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Vacanze intelligenti


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(1)

Buone vacanze, arrivederci alla prossima settimana.
Letture sotto l’ombrellone: “Uccidiamo la luna a marechiaro. Il Sud nella nuova narrativa italiana” (Donzelli), Daniela Carmosino – Nefertiti, L’amore di una regina eretica nell’antico Egitto (Stampalternativa/Nuovi Equilibri), Jasmina Tešanovic – “Carenze di futuro” (Zona), Roberto Saporito – Memorie a perdere, Racconti di ordinarie allucinazioni (Edizioni Akkuaria), Luigi Milani – SURF/Sono un ragazzo fortunato (Lupo – Coolibrì), Marco Montanaro – Eneide, Virgilio (ed. Mondadori, trad. Luca Canali) – Canto della caduta, Massimiliano Parente.

(2)

– Ho fatto un sogno.
– E che cosa hai sognato?
– Ho sognato che Bossi finiva di sparare tutte quelle cazzate sui salari del sud
– Se la smettesse il sogno si avvererebbe…
– Non è finita, il sogno continuava.
– …
– Ho sognato che Libero diventava un mensile danese in spedizione ai soli abbonati.

(3)

Vieni a veder la gente quanto s’ama!
e se nulla di noi pietà ti move,
a vergognar ti vien della tua fama.
E se licito m’è, o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
O è preparazion che nell’abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto dell’accorger nostro scisso?

(Dante, PG, VI)

(4)

“è avvenuto tutto in questi ultimi cinque sei dieci anni, è stato una specie di incubo in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi e sparire e adesso risvegliandoci forse da quest’incubo e guardandoci intorno ci accorgiamo che non c’è più niente da fare”.

Le fiabe di Eliana Forcignanò al FondoVerri.


Fondo Verri a.c.
Presidio del Libro di Lecce
(stagione culturale inverno 2008)
in collaborazione con la Libreria Icaro

Sabato 9 febbraio 2008, ore 19.00
Elisabetta Liguori presenta: Fiabe come rondini raccolta di Eliana Forcignanò (Lupo Editore) – Letture di Mauro Marino

Sabato 9 febbraio 2008, alle ore 19.00, presso il Fondo Verri, Elisabetta Liguori presenta “Fiabe come rondini“, raccolta di Eliana Forcignanò, edita da Lupo con il Fondo Verri.
Tanti modi sono offerti agli uomini per crescere, la fiabe da sempre sono uno di questi. Una strada semplice ed incantevole in cui ogni piccolo eroe senza risposte può cimentarsi coi giganti e uscirne sorprendentemente vivo. Quasi una fede da costruire. Cosa altro c’è, a pensarci bene infatti, al fondo di tutte le religioni del mondo, se non un’ idea come questa? Cosa alla base di ogni forma di spiritualità? Cosa se non il fascino rassicurante di una fiaba per sopravvivere e cambiare? Uno stupore finalmente rassicurante? Il desiderio di soluzione, futuro, pacificazione, meraviglia? La terra di Non so, abilmente raccontata in una delle fiabe di Eliana dal titolo “Le tre bottiglie”, è espressione perfetta della dimensione ambientale e spirituale del Dubbio con la quale tutti, adulti e bambini, siamo oggi chiamati a confrontarci.
E’ sorprendente, ma le fiabe di Eliana, pur non provenendo da antiche tradizioni popolari, raccontano quella ricerca lenta ed affannosa con la levità delle rondini migranti e il fardello dei secoli. Tra le sue pagine il futuro incontra il passato e si riempie di meraviglia e potenziali trasformazioni. Non si deve fare altro che restare ad ascoltare.

Elisabetta Liguori

il Fondo Verri a.c. è a Lecce
in via Santa Maria del Paradiso 8 nei pressi della Chiesa del Rosario
il nostro numero telefonico è 0832-304522
l’email: marinoma8@fondoverri.191.it

Chi ha bisogno di Harry Potter?


Elisabetta Liguori
Chi ha bisogno di Harry Potter?

