Ingannevoli passioni. su "Le seduzioni dell'inverno" di Lidia Ravera


Elisabetta Liguori
Ingannevoli passioni. L’ultimo romanzo di Lidia Ravera “Le seduzioni dell’inverno”

Questa volta non vorrei raccontare una trama.
Davanti ad un romanzo come questo, vorrei poter parlare di passione. Di quella di ieri, di quella di oggi. Di passione e di equivoci. Parlare cioè di quello che di mio o di altri, forse di universale, mi è parso di riconoscere dentro il nuovo romanzo di Lidia Ravera, ” Le seduzione dell’inverno” edito da Nottetempo: una storia che racconta abilmente le attuali conseguenze dei fraintendimenti amorosi.
Un buon romanzo, a mio avviso, nasce sempre da un’idea forte, una specie di intuizione quasi fastidiosa. Tale idea si nutre dell’osservazione e attraverso quella, nel bene e nel male, genera atmosfere, personaggi, eventi. A volte anche in maniera casuale. Se l’idea iniziale è davvero forte, il romanzo che ne deriva andrà lontano e sarà sempre possibile, per ciascun lettore e in ogni tempo, riconoscere, tra le altre da quella germinate, l’idea principale. In questo romanzo si conciona di umane corrispondenze, intese come frutti diversi di un diverso fraintendimento. Un po’ tutte le relazioni umane, infatti, si fondano su un malinteso, sull’efficace elaborazione di un’ immagine che risente della soggettività di entrambe le parti coinvolte, e che per questo produce cambiamenti continui e variabili. Ecco in sintesi l’idea prodromica alla storia messa in scena da Lidia Ravera, il suo romanzo incubato.
Tutto comincia in una casa: stanze caotiche che sembrano fuggire dagli oggetti o dalle quali gli oggetti stessi sembrano voler fuggire. La casa di un uomo solo, descritta esattamente come le donne sono solite immaginarla. Sudiciume e stratificarsi di detriti su detriti, tra i quali nulla lascia intuire un cambiamento imminente. A questa casa viene fatto il dono di una donna. Non dirò qui come, perché il come riguarda la trama ed è terreno impervio adatto solo al lettore. Non voglio entrarci. Dirò invece di questa donna, perché lei è l’idea prodromica. Una cameriera: tale la donna si dichiara, come tale si veste, come tale agisce, pur restando fuori da ogni schema noto sin dalla sua prima apparizione. Già la sua presenza, prima ancora della sua vista, impone ai luoghi un prurito nuovo e diverso. La tavola imbandita, un pentola che brontola sul fuoco, profumi indefiniti che evocano l’infanzia, musica impegnativa, stanze ritornate alla luce. Tutto questo, un mattino qualunque, precipita il padrone di casa in un’ansia imprevista, lasciando presagire una presenza aliena e un’armonia nuova da metabolizzare. Lui è un editor ultraquarantenne, algido, capelli sale e pepe, grande cultura, ma sguardo incupito, disilluso, avvezzo alla solitudine. Un matrimonio sbagliato alle spalle, nessun figlio, solo alcune esperienze recenti con quelle che lui chiama “Opere Prime”, cioè giovani scrittrici debuttanti, acerbe, vogliose di successo e credito. Il rigore chirurgico con il quale la Ravera descrive i suoi personaggi è strumentale al corretto svilupparsi dell’idea di partenza. Il profilo del protagonista maschile è, infatti, netto, la sua immagine riflessa nello specchio ha contorni