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in te dormiva…


4.

in te dormiva come un fibroma asciutto, come una magra tenia, un sogno;
ora pesta la ghiaia, ora scuote la propria ombra; ora stride,
deglutisce, orina, avendo atteso da sempre il gusto
della camomilla, la temperatura della lepre, il rumore della grandine,
la forma del tetto, il colore della paglia:
senza rimedio il tempo
si è rivolto verso i suoi giorni; la terra offre immagini confuse;
saprà riconoscere la capra, il contadino, il cannone?
non queste forbici veramente sperava, non questa pera,
quando tremava in quel tuo sacco di membrane opache.

Edoardo Sanguineti,
da Erotopaegnia, XVII poesie, 1956-1959

Due stronzi da marciapiede. Un racconto breve.


Se questo in questo breve racconto scrivessi di persone dovrei guardarmi bene da ciò che scrivo. Ciò non è dato, perché in questo racconto l’oggetto non sono le persone, bensì le deiezioni, due in particolare, che sostano da oramai troppo tempo sul marciapiede antistante l’ingresso della casa dove abito. Gli stronzi in questione ‘abitano’ lì, se così si può dire, da circa un mese. All’inizio credevo di essere malato, mi spiego. Quando ogni mattina uscivo di casa per recarmi a lavoro, verso le nove meno un quarto, prima di svoltare l’angolo e imboccare Via del Mare angolo Via Leopardi, mi scontravo in questi due oggetti, lasciati lì credo da qualche cane. Difficile dire se il cane in questione fosse o no accompagnato da qualche padrone. In tal caso le deiezioni si sarebbero moltiplicate, giungendo al numero di tre. Credevo di essere malato perché anziché tirare dritto e non pensarci al quinto giorno di permanenza da parte delle due deiezioni ho cominciato a notarli, ogni mattina. Ricordo che era il quinto giorno perché la settimana, dal lunedì, era arrivata al sabato. Il fatto è che certe cose ti fanno pensare, c’è qualcosa in me, una specie di convinzione metodologica, che mi fa credere nel particolare da cui si può desumere l’universale molto più e semplicemente che a ritroso, percorrendo la via inversa che dall’universalità della legge conduce al singolo delitto. Ebbene, quei due stronzi dopo una decina di giorni sono diventati miei amici. Ogni mattina passo davanti a entrambi, sempre accertandomi della loro presenza, traendone rassicurazione. Non solo, da buon osservatore ho imparato ad apprezzare il loro cambiamento. A prescindere infatti da differenze fisiologiche dovute a ciò che abbiamo mangiato oppure a ciò che frulla nel nostro intestino, tutti sappiamo che negli stronzi è impastata un bel po’ di fibra. Ebbene, dopo un po’ di tempo i due stronzi che abitano sul marciapiede del mio condominio hanno cominciato a sfibrarsi. Deve essere stata colpa del caldo. Uno dei due in particolare ha assunto la forma di una rana pescatrice. Ottima se cucinata nelle zuppe di pesce. Temo che un po’ di colpa possa essere imputata al continuo passaggio di scooter e moto sul marciapiede, ne sono arciconvinto. Una volta ad esempio mi è capitato di uscire aprendo il portone di casa vedendomi sfrecciare davanti una centaura, andava almeno a sessanta chilometri orari. Sul marciapiede. Se solo non mi fossi fermato sulla soglia per allacciarmi le scarpe al di qua del portone a quest’ora sarei potuto essere tuttuno con quei due stronzi, spalmato anche io sul marciapiede. La cosa che mi affascina nella sfibratura meccanica degli stronzi da marciapiede sta nel fatto che la loro consistenza si è rivelata così vincente da farli resistere davvero a lungo. Molto di più di certo asfalto che viene utilizzato per ricoprire le buche. Mi chiedo come possa accadere ciò, come è possibile che a Lecce una strada così trafficata – probabilmente una delle più trafficate della città – possa rimanere così, senza un cane – pardon, senza un uomo – che la pulisca, per così tante settimane? Non ne capisco molto in merito, non so chi si occupa della pulizia delle strade. So per esperienza che gli addetti alla pulizia dei marciapiedi, dalle parti di casa mia, hanno la puzza sotto il naso, basta che vi racconti qualche aneddoto. Un giorno nell’inverno scorso, nello stesso punto dove oggi giacciono i due stronzi summenzionati, c’era una siringa da eroina. Svoltato l’angolo, percorsi nemmeno dieci metri, ce n’era un’altra. Ciliegina sulla torta, svoltando a destra in direzione del supermercato ecco una terza siringa. Si ripresenta la stessa questione narratologica, è opportuno scrivere di queste cose, quand’anche non fosse la nausea a farti scrivere quanto piuttosto l’incazzatura dovuta all’essersi accorti che da una parte c’è chi si riempie la bocca sull’efficenza di un servizio carente, la pulizia della città, e dall’altra ci si debba accorgere che regna l’anarchia? Le tre siringhe in questione ancora oggi detengono il record della categoria “Oggetto Abbandonato in Via Balduini Che Ci è Rimasto per Più Tempo”, con il tempo di un mese. I due stronzi che stanno all’angolo con Via del Mare, tra due giorni (martedì per essere esatti) eguaglieranno le tre siringhe. Ciò che potrà accadere dopo martedì è previsione al cento per cento: riusciranno gli stronzi a battere le siringhe? Si potrà chiedere un transennamento dell’area per fare in modo che la gente possa constatare di persona il record. Un altro aneddoto che certifica l’abulia cronica degli addetti alla nettezza urbana dei marciapiedi nella città di Lecce è questo. C’è una vecchietta che abita nei paraggi del mio palazzo, con molta probabilità abita da sola, non sono cazzi miei, mi dissocio. Ebbene, questa vecchia ogni mattina usciva in strada con una busta vuota, raccattava l’immondizia da terra, riempiva la busta e la gettava nel cestino dell’immondizia, anziché nel bidone. In parole povere la vecchina svolgeva lo stesso servizio della nettezza urbana con l’unico errore, plausibile data la sua età unita alla lontananza dai bidoni, che non gettava la busta nel bidone giusto per via della lontananza dello stesso. Quelli della nettezza urbana, dato che arrivavano tardi, non prima delle undici, trovavano ogni giorno la grossa busta ripiena di immondizia incastrata nel piccolo cestino. Cosa hanno fatto? Hanno tolto il cestino, ovvero lo hanno schiodato da terra, sbullonato, scardinato, divelto, eliminato. Punto. Quando frequentavo le scuole elementari mi hanno riempito la testa di filastrocche, la maggior parte di Gianni Rodari, dove si raccontava che tutti i mestieri sono dignitosi. Da qualche parte devo avere letto che perfino Martin Luther King sosteneva che l’ultimo degli spazzini aveva la dignità del primo degli uomini, perché svolgeva un lavoro dignitoso. La verità è differente. La verità è che di spazzare le strade non frega un cazzo a nessuno e se non fosse che quello del netturbino è uno dei pochi posti di lavoro che offre ancora il comune allora nessuno lo farebbe, lo testimonia il fatto che ci sono giorni in cui i camion della nettezza urbana fanno il giro alle due del pomeriggio anziché alle due di notte. L’orario pomeridiano, a Lecce, garantisce un’invisibilità e una quiete che le notti della movida non concedono. Altrimenti non si spiegherebbe il perché, dato a quell’ora il tasso di umidità dell’aria sfiora il novanta percento e, per giunta, ci sono quaranta gradi all’ombra.

Un topolino mio padre comprò


Mercato rionale. Senza parole.
Tra i banchi affollati vago
In cerca della Grande Occasione.

Ulysses, by James Joyce


La fine va da sé


Il liberismo ha i giorni contati
Baustelle, Amen, 2008

È difficile resistere al Mercato, amore mio
Di conseguenza andiamo in cerca
di rivoluzioni e vena artistica
Per questo le avanguardie erano ok,
almeno fino al ’66
Ma ormai la fine va da sé
E’ inevitabile
Anna pensa di soccombere al Mercato
Non lo sa perché si è laureata
Anni fa credeva nella lotta,
adesso sta paralizzata in strada
Finge di essere morta
Scrive con lo spray sui muri
che la catastrofe è inevitabile

Vede la fine in metropolitana,
nella puttana che le si siede a fianco
Nel tizio stanco
Nella sua borsa di Dior
Legge la Fine nei saccchi dei cinesi
Nei giorni spesi al centro commerciale
Nel sesso orale, nel suo non eccitarla più
Vede la Fine in me che vendo dischi
in questo modo orrendo
Vede i titoli di coda nella Casa e nella Libertà

È difficile resistere al Mercato, Anna lo sa
Un tempo aveva un sogno stupido:
un nucleo armato terroristico
Adesso è un corpo fragile
che sa d’essere morto e sogna l’Africa.
Strafatta, compone poesie sulla Catastrofe

Vede la fine in metropolitana,
nella puttana che le si siede a fianco
Nel tizio stanco
Nella sua borsa di Dior
Muore il Mercato per autoconsunzione
Non è peccato, e non è Marx & Engels.
E’ l’estinzione, è un ragazzino in agonia.
Vede la Fine in me che spendo soldi
e tempo in un Nintendo
dentro il bar della stazione
e da anni non la chiamo più.

§

Ieri sera ero stanco. Vado a comprare una vaschetta di gelato da portare a casa. Cioccolato al latte di riso. Nocciola alla soia. Tiramisù alla soia. Diabete? Intolleranza? Incontro un amico. Mi fa un regalo. Mi dice che sta seguendo il romanzo su “il Paese nuovo”, mi dice che gli piace. “Grazie, se un libro è come un sasso in uno stagno, un romanzo a puntate è come un messaggio nella bottiglia”. Grazie a te perché ci vuole pazienza e stima. Reciproca. La stessa che nutro nei confronti di chi ha reso possibile ciò. Marina nel frattempo è stata uccisa, nessuno sa da chi né come. E adesso?

Una nuova casa. Editrice.



