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“Piacere Dispiacere” di Roberta Pilar Jarussi.


“Piacere Dispiacere”
Roberta Pilar Jarussi

da "Reflections", di Guido Argentini

Una mano. Cinque dita
Piacere, dispiacere, lettere, amore, matrimonio

Piacere
Il balcone aperto, entra calore e notte. Mi sfiori. Mi baci con estrema lentezza, senza foga, a labbra dischiuse e umide. Mi saluti bene, finalmente. Sono arrivata 3 ore fa! Mi piace rimandare un saluto importante. Ti spogli. Alzi la mia maglietta. Le pance, lisce. Mi spogli. Notte e sudore. Sfilo quei sandali senza aiutarmi con le mani. Scendo dai tacchi. Non sono mica alti. Ma di colpo sono piccola e ti amo dal basso. Tutta la pelle a disposizione. E una notte intera della quale non sprecheremo niente.

Dispiacere
Faccio sempre lo stesso giro. Alla stessa ora. L’ora in cui il cielo non ha più luce, ma non è ancora nero. Dalla strada si vede il balcone, quadrato, grande. Dal balcone si intuisce la stanza. Quadrata, grande. La tenda chiusa e le persiane spaccate di vento e pioggia e sole e ancora vento. Verdi, dovevano essere. Cadono a pezzi. Mi fermo là sotto, a mezz’aria. Tra la grondaia e il marciapiede, tra il presente e un tempo che fu, tra un passato freddo almeno quanto questo inverno che inizia e un futuro incerto, almeno quanto i ricordi. Che scaccio. Oltre la tenda, silenzio. Lampadine giallo colla, vetri opachi, un televisore muto e nero, il termosifone freddo, polveroso e liscio, accarezzato con mano pulsante, insistente e tremula neanche fosse il seno che ti deve nutrire, il frigo vuoto, pezzi di pane tra le dita sgranato come perle di un Rosario, cacciato in gola come un cazzo nemico, buttato giù tutto tutto, fino all’ultima goccia di solitudine e rabbia, la Bibbia, la preghiera, sotto voce, e i pensieri, che urlano, sbattono in ogni angolo, dal soffitto al suolo, anche nelle crepe del muro, il telefono staccato per errore o chi lo sa, e un mondo intero fuori, nudo, impotente, sbattuto via, come un feto nel cassonetto.

Lettere
Non è importante che tu mi scriva. Ma promettimi una cosa: ogni tanto prendi quel libricino sensuale e scarno, rosso rosso e ruvido… quello che mi hai fatto conoscere tu. Aprilo a caso. Andrà bene qualsiasi pagina. Te la dedico.

Amore
Quando vengo a controllare la ferita, quel taglio perfetto, i lembi puliti puliti, il sangue è rosso nero, pieno di ferro, sangue buonissimo. Ma non esce subito. Arriva dopo, copre tutto, non si vede più niente. E io sento una specie di brivido sotto al palato, poi scende, tra l’esofago e il cuore, s’incastra alle costole, e non è dolore, ma carne della stessa carne.
Quando sei nato e io ho detto Ehi…, sei qua!
Ogni volta che sento la parola Mamma, rivolta a me. Parola alla quale ‘io’ non mi abituo.

Matrimonio
Chi lo sa, poi, se il tuo è stato un matrimonio perfetto. Si fa presto a buttare via un matrimonio o a innalzarlo a monumento. Ma chi lo sa. Io dico che il Matrimonio non dovrebbe esistere. Che ognuno dovrebbe potersi sposare a modo suo e impegnarsi dinanzi alla propria coscienza di far le cose come si deve. Io, per esempio, il mio matrimonio non lo butto nella fossa. Avevo un cappellino fatto a mano da mia madre, il giorno del mio matrimonio. Avevo le gambe unte di crema al sapore di mandorle. E un laccetto azzurro annodato sotto al vestito, perché porta fortuna. Avevo il riso nella pancia, tra le natiche, sotto i denti. Mi son dovuta spogliare per lasciarli cadere quei chicchi, tic tic tic, tutti giù per terra! Era un pomeriggio di autunno, ma sembrava un primavera, era una festa laica ma piacque anche ai preti, era una cosa seria invece l’abbiamo fatta per gioco.

In punta di dita” è il blog di Roberta Pilar Jarussi. Roberta Jarussi è autrice de “Nella casa” (2003, Palomar). La sua voce colma con il racconto quotidiano del paradosso la distanza sanguigna e corporea che un occhio disattento, descrivendo i rapporti umani, scambierebbe per un deserto immoto [Luciano Pagano]

Enrico Pietrangeli recensisce “Dolseur e altri racconti” (Sandro Teti Editore) di Giorgio Michelangeli


La Sandro Teti Editore, attraverso la collana ZigZag, predilige armonia linguistica e coinvolgimento stilistico ampliando a più generi e prospettive. Una collana caratterizzata da prezzi contenuti a fronte della cura e della qualità del prodotto. Quella di Giorgio Michelangeli è un’opera prima suffragata da una scrittura giovanile, ma compiuta ed interessante nel suo computo di vita e di morte travolgente e romantico, nondimeno essenziale, ben ritmato nonché spontaneamente visionario. Una scrittura che assume peculiarità da “macchina da presa”, fintanto da persoMusicaos.itnificarsi in un narratore fuori campo caratterizzato dal tratto corsivo che non indugia neppure di fronte al verso. Una “prosa poetica” che espleta drammi attraverso “delitti-liberazione”, prendendo in prestito parole usate da Mario Geymonat, che ne ha curato la prefazione, probabile catarsi padre-figlio vista la giovanissima età dell’autore, appena ventiduenne. Avvio evocativo, in un lirico incedere si annuncia la narrazione in prima persona di Nestor Lorca, che resterà imbrigliato nell’”amor cortese”, quello per Blanche, poi fatalmente divenuto tragico e profano. In retaggi con più accertate radici nel noir tardo romantico rimaneggiato col postmoderno, il procedere dell’autore si snoda scarno ed altrettanto incisivo nel dare dimensioni e corpo al dolore con iperboli lampo. Il cinema, l’incedere del cambio di scena come la sospensione dei tempi nelle tecniche di fotografia, caratterizzano un background che meglio si palesa in “Sabbia e vento”. Qui torna, preponderante, la figura di Sergio Leone. Anche la dialogica del fumetto, di fatto, viene evocata nel narrativo: “Bill ringhia. Vuol dire sì”, “Tallen trema”, “vuol dire ok”. Un mondo di frontiera, quello del selvaggio West, dove comunque c’è sempre “estremo bisogno di poesia“, come ribadito dal prefatore, fenomenologico cadenzare ineluttabili dettagli che coronano eventi, frangere poetico con echi di “Spoon river”. Jack Cinqueassi e l’odore di whisky con partite a poker mozzafiato, Partes, Canicos, l’indiano che irrompono, uno dopo l’altro, sulla scena, vengono tutti dal nulla di una distruzione. “Gli eroi maschili”, sempre implicati in qualche vendetta o alla ricerca di riscatto, portano al loro seguito amori recisi, intrighi, la scommessa di sopravvivere. Eroi che spegnendosi si riscattano a nuova vita, mito “inenarrabile” che torna fanciullo. Tempo scandito dalla pregressa spensieratezza all’insito presagio di morte in essa contenuto, fino a contare i secondi e tutte le lunghe scene di morte che vi si possono immortalare dentro, propedeutico preludio per la grande esplosione incombente. Con “Vie tracciate invisibili” ci spostiamo a Shanbala, in un ipotetico altipiano tibetano, ma sempre con tanto di diamanti e rese dei conti imminenti. Nell’atmosfera orientaleggiante vengono meglio evidenziati i simboli “con un nuovo sole”, “un armadio con dentro un carillon”. Nel sorriso del maestro Shalai, viene infine conservato tutto il tesoro. Dal silenzio sussurrante delle lande americane a quello delle montagne più alte del mondo domina e ricorre, naturalmente, quello del mare con “Il cantico di Nestor Lorca” che riconduce a “Dolseur”, anche questa località sperduta, titolo del libro nonché episodio di chiusura dei quattro racconti di cui è costituito. Dolseur è un luogo di “neve sul mare”, col suo “libro chiuso di poesie” e Sorben, l’artista. Qui c’è un treno e un’ultima stazione, quella che conduce nelle due locande dirimpettaie di Oltremare e Stella Alpina. “Amai una donna che mi tradì” è una delle tante epigrafi che scorrono tra i dialoghi in un diacronico divenire tra allegorie che ritornano, qualcosa di dissonante che avvince accordando un leit motiv atemporale legato all’immagine dell’orologio. Un congegno che ricorre sino a sancire un solo tempo certo, quello del finale, dove lo stesso tempo torna ad esistere nel ticchettio riavviato sulle lancette.

Giorgio Michelangeli, Dolseur e altri racconti,
Sandro Teti Editore – 2008 – 8,00 Euro

Il prossimo post su Musicaos.it sarà di Daniela Gerundo,
che scriverà de “La melodia del corvo” di Pino Roveredo, edito da Bompiani

 

BETTY BOOP: il trailer in HD…”una giornata del cazzo e?…


Daniela Gerundo recensisce “Il peso della farfalla” (Feltrinelli) di Erri De Luca


“Il peso della farfalla” di Erri De Luca
Daniela Gerundo

Un Cantico delle Creature in prosa; un inno alla vita in tutte le sue espressioni; un omaggio alla sorprendente bellezza della natura ed alla intelligente laboriosità degli animali: l’aquila, il ragno, l’orso, il camoscio, lo stambecco, protagonisti con pari dignità di un racconto breve ma intenso permeato da una visione rispettosa e positiva della natura. È l’analisi comparata di due esistenze e di due solitudini diverse quella che ci racconta Erri De Luca nel suo ultimo romanzo: un cacciatore ed un camoscio che si cercano, si spiano, si rincorrono, si temono; che assieme percepiscono il sopraggiungere del momento che metterà fine alla loro vita, solitaria per scelta, consumatasi nel silenzio dei boschi. “ Quando un uomo si ferma a guardare le nuvole vede scorrere il tempo oltre di lui”. Il terzo capoverso a pag. 41 potrebbe essere il giusto incipit per introdurci nella storia di due esseri stanchi che, sentendo approssimarsi l’ineluttabile momento della chiusura del ciclo vitale, scelgono di mantenere intatta fino all’ultimo la loro fierezza e la loro dignità. Nella narrazione si evidenzia da subito il rispetto e l’ammirazione che lo scrittore nutre per il camoscio, reso orfano ancora cucciolo dal cacciatore e divenuto “ il re dei camosci” forte di una taglia in più rispetto agli altri; costretto da solo a sperimentare le dure leggi della sopravvivenza; cresciuto senza regole ma capace di imporle al branco; capace di proteggere i cuccioli dagli attacchi delle aquile; capace di fiutare la presenza dell’uomo a grande distanza; determinato a non cedere la supremazia ad un maschio minore solo perché più giovane. “Re dei camosci” era chiamato a valle anche il cacciatore, esperto alpinista capace di scalare pareti impossibili e tuttavia consapevole di essere un “re minore” come quello che “soffiava nella sua armonica”. Aveva ucciso 306 camosci con le sue pallottole da 11 grammi ma era stato il suo percorso di vita a fare di lui un bracconiere. Era stato giovane durante gli anni di piombo quando l’estremizzazione della dialettica politica si tradusse in lotta armata, in accanita ostinazione a voler “rovesciare il piatto”. Ma “un uomo è quello che ha commesso”; se dimentica è come un bicchiere alla rovescia, un vuoto chiuso ed “il peggio è sempre possibile”. Da qui la scelta di vivere in una stanza a 1900 metri di altezza, immerso nella natura, pronto a recepire le lezioni di vita e di lealtà che gli animali sanno riservare al genere umano. Il sopraggiungere dell’età adulta per entrambi porta con sé delle crepe nei sensi , negli organi, negli arti. Per il cacciatore è una crepa anche l’appuntamento accordato ad una donna, una giornalista disposta a salire fino a 1900 metri pur di intervistare “l’ultimo bracconiere”. E’ una crepa l’incapacità di percepire il presente, di governare l’istinto che spinge a uccidere senza necessità, di comprendere quando le stagioni della caccia e della vita volgono al termine. “Ci sono carezze che aggiunte sopra un carico lo fanno vacillare” così come il peso di una farfalla che si posa sul cuore è “ la piuma aggiunta al carico degli anni, quella che lo sfascia”. E lo sfascio, la fine per entrambi, si preannuncia attraverso l’ ultimo episodio di caccia con il quale si chiude il racconto: l’ animale compie un atto di clemenza nei confronti del suo nemico – compagno di solitudine; il cacciatore, come già avvenuto in passato, compie un atto grave, pur nella consapevolezza di non potervi porre rimedio “ non poteva risarcire il torto , ma poteva rinunciare. I debiti si pagano alla fine una volta per tutte”. Un finale che non sorprende chi leggendo ha recepito un vago sentore di morale didascalica sovrastare le righe, senza tuttavia cadere nella facile retorica o gratuita precettistica. Nelle intenzioni dell’autore vediamo solo la volontà di offrire spunti di riflessione; la ricerca di stimoli per migliorarci; l’ occasione per guardarci dentro e confrontarci con le nostre sensazioni disancorate da melensi sentimentalismi. Si ritrova molto della biografia dell’autore nella storia del cacciatore: l’età, l’amore per la montagna, la passione politica, la morigeratezza nello stile di vita, l’importanza dei valori, dei vincoli parentali, dei codici non scritti che ispirano il comportamento degli animali e che l’uomo tende a dimenticare. Ritroviamo tra le righe l’innata spiritualità del non credente che comunque sente di voler ringraziare il “capomastro” rivolgendogli un pensiero al calar della sera; la passione per le sacre scritture nel riferimento al “vestito di vento di Elohìm”; le digressioni colte inserite con modestia e umiltà, con quella umiltà che traspare dai suoi occhi luminosi e malinconici, che tanto hanno visto e molto hanno ancora da raccontare.

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Nella prossima recensione su Musicaos.it Enrico Pietrangeli parlerà di “Giorgio Michelangeli – Dolseur e altri racconti” – Sandro Teti Editore

La “Città del libro” vista da Musicaos.it (Ante-Post)


La “Città del libro” vista da Musicaos.it (Ante-Post)

Questo è un ante-post. Nei prossimi giorni, a “Città del Libro” conclusa, se mi andrà, scriverò un post-post. Aggiungo che queste note sono scritte da un tifoso della letteratura.

Anche quest’anno a Campi Salentina si terrà l’edizione della kermesse nazionale dedicata agli autori e agli editori. Un’edizione, questa sedicesima, su cui si punta per ripartire con una nuova marcia dopo un po’ di critiche che, a dire il vero, ci sono state soltanto quando la macchina organizzativa era già in moto con l’obiettivo di realizzare la XVIsima edizione di un evento al quale, nel bene e nel male, molti di noi sono veri e propri addicted. Questo è un ante-post, quindi non leggerete i nomi di chi organizza, di chi partecipa, di chi c’è stato nelle scorse edizioni e di chi ci sarà. Vi dico soltanto che l’anno scorso quando sono andato a prendere un caffè al bar mi sono voltato e alla mia sinistra c’era, in piedi e senza piega, Gianni De Michelis. Poi è stato il momento di Marco Pannella che ha fatto battute al vetriolo al fotografo e infine il bel discorso di Nichi Vendola. Quest’anno il sabato sera ci sarà Gianfranco Fini, l’uomo che liquidò il Governo Berlusconi in venti giorni; sempre meglio di Mastella che liquidò il Governo Prodi in venti ore. C’è molta attesa a riguardo, curiosità soprattutto. Quelle che seguono sono alcune note di lettura della manifestazione, alla quale parteciperò da autore (presentando il mio romanzo “È tutto normale” sabato mattina alle 11.00 insieme a Mauro Marino) e da interlocutore dialogante con Piero Rossi, autore di “Cape guastate” (Manni Editori) nel pomeriggio tardo, alle 19.00 di giovedì 25 novembre. Sarò tra i poeti/autori/scrittori/giornalisti che la sera del 28 novembre animeranno “Sotto il segno di Bodini”, il reading collettivo che chiude anche questa Città del Libro e di cui scriverò a breve. Per chi ha voglia di approfondire il lato oscuro della letteratura ci sarà anche una tavola rotonda, presenti Luisa Ruggio, Francesca Giannone, Pierluigi Mele e io, che discuteremo sul famigerato tema FAME DI REALTÀ, chi ha orecchie e penne per intendere intenda, partiremo dagli spunti e dalle riflessioni nate attorno al libro di David Shields di recente pubblicato per Fazi. Devo essere sincero? A me il libro è piaciuto, mi ha fatto pensare, forse l’ho letto al momento giusto e sicuramente senza pregiudizi. La prima immagine che mi è venuta in mente sono state le opere costruite per frammenti all’epoca del declino dell’impero romano d’occidente. Ogni teoria che ragiona al limite del suo decadimento ragiona per frammenti, come già scriveva Thomas Stearn Eliot nel suo capolavoro “The Waste Land”: “These fragments I have shored against my ruins”. Eppure ho come l’impressione che nel caso di FAME DI REALTÀ questi frammenti possano dirci qualcosa di importante, forse come tanti sassolini ci indicano la strada per uscire dal bosco dei sentieri interrotti, anche se sono dell’idea che in Italia il dibattito sulla ‘fame di realtà’ sia più andato già avanti di un passo perché iniziato da più anni, con le parole “Mi chiamo Walter Siti, come tutti. Campione di mediocrità”.

La “Città del libro” fornisce lo spunto per parlare di quest’anno che volge al termine. Tra un paio di mesi Musicaos.it compie 7 anni tondi tondi. A dire il vero i sette anni sono stati tutti vissuti e trascorsi, quindi si può dire che nel rapporto d’amore/odio con la letteratura e la critica, ho passato la crisi del settimo anno. Il che non vuol dire di certo che la letteratura mi abbia preso ad amare con più forza di prima, magari la scrittura mi conosce di più e sa starmi alla larga quando non sa cosa dirmi oppure quando le faccio orecchie da mercante.