compiuti, costituiti da mille dettagli che raccontano sapientemente un’intera generazione. Quella generazione così ben cantata dalla Ravera anche in altri suoi romanzi, quella delle scoperte e delle rivolte, quella dell’intelletto appassionato, quella che aveva mandato Flaubert a memoria. Quello descritto non è più lo stesso uomo, ormai, ma un freezer, da tempo relegato all’inverno emotivo più rigido, sia nella cura di sé, che in quella delle relazioni con gli altri. Cosa potrà mai far cambiare idea ad un uomo così? Da cosa o da chi potrà mai essere veramente sorpreso e animato un uomo deluso, ormai stabilmente planato nel suo inverno sentimentale? Sarebbe scontato chiedere ausilio all’amore, immaginare una passione autentica, se pur letteraria, capace di rimettere in movimento la partita e cancellare gli effetti di una sorta di “collettiva epocale anestesia”, come la stessa Ravera definisce la cifra stilistica degli anni che viviamo. Ma l’autrice non si accontenta dell’amore. Il romanzo trabocca di accorate definizioni del cuore e le sue maniere, ma il tema fondante l’intero plot narrativo non è semplicemente l‘amore, quanto i suoi necessari molteplici artifici.
Quella che l’autrice mette in scena, dunque, è proprio quella chiamata ancora oggi The comedy of errors, ma lo fa con i toni della truffa e della disperazione. Per mettere in atto una vera rivoluzione sentimentale, infatti, ci vuole una sorta di sorprendente e articolata epifania. Una donna epifanica, appunto. La donna immaginata dall’autrice è dunque molte cose insieme. Serva, femmina, donna, mentore, complice silenzioso. Una rappresentazione strutturata per piani e punti di vista. Non è mai chiaro infatti se questa donna menta o dica il vero; cosa riveli e cosa taccia; fino a che punto finga e perché, quanto sia reale la luce che sembra le si accenda negli occhi. Dinanzi ad una donna come questa, che sa di casa, di desco, di odorose mura domestiche, che edifica familiarità laddove prima era il deserto e che lascia intravedere altri mondi senza svelarli del tutto, senza imporli, ci si aspetterebbe la stesura immediata di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Invece tutto evolve verso la passione e il contrasto. Lei cucina splendidamente, legge Perec, parla francese, ascolta musica classica, veste notturni abiti da sera. Ha un’età indefinibile, modi riservati e biondi, eloquio raffinato e schivo. Rivela profili quasi inconciliabili con quelli propri di una colf, ma che illuminando la casa finiscono per illuminare anche chi la abita, inducendo stati di grazia e benessere. Un personaggio così si presta splendidamente al tormento amoroso, ma anche all’equivoco, all’infingimento, all’autosuggestione, che è elemento imprescindibile della passione stessa. La creazione di un personaggio come questo consente all’autrice di giocare a piacimento con le categorie tradizionali, coi ruoli maschili e femminili, con gli schemi ai quali ogni giorno nonostante tutto, siamo ancora costretti, ribaltandoli, finalmente contaminandoli.
Il romanzo racconta, in un crescendo altamente sensuale, questo evolvere della mente, del cuore e del corpo, con cadenze che a volte si tingono di giallo, in altri di erotico cinismo.