Qualche giorno fa, ascoltando la radio, mi è successo di cogliere il discorso di uno speaker che sottoponeva i suoi ascoltatori a un semplice test, a proposito dei recenti fatti relativi al dibattimento parlamentare sull’immigrazione clandestina nel nostro paese. Ebbene, la domanda ‘pilota’ era volta a scoprire il grado di attaccamento alle proprie radici da parte del singolo individuo. Potrei chiedere al lettore “ti senti più Leccese, Pugliese, Italiano, o Europeo?”. Ebbene, se questa domanda anziché essere posta a una persona avesse come destinatario il nuovo soggetto editoriale del quale sto scrivendo ognuna delle quattro risposte sarebbe insufficiente, per il semplice motivo che la neonata Edizioni Controluce, pur affondando le proprie radici nell’esperienza e nella tradizione ha deciso di scommettere su un catalogo che possa ospitare ‘visioni’ di altri mondi editoriali che altrimenti non ci sarebbe dato di conoscere se non in lingua originale. Il panorama letterario del nostro paese si arricchisce da oggi di una nuova voce, le Edizioni Controluce. Chi fosse interessato può visitare già da adesso il sito internet sul quale possono essere lette le anticipazioni delle uscite relative ai prossimi mesi (www.edizionicontroluce.it), oltre che le schede dei libri in uscita. Ogni casa editrice si differenzia dalle altre per le caratteristiche delle sue scelte. Si parte dalla scelta grafica per arrivare alle scelte più delicate, quelle editoriali. La scelta della linea editoriale è infatti quella capacità di unire quel sottile e rizomatico conglomerato di pensieri, decisioni e intenzioni, che hanno fanno concretizzare il desiderio di dare vita a una nuova ‘voce’. La scelta di Edizioni Controluce è manifesta, la neonata casa pugliese intende puntare sulla qualità del proprio catalogo, mantenendo i presupposti di una ricerca letteraria che, a differenza di chi guarda spesso al proprio orto, darà spazio ad autori di tutto il mondo, dalla narrativa alla saggistica. Nello staff della casa editrice confluiscono le competenze di Simona Muci per quanto riguarda la direzione, Francesca Sammarco per la redazione, Stefano Donno per l’ufficio stampa e della giovane Loredana My per quanto riguarda l’ufficio tecnico. Nomi che un lettore più attento può facilmente ricondurre a una delle esperienze editoriali più interessanti è attive non solo sul territorio nazionale, Besa Editrice.
I primi tre titoli scelti sono indicativi di questo modus operandi, tutti e tre sono infatti scritti da autori stranieri, ognuno con una storia particolare; si va dalla Romania all’Australia, passando per l’Albania raccontata dal grande Ismail Kadarè. A cominciare da “Uccelli del Cielo” del romeno Vasile Andru, già autore di una ventina di volumi, tra romanzi e saggi; con molta probabilità uno dei prosatori romeni più importanti degli ultimi decenni, un autore che ha contribuito al rinnovamento della letteratura del proprio paese. “Uccelli del Cielo” è un libro che si legge d’un fiato, ambientato nella Bucarest di Ceauşescu, messa a soqquadro dalle demolizioni operate per costruire la residenza del dittatore; una testimonianza interessante, per non dimenticare il dramma della Romania, una storia recente che sembra già lontana e che non possiamo sottovalutare in certi dibattiti. Ismail Kadarè è un autore che non ha davvero bisogno di presentazioni, in Italia ha pubblicato i suoi romanzi con Longanesi e, nel 2000, ha pubblicato “La commissione delle feste” per la Besa Editrice. Con le Edizioni Controluce l’autore albanese in odore di Nobel ha deciso di pubblicare “Eschilo il gran perdente“, un saggio che si legge come un romanzo, dove è raccontata l’importanza di uno dei fondatori mitopoietici della cultura mondiale, lo scrittore della Grecia Antica che ha dato forma e coordinate a quelli che sono i nostri miti, vedi alla voce Edipo o Prometeo, tanto per fare due nomi. Kadarè-Eschilo sa che cosa vuol dire vedere un fratello che porta la guerra al fratello, provenendo egli da una terra teatro di scontri politici e religiosi; non è un caso se il confronto con lo scrittore dell’antichità diventa un pretesto per affrontare tematiche dell’oggi, nelle quali si cerca di rendere ragione della cultura da cui tutti proveniamo. Su questo, rubando un’espressione crociana, “non possiamo non dirci greci”. Il terzo titolo è “Con folle stupore”, di Michael Wilding, uno degli scrittori australiani più interessanti del momento, già compilatore del “The Oxford Dictionary of Short Stories”, autore riconosciuto per i suoi racconti. Il romanzo di Wilding presenta uno spaccato semi-autobiografico della storia recente e delle abitudini dell’autore, tra Australia e Inghilterra, paesi dove ha lavorato e insegnato per diversi anni. La programmazione della casa editrice, suddivisa in collane – le prime due sono Passage e Riflessi – darà spazio anche a titoli di autori del nostro paese. È già programmata la pubblicazione di una trentina di titoli. Uno sguardo al catalogo ci fa incontrare autori già affermati, come Fatos Kongoli, del quale nel 2009 verrà pubblicato l’atteso “Il suicidio di Damocle”, oppure studiosi come Georges Lapassade, che uscirà con il saggio “Sulla dissociazione”. Per la casa editrice verrà anche pubblicato, per la prima volta tradotto in italiano “Sunday Special”, opera prima del talentuoso scrittore australiano Michael Reynolds. Interessante riscoperta sarà la lettura di una nuova edizione di ” De Anatume morsu et effectibus tarantulae”, di Giorgio Baglivi, medico ragusano di origini croate vissuto tra il ‘600 e il ‘700. A luglio è invece prevista la pubblicazione del volume antologico di Gezim Hajdari, nel quale verranno ripercorsi gli ultimi dieci anni della sua produzione, quelli che vanno dal 1997 al 2007. Tra gli autori italiani, oltre ai nomi come Ferdinando Boero, Tullio Pinelli, Alessandro Angeli, Maria Vittoria Morokowski, sarà l’occasione per leggere il secondo romanzo di Luisa Ruggio, già autrice di Afra, che uscirà con il suo “Favola scarlatta della stanza che non si trova”. Viste le premesse la neonata casa editrice si pone come interlocutrice di fiducia per il lettore, reinventando in modo fresco il ‘fare catalogo’, ovvero quella capacità che mescola saggezza e sfrontatezza, nel dare forma a una selezione editoriale; il compito di un editore non si limita al solo pubblicare testi, il patto con il lettore si rinnova quando ci è dato di leggere un libro che è frutto di ricerca costante. Riconoscere e riconoscersi nella filigrana invisibile di una banconota così preziosa, in “controluce”, in quel filo sottile che ne certifica l’autenticità, è anche un modo per ritrovare un po’ di tranquillità nel mare magnum dei falsi d’autore.

pubblicato su “il Paese nuovo”
del 10 giugno 2008

Gente che di sacro conserva soltanto l’osso.


Assioma: Come cambiare restando sempre uguali? Semplice: essendo fedeli a se stessi.
Corollario: L’importante è essere coerenti.
Dimostrazione: Se Battiato può cambiare, allora tutto il mondo può cambiare.

Guardavo questa foto e mi veniva in mente il rapporto che ho (avuto) con la musica di Franco Battiato, rapporto che ha raggiunto i suoi culmini, i suoi bassi e i suoi medi. Il culmine del mio amore per la musica prodotta da questo artista lo ebbi negli anni ’90. Un culmine maniacale, quello nel quale conosci a memoria tutti i testi (i resti, che ti restano) e passi dall’apprezzare tutte le idee suggerite fra le righe fino ad arrivare a rigettare ogni singolo frammento di gnosi. Mi ricordo che nel ’94 Franco Battiato venne a Lecce per tenere una conferenza presso l’Università degli Studi, Aula Magna gremita. A un certo punto Franco Battiato si mette a parlare dei presunti santoni, guru, dispensatori di salvezza di cui è pieno il mondo, “gente che di sacro conserva soltanto l’osso“. Una frase che mi rimase impressa. E poi la “Genesi”. Un’opera sublime. L’ombra della luce. Certe volte viene in mente che se un Dio esiste questo Dio non può che non guardare in modo benevolo a certe musiche di Battiato, che si chiami Allah o che si chiami Jwh. Dunque osservavo questa foto capitata per caso sul desktop e mi ricordavo di quel periodo in cui ascoltai per le prime volte album come Fetus e Pollution. Poi è venuto il periodo in cui per colpa del connubio Sgalambro-Battiato avevo smesso di leggere i libri del primo, che avevo letto tutti prima dell’unione artistica dei due. Poi però ascoltati Gommalacca e mi resi conto che Battiato può rendere il mondo diverso. Dopo un periodo musicale di scelte che non capivo e che non sempre erano nelle mie corde (Ferro Battuto, i dischi di cover ‘amorose’) adesso ho ripreso ad apprezzare la musica di questo artista. “Il vuoto” (2006) mi ha convinto di nuovo. Battiato è arte e pensiero. Certo, chi mi legge per google o per assiduità, può pensare che parlare di questa cosa è stupido.
Un motivo c’è se ho scritto questo post: guardare quella foto mi ha fatto riflettere sul paradigma della coerenza.
C’è chi confonde l’incoerenza con l’incostanza.
Conosco un sacco di persone che sono incostanti in modo assolutamente coerente.

L’indispensabile


NOSTALGIA CANAGLIA

torna Coolclub.it
Anno V, Numero 42
da giugno in distribuzione

…ho letto le menti migliori della mia generazione

I ritorni. Lucio Battisti.


Lucio Battisti
da “La sposa occidentale”, I ritorni
testo di Pasquale Panella

E da quel punto in poi
sentimmo sotto di noi
svolgersi il sentimento,
largo e intento
ad una tutta sua meditazione,
non curante
che sopra la sua pelle si ballasse.
Le foglie coi barattoli, le casse
con i tronchi senza cuore.
E lo scandaglio calava dalle prore,
poi ritornava su
chiedendosi “Perché, perché il ritorno?”.
È sempre per prova che
sulle labbra torna
la parola “amore”,
per prove d’esercizio
perché si sa che poi non si sa mai
che potrebbe tornare utile.
Tornare, per raccontare
il furore e il gelo
delle notti aurore.
Bianca e assai provata,
scampata per un pelo per poter ritornare,
come dalle crociate, a un futile
sopravvissuto a tutto,
che ritorna più utile che vivo,
quindi innamorato ancora.
E torna, torna, lei gli ha detto torna
ed era una bambina, finalmente,
e gli diceva torna.
Abbiamo un solo limite:
l’amore che ci divide.
Come la ragione,
perché con la ragione
si sopravvive a tutto,
si distrugge il distrutto,
ricostruendo a intarsi la copia fedele
dell’innamorarsi,
e un tassello alla fine
o è dell’uno o è dell’altro.
E i sogni si allontanano
come i cavalli scossi,
caduti i sognatori;
bocconi tra le fragole, ma
più dolci e più rossi,
ridotti a dolenti spifferi.
E docili incompetenti
nella lotta incerta
tra il ridire e il fare
l’amore colloquiale.
E lei continua a dirsi:
“Si sopravvive a tutto per innamorarsi”.
Amarsi è questo: escludere
d’essere i soli al mondo,
i soli ad esser soli amando,
sterminandola l’invincibile armata.

(immagine, Padre Cristoforo e Don Rodrigo)

“Testimone mancato”. Vincitore per Subway Letteratura 2008


“Argomenti inediti per una selezione che finalmente si interessa alla realtà
includendo puntate lievi come «Testimone mancato » di Luciano Pagano.”

Alessandro Beretta, Corriere della Sera.it, ViviMilano

Il mio racconto intitolato “Testimone mancato” è risultato tra i dieci vincitori di Subway Letteratura 2008. Pepa Cerutti ha firmato l’introduzione e Massimo Dezzani è l’autore della bella copertina ‘al tratto’. Potete leggere il racconto qui.

Un milione di euro in palio per chi risponde a questa domanda…entro un secondo dalla pubblicazione di questo post


Chi è stato condannato in via definitiva a 4 mesi e 20 giorni per resistenza a pubblico ufficiale per un reato commesso in Milano il 18 settembre 1996 durante una perquisizione disposta dal Procuratore della Repubblica di Verona nei confronti di tale Marchini Corinto, e poi estesa ad un locale ritenuto nella disponibilità del predetto presso la sede federale di Milano della Lega Nord per l’indipendenza della Padania? Il condannato ha riportato ferite cercando di difendere col proprio corpo, assieme ad altri leghisti, i locali dalla perquisizione.

Fonte: Wikipedia

Risposte:

1) immigrato rumeno
2) badante rumena
3) John Fante, immigrato italiano in America
4) Roberto Maroni, Ministro dell’Interno

§

Se volete potete chiedere l’aiuto a casa, oppure quello del pubblico, o ancora il 50 50.

