“Sirene” di Luisa Ruggio


SIRENE
Luisa Ruggio

“Io osservavo, ascoltavo accantonavo per le ore quiete da passare in cucina, quando Selma mi avrebbe detto, come mi disse: – Raccontami di quel posto, ma cose vere, non bugie. Ma furono quasi tutte bugie le cose che dissi: perche’ era come se fossi stato in uno di quei castelli incantati, una volta fuori di la’, non si ricorda, tutto cio’ che rimane e’ l’eco spettrale di una meraviglia che non da’ tregua.”
(Truman Capote, “I cani abbaiano”)

 

A notte fonda, il ragazzo e’ di la’ a calcolare la distanza tra San Francisco e New York su una mappa elettronica. Sono circa duemila chilometri e lui dice che dobbiamo essere pronti a percorrerli da un momento all’altro.

New York puo’ ancora ferirlo ma San Francisco e’ un albore verde filtrato da una tenda, un neon che illumina l’interno della stanza in cui Kim Novak appare a James Stewart – con quel completo grigio, i capelli ossigenati e raccolti, le sopracciglia ben disegnate – ne La donna che visse due volte. Vertigo, nel titolo originale. Hitchcock, quel perfezionista.

Sua moglie era la sua editor piu’ attenta a quanto pare, dopo le proiezioni private per gli amici intimi e prima di ogni distribuzione, diceva la sua e tutti smettevano di ridere, di colpo. Fu la signora infatti – silenziosa al centro dell’entusiasmo generale – a far notare a suo marito che durante una sequenza chiave di Psyco, l’attrice deglutiva dopo essere stata uccisa.

Ha ragione Stephen King quando, nella prefazione a un suo libro sulla scrittura, puntualizza: Scrivere e’ umano, editare e’ divino. Credo sia per questo motivo che un’ironica mezzoinglese sforna-bestsellers ha dettato il suo ultimo romanzo a una segretaria scialba, confidando nei prodigi postumi del suo editor italiano.

(l’innocente dattilografa)

Non riesco a immaginare un piacere sprecato peggiore del dover dettare un romanzo. A costringerla, in quel caso, era un nervo della mano. Doveva raggirare l’ostacolo e aveva gia’ incassato l’anticipo.

Eravamo nel suo salotto londinese – tra orchidee bianche e riedizioni in tutte le lingue possibili dei suoi libri – la prima volta che l’ho ascoltata parlare del suo editor mentre – con lo stesso candore pratico di chi ti spiega per la prima volta come usare una lavatrice – consigliava l’asportazione delle ovaia per evitare inutili deconcentrazioni: “Hai ancora le ovaia, mia cara? Fattele togliere subito, sono solo una seccatura per gli scrittori.”

Ci credeva veramente? Non ha importanza. Si divertiva a recitare una parte, trovavo divertente il cinismo col quale si sventagliava con calma.
Poi mi disse di questo ragazzone che resta dietro le pagine degli altri pur avendo il merito di farle funzionare fino in fondo, olio anche per i meccanismi piu’ complessi.
Mi fa pensare alla doppiatrice italiana che per tutta la vita ha prestato la voce a Marilyn Monroe.

Si chiamava Rosetta Calavetta, la sua scia e’ una lunga traccia audio. Fu anche la voce della Novak, di Biancaneve e una lista piena zeppa di mitologia cinematografica.
Al suo arrivo nella sala di doppiaggio, ripeteva un rituale: indossava guanti bianchi e puliva le cuffie con l’alcol preso da una boccettina che si portava nella borsetta.

(Rosetta Calavetta)

Lo racconto’ l’attore Elio Pandolfi all’autrice televisiva Valeria Paniccia durante una visita nel cimitero monumentale di Roma, il Verano, dove la doppiatrice e’ sepolta. Una piccola fotografia in bianco e nero incornicia i tratti salienti del suo viso, minuto come un ninnolo incastrato in un fermacarte di vetro, del tipo che Colette collezionava.

Si e’ sempre detto e sentito che i doppiatori italiani sono i piu’ bravi del mondo, ci si fa caso quando muoiono e le loro voci vengono sostituite. Quando e’ morto Oreste Lionello, per esempio, il doppiatore storico di Woody Allen, il regista statunitense constato’: Con la sua voce mi ha reso un attore migliore.
A volte mi domando se non succeda la stessa cosa con i personaggi dei libri, a volte lo so, altre volte puo’ essere un rischio.