“La gabbia si apre e l’ego prende aria.”

E’ così che solitamente prende forma la passione: partendo principalmente da sé. Rompendo gli argini e rovesciandosi sul mondo. Quell’editor glaciale vede in questa donna, spuntata fuori dal nulla col suo bravo grembiulino e la crestina inamidata, tutto quello di cui lui ha bisogno. Vede un nuovo se stesso.
Lei di contro recita accortamente la sua parte, rivestendo posizioni femminili e maschili nello stesso tempo. In parte soddisfa le aspettative, in parte sfugge. Tutto s’incastra perfettamente: sogni, desideri, immagini, bisogni. La Ravera, infatti, è splendida nella descrizione di questa donna/uomo, che ha della donna il potere del corpo e la conoscenza, mentre dell’uomo le regole psichiche, i codici primitivi, gli impulsi. Pennella così i tratti di una giocatrice matura, di una regista esperta e di un’attrice navigata, che sa come farsi contenitore accogliente dell’altrui proiezioni, che sa di quale materia sono fatte le emozioni e sa come usarle. Regina della casa e del letto, fatta di vetro trasparente, è in grado di raccoglie tutta la luce all’esterno, brillando di tutto e del contrario di tutto.
Con una regina così è inevitabile lo scacco al re, come si evince dalla copertina del libro. Nel momento dell’innamoramento la narrazione sale di tono, diventa trionfale, una sorta di inno alla gioia. Il giudizio morale è sospeso e il rischio si eleva insieme alla posta in gioco. Finalmente il Sentire! I personaggi, l’editor, la sua giovane amante, la sua ex moglie, gli amici, la misteriosa cameriera, che fino ad allora erano stati elementi di un insieme omogeneo, membri diversi di uno stesso gruppo, diventano unici, ciascuno a suo modo. Perché è vero: l’amore ti estrae dal mucchio. Ti fa sentire unico e irripetibile. Ti trasforma in un eroe solitario ed illogico. Offre alle strade che percorri abitualmente un’enfasi epica, emozionale, altissima, prima sconosciuta. Ti sveglia in un letto nuovo e importante. Forse è un inganno, un gioco d’azzardo, ma accade. E ne abbiamo bisogno. Così come una donna di servizio che, per le ragioni le più varie, voglia essere amata, sarà in grado di altissime prestazioni, questa illusione è l’unica ragione per cui chi ama o crede di amare diventa capace di grandi cose. Chiedersi se stia amando davvero e perché, di chi sia la colpa o il merito, a volte può essere fuorviante.

Le seduzioni dell’inverno, Lidia Ravera, Nottetempo, 2008, €14

AMOUR FOU. Quarta edizione della rassegna "Keep Cool" organizzata da Coolclub


sabato 15 marzo – dalle 22.30
Manifatture Knos – Lecce
Ingresso 5 euro
Info
www.coolclub.it3394313397

AMOUR FOU

Prosegue la quarta edizione della rassegna Keep Cool, organizzata da Coolclub, che ospiterà anche Les fauves, El Ghor, Amari. Grande attesa per l’esibizione di Tom Verlaine

Sabato 15 marzo alle Manifatture Knos di Lecce con il concerto degli Amour Fou prosegue la quarta edizione di Keep Cool organizzata dalla Cooperativa CoolClub, con la direzione artistica di Cesare Liaci. La rassegna, realizzata in collaborazione con Nokia Trends Lab, Istanbul Cafè, Manifatture Knos e MusicClub, sarà chiusa dal concerto acustico (domenica 13 aprile a Lecce) di Tom Verlaine, leader dei Television, e Jimmy Rip.

Gli Amour Fou nascono dall’incontro fra Alessandro Raina (cantautore ed ex voce dei Giardini di Mirò), Cesare Malfatti (La Crus, The Dining Rooms), Leziero Rescigno (Soul Mio) e Luca Saporiti (Lagash). Folgorati dalla vicenda personale di una coppia di ex amanti i quattro musicisti iniziano a scrivere un disco ispirato a una storia vera di amore/odio, lungo una stagione che attraversa quarant’anni di cronaca italiana, fra pop, rock e canzone impegnata. Il risultato è un album che porta in grembo il cantautorato italiano in un viaggio fra Londra, Parigi e Berlino. Una scrittura che omaggia Battisti, Tenco, Radiohead, Notwist e Blonde Redhead.

“Senza timore di apparire forzatamente “colti” abbiamo fatto nostro un concetto diffusissimo nella cultura francese, semplicemente perché è il più efficace per definire precisamente una delle tante manifestazioni dell’amore nella storia, forse la più diffusa”, spiega il cantante Alessandro Raina. “L’amour fou è stato celebrato in tantissime opere non solo francesi, al di là di quelle omonime di Rivette e Breton, e nel nostro piccolo abbiamo cercato di aggiungere un contributo in più, sicuramente attualizzato ma al contempo molto legato a una stagione già passata. Questo disco è nato a sprazzi, trovando la sua identità solo verso la fine, quando ci è parso chiaro che sia musicalmente che narrativamente il tutto andava a comporre un piccolo affresco. Le canzoni sono uscite molto velocemente, e credo che questo sia dovuto da un lato all’aver trovato in fretta una modalità efficace per esprimere tanto il mio immaginario quanto il colore della mia voce (che ad oggi non è certo versatilissima) e dall’altro alla chiarezza di intenti che io e Leziero abbiamo sempre mantenuto nel comporre e arrangiare i brani”.