(in foto, immigrati italiani a New York, immigrati rumeni a Roma)

L’Uomosaico.


Di Orodè ho scritto e con Orodè ho avuto modo di collaborare, stimo tantissimo la sua arte, e con un tassello alla volta, in milioni di piccoli pezzi, questo autentico “uomosaico” sta facendo i passi che merita. Perché Uomosaico? Perché riunisce il concetto di FragmentArt Man a lui caro, perché in più in questo termine che ho coniato apposta per lui c’è il sapore di Arcaico e Autentico che lo contraddistingue. Ecco: per definire un’artista come Orodè bisogna andare in cerca di parole nuove, come fa lui con i suoi quadri e con i suoi mosaici, ovvero prendere qualcosa e trasformarlo, di peso, con la materia. Apparentemente mettendo in disordine ciò che la disattenzione mette in ordine, per perderlo di vista. Dove lo stolto vede soltanto una mattonella…La sua arte mi ha sempre colpito per l’estrema vitalità.
Qui di seguito posto l’intervento che ho scritto per i suoi disegni che illustrano il sesto numero di Tabula Rasa, approfittando per augurarvi di visitare la sua personale e, se potete, conoscere l’artista Orodè.

§

Partiamo dall’inizio, dall’elemento primigenio, dal tratto caratteriale, dalla materia umana, qualunque essa sia e con essa il suo nome. Mutare il proprio inseguendo l’identità come la fiera di Caproni ne “Il Conte di Kevenhüller”, mettendosi in gioco come pronome o non-nome di se stesso. Qualunque artista, quando opta per un ri-battesimo di sé, è consapevole delle implicazioni di un gesto simile. Un azione di non ritorno che prelude ad un recupero insperato della propria nascita. Orodè, giovane artista tarantino, che ha vissuto a Lecce e oggi vive a Roma, ha sperimentato la sua arte su diverse materie. La sua opera più evidente, visitatissima è in quella Casa Museo “Vincent City”, a Guaguano, dove Orodè ha dato vita alle sue visioni sotto forma di 250 metri quadri di mosaico (vedi su http://www.fragmentart.it). È presente in diverse mostre personali e collettive dal 2001 a oggi, a Lecce, Roma (“Il Domasguardi contro l’arte dell’accecamento”, 2007, Arch Gallery), Barcellona (2006, Spazio Espositivo El Sol de Nit). Orodè aderisce così insieme a Gianluca Costantini, Efrem Barrotta e Giorgio Viva al nostro progetto di dare visibilità all’arte dalle pagine di una rivista dedicata alla letteratura. Si tratta di un artista a tutto tondo non nuovo a reading performativi e sperimentazioni, anche letterarie. Un esempio su tutti è costituito dal libro autobiografico, dal titolo di “Io sono della pietra”, disponibile in copyleft sul sito FragmentArt. Uno degli aspetti che affascinano di più della sua arte è la componente artigiana della stessa, la ‘fabbrica’ di Orodè è un paese delle meraviglie dove i concetti si mescolano ai tasselli, dove i colori finiscono sulla tela o sul cartone, indefinitamente ma non senza una causa ragionante, una definizione concreta che trova un messaggio forte nel desiderio di recuperare radici ancestrali, tratti archetipici e inconsci. Nel suo lavoro c’è una costante che costringe lo spettatore a definire ciò che vede con termini fisici, tattili, di forte impatto concreto. I disegni scelti per questo numero di Tabula Rasa sono testimoni dei tratti salienti della sua produzione, dove l’inquietudine e la sospensione sono capaci di creare un’attrazione repulsiva inconsueta.

§

Personale di Orodè.
Presso “ARCH ART & JEWELS”, Via G. Lanza 91 A, a Roma
dal 23 Maggio al 14 Giugno 2008
dal Martedì al Sabato 15.30 – 21.30. Domenica e Lunedì chiuso. telefono/fax 06 45471695, cell. 3402179383

Dal 23 Maggio al 14 Giugno 2008, ARCH ART & JEWELS mette in mostra l’opera di Orodè, 14 dipinti inediti su tela di grandi dimensioni, composizioni dove la pittura si fonde col mosaico ed emerge inequivocabile la capacità dell’autore di coniugare spiritualità dell’atto creativo e funzione comunicativa dell’arte.
Fragmentart Man è un Golem, il leggendario gigante di argilla, che solo chi conosce le arti magiche può creare, forte ed ubbidiente, incapace di pensare, parlare e provare qualsiasi tipo di emozione.
Nel corso del vernissage Orodè creerà il Golem di se stesso, presentandosi al pubblico in modo completamente diverso rispetto al solito fare formale dell’artista in passerella sarà parte integrante di una sorta d’installazione con artista. I visitatori della mostra non incontreranno Orodè, ma il suo camuffamento, il Golem Fragmentart Man che indosserà una pesante maschera mosaicata ed un lungo camicione dipinto, realizzati dall’artista stesso, e che siederà su suppellettili costruiti anche essi dal Golem/Orodè; allo spettatore sarà così resa una magnifica sintesi dell’opera orodeiana, oltre ad una suggestiva auto-rappresentazione piena di simbolismi e creatività.
Di me – Scriveva Gustav Klimt – non esiste alcun autoritratto. Non mi interessa la mia persona come ‘oggetto di pittura’. Sono convinto che la mia persona non abbia nulla di particolare. Sono un pittore che dipinge tutti i santi giorni da mattina a sera. Chi vuol sapere di più su di me, cioè sull’artista, osservi attentamente i miei quadri per rintracciarvi chi sono e cosa voglio”
Orodè, anticonformista, anti-accademico, assolutamente autodidatta. A volte raffinato, altre schietto, irrompente e provocatorio nelle sue opere come nella vita. Raffigura prevalentemente corpi femminili, delineati spesso con una penna PILOT, definiti con acrilici, smalti, cera, oppure attraverso pezzi di ceramica sagomati con una semplice tenaglia. Difficile racchiudere la sua arte in un filone, anche se evidenti sono le influenze dei grandi maestri dell’espressionismo quali Schiele e Klimt.
Tra le esperienze, fondamentale per la sua formazione artistica la lunga permanenza nella casa-museo di Vincent Brunetti, a Guagnano in provincia di Lecce, dove dal 2000 al 2005 decora oltre 250 mq di superficie muraria con opere realizzate in ceramica, specchi e sassi inventando la Fragmentart, ovvero la matrice identificativa di tutto il suo lavoro.

Tra le ultime personali

2007- Arch Gallery- Roma “Il Domasguardi contro l’arte dell’accecamento”
2007 – Ass. Cult. Fondo Verri- Lecce “Mosaici, pittura e poesia di Orodè”
2006 – Spazio Espositivo El Sol de Nit- Barcellona (Spagna) “Orodè”
2004 – Ass. Cult. Fondo Verri- Lecce “Crepuscolo Celtico”
2003 – Ass. Cult. Il Raggio Verde- Lecce “L’odore di bruciato che brucia il cuore”

(dipinto, “le mele rosse”, di Orodè,
in foto, Orodè)

Vi aspetto Sabato a Copertino per la presentazione di “Ieratico Poietico”


Medi_terra_neo – Sabato 17 maggio – ore 20,30
Ieratico poietico di Stefano Donno – Besa Editrice
presentano Antonio Errico, Luciano Pagano
video installazione di Andrea Laudisa
Ex Palazzo Colonna – Via Ruggeri- Copertino (Le)

Ieratico Poietico” segna la cifra dell’incontro, non solo poetico, con Stefano Donno; incontro germinato nell’estate del 2003, e che ha portato diversi e ottimi frutti, dibattiti, scritture. Sabato sarà l’occasione per mettersi/ci a confronto, discutendo insieme a Antonio Errito di questo bel libro.

stipendio minimo per gli immigrati


…notizia poco attendibile…secondo una proposta del neoesecutivo potrebbe essere concessa l’autorizzazione di permanere sul suolo del magnifico stato (il bel paese), soltanto agli immigrati che possano certificare uno ‘stipendio minimo’, come ovvio provente di attività lecite. Ebbene, si vocifera che il prossimo passo, attuabile entro qualche anno, sarà quello di estendere il provvedimento anche ai cittadini italiani: così facendo potrebbero restare cittadini italiani (pena l’espulsione in Romania) soltanto coloro che saranno in grado di certificare detto stipendio…resta da stabilire quale sarà il tetto di euro al di sotto del quale anche i cittadini italiani saranno allontanati dalle loro città, abitazioni, famiglie…pare che qualche avvocato si stia organizzando per un’azione civile, sembra che Romania e Italia appartengano entrambe alla comunità europea, questo l’assurdo cavillo portato a giustificazione dell’azione…il tetto minimo potrebbe oscillare tra i 1500 e i 2000 euro, chi non sarà in grado di dichiarare tale somma potrebbe essere costretto all’espatrio…

Col bene che ti voglio. Da oggi in edicola.


Da oggi e per sedici settimane, ogni giovedì, sul quotidiano “il Paese nuovo“, potrete leggere il mio secondo romanzo, “Col bene che ti voglio“. Approfitto di questo blog per ringraziare la redazione e il quotidiano, per primo Mauro Marino, che crede e ha appoggiato la ‘faccenda’, faccenda tra virgolette perché si tratta di un termine che tornerà nel romanzo. La storia è ambietata a Lecce, nel 1998. Non dico altro. Non voglio togliere il gusto (per chi lo avrà) di leggere la storia di questo “fogliettone” Salentino, un po’ noir e un po’ commedia. Chi fosse lontano dai luoghi distribuzione del romanzo (ovvero le edicole di tutto il Salento) potrà iscriversi gratuitamente al sito del quotidiano (www.ilpaesenuovo.it) e leggere la pagina incriminata ogni giovedì pomeriggio, sul pc. Vi ringrazio e vi auguro buona lettura.

(in foto Via Marco Basseo, uno dei luoghi del romanzo)

Verona, una realtà difficile. (Ma non era una delle città più ricche d’Italia?)


Quello che segue è un estratto da Wikipedia della voce Flavio Tosi, attuale sindaco di Verona. Quel che potete leggere può fornire uno spunto per una discussione sui temi della sicurezza, al centro delle ultime elezioni che hanno portato alla vittoria del centro-destra, soprattutto in un comune dove non sono poche le ordinanze per rimettere le cose apposto.

La voce completa è qui.

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Tra i provvedimenti varati dalla giunta Tosi, vi è stata l’ordinanza anti-prostituzione, che vieta, in tutto il territorio comunale, di fermare il proprio veicolo per contrattare prestazioni sessuali[9]; mentre per salvaguardare l’igiene pubblica è stata emessa un’altra ordinanza, che vieta, tra le altre cose, di consumare cibo da asporto vicino all’ingresso dei monumenti cittadini, di gettare rifiuti per strada, di imbrattare gli edifici, di effettuare bisogni corporali in luoghi pubblici.[10] Tale ordinanza ha fatto discutere quando sulla stampa è apparsa la notizia che un bambino di quattro anni era stato multato per aver mangiato un panino davanti a Palazzo Barbieri.[11] Tosi ha però chiarito che ad essere stato multato non è certo il bambino, che come minore non è ovviamente perseguibile, bensì i genitori, che anch’essi stavano consumando dei panini e sono stati multati solo dopo che i vigili urbani li avevano inutilmente invitati ad allontanarsi.[12] Tosi ha inoltre vietato la consumazione di bevande alcoliche in alcuni luoghi del centro e nei vari giardini pubblici (esclusi naturalmente i plateatici concessi in uso ai pubblici esercizi), allo scopo di mettere un freno alla presenza di ubriachi che troppo spesso molestano ed aggrediscono i cittadini di passaggio.[13]

Sul campo nomadi di Boscomantico, Tosi ha denunciato il fallimento della politica di integrazione perseguita dalla precedente giunta di centrosinistra[14], alla luce dei molti episodi criminosi ad esso collegati (la stessa Procura della Repubblica di Verona ha definito il campo “una fucina di delinquenza”[15]), ed ha avviato contatti con l’Istituto Don Calabria [16] ed il Vescovo di Verona mons. Zenti[17] per trovare una nuova sistemazione per i nomadi.