(Oreste Lionello)

Percio’, quando finisco di leggere un libro in cui la voce dello scrittore non doppia mai, nemmeno una volta, i suoi personaggi – lasciandoli liberi di essere mediocri e crudeli, provinciali e feroci, grezzi come un colore locale e veri come un’illusione – mi commuovo.
Fa parte del mio modo di stare al mondo questo improvviso affetto che mi prende mentre non rispondo al citofono, non accendo i telefoni, non apro la posta che si accumula e quasi smetto di parlare.

Tra le seccature del dover tirare le cuoia (mi fa sempre sghignazzare questo modo di dire da film anni ’40), “prima o poi” – come dice, lavandosi le mani, quel sadico vagamente somigliante a Sean Connery che e’ il mio ginecologo – c’e’ sicuramente il termine delle letture possibili. A meno che, come scrisse – nel suo diario, mi pare – Virginia Woolf: “Il paradiso e’ un infinito leggere“. Magari.

(Marilyn Monroe legge)

Questo pensiero se srotolato sembra lungo ma in realta’ dura un istante, e mentre leggo Capote, a notte fonda, il ragazzo sta ancora considerando la distanza tra New York e San Francisco, e’ ancora rapito dal Teatro di Figura di Bruno Pilz; siamo andati a vederlo esibirsi per due spettatori alla volta qualche sera fa, il suo spettacolo, Lacrimosa, e’ una specie di incanto cupo.

Continuo a leggere Truman Capote, che e’ cosi’, come l’effetto che fa, mi fa smettere di parlare, lo leggo mentre passano le ore e sento scivolare nella mente vagonate di idee multiformi, che lampeggiano e svoltano, nelle pieghe galattiche della mia immaginazione.

(Truman Capote)

Suppongo derivi anche dal fatto di capire profondamente quel suo sostenere per primo che il reportage puo’ essere un’arte raffinata “e nobile quanto qualsiasi altra forma di prosa“. Mi interessa il modo in cui riusci’ a trasformare, tenendo a mente intere conversazioni e senza l’uso di fastidiosi registratori o block-notes, il livello piu’ basso del giornalismo, ovvero l’intervista, in modelli perfetti come Il duca nel suo dominio, il ritratto di Marlon Brando.

Doveva essere uno stronzo irresistibile Truman, il tipo che finisci col cercare sempre per primo, capace di trasformare una conversazione origliata in un’opera d’arte.

Sei anni a sgobbare su un romanzo, senza la smania di pubblicare – mi vien voglia di abbracciarlo, di prendermi delle confidenze insomma – che lavoro, una cosa meravigliosa, e’ sempre duro, non c’e’ flemma. L’altro giorno, me ne stavo dietro le quinte di un antico teatro di provincia con un amico poeta, Pierluigi Mele, parlando di lui e di altri americani.

Da li’ a poco ci saremmo fatti strada, nel buio fitto del dietro le quinte – quando l’occhio di bue illumina il centro del sipario chiuso – per entrare in scena e introdurre il suo reading poetico.

(Pierluigi Mele)

Faceva freddo e Pierluigi non voleva togliersi la giacca, temperava la sua ironia sfottendo le ballerine che si riscaldavano coi loro esercizi nel favo di luce dei camerini, “attenta bella mia, cosi’ ti viene la sciatica!”, il libro che stavamo per presentare e’ profondo venticinque anni.

Venticinque anni di poesie come pesci presi in una rete e sgusciati via da un buco sul fondo, condensati nella mia preferita che a un certo punto fa cosi’: “… Lingua per nove natali/glossa ja’ ennea Kristu/ nove pasque le strofe/ennea Paskata es tiritere/nove mele d’addio/ennea mila sti kalin ora/nove veli la sorte/ennea veli i sorta/nove letti la luna/ennea krovattia ‘o fengo/nove orci di fichi/ennea kifinizzi afse’ sika/nove mandorle in dote/ennea mendule ja’ rucho/nove anelli di pane/ennea dattilidia afse’ fsomi’/nove gonne sfilate/ennea fustianu spammenu/lega un’alfa ai capelli/ denni mian alfa ta maddhia.