Venerdì 21 Marzo si torna all’Istanbul Cafè di Squinzano, in collaborazione con Nokia Trends Lab, la programmazione prosegue con il concerto degli Amari. L’attesissimo nuovo album degli Amari, simpatica band elettro funk un po’ bolognese e un po’ udinese, sì chiama “Scimmie d’Amore” (Riotmaker/Warner). Gli Amari nascono nel 1996 dall’idea malsana di Pasta e Dariella di vedere cosa potevano ricavare dall’hip hop se lo tormentavano un po’. Con un campionatore e parecchio spleen adolescenziale, i due iniziano una gavetta fatta di cassettine e concerti: funziona, si fanno un po’ conoscere e stringono amicizia con i 21, con i quali nel 1999 pubblicano “Il Contingente”, sguardo cattivello sull’hip hop. http://www.myspace.com/gliamari

Venerdì 4 aprile ancora all’Istanbul Cafè con i Canadians, in collaborazione con Nokia Trends Lab. Romanticismo da primo bacio. Melodie per il ballo scolastico di fine anno. Coretti da spiaggia. Ritornelli ammiccanti ed appiccicosi. I Canadians suonano con l’intento di costruire un pop colmo di canzonette adolescenziali e storie da college. Nati a Verona dalle ceneri degli Slumber, abbinano un’intensa attitudine chitarristica ad una perfetta padronanza dell’immaginario indie. http://www.myspace.com/canadianstheband

Questa quarta edizione di Keep Cool si chiude domenica 13 aprile al Db d’essai di Lecce con il concerto di Tom Verlaine affiancato da Jimmy Rip. In apertura spazio a Federico Fiumani, in versione “confidenziale”. Il nome di Tom Verlaine immediatamente rimanda alla New York di metà-fine ’70, a quel rinascimento di cui il dinoccolato e acuto chitarrista è stato tra i più luminosi protagonisti. E l’ombra lunga di quella golden age of rock si estende fino ai giorni nostri, facendo sì che ancora oggi egli continui ad essere un’icona per le generazioni più recenti di ascoltatori e musicisti (troppi da citare gli attuali debitori della sua lezione). I brani sono bozzetti in cui la chitarra del newyorchese più che ricamare tratteggia, gioca con pause e silenzi, riempie di calore i vuoti, crea paesaggi tra soundtrack e musica ambientale, concedendosi di quando in quando escursioni esotiche e vezzi blues. Fin troppo facile scomodare la musica per film o il Brian Eno più suggestivo, ma Verlaine si muove proprio su questi territori, dando la possibilità alla sua sei corde di svelare il suo lato più oscuro e talvolta claustrofobico. Nella sostanza, il leader dei Television supera la tentazione “pop” per abbracciare una sorta di cantautorato improvvisato, dove le canzoni diventano quadretti quasi impressionistici in cui sono le tessiture strumentali a farla da padrone, piuttosto che la melodia o la scrittura in sé; si prediligono tinte soffici e calde piuttosto che schitarrate e atmosfere spiccatamente “rock”, relegate al ruolo di intermezzo o raccordo. In sintesi, tanta classe d’altri tempi, sfoggiata con il solito piglio da splendido outsider, da musicista di classe, irrimediabilmente “trasversale” e, per questo, unico.

