Le voci, la città. In libreria


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È uscito in libreria “Le voci la città”. Contiene i racconti di David Bargiacchi, Marco Candida, Fosco D’Amelio, Beatrice Furini, Paolo Grassi, Gianmaria Nerli, Luciano Pagano, Laura Pugno, Alessandro Scotti, Catalina Villa, le poesie di Dome Bulfaro, Vincenzo Bagnoli, Laura Lucaccioni, Luigi Nacci, Luigi Pacifico, Adriano Padua, Furio Pillan, Mikica Pindzo, Marco Simonelli, Sara Ventroni e un intervento critico di Andrea Cortellessa. Il mio racconto si intitola “Luoghi d(‘)istruzione”. Approfitto di questo post per ringraziare i due curatori del volume, Gianmaria Nerli e Luigi Nacci, che, in quel di Fiesole, l’anno scorso, hanno reso possibile questo bell’incontro.

L'ultimo poeta


Giovanni Padrenostro
L’ultimo poeta

Sono seduto al tavolo con davanti un bicchiere di whisky; fumo una sigaretta e la macchina per scrivere attende impaziente che le imprimi le mie dita in corpo.
La mente è pervasa da un’unica frase: “il sole è forte e muoio affogando i miei disperati pensieri nel fluire delle tue iridi”.
Questi versi, Marco, li aveva scritti per lei, la sua Isabella, la prima volta in cui i loro corpi si erano amati.
Eravamo proprio seduti qui, in questo locale mentre lui mi raccontava del suo amore.
Ricordo che ad un certo punto entrò nel locale Isabella, si avvicinò a noi con passo lento, aveva il viso stravolto, il trucco scomposto, in disordine.
Si rivolse con gentilezza a Marco pregandolo di tornare a casa, che lei non era niente senza di lui.
Ricordo esattamente le frasi di Marco: “ma cosa cerchi in questo corpo decaduto, questo corpo capace solo di bevute notturne?”.
“L’amore!” rispose lei.
Se ne andarono insieme, abbracciati l’uno all’altra, sembravano un quadro di Munch, la danza della vita.
Marco non lo rividi più, qualche volta incontravo Isabella che mi dava delle poesie chiedendomi di leggerle, di aiutarlo, perché Marco in fondo non era cattivo, era un buon poeta.
Adesso ne ho una in mano è la trascrivo sui miei fogli: “le solide note di colori fuggiaschi/ di seta / di carne / di paura / di noia / nascondono abissi insondati / fragili specchi privi di riflesso /”.
Si racconta che Marco non usciva più da casa, che era impazzito, diventato folle ma io non credevo alle dicerie della gente, e anche se fossero state vere sapevo che aveva un’ uscita di scarto.
Così decisi di andarlo a trovare ma ogni volta che bussavo alla porta di quella piccola casetta in periferia nessuno veniva ad aprire; così decisi di rinunciare.
Isabella, dopo un po’, non si fece più viva, le nuove poesie di Marco le trovavo nella buca della lettere; erano la conferma, la mia conferma che Marco era ancora vivo.
Si raccontava per le strade che Isabella si prostituiva per racimolare soldi per l’eroina.
Si raccontava che Marco aveva l’aids.
Si raccontava che Isabella aveva abortito.
Ecco un’altra bella poesia di Marco: “il bicchiere tondo / sguainati gli occhi nel loro ondeggiare / di ricordi / dov’è la fine? / l’inizio?/”.
Il giorno del loro funerale eravamo poca gente, pochi intimi.
Quel giorno recitai le sue poesie ad alta voce accompagnato dal silenzio fluttuante del cielo limpido.
Si dice che la poesia è morta, se ciò è vero, io forse ho conosciuto l’ultimo poeta.
Lì trovarono abbracciati, consunti dalla fame, sfiancati dalla malattia che li aveva divorati.
L’ Aids aveva colpito, sinuosa e lenta come un serpente e la povertà aveva fatto il resto.
Ora si chiacchiera tanto per le vie, si dice che se la sono cercata, che la rettitudine è l’unica strada giusta, l’unico cammino che evita la morte, come se tutti non fossimo destinati inesorabilmente alla fine.
Si chiacchiera tanto di Isabella e Marco.
A volte si dubita anche che siano esistiti tanto le loro presenze erano impalpabili.
Io, qui, ho tra le mie mani la loro essenza, il loro folle e taciturno amore, la certificazione della loro esistenza, e penso che Marco aveva ragione quando diceva: “il passato è ciò che affiora dalle viscere dei nostri ricordi e c’è sempre una sorta di novità che zampilla, che si aggiunge e si mescola come in una sorte di continuum narrativo; né un inizio né una fine”.