Dopo la presentazione di Grossi, alle 20.00 esatte e nella stessa “Sala della Cultura”, Stefano Donno presenterà la graphic novel “Un caso di Stalking”, edita da Edizioni Voilier, insieme all’autrice della sceneggiatura, Ilaria Ferramosca e al disegnatore Gianmarco De Francisco. Ho avuto modo di presentare il libro venerdì scorso, da CIBUS MAZZINI, un fumetto di sicuro interesse perché tratta un argomento, quello dello stalking, da una visuale cui non siamo abituati, quella maschile. A dire il vero, stando a quanto sostiene Ilaria Ferramosca i casi di stalking al maschile sono molto più di quanti non crediamo, il fatto è che sono sommersi. Le Edizioni Voilier sono curate e la graphic novel in questione è un vero e proprio sogno a occhi aperti. Le Edizioni Voilier sono state per me una sorpresa, conosciute proprio nell’edizione della Città del libro del 2009, con quel “Tipologie di un amore fantasma” che mi incuriosì moltissimo. Negli ultimi mesi hanno pubblicato una serie di graphic novel interessanti, i titoli? Cleo (Valentino Sergi), Nuvole Rapide (Paolo Castaldi, 1 e 2), “Black Wade” di Franz e Andarle, fumetto omoerotico che pubblicano in esclusiva per l’Italia. Venerdì 26 novembre, nell’Auditoriu, co sono due incontri che hanno a che fare con Vittorio Bodini, il poeta di cui quest’anno ricorre il quarantennale della morte, evento che fa un po’ da filo rosso della manifestazione. Le sue opere sono pubblicate tutte da Besa Editrice in diversi volumi. “Tutte le poesie – Vittorio Bodini”, curato da Oreste Macrì è quello più conosciuto, di recente classificato al 3° posto di “Copertine 2010”, una manifestazione che si svolge ogni anno a Savona, dedicata appunto alla grafica delle copertine; la copertina in questione è quella della nuova edizione del libro. Alle 10.00 verrà proiettato un cortometraggio intitolato “Angeli di pietra. Omaggio a Bodini”, curato dall’Istituto A. De Pace di Lecce. Alle 12.00 sarà l’ora di “Leggendo Bodini a 40 anni dalla sua morte”, un intervento introdotto da Luisa Ruggio nel quale Antonio Lucio Giannone parlerà della sua esperienza con “Bodiniana”, la collana che Besa dedica all’opera omnia del poeta. A seguire lettura dei testi a cura di Salvatore Villa. Proprio di recente si è discusso della mancanza di un’identità letteraria del Salento per quanto riguarda la narrativa, argomento su cui ritornerò, per quanto riguarda la poesia la cifra stilistica del Salento nasce proprio grazie a Vittorio Bodini. Proprio a metà tra la proiezione del cortometraggio e l’incontro con Antonio Lucio Giannone, e precisamente alle 11.00 nella Sala Cultura, ci sarà un incontro con l’editore Lupo, che parlerà della rivista “I Prepotenti” (pubblicata con UnduetreStella in collaborazione con l’IED di Milano e il patrocinio di Unicef e Amref), testo con cui si inaugura la collana 33×33. Questa rivista è la dimostrazione concreta del fatto che Cosimo Lupo e la sua Lupo Editore, per quanto riguarda la grafica e la bellezza estetica, sia tra le più belle ‘etichette’ presenti nel nostro paese. Parlo di ‘etichette’ perché questa rivista ha il formato di un vinile 33 giri e contiene al suo interno un audio libro e un racconto illustrato. I nomi coinvolti sono di tutto riguardo, Massimo Baroni (autore), Maddalena Gerli (illustratrice), Lea Barletti e Cecilia Maffei (voci narranti), Gianluca De Rubertis (de Il Genio, musica originale), Lucia Manca (voce e testo).

Una delle prime cose che mi venne in mente, tanti anni fa, vedendo i libri di Lupo Editore fu “vorrei che un mio libro uscisse con questo editore”. A distanza di un bel po’ di giorni e dopo un anno di elaborazione in casa editrice, nel luglio 2010 è uscito il mio secondo romanzo “È tutto normale”, un libro che con l’editore abbiamo curato nel migliore dei modi possibili, dalla scelta della collana a quella dell’immagine di Nicoletta Ceccoli, dalla revisione del testo alla sua proposizione. Uno dei più bei ricordi è sicuramente associato alla Città del Libro 2009, dove incontrai per la prima volta di persona Federico Ligotti, che nello stesso periodo avrebbe pubblicato, sempre con Lupo, “Parola di Dio. Kalimat Allah”. Federico Ligotti aveva pubblicato proprio su Musicaos.it il racconto che sarebbe poi divenuto il suo romanzo di esordio. Il racconto si intitolava “Storia di Kamil”. Lupo Editore ha diverse novità, tutte interessanti, presentate in anteprima nazionale a queste Città del Libro. Il testo cui sono più affezionato è sicuramente “Il lamento dell’insonne” di Elio Coriano. Le poesie di Elio sono lampi che accendono luce della verità sul buio della menzogna quotidiana; questo libro non è una semplice conferma, si tratta di uno dei più belli e forti che io abbia letto negli ultimi anni. Elio Coriano è un poeta civile. “La vecchia Legnano” di Domenico Gullo, e “L’Aquila ante litteram”, sono altri due titoli di Lupo Editore presenti in fiera, a metà tra la narrazione e l’inchiesta. Domenico Gullo ci consegna un romanzo che racconta la comunità arbëreshe, italo-albanese, della Calabria. L’autore è emigrato giovanissimo insieme a tutta la famiglia a Torino, dove attualmente vive e lavora,  e dove ha completato gli studi. Ha mantenuto sempre un fortissimo legame con la propria regione, legame che è lo stimolo per scrivere della sua terra e della gente di Calabria. Il libro di Roberta Spinelli, scritto con il ritmo incalzante del reportage è una delle testimonianze in presa diretta più autentiche di quanto accaduto a L’Aquila in quei tragici “venticinque secondi”.

La “Città del Libro” di Campi, come tutte le manifestazione legate all’editoria e ai libri, ha il merito di portare a contatto dell’oggetto libro persone che nel corso dell’anno non capitano mai – oppure capitano poco spesso – nei paraggi di questo oggetto misterioso. Fateci caso, vi capiterà di osservare persone attonite di fronte al pensiero che così tante pagine possano essere state stampate per raccogliere i pensieri e le scritture di così tante persone. Magari approfittatene per acquistare libri come “Viaggio nel Salento” di Maria Brandon Albini, pubblicato da Kurumuny e curato da Sergio Torsello. È un testo che racconta questa terra, il Salento, da un punto di vista inedito, quello della ricercatrice che lo visitò negli anni cinquanta. Uno sguardo vergine per una terra che non lo è più e che ogni tanto fa l’innocente, in musica, in arte, nei versi o in prosa. Se poi giovedì sera, il giorno dell’inaugurazione, volete tirare fino a tardi, potete assistere all’esibizione di Andrea Baccassino, un vero e proprio vulcano, “Con decenza parlando – Le sorprendenti vite degli accademici della Canigghia” di Pasquale Chirivì è il libro di Kurumuny che verrà presentato alle 21.00 dall’editore Giovanni Chiriatti e da Stefano
Donno, insieme all’autore. Andrea Baccassino si esibirà al termine della presentazione.

Con Musicaos.it abbiamo tirato fuori questa cosa del “gruppo di lettura”, durante le presentazioni dei libri che facciamo se lo spazio è chiuso e le persone raccolte non superano la cinquantina prendiamo e regaliamo un libro a uno dei presenti, estraendo a sorte un numero da uno di quei blocchetti delle riffe che vendono nelle cartolerie. Avete presente quei blocchetti numerati da uno a cento, tipo quelli delle fiere, ebbene, prendiamo e diamo un numero a ognuno dei partecipanti. Come scegliamo questi libri? Semplice, scegliamo un testo che sia rappresentativo (per quanto ci riguarda) del rapporto tra autore e realtà. Fino a oggi abbiamo regalato: “Riportando tutto a casa” di Nicola Lagioia; “Fratelli d’Italia” di Alberto Arbasino, “Canti del caos” di Antonio Moresco e “Il contagio” di Walter Siti. La prossima volta regaleremo, su suggerimento del preparato Stefano Savella di Puglialibre, “La battuta perfetta” di Carlo D’Amicis. Ecco, tenevo a far sapere che se il lettore non va al libro è il libro che deve andare al lettore, nel nostro caso il libro va al lettore con un piccolo aiutino. Di questi tempi.

Luisa Ruggio, sempre di sabato e sempre nella sala cultura, ma questa volta alle 12.00 (prometto di non sforare con i tempi di presentazione di “È tutto normale”), presenterà Clara Nubile e l’ultimo suo libro edito da Giulio Perrone Editore, ovvero sia: “Tabaccherie orientali”. Luisa Ruggio ha al suo attivo tre libri, uno più bello e apprezzato dell’altro. Il primo è “Afra”, che in occasione della Città del Libro di Campi potrete acquistare nella sua nuova edizione (seconda edizione) di Besa Editrice. Il secondo è “La nuca”, uscito per Controluce Edizioni. Il terzo è quello che a me piace di più, “Senza storie”; mi piace così tanto che anziché scriverne una recensione sto scrivendone una recensione che si è trasformata in un racconto. In quel racconto si possono leggere frasi tipo “Luisa Ruggio appartiene a una generazione felice di scrittori salentini, che grazie alla loro continuità di produzione a un certo livello, hanno raggiunto una considerazione e una diffusione sul territorio nazionale. Il suo è stato un lavoro lento, che le ha fatto ottenere i giusti risultati, forse non ha raggiunto ancora, come molti auspicherebbero sotto il sole della nostra terra ardente, le vette delle classifiche dei best-seller: una cosa è certa, i suoi libri viaggiano su numeri […]”, oppure ancora frasi come questa “Il lettore si accorgerà proseguendo in queste storie che uno dei punti di forza stilistici della Ruggio non si gioca tanto sulla sospensione della credulità, bensì nel creare questa zona di intermittenza tra il presente e il passato: c’è sempre un ritornare a un sé passato in cerca di conforto/confronto. Insomma, ci si muove in una terra che è sogno, al limite tra il reale e la veglia. Non per niente Luisa Ruggio, nelle parole e nei fatti, è un’estimatrice del Murakami Haruki de L’uccello che girava le viti del mondo”. Insomma, su Luisa Ruggio potrei stare a divagare per più di un post, ma siccome qui si tratta di un ante-post, che viene prima del post-post, torniamo a noi.

Domenica mattina, alle 10.00 in punto, nella Sala Centro Servizi, Stefano Donno presenterà un’altra autrice, Daniela Palmieri, esordiente nella scrittura ma non certo nella letteratura, dato che appartiene a una delle famiglie che, a Lecce, sono storicamente legate ai libri. Per me ricordare di avere presentato il mio primo romanzo, Re Kappa, nella prima presentazione, proprio alla storica Libreria Palmieri, suona quasi come un battesimo; tanto è vero che quel giorno tra i presenti (lo presentai insieme a Elisabetta Liguori) c’era anche Luisa Ruggio; e il cerchio si chiude. “La cerva” è la storia di un secolo e di una famiglia a partire dalla suggestione di una canzone. Nel pomeriggio, alle 16.00, Stefano Donno presenterà “Afrune. Un reportage per pregare”, di Bhoomans Editore; un testo particolare, un reportage per immagini raffiguranti le opere pittoriche del Maestro Afrune. Domenica sera, stavolta alle 18.00, sarà la volta di un’altra presentazione interessante, quella del libro scritto dal magistrato Giuseppe Scelsi, intitolato “Il colore del melograno”. L’autore dialogherà con Elsa Valeria Mignone, l’incontro sarà coordinato dalla giornalista Alessandra Lupo.

Alle 20.00 di domenica, nella Sala Centro Servizi, ci sarà l’happening di poeti “Sotto il segno di Vittorio Bodini”, ideato da Besa Editrice, coordinato da Overeco e presentato da Stefano Donno. Ogni anno, come consuetudine, la “Città del Libro” di Campi Salentina si conclude con questo happening di poesia, occasione per ritrovarsi e per ascoltare le ‘voci’ della scrittura che si muove nella nostra terra. Quest’anno il reading è dedicato a Vittorio Bodini. Vale la pena citare tutti i partecipanti di quest’anno: Luisa Ruggio, Elisabetta Liguori, Pierluigi Mele, Marthia Carrozzo, Vito Antonio Conte, Giovanni Santese, Anastasia Leo, Margherita Macrì, Antonio Errico, Giuse Alemanno, Raffaele Polo, Elio Coriano, Massimiliano Manieri, Tiziana Cazzato, Francesco Pasca, Marco Laggetta, Ilaria Ferramosca, Giuseppe Mario Potenza, Maurizio Nocera, Federica Ricchiuto, Valeria Corrado, Caterina Stasi, Simone Giorgino, Raffaele Gorgoni, ACME LAB, Anna Chiriatti, Giovanni Chiriatti, Luciano Pagano, Gloria De Vitis, Pippi Greco, Paolo Vincenti, Andrea Donarea, Jole Chiara Romani, Mauro Marino, Marco Montanaro, Gianluca Conte.

Un aneddoto. Oggi ero nella libreria, la solita. Erano appena arrivati i pacchi con le novità Mondadori per il Natale. Io e i librai siamo rimasti affascinati dalle nuove copertine e edizioni dei classici di questo secolo, 1984 (che finalmente non ha più quel cesso di copertina che aveva fino a qualche mese fa), Narciso e Boccadoro, Sulla strada, Ti prendo e ti porto via, Fahreneit 451. Dopo un po’ mi è venuto spontaneo notare che le nuove edizioni hanno le stesse dimensioni dell’edizione economica de “La solitudine dei numeri primi”, con il libraio ci siamo detti che lo avranno fatto per avvicinare i lettori del best-seller ai classici sfruttando un principio di ‘simiglianza’ come scriveva il Lamanna traducendo i classici del pensiero presocratico. Siamo rimasti zitti due secondi e poi abbiamo continuato a parlare discutendo di Fabio Volo. Il libraio mi diceva che quelli che leggono oggi Volo sono quelli che negli anni novanta leggevano Benni. Io ho detto che tra l’uno e l’altro c’è stato Baricco, dopo Baricco non è più la stessa cosa.

Ci vediamo a Campi. Spero di divertirmi abbastanza per scrivere un post-post.

“fish&chips” di Teresa Lutri e Francesco Aprile


Francesco Aprile e Teresa Lutri appartengono alla nuova generazione degli scrittori e artisti nati negli anni ottanta che stanno diffondendo i loro ottimi frutti in rete e non solo, a partire dal Salento. Il loro frutto più recente è la collaborazione con Francesco Saverio Dodaro per il progetto New Page, che si è concretizzato in una mostra dei loro lavori inediti tenutasi presso il FondoVerri (Lecce) dal 15 ottobre al 22 ottobre, all’interno di una mostra dedicata a New Page che ha avuto inizio l’otto ottobre scorso.

“fish&chips”
un racconto di Francesco Aprile e Teresa Lutri

corri. il tempo stringe. si accorcia. l’auto sincopava il ritmo della notte. mentre luci tagliavano aria e sguardi. era tempo d’andare, cacciare via le attese, correre, soccorrere le giornate. un pazzo correva a piedi nudi accanto alla nostra auto imbottigliata nel traffico.

nudo d’attese e d’imbrogli. abbandonati_ tutti i compromessi. nudo più dei nudi. denudati tutti i pensieri. a correre e correre. forte. la schiena tesa a dire basta_ alla strada dietro_ in agguato ad allungarsi. attraverso i passi svelti.

sapeva che l’importante nella vista era l’avere una nebbia. da dissolvere prima o poi. o magari lasciarla tutta lì. come movimenti ondulatori dei pensieri. aveva la rilassatezza di uno stato dissociato della mente. e il debut di bjork ne saggiava i movimenti, areali, spostati su di un asse disintegrato_ senza più margini in riva al muoversi.

lui. pazzo per chi? pazzo per? così_ ogni cosa che fa dissonanza nello scorrere subdolo. delle cose. per aver tolto l’ultimo freno. all’incedere della mente. sugli schemi troppo rigidi_ del vivere civilmente. più vicino alla bestia. lasciava pian piano ogni umana fattezza. ogni umana ragionevolezza. per il brivido. di un abbandono. totale e disordinato.

che ero troppo concentrato su altre storie_ racconti mai rimarginati da poter stringere tutte le pretese|

a spandere come distese aperte

all’immatricolazione di storie

con appesa tutta la musica delle

esperienze accumulate. in questi

anni diroccati sul sedile di

un’auto.

che parcheggiare l’auto. non è necessario. quando è l’anima a parcheggiarsi un po’ ovunque. in ogni luogo dove il sogno sbuffa e sospira. ma vive ancora. e attira a sé tutte le arrese del “Quotidianamente vivere”. o lasciarsi vivere. prendo la vita per la coda. finalmente. che sonnecchiare basta. apro lo sportello della macchina. vomito via l’ultimo rancore di ieri. apro i polmoni. lascio che entri. la brezza. di pensieri destati. in metamorfosi_ verso l’azione.

appoggiati al muro. all’angolo della strada. nancy. andy. henry, henry squeeze. al centro di sbadigli che si prodigano nel racconto. ma dove si trasferisce, il tempo, su quel preciso istante del raccontare. henry, henry squeeze. diceva – aspettiamo frankie. di tutto è a conoscenza.

ma frankie diagnosticava la sua assenza articolando i battiti nella fessura di una finestra. dove la precisione si registrava tutta nell’entrata della luce. non sarebbe mai arrivato. nancy andy henry. soccorsero la sua assenza fantasticando sulla loro presenza. e niente luce agli angoli delle strade.

frankie! cosa sei? dove sei?

frankie mi assilli. assilla la mia testa. quest’assenza massiccia. nell’attesa che tu. giunga. finalmente giunga.

esiste il chiudersi. fuori. avido. spostando gli angoli delle strade nell’inarcarsi di un sentimento. henry raccolse tutti gli altri_nancy_andy. e l’irripetibile. sostituendo le loro immagini con l’accorciarsi gelido degli storidimenti|

annessi allo stupore.

di tutto questo. frankie era a conoscenza.

mentre affoghiamo per le strade. tinte in finta vernice di sogni, in asmatiche celebrazioni del mito. ricordiamo come siamo stati.

come il pazzo che correva accanto all’auto in una notte sbiadita. da luci artificiali a spuntare i sogni sulle cartoline dei nostri ricordi.

di tutto questo. frankie. era a conoscenza.