Session guitarist, cantautore, solista, compositore per il cinema e la televisione, direttore musicale e produttore, Jimmy Rip è considerato uno dei più stimati collaboratori da alcuni dei maggiori personaggi del rock, come Willie Nelson, Deborah Harry, Nishat Khan, Rod Steward, Tom Verlaine e Mick Jagger. Con queste credenziali, Rip si è accostato alla sfida creativa più gratificante della sua carriera: la produzione dell’album “Last Man Standing”, contenente 21 brani della leggenda del rock’ n’ roll Jerry Lee Lewis, che celebra l’apice della storica carriera di questo geniale creatore con il coinvolgimento di altri 22 noti artisti: Eric Clapton, B.B.King, Jimmy Page, Neil Young, Mick Jagger, Bruce Springsteen, Willie Nelson, Keith Richards, Kris Kristofferson, Kid Rock, Rod Steward, Toby Keith, George Jones, Don Henley, Buddy Guy, Merle Haggard, Ringo Starr, Ronnie Wood, Delaney Bramlett, Robbie Robertson, Little Richard e John Fogerty. Cresciuto a New York, Rip comincia a suonare la chitarra a livello professionale a 12 anni, ispirato dai primi Rolling Stones e influenzato dalle incisioni di Muddy Waters, John Lee Hooker, Howlin’ Wolf. Dopo anni di perfezionamento, diviene uno dei più apprezzati session guitarist della scena newyorkese. Nei primi anni 80 inizia una lunga collaborazione con il fondatore dei Television, Tom Verlaine. Alla fine degli anni 80, viene ingaggiato per incidere l’album da solista di Mick Jagger “Primitive Cool” e, in seguito, lo affiancherà come direttore musicale e chitarrista nel tour mondiale di supporto. Rip continua poi a comporre canzoni insieme a Mick Jagger, anche per il nuovo album solista del 1993 “Wandering Spirit”. Nel 1997, Rip pubblica un album blues solista intitolato “Way Past Blue”. Da ricordare le ampie collaborazioni con vari artisti, tra cui Rod Stewart, Hall & Oates, Kid Creole, Bette Midler, Patti Smith, Mariah Carey e Deborah Harry. In più, compone e incide colonne sonore per celebri film come “Night at the Golden Eagle” (2002) e “The Big Bounce” (2004), nonché vari specials per History Channel. A inizio 2007 Rip ha festeggiato l’uscita di “Tom Verlaine and Jimmy Rip Music for Experimental Film”, un DVD di musica originale e innovativa acclamato dalla critica, orchestrato per un film muto vintage e costato 9 anni di lavoro.

Federico Fiumani, cantante, chitarrista e scrittore, negli ultimi anni, oltre ad aver continuato a pubblicare album con i Diaframma, si è anche dedicato alla carriera solista. Nel 2006 è uscito “Donne Mie”. Ha inoltre finora dato alle stampe cinque volumi di poesie e pensieri. Recentemente Coniglio Editore ha pubblicato la sua autobiografia. “Brindando coi demoni” dà voce alla sua anima inquieta raccontando avventure inconfessabili e ripercorrendo una vita vissuta al di fuori delle regole. I Diaframma sono uno dei gruppi più rappresentativi della famosa scena fiorentina e italiana degli anni ottanta. Nascono sull’onda inglese del dark-rock decadente, esordiscono dapprima come cover band dei Joy Division, poi, nel 1982, incidono il loro primo singolo, “Pioggia”, accompagnato dal b-side “Illusione ottica”. Nel 1984 esce “Siberia” per l’etichetta indipendente IRA. Nel 1986 la new wave è morta, e “Tre Volte Lacrime” vuole essere un avvicinamento a melodie più solari ed eclettiche rispetto a quelle tenebrose dell’album precedente, con uno dei più fortunati brani di Fiumani, “Marisa Allasio”. Negli anni ’90 i Diaframma continuano su una strada decisamente lontana dal dark-punk dei primi anni, ritornando nel circuito underground con un altalenante successo commerciale. I Diaframma, prodotti dalla Self, ristampano nel 2001 i loro primi lavori, che ormai erano difficilmente reperibili, e inoltre raccolgono in due album (“Albori” e “I Giorni dell’IRA”) le sensazioni che avevano portato alla formazione di uno dei gruppi new wave più importanti nel panorama italiano. Successivamente escono “Live a Big Club 1988″(2002) e nel 2004 “Volume 13” che rimarca fin dal titolo un ruolo di spartiacque, segnando lo spazio tra i precedenti dodici album in studio e i progetti futuri.

