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“L’uomo Gesù” di Paul Verhoeven


Paul Verhoeven
L’uomo Gesù
La vera storia di Gesù di Nazaret
prefazione di van Rob Scheers
traduzione di Franco Pari

Paul Verhoeven, fin dall’infanzia ha provato per la figura di Gesù Cristo un fascino che non escludeva dubbi e domande cruciali. Se nei suoi film ha esplorato i limiti e le zone oscure della società e della psiche, lo stesso atteggiamento ha adottato nella stesura del suo primo libro, pronto a difendere posizioni di certo non allineate con gli insegnamenti ufficiali della Chiesa. Chi fu realmente Gesù di Nazaret? Quale fu la sua vita, e cosa arrivò a rappresentare? Queste le domande che si pone l’autore. Nel corso di duemila anni, la reale entità di questo straordinario personaggio è passata attraverso la coloritura dei racconti mirabili, degli atti di fede, dei miracoli, che hanno finito per ridurlo a poco di più di un’icona rassegnata e dolente. Niente di più lontano dall’immagine del Cristo proposta da Verhoeven. Verhoeven punta l’obiettivo su alcuni dei particolari meno noti dell’uomo Gesù, fornendoci il seducente ritratto di un Gesù affabulatore, brillante e appassionato, ribelle e provocatore, in molti aspetti assai contraddittorio. Da esperto regista, Verhoeven ci fornisce nuovi elementi per un film definitivo sulla vita di Cristo, e riesce insieme a regalarci un libro acuto e personalissimo. Il suo è l’approccio coraggioso e critico del libero pensatore, che non può fare a meno di porre domande. Fu Gesù a scegliere i suoi dodici apostoli? Credeva realmente di dover morire? E cosa è avvenuto davvero al suo corpo? Le risposte di Verhoeven riescono a rendere L’uomo Gesù un libro assolutamente originale e provocatorio.

Paul Verhoeven

Paul Verhoeven è il regista di successi quali Robocop (1987), Basic Instinct (1992), Starship Troopers (1997), e Blak Book (2006). Oltre al cinema Verhoeven ha un’altra grande passione: Gesù. Dopo aver lasciato l’Olanda nel 1985, si è unito in California al “Jesus Seminar”, una prestigiosa associazione di teologi liberali che studia che cosa abbia realmente detto e fatto la figura storica di Gesù. Come contributo a tale ricerca Paul Verhoeven, laureato in matematica e fisica a Leida, ha scritto numerosi papers scientifici che formano la base del suo libro L’uomo Gesù.

Era mio padre. Ezra Pound


Giù le mani da mio padre Ezra Pound

Nel 2009 ha avuto la sorpresa di trovare sul «New York Times» un commento sulla crisi dei mutui che si apriva riportando dei versi scritti da suo padre all’alba della Seconda guerra mondiale: «Con usura nessuno ha una solida casa». Versi maturati su teorie economico-politiche che, dopo aver ispirato il suo appoggio al fascismo, contribuirono a far rinchiudere per 13 anni Ezra Pound nel manicomio criminale di Washington. Teorie che ora l’America rivaluta come intuizioni profetiche contro lo strapotere di una finanza apolide, refrattaria alle regole e non compassionevole. «Una piccola rivincita», la citazione giornalistica, nella patria che aveva bandito il poeta come un traditore. Liberandosene con una condanna alla pazzia (mai diagnosticata, comunque). Oggi sfoglia un dossier di riviste italiane e si accorge che, sempre nel nome di suo padre, cresce «la marea nera del terzo millennio»: il movimento CasaPound. Nei resoconti si parla di «iniziative sociali e culturali» promosse dal network dell’ultradestra (lotte per casa, maternità e agroalimentare autarchico), ma anche di «raduni organizzati con disciplina marziale» da una «santa teppa» che si distingue per «bomber di pelle, teste rasate e bandiere dalle simbologie gotiche».

E osserva su Internet una sequenza di video che riassumono il gusto per certe «pratiche guerriere» di questi militanti che, quando «ballano prendendosi a cinghiate», esprimerebbero solo un «vitalismo futurista», mentre invece per qualcuno le loro sarebbero delle «mimetiche prove di violenza». Mary de Rachewiltz, figlia dell’Omero americano del Novecento, riflette sulle contraddizioni del doppio ritorno poundiano. Poi si concentra sugli ultimi ritagli, e si sfoga con sgomento. «Questo è un altro modo di mettere Pound in una gabbia, com’era quella del Disciplinary training center di Pisa dove fu segregato, la Guantanamo del 1945. Un danno enorme, perché nasce da una distorsione del significato del suo lavoro e rischia di comprometterne ancora un pieno riconoscimento critico. Un abuso, perché così lo si relega in una dimensione ambigua che va oltre il reazionario, verso una cifra regressiva. E perché lo si indica, a ragazzi dalle menti confuse, come un profeta tanto più affascinante in quanto pericoloso e proibito». Per l’erede del poeta, insomma, «non si può restare sul diplomatico», nel giudicare coloro che pretendono d’essere i «nipotini di Pound». L’hanno elevato a oggetto di un culto a sfondo quasi mistico-esoterico. E l’hanno inserito tra gli antenati ideali rievocando a mo’ di slogan alcune sue frasi «più o meno fiammeggianti pescate qua e là senza logica» dalla stagione in cui sostenne Mussolini. Che «per mio padre fu un momento di frattura molto complesso». E che perciò andrebbe riconsiderato, secondo lei, sulla base di variabili spesso trascurate.