I nostri figli hanno bisogno delle fiabe oggi?
Da donna moderna quale aspiro ad essere, da donna che vuol sentirsi al passo coi tempi, da donna che spesso arranca e questo passo sincopato ancora non lo ha compreso del tutto, io me lo chiedo di frequente. E poi si fa presto a dire fiabe. Quali fiabe? Non tutte le fiabe sono uguali, questo è evidente, sebbene qualcosa le accomuni. E se è vero che certe narrazioni di genere antico sono e restano espressione del Senso dei popoli; se è vero che, come lo stesso Freud sosteneva a proposito dell’Interpretazione dei sogni, esiste un nesso forte tra la psiche degli uomini e le fiabe che l’affollano; se è vero che l’immaginazione fantastica è indotta, frustata o esaltata dal quotidiano, allora la risposta non può che essere positiva.
I nostri figli ne hanno bisogno.
Questa necessità è estendibile a tutte le fiabe del mondo? Vediamo di capirlo.
Io cerco il fantastico. Perché è poi questa la chiave per distinguere ancora oggi la Favola (quella che si limita a raccontare una storia più o meno bene, con una morale più o meno efficace), dalla Fiaba in senso stretto. Il fantastico appunto. Una dimensione dell’altrove impossibile, eppure verosimile. Vicina. E’ di quello stupore convincente che i nostri figli hanno bisogno. Ed io con loro. E tanti come noi. Questo spiegherebbe, almeno in parte, il fascino suggestivo ed il grande successo editoriale della letteratura fantasy, dalla scopa fumante di Harry Potter, all’armadio bidimensionale di Narnia, fino ai draghi sentimentali di Eragon.
Per questa stessa ragione sono lieta che Eliana Forcignanò, giovane giornalista leccese, abbia scelto di esordire in questi giorni con il suo “Fiabe come rondini” per Lupo editore e il Fondo Verri: una scelta che oggi mi appare coraggiosa, quanto necessaria. La scelta della via fantastica, appunto.
La vita delle madri (e dei padri) è spesso costellata di storie di tutti i tipi. Anch’io ne ho cercate e trovate a valanghe in questi ultimi anni, così che ora sono ovunque nella mia casa, aleggiano come spiriti, fuori e dentro i miei farfugliamenti materni, dimorano tutte insieme nella stanza nella quale io continuo a rifugiarmi coi miei bimbi al buio della sera per tentare di avvicinare, con più leggerezza, idee comuni e vaste come quella del futuro, della morte, del dubbio, dell’imperfezione. Ogni volta che al mattino mi avvicino ai letti dei miei cuccioli c’è sempre un sorcio parlante che mi dà il buongiorno, mentre un cavallo alato protesta perché è troppo presto. E persino i quaderni sbuffano nelle cartelle.
Forse anche Eliana vive in una stanza come la nostra. Anche lei, nelle sue storie, racconta di un sé, disperso e fluttuante in universi fantastici, unici e personali.
E lo fa come se avesse un occhio da vecchio e uno da bambino.
Ecco, secondo me, sono proprio così gli occhi dei veri narratori di fiabe. Due occhi opposti. Atemporali. Mi pare che questo abbiano fatto, e continuino a fare ancora oggi, tutti i raccontatori di fiabe: cogliere il mondo attraverso una specie di strabismo onirico e terrestre, così da descrivere le cose che sono state e che saranno, interpretandole secondo le regole di un universo che mai sarà. Non una capacità comune. Forse un difetto di percezione.
Eliana ha questo splendido difetto.
Otto fiabe per diventare adulti, le sue.