§

Giovanni Padrenostro è nato a Caltagirone (CT) il 29/03/1980. Dopo aver conseguito una laurea triennale in Scienze della Comunicazione alla facoltà di lettere di Catania, mi sono trasferito a Bologna, dove vivo e frequento l’ultimo anno del corso di specializzazione in Cinema, Televisione e produzione multimediale al Dams. Adoro scrivere e leggere, e naturalmente sono un appassionato di Cinema. Gestico un blog personale: Stralci dal grande show (www.barnumg.splinder.com).
Due suoi racconti stanno per uscire in un’antologia per il corso “Scrivere” realizzato dalla scuola Holden e dalla De Agostini, e una raccolta di racconti con la casa editrice “Statale11editrice”.

A Melpignano "il circo capovolto" di Milena Magnani


Comune di Melpignano
Venerdì 7 marzo, ore 19.30
Convento degli Agostiniani

Incontri d’autore

[in collaborazione con il Fondo Verri ]

Sergio Blasi, Antonio Errico e Mauro Marino

presentano

Il circo capovolto
di Milena Magnani (Feltrinelli)
Letture di Piero Rapanà
Musiche di Donatello Pisanello

Venerdì 7 marzo, ore 19.30 a Melpignano presso il Convento degli Agostiniani, per gli “incontri d’autore” Sergio Blasi, Antonio Errico e Mauro Marino presentano Il circo capovolto di Milena Magnani (Feltrinelli). Le letture sono affidate a Piero Rapanà accompagnato all’organetto da Donatello Pisanelli.

Un campo rom all’estremo confine di una città. Si intravedono fabbriche in disarmo, tangenziali, supermercati. Come un villaggio con leggi e lingua proprie, il campo viene visitato episodicamente da polizia, operatori sociali, autoambulanze. C’è un capo naturalmente, burbero, diffidente, violento. Quando arriva l’ungherese Branko, l’accoglienza è fredda: deve restare ai margini fangosi del campo. Eppure a sera gli si fanno intorno i bambini, incuriositi dal suo grosso baule. Vogliono conoscere la sua storia. Ogni sera, fuori dal suo rifugio di lamiere, Branko ne racconta un pezzo. Una storia di circo e di guerra, di acrobati e campi di sterminio. Branko è l’inconsapevole discendente di una dinastia di circensi. Il nonno, tradito da quello che credeva essere un amico nell’Ungheria della Seconda guerra mondiale, ha perso la vita insieme a tutta la sua famiglia in un campo di prigionia. Il padre di Branko, unico sopravvissuto, ha celato al figlio le proprie origini. Ma il passato torna a galla, e Branko ripercorre le orme del nonno.

Scrive Milena Magnani del suo romanzo: “il tema centrale è il
porrajmos, l’olocausto rom, ma anche la possibilità di rivendicare una cultura troppo a lungo dimenticata e offesa. Io l’ho scritto per rendere omaggio a tutti gli artisti nomadi, i funamboli, i saltimbanchi, i musicisti viaggianti che sono scomparsi a Auschwitz Birkenau, a Mathausen, a Bergen Belsen e in tanti altri campi ancora. Ho scritto per loro e per i bambini che oggi giocano nelle acque dei canali, vicino alle baracche, in mezzo alle pance dei lenzuoli stesi. La verità è che si continuano a stabilire linee di confine. Senza aver fatto nulla perchè capiti, ci si trova collocati di qua o di là da una recinzione. Però io dico che si deve provare a camminare sopra la recinzione, calpestandone il filo spinato, in un eterno sconfinamento”.

il Fondo Verri a.c.
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