(le correzioni di Bob Dylan)

Mentre lui la leggeva, quella sera, pensavo a un personaggio ancora segreto, uscito dalla penna di Patrizia Caffiero per un testo che stiamo scrivendo a quattro mani. Ero andata a sedermi accanto a lei dopo aver introdotto la performance, sentivo Patrizia fare eco alla voce di Pierluigi, nove anelli di pane, sentivo rotolare come un cerchio d’oro la sua risata piccola, ridanciana.

In scena, mentre il poeta attore leggeva, con la sua bella voce arcobaleno, una ragazza bellissima danzava il suo assolo rovesciandosi i capelli neri nelle mani, allora Patrizia mi sussurrava all’orecchio: “Ecco, vedi? Quella e’ la sua proiezione”. Con la sua bellezza di moneta d’argento nella polvere, la danzatrice stava doppiando i versi, era un tradurre in sincrono, un mischio di mestieri.

(Bruno Pilz, mago e burattinaio)

Ho provato a non somigliarti e’ il titolo che raccoglie le poesie di Mele, lui ha superato i quaranta con la sua mimica irresistibile. Il teatro era pieno ed io non riuscivo a non pensare che in sala c’era, tra i pochi altri narratori e poeti viventi che posso dire di rispettare, Giuliana Coppola. Corti capelli bianchi, voce di mollica calda.

Mi venne in mente la volta in cui, durante un tragitto serale in automobile verso qualche presentazione, mi racconto’ di Maria Corti, che voleva essere portata nei luoghi segreti del confine di cui non si sentiva solo ospite. Credo di aver provato qualcosa di simile girovagando in Lucania, dentro una vegetazione fitta che mi arrivava ai fianchi, nei giorni in cui mi faceva da guida un’esile ninfa superba e liquida di vita.

Mentre Pierluigi leggeva le sue poesie, mi rendevo conto di quante scialuppe avesse lanciato alle parole nel corso degli anni, di quante finestre avesse scavato nel muro. Quel suo fare del linguaggio un’architettura e, da uomo di teatro, scipparti da dentro le emozioni.

Mi aveva colpito cio’ che aveva detto del suo editore, Cosimo Lupo, un omino impavido, felicemente assurdo, “l’unico capace di vendersi un furgoncino pur di consentire a un libro di poesia di nascere”. Del resto e’ stato il primo, che io ricordi, a credere in Fanculo pensiero, il romanzo d’esordio di Maksim Cristan, poi giunto alla corte di Feltrinelli.

(Maksim Cristan)

Ricordo ancora il giorno in cui invitai Maksim in redazione per un’intervista, non erano lontani i tempi del suo banchetto vendita improvvisato con una cassetta della frutta, la tovaglia presa in prestito da una chiromante, l’angolo di luce scavato ai bordi di una vetrina di libreria luminosa dove poi sarebbe entrato da protagonista.

Mi precipitai giu’ per le scale e lui disse, con tenerezza: “Piano Luisa, piano. Non correre cosi’ solo perche’ sono povero”. E comunque non solo gli artisti sono uno scherzo di natura, lo sono anche quelli che gli fanno avere carta sufficiente per farsi ascoltare fino alla fila piu’ lontana possibile. Me ne rendo conto ogni volta che sono costretta a ordinare un libro che non trovo subito sugli scaffali delle librerie, le ragioni possono essere le piu’ svariate.

(Maria Corti)

Il tempo e’ un buon lettore, meno superficiale di tutti gli altri, e spesso ripesca dei titoli dall’oblio, e’ il caso di Goliarda Sapienza e del suo L’arte della gioia. E’ il caso, a meta’, di Vittorio Bodini e penso, a proposito di doppiatori, alla sua traduzione del Don Chisciotte di Cervantes per i Millenni Einaudi.

Qualche settimana fa, raccontavo in una mail alla scrittrice e traduttrice Clara Nubile – bloccata dalla neve ad Anversa – della mattina in cui ho assistito alla cerimonia raccolta nel cimitero di Lecce, dove i resti del poeta e ispanista sono tornati, dopo un lungo esilio pieno di amore e odio per il Sud che osservava e raccontava.

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Conoscevo molte delle persone presenti, Livio Muci, che da anni e’ il mio editore e che riedita da un pezzo l’opera bodiniana, lo scultore Ugo Malecore che ha firmato il bassorilievo in terracotta, sotto i lineamenti di Bodini le sue parole tratte da La luna dei Borboni: Tu non conosci il Sud, le case di calce/da cui uscivamo al sole come numeri/dalla faccia di un dado.