Tanti modi sono offerti agli uomini per crescere, la fiabe da sempre sono uno di questi. Una strada semplice ed incantevole in cui ogni piccolo eroe senza risposte può cimentarsi coi giganti e uscirne sorprendentemente vivo. Quasi una fede da costruire. Cosa altro c’è, a pensarci bene infatti, al fondo di tutte le religioni del mondo, se non un’ idea come questa? Cosa alla base di ogni forma di spiritualità? Cosa se non il fascino rassicurante di una fiaba per sopravvivere e cambiare? Uno stupore finalmente rassicurante? Il desiderio di soluzione, futuro, pacificazione, meraviglia? La terra di Non so, abilmente raccontata in una delle fiabe di Eliana dal titolo “Le tre bottiglie”, è espressione perfetta della dimensione ambientale e spirituale del Dubbio con la quale tutti, adulti e bambini, siamo oggi chiamati a confrontarci. In questa storia la maturità arriva non da un padre, da un maestro, da un codice, ma dal mare. La verità qui non è imposizione, violenza, guerra di potere o indottrinamento; è invece riconoscimento dei propri limiti, esercizio di modestia, lunga arrampicata solitaria.
Sono tutti così gli eroi di Eliana: imperfetti.
Il re che non ha risposte per i suoi sudditi, la bambina allergica alla virgola che non può andare a scuola, la fata brutta a cui nessuno dà credito, la donna esageratamente bella che ha paura di perdere la libertà, il sovrano che non sa amare, lo scienziato che non vuole uscire dal suo laboratorio per paura di vivere, l’inquieta Linda che vive in un mondo igienicamente protetto ma fa la pipì nel letto. E molti altri: imperfetti, ma instancabili.
In una società che vuole costruire uomini futuri assoluti, con un Io meravigliosamente gigantesco e cieco, all’interno di famiglie che nutrono i propri figli a pane e perfezione, prepararsi per tempo al fallimento, all’incertezza, accettarla in anticipo come possibilità potrebbe significare assicurarsi una dignitosa sopravvivenza futura, garantirsi un risparmio certo domani sul costo dello psichiatra.
Un risultato importante, io credo.
Ma allora torno a chiedermi: abbiamo bisogno di tutte le fiabe allo stesso modo?
A mio parere, quello che rende una fiaba diversa dalle altre è il fine. La capacità di creare un mondo per un fine. Se un racconto mira al potere, al successo personale, alla suggestione, non può che essere fonte di violenza o artificio, se invece punta alla Felicità, alla trasformazione e alle sue rondini strane, allora, è di certo una buona fiaba. In una delle storie di Eliana la Felicità è una donna malata, che se ne sta, sdraiata ed esanime, ai bordi della città in attesa di essere accolta e riconosciuta da qualcuno. Come tutte le donne, non è una matassa facile da sbrogliare. Una caso interessante ma complicato. Quella donna per guarire cerca l’autenticità dell’Essere. Un’autenticità senza altri fini, quella dimensione cioè concessa a volte solo alla poesia.
È quella Felicità il fine delle fiabe di Eliana. Il loro vanto fuori dal tempo.
È sorprendente, ma le fiabe di Eliana, pur non provenendo da antiche tradizioni popolari, raccontano quella ricerca lenta ed affannosa con la levità delle rondini migranti e il fardello dei secoli. Tra le sue pagine il futuro incontra il passato e si riempie di meraviglia e potenziali trasformazioni. Non si deve fare altro che restare ad ascoltare.