Una, le facce del sei!

Due.

Una!

Due.

Due e tre le facce del sei!

Quattro.

eppure. non si dimentica la ridondanza metrica del vento che ci sibila accanto.

Una, la faccia del sei!

Ora puoi ascoltare ciò che vuoi.

Due, le facce del sei!

Tre e quattro le facce del sei.

eppure. c’era un castello di nuvole nel cuore.

e poi il dolore. e urla. e rabbia. e desideri. di vendetta. di rivalsa. di estrema intenzione. eccedere. l’eretico in riva al mare. l’ascetico in montagna. la schiuma dei giorni a bordo delle parole. sonnecchiava alla luce riflessa dalle lamiere dell’auto. uno.

due.

tre.

eeeeeeeeeeeeh. conta. come incastrare lo strepitare di tutta una folla. e c’era ancora quell’uomo a correre lungo la strada. e le mani. le nostre. sui finestrini appannati. ma era tutto viola. e spargo nuvole dal finestrino. è tutto. tutto viola intorno a me. il passeggero nella mia mente. osserva. silenzioso. meraviglia e follia. gli occhi – sgomenti – riconciliano col sereno.

alla fine. il pazzo ancora correva. nelle terapeutiche distanze delle parole.

E forse una bella dose di puntine di rose. Da spargere sul terreno ed infilzarsi i piedi. Sotto una potente spinta per giungere all’altro capo del mondo. E forse solo una bella dose acuminata di parole. Che meraviglia. Quel pazzo e il suo colore. I colori che si attorcigliavano lungo le pieghe della maglietta. Gli si stringevano attorno al collo. Aveva capito. Che con il guizzo di una nave sull’increspato delle onde si poteva andare lontano. Ma che ancora più lontano doveva portare il guizzo del cuore. Fra quelle pareti d’infinito. sporcate. Nude. Dal ramificarsi del corpo. E continuava a correre. Non conosceva fermata. Che tutto inizia dove si posano le rose. Le viole. I nostri fiori d’amore. Le parole assonnate. Mentre lo guardavamo tesi alla finestra. Aperti all’incredibile. Nancy si lasciava prendere dalla voglia di correre. E via. Tutti in strada. A saltare e rotolarci per terra. Come se fossero ancora tutti qui i fili d’erba dei prati del mai. Ricordammo_ tutti_ quel giorno all’Horizon. Un parco lontano. Stretto schiacciato. In quel preciso punto dove la vista si assottiglia e tutto sembra lontano. Impercettibile. Ed i colori si sfumano e tutto assume l’unica fattezza di una linea. Incrostata nella visuale del momento. Che è propria di chi si sporge oltre se stesso ad annaffiarsi il cuore. Con lo stesso miocardio dell’infinitesimale. Pensava al cane. Steso tra le fila dei pensieri. Pensava al regno. Tutto da salvare. Il suo regno. All’arsura delle parole. Oggi. Dilatate drogate nell’assetto. Pensava al castello, sua dimora, soffiata via dal vento. A quelle carte ora sparse, dopo anni di lavori e costruzioni. A quelle carte a mollo nel fiume. Che le emozioni non sono più biodegradabili. A tutte quelle urla gettate via, nel risucchio di altoparlanti. Di amplificazioni chimiche dei battiti. E noi raccontavamo di Horizon. Di quando quella volta non volemmo più tornare indietro. Ma il sole calante ci rassegnava all’impossibile di quell’immortalità del vivere su una linea. E consegnava lo spazio indecifrabile degli sguardi_ all’impossibile percepire di Horizon nella notte.

E il pazzo per un attimo fermo ad ascoltare. Nancy trascinata dal racconto. Non si curava di quei piccoli insetti che mordevano le labbra di tutti i passanti. Nancy_ che era nel racconto si faceva il racconto stesso e non parlava. Il pazzo prese a leggerla, scritta fitta fitta su di un muro. E tutti noi. Henry, Henry Squeeze. Assieme a Andy e l’improbabile. Ascoltavano estasiati la voce pazza che ci diceva di Nancy e di quegli insetti fermi sulle nostre labbra. Mentre con la mano sviluppava via il sudore. Ne traeva fotogrammi sterili da estendere al racconto. Arricchendo Nancy in quel suo essere il racconto. Di quella nostra notte percorribile soltanto nel brulicare degli insetti. Percorribile soltanto con la smorfia di chi coi piedi pieni. Carichi delle punture di rose. Di quelle puntine tradotte in vociferare. Al masturbare dei fiori che violentavano il terreno. Gli asfalti grezzi dell’anima. gli sviluppi tetri del vivere. Si trastullava fra insetti sulle labbra e sedie a dondolo sul ciglio di una montagna. Un castello di carte. Rosse. Una linea viola|

Stretta fra le labbra. Come un fiore. Il pazzo riprese a correre e noi. Noi a rotolare. Schiacciare via il malumore. Raggiungemmo Nancy nel racconto. Sorvolammo il pazzo. I suoi colori stretti attorno al collo. Le nostre parole ingravidavano la notte. dove orizzonte era un sentiero di rose. Un pastrano di lische di pesce. A mollo nel mare.

il prossimo intervento che verrà pubblicato su Musicaos sarà la recensione di Daniela Gerundo al libro di Erri De Luca “Il peso della farfalla”

Daniela Gerundo recensisce “Il tempo invecchia in fretta” (Feltrinelli) di Antonio Tabucchi


Ben ponderata la scelta di una fotografia di Philippe Ramette in copertina : un uomo sui trampoli in cima ad una montagna, alla ricerca di “un punto di vista imprevisto” sul mondo, nell’intenzione del fotografo.
Un uomo con lo sguardo teso ad oltrepassare le linee di demarcazione dello spazio, i profili delle montagne cobalto, la linea blu di un orizzonte rischiarato da candide nubi sospese nel cielo azzurro, pronto a proiettarsi nella dimensione del ricordo, nell’interpretazione del lettore attento.
Si recepisce una sinestesia rassicurante che predispone alla concentrazione nella lettura di un romanzo che esige un’attenzione continuativa.
“Ogni immagine è una piccola avventura” per il Magritte della foto, sempre impegnato a sfidare la visione razionale del mondo.
Ognuno dei nove racconti che compongono il libro di Tabucchi è una storia finita che contiene in sé tutti gli elementi per costruirci su un intero romanzo.
Sono storie raccontate con un pathos così intenso e ammaliante da agire sulla sfera delle emozioni fino a distogliere l’attenzione dalla trama. Storie di personaggi emblematici tanto diversi tra loro ma accomunati dalla convergenza coscienziale dell’inarrestabilità e inafferrabilità del tempo e della profondità dei solchi che il suo scorrere lascia sulla vita delle persone.
Racconti che si snodano attraverso lo scandire del tempo, non solo del tempo personale, famigliare, della storia passata e recente ma anche del tempo dello spirito, appesantito da un carico di rimpianti e malinconie che inducono i protagonisti ad andare avanti col capo rivolto indietro, guardando al passato con l’occhio deformante della nostalgia mitizzatrice.
Storie di esistenze legate dal fil rouge della “saudade”, quella “inesplicabile sensazione di rimpianto, di malinconia e, al tempo stesso, desiderio di raggiungere l’inaccessibile”.
Storie realmente esistite, ascoltate, raccontate e disposte nel libro senza rispettare la cronologia di scrittura, precisa l’autore nella postfazione. Ma l’impatto con il primo racconto è forte: un lavoro perfetto nella forma e sorprendente nel contenuto che racchiude in se tutti gli elementi che ritroveremo nelle storie successive.
Intenso, suggestivo, quasi metafisico “Il cerchio”, racconto d’apertura che da solo giustifica l’intero romanzo. E’ il cerchio tracciato sul terreno da una mandria di cavalli che gira vorticosamente attorno alla protagonista del racconto al pari dei ricordi che affollano la sua mente. La donna, confusa dagli inganni della memoria tra ricordi e “falsi ricordi” che si susseguono senza una linearità temporale, sembra prigioniera più della dimensione claustrofobica della sua esistenza che della situazione contingente. Il cerchio evoca in lei il “sentimento di se stessa”; il cerchio, la forma più perfetta, simbolo di Dio e del cielo, figura che esprime la circolarità del tempo, di quel tempo che sembra volato via come aria, lasciando sepolte “nella sabbia della memoria” le risposte ai tanti interrogativi esistenziali che hanno scandito la sua vita.
Clof…clop…cloffete…cloppete…il tempo scandito da onomatopee differenti, ad indicare la variazione di intensità delle gocce che, cadendo, emettono un suono che segue una loro scala musicale. Gocce che scendono da una flebo che alimenta una persona amata e che implodono nel cervello del protagonista del secondo racconto facendo affiorare “ da un’eternità di tempo” personaggi e vicende confuse, avvolte da uno strato di nebbia che si dirada davanti al sorriso di una bimba malata terminale.
Registro stilistico più snello che favorisce una lettura più spedita in “Nuvole”. Una conversazione che tocca argomenti di notevole spessore culturale tra una bambina, resa adulta anzi tempo dai “dissidi esistenziali” dei genitori separati, e un militare in convalescenza dai danni provocati dall’esposizione all’uranio impoverito. Alla bimba, in cura dallo psicologo per le conseguenze di traumi che lei chiama “crisi dell’età evolutiva”, l’uomo insegna la nefelomanzia, l’arte di indovinare il futuro osservando le nuvole.
Un bilancio fallimentare della propria esistenza è quello che deve tracciare il protagonista del quarto racconto, un uomo benestante che vive una situazione di agiatezza e apparente sicurezza ma soffre di sbalzi di pressione imputabili, a detta del suo medico, a stati ansiosi immotivati. E’ un ex agente della ex Repubblica Democratica Tedesca che ha vissuto il crollo del muro di Berlino e delle ideologie dallo stesso simbolicamente sostenute. Ma il muro è crollato e dai dossier custoditi negli archivi della polizia è emersa una verità inquietante che pesa sul suo cuore come un macigno. La consapevolezza che la condivisione di un dolore con un amico può contribuire ad alleggerire il carico spinge l’uomo a recarsi al cimitero, dove riposa “nell’eternità orizzontale” la persona che per anni ha pedinato, condividendo ogni istante della sua vita e che per questo adesso sente a lui più vicino di qualsiasi altro amico: Bertold Brecht.

“Fra generali” molte “congetture” e una certezza: se la guerra non li avesse divisi, due uomini di grande spessore sarebbero potuti diventare grandi amici uniti dalle stesse grandi passioni.
“Yo me enamoré del aire”, il potere evocativo di una canzone, la sensazione di straniamento provocata da quelle note in un uomo che continua a sentirla dentro di sé come un’eco che lo proietta “verso una lontananza che non sapeva dove”.
Un viaggio nella storia contemporanea negli ultimi racconti, occasioni di feroce critica ai regimi totalitari, al reato di pensare in modo diverso dallo Stato, ai processi farsa le cui sentenze sono già scritte prima della seduta, alle leggi razziali, alle illusioni create dalla “pappina dell’eterna giovinezza della falsa scienziata”, ai lager, ai campi di rieducazione, ai manicomi giudiziari, alla pretesa di “lustrare la memoria per farla funzionare come vogliono loro”.
Un viaggio in aereo “Controtempo” che allontana un uomo dalla destinazione reale per proiettarlo in una dimensione borderline tra sogno e realtà, evocando un déjà vu liberatorio “come quando finalmente capiamo qualcosa che sapevamo da sempre e non volevamo sapere”, a chiusura del viaggio tra passato remoto e passato prossimo nel quale siamo stati condotti da Tabucchi attraverso la sua scrittura.
Una scrittura a volte fluida ed accattivante a volte complessa ed articolata, mai banale nella preferenza della parola, singolare nella scelta di abolire la virgolettatura dei dialoghi a vantaggio di una lettura più fluida ma di una comprensione meno immediata, perfetta nella forma quasi al limite del compiacimento manieristico, ricca di contenuti, citazioni e personaggi che offrono numerosi gli spunti di approfondimento anche a rischio di far prevalere l’uomo di cultura sullo scrittore.
Didascalico, nell’accezione più positiva del termine, il messaggio che recepiamo sin dalla copertina: servono trampoli altissimi per guardare oltre l’orizzonte visibile, per valicare i limitati confini di una quotidianità resa asfittica da condizionamenti di varia natura e aprirsi ad uno sguardo di più ampio respiro, pregno di comprensione, indulgenza, umanità, con la consapevolezza che “ non c’è futuro senza memoria”.

il prossimo racconto che verrà pubblicato su Musicaos.it sarà un racconto scritto a quattro mani da Francesco Aprile e Teresa Lutri

come collaborare qui: http://www.musicaos.it

Belle Anime Porche di Francesca Ferrando, Pressutopia, Kowalski…Feltrinelli!


“Che fine ha fatto Terry Grisedu?” era il titolo di un articolo che pubblicai su Musicaos.it e sul quotidiano “Il Paese Nuovo”, quasi quattro anni fa. L’articolo sul sito era una recensione al libro “Belle anime porche” di Francesca Ferrando; sul quotidiano uscii con un’intervista alla stessa. Francesca Ferrando è una ragazza cattiva (e talentuosa aggiungo) che nel frattempo ha proseguito nella sua strada. Una ragazza che ebbi modo di incontrare di persona alla Fiera del Libro di Torino del 2007, confermando l’idea che mi era fatto di lei vedendo il booktrailer del suo libro (uno dei primi!) e conoscendola; un vero e proprio vulcano di energia. Ebbene, l’esordio di questo vulcano di energia e inventiva (non solo scritturale) uscito con Pressutopia, l’anno dopo, nel 2008, venne pubblicato da Kowalski editore e, da domani, sarà disponibile in tutta Italia nella collana Universale Economica della Feltrinelli. Qui di seguito trovate il link all’articolo di allora: https://lucianopagano.wordpress.com/2007/01/13/che-fine-ha-fatto-terry-grisedu/

Per tutti coloro che non avevano letto questo bellissimo romanzo un’occasione da cogliere. Buona lettura.

A che ora è la fine del mondo?


E c’è anche chi, come questo presupposto esperto di Sacre Scritture, prevede che quando i sette segni si saranno tutti avverati verrà la fine dei tempi. Molto interessante, anche perché tre dei segni sono già compiuti. Ancora più interessante se si legge l’articolo originale, pubblicato nel 1997. Facendo un breve calcolo sono passati quasi quattordici anni dalla fine dei tempi. Altro che 2012! Chi fosse interessato ad aggiornamenti sull’Apocalisse può leggere qui: “Ed ecco io video” (https://lucianopagano.wordpress.com/2006/06/01/ed-ecco-io-video/)

Venerdì 12 a Leverano presento “Sono un ragazzo fortunato” di Marco Montanaro assieme a Stefano Donno e all’autore medesimo


Venerdì 12 Novembre
Mujumè…A sud di nessun nord

presso PALAZZO GORGONI, Via Sedile (centro storico), ore 20.00

presento insieme a Stefano Donno e all’autore Marco Montanaro l’esordio in volume di Marco dal titolo “Sono un ragazzo fortunato”, edito da Lupo Editore nella collana Coolibrì diretta da Osvaldo Piliego (Coolclub.it)

per me è una gioia, il primo racconto di Marco pubblicato su Musicaos.it è datato giugno 2004, come passa il tempo!

“Questa non è un’autobiografia, ma una raccolta organica di racconti dove i protagonisti sono persone qualunque, tutte alle prese con delle storie: c’è chi sceglie di trasformarsi in un libro, chi vorrebbe metter su uno spettacolo teatrale ma è preda di un blocco indescrivibile, chi lotta per un amore perduto e si trova incastrato in altre storie, chi per quell’amore è disposto a morire ma s’accorge di non poterlo fare.

In mezzo, alcune riflessioni sulla scrittura, la lettura e la fantasia. Perché scrivere piuttosto che suonare, dipingere o fare l’imbianchino?
E ancora, la vita, che coincide con la scrittura/lettura (narrarsi e ascoltarsi) e la morte, che rappresenta la fine di tutto ciò; e ancora, il tempo che scorre, unico parametro col quale tutti i personaggi sembrano costretti a fare i conti, unico fattore che li accomuna veramente.
Oltre al raccontare storie…”

info Lupo Editore: http://www.lupoeditore.com/index.php/catalogo/coolibri/sono-un-ragazzo-fortunato-marco-montanaro/

We are proud to present. Una grande opera di poesia civile. CALPESTARE L’OBLIO. In libreria a dicembre




Calpestare l’oblio. Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale: una grande opera di poesia civile, recensita dai maggiori media nazionali e internazionali. Dopo due versioni elettroniche, domenica 14 novembre verrà resentata ad Ancona l’edizione integrale (Collana Argo, ed. Cattedrale). Mostra | Reading | OpenMic-Microfono aperto.

La Cittadinanza è invitata a intervenire “in versi”

Ancona – Domenica 14 novembre 2010, a partire dalle ore 17, nell’ambito della rassegna di arte e impegno civile “Linee di resistenza”, organizzata Casa delle Culture, con il contributo di:

Provincia di Ancona | Comune di Ancona, in collaborazione con: Istituto Storia Marche | Anpi, con il Patrocinio di: I Circoscrizione – Comune di Ancona, a cura di Valerio Cuccaroni, verrà presentata l’edizione cartacea integrale dell’e-book “Calpestare l’oblio. Cento poeti contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana”, grande opera di poesia civile che nel novembre 2009 e nei mesi seguenti ha scatenato un acceso dibattito sui principali media nazionali (L’Unità, MicroMega, Corriere della Sera, Radio 24, Reset, Gli altri, Il Giornale, Libero, Il Foglio, Il manifesto) e internazionali (Le Monde diplomatique).