Al momento di scegliere due rappresentanti del Comune per l’Istituto Veronese per la Resistenza, il Consiglio Comunale ha optato per Andrea Miglioranzi, eletto nella lista di Tosi e membro del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, e Lucia Cametti di Alleanza nazionale. Il fatto, oltre ad aver suscitato vive polemiche, ha portato a vari articoli sui principali giornali nazionali.[18] In seguito a queste proteste Miglioranzi si è dimesso dalla carica; al suo posto il Consiglio Comunale di Verona ha nominato il consigliere Giampaolo Beschin.[19] Tosi ha ribadito che le nomine non sono state decise da lui, ma dal Consiglio Comunale su indicazione dei capigruppo della maggioranza, e ha comunque difeso la scelta, affermando la necessità non di “riscrivere la storia, ma di approfondirla in una visione pluralista”.[20]

Politicamente, val la pena sottolineare che Tosi, pur appartenendo ad una giunta di centrodestra, per quanto riguarda l’ordine pubblico ha fatto spesso fronte comune (oltre che col vicesindaco ed ex sindaco di Treviso, il leghista Gentilini) anche con alcuni sindaci di centrosinistra (tra cui il sindaco di Padova Zanonato[21], il veneziano Cacciari[22], il bolognese Cofferati e il fiorentino Domenici[23]) dichiarando che i sindaci dovrebbero avere a tal proposito maggiori poteri, e che nei problemi di ordine pubblico non è la politica che conta, ma il buon senso.[24]

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Questa volta del blog di Salam(e)lik prendo una notizia datata 26 dicembre 2005:

«È un atto di discriminazione razziale non servire il caffè a clienti extracomunitari che si fermano al bancone di un bar per prendere una consumazione. Lo sottolinea la Cassazione che ha confermato la condanna a 4 mesi di reclusione nei confronti di Luca Z., un barista di 43 anni di Verona che gestiva il bar “Giardino”. L’esercente – dal giugno ’98 al novembre ’99 – si è rifiutato di somministrare le consumazioni agli extracomunitari che entravano nel suo bar, finchè un giorno due nordafricani, lavoratori con regolare permesso di soggiorno, chiesero l’ intervento della polizia (*). Luca Z. si rifiutò di dargli il caffè e li invitò ad uscire dal locale».

Professione…emigrante!


Chi di voi non ricorda quel meraviglioso film di Massimo Troisi “Ricomincio da tre”, dove il giovane attore – non nel film, ma nella vita – decideva di prendere armi e bagagli e andarsene da Napoli? In un periodo in cui avviene sempre di più il contrario fa una certa emozione ricordare la scena in cui Troisi, insieme a un altrettanto giovane e oggi valente giornalista Michele Mirabella, discutevano in macchina; ebbene, era proprio Mirabella a porre la fatidica domanda, dopo che il protagonista diceva infatti di stare andando a Firenze da Napoli si sentiva sempre rispondere con un’insinuazione “Emigrante?”. Il mito dell’emigrante e del treno di Schaffhausen (nelle sue traslitterazioni di Sciaffausen, Sciaffùsa) fa parte del nostro dna, passa dalle liriche di “Soul Train” (1996) dei Sud Sound System (Pallidu politicu nu nci a statu mai in seconda classe sul treno che va da Lecce a Schauffausen chinu de gente si ma gente ca sta fugge lontano dalla loro terra d’origine amara e resa pesante come il piombo mandata allo sbaraglio) e arriva, quest’oggi, nel bel romanzo di un attore e regista teatrale, Mario Perrotta. Leccese, è nato nel 1970, “lavora in teatro, cinema, televisione”, come recita il risvolto di copertina di questo “Emigranti Esprèss” (edito da Fandango Libri, €14), scritto che si colloca tra il racconto e reportage narrativo e che approda alla carta dopo essere stata una seguita piece radiofonica. La storia autobiografica che fa da cornice al testo è intrigante, il piccolo Mario ogni settimana prende il treno Lecce-Milano per andare a trovare suo padre, che lavora a Bergamo. Il piccolo ha soltanto dieci anni, così sua madre si preoccupa di trovare qualcuno che si occupi di fare compagnia e allo stesso custodire quel bambino, durante un viaggio lungo più di mille chilometri. Il linguaggio utilizzato è un miscuglio di dialetto parlato e italiano che si adatta bene al protagonista, la lettura, malgrado una forzatura iniziale dovuta a un normale ‘riposizionamento’ nelle corde dell’autore, ci fa subito immaginare i pensieri come detti ad alta voce da questo ragazzino abituato a viaggiare da solo per migliaia di chilometri. La scrittura di “Emigranti Esprèss”, stretta tra le pagine del libro, esige di essere detta a ogni chilometro di binario che viene percorso. Le stazioni sono come grani di un rosario (Lecce, Brindisi, Bari, Pescara, Ancona, Rimini, Bologna, Parma, Milano, etc.) che portano fino al chilometro numero 1085, a Milano, dove il padre di Mario lo attende e se non c’è lui c’è qualche parente che ha ricevuto l’incarico. Un romanzo on the road, stazione dopo stazione, dove incontriamo l’emigrante che ha fatto il minatore in Belgio, e racconta la sua storia. C’è la donna che ha lavorato con i mattoni in Svizzera, e anche lei si intrattiene con il protagonista raccontando di come è stata cacciata via dopo aver resistito alle ‘attenzioni’ del datore di lavoro. Le storie sono tante, tutte impastate di umanità, sofferenza e grande speranza. C’è qui la descrizione del mondo visto attraverso gli occhi di un bambino sveglio, che ha imparato a raccontare le bugie per non dire una verità così strana, chi crederebbe che quegli oltre duemila chilometri al mese vengono fatti per ‘registrare’ l’apparecchio ai denti? Questo romanzo è interessante anche perché documenta la realtà in evoluzione di un non-luogo per eccellenza, il treno, dove ogni passeggero si affida, tra partenze, arrivi e ritardi, per un viaggio che è soltanto l’inizio di quello che lo troverà dal suo arrivo in poi. Ogni stazione è lo scenario per una storia e per un capitolo differente. Mario Perrotta appartiene a quel filone – vedi autori come Marco Paolini, Ascanio Celestini – che riprende una tradizione in cui il teatro si fa rappresentante della realtà e portatore di denuncia, infatti le storie che vengono raccontate dai passeggeri mescolano la vita quotidiana agli ultimi trenta anni di storia del nostro paese, regalandoci una storia veduta dal finestrino di un treno in corsa, negli spazi angusti di corridoi e scompartimenti. In questo romanzo in particolare Perrotta approfondisce il tema dell’emigrazione, già affrontato nei suoi fortunati spettacoli “Italiani cìncali – Parte prima: minatori in Belgio” e “Parte seconda: Odissea”, in particolare “Emigranti Esprèss” è il titolo del programma in quindici puntate andato in onda su Radio2 nel 2005, e vincitore del Jury Special Award al concorso TRT (Türkiye Radyo-Televizyon) International Radio Competition.

pubblicato su “il Paese nuovo”
del 28 marzo 2008

Col bene che ti voglio. Da giovedì 8 maggio in edicola


“Col bene che ti voglio”
romanzo in sedici episodi settimanali
di Luciano Pagano

da Giovedì 8 Maggio su “il Paese nuovo”

Credits:

Soundtrack

Luglio, Riccardo Del Turco, 1968

Pink Floyd, I wish you were here (live)

Radiohead, Paranoid Android

Bob Marley, One love

The Police – Every breathe you take

Beautiful (soap) – Main track

Rolling Stones – Paint it black

Depeche Mode – It’s not good

Immagine cover digitale ( Ul_Marga, via Flickr)

Umberto Bossi, la carica dei 300.000!


Elettori di destra, avete Umberto Bossi, e ve lo meritate. 15 Giorni. Sono bastati quindici giorni perché Umberto Bossi ritornasse a sfoderare i toni forcaioli cui ci ha abituato in questi anni di governo e non governo, sempre sulla breccia, sempre duro. La notizia è di 54 minuti fa, “Non so cosa vuole la sinistra, noi siamo pronti, se vogliono fare gli scontri io ho trecentomila uomini sempre a disposizione, se vogliono accomodarsi”. Certo, come buon scodinzolatore tra qualche ora sarà pronto a smentire, dirà che la sua è una provocazione, è da provocazioni simili (ricordiamo tutti Calderoli quando indosso una maglietta con le famose vignette danesi) non vorremmo mai essere vaccinati. Eppure certe volte ci vogliono anticorpi come quelli posseduti da Verdone in “Troppo forte”, quando racconta – coincidenza – della sua partecipazione alla Palude del caimano. “Mi auguro aggiunge che la sinistra scelga la via delle riforme, non come l’altra volta che non vollero assolutamente la riforma federale”. È un’iperbole senza requie, o federalismo o morte, o federalismo o scontro, Umberto Bossi assume sempre l’atteggiamento del buttafuori dal mento alzato, che istiga allo scontro. E poi l’apoteosi “I fucili sono sempre caldi”. Bel Paese del cazzo!

Meno male che Silvio c’è…a Lecce.


Lecce, Via di Vaste. Volantino spontaneo incollato sulla base di un bidone dell’immondizia.
(colonna sonora NOFX, My heart is yearning)