Fiabe come rondini, Eliana Forcignanò, Lupo Editore, p. 96, 2007

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(You’ve two years left to trust me)…innesto su Maurizio Leo


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***** (You’ve two years left to trust me)…innesto su Maurizio Leo *****

…mentre da noi cosa succede? Negli anni in cui la Beat Generation era approdata in Italia e spopolava in America. Allen Ginsberg che legge a Milano davanti ad una folla di persone in un parco. Oggi i poetry slam rappresentano la tendenza, festival di poesia e di filosofia, festival di creazione. Il pubblico acclama la poesia, cerca i poeti, scova gli scrittori fin dalla tenera età, prima ancora che abbiano il tempo di vivere le cose che raccontano. Lo diceva Twain del perché non avrebbe mai scritto di viaggi sulla luna, semplicemente perché non avrebbe mai potuto metterci piede, sulla luna; come scusa può essere accettata. La Beat Generation, però, non è nata con l’intenzione di creare una mitologia, è nata senza intenzioni oltre quella di una scrittura che parlasse della/alla vita, né è fuoriuscita una nuova Epica Americana. Il Moloch di Ginsberg è il mostro-società che nel controllo e nel dominio trita tutto e non lascia nulla, l’alcool e la droga, fonti di espansione per viaggi neuronali e risorse inesauribili per le casse dello stato e dell’anti-stato, dell’industria e del controllo. Quel che resta sono storie che devono essere scritte per restare e poi milioni di altre vite bruciate come teste di fiammiferi brillano e si spengono bruciando le dita di chi vuole afferrarne troppa, di luce. Mentre da noi cosa succede? Altre geografie, altre mitografie. Non si attende la risposta di una rivista che intende pagarci un racconto a parola. Non si prende a calci l’astinenza dentro pagine rilegate. Alcuni scrittori presso queste latitudini confrontano i preventivi dei tipografi che con l’avvento del digitale hanno le mani sempre meno sporche e la prontezza di velocisti sulla richiesta di anticipi, nel caso che qualche scrittore (o editore) tiri un bel bidone e non si faccia più vedere. Gli scrittori di queste geografie occupano uno qualunque dei cento paesi (la provincia dei cento paesi) e sono esperti in comunicati, produzioni, presentazioni e nanoeditoria, dove microeditoria e media editoria sono faccende già grandi, che presuppongono segretari, corridoi, stanze, attese e mezze voci che si inseguono. Lo scrittore/editore, promotore di se stesso e di altri, in luoghi dove i centri sociali hanno avuto una storia puntuale, collocabile in un arco di tempo preciso, e poi sono stati lasciati abbandonati, svuotati, smantellati. E noi, dove siamo? Rischiamo di leggere quel che vogliono ‘loro’, di guardare quel che vogliono ‘loro’ e di essere informati di ciò che scelgono ‘loro’, fino a diventare uno schermo bianco sul quale possono imprimere ogni cosa, ‘loro’. Perché lo scrittore deve trovare il tempo di avere idee che siano sue, e non di qualcun altro, prese in prestito, e nel frattempo deve (r)esistere come persona, fuori dalla pagina scritta. Restano i sogni e le visioni che piombano impensati, quando capita, nel traffico, al telefono, davanti ad un bicchiere mezzo stanco e mezzo sveglio. Ogni momento è buono perché la mente sia altrove con metodo, il metodo della scrittura. Così le nostre mitografie si arricchiscono, le storie si allacciano a persone, persone proprie di un corpo, una voce. Esplosioni che riescono a sganciarsi dall’orizzonte degli eventi del buco nero, che tutto trattiene, perfino la luce dei fiammiferi più grandi. Bagliori che sanno operare con maestria senza avere il tempo di diventare maestri, oppure maestri nel loro lavoro, l’opera di limatura. Il ritmo della diffusione di un testo, a queste latitudini, fa di una ristampa un lieto evento. C’è chi è abituato, c’è chi invece vede nell’esaurimento delle scorte un parallelo dell’esaurimento nervoso di energia, perché il mercato è vasto e saturo, certe volte i lettori bisogna scovarli e quando non ci si riesce con le buone i libri vanno regalati, perché a volte dare un libro è una questione di pudore, quando nessuno lo cerca. E Jack Kerouac? Che senso ha frugare tra i fantasmi e proprio i fantasmi della Beat, che oramai sono fantasmi della storia? I fantasmi ritornano quando hanno qualcosa da ricordare, ci intimano di prendere una condotta differente, i fantasmi dei padri ci rincorrono nei sogni e i sogni, anche gli incubi, sono belli. È bella la musica di Parker, perché è arte, ed è bruttissima la sua vita, come è bruttissima la verità. La scrittura arriva dopo, dopo tutto il resto, dopo la vita. Le parole rimangono lì se non circolano, se non sono dette, se non sono contrabbandate. In questo ‘siamo tutti concorrenti’. Quello di alcuni scrittori è concorso di colpa nel prendere persone ignare e farle diventare lettori. Quest’operazione è vista di buon occhio da alcuni soltanto se va bene. Ciò accade perché a certe latitudini nella scrittura si vive non tanto una libertà di mercato (ovunque) ma una libertà dal mercato. Una libertà che permette di essere scrittori e filosofi anche al riparo da certe logiche che all’arte sono sempre andate strette. Nel momento in cui si chiude l’ultimo verso di una poesia il primo della prossima scalpita, un romanzo stampato e due nel cassetto. La poesia viaggia su fibra nervosa e ottica facendosi beffe di internet. Cioran parla di un suo amico come del filosofo ‘sans ouvre‘. Il filosofo senza opera. Lo scrittore senza opera, al di là di ogni opera. Sono i personaggi di Kerouac e della Beat Generation. Scrittori di romanzi esasperati e senza alcuna coscienza. La critica secerne metodo, categoria, confronto. Io produco metodo, categoria e confronto. Dopodiché sogno per conto mio. Questa notte ho sognato un compagno di viaggio con cui ho diviso molto e che un giorno mi diede una poesia fotocopiata, ridemmo in università di un gazebo oblungo, di come si poteva essere così fuori per scrivere certe cose, sicuramente scriteriati. Le ultime voci lo danno in Toscana, agricoltore o contadino, meglio di chi non crede che la terra abbia qualcosa da regalare. E noi? A noi cosa succede, cosa succede a mischiare la scrittura con la vita? You’ve two years left to trust me.