«Come il poeta García Lorca è diventato il simbolo della cultura violentata dalle orde franchiste, come Eluard e Aragon che con i loro versi combattevano il nazismo trionfante, così la poesia italiana degli anni berlusconiani va in trincea, riscopre l’ impegno civile, crea simbolicamente il legame emotivo che unisce la vecchia e la nuova resistenza.»
Pierluigi Battista, «Corriere della Sera», 26/11/2009

«Solo il tempo dirà se questa antologia, in cui figurano anche nomi di spicco come Maurizio Cucchi, sia destinata a rivaleggiare con la Commedia nei programmi scolastici o a finire rapidamente al macero.»
Alessandro Gnocchi, «Il Giornale», 26/11/2009

«Il delinquere autorizzato non è delinquere se non siete capaci di reazione baciate la mazza muti e rassegnati. Prima viene l’Idea poi viene il Credo poi viene la Fede capito landazzo se me ne viene qualcosa sono fedele militante furbetto.»
Commento alla notizia della pubblicazione dell’e-book nel sito di MicroMega (16/11/09)

*

Domenica 14 novembre 2010
Casa delle Culture – Via Vallemiano 46, Ancona

PROGRAMMA
Ore 17 – Inaugurazione della mostra con le illustrazioni originali dell’antologia di poesia civile “Calpestare l’oblio”, a cura di Nicola Alessandrini e Valeria Colonnella. Dal 14 novembre al 10 dicembre, mercoledì e venerdì ore 17-19.
Ore 18 – Letture dei poeti di “Calpestare l’oblio”. Proiezione del video “Correspondecias” di Loris Ferri e Stefano Sanchini.
Ore 19 – Open mic: microfono aperto al pubblico per letture di versi ispirati alla Resistenza. In collaborazione con Associazione LeggIo.
Ore 20 – Aperitivo bio a cura del Circolo Equo & Bio.
Ore 21 – Letture dei poeti di “Calpestare l’oblio”.

Intervengono: il giornalista dell’Unità Pietro Spataro; i curatori Fabio Orecchini e Davide Nota;
i poeti Loris Ferri, Maria Lenti, Renata Morresi, Natalia Paci, Enrico Piergallini, Stefano
Sanchini, Francesco Scarabicchi, Alessandro Seri, Enrico Maria Simoniello, Antonella
Ventura.

Info: argo | 335 1099665

Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana
Collana Argo, Cattedrale, Ancona, 2010, € 15 | Copyleft

A cura di Davide Nota e Fabio Orecchini
Illustrazioni e grafica a cura di Nicola Alessandrini e Valeria Colonnella

Testi di: Francesco Accattoli, Annelisa Addolorato, Nadia Agustoni, Fabiano Alborghetti, Augusto Amabili, Viola Amarelli, Antonella Anedda, Gian Maria Annovi, Danni Antonello, Luca Ariano, Roberto Bacchetta, Martino Baldi, Nanni Balestrini, Maria Carla Baroni, Vittoria Bartolucci, Alberto Bellocchio, Luca Benassi, Alberto Bertoni, Gabriella Bianchi, Marco Bini, Brunella Bruschi, Franco Buffoni, Michele Caccamo, Maria Grazia Calandrone, Carlo Carabba, Nadia Cavalera, Enrico Cerquiglini, Antonino Contiliano, Beppe Costa, Andrea Cramarossa, Walter Cremonte, Maurizio Cucchi, Gianluca D’Andrea, Roberto Dall’Olio, Gianni D’Elia, Daniele De Angelis, Francesco De Girolamo, Vera Lùcia De Oliveira, Eugenio De Signoribus, Nino De Vita, Luigi Di Ruscio, Marco Di Salvatore, Alba Donati, Stefano Donno, Fabrizio Falconi, Matteo Fantuzzi, Anna Maria Farabbi, Angelo Ferrante, Loris Ferri, Fabio Franzin, Tiziano Fratus, Andrea Garbin, Davide Gariti, Massimo Gezzi, Maria Elisa Giocondo, Marco Giovenale, Mariangela Guatteri, Raimondo Iemma, Andrea Inglese, Giulia Laurenzi, Maria Lenti, Bianca Madeccia, Maria Grazia Maiorino, Francesca Mannocchi, Giulio Marzaioli, Emiliano Michelini, Guido Monti, Silvia Monti, Davide Morelli, Renata Morresi, Giovanni Nadiani, Davide Nota, Opiemme (laboratorio), Fabio Orecchini, Claudio Orlandi, Natalia Paci, Adriano Padua, Susanna Parigi, Fabio Giovanni Pasquarella, Giovanni Peli, Enrico Piergallini, Antonio Porta, Alessandro Raveggi, Rossella Renzi, Roberto Roversi, Lina Salvi, Stefano Sanchini, Flavio Santi, Lucilio Santoni, Giuliano Scabia, Francesco Scarabicchi, Alessandro Seri, Marco Simonelli, Enrico Maria Simoniello, Giancarlo Sissa, Luigi Socci, Alfredo Sorani, Pietro Spataro, Roberta Tarquini, Rossella Tempesta, Enrico Testa, Fabio Teti, Emiliano Tolve, Adam Vaccaro, Antonella Ventura, Lello Voce, Matteo Zattoni

Con una introduzione di Valerio Cuccaroni e un intervento di Luigi-Alberto Sanchi

In libreria da dicembre

Intervista di Alessia Mocci su Mondoraro.org a proposito di “È tutto normale”


Ringrazio Alessia Mocci per le domande di questa intervista che potete leggere anche su Mondoraro.org. L’intervistatrice mi ha dato modo di parlare del mio romanzo “È tutto normale” e anche della mia scrittura; una bella occasione per chiarire alcune cose a cui tengo molto. Ho scelto di allegare a questo post l’immagine delle mosche (che ho rubato da un post pubblicato sul sito “Via delle belle donne”) per ricordare l’incipit del mio romanzo, nel quale le mosche giocano un certo ruolo.

§

È tutto normale”, edito nel luglio 2010  presso la casa editrice Lupo Editore, è giunto in pochissimo tempo alla sua seconda ristampa. L’autore, Luciano Pagano, ha voluto toccare una tematica di grande interesse per il Mondo da diversi anni: l’amore omosessuale. “È tutto normale” racconta di un orfano di nome Marco Donini e della sua vita senza madre perché adottato da una coppia gay, Ludovico e Carlo.  Marco cresce sereno con i due papà. Il romanzo si svolge in un’unica giornata e vede Marco di ritorno dopo gli studi con un’importante novità: Kris, la sua ragazza alla quale ha sempre tenuto segreto della sua vita con i due padri.

L’autore è stato molto disponibile nel rispondere ad alcune nostre domande. Buona Lettura!

A.M.: Nel 2007 hai pubblicato il romanzo “Re Kappa”. Quanto credi che Luciano Pagano sia cambiato in questa tua ultima pubblicazione in tre anni?

Luciano Pagano: “Re Kappa” nasce da una sfida; l’editore del mio esordio, Livio Muci (Besa Editrice), mi aveva proposto la pubblicazione di un altro romanzo, “Moto Proprio”, al quale avevo lavorato tra il 2002 ed il 2005; un’opera difficoltosa ed impervia, linguisticamente sperimentale, alla quale sto ancora lavorando ma che non ritenni allora opportuno come esordio. Durante la stesura e la correzione di “Moto proprio”, nacque “Re Kappa”, quasi come antidoto dello stress cui è sottoposto il giovane scrittore che vive su sé il desiderio di arrivare e farsi leggere provenendo da un ambiente difficile ed ostico, quale può essere quello letterario degli anni 2000.

A.M.: “È tutto normale” tratta una tematica abbastanza scottante. Vuoi illustrarcela a grandi linee?

Luciano Pagano: La tematica è scottante ancora oggi, tanto è vero che durante la stesura del romanzo, avvenuta tra il 2008 ed il 2009, ogni volta che ascoltavo notizie di episodi che coinvolgevano le comunità gay, lesbo o trans, ero abituato a cogliere temi e spunti dai quali dovevo allontanarmi intenzionalmente. Il pensiero era “la storia è questa, oramai stai definendo i particolari, non puoi lasciarti influenzare più di tanto”. Lo stesso dicasi per le infinite diatribe sul tema dei matrimoni delle coppie omosessuali o sullo status, nel nostro paese, delle “coppie di fatto”. La mia intenzione era quella di affrontare una tematica viva e scottante quale poteva essere quella dei matrimoni gay, senza che tale tematica rischiasse di essere relegata alla sola sfera della sessualità. Uno scrive a parole sue di qualcosa che vorrebbe leggere, io scrivo di un tema cercando di ottenere una semplificazione dei fatti che mi permetta di avviare una discussione attorno a temi più importanti, senza fossilizzarmi; quel che importa è la storia, non l’approfondimento antropologico. La tematica diventa il pretesto della narrazione ed allo stesso tempo la narrazione diventa il mezzo per allargare i confini della discussione. Tutti questi discorsi rimarrebbero al di qua della pubblicazione se la mia sensibilità di autore non avesse trovato riscontro nella sensibilità di Cosimo Lupo, l’editore del romanzo, che non ha mai messo in dubbio la tematica del testo; ci abbiamo lavorato su per un annetto, per l’appunto, in assoluta normalità; quando il testo era vicino ad essere compiuto la consulenza di Antonio Miccoli (il direttore della collana InBox in cui è uscito il romanzo) e di Donatella Neri (editor della casa editrice) mi hanno fatto percepire che stavamo parlando di una storia compiuta, a sé stante. La conferma è arrivata dai lettori, la maggior parte dei quali mi scrive che il romanzo si legge d’un fiato, nonostante le quasi trecento pagine di cui è composto.

A.M.: Ci sono somiglianze caratteriali rilevanti tra Ludovico e Carlo?

Luciano Pagano: Tra Ludovico e Carlo devono esserci per forza somiglianze, anche perché come persona (prima che come autore) credo alla teoria per cui una coppia nasca quando ci sia un terreno comune. Entrambi sono caratteri forti, indipendenti, liberi; abbastanza menefreghisti dell’ambiente che li circonda, condizione indispensabile per concentrarsi sulla propria vita e sull’importanza dei propri sentimenti, prima ancora dell’opinione che gli altri si fanno di loro, a partire dai familiari di Carlo. In ognuno dei caratteri del romanzo, ad eccezione di Kris, ho disseminato somiglianze/dissomiglianze con il mio carattere. Nell’infanzia di Marco, il figlio cresciuto da Carlo e Ludovico, ho disseminato piccoli episodi rubati dalla mia infanzia; è il personaggio dove mi sono riflesso di più. L’episodio della visita alla mostra di Magritte, ad esempio, è accaduto realmente.

A.M.: Pensi che il tema dell’omosessualità possa in qualche modo abbassare il numero di lettori italiani?

Luciano Pagano: È una problematica, questa, che non mi sono posto per nemmeno una frazione di secondo né prima, né durante e nemmeno dopo la pubblicazione del romanzo. Potrei pormi lo stesso problema con altri autori e chiedermi se il tema dell’omosessualità possa in qualche modo abbassare il numero dei lettori italiani delle opere di Marcel Proust o Oscar Wilde o David Leavitt o Virginia Woolf o Bret Easton Ellis, oppure di Aldo Busi o, per citare uno degli autori che più stimo, Walter Siti. A titolo esemplificativo, e non a caso, riporto il testo della fascetta: “Se Marco rileggesse i diari che ha scritto quando era ragazzo, ogni giorno della sua adolescenza, con i giorni tutti in fila, se prendesse la briga di metterli in ordine in un faldone, se soltanto avesse il tempo o il coraggio  che è uguale  di ricopiarli al computer e li dividesse per sezioni, capitoli, articoli, ne uscirebbe una versione allucinata della sua vita, scritta a casaccio sfogliando nel passato, irta di piccoli drammi domestici, sforzi fatti dalle fibre del suo cuore perché il seme del suo pianto fosse gettato altrove, oltre lo schianto provocato alla scoperta che tutti gli altri bambini avevano una madre e lui no. Il nuovo romanzo di Luciano Pagano racconta l’amore inconsueto dei padri per i figli.” Se notate non si fa alcun cenno circa il fatto che Marco venga cresciuto da due padri. Marco, il protagonista è orfano, e grazie ai padri scopre che cos’è l’amore e cresce come un ragazzo qualsiasi. Questo è il punto, al di là della tematica dell’omogenitorialità, il romanzo potrebbe intendere che ci si interroghi anche sullo stato della normalità della famiglia italiana che in realtà altri non è se non “normatività” della famiglia.

A.M.: Come definiresti il tuo stile letterario?

Luciano Pagano: Posso azzardare soltanto una definizione in progress del mio stile letterario: “Scrivere di ciò che va raccontato e detto con un quantitativo di parole che non ecceda la fiducia del lettore, non prenderlo mai in giro”. La palestra della mia scrittura recente, parlo degli ultimi sette anni, sono la rete ed i giornali. Ambiti in cui è difficile barare senza scoprire le carte. In un articolo scritto di recente sul mio romanzo, Antonio Errico (Nuovo Quotidiano di Puglia) notava come in tutto il testo ci fossero pochissimi avverbi; in effetti ce ne saranno due, forse tre; c’è chi lo ha chiamato minimalismo; forse proviene da un’abitudine alla scrittura poetica come metodo, ad un leggere e rileggere a pagina con intento sottrattivo, fino a togliere tutto ciò che sembra superfluo. Lo stile trova un suo compimento quando il lettore non sente questo lavoro pregresso.

A.M.: Quali sono gli autori che pensi ti abbiamo guidato nel tuo percorso?

Luciano Pagano: Spero di essere soltanto all’inizio del mio percorso. Detto ciò le guide sono tutti gli autori che dai quali cerco di rubare suggerimenti, modi, consigli. Adoro i classici, quando entro in libreria senza sapere che libro acquistare nel novanta per cento dei casi esco con un doppione, un’ennesima edizione, un’altra edizione di qualche classico che manca dalla mia biblioteca. Mi piacciono i narratori italiani della seconda metà del secolo scorso, dal dopoguerra in poi. Non faccio nomi in particolare, questo è soltanto un suggerimento implicito a chiunque legga questa intervista nel poter approfondire la letteratura di quel periodo. L’Italia secondo me ha avuto un periodo stupefacente, dagli anni ‘50 ad oggi, nei quali hanno scritto autori diversissimi, unici, paradigmatici come Arbasino, Pasolini, Flaiano, Testori, Bianciardi, Parise, Manganelli, Bene; ma anche poeti come Bigongiari, Zanzotto, Giudici, Sereni, Luzi; e poi ci sono autori atipici, a metà tra la scrittura e la traduzione, che mi hanno influenzato con il complesso della loro opera multiforme, penso a due nomi su tutti, Guido Ceronetti e Luca Canali; per non parlare dei narratori che hanno pubblicato dagli anni ottanta ad oggi; anche noi non saremmo gli stessi se non avessimo attinto alla miniera del nostro passato letterario recente. Qualche giorno fa ho avuto l’occasione di fare da relatore ad una doppia presentazione di uno degli scrittori italiani che più stimo, Nicola Lagioia; parlando del suo “Riportando tutto a casa” e degli anni ‘80, siamo stati d’accordo sul fatto che esiste una grande fetta della nostra letteratura recente, gli ultimi trent’anni, che deve ancora dare tutti i suoi frutti.

A.M.: Hai già presentato il libro ufficialmente?

Luciano Pagano: “È tutto normale” è uscito in un periodo atipico, inizio luglio di quest’anno. Nonostante l’estate il libro è stato ristampato e sta viaggiando oltre il traguardo delle mille copie, un obiettivo difficile che mi fa ben sperare. L’ho presentato l’11 luglio 2010 a Liberrima, una delle più belle librerie di Lecce. Ancora oggi se ci andate il mio libro è alla lettera P, vicino a Palazzeschi. È stata una bella occasione, che poi si è replicata dopo una settimana quando ho avuto l’opportunità di essere presentato da Mauro Marino a Melpignano (il 17 luglio) e da Luisa Ruggio a Otranto (il 18 luglio). La presentazione più vicina si terrà il 12 novembre a Sava (Ta). Le presentazioni sono l’unico modo per raccontare e raccontarsi e per avvicinare i lettori, l’unica possibilità, insieme a quelle offerte dalla rete e dal passaparola, per fare in modo – come è successo – che il mio romanzo trovasse il favore e l’interesse di tante persone. Mi piacerebbe che l’inverno e la primavera potessero darmi occasione di presentare il libro fuori dalla Puglia, perché per me sarebbe bello confrontarmi con lettori di altre regioni e di altri contesti differenti dal mio.

FONDOVERRI 5 e 6 novembre 2010. Per filo e per segno. Viaggio nella memoria di voci inaudite.


Fondo Verri
Presidio del libro di Lecce

Iniziativa promossa dalla Regione Puglia – Assessorato al Mediterraneo
in collaborazione con l’ Associazione Presìdi del libro

Venerdì 5 novembre e sabato 6 novembre 2010, alle 20.30
Nomen Omen presenta
Per filo e per segno
Viaggio nella memoria di voci inaudite

5 novembre
L’archivio sonoro e i derivati teatrali
Inaudito.org presentazione dell’interfaccia poetica insieme ad Antonio Rollo – artista e autore nuovi media – e letture alchemiche tratte dai racconti d’archivio, con la voce di Maira Marzioni e le atmosfere sonore di Giancarlo del Vitto.
Mutiduani proiezione del video documentario della performance teatrale con Ippolito Chiarello.