Il codice dei vinti. Su “Il contagio” di Walter Siti


Il codice dei vinti.
“Il contagio”, di Walter Siti

Quale può essere stata la sensazione che provarono, nel 1955, i primi lettori di “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini? Questa domanda è utile alla comprensione dell’ultimo romanzo di Walter Siti, “Il contagio”, edito da Mondadori, un libro che racconta in presa diretta una realtà difficile e poliedrica, quella della borgata romana. Walter Siti è profondo conoscitore dell’opera di Pasolini, della quale è curatore nella sua completezza per l’edizione dei Meridiani mondadoriani. Fare un parallelo tra la pubblicazione dei due romanzi è utile perché di riflesso il lettore può accorgersi di come sia cambiata la realtà della vita nelle città italiane tout court, quindi non solo nella Capitale. Non c’è molta distanza tra i ‘ragazzi’ di Pasolini e quelli palestrati, drogati, cavalli di razza (da monta o da corsa, a seconda del caso) descritti in questo romanzo, c’è un filo che lega le madri del dopoguerra alle ragazze madri di oggi; la cifra è nella disperata vitalità, per utilizzare un’altra espressione cara allo scrittore di Casarsa. Nel suo precedente romanzo, “Troppi paradisi” (2006), Siti aveva rappresentato con spietato autobiografismo un mondo in cui il cortocircuito narrativo tra realtà e finzione non era che uno specchio dove cogliere l’esasperazione con cui, ad esempio, la realtà viene oggi presa di peso o ricercata dagli occhi affamati di spettatori televisivi, una vera e propria superficie di realtà che diventa reality. La prosa, in quell’opera, raggiungeva uno dei risultati più bilanciati, lineari, e rigorosi, della recente produzione narrativa nella nostra lingua. La partita adesso si gioca tra pietà e rassegnazione, tra accettazione della vita e desiderio di evasione. C’è un codice non scritto, quello della borgata, che dice “godere tutto e subito, non conservarsi rimpianti per l’età matura, non negarsi nessuna esperienza”. Perché allora questo “Contagio” è un libro difficile? Anzitutto perché Siti ha optato per l’utilizzo di alcune ‘forzature’ che possono essere messe in gioco soltanto da un professionista della scrittura, con risultati in questo caso eccellenti. Partiamo dalla trama: non c’è una vera e propria trama all’interno di questo lavoro per il quale sarebbe più opportuno parlare di ‘trame’, la borgata offre una gamma inesauribile di personaggi e immagini; racconti e storie che difficilmente potrebbero entrare in un romanzo, non basterebbe una vita per descrivere nei minimi particolari tutte le sfaccettature, chiunque di noi potrebbe fare l’esperimento, uscendo in strada e immaginando la vita che si nasconde dietro alla smorfia dolente di chi ci passa oltre. Walter Siti, che ha insegnato letteratura italiana all’Università dell’Aquila, sceglie un luogo determinato, un condominio – come il Perec di “Vita: istruzioni per l’uso” – nel quale fare interagire i suoi personaggi. Non vi è nulla di certo, né di scritto, dal mestiere all’identità sessuale dei personaggi; ognuno di loro è marchiato a fuoco dal proprio passato, ognuno di loro ha vissuto una vicenda che lo ha portato nella borgata, come termine irriducibile di resistenza alla vita. Il prospetto del condominio è riportato fedelmente fin dalla prima pagina del romanzo, un elemento questo che sposta il baricentro della narrazione al di qua, dalla parte del lettore che in certi casi è morboso voyeur di ciò che accadrà, conosce infatti le premesse maggiori di un discorso illogico, i personaggi in gioco, alcuni dei quali, come Marcello e il ‘professore’ (figura defilata dietro cui si nasconde l’autore), provengono da altri racconti e romanzi dell’autore. Ci si attende una risoluzione tragica o comica ed è quello che accade, moltiplicato per cento. Una volta affidati i personaggi alla quotidianità dell’improvvisazione ecco che sono i luoghi a emergere come attori di quest’opera; dove insieme al condominio, un Essere Multiforme, c’è la borgata, verrebbe quasi da dire mamma Roma, dove “la sola forma di fiducia è l’indolenza, il solo pubblico ministero è il fatalismo”. Ci si arrangia in cerca di un destino che è stato negato e non lo si fa con la rassegnazione ma con un ghigno che somiglia a un sorriso. Colpisce positivamente il continuo passaggio tra i due registri linguistici, quello italiano e quello dialettale, in un romanesco che, come il napoletano, è una lingua che ha saputo imporsi più di tutte nell’immaginario dei lettori. Nella borgata c’è spazio per la coppia che spende trentamila euro per un matrimonio al lago di Bracciano, come Eros e la Hunzicker e ci sta lo spacciatore di cocaina che tenta di fare il colpaccio e entrare in un giro più grande, quello della produzione cinematografica, “Coi soldi ripuliti della cocaina ormai in Italia puoi fare tutto, spadroneggi anche nel mondo finanziario; e di questo immenso potere ognuno dei borgatari seduti a quel bar si sente partecipe e complice, perché ne ha in tasca un piccolo frammento, un sacchettino da un grammo”, in un paese dove una dose di stupefacente vale più di un’azione dell’Alitalia. C’è il lato oscuro del sesso, con la prostituta che riceve in casa i suoi clienti, mentre il compagno si nasconde, restando a origliare, e c’è il gigolò ex campione di culturismo, o la moglie che viene picchiata a sangue dal marito. Non esiste un miraggio di lavoro perché qui si arriva una volta che tutti i sogni sono svaniti in miraggio. Nel suo penultimo romanzo Siti ci aveva descritto i paradisi ‘infernali’ della mediocrità di cui si nutre il mondo della letteratura, della televisione e dell’università. E se in “Troppi paradisi” il professore ‘gongolava’ dietro i finti specchi del “Grande Fratello”, nel guardare Pietro Taricone che faceva la doccia qui è Marcello che insieme alla sua ragazza incontra il Pietro nazionale nel “più grande centro commerciale d’Europa, duecentottanta punti vendita e nove sale cinematografiche”, dove sta “inaugurando un negozio di articoli per sport equestri”, e si accorge che il ragazzo ha conservato la modestia. Nel suo ultimo romanzo Walter Siti descrive una categoria anomale, fatta di “umili immodesti”, scendendo di qualche centinaio di gradini nei meandri di veri e propri inferi ‘paradisiaci’, dove tuttavia, come direbbe un grande poeta del nostro secolo Fabrizio De Andrè, “c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore, sulla cattiva strada”.

pubblicato su “il Paese nuovo”
del 23 aprile 2008

Che Liberazione!


Quando il biologo e premio Nobel per la medicina Jacques Monod, nel suo “Caso e necessità”, si chiedeva quali erano le caratteristiche che un extraterrestre avrebbe potuto individuare, una volta sceso sul nostro pianeta, per capire se questo fosse popolato o meno da organismi progrediti, la risposta era semplice: simmetria e ordine. L’omogeneità dell’espressione e la simmetria delle forme sono le caratteristiche che distinguono il caos dalla necessità. Che cosa direbbe allora oggi il “marziano a Roma”, reso celebre da uno degli scritti più sferzanti di Ennio Flaiano, se una volta sbarcato sulla terra fosse chiamato a rintracciare un’opinione unanime sul significato della Liberazione? Prima della Seconda Repubblica esisteva la ‘scissione’, ereditata come retaggio dalla Guerra Fredda e un po’ figlia di un manicheismo popolare di matrice cattolica, che voleva vedere a tutti i costi schieramenti divisi, centralisti e federalisti, antifascisti e neofascisti e così discorrendo. Il panorama di oggi è cambiato e il fenomeno a cui assistiamo da diversi anni rischia di presentare agli italiani prima e all’Estero poi, l’immagine di un paese schizofrenico, dove non sono due le anime che lottano per la rivendicazione degli ideali di lotta dell’antifascismo, bensì mille, come le sfaccettature caratteriali di un soggetto schizofrenico. Malgrado oggi per la prima volta da sempre in parlamento siedano due schieramenti contrapposti ciò che invece accade è che una festa nazionale come la “Festa della Liberazione” venga categoricamente rimessa in discussione e dove, per fare un esempio, chi vuole festeggiare il venticinque aprile venga bollato dalla stampa de “Il Giornale” (proprietario della testata: Paolo Berlusconi) come “irriducibile”, quasi che si trattasse dell’appartenente a una frangia impopolare che annidiata come una larva nel tessuto connettivo del paese. Questa nuova destra è molto saggia nell’utilizzo dell’informazione, sa bene come trasformare il “popolare” in impopolare e oltraggioso, nello stretto giro di una giostra, da un giorno con l’altro. Allo stesso modo che i suoi opinionisti televisivi peggiori, basti pensare a un Paolo Del Debbio, sanno come agitare il fantasma giusto al momento giusto, tutto si fa spettro. E pensare che la canzone che Antonello Venditti dedicava alla Liberazione rappresentava l’esatto contrario, con una solare immagine “Ma che bella giornata di sole/Quanta gente per le strade muore/Quanti treni alla stazione/Ma per tornare a casa/E la chiamano liberazione/Questa giornata senza morti/Questo profumo di limoni/Dalle finestre aperte”.
A tal proposito la ricorrenza del 25 aprile costituisce un’occasione utile per ‘resettare’ i termini di una contesa che si pretende come attualissima. Umberto Bossi, leader (non ancora uscente) della Lega Nord, fu Lega Lombarda (i graffitari padani sui muri firmavano “LL”), è oggi candidato a ricoprire una delle cariche più importanti del nostro paese, con molta probabilità andrà a sedersi sulla poltrona di quel Ministero delle Riforme, tanto strategico per far procedere le istanze di federalismo cui si rifa il progetto politico della Lega. Ebbene, quest’anno dovremmo attenderci l’ennesimo Giuramento di Pontida? E assieme a quello, dovremo attenderci il tanto coreografico ‘prelevamento’ dell’ennesima ampolla d’acqua dalle sorgenti del Po, sul Monviso? Temo proprio di sì: in tal caso per il 15 settembre (Giorno della Proclamazione di Indipendenza della Padania) vi suggerisco di preparare gli scarponi da trekking, quando questa ricorrenza sarà resa ‘nazionale’ è probabile che i pulmini diretti a San Giovanni Rotondo vengano dirottati direttamente in Piemonte. Temo che Umberto Bossi non avrà la stessa accortezza politica – a prescindere che abbia pagato o meno in termini di voti – di un Fausto Bertinotti, quella cioè di non scendere in piazza per via del rispetto alla carica di Presidente della Camera che ricopriva. Ma l’Italia schizofrenica non si ferma qui. Quello che è in atto da diverso tempo è un vero e proprio processo di rivisitazione storica di quelli che sono stati i fatti della Resistenza, occorsi in quel torbido periodo storico che va dall’8 settembre del 1943 e che si conclude con il mese di aprile, culminando nella data del 25 aprile. Da ogni parte in Europa il 25 aprile è sinonimo di Liberazione, meno che mai di Revisione. Nel nostro paese, invece, c’è chi confonde sempre più spesso il rispetto della Memoria con il rispetto del “cadavere”: se la guerra è cosa esecrabile, non c’è niente di peggio di un conflitto civile che vede armati gli uni contro gli altri cittadini di una stessa nazione, duole precisare tuttavia che al momento in cui questi cittadini si portavano la guerra, dopo l’8 settembre, l’Italia era tutto tranne una Repubblica, cosa resa possibile soltanto all’indomani della Liberazione. Fanno sorridere a tal proposito i richiami di certi esponenti della Lega a un presupposto ‘dna’ celtico, proprio loro che considerano Italia soltanto ciò che si situa al di là (per noi) e al di “qua” per loro, della Linea Gotica; possono dire di essere cambiati, basta sentire i discorsi dei loro esponenti quando sono ‘a casa’ per vedere che la loro anima è sempreverde, evergreen. La Seconda Guerra Mondiale ha condotto il nostro paese allo stremo delle forze e l’alleanza passiva di Mussolini alla Germania nazista hanno portato il nostro paese alla guerra civile. All’indomani della Conferenza di Yalta (febbraio 1945) si assistette a una divisione netta del mondo, che dal punto di vista militare risultava diviso in due blocchi contrapposti. Quello che è accaduto nel nostro paese tra il 1943 e il 1945 sembra andare a costituire una terra di nessuno ideologica dove ogni schieramento sembra voler raccogliere per proprio interesse ciò che è stato seminato con il sangue. E allora, cosa dire del sindaco di Alghero, che ‘rischia’ di ricevere una medaglia per il suo divieto di intonare “Bella ciao” nei cortei? Non si tratta di uno scherzo, non è escluso che “le forze dell’ordine possano intervenire”, a detta del proditorio primo cittadino, se qualche dispettoso dell’ordine pubblico avrà l’ardire di alzare il pugno sinistro. Duole ricordare che è del 20 giugno del 1952 la Legge Scelba che sancisce il reato di apologia del fascismo. Sono moltissimi gli esponenti della destra che colgono l’occasione del 25 aprile per ribadire la loro distanza da questa festa, che per loro non ha nulla di ‘nazionale’.
Libertà, Sinistra e Comunismo sono le tre parole più pronunciate da Silvio Berlusconi, non soltanto durante la campagna elettorale, questo lo sanno tutti. A quando quindi una legge che in piena par condicio non possa sancire, una volta per tutte, il reato di “apologia del comunismo”? Approfittiamo di oggi per pensare a ciò che ci circonda, per aprire i libri di storia, per illustrare agli amici, ai figli e ad ‘alcuni’ genitori ciò che è stato, chiedete ai vostri nonni quante volte mangiavano in un giorno, negli Anni Trenta. Anche a questo servono le ferite, per quanto provenienti da un trauma doloroso, per ricordare. Se quel periodo storico, come vuole la Destra, fosse archiviato e sepolto, e quindi ritrattabile, non si spiegherebbe il fiorire di manifesti che puntualmente verranno attaccati sui muri di diverse città italiane nella giornata del 28 aprile in ricordo della morte dello Statista Benito Mussolini; accade anche a Lecce, ed è giusto che sia così perché è Memoria, è Democrazia, è Repubblica, in una parola: Liberazione, una festività che fa bene a tutti, anche a chi la avversa.

citazioni


Non è stato un gesto fortunato
Natalia Melikova, giornalista

La memoria di Adriano. Contro Giuliano.