***** Nel gennaio del 2004 ebbi la possibilità di scrivere l’introduzione per una riedizione del libro di Maurizio Leo intitolato “Dogmaginazione”. Ristampa di un libro smarrito e non più ristampato. Purtroppo quel libro non è stato riedito. Nel frattempo l’editore Lupo ha pubblicato un’antologia delle poesie di Maurizio Leo. Oggi mi sembra cosa opportuna pubblicare sul blog l’intervento che scrissi nel 2004, dal titolo “(You’ve two years left to trust me)…innesto su Maurizio Leo.

Come un Ulisse che si è perso.


Come un Ulisse che si è perso.
Su “Mal di mare” di Arcangelo Amodio

arcangeloamodio_maldimare.jpgArcangelo Amodio, brindisino che vive a Londra, con “Mal di mare” è alla sua seconda prova, la prima, un libro di racconti intitolato “Controra” è edito anche esso da Lupo Editore.

C’è tanta commedia in questo romanzo, che sembra dipanarsi come una pellicola on the road, il protagonista di “Mal di mare” di mestiere fa l’anestesista, lavora in una clinica privata, si è appena sposato con la ricca Giovanna. Le premesse sarebbero ottime se non fosse che il viaggio di nozze dei due – è da qui che parte il romanzo – si svolge su una nave che farà una crociera nel Mediterraneo. La nave toccherà diverse isole della Grecia e porterà i nostri fino al confine con la Turchia in un viaggio che si trasformerà da subito in un viaggio a ritroso nel passato, alla ricerca delle tracce lasciate dai propri ricordi. Un viaggio siffatto susciterebbe un paragone con quello più famoso compiuto dal mitico Ulisse, sarebbe bello che sull’ultima spiaggia, nell’ultima scena descritta, la dolce e enigmatica Clio facesse la sua comparsa sulla soglia come una nuova Penelope che ha atteso i suoi dieci anni, tanti sono in effetti gli anni di fidanzamento intercorsi tra il protagonista e Giovanna prima di queste nozze.
Il romanzo presenta il ritorno alla ‘casa’ della propria giovinezza vissuta nel modo più spensierato, come dice l’autore, non sono forse i greci ad avere inventato la nostalgia? Il viaggio, come spesso accade, è il pretesto per fare un bilancio della propria vita, le cose si complicano quando per fare ciò viene scelto il momento meno adatto, il proprio viaggio di nozze. Al protagonista tutte le situazioni sembrano stare strette, la realtà si configura come sequenze di legami e morse che non tengono più, il “mal di mare” che fa da sfondo echeggia quasi una nausea di sartriana memoria. Un momentaneo allontanamento dalla compagnia della crociera condurrà alla ricerca di vie di fuga infinitesimali da un’esistenza che non è più soddisfacente, gli spunti sono offerti anche dagli incontri che effettuerà il nostro, la figura di Henry è di certo la più interessante, rappresentando quell’elemento di razionalità che potrebbe condurre la vicenda ad un esito positivo. Poi c’è Giovanna, che sembra capire fin da subito il ruolo che dovrebbe accettare, quello della moglie che riconosce l’irrequietezza del suo uomo e sa che deve perdonarlo in ogni situazione, anche se in un momento sembra essere stufa di questo gioco, si ribella per affermare la sua unicità nel rapporto. Il timido anestesista sembra recuperare il coraggio man mano che si avvicina la destinazione del viaggio, una vecchia casa abbandonata di cui possiede le chiavi. Il termine del viaggio, per il protagonista, potrebbe portare finalmente ad una decisione frutto di una scelta, ma nel caso di “Mal di mare”, vale la pena lasciare al lettore la soddisfazione di arrivare a capire questa decisione insieme al protagonista.

 

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV, Numero 27
“Fermi immagine da un treno che attraversa la prateria”