6 novembre
Cinema, psicoanalisi ed arte culinaria

L’Inaudito” proiezione del film documentario di Elena Ghigas e Corrado Punzi.
A seguire Buffet psicomagico a cura del cuoco artigiano Lorenzo Bertelli. Il menu: Vino rosso rosso; Formaggi locali; Pane di lievito madre; Uova; Noci; Quiche con erbe spontanee; Focaccia alle erbe aromatiche e formaggio; Fegatini; Castagnaccio. Lorenzo Bertelli, nasce a Livorno 25 anni fa, amato attraverso il cibo sin da bambino, dopo una laurea in Scienze per la Pace all’Università di Pisa, ha deciso di riamare attraverso l’usoartigiano delle mani che lavorano la materia. Cuoco all’osteria Vyno a Livorno e all’ Hotel Risorgimento di Lecce, attualmente sperimenta connessioni per riportare la cucina alla vita. Ingresso gratuito.

Info e contatti: tel. 3278830322,
nomenomen@inaudito.org – link: www.inaudito.org

Ass. Cult. Fondo Verri
via S. M. del Paradiso 8 Lecce info. 0832.304522 fondoverri@tiscali.it

Vivere e morire a Gaza nell’esordio di Federico Ligotti


Vivere e morire a Gaza nell’esordio di Federico Ligotti.

Parola di Dio. Kalimat Allah” (Lupo Editore, pp. 64, €16), è il titolo del romanzo con cui esordisce Federico Ligotti, giovanissimo autore che vive e lavora a Roma. Si tratta di un’opera d’invenzione narrativa che gioca una carta d’azzardo – come in ogni esordio che si rispetti – quella di presentare in prima persona una vicenda narrata da un ragazzo palestinese che abita nella Striscia di Gaza, il tutto ambientato nel periodo degli attacchi aerei di Israele (2008), tristemente noti per l’utilizzo delle bombe al fosforo; una realtà forse tra le più fraintese e sulla cui comunicazione all’esterno dell’area geografica di interesse si gioca una delle più difficili partite della diplomazia internazionale. Nel 1998 trascorsi un periodo di studio di un anno in Germania, nella città di Saarbrücken. Una delle cose che ricordo di più di quel periodo è l’effetto dell’improvviso contatto con la cultura araba a me totalmente sconosciuta fino ad allora. Feci amicizia con due ragazzi più grandi di me, più che trentenni, che si sarebbero laureati in biologia marina e ingegneria, Ammar e Ramsey. Ramsey studiava ingegneria, così mi sembra di ricordare, e durante il periodo di vacanza dai corsi universitari andava a lavorare nelle fabbriche della Mercedes, riuscendo a tirare su quasi ventimila marchi in tre mesi, altri tempi. Ammar proveniva dalla Striscia di Gaza, apparteneva a una tribù/famiglia che contava allora più di dodicimila componenti. La descrizione della loro vita a Gaza era anni luce distante da quella che avevo vissuto io, fino a quel momento. Finché non conobbi qualcuno che era nato e vissuto lì, per me la Striscia di Gaza era una metafora politica. La prima cosa che appresi fu che un arabo, una volta che ti ha conosciuto, ti spiegherà il suo mondo e la sua fede – così è scritto – molto più esaustivamente e con più dovizia di particolari rispetto a un cattolico. L’intento non è quello di convertire, semmai quello di farti conoscere una realtà, così non potrai mai dire che non sapevi com’era la loro religione. La seconda cosa che imparai è che la moneta di scambio della profonda ospitalità di questi popoli ha il ‘verso’ del suo ‘recto’ nell’impegno a insegnare frammenti della propria cultura, disseminandoli come grani di rosario nei discorsi più comuni. La vita della maggior parte degli arabi o degli israeliani non può prescindere dalla religione di appartenenza e dalla vita nei luoghi sacri del monoteismo planetario. Così imparai che esistono luoghi del mondo dove la religione, anche per i laici, riveste un ruolo importantissimo. Lo stesso non avviene per la religione di stato cattolica in Italia, al di fuori della quale si può sopravvivere senza troppi scossoni per ciò che riguarda la praticità della vita quotidiana. Ecco perché ho provato una grande sorpresa quando ho letto la prima versione del racconto che sarebbe diventato il romanzo d’esordio di Federico Ligotti, fino a un anno fa intitolato “Storia di Kamil”. Per tutta la durata della lettura mi tornavano alla memoria i racconti della Striscia di Gaza che i miei due amici mi avevano tramandato. Il ricordo, la memoria visiva, il racconto di chi ha visto con i propri occhi, sono elementi importanti che rendono una narrazione vivida; il romanzo di Ligotti fa i conti con una realtà difficilissima e riesce a trasmettere la stessa sensazione di chi ha vissuto di persona la complessità della realtà palestinese.
La convinzione di chi scrive è che nella natura storica e geografica di questi luoghi si sia annidato, fino a oggi, un profondo senso di inadeguatezza nei confronti della pace affrontata come massimo sistema. In Palestina, in Israele, nei territori occupati, nelle zone di confine, esistono sacche di integrazione culturale e lavorativa che sfuggono a noi occidentali, la pace tra Israele e Palestina inizia sul posto di lavoro, nei bar, nell’integrazione domestica così come ci viene raccontata in questo romanzo. “Un arabo che si accompagna con un’ebrea è una miscela pronta a far saltare in aria qualsiasi cuore pompato di ortodossia” (p. 13), ecco cosa accade nel romanzo di Ligotti, dove un medico israeliano, il più bravo nel suo campo, è amico del ragazzo palestinese. Presto ci accorgeremo delle conseguenze cui questa sfrontatezza può condurre. “Parola di Dio. Kalimat Allah” è un romanzo che scrive di un’urgenza storica permanente, e lo fa in modo documentato.
Ci sono diversi livelli di lettura in quest’opera. C’è quello delle illustrazioni di Boris Colorblind (pseudonimo della brava Chiara Verdesca). Fanno parte della narrazione, si affiancano alla storia, viene in mente Joe Sacco, il disegnatore maltese naturalizzato newyorkese, autore di “Palestine” (pubblicato in Italia da Mondadori). Ed è come se si dovesse accettare il fatto che una realtà simile, per essere raccontata degnamente, abbia bisogno delle immagini, di un racconto iconografico che viaggi parallelo a quello scritto. Le parole sono sufficienti, è vero, il dramma palestinese infatti è qualcosa che esiste sempre, indipendentemente dal fatto che ne leggiamo oppure no. Eppure è troppo facile accantonare, rimuovere. Esistono fatti all’ordine del giorno in Palestina, così assurdi che se non ne avessimo una testimonianza fotografica/giornalistica nulla resterebbe nella cronaca. Tanto è vero che Federico Ligotti, oltre che scrittore, ha in comune con Joe Sacco la professione di giornalista. Poi c’è il livello sul quale si assesta “Parola di Dio. Kalimat Allah” come romanzo d’esordio di Federico Ligotti. La scrittura di Federico è visiva, tattile, olfattiva, e non risente delle ridondanze e degli eccessi che spesso troviamo negli esordi, anzi in certi punti è quasi verista; il lettore in cerca di ammiccamenti può voltare pagina, cambiare libro, andarsene; è un po’ come se qualcosa della scrittura giornalistica, soprattutto l’ossessione per la descrizione cruda degli stati emotivi, fosse passato nel testo. Il racconto da cui ha preso origine il romanzo, comparso quasi due anni fa su alcune riviste online (Musicaos.it, Terranullius), è stato emendato, riveduto e corretto, fino a occupare una sessantina di pagine. Poche potrebbe dire il lettore, per un romanzo. Il fatto è che l’editore Lupo ha adottato un formato particolare, un quadrato di venti centimetri di lato con una ‘gabbia’ più grande rispetto a quella di un comune tascabile. Il risultato è un libro con rilegatura rigida che, con il titolo “Parola di Dio”, ricorda quasi visivamente i testi del catechismo che la scorsa generazione (compresa la mia) conosceva bene. Questo particolare ‘packaging’ fornisce un’ulteriore discrepanza tra la forza di questo romanzo e l’apparente innocuità con cui si presenta al lettore, che imparerà invece quanto difficile e quante implicazioni ha, nella vita di un ragazzo palestinese, la fede. Gaza, un nome che gli occidentali sono abituati a collegare a episodi di guerra e cronache di sangue, un nome che in “Parola di Dio. Kalimat Allah” si ricollega invece alla quotidianità di una vita familiare, poetica: “Gaza di notte mi piace davvero tanto. Un occidentale la definirebbe uno “spettacolo”. La mia città la notte cambia i contorni, si abbellisce con il buio, probabile che l’oscurità le aggiusti le rughe, confonda le crepe e uniformi le misure e i colori delle case” (p. 27). Le parti in cui viene fatta un’esegesi parodica del Corano, senza alcuna blasfemia, ci fanno capire quanto sia difficile nella nostra epoca essere moderni restando ancorati alle proprie radici, soprattutto in una condizione di sopravvivenza estrema come quella che viene raccontata. A un certo punto il romanzo acquisterà una dimensione metanarrativa, è il modo che l’autore ha escogitato per far uscire la storia narrata dalla dimensione dell’invenzione per farla entrare con prepotenza nella realtà di una “faction”, storia d’invenzione calata nel tessuto di un pretesto storicamente attuale e veritiero. Federico Ligotti riesce così a farci percepire la sua vicinanza al tema trattato, rendendosi parte di uno di quei piccolissimi brandelli di realtà esplosa, dalla pagina alla storia, nelle macerie di una biblioteca che raccoglierà i resti di questa vicenda così intensa. “Parola di Dio” è un esempio concreto di scrittura che sa mescolare con le giuste dosi il reportage narrativo alla storia romanzata, un romanzo che si accompagna a un messaggio di pace, senza retorica, con stile.

Luciano Pagano
articolo pubblicato su “il Paese Nuovo” di oggi

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“Se l’altro sta a sud”. Andrea Aufieri recensisce “È tutto normale” sul numero 3 di Palascìa.


Nel 2010 la Lecce della fiction cinematografica e letteraria si è (finalmente?) confrontata con il tema della diversità di genere. Avete presente la scena di Mine Vaganti (F. Ozpetek, 01 Distribuition) in cui il padre del protagonista Scamarcio, Ennio Fantastichini, trova posto in un bar del centro storico e sente su di sé, perché se ne preoccupa, lo sguardo e lo scherno dei vili concittadini? Anche il romanzo È tutto normale di Luciano Pagano narra della crisi dell’alta borghesia, “leccese per caso” bisognerebbe dire qui, sorta di evoluzione di classe del ‘ppoppetu’ di bodiniana memoria, con altrettanto evolute meschinità, sempre e comunque distaccate da quelli che dovrebbero essere i problemi quotidiani del paese reale. Insomma il pastificio della famiglia Cantone impastato da Ozpetek o il caseificio della famiglia Donini allattato da Pagano non sono poi troppo distanti dal parlamento italiano. Digressioni a parte, quello che sarà sempre il vantaggio della letteratura, o almeno dovrebbe (che con la tecnologia non si sa mai) è che al posto di vip e starlette prezzolate dai particolari anatomici inconfondibili, ogni lettore ha a disposizione tanti milioni di cast quanti le sue sinapsi riescono a trarne dal libro. Ne risulta che invece di costruire allegre macchiette, per esempio, l’autore regala al suo pubblico una galleria di personaggi complessi di tutto rispetto. E ancora sul potente mezzo letterario gioca principalmente Pagano, alla sua seconda prova “ufficiale” con il romanzo, dopo aver esorcizzato in qualche modo il suo mestiere in Re Kappa (Besa,2007). Chi è Kris, ospite a sorpresa annunciato dal figliol prodigo Marco, di ritorno fresco di laurea presso la villa di famiglia, sulla cui persona speculano Carlo, padre di Marco, e Ludovico, suo compagno? Marco avrà finalmente accettato la presenza di Ludo al posto della madre Eleonora, morta durante la sua infanzia? E l’orientamento sessuale del padre avrà influito sulle relazioni e le scelte del figlio? E il paese che dopo vent’anni è ancora sarcastico sulla relazione tra Carlo e il suo compagno, troverà una catarsi nelle nuove generazioni?
È tutto normale è il racconto di una giornata, che con i suoi intrecci, i flashback, la sovrapposizione di più piani narrativi, concerta le vite dei personaggi che si trovano a interagire. Potrebbe essere letto tutto d’un fiato eppure prende il tempo giusto, quello che ci vuole, e le parole più adatte, per un’interazione multisensoriale con il lettore e il sentimento di un bambino, di un innamorato, di una donna che affronta una nascita sapendo di andare incontro a una morte. E che serra improvvisamente i ritmi della narrazione, impenna. Una lucida passione e una disordinata follia, come si converrebbe nel Salento perché “Questa terra è particolare”, e come l’immaginario collettivo vorrebbe le donne, “visibili e invisibili”, come recita la dedica iniziale di questo libro.

Dallo Chic al Conformista, si può guarire prima del 2013?


Dallo Chic al Conformista, si può guarire prima del 2013?
articolo comparso sul quotidiano “Il Paese Nuovo”  di Giovedì 22 Ottobre e Venerdì 23 Ottobre