Il titolo del libro di Adriano Sofri, “Contro Giuliano. Noi uomini, le donne e l’aborto” (uscito per i tipi di Sellerio), ha un sapore vagamente evocativo che fa venire in mente i dialoghi platonici (“Conversazione platonica” è il titolo del quadro di Felice Casorati scelto per la copertina del libro) oppure le opere apologetiche scritte nell’epoca del primo cristianesimo, a sostegno o confutazione della novità religiosa che aveva fatto irruzione nell’Impero Romano. La novità di oggi ha un altro nome, l’attrice Paola Cortellesi ne aveva bene individuato le avvisaglie in un recente sketch nel quale l’Italia viene presentato come il paese dove tutto può essere sottoposto a revisione (“Riparliamone”). Quello che a prima vista può sembrare un instant-book sul tema dell’aborto – il “Giuliano” in questione è chiaramente Giuliano Ferrara – si rivela invece essere il contenitore delle interessanti e decennali riflessioni sul tema dell’aborto, decennali perché Sofri ripercorre un dibattito che inizia prima del ’78, anno di approvazione della legge 194. Adriano è amico di Giuliano, un’amicizia difficile e competitiva perché giocata sul terreno di differenze radicali per quanto riguarda le posizioni teoriche e pratiche sui più importanti temi dell’attualità e della politica. Ciò nonostante il testo non fa suoi gli accesi toni della polemica, in esso viene descritta la parabola del movimento antiabortista di Ferrara, che all’indomani dell’approvazione da parte dell’ONU della moratoria sulla pena capitale, ha fatto suo il concetto di moratoria, ribaltandolo nello slogan metaforico di ‘moratoria sull’aborto’. Ecco, questo pensiero secondo l’autore del pamphlet in oggetto è viziato all’origine per più di un motivo. Tanto per cominciare non si può paragonare l’aborto alla pena capitale. Una legge che vieti alla donna di abortire e persegua penalmente chi la aiuta non farebbe altro che sancire un’appropriazione, una vera e propria assimilazione della medesima nel corpo sociale, niente di meno che un’espropriazione della donna da sé; il divieto di abortire sarebbe in ciò paragonabile al divieto del suicidio. L’espropriazione del corpo a favore dello Stato, tuttavia, è proprio ciò che avviene nella pena capitale. Giuliano Ferrara ha avuto la scaltrezza di trasformare in crociata ciò che era sotto gli occhi di molti. È interessante l’atteggiamento adottato da Adriano Sofri che anziché porre le basi per una anti-crociata nei confronti del direttore del “Foglio”, preferisce affidarsi a una decostruzione attenta di tutte le ragioni presentate da Ferrara. Nel testo trovano spazio le fonti e gli articoli a sostegno delle tesi antiabortiste, compreso l’articolo forse più strumentalizzato, il noto intervento di Pier Paolo Pasolini (“Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti”, oggi in Scritti Corsari), ripresentato sul “Foglio” travisando le intenzioni, oltre che il titolo, dell’autore di “Petrolio”, che non era contro l’aborto e anzi voleva affermare una rivisitazione dei modi di comunicare la sessualità, meno chiusa, meno colpevole, con l’alternativa paradossale di non procreare qualora il coito non potesse reinventarsi in amore. Quello che si prova leggendo il testo di Sofri è un forte senso di impotenza qualora ci si debba (da uomini) mettere nei panni della donna che abortisce, strumentalizzata per eccezione, descritta nelle pagine dedicate alla viltà dell’uomo che la abbandona. Quello che non è cambiato e che deve cambiare è l’atteggiamento di fuga. “Contro Giuliano” è un testo che serve a fare chiarezza su una questione, sia che la nostra opinione sia affidata a una parte piuttosto che a un’altra. L’idea proposta da Giuliano Ferrara non è collegata a un movimento di opinione – nulla a che vedere con le raccolte di firme cui possono ricorrere i cittadini come mezzo per chiedere un referendum – ma a un partito in corsa nelle elezioni di aprile, il che rende gli argomenti ‘politici’ in modo inevitabile, basti pensare che il primo ‘scossone’ del precedente governo si ebbe proprio sulla questione delle coppie di fatto. “La politica ha a che fare col potere, e il potere ha a che fare coi corpi e con la sessualità”, è riassunto in questa frase un pensiero di Sofri che viene proprio dagli anni settanta, dalle cattedre francesi e da pensatori come Michel Foucault. Viene riconosciuto a Giuliano Ferrara, seppure per una causa contraria a quella sostenuta da “Contro Giuliano”, l’aver sollevato problematiche che altrimenti rischiavano di restare limitate in una zona d’ombra, tra il tacitamente riconosciuto e il non espressamente detto. C’è ad esempio il problema dei medici obiettori di coscienza, che lavorando a stretto contatto dei pazienti e in aziende sanitarie pubbliche, spesso negano la somministrazione della RU486 (la cosiddetta pillola del giorno dopo), oppure non permettono di esercitare la libera possibilità di scegliere l’aborto da parte di chi, tra tutte, è la prima interessata, cioè la madre, verso cui per tutta lettura di questo testo traspare un profondo rispetto.
La donna resta il centro delle questioni sollevate, e non la semplice periferia di un embrione. Troppo spesso, questo è uno dei pensieri ricorrenti del libro, il destino della donna è affidato agli uomini, quando invece, come pone Adriano Sofri in chiusura di questo libro, “dal punto di vista delle sue speranze, il mondo dovrebbe mettersi ad aspettare la salvezza dalla nascita di una bambina. Una qualunque”.

pubblicato su “Il Paese Nuovo”
il 26 marzo 2008


Claudio Martini e il ripostiglio dello scrittore


“I racconti del ripostiglio” – non ci si faccia ingannare dal titolo che allude alla forma racconto – è l’ultimo romanzo scritto da Claudio Martini, un autore per cui sono attendibili definizioni di poliedrico e caleidoscopico interprete della realtà e che è alla sua terza prova narrativa pubblicata dal 2004 a oggi, la seconda per la Besa Editrice, con cui nel 2005 era uscito il fortunato “Diecimila e cento giorni”, in rete Martini è conosciuto con lo pseudonimo di Writer e il suo blog personale, “Altre latitudini” (ospitato sulla piattaforma di Libero), è uno dei più seguiti della rete.
Claudio Martini, nato nel 1954, residente a Torino ma di origini tarantine, è anche autore di diversi tra saggi e interventi relativi al suo mestiere di psicologo e ricercatore sociale, pubblicati in Italia e in America Latina. Il meta-romanzo richiede al lettore uno sforzo di fiducia, bisogna che chi legge accetti di entrare in un gioco più grande di lui; soprattutto in un periodo come quello in cui viviamo, nel quale l’esperienza culturale viene concepita sempre più spesso sotto l’ottica della mera ‘fruizione’, e allora ci si chiede se sia possibile dare vita a un marchingegno che richiede una dose di masochistico asservimento. Quando grazie alla bravura dell’autore si crea una sospensione esatta tra curiosità e attesa, ecco che il meccanismo ci trascina nella lettura, oramai increduli, pronti a tutto. Gli esempi illustri non mancano, nel caso del Decamerone assistiamo addirittura a un evento fondante della nostra narrativa, sulla scorta degli esempi medievali. Italo Calvino – posto non a caso in epigrafe al volume di Martini – è il più illustre esempio di scrittore che ha adottato più volte questo metodo (Le città invisibili, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Il cavaliere inesistente) in cui una storia raccoglie un’altra storia per poi ‘esplodere’ all’esterno. Ancora più vicino a noi è l’esempio di Umberto Eco. Fatte queste premesse debite a un genere importante ci si accosta a questo romanzo con la curiosità di ‘leggere il gioco’ che sottende alla struttura dell’opera di Claudio Martini. Ed è proprio con un ‘gioco’ che il protagonista si troverà a fare i conti, assieme al lettore, trovando in casa sua dei fogli dattiloscritti contenente una serie di racconti. All’inizio lo stile di questi rimanda a situazioni e ricordi di altri autori, un po’ come se il loro scrittore ideale fosse in cerca di uno stile personale, da Ballard a Wim Wenders passando da Jack Kerouac, quasi a chiederci di assistere a un depistaggio. Poi accada che da questi indizi cominci a emergere qualcosa. La curiosità per quei racconti spinge il protagonista, Giovanni, a intraprendere la ricerca del loro autore, partendo dai vecchi inquilini che hanno occupato il suo appartamento, all’interno del quale trova altri indizi per proseguire in questo suo gioco. Ma a questo punto, prima che la storia si faccia ancora più interessante, siamo arrivati a tre quarti del romanzo, d’un fiato, grazie anche alla scrittura evocativa di Martini che in questo suo ultimo libro raggiunge capacità di definizione inconsuete, soprattutto per quanto riguarda gli stati d’animo e la descrizione dello squallore della metropoli, Torino, che nella sua scrittura – questa è una conferma, fin dal suo Sguardi – che si fa ‘generativa’. L’autore mette a frutto la capacità di trasformare in racconto anche il dettaglio più minuscolo, approfittando dei suoi personaggi per esternare le considerazioni sull’oggi, mescolando le parole come un mazzo di carte, per trovare una via d’uscita dalla deriva di un labirinto di storie. Ciò che al narratore riesce con sapiente maestria e a cui il protagonista, invece, anela per ristabilire un ordine negli avvenimenti misteriosi che popolano le sue giornate. Finché il timido ma intraprendente impiegato dell’anagrafe non deciderà per il salto nel buio, in quella zona che l’autore è riuscito a creare in modo sapiente, nella quale la vita coincide con l’opera e dove Giovanni viene chiamato a fare la differenza, con il suo contributo: il suo racconto.
In questo modo, quasi sottoponendosi a una terapia non-ortodossa, farà chiarezza sul suo passato. La vita e la scrittura – e qui ritorna in circolo la lezione di Calvino – possono essere affrontate con la leggerezza di un gioco meta-romanzesco se c’è consapevolezza delle regole e, soprattutto, se la libertà dei giocatori è garantita.

pubblicato su “Il Paese Nuovo”
di Martedì 1 Aprile 2008

La fucina della scrittura: i consigli dello stroncatore.


