Cosa alla base di ogni forma di spiritualità? Cosa se non il fascino rassicurante di una fiaba per sopravvivere e cambiare? Uno stupore finalmente rassicurante? Il desiderio di soluzione, futuro, pacificazione, meraviglia? La terra di Non so, abilmente raccontata in una delle fiabe di Eliana dal titolo “Le tre bottiglie”, è espressione perfetta della dimensione ambientale e spirituale del Dubbio con la quale tutti, adulti e bambini, siamo oggi chiamati a confrontarci. In questa storia la maturità arriva non da un padre, da un maestro, da un codice, ma dal mare. La verità qui non è imposizione, violenza, guerra di potere o indottrinamento; è invece riconoscimento dei propri limiti, esercizio di modestia, lunga arrampicata solitaria.
Sono tutti così gli eroi di Eliana: imperfetti.
Il re che non ha risposte per i suoi sudditi, la bambina allergica alla virgola che non può andare a scuola, la fata brutta a cui nessuno dà credito, la donna esageratamente bella che ha paura di perdere la libertà, il sovrano che non sa amare, lo scienziato che non vuole uscire dal suo laboratorio per paura di vivere, l’inquieta Linda che vive in un mondo igienicamente protetto ma fa la pipì nel letto. E molti altri: imperfetti, ma instancabili.
In una società che vuole costruire uomini futuri assoluti, con un Io meravigliosamente gigantesco e cieco, all’interno di famiglie che nutrono i propri figli a pane e perfezione, prepararsi per tempo al fallimento, all’incertezza, accettarla in anticipo come possibilità potrebbe significare assicurarsi una dignitosa sopravvivenza futura, garantirsi un risparmio certo domani sul costo dello psichiatra.
Un risultato importante, io credo.
Ma allora torno a chiedermi: abbiamo bisogno di tutte le fiabe allo stesso modo?
A mio parere, quello che rende una fiaba diversa dalle altre è il fine. La capacità di creare un mondo per un fine. Se un racconto mira al potere, al successo personale, alla suggestione, non può che essere fonte di violenza o artificio, se invece punta alla Felicità, alla trasformazione e alle sue rondini strane, allora, è di certo una buona fiaba. In una delle storie di Eliana la Felicità è una donna malata, che se ne sta, sdraiata ed esanime, ai bordi della città in attesa di essere accolta e riconosciuta da qualcuno. Come tutte le donne, non è una matassa facile da sbrogliare. Una caso interessante ma complicato. Quella donna per guarire cerca l’autenticità dell’Essere. Un’autenticità senza altri fini, quella dimensione cioè concessa a volte solo alla poesia.
È quella Felicità il fine delle fiabe di Eliana. Il loro vanto fuori dal tempo.
È sorprendente, ma le fiabe di Eliana, pur non provenendo da antiche tradizioni popolari, raccontano quella ricerca lenta ed affannosa con la levità delle rondini migranti e il fardello dei secoli. Tra le sue pagine il futuro incontra il passato e si riempie di meraviglia e potenziali trasformazioni. Non si deve fare altro che restare ad ascoltare.

Fiabe come rondini, Eliana Forcignanò, Lupo Editore, p. 96, 2007

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