Siamo entrati da qualche settimana nel cuore dell’autunno, passata la vendemmia ci prepariamo all’arrivo del vino novello. Primi freddi e primi starnuti, ma soprattutto primi raffreddori; la nonna diceva “mai scoprirsi ai primi caldi né coprirsi ai primi freddi”, una regola da rispettare non soltanto per quanto riguarda l’alternarsi del caldo e del freddo sul display del termometro digitale. Con l’avvicinarsi del freddo si comincia a temere l’arrivo dell’influenza, quella che l’anno scorso ci ha risparmiati come genere umano, pronti come eravamo all’estinzione, o almeno così dicevano i media. Ci sono due virus, tuttavia, che colpiscono con frequenza tutta la popolazione, soprattutto di sinistra; due virus che prima del 2013 dovremo cercare di neutralizzare per non rischiare di estinguerci. Si tratta di due ceppi virali noti “Conformismo” e “Radical-Chic”.
Ci sono due testi – uno per ogni ceppo del virus – di cui vorrei discutere per affrontare l’argomento e suggerire agli studiosi una via alla possibile guarigione, si tratta di due testi in apparenza distanti, scritti cioè da due autori che non possono essere assimilati per semplicità o semplificazione. Si tratta di Fulvio Abbate e Massimiliano Parente, il primo autore del pamphlet “Sul conformismo di sinistra” (2005, Gaffi Editore), il secondo autore del più recente “La casta dei radical chic” (Newton Compton Editori, 2010). Mi sono avvicinato a questi due testi senza preclusioni di sorta (entrambi gli autori sono tra i miei scrittori preferiti), spinto dal semplice motivo, di ispirazione nietzscheana, che non c’è niente di peggio per favorire la corruzione di un giovane che stillare il pensiero che bisogna fidarsi di chi la pensa come noi e diffidare di chi non la pensa come noi. Ho pensato, “e se il conformismo e il radical-chic si fossero annidati, in questi anni, negli interstizi ideologico-sociali della sinistra?”.
Massimiliano Parente, in un suo articolo di recente comparso sul quotidiano “Il Giornale” (LA SINISTRA E LA DESTRA ITALIANE SONO DI DESTRA O DI SINISTRA? E IO? 14 ottobre 2010), evidenzia semplificando, per chi ne avesse bisogno, che in Italia “è di destra tutto ciò che propone Berlusconi, è di sinistra tutto ciò che si oppone a Berlusconi”. Fulvio Abbate parte da una tesi di fondo, la sinistra nasce programmaticamente per abbattere il potere, “decapitare il re”, e instaurare al suo posto un nuovo ordine. Essa è principalmente, “un (nuovo) ordine”. Tuttavia dalla rivoluzione all’ordine il passo è meno che breve e sono tante le tappe di un viaggio che, soprattutto i giovani degli anni settanta, secondo Abbate, hanno perduto. I quadri della FIGC degli anni settanta, a suo parere, non hanno compreso l’importanza della questione giovanile, trasferendo sui propri figli gli stessi strumenti critici e gli stessi modi di loro, padri. Le colpe dei padri possono ricadere sui figli che, tuttavia, non ne sono colpevoli. I padri possono rinnegare i figli ma non può avvenire il contrario. “Senza né rabbia né incanto. La mancanza di discontinuità dai padri non promette niente di buono.”
Abbate presenta esempi che dovrebbero aiutarci a capire che cosa, oggi, è ‘di sinitra’, uno di questi è quello di Carla Bruni: alla domanda: perché Carla Bruni è di sinistra? Segue una dettagliata risposta: “lo è intanto perché è elegante, molto elegante, poi perché canta quelle sue canzoni d’autore, le canta accompagnandosi con la chitarra, si tratta di canzoni raffinate, acustiche, e non quell’altro genere commerciale inglese e americano che non si capisce nulla, tanto che sembrano tutte la stessa cosa, le canta fac+endoti sentire lo spirito dell’esistenzialismo, le cave, Saint-Germain-des-Prés, e non la televisione, (“schifo, la televisione!”) semmai il cibo macrobiotico, le tisane, un bel viaggio in Provenza dove ci stanno le cicale, magari a Ramatuelle sulla tomba di Gérard Philipe, Carla Bruni è una compagna perché la sinistra ama le belle cose, ama le buone letture, l’eleganza, ma quella vera, sobria, misurata, sia chiaro… Radical-chic, direbbero altri, con un termine insopportabile fin dal primo giorno della sua messa in uso linguistica”. Ed è proprio su questo termine così orrido per Abbate, “radical-chic”, che Massimiliano Parente farà ruotare il suo libro, raccogliendo e ampliando una serie di articoli comparsi nell’anno precedente, sempre sulla testata “Il Giornale”.
Fulvio Abbate, nel suo pamphlet, annota come l’utilizzo di un’informazione distorta sia un punto cruciale nella creazione del conformismo di sinistra. Inizia tutto negli anni Settanta. Prendiamo ad esempio un numero della testata “Amica”, nel quale per un rilancio pubblicitario si utilizza l’immagine di una donna che con lo spray rosso dipinge una grande “A” – la ‘A’ di Amica appunto – su un muro. La stessa ragazza con il giornale in mano viene ritratta allo stesso modo di Aldo Moro, così come lo riporta la nota foto scattata nel covo dei brigatisti. L’utilizzo e lo slittamento di immagini ‘politiche’ e/o ‘sovversive’ dovrebbe in teoria portare a comprare a vendere il giornale su un target che Fulvio Abbate definisce come: “un target alto di figlie di papà garantite e viziate, fissate con la schiuma spettacolare, turiste complete della vita. Ma comunque non proprio ottuse. Perché turiste della vita di sinistra.” Tanto è vero che il settimanale prometteva per il numero di apertura nientemeno che un’inchiesta ‘definitiva’ sulla morte dell’anarchico Pinelli. Inchiesta che – manco a scriverlo – non fu mai pubblicata perché con molta probabilità non era mai esistita. Il controaltare informativo del settimanale tipico (ma quanto distante nel taglio editoriale – ad esempio – da un Venerdì di Repubblica?) è costituito dal giornale di partito, “Il Bolscevico”, organo di stampa del PMLI (Partito Marxista Leninista Italiano), chiunque di voi può ricordare i manifesti coloratissimi, gialli e rossi, che invadono tutte le città in concomitanza di ogni turno elettorale. Non si tratta affatto di affondare i denti in un’operazione nostalgia. “Il Bolscevico” ad esempio è anche un sito ricco di notizie e informazioni sull’attività del governo in relazione a quella dei lavoratori. Un po’ come l’effetto-“Lotta Comunista” che ti disorienta con quella ‘allure’ da romanzo fantasy, lo leggi e ti sembra di tornare anni indietro, in un’epoca fantastica, quasi ti aspetti che dal vicolo esca una folla in fuga a tirare i sassi contro le vetrine, così puntuale e allo stesso tempo astorico, per nulla intaccato da quel fenomeno culturale planetario che va sotto il nome di Post-Moderno, percorri il viale principale della tua città di sabato mattina e ti viene offerto solitamente da ragazze e ragazzi stupendi, con la loro sciarpetta e i loro occhiali dalla spessa montatura i secondi, con la gonna corta Desigual e le calze Benetton le prime (è un trionfo della LOGO GENERATION a distanza di dieci anni dalla NO LOGO della Klein), e la prima cosa che ti chiedi è se sembravi così anche tu, rispondendoti puntualmente che al limite a venti anni somigliavi a uno ‘squatter’ di provincia ma mai a una fotocopia rimpicciolita di Fabrizio Bentivoglio o Giuseppe Cederna o Gigio Alberti; la cosa bella è che quando li oltrepassi come fossero fantasmi alle loro spalle ti sembra di vedere le ombre di quei “Nietzsche e Marx” che si davano la mano come cantava Antonello Venditti, solo che non se la ridono i maestri del dubbio perché trenta anni prima almeno erano letti, fraintesi ma letti; e vorresti spegnere la televisione e vorresti che l’appiattimento cerebrale del pianeta Italia scomparisse in un secondo e nel Grande Fratello entrassero di peso Berlusconi e Bersani insieme.
Fulvio Abbate racconta che durante un colloquio con Fausto Bertinotti, definito da “Il Bolscevico”: “agente del trotskismo internazionale”, l’allora leader di Rifondazione presentasse “una certa tolleranza da sua parte verso la setta in questione, una tolleranza di segno più esistenziale che politico, la stessa tolleranza incuriosita che altrove si potrebbe riservare all’uomo-record che ha ottenuto di figurare nel Guinness dei primati per avere letteralmente mangiato, sia pure a più riprese, una vera locomotiva, la scelta dell’oggetto non credo nascondesse un valore simbolico”. La tolleranza e la comunanza sul terreno dello scontro in atto per la libertà dell’informazione sono temi cari a Fulvio Abbate, che dal suo appartamento tiene una rubrica videoweb fissa, un canale di Youtube che si chiama “Teledurruti” (vi consiglio di visionare il video intitolato ‘Perché gli italiani vestono a cazzo’ dove si affronta tra le altre cose l’infausta moda delle polo dal colletto alzato ‘a là’ Lapo Elkann), sul quale ha concesso (accetterà l’invito?) ospitalità a Santoro cacciato dalla Rai. E veniamo al cinema, si chiede Abbate, “Che fine ha fatto la complessità?”; e se lo chiede parlando de “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, quello che secondo lui è un amalgama di cliché che affonda le sue radici non tanto in “Novecento” di Bertolucci, per fare un esempio, (anche esso ‘inondato di retorica’), quanto nella vecchia pubblicità della Barilla dove un uomo e una donna ritornavano con la loro ‘due cavalli’ nella casa dove per primi, da giovani, avevano fatto l’amore. L’incontro del passato con il presente, il distacco e la continuità costituiscono due poli entro i quali si recupera uno ‘spleen’ di sinistra. Tutto bello ma tutto drammaticamente semplice: “Con questo ricatto da scuola dell’obbligo non si va nel migliore dei casi oltre la prima serata”. E forse è lì che si vuole finire, nel concorso di share con Mediaset. Gli esempi che seguono sono molti, e come accade anche nel libro di Parente, “La casta dei radical-chic” (Newton Compton Editori), sembra che non sia possibile presentare una vera e propria teoria, il modo migliore per descrivere lo chic e il conformismo di certi appartenenti alla sinistra è quello di descrivere caso per caso, un po’ alla maniera di Roland Barthes ne “I miti d’oggi”, soltanto che i titolo dovrebbe essere pressappoco “I fantasmi e i mostri della sinistra di oggi”.
Per parlare del libro di Parente prendo lo spunto proprio dalla definizione che dello scrittore da Fulvio Abbate, nella retrocopertina del libro “Ogni tanto salta fuori l’eccezione, salta fuori il Pazzo, l’Incontrollabile, l’Ingestibile, l’Irresponsabile, salta fuori un soggetto come Massimiliano parente, vero talento letterario e perfino umano”. Lui nel suo titolo ci mette il vocabolo “Casta”, il che ci fa capire che ciò che leggeremo non si tratterà di una disamina di sentori e umori raccolti e mediati con proprie riflessioni ma articoli e ‘denunce’ intellettuali, corredate con nomi e cognomi; oltre tutto la distanza (che non è ‘distacco’) generazionale tra Abbate e Parente è interessante per avere due punti di vista, quello dei padri e quello dei ‘figli’ miei coetanei. Quando si parla di ‘casta’ si parla di qualcosa che preme affinché non ci si possa entrare, si parla di circoli chiusi, di salotti, di sguardi che fendono l’aria dal basso verso l’alto. Si parte dal Premio Strega e si arriva alla Biennale di Venezia passando per l’Isola dei Famosi o la Fiera del Libro di Torino. Anche qui l’ironia è sferzante e va a mettere il dito nella piaga di uno dei problemi secondo me più cruciali, ovvero sia quelli della Sinistra che quando è conformista e imita la Destra ci riesce con esiti al limite del ridicolo: “Anche perché a quardarli, i giovani lettori minimum, sono la solita giovenù fighettina e viziata che si sente di sinistra perché indossa un pantaloncino o una gonnellina di Replay da cinquecento euro anziché un pantaloncino o una gonnellina di Prada da cinquecento euro, e legge un libro della Parrella anziché uno di Walter Veltroni, o forse li legge entrambi, e nell’i-Pod ha Vinicio Capossela”. “La casta dei radical chic” è un libro autentico, e leggerlo fa lo stesso effetto della lettura dei libri corrosivi e ancora oggi urgentissimi di Ennio Flaiano o Alberto Arbasino. Ecco, magari accadesse che nel bagaglio di “letture a sinistra” ritornasse a comparire Flaiano! Al libro di Parente è allegato un modulo per la querela, istantanea, attesa, quasi solubile. Seguiamolo in questa discesa agli inferi che è la Fiera del Libro di Torino: “Se vedete un signore pelato vestito di nero simile a un prete ma con la gestualità zen è Alberto Castelvecchi, mentre lo stesso ma in versione trash è Alberto Gaffi Editore in Roma. Se vedete una dark che impartisce istericamente ordini al telefonino è Elisabetta Sgarbi, e pensi al poveretto che dall’altra parte la sta a sentire , molto probabilmente Eugenio Lio, un trentenne suo compagno da poco ‘assunto’, per caso, come editor, secondo la regola delle coppie improbabili che infesta l’editoria italiana”. Quello dell’editoria è il mondo che più maggiormente viene messo a nudo dal libro di Parente. In alcune pagine si percepisce quello strano effetto che fa la lettura dei bravi narratori e giornalisti degli anni sessanta, i nomi li ho citati, che trasformavano il gossip in letteratura, eternando figure e luoghi di un disagio intellettuale.
Sono quindi il Conformismo e lo Chic i mali della sinistra di oggi? La mia opinione è che qualsiasi movimento debba fare i conti con l’immagine di sé che produce. Sono finiti i tempi in cui per veicolare un messaggio ci si avvaleva di icone, perché le icone hanno perso la loro costanza di irriducibilità. Se trenta anni fa poteva avere un senso avere stampata la faccia di Che Guevara su una maglietta oggi quel senso non c’è più, perché nascosta nel mondo c’è una ditta di t-shirt che ha iniziato a produrre magliette con slogan di rivolta sfruttando come acquirenti i ragazzi che si identificavano con quell’icona. Ecco perché i libri, i testi, le opere, quelle vanno percorse per acquistare un senso di ciò che è accaduto alla Sinistra, prima ancora di trovarci a fare i conti con una nuova tornata elettorale che potrebbe presentarsi di qui a due anni oppure essere imminente. La cosa che mi è venuta in mente leggendo questi due testi e cercando di accomunarli oltre il tema che già condividono, era la sensazione che andando in cerca di letture che per ripercorrere uno spirito critico simile a quello, ad esempio, del Pasolini degli “Scritti corsari”, si debba fare i conti con autori che accusano la sinistra di essere conformista e radical-chic. Addirittura autori che pur non riconosciuti dalla sinistra, come Parente, siano critici, in modo evidente, della destra e della sinistra, indipendentemente dal fatto che scrivano su un giornale di destra. Badi bene il lettore, non è mia intenzione avvicinare i due autori summenzionati a Pier Paolo Pasolini, né tanto meno invocare l’esistenza di un presupposto ‘trono’ della critica, oggi vacante. Tuttavia mi preme, e questo è vero, far notare come un sentore – non solo giornalistico, non solo intellettuale – si sia impadronito di una parte dell’elettorato di sinistra che, dati statistici alla mano, non può permettersi una cena fuori alla settimana con tutta la famiglia, ma nemmeno una volta al mese; e allo stesso modo non può permettersi un paio di scarpe nuove al mese, ma nemmeno all’anno; e non può permettersi di acquistare una casa o un auto nemmeno una volta nella vita perché non ha idea di che cosa sia un contratto di lavoro indeterminato; certo non bisogna aspettare che la sinistra dica al suo popolo di rimboccarsi le maniche, sarebbe demagogico; almeno quanto sarebbe rischioso, oggi, andare a chiedere ai nostri opinion leader se hanno letto i “Quaderni dal carcere” di Gramsci. Cosa vuol dire dunque, che lo spettacolo del conformismo è più onesto perché più vero? Forse bisogna avere il coraggio di criticarsi, un coraggio così forte da sconfiggere il desiderio di condividere con il prossimo la propria ragione; avere il coraggio di rintracciare la moda nei modi. Jean Paul Sartre incominciava una delle sue opere più importanti “L’essere e il nulla” con queste parole: “Il pensiero moderno ha realizzato un notevole progresso col ridurre l’esistente alla serie di apparizioni che lo manifestano”. Ecco, se ai nostri politici chiediamo tramite un voto che si occupino in profondità dei nostri problemi, a noi ne spetta la conoscenza approfondita degli stessi e spetta anche cercare di capire, dalla superficie, dalle piccole cose, quanto c’è di vero o falso nei nostri comportamenti, prima che la critica della ragione politica diventi un capitolo della critica del costume.

http://twitter.com/lucianopagano

Lidia Are Caverni recensisce “È tutto normale” su MondoEditoriale


Kris: sarà una ragazza o un ragazzo? Il dilemma tormenta Carlo e Ludovico, compagni di affetti e di vita, mentre attendono il ritorno di Marco, figlio di Carlo a cui entrambi fanno da padre, al suo ritorno a casa dopo il conseguimento della Laurea in Architettura che l’ha tenuto lontano per molto tempo.
Il dilemma si protrae per i tre quarti del romanzo e avvince il lettore: Ludovico che vorrebbe Kris un ragazzo per trovare un proseguo alla propria omossessualità e Carlo che invece vorrebbe il figlio, nato dall’amore eterosessuale per l’indimenticata moglie Eleonora morta dopo un mese dalla nascita di Marco, legato a una ragazza.
Il romanzo, di quasi trecento pagine, scorre in continui rimandi che scavalcano il tempo: Eleonora, Marco piccolissimo, l’inizio dell’amore con Ludovico che si insinua come un cuneo fra i due giovani sposi, il rifiuto del padre di Carlo – Ettore Donini – di fronte all’unione sopraggiunta dei due uomini, l’attesa di Kris, Marco che vive il suo tormento non potendo rivelare alla ragazza, perché di tale si tratta, la composizione della sua inconsueta famiglia.
I temi dei rapporti umani sono trattati dall’autore con semplicità: “E’ tutto normale” fa dire a Ludovico, compreso il difficile crescere del bambino a cui la società non perdona la stranezza in cui si trova a vivere, con una madre che appare sempre lontana e due uomini che appaiono sempre più una coppia.
Marco ama Kris, ma la ragazza che pure appare moderna e anticonvenzionale è in realtà ben lungi da esserlo, porta con sé il gravame di un’educazione rigida e perbenestica e il ragazzo non sa che mentire.
L’azione si svolge in un giorno e una notte e percorre a vasti respiri gli aspetti più reconditi della vita dei tre uomini e di Eleonora, morta da tempo, ma che continua ad esistere con la forza della sua scelta di lasciar vivere il figlio al posto suo.
Marco all’arrivo si lascia prendere dal conformismo, non riesce che a rimandare la soluzione del problema della verità offendendo nel profondo i due padri.
Kris è una ragazza e Carlo ne è felice.
Ma il romanzo ha altre sorprese, altri risvolti che conducono fino alla fine.
Le pagine si susseguono lasciando che le vicende scivolino via tra sospetti che grattano la superficie tra normalità e l’ambiguità del diverso.
Ludovico e Carlo appaiono forti nel loro rapporto collaudato dal tempo, uniti dall’amore per chi sentono come comune figlio, pronti ad aprirsi nel difficile incontro con Kris.
Gli eventi precipitano fino all’ultima pagina in un romanzo, che ha la freschezza che sfiora e scava continuamente legando il lettore ad una trama convincente e compiuta.

Lidia Are Caverni
leggi la recensione su MondoEditoriale

Vincenzo Sparagna recensisce “È tutto normale” su Frigidaire


Vincenzo Sparagna recensisce “È tutto normale” sul numero di Frigidaire (Frigolibri, N. 228, p.18) in edicola a ottobre con Liberazione. Un intervento che sono felice di postare e che per me significa tanto, almeno quanto il significato che questa rivista ha avuto sulla mia spericolata formazione intellettuale. Il romanzo sta viaggiando oltre ogni più rosea attesa (a breve posterò un comunicato sul tema). Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo. Approfitto anche per ringraziare Emma Di Stefano e Regina Resta, che mi hanno ospitato nel loro nuovo format Verbumlandia, che andrà presto in onda su MyBoxTv: essere il vostro ‘numero zero’ mi ha riempito di orgoglio, in bocca al lupo! In questi giorni è partito il progetto Musicaos.it – Gruppo di Lettura, una cosa a cui tenevamo tanto e da tanto tempo, seguite gli aggiornamenti sul gruppo Musicaos.it su facebook, in questa settimana posterò qualcosa sull’argomento. Buone letture!

Luciana Manco recensisce “È tutto normale” sul numero 4 di Salentuosi


La Lupo Editore sa sempre tenere alto il suo nome. Non fallisce un colpo. Anche la bellezza estetica del libro di Luciano Pagano è immediata. Merito dell’illustrazione in copertina, “Evidently Goldfish” di Nicoletta Ceccoli. Una bambina con un pesce rosso al guinzaglio. Rappresentativa forse di ciò che troveremo dentro. L’attesa di due genitori per il ritorno del figlio che ha studiato fuori. Il fatto che il figlio torna, sì, ma non torna da solo. Torna con Kris. Maschio o femmina che sia. E chi l’ha detto che i due genitori debbano essere poi un maschio e una femmina, necessariamente. Potrebbero essere anche due uomini. È tutto normale.
Dovrebbe essere tutto normale. Ed è questo il messaggio che Pagano probabilmente vuole darci: fare dell’eccezione la normalità. L’unico modo per far sì che la diversità possa risultare una qualità, un sinonimo di rarità, non una deformazione dell’esatto, non una discriminante. Sentire normale ogni forma di espressione, di esistenza, di volontà. Sentire normale il diritto alla libertà.
Luciano Pagano è nato nel 1975. Laureato in filosofia, ha pubblicato il suo primo romanzo “Re Kappa” (Besa Editrice) nel 2007. Nel 2008 ha partecipato ed è risultato tra i vincitori del premio Subway Letteraruta. Sempre nello stesso anno è stato tra i vincitori del concorso Creative Commons in Noir, indetto da Stampa Alternativa. Dal 2004 dirige la rivista di letteratura online Musicaos.it (fondata con Stefano Donno).