Quel sud del mondo che Clara conosce e che ha riempito di viaggi e di distanze, nella sua ultima mail mi avvisa che e’ in partenza per l’India, piu’ che altro un ritorno. Da laggiu’ vengono molti dei suoi racconti migliori, quelli che ti afferrano la gola quando leggi il suo Tabaccherie orientali.

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(Clara Nubile)

A parlarmi di lei la prima volta fu la libraia Teresa Romano, eravamo nella libreria che apre i suoi battenti davanti alla fermata del bus, un pomeriggio, mi porse il libricino che ha come copertina la fotografia di un paio di piedi nudi su un lungomare. “Sono i piedi di Clara Nubile”, mi disse, poi chiuse gli occhi muovendo piano la testa, i bei capelli scuri, come chi ha appena annusato un aroma irresistibile, l’aroma di uno stile.

Da Clara avrei sentito dire, mesi dopo, la definizione migliore circa il mestiere del traduttore: “Tradurre è come fare una seduta spiritica. Spesso mi sento proprio così: una spiritista.” Per la puttana si’, ho pensato. E subito mi sono tornate in mente le traduzioni di Le ore, di Cunningham, a cura di Ivan Cotroneo e Alice nel paese delle meraviglie secondo Aldo Busi. Traduttori, doppiatori, romanzi viventi che impegnano le loro voci, come la Sirenetta di Andersen.

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(Pasolini in sala di doppiaggio)

Voci oscure, congegni trasparenti, luminosi come gioielli di Faberge’. E’ afferrando la treccia delle loro voci che si scala la torre senza porte, quell’altezza traguarda il mondo e, per un momento, ogni elemento della vita e’ il suono caotico, eppure abbagliante, di un’orchestra che accorda gli strumenti, prima di cominciare.

Immagino che Rosetta Calavetta si portasse la sua voce a spasso come se niente fosse, alla stregua della diva che doppiava, Marilyn Monroe, cosi’ brava a mimetizzarsi nella folla di New York, passeggiate intere senza mai essere stata riconosciuta, nemmeno dai taxi che cercava di prendere.

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(Kim Novak ripassa il copione di Vertigo)

E avra’ fatto caso, doppiando Kim Novak ne La donna che visse due volte che il suo personaggio e’ un impostore che dice la verita’?
E, cosa ancora piu’ interessante, James Stewart non si accorge che la Novak non interpreta per lui solo la parte di una donna perduta ma e’ quella donna.

E’ affascinante, se ci si pensa, e insieme crudele: spesso veniamo scambiati per altri proprio quando siamo noi stessi.

(“Vertigo”, music by Bernard Hermann)

Su Musicaos.it per gentile concessione dell’autrice
“Sirene”, Luisa Ruggio,
dentro Luisa – 10/1/2011

Vito Russo – “Tra la palpebra e l’occhio” (LietoColle)


Vito Russo – “Tra la palpebra e l’occhio”
LietoColle – Collana Erato

… niente è lasciato al caso nell’accumu­lazione apparentemente casuale e caotica di oggetti ed eventi e luoghi e momenti e sensazioni e persone e ricordi e nomi, tutti evocati per virtù di parola dalla melassa della quotidianità e infilati un verso dopo l’altro, come in uno svogliato inventario, a far da cornice alla rasse­gnazione e al lasciarsi andare ai capricci della sorte. Sono impressioni volute, generate apposta dall’effetto tonale della voce poetica, dall’uso scaltrito del linguaggio, dello stile. Dunque impressioni menzognere, come tutto, nella rappresentazione letteraria, è invito alla menzogna: menzogna buona, si capisce, per meglio demistificare la realtà e snidare il vero che in essa si celi.

Niente di meno rassegnato di chi cerca un senso nel caos.