“C’era una volta”, sarebbe difficile oggi iniziare una storia con questa frase. I lettori di oggi sono smaliziati, mettono alla prova un autore fin dalla prima pagina, come è giusto che sia; per gli inesperti scrittori desiderosi di affacciarsi a un mondo terribile – verrebbe da dire – c’è bisogno di un manuale. L’ultima risposta in ordine di tempo viene da un editore, Castelvecchi, da sempre attento a cogliere e, a volte, anticipare determinate tendenze nel mondo della cultura popolare. Il libro si intitola “Manuale di scrittura creativa” (Castelvecchi, €18), l’autore è Roberto Cotroneo, un tempo stroncatore dalle pagine dell’Espresso, poi scrittore affermato, oggi redattore e insegnante in diversi corsi di scrittura. Chi non ha mai letto i suoi romanzi può cominciare da ‘Otranto’ , oppure ‘Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome’, o ancora il primo ‘Se una mattina d’estate un bambino’, del 1994, nel quale si propone di trasmettere al figlio l’amore per i libri. Questo manuale comincia dalla cosa più importante, cioè da una domanda rivolta agli scrittori di ogni età, verrebbe da dire ‘di ogni ordine e grado’. Perché si vuole scrivere? Qual’è la molla fa scattare quel meccanismo che Truman Capote nel suo capolavoro “Musica per camaleonti” paragonava al dono da parte di Dio di una frusta per auto-flagellarsi? Semplice, “COMUNICARE”, la scrittura serve a comunicare ciò che noi abbiamo dentro, una visione del mondo, una nostra esperienza, qualcosa che ci è successo e che ci ha colpito a tal punto da suscitare in noi il desiderio di rendere gli altri partecipi della ‘nostra’ storia. Fin qui tutto bene. I problemi nascono quando ci si imbatte nello scoglio della forma narrativa. Roberto Cotroneo, dall’alto della sua esperienza di scrittore e giornalista (è condirettore della Scuola Superiore di Giornalismo della Luiss di Roma), divide l’argomento in dieci agili lezioni. Si va dal superamento dell’incubo da pagina bianca al metodo con cui affrontare la scrittura di un romanzo, fino alla scelta dell’ambientazione o dello stile, toccando argomenti ostici come le descrizioni e le digressioni all’interno di una storia. Non esiste una sezione relativa all’invenzione e alla scoperta di ciò che va narrato, perché al contrario di quanto ci si possa aspettare da un testo del genere, l’autore ha preferito affrontare l’argomento privilegiando l’aspetto creativo e senza toccare ciò che compete alla discrezione di ogni scrittore, stiamo parlando dell’argomento di cui scrivere. Il messaggio non espresso è chiaro: ognuno cerchi da sé la propria storia. Esemplare in tal senso la lezione dedicata alle descrizioni degli ambienti e dei paesaggi; ci sono scrittori che affrontano simili momenti con lo stesso atteggiamento con cui si affronta la stesura di un catalogo da vendita all’incanto, enumerando collezioni di oggetti, con i loro nomi e le loro caratteristiche, mettendo il lettore nell’imbarazzo di voltare pagina per scoprire quand’è che la storia prosegue. Il procedimento di descrizione nelle parole di Cotroneo si trasforma in uno dei mezzi più duttili di cui dispone lo scrittore. Un altro aspetto interessante del libro è la presenza di molti esempi e di esercizi, suggeriti agli aspiranti scrittori al termine di ognuna delle lezioni. Molto bella la sezione dedicata all’influenza, ovvero sia alla formazione spontanea e casuale di ogni scrittore, dovuta alle sue esperienze, alle letture fatte in gioventù e alla maturazione della propria identità come lettore. L’impressione che si ha dopo la lettura di un testo del genere è che la premura del suo autore sia quella di limitare al massimo i danni prodotti dagli scrittori impetuosi, che non affidano la propria scrittura a un metodo, per contro è lo stesso Cotroneo a sfatare un mito, quello secondo cui un romanzo, con il suo plot, nasca così com’è nella testa dell’autore: secondo l’autore del manuale non si tratta che di una deviazione congetturale dovuta al cinema, ma tant’è, come i pittori dopo la nascita della fotografia hanno dovuto percorrere altre strade così gli scrittori dopo la nascita del cinema non sono più gli stessi, e a ragion veduta, perché anche i lettori sono cambiati, si aspettano di più e a un ritmo differente.
Il lato positivo di questa ‘evoluzione del lettore’ sta nel fatto che lo scrittore oggi può permettersi di scrivere storie che non seguono necessariamente una logica lineare, ma che possono affidarsi all’evocazione delle vicende in più tempi e in modi non tradizionali. La cosa curiosa è che oltre a un’immagine di stile viene comunicata una sorta di “buona condotta” da seguire, che va dalla proposizione del manoscritto all’atteggiamento da tenere con editori, consulenti e affini, insomma, una lezione di stile che tenta di uscire fuori dai margini della pagina scritta. Il volume è impreziosito dagli interventi di Andrea Camilleri, del giovane critico Stas’ Gawronski, di Roberto Gilodi e Piergiorgio Nicolazzini e dalle sezioni dedicate alle riviste di letteratura, con gli indirizzi delle case editrici e una bibliografia ragionata, quasi come a redarguire lo scrittore esordiente, prendendolo per mano e guidandolo dalla stesura della prima pagina fino alla tanto auspicata pubblicazione. Lo scrittore ‘forgiato’ da questo “Manuale di scrittura creativa” è anzitutto uno scrittore che non si preoccupa della lunghezza del proprio romanzo “ormai non ci sono regole. Ma è consigliabile che il numero di cartelle non sia inferiore alle cento”, ma che allo stesso tempo tiene conto delle esigenze del mercato, anche Cotroneo suggerisce allo scrittore di leggere con attenzione i cataloghi di tutti gli editori ai quali sarà affidata la spedizione di un manoscritto.
A tal proposito mi piace citare un altro libro che si pone idealmente sul versante opposto, il testo è scritto da Stewart Ferris nel 2005 e pubblicato in Gran Bretagna da Summerdale con il titolo di “How to get published. Secret from the inside” (trad. it non disponibile “Come venir pubblicati”). Stewart Ferris parte dallo stesso punto dell’autore di “Presto con fuoco”, suggerendo che da parte dell’autore ci vuole una buona presentazione, una lettera, un riassunto del proprio lavoro che non faccia smarrire il destinatario di turno in improbabili biografie che farebbero ridere chiunque e che sono verosimili altrimenti non verrebbero citate in modo spassionato anche da Cotroneo, si legge ad esempio “…ma è in quegli anni che nasce in lui una vocazione letteraria fortissima, che lo conduce a scrivere una serie di racconti e tre poesie di ispirazione ermetica, segnalati con menzione al concorso ‘Giglio d’argento’ di Radicondoli”. Lo scrittore, in poche parole, deve gettare la maschera e soprattutto il paraocchi, tastando il mondo che lo circonda. In una cosa i due ‘suggeritori’ differiscono: Cotroneo suggerisce, in modo alquanto realistico, di non apporre titoli ai propri manoscritti “lasciate perdere i titoli. Qualunque titolo. Quasi sempre i titoli li fanno gli editori, e sono più bravi di voi di solito. I vostri titoli non li convinceranno mai”, e soprattutto dissuade l’autore dall’allegare immagini per copertine e altre simili amenità; lo scrittore anglosassone invece, forse strizzando l’occhio ai numerosi best-seller in erba che affollano le scuole londinesi, suggerisce addirittura di prodursi in un fac-simile grafico del testo, quasi a suggerire l’effetto del testo confezionato all’editor di turno. Viene in mente quel sottotitolo, lo stesso utilizzato da Woody Allen in uno dei suoi film più celebri, quando parlava del sesso di cui si vuol sapere tutto “ma si ha sempre avuto paura di chiedere”, ecco, in questo manuale c’è tutto quello che si ha sempre il timore di chiedere ma che puntualmente ci viene presentato nel conto quando incorriamo in errori di approccio a un mondo affascinante come quello della scrittura, con un suggerimento finale che viene proprio dalla copertina del libro, dove un bambino in fasce si appresta a battere i tasti di una macchina da scrivere. Perfino il più bravo degli scrittori di fronte alla pagina bianca si identifica con il lettore che ha dentro, in cerca dell’emozione dinanzi al suo primo “C’era una volta”.

pubblicato su  “Il Paese Nuovo”
di Martedì 8 Aprile

Una scena per la mente. Simone Franco. Per una riflessione ulteriore


Il 30 marzo scorso, presso il Teatro Paisiello, è stato rappresentato “Il mulino degli sconcerti”, la prima produzione di Simone Franco, concepita nel 2004 e già circolata in diversi teatri d’Italia. L’idea dello spettacolo è nata in occasione della “Mostra omaggio” dedicata al pittore Gino Sandri, tenutasi a Roma presso il Palazzo delle Esposizioni, nel marzo 2002 e curata dall’architetto Paolo Conti, custode infaticabile delle opere e dei diari dell’artista. Fu allora che Simone Franco venne a contatto con l’opera e con gli scritti di Gino Sandri, decidendo di dare vita a uno spettacolo-evento che rendesse possibile apprezzare a un pubblico più vasto il mondo di Sandri, oltre che venire a conoscenza della sua tragica esperienza. Quella a cui potranno assistere gli spettatori non è altro che il culmine di una tre giorni, uno spettacolo ‘diffuso’ che è allo stesso tempo un omaggio e un’occasione di discussione per tematiche attuali, come quella della psichiatria e delle strutture nate dopo la Legge Basaglia di cui quest’anno ricorrerà il trentennale. Il 28 marzo presso i Cantieri Teatrali Koreja si è tenuta un’anteprima dello spettacolo. Dal 20 marzo presso la libreria Ergot (Piazzetta Falconieri, Lecce) è stato possibile apprezzare le opere pittoriche dell’artista. Il 29 Marzo, presso le Manifatture Knos (Via Vecchia Frigole 34, Lecce) si sono potuti invece vedere filmati che affrontano i temi dello spettacolo, dal versante artistico e da quello documentario. La vicenda di Gino Sandri è la storia di un internamento forzoso con motivazioni politiche, un episodio estremo in cui la sua vita si fa emblema dell’arte come forma di resistenza, oltre che di descrizione della realtà, una vera e propria via di fuga, l’unica di cui disponeva questo pittore durante i lunghi periodi trascorsi nel carcere psichiatrico. Gino Sandri, nato nel 1892 a Rossiglione, vivrà diversi internamenti ‘obbligatori’ per motivi politici, che culmineranno in un internamento definitivo nel 1953, a Roma. Questi periodi svolgeranno un ruolo determinante nella formazione delle opere dell’artista, gli stessi disegni dei degenti saranno fonte di ispirazione. Lo spettacolo del giovane attore leccese, che vive a Roma, si propone di ricostruire frammenti e quadri a partire dai suoi diari e dalle opere di Sandri. Una scena oscura, disadorna, costituisce la stanza della memoria, un antro che è antro amniotico e allo stesso tempo luogo del ricordo. La scena diventa padiglione, cortile, paese. La vicenda di Gino Sandri viene narrata nelle sue diverse fasi, dai giudizi psichiatrici all’atroce esperienza dell’elettroshock, di cui nello spettacolo viene spiegato il funzionamento dal “Dottor Cerletti”. Importante è l’utilizzo delle opere dell’artista, nello spettacolo, accompagnato a quelli che saranno i giudizi dei medici e i referti. Lo spettacolo, diviso in quattro parti, culmina in una scena dove il monologo dell’internato è agito in fondo, in disparte, alternato all’eloquenza dei gesti, laddove nemmeno le parole non possono descrivere l’indescrivibile. L’elemento documentale di questo spettacolo gioca un ruolo importante, come in tutti i progetti di Simone Franco, il suo prossimo spettacolo “Sulle ali della giustizia e della libertà: il volo contro”, è dedicato alla figura del pilota Giovanni Bassanesi. Il teatro di Simone Franco ricostruisce frammenti di realtà in cui il ruolo giocato dalla Storia è determinante. Una scena per la mente nella quale il teatro riesce a restituire ciò che le circostanze hanno negato, il riconoscimento di un grande artista per noi e, per Simone Franco un’ottima prova, conferma di un anno di intenso lavoro che lo porterà a far debuttare il suo prossimo spettacolo in Svizzera, in maggio.