Luciana Manco
Salentuosi, n. 4

“È tutto normale”, su facebook

“È tutto normale”, prima ristampa! Scarica gratis “Genealogia di Marco”, il prequel


Apprendo dall’editore Lupo che il mio secondo romanzo, “È tutto normale” (pubblicato a inizio luglio), è giunto alla prima ristampa. Con questo post voglio ringraziare i lettori che per primi hanno dato fiducia al mio libro, sperando che si moltiplichino, e insieme a loro lo staff della casa editrice. Per ringraziarvi pubblico qui di seguito in formato pdf il prequel di “È tutto normale”. Chi lo ha letto sa che il romanzo si svolge in un giorno e che protagonista della vicenda è la famiglia Donini, Carlo, Ettore, Marco, Ludovico Carrisi, Eleonora e Kris, insomma, alcuni di voi conoscono questi personaggi che mi hanno fatto compagnia per tanto tempo. Quello che potete scaricare è il racconto di quello che c’è stato prima, chi ha letto il romanzo troverà qualche risposta ad alcuni interrogativi. Chi non lo ha letto può partire qui. Buona lettura.

[cliccate il link qui sotto per scaricare il file pdf]

“Genealogia di Marco” – Luciano Pagano – prequel di “È tutto normale” (Lupo Editore, 2010)

“Pagano, parole contro il muro dell’ipocrisia”. Antonio Errico recensisce “È tutto normale” su Nuovo Quotidiano di Puglia


Pagano, parole contro il muro dell’ipocrisia
di Antonio Errico

Nuovo Quotidiano di Puglia
(15 Settembre 2010)

Frammenti che sono l’espressione di tutta una vita. Perché solo un attimo, solo una parola, un gesto, uno sguardo, un trasalimento, un’emozione, un pensiero che sopraggiunge e svanisce, possono riuscire a dire una vita nella sua irripetibilità. Una vita è sempre oltre e altro rispetto a quello che sembra. Per raccontare una vita bisogna riuscire a stringere quell’oltre e quell’altro. Con questa tensione, con la sfida – ad un tempo temeraria e calcolata – lanciata alla possibilità che ha la scrittura nei confronti del magmatico universo interiore, Luciano Pagano si mette a raccontare la storia di “È tutto normale”, il romanzo pubblicato da Lupo Editore. Racconta cercando continuamente in ciascuno dei personaggi quell’elemento che rappresenta l’unicità dell’esistenza. (“Gli uomini sono uguali in tutto, tranne che nel modo in cui danno l’amore”). L’unicità ha bisogno di parole essenziali: non vuole metafore ma pretende definizioni precise, concluse, definitive. L’irripetibilità – che è il nucleo profondo – si rappresenta attraverso un linguaggio liberato da qualsiasi increspatura, da ogni elemento figurativo. Quello di Pagano rappresenta il risultato di una sintesi estrema delle situazioni e delle psicologie dei personaggi. È incisivo, molto spesso tagliente, non indulge e non indugia, a volte è aggressivo; pochi aggettivi, avverbi rarissimi. È un linguaggio dai movimenti rapidi, dalle svolte che molte volte si rivelano imprevedibili. Attraversa le atmosfere come una pietra di fionda e va a spaccare i vetri dietro cui si nascondono le ipocrisaie del perbenismo e dei pregiudizi. Il linguaggio scava in quello che accade, nella memoria costante e incombente, nell’infanzia. Quando trova il punto che sembra dia origine alle vicende, la radice dei loro sviluppi, allora s’impunta. E mette a nudo. Smaschera, sviscera.
I dialoghi costituiscono un esempio significativo di questo procedimento. Si ha l’impressione che le storie nascano dai dialoghi, che essi siano il perno e il movente, che da essi dipenda il corso delle cose. Nei dialoghi del romanzo di Pagano scorrono sotterranei tutti i sentimenti; di volta in volta si caricano di nostalgia, di passione, di rancore. Sono la condizione linguistica che più di ogni altra – più profondamente, più drammaticamente – segna e nutre la differenza e la distanza non solo tra generazioni diverse ma tra concezioni della vita e del mondo così diverse da sembrare inconciliabili.
È un libro di interrogativi – spesso lancinanti – che restano sempre senza una risposta. La materia ribillente di una condizione di diversità (diverso da chi, da cosa? Soprattutto diverso perché?) contestualizzata nella dimensione del tessuto delle relazioni sociali, non è altro che una delle tante storie che corrono nel mondo e non rappresenta in alcun modo un pretesto di siociologismo, ancor meno di moralismo, meno che mai mezzo e occasione per un messaggio. È una delle innumerevoli metafore dell’esistere. Ora, considerato che la metafora è una costruzione di parole, Pagano dimostra uno straordinario impegno e rispetto nei confronti della parola.
Una sola parola, in questo romanzo, apre o chiude un complesso – aggrovigliato, drammatico – mondo esistenziale. Ci sono parole che diventano sentenza di assoluzione o di condanna; altre che riescono a far emergere il non detto, il rimosso, il celato. Recensendo su questo giornale il primo romanzo, “Re Kappa”, dicevo che Pagano intende dimostrare che la fonte e l’origine della narrazione si ritrovano in un impulso a narrare e in una domanda sul senso e la funzione che assume questa condizione esistenziale. “È tutto normale” si pone come conferma di questa ideologia del narrare.

Nicoletta Scano recensisce “È tutto normale” su i-libri.


Il secondo romanzo di Luciano Pagano, E’ tutto normale, pubblicato nel 2010 da Lupo editore, si svolge tutto nell’arco di una giornata.
Offre uno squarcio sulle riflessioni di un giorno come tanti eppure intensamente condizionato da un’occasione speciale, il ritorno a casa dopo diversi anni del figlio Marco.
I protagonisti del racconto portano a galla le loro intere vite, le esperienze passate e le conseguenze delle loro scelte, come a volerci ricordare che in ogni singolo momento non siamo che il prodotto di quanto abbiamo vissuto. Il titolo dell’opera potrebbe apparire stonato, soprattutto considerando che la coppia di cui si narrano le vicende è composta da Ludovico e Carlo, due omosessuali che nel profondo sud d’Italia hanno allevato un figlio, superando i consueti attriti familiari, le occhiate curiose dei compaesani e la moralità più o meno autentica della cerchia di conoscenze che li ha circondati per trent’anni.
Spiccano anche altre figure, per prima quella di Eleonora, la madre di Marco venuta a mancare precocemente eppure sempre presente;  quella di Kris, il compagno o la compagna (per gran parte dell’opera questo non è chiaro) che il ragazzo sta per presentare ai genitori.
Ci si potrebbe chiedere dunque: che cosa è normale? Questione insidiosa, che certamente l’autore non si prefigge di risolvere. Forse è solo una provocazione, buttata lì per invitare alla riflessione.
Chi ancora non ha letto questo romanzo, non si aspetti un pamphlet pro o contro l’omosessualità: certo, questo particolare aspetto è fondamentale per comprendere le dinamiche e desideri dei personaggi, tuttavia non è un fine, ma un inevitabile mezzo per ricostruire il vissuto dei protagonisti, per entrare in una storia che non vuole essere paradigma ma semplicemente narrazione.
L’autore sembra rifuggire da dettami etici o opinioni marcate, e certo non struttura come fosse un’inchiesta giornalistica l’evolversi della vicenda, ma semplicemente indaga la vita di una famiglia nella sua peculiarità, senza mai alzare i toni e concentrandosi piuttosto sui percorsi psicologici ed emotivi dei personaggi.
Le questioni anche più forti e toccanti della storia appaiono come sfumate, metabolizzate attraverso il ricordo, eppure molto vivide, capaci di offrire al lettore un vero contatto con la realtà dei protagonisti.
Il romanzo regala uno sguardo lucido, capace di raccontare delle vite così come sono; il tutto arricchito da una bellissima copertina (che non guasta mai) e da una folgorante osservazione sulla quarta:”una volta fuori dall’utero ogni uomo è perso“.

Nicoletta Scano
i-libri, 15 Settembre 2010

“È tutto normale” nella famiglia di oggi. Enzo Mansueto su “Il Corriere del Mezzogiorno” del 12/09/2010


“È tutto normale” nella famiglia di oggi
Enzo Mansueto

Se la «famiglia» è stata la pietra di volta nella costruzione retorica dell’Italia recente, il tema scelto da Luciano Pagano per il suo nuovo romanzo è dirompente: l’analisi delle pieghe psicosociali di una famiglia omogenitoriale nel Salento agiato del presente. E la normalizzazione, che un linguaggio misurato e discreto – distante da certa iperletteratura che lo stesso autore aveva praticato – impone al tema, non fa che rendere più eversiva la scelta. Detto ciò, mettiamo da parte ogni aspettativa di trasgressione o esibizionismo da gay pride. Più vicino a certo minimalismo americano (Leavitt?), il romanzo esaurisce il fattore «scandalo» nella scelta del marchingegno narrativo, che sostanzia l’esordio della storia: Marco, laureato in architettura a Roma, torna nel suo Salento, in una ricca villa, dai genitori, per presentare Kris. Nome ambiguo, che non svela, da subito, il genere sessuale del partner. Lo scatto si ha quando apprendiamo che i genitori di Marco si chiamano: Carlo e Ludovico. Esaurito l’accidente narrativo, l’azione del romanzo, introversa e psicologica, si snoda, nell’arco di una giornata, sostanziandosi di feedback emotivamente efficaci, che incidono in noi i tratti dei personaggi. (12/09/2010)

Cento libri (o giù di lì) che mi hanno salvato la vita [1]


“la verità è che la musica mi ha salvato
quand’ero piccolo la musica mi ha salvato
e me ne stavo seduto sul mio prato
ad ascoltare il mangiadischi cantare
Tricarico

È probabile che questa fosse una delle reminiscenze di strofe che mi frullavano nella testa quando mi è venuta quest’idea, abbastanza semplice a dire il vero. A dire il vero è stata colpa di un’amica, nel mezzo del flusso di una timeline su twitter si gira e chiede che qualcuno le consigli un libro da leggere. Non ci penso un attimo, “Sogni di Bunker Hill” di John Fante, John Grande. Lei mi chiede in 140 caratteri (un tweet) di dire il perché a supporto di questo consiglio. Rispondo con altrettanto candore che non c’è un perché, “fidati e basta”. Sono in debito di un consiglio e di qualche altro centinaio di consigli. Ecco, nella critica, a margine della critica, prima dopo e durante la critica avevo bisogno di creare una zona temporaneamente autonoma dove elencare i libri che mi hanno salvato la vita. A dire il vero sono arrivato a 100 in meno di cinque minuti, poi ci sono ritornato su per un po’, alla fine sono 103/104 o giù di lì. Sono certo che altri se ne aggiungeranno. Sono certo che molti ne avrete già letti, alcuni no. Sono certo che molti non li avreste mai voluti leggere né mai vi salterà in mente di farlo. Sarà il pretesto per parlare di tutto, come sempre. Non è la critica che mi interessa (non per questa sezione), anche se di alcuni potete leggere migliaia di pareri ovunque, e di certi pubblicati negli ultimi anni potrete leggere anche qualche mia recensione. Detto ciò, i libri sono quelli, scelte commentabili, opinabili. Magari di qualche autore ce n’è più di uno, e non è detto che sia perché si tratta del mio autore preferito. Magari dei miei autori preferiti ho fatto un po’ di boxe con me stesso fino a sceglierne uno solo, e già questo è un gesto critico. Stefano Salis qualche giorno fa sul Domenicale scriveva che si attende molto dalla critica su internet. Io assieme a quella mi aspetto molto anche dalla franchezza, senza puzza sotto al naso, per restare nei paraggi dello stile e allo stesso tempo del “mi piace” “non mi piace” che tanto vanno di moda. Mi sono anche chiesto se sia possibile fare una selezione, perché forse la mia libreria già lo è, una selezione. Può darsi che l’elenco di questi libri preferiti si estenda un giorno a tal punto da diventare coincidente con l’elenco dei libri che possiedo. No. Non sono tutti preferiti, né tutti mi hanno salvato la vita. Detto ciò. “Sogni di Bunker Hill“, di John Fante. Per imparare la sensazione – chi l’ha provata conosce di che cosa si tratta – di quando si viene remunerati per aver scritto qualcosa. Un’epopea in poche centinaia di pagine, un vero sogno americano a occhi aperti di nascosto da quel sogno che per molti diviene un incubo. “L’ultimo, struggente romanzo di Fante, considerato il suo testamento”. E poi a John Fante piacevano i cani, quindi non doveva trattarsi affatto di una cattiva persona.

“Così, ‘fanculo Los Angeles, le tue palme, e le tue donne con i culi alti, e le tue strade alla moda, perché io me ne vado a casa, torno in Colorado, torno nella dannata migliore città degli Stati Uniti: Boulder, Colorado”. (John Fante)

Roberto Martalò recensisce “È tutto normale” su CorriereSalentino.it


“In amore è tutto normale”
di Roberto Martalò

Con il romanzo “È tutto normale”, Luciano Pagano affronta il tema della qualità dell’amore e, con delicatezza e sensibilità, ci introduce in un mondo di speranze ed angosce.
Dopo la laurea in architettura, Marco torna qualche giorno nel Salento per presentare Kris ai genitori. Questo incontro nasconde però tante insidie: Marco infatti è stato cresciuto da una coppia di omosessuali, il padre Carlo e Ludovico, che ha preso il posto di Eleonora morta poco dopo il parto. I due, vista l’ambiguità del nome Kris, non sanno decifrare l’orientamento sessuale del figlio e vivono questa attesa con differenti stati d’animo e aspettative. Figlia di un pastore canadese sprezzante gli omosessuali, Kris non conosce la vera situazione familiare del suo ragazzo: per timore, questi le ha raccontato la storia di una famiglia normale, con una madre misteriosa e sempre in viaggio.
Il finale più che l’epilogo della storia sembra essere un manifesto sull’amore e un auspicio affinché tutti possano accettare e comprendere ogni sfumatura di questo sentimento perché “l’amore vuole sempre il bene, non è mai cattivo, l’amore ha tanti nomi e tutti i nomi dell’amore servono a distinguere l’amore dal vuoto del nulla che c’è fuori”.
L’autore smaschera le ipocrisie e il bigottismo della società odierna nel voler definire e classificare l’amore come se certe manifestazioni fossero solo una deviazione o una malattia: è così che la credente Kris si dimostra essere la più intollerante dei personaggi sia nei confronti degli omosessuali sia nei confronti delle persone deboli; nonostante ciò, ogni sera prima di addormentarsi prega il Signore per sentirsi a posto con la coscienza.
Pagano caratterizza i personaggi scavando nel loro inconscio, descrivendo comportamenti e modi di essere e di pensare, presentandoceli come se fossero dinnanzi a noi, vivi e reali. Fa tutto questo con un linguaggio diretto e chiaro ma sempre profondo, alternando una narrazione esterna e onnisciente a una interna al racconto, quasi da dialogatore invisibile ma presente.
“I personaggi – afferma Pagano – erano diventati presenze abituali delle mie giornate. È stato bello accorgersi che ciò accade anche nei lettori; l’altra buona impressione che sto ricevendo è quella della ‘lettura veloce’, ho lavorato molto affinché nella versione definitiva restasse solo ciò che ritenevo indispensabile; mi interessava rendere plausibile e quotidiana una dimensione che non a tutti può sembrare tale, anche nel linguaggio”.

leggi qui la recensione di Roberto Martalò

“Sei vite difficili e una briciola d’eternità”, Valeria Raho recensisce “È tutto normale” su QuiSalento di Settembre


la presente recensione di Valeria Raho è all’interno del numero di QuiSalento di settembre, già disponibile in edicola

“Sei vite difficili e una briciola d’eternità”

“A day in the life” cantavano The Beatles. Un giorno nella vita. Una briciola d’eternità, forse. Oppure un arco sufficiente per scoperchiare le falle di una vita coperta da un rassicurante tappeto di menzogne. Come in “È tutto normale”, seconda prova creativa per lo scrittore Luciano Pagano, dove la rincorsa di due albe diventa un campo abbastanza vasto per assaltare castelli murati di falsità e finte fiducie.
La storia prende corpo a Villa Donini, immersa negli ulivi della campagna salentina: nel casale vive una famiglia “regolare”, almeno fino agli anni Settanta, quando era ancora formata dal piccolo Marco, dal padre Carlo, distinto professionista, ed Eleonora, a cui subentra Ludovico ben prima della scomparsa della donna, dovuta ad una rapida quanto folgorante malattia. A distanza di trent’anni, il classico ritorno al “sottomondo”, nel profondo Sud, del figlio neolaureato con al seguito un misterioso ospite da presentare ai genitori, diventa un punto di non ritorno che costringe i protagonisti a fare i conti con il passato, il presente e le proprie convinzioni. In una sorta di zona grigia, giocata su una scacchiera di flashback e considerazioni taglienti come sentenze, forgiate in una lingua sempre nitida, dove ogni vocabolo sembra il frutto di un’attenta selezione, Pagano porta avanti le fila della narrazione che fa di un dubbio sorto intorno all’identità sessuale di Kris, un cavallo di Troia per entrare nel cuore del romanzo.
Nell’opera, edita da Lupo, i personaggi risultano figure a tutto tondo, complesse per i loro trascorsi, di sicuro struggenti, anche se perennemente sprofondati nel desiderio quasi compulsivo di dover, sempre e a tutti i costi, giustificare il proprio statuto, la maternità delle proprie riflessioni.
In molti microepisodi, la “materia familiare”, che ha il suo perno nell’omogenitorialità, è trattata con estrema delicatezza, avvolge il lettore per trasformarsi, solo in apparenza, in una sabbia mobile che dapprincipio non ha consentito ai personaggi di spiccare il volo verso una nuova consapevolezza. In realtà, è “la percezione dell’altro” il punto focale di tutta la narrazione, le gabbie interiori che Marco, Ludovico e Carlo costruiscono nel cammino genitoriale, le aspettative e le menzogne (“è così facile mentire”, ripete spesso Marco) a rappresentare i veri problemi della relazione in questa storia lunga un giorno. Lunga sei vite.

Valeria Raho

Buon compleanno, Bene.


“Non ho un amico che possa raccontare la mia storia,
un amico che mi preceda per evitarmi quelle spiegazioni che m’ammazzano”

Non so se preferisco ricordare tutte le notti e i giorni che ho mandato nel mangianastri la cassetta del “Pinocchio”, oppure “Un amleto di meno” in vhs; non so se preferisco ricordare la meravigliosa serata nel fossato del castello, a Otranto, ascoltando il Dante, con Carmelo Bene che malediceva il frastuono degli applausi. Non so. Mi manca qualche pernacchia in più nei confronti del Potere; mi fanno ridere gli epigoni, che parlano col sedere. Ma di Carmelo Bene so una cosa, so che non mi manca, perché c’è tutto, e per quanto mi riguarda oggi compie 73 anni perché non se n’è mai andato.