[…]

In quell’invisibile intervallo tra palpebra e occhio rivive così tutto il film insensato del mondo esterno, e insensato resta finché non passa attraverso il filtro della parola poetica, attraverso la rappresentazione di un mondo altro, riscattato dal buio, dal silenzio, o al contrario dalla chiassosa insignificanza, rinnovato dal pensiero, vivificato dal senti­mento, offerto ad altri col bisogno di relazione. Insomma un ‘vissuto’ che non perde affatto consistenza di realtà oggettiva, anzi acquista co­scienza e parola, assume spessore morale, si lascia afferrare come corpo vivo, vive di un’altra vita in cui non siano spersi per sempre il senso e la speranza.

dalla prefazione di Carmine Tedeschi

Tra la palpebra e l’occhio
le unità di misura
il tempo e lo spazio la carne
e le carte da gioco l’asso di denari
la scintilla dei fuochi d’artificio
i dialoghi coi nomi poi il lavoro
le leggi del mercato la televisione
tra quello che si vede e non si vede.

Tra la palpebra e l’occhio

Ignoro se
la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca

Eugenio Montale

Ignoro se l’essenza
sia questa giacca che perde i bottoni
i microfoni spenti sul palco
o ci sia ancora un raschio perché tutti
i vestiti tornino al loro posto
e i calzini nell’ultimo cassetto
del comodino.

*

Metto ordine sul sedile
posteriore ma vago
e apparente. Nelle zona industriale
di notte resta qualche luce accesa
e cani randagi si accoppiano
senza prendere precauzioni.

*

C’è un odore forte di lattice
stamattina in via Ripamonti
come se tutti gli amori del mondo
si fossero consumati qui la notte
scorsa.

[…]

Unità di misura

Che forse non è questo il mio mestiere?
Perdere tempo, questo è il mio mestiere,
e il bello è perdere quel che non si ha.

Patrizia Cavalli

I regali che non ho mai fatto
i baci che non ho dato li ho stampati
sullo specchietto retrovisore
insieme alle cartoline spedite
senza nemmeno una parola. Sono
maturi i tempi per continuare
a non fare niente dalla mattina
alla sera.

*

Il furgone è parcheggiato sulla fetta
d’asfalto riservata ai disabili. Esco
a prendere un po’ d’aria. Non si vede
l’ombra di un bar all’orizzonte. Non resta
che aspettare la prossima partenza
per approdi già noti. Che si torni
ogni volta per gli stessi punti
è rassicurante in fondo.

[…]

*

Nel cielo di Milano
il nero non esiste. La giornata
dura mezz’ora in più ma il sole
non c’è e le stelle. Il cielo da grigio
si fa arancio e poi rosso alle quattro del mattino.
Sarà l’effetto dell’inquinamento
o forse la metropolitana
di giorno succhia il cuore ai passeggeri
sudati raffreddati incravattati
e di notte lo sputa in alto. Nudo.

Le leggi del mercato

Dunque ti prego non voltarti amore
e tu resta e difendici amicizia
.

Vittorio Sereni

In principio è il conflitto
duro metallico. Basta spogliarsi
per prendere parte allo scontro
dei corpi all’incrocio delle braccia
fino all’esplosione della luce.
Poi le lingue si sciolgono
non esistono nemici ed amanti
la voce perde consistenza
si fa liquida fa finta di niente
il sesso ritorna nei pantaloni
ma resta duro resta in testa
la finzione di negare il futuro.
Ma chi è che scrive la sceneggiatura?

*

La guerra fredda l’hanno
messa in un altoforno
a sciogliersi e si è liquefatta
l’odore ha invaso pure il terzo mondo
in forma di piatto fumante
hanno però dimenticato l’ultimo
braccio armato del novecento
un verso la solitudine il fumo
di una sigaretta di mano in mano.
Dialoghi con i nomi

Edoardo

di un uomo sopravvivono, non so,
ma dieci frasi, forse

Edoardo Sanguineti

Ho lasciato la testa e gli occhi
su Mikrokosmos ogni parola
una goccia di liquido seminale
una lacrima rossa. E pensare
avevo fatto un lungo viaggio
per una conferenza su Dante
ma il corpo cantava ormai i suoi lamenti
gli aneurismi di ieri. Oggi i figli
dei borghesi prendono il sole
alle Colonne di San Lorenzo
mentre sfoglio i quotidiani le pagine
di commiato. Ne porto i segni
sulla cravatta e porto i tuoi
nel taschino della giacca.

Vito Russo è nato a Putignano (Bari) nel 1981.
Giornalista pubblicista, si è laureato in Economia e specializzato in Diritto del Lavoro.
Dal 2008 vive e lavora a Milano.

In copertina: fotografia di Antonio Lillo

ISBN: 978-88-7848-621-8
Anno: 2011
Prezzo: € 10,0