materiali da “Il paese nuovo”

Quest’anno ricorre il trentennale della Legge Basaglia. Ho avuto modo di vedere e lo spettacolo “Il mulino degli sconcerti” e, soprattutto, di vedere i video che vanno a costituire il ‘sostrato’ teorico alla ricerca condotta da Simone Franco nella sua produzione teatrale. La mia prima impressione è che si tratti di un lavoro notevole. Anzitutto per il modo in cui è stata condotta la ricerca, con una puntualità e allo stesso tempo un sapersi mettere sempre in gioco e in discussione da parte del regista dello spettacolo. Un altro elemento importante è costituito dal fatto che, paradossalmente, soltanto vedere come è fatto il teatro dimostra la ‘differenza’ del teatro dalle altre forme di espressione artistica. Il teatro è scrittura e allo stesso tempo è scena, narrazione nel tempo e in luoghi differenti. Tutti elementi che entrano in gioco nel teatro di Simone Franco. Perché allora “Una scena per la mente”? Semplice, perché se dovessi spiegare che cos’è la legge Basaglia a qualcuno, se dovessi far passare quali sono le implicazioni e i retroscena di quanto è accaduto dal 1978 a oggi, ebbene, suggerirei di vedere questo spettacolo, naturalmente in tutte le sue parti, sia quella propriamente spettacolare, che può convivere a sé stante, e sia la parte documentale, i video, i quadri di Gino Sandri. Simone Franco riesce nell’intento di portare sulla scena un monologo ‘esploso’, dove egli si fa interprete di tutti i personaggi della storia, componendo sulla scena i diversi momenti in cui questi interloquiscono tra di loro, senza sovrapposizioni, affastellamenti, ridondanze; lo spettatore all’inizio crede quasi di dovere assistere a una commedia, perché quando si parla di ‘pazzi’ e ‘follia’ la tentazione rassicurante è sempre quella di affrontare gli aspetti ridicoli di una vicenda che invece è terribile. Non accade così. Ciò che accade, dall’inizio alla fine, è di venir risucchiati in un tunnel senza uscita, le cui pareti si fanno via via più strette, finché dell’uomo non resta nulla, un manichino vuoto, senza anima. Diversamente da quanto si potrebbe presupporre, dopo il trattamento degli elettroshock, il presunto malato non si trasforma in un involucro senziente, bensì in un non-involucro privo di qualsiasi risposta nei confronti del mondo. Ci si potrebbe fare qualsiasi cosa. La scelta della maschera del “medico della peste” è emblematica e rimanda a un simbolismo che per tutto lo spettacolo è sottile. Il medico della peste è quel medico che quando crede di stare curando porta il morbo mortale di casa in casa, rendendo possibile un parallelo con il medico dei pazzi, che con gli elettroshock brucia il corpo e l’anima del paziente. Perfino la regia attua l’epoché, una vera e propria sospensione del giudizio su quanto lo spettatore è costretto ad accettare e vidimare, la descrizione della scoperta dell’elettroshock, delle sue prime applicazioni e del passaggio dalla sperimentazione dai maiali ai ‘soggetti’ umani. La vicenda di Gino Sandri è paradigmatica anche perché accade a ridosso del Fascismo, quindi con largo anticipo rispetto al 1978, in un periodo nel quale i pazzi erano ‘alienati’ dalla società, veri e propri ‘alieni’, altri da noi. La scena dinanzi alla Procura, con il giudizio di condanna, costituisce il punto di non ritorno oltre il quale non sarà più possibile ricostruire i frammenti di esistenza di Gino Sandri, oramai relegato alla stregua di una pratica abbandonata, ingestibile da un sistema che lo ha preso, distrutto ed espulso. Simone Franco riesce a rendere la vicenda di Gino Sandri universale, ecco perché il messaggio in essa contenuto travalica il tempo e arriva fino al 1978 e, trent’anni dopo, ai giorni nostri. “Il mulino degli sconcerti” è uno spettacolo che si concede a una lettura su più livelli, e credo che in ciò sia l’elemento più riuscito di una regia che riesce a raccontare una storia individuale e trasportarne il significato fino ai nostri giorni, trasformando in ‘racconto’ il frutto di una ricerca così approfondita.

Quasi 40 – Il suono dei chilometri


C’è un film, uno dei più belli di Gabriele Salvatores, che si intitola Turné. Fa parte della cosiddetta trilogia, Marrakech Express, Turné, Mediterraneo. Tre film stupendi che descrivono una generazione, quella che negli anni settanta era giovane e che negli anni novanta cominciava ad accorgersi di quello che era il mondo. Ebbene, anche se Mediterraneo è ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale gli attori sono quelli, è come se i personaggi rifinissero un quadro già tracciato; Giuseppe Cederna, Diego Abatantuono, Gigio Alberti, Fabrizio Bentivoglio. Ci si sente così. Quando vedo quei film oggi mi ricordo di quando li ho visti da ragazzo, ed è come se mi prendesse una morsa dentro. C’è una scena, di tutte quelle che non si scordano, che non si scordano più di tutte. È la prima scena di Turné, quando Federico Lolli (Fabrizio Bentivoglio) calca il proscenio per l’audizione che lo porterà nel cast de “Il giardino dei ciliegi” di Gogol. Lo deve giudicare il regista/impresario insieme ad Abatantuono. Lolli entra nel cono di luce, “Ha qualcosa da farmi sentire?”, “Un testo breve, ma è quello che assomiglia di più al mio stato d’animo attuale”. Federico Lolli viene preso per la parte. Il pezzo del monologo non è di Federico Garcia Lorca, come crede il regista, bensì di Mick Jagger. “Come si fa ad affrontare le cose se tutto il mondo è nero?”. Ecco, il testo di “Quasi” dei Tiromancino, ha suscitato in me lo stesso stato d’animo. Ecco perché lo posto qui sotto. -101.

Quasi

Oh mamma ho quasi quarant’anni
che cazzo ho fatto fino adesso

ho avuto il modo ed anche il tempo di cambiare
e l’ho passato a improvvisare
ma mi vuoi bene lo stesso

oh mamma mamma ti ricordi
per me ti preoccupavi spesso
e invece vedi, sono diventato un uomo
mi sposo e faccio un figlio adesso
così lo porti a spasso

e ho avuto culo di non perdermi per strada
e non drogarmi troppo
e se non fosse stato per la musica
magari sarei morto

chissà chissà
tu sai che alla realtà

oh mamma
oh mamma
oh mamma

Oh mamma ho quasi quarant’anni
non me ne sento neanche venti
e ho realizzato che il tempo è maledetto
e si diverte a passare
per vederci cambiare

tu invece mamma resti uguale
anzi mi sembri anche più bella
sono sicuro
che magari tra cent’anni
volerai su una stella
per brillare sulla terra

io nel frattempo continuo a improvvisare
e preoccuparti troppo
anche se sono già passati quarant’anni
non me ne sono accorto

chissà chissà
chissà
chissà come sarà
oh mamma
oh mamma
oh mamma
oh mamma

da “Il suono dei chilometri”, Tiromancino, 2008

IL VOLO DEL CALABRONE. Un progetto di poesia performativa


IL VOLO DEL CALABRONE. Un progetto di poesia performativa
(postfazione di Gabriele Frasca, a cura de “Gli Ammutinati”, Battello stampatore)



È appena uscito

Il volo del calabrone. Un progetto di poesia perfomativa

postfazione di Gabriele Frasca, a cura de “Gli Ammutinati”, Trieste, Battello stampatore, 2008, euro 10.

Testi di:

Dome Bulfaro, Silvia Cassioli, Matteo Danieli, Luigi Nacci, Adriano Padua, Luciano Pagano, Furio Pillan, Silvia Salvagnini, Christian Sinicco.

***

Dalla nota dei curatori:

[…]

Pubblicare l’ennesima antologia non è di certo un esercizio di sopravvivenza, né per chi l’ha scritta, né per chi la leggerà. Il motivo che ci ha spinto a pensarla e a realizzarla è un altro: ci è parso di individuare nella poesia degli ultimi anni due tendenze, se non dominanti perlomeno più aggreganti rispetto alle altre: da una parte un sostanziale arretramento della lingua poetica a bisbiglio prosastico, privo di ritmo, di musicalità; dall’altra parte invece un rinsaldarsi delle posizioni post-avanguardiste attorno a una lingua experimentum, la quale a volte si ri-metricizza rigorosamente, a volte si fa canto, a volte si struttura quasi a simulare il rap. Non stiamo affermando che questi siano i filoni maggioritari o più importanti, sosteniamo soltanto, basandoci sul dato empirico delle nostre esperienze, che a noi queste due linee sembrano oggi nell’atto di venir marcate con più forza, anche grazie a riviste, case editrici, siti internet, blog e festival che prediligono più dichiaratamente l’una rispetto all’altra. Postulata tale visione come base del nostro ragionamento, a noi sembra che manchi l’attenzione verso la linea o l’incrocio di linee che ricercano una zona mediana tra le due sopracitate: un limbo in cui la parola riesca a stare, come un equilibrista, in bilico tra ricerca di senso, costruzione di una visione del mondo e ricerca metrico-prosodica (anche in direzione di nuovi spazi metrici) senza che nessuna di tali tensioni si sacrifichi per far spazio all’altra. Consci della pericolosità del nostro dire, non ci azzardiamo avanti in disquisizioni teoriche che potrebbero ricordare la prosopopea di certi manifesti del passato. Qui non vi sono proclami. Ci siamo sforzati di immaginare quella zona mediana, dopodiché siamo andati alla ricerca di coetanei (nati dopo il 1970) che a nostro personale modo di vedere possano rientrare in quella zona, quindi abbiamo chiesto loro di spedirci dei testi che a loro modo di vedere potessero rientrare in quella zona, infine abbiamo selezionato i loro testi cercando di farli stare nel cuore di quella zona il più possibile. Et voilà: ecco – sarà un caso? – un gruppo di autori che sa anche performare i propri testi!

Il calabrone vola tenendo come rotta la linea che taglia in due parti uguali (ma non per forza superfici fatte solo di angoli retti) quella zona mediana. Il calabrone simboleggia la parola carica di senso e di vitalità che crepitando/risuonando tiene la rotta senza abbandonarla mai: un calo del battito vorrebbe dire caduta/morte, la mancanza di una meta verso la quale volare genererebbe titubanza, cioè temporeggiamento, cioè caduta/morte.

[…]

***

(sopra, particolare della copertina: disegno di Ugo Pierri)

Per info o acquisti, scrivere a:
ilvolodelcalabrone@gmail.com