Stefano Savella recensisce “È tutto normale” su Puglialibre


Una famiglia arcobaleno, oggi, in Italia, può contare su una discreta, ma sempre più fitta, rete di esperienze comuni, su associazioni di riferimento e su studi consolidati per proseguire con serenità, e ovviamente con coraggio, un percorso di educazione e di maturazione dei suoi più piccoli appartenenti. Ma come potrebbe essere stata la vita di una famiglia arcobaleno d’avanguardia, negli anni Ottanta e Novanta, nel tacco d’Italia ancora lontano da divenire ricercato set cinematografico e fucina di talenti, meta di un turismo di massa e gay-friendly benedetto da Ferzan Ozpetek? A tracciarne un ritratto narrativamente ben costruito ci ha pensato Luciano Pagano nel suo secondo romanzo, È tutto normale (pp. 278, euro 15), di recente pubblicato per Lupo Editore. Tre anni dopo l’esordio di Re Kappa e diversi riconoscimenti letterari, oltre a un instancabile attività di blogger sul mondo della poesia e della letteratura con uno sguardo particolare sulla sua terra d’origine nella quale tuttora vive, il Salento, Pagano ha approntato un romanzo completo, muovendosi a proprio agio nelle due durate temporali che vi convivono: le ventiquattro ore (circa) in cui Marco, il figlio, presenta Kris ai suoi genitori, Carlo e Ludovico, e i ventiquattro anni (circa) precedenti in cui al primo e a questi ultimi si aggiunge la figura di Eleonora, la madre.

I numerosi flashback, ampi ma non troppo, anzi incastonati a mo’ di puzzle nel tessuto del romanzo, avvicinano pagina dopo pagina le due vicende, al cui centro si pone la famiglia, arcobaleno come i colori vivi di Villa Donini (il verde del grande prato intorno alla masseria di famiglia, il rosa di una stanzetta di bambino, più tutti quelli delle elaborate pietanze preparate per l’occasione dai padri), di Carlo, Ludo e Marco. Ma la figura di Eleonora non è meno presente dei tre: donna forte e audace, decisa nei suoi intenti anche estremi, e poetessa raffinata e apprezzata con una storia speculare a quella di Eros Alesi, il poeta romano morto a vent’anni nel 1971 e autore di alcune tra le più intense liriche del secondo Novecento italiano. Non a caso è ad Alesi che Kris, arrivata a Roma direttamente dal Canada, dedica la sua tesi di laurea in Lettere. È chiaro allora come i personaggi del romanzo si pongano in un ordine preciso, quasi geometrico, con le due donne a indicare il passato e il futuro di Marco. Laureatosi brillantemente in architettura e con un inizio di carriera già definito, il giovane rampollo di casa Donini deve però fare ancora una volta i conti con l’omofobia, inculcata alla sua fidanzata dal padre di lei, pastore di una setta cattolica di oltreoceano.

Proprio le pagine che ricordano gli episodi di omofobia e di esclusione cui sono stati sottoposti i due padri nella loro relazione d’amore sono tra le più intense del romanzo: la figura arcigna di Ettore Donini, padre di Carlo, ha ad esempio tutti i caratteri del dominus che decide della vita del proprio figlio senza sentire ragioni; e le numerose rinunce a cui Carlo e Ludovico devono far fronte per evitare al figlio troppe domande da parte di amici e insegnanti sono spine di cui è costellata tutta la storia. Ma il romanzo di Pagano non sarebbe stato ugualmente ricco senza le descrizioni del Salento che assurge al ruolo di personaggio silente. La teoria espressa da Carlo, docente di Antropologia, nel libro che sta per concludere sullo studio di iscrizioni rupestri e tracce megalitiche sparse nel Salento, interpretandolo come «terra magnetica», ne è solo una parte. Il resto è condensato in poche parole lasciate cadere quasi per caso: «Questa terra è particolare». Particolare esattamente come la giornata vissuta dalla famiglia Donini (e come la giornata messa in pellicola da Ettore Scola, anch’essa delicatamente dedicata alla tematica omosessuale), e particolare come la famiglia di Marco. Ma pur sempre famiglia.

Stefano Savella

leggi qui la recensione di Stefano Savella su Puglialibre

“Amori senza ipocrisie”, Patrizia Danzè recensisce “È tutto normale” su Stilos


Amori senza ipocrisie

Ama la poesia ed è un eccellente cultore di musica, ma la sua vera passione è la scrittura, alla quale dopo le prime prove di racconti pubblicati su riviste e antologie letterarie, ha dedicato tutti i suoi interessi. Ma Luciano Pagano, nato a Novara nel 1975, e leccese d’origine, ha anche una laurea in filosofia, uno strumento in più per guardare le cose o cercare in modo più complesso ciò che pensiamo di possedere naturalmente. La filosofia, come la scrittura, è per Pagano quel pensiero profondo che si ostina a dare un senso con la parola a ciò che è umano, per amore della conoscenza. Indaga infatti nell’esperienza umana, nel brulicare dei sentimenti difficili come un enigma, il secondo romanzo di Pagano “E’ tutto normale” (Lupo editore, pp. 300, euro 15), una storia “normale” di ingombrante attualità scritta con pacato- a tratti quasi svagato- disincanto. Una storia d’amore e di amori che pone fine al gioco delle ipocrisie mettendo in scena una coppia di omosessuali salentini che sfidando il comune senso del pudore riafferma paradossalmente il valore della famiglia. Una famiglia tutta borghese in cui Ludovico, figlio di un notaio, e Carlo, antropologo ed erede di una importante azienda casearia, superata da tempo la tempesta dello scandalo che ha travolto le loro vite, si ritrovano a fare i conti con il figlio, Marco, nato dalle nozze di Carlo con Eleonora, morta per una malattia incurabile dopo la nascita del bambino. Ne è passato del tempo e Carlo e Ludovico ora trepidano perché sono in attesa di una visita del figlio appena laureatosi in architettura e sanno che il giovane non sarà solo, bensì verrà accompagnato da Kris, una ragazza o forse, chissà, un ragazzo. L’attesa estenuante di sapere come stanno le cose dà al romanzo, peraltro veloce, una tensione funzionale alla sua essenza che la trama intessuta di flashback chiarisce, schiudendosi su un vissuto in cui, se pure lontani dai concetti di Dio e di peccato, ci troviamo in presenza di un mondo complicato dalla presenza di nuove immagini dell’amore che coesistono con conformismi e doveri di famiglia anch’essi vulnerabili e presuntuosi nella loro zelante “onestà”. Pagano scende così negli insospettati abissi dell’infanzia e dell’adolescenza in cui spirito e sensi si smarriscono nei labirinti di desideri ed istinti che dovranno poi rapprendersi in abitudini, costumi, sentimenti, comportamenti, educazione, principi e ancora egoismi, costrizioni, buoni e cattivi pensieri, sacrifici, altruismi. C’è tutto questo, quanto è più normale appunto, nel romanzo di Pagano, che appare meno cerebrale e più maturo di Re Kappa (Besa editrice), con il quale ha esordito; e l’attualità, e la scabrosità, pur interessante della materia finiscono così per costituire solo un dettaglio nel gran mare dell’umanità.

leggi qui la recensione di Patrizia Danzè

134. Riflessioni al margine di un libro a venire.


“Il libro è morto? Viva il libro!” Riflessioni al margine di un libro a venire 134. Scritto a parole è così: centotrentaquattro. Un numero che suo malgrado segnerà una tappa nella storia dell’editoria, così come il 1455 entrò a far parte di questa storia per essere l’anno in cui fu stampata la Bibbia a caratteri mobili di Gutenberg. Spieghiamo meglio. 134 è il numero di ebook che sono stati acquistati negli ultimi tre mesi su AMAZON.COM contro 100 copie dello stesso libro su formato cartaceo. Ogni 100 copie di un ‘hardcover’ (così si chiama la prima edizione a copertina rigida di un libro) sono state acquistate 134 copie dello stesso libro su formato digitale, leggibile con un computer o meglio ancora con un Kindle, il lettore di ebook creato e commercializzato dalla stessa AMAZON. La notizia non ha fatto tremare più di tanto gli editori europei, abituati a rivoluzioni lente e assimilazioni fisiologiche delle novità. Eppure il dato è importante, specie se si considera che oramai leggere un libro su monitor, kindle, iPad, è un’abitudine entrata a far parte del nostro vivere quotidiano. Chi di voi non ha mai scaricato e letto un testo in PDF? Chi non ha mai letto un articolo, una rivista, un bando da una Gazzetta Ufficiale? Finché l’utilizzo era limitato allo sporadico e a file gratuitamente disponibili in rete, nessuno sembrava preoccuparsi. Oggi però qualcosa è cambiato. Da tre mesi, su Amazon.com, per ogni 100 lettori tradizionali ci sono 134 neo-lettori che acquistano un libro appena uscito in versione digitale. Ciò vuol dire che gli americani si sono dimostrati ricettivi nei confronti di una rivoluzione culturale che cambierà l’editoria. Cerco di focalizzare qui alcuni punti che depongono a favore di questo fenomeno. Tanto per cominciare la maggior parte delle persone, soprattutto le nuove generazioni, è abituata a trascorrere molto tempo davanti a uno schermo. Che si tratti di un televisore, dello schermo di un palmare, del monitor di un computer o, per spingersi oltre, un iPod, iPhone o iPad che dir si voglia. Ciò significa che leggere un testo a video per qualche decina di minuti non è un’azione inconsueta come poteva sembrare, ad esempio, una quindicina di anni fa. Inoltre i browser e i programmi di videoscrittura ci hanno oramai abituati alla logica degli ipertesti. Il libro tradizionale racchiude al suo interno una selva di rimandi che il lettore può rendere vitali grazie alla propria esperienza, alla cultura e alla sensibilità. Se avessi letto “Delitto e castigo” a otto anni non avrei mai potuto ‘comprenderlo’. Allo stesso tempo non potrei comprendere un’opera come “Arcipelago Gulag” di Solženicyn a prescindere dal contesto storico nel quale è stata concepita. L’ebook, il libro elettronico, regala immediatamente e a chiunque la possibilità di accedere al testo e all’ipertesto, con la stessa rapidità di accesso del libro tradizionale a chi sia, però, uno studioso. In più la possibilità di disporre di un vasto catalogo, potendoci letteralmente spostare con appresso la nostra libreria, farà di questo oggetto un medium vincente. A questo punto vorrei invitare a una riflessione ulteriore. Di recente Microsoft, la casa produttrice di due tra i software più utilizzati al mondo, ovvero sia Windows e Office, sta puntando le sue energie e i suoi investimenti nel settore del Cloud Computing (cloud = nuvola = immateriale). In poche parole in un futuro che è già presente i computer anziché essere equipaggiati da tutta una serie di programmi cui siamo abituati, quali word processor, fogli elettronici, database, non avrà altro che il programma che serve per navigare in rete, ovvero il browser, assieme al cuore del sistema operativo, ciò che basta per accendere un computer e usarlo da subito. I programmi saranno collocati su un server remoto e da lì basterà accedere a tutte le potenzialità con una tecnologia più ‘leggera’. Si tratta di una tecnologia che esiste già da qualche anno grazie a Google Document. Faccio un esempio. Questo articolo è stato creato, scritto e salvato senza l’utilizzo di nessun Word (o software affine) installato sul mio pc, ma solo collegandomi al mio ‘account’ personale di Google. Se applicassimo la logica del Cloud Computing ai libri otterremmo che questi ultimi (anche le nuove pubblicazioni), un giorno, potranno essere consultati e letti con un lettore (Kindle, Computer, iPad etc.) senza nemmeno il bisogno di scaricarli, senza cioè ‘possederli’. Basterà una password di accesso al sito dell’editore per avere la possibilità di leggere il titolo che desideriamo, apporre dei segnalibri, sfogliare quante volte vogliamo il testo da dovunque noi siamo, a prescindere dal mezzo che stiamo utilizzando per navigare, come se il libro non fosse altro che la pagina di un sito accessibile a pagamento. Ciò costituirebbe una rivoluzione del mezzo che si accosterebbe a una rivoluzione dello stesso concetto di proprietà intellettuale. Non stiamo parlando di futuro, ciò che ho appena scritto è quanto già si può fare con milioni di titoli e riviste presenti su Google Books (tutte le annate di Lif, come anche l’archivio storico del Corriere della Sera è online). Per non parlare dei siti di biblioteche francesi o tedesche che hanno già digitalizzato e messo a disposizione innumerevoli manoscritti e codici miniati. Immaginiamo quindi uno scenario attuale nel quale il libro vincitore del prossimo Premio Strega, ad esempio, sarà consultabile direttamente online, pagandone l’accesso e ricevendo una password utilizzabile quando vogliamo, un po’ come se si trattasse del tesserino magnetico di una biblioteca. Niente libri, niente hard-disk supercapienti da migliaia di terabyte, solo sapere immateriale e immediatamente accessibile. Un po’ come è accaduto con i lettori dvd, che oggi possono essere acquistati a un prezzo di qualche decina di euro superiore al supporto che viene in essi riprodotto, il dvd. Nessuna proprietà estesa a oggetti, ma solo licenze d’uso; sostanzialmente un avvicinamento delle logiche del software a quella che è la modalità di utilizzo dell’opera d’ingegno, fino a poco tempo fa quasi sempre localizzata sul supporto cartaceo di un libro. D’altronde la dicotomia libro-opera non è di molto simile a quella tra software e hardware? Ci avviciniamo al giorno in cui i lettori di ebook consumeranno poco, saranno maneggevoli, permetteranno di leggere un patrimonio accessibile online, a prescindere che si tratti di un libro acquistato oppure no, e nel frattempo c’è chi continuerà ad acquistare libri per il gusto di leggere e possedere un’opera che sia univocamente legata all’oggetto che la contiene. Il mondo sarà forse popolato da foucaultiani archeologi del sapere, in visita a biblioteche storiche? Ma questa è soltanto una delle sfide che attendono l’editoria al varco del prossimo futuro. La seconda rivoluzione si chiama ‘self-publishing’ (autopubblicazione) e pubblicazione on-demand (trad. ‘su richiesta’). LULU è il nome del sito americano, famoso almeno quanto Amazon.com, che da la possibilità a chiunque di pubblicare e mettere in vendita il proprio libro, realizzato in modo impeccabile. In Italia il sito specializzato che è cresciuto di più negli ultimi due anni è IlMioLibro.it. Ebbene, quest’ultimo ha di recente siglato un accordo con il circuito di librerie e punti vendita Feltrinelli che prevede, tramite il pagamento di un abbonamento annuale, la possibilità di mettere in vendita il proprio libro nel circuito più importante di librerie presente in Italia. Quello che deve fare un autore è semplice, dopo avere scritto e impaginato il libro basta caricare il proprio testo online sul sito, metterlo in vendita e usufruire dell’abbonamento. Dopodiché un lettore che voglia acquistare il libro ha davanti a sé tre scelte. La prima, più semplice, di acquistare il libro online, facendosene recapitare una copia cartacea a casa. La seconda, in linea con quanto scritto sinora, è quella di acquistare a un prezzo di poco inferiore l’ebook dell’opera. La terza, affascinante, è quella di entrare in una libreria Feltrinelli e ordinare il libro che verrà stampato su richiesta e inviato nel punto vendita in due/tre giorni, gli stessi tempi che ci vogliono per far arrivare in libreria un testo già edito da un editore. Come vedete questa rivoluzione impone riflessioni non solo al sistema editoriale ma anche a quello della distribuzione, centrando sull’autore la possibilità di veicolare la propria opera, e sul suo essere più o meno noto e seguito da un certo numero di lettori. In Italia i Wu Ming (wumingfoundation.com) sono stati pionieri di questo nuovo sistema editoriale. La loro esperienza è interessante come ‘caso’ anche perché i Wu Ming hanno sempre puntato sulla trasparenza, anche commerciale, delle loro progettualità editoriali. Di recente hanno divulgato il numero di scaricamenti che sono stati effettuati dei loro romanzi. La cosa che si nota subito, cifre alla mano, è la caduta dello spauracchio di ogni editore vecchio-stampo, ovvero sia il terrore che le persone scaricando il libro non vadano a comprare il libro. Le due cose non sono in contrasto, chi legge il libro scaricato desidera proseguire o affiancare la lettura sul supporto cartaceo, “senza spina” come direbbe il mio editore, Cosimo Lupo. Per restare nel nostro ambito cito l’esperienza di Musicaos.it, la rivista elettronica che ho fondato nel 2004 e sulla quale pubblicammo ben tre romanzi elettronici, i quali ebbero diverse migliaia di scaricamenti, oltre che un certo riscontro sulla stampa, cartacea e web. Per chi voglia approfondire le implicazioni di questo discorso e del diritto d’autore, suggerisco invece l’acquisto di un libro proprio da LULU. Il testo si intitola “Perché abolire la SIAE”, l’autore è Salvatore Primiceri, che oltre a essere uno scrittore è anche un editore (Voilier Edizioni). A ciascuno le sue riflessioni, da questo angolo di mondo chiamato Italia, e nella fattispecie Salento, in cui l’editoria e l’artigianato del libro hanno raggiunto vette superbe e continuano a sfornare opere pregevoli. La mia opinione è che i due strumenti, il nuovo e il tradizionale, si affiancheranno per diversi anni, e non per mancanza di prontezza nella ricezione del nuovo, bensì per una scaltrezza propria di ogni lettore, nel prendere il meglio da ogni ambito. Gli editori e il mercato potranno dettare tutte le regole, come sempre, ma al lettore spetterà l’ultima parola.

Luciano Pagano pubblicato su “il Paese nuovo” di Domenica 25 Luglio 2010