“L’idea di fare un tour soltanto con la chitarra”, spiega Fiumani, “nacque per caso alcune estati fa quando, con i Diaframma, ci apprestavamo a suonare a Firenze in quel bellissimo posto che e’ l’Anfiteatro delle Cascine. La grande incognita di tutti i concerti all’aperto e’ il tempo e fin dalla mattina le nuvole si opposero cosi’ tanto che, stremati nel tardo pomeriggio decidemmo di rimandare l’esibizione. Come ogni buon capitano che resta sulla nave fino all’ultimo, rimasi all’Anfiteatro mentre gli altri smontavano gli strumenti e se ne andavano. Verso le nove di sera l’acqua smise di scendere e il clima era fresco e stupendo tanto che molta gente arrivava e mi diceva “dai Federico, facci almeno qualche pezzo”. Quindi salii sul palco e cantai le canzoni proprio come erano nate, solo voce e chitarra acustica. Il risultato? La gente applaudiva; di me ricordo che ero emozionato come poche volte in vita mia. Siccome di emozioni si vive, è nata la voglia di riprovarci, di vivere questa avventura come un esordio pieno di speranze e di entusiasmo”.

Programma

Amour Fou – 15 Marzo – Manifatture Knos di Lecce 5 euro
Amari
– 21 Marzo – Istanbul Cafè di Squinzano (Le) 7 euro
Canadians
– 4 Aprile – Istanbul Cafè di Squinzano (Le) 5 euro
Tom Verlaine
– 13 Aprile – Db d’essai – Lecce 20/15 euroInizio concerti ore 22.30

Ibridamenti. Due poesie.


La nostra redazione ha scelto due delle poesie selezionate per il primo tema “Amore virtuale”, nell’ambito della rassegna proposta da Ibridamenti.

vetro

ci siamo conosciuti
on line
sulla linea di fuoco
tra il mondo di carta
e la carta del mondo
dalla geografia precaria
e gli amori di vetro…
che scalda ore e ore
l’aria chiusa di una stanza
e di aria possiamo gonfiare
fare
sogni di Murano
personaggi fragili
in specchi di Saint Gobain
sebbene viviamo
a Milano
io, tu lassù nel grano,
ma dopo due anni
di treni ombelicali
da quando abbiamo perso
la guerra
perso te
perso me,
guardo ancora la tua casa
col mio occhio di vetro
nell’universo
un gelido satellite
una foto aerea su questo vetro,
perdonami
più vicino di così
non potevo

di Malacconcio


LA PIOGGIA NEL PINETO VIRTUALE

(ciò che è realmente accaduto a D’annunzio)
Taci, Ermione, offri la tua bocca,
schiudi conchiglia, il capo lieve piega
al dolce sguardo, mano che ti prega.
Dimmi che fremi quando tocca l’elsa

il filo ardente, d’umido bagnato,
che questa pioggia, a goccia a goccia, schiude
le labbra, gl’occhi, ancor di voglia nude,
nera pantera dal sorriso ambrato.

Queste tue lacrime gettate piano,
or che l’orgasmo come lampo viene,
sono per me lo stupore lontano,

virtuale la carezza sul mio pene,
il soffio di piacere che s’invola,
il gocciolar dell’acqua che trattiene.

di Marco Pellegrini

potete trovare tutte le poesie e le informazioni sullo stato attuale dell’iniziativa a questo link