A partire dalla sua visione della storia perché, spiega, «a lui interessava l’etica più che la politica, e di Mussolini diceva che avrebbe voluto educarlo e che era stato distrutto per non aver seguito i dettami di Confucio». È una difesa che la signora de Rachewiltz, traduttrice e filologa dell’opera paterna che vive a Tirolo di Merano, si concede con disagio. Essendo parte in causa, per lei dovrebbero essere gli anglisti che hanno a cuore la memoria di Pound a «battersi contro certe indebite appropriazioni». Ma decide di intervenire, anche se il terreno è scivoloso, per offrire qualche indizio di ricerca a quanti vogliono addentrarsi in una «questione tormentata e carica di ipocrisie». La sua traccia d’esordio riguarda i malintesi sul rapporto America-Italia da parte di coloro che sostengono di voler recuperare Pound. Chi, da sinistra, emancipandolo dalla «radiazione» decretata nel dopoguerra e presumendo che avesse rinnegato le proprie idee. Chi rivendicandolo alla destra, magari quella estrema di CasaPound. Spiega: «Ci si dimentica che furono gli italiani, e intendo i fascisti, i primi a non fidarsi di lui. La sua filosofia sociale — e adesso si ammette che non era lontana dalla dottrina di Keynes — era scaturita da una folgorazione mentre studiava le carte fondative del Monte dei Paschi e vagheggiava un’Italia antiborghese in grado di recuperare la tradizione e rinnovare il Rinascimento. Sognava un Paese che rifiutasse il capitalismo trionfante in America, dove per lui erano stati stravolti i valori dei Padri Pellegrini, basta scorrere il suo libro Jefferson and/or Mussolini per sincerarsene. Voleva una gestione morale dell’economia, attraverso l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e del processo del denaro che produce denaro, ossia il divinizzato mostro dell’usura che è motore dei circuiti finanziari… Sraffa lo invitò a parlarne alla Bocconi, nel 1933, ma dubito sia stato capito».

Ancora, aggiunge la figlia di Pound, «erano sempre italiani i partigiani che lo prelevarono a Rapallo urlandogli traditore e che avrebbero potuto fucilarlo, se non avesse chiesto di essere consegnato subito alle forze americane. Lui parlò con assoluto candore e sincerità perché aveva la coscienza pulita, del resto non aveva mai tratto vantaggi dalla dittatura né fatto male ad alcuno. Si era esposto fuori da ogni zona grigia perché era nella sua natura libera da conformismi difendere ciò in cui credeva. “I stand exposed”, aveva scritto già da giovane. Ma ormai era in moto la macchina giudiziaria che l’avrebbe stritolato senza nemmeno un processo». E qui si annoda un enigma dell’amletismo poundiano. Il poeta, racconta Mary, che con la madre Olga Rudge lo seguì fino alla morte a Venezia, nel ’72, era «un uomo dalla fierezza gentile, un altruista estraneo a qualsiasi forma di violenza». Caratteri testimoniati pure da Eliot, Joyce, Hemingway e tanti altri che beneficiarono della sua generosa intelligenza e amicizia. Restano però, e pesano come imbarazzanti corpi di reato, i testi delle sue trasmissioni da Radio Roma e rivolti a Usa e Gran Bretagna nella stagione dell’ultimo fascismo. «So bene quello che disse perché ho fatto pubblicare in America tutte le trascrizioni integrali», racconta la figlia. «Per giudicare i suoi discorsi radiofonici — aggiunge — bisognerebbe mettere come tara la radicalità di uno che predica un’utopia da no-global ante litteram, che vede intorno a sé il rischio dello sfacelo e si sente “formica solitaria tra le rovine d’Europa”. Aveva detto: “È dovere di ognuno tentare di immaginare un’economia sensata, e tentare di imporla con il più violento dei mezzi, lo sforzo di far pensare la gente”».

Fu vittima di un abbaglio? «Stando alla lezione impartita dalla crisi di questi mesi, pare di no. Non del tutto. Le sue invettive nascondevano piuttosto una forma di ira ingenua, espressa a volte in forme furibonde. Voleva arrivare al paradiso possibile, alla città eterna… Aveva una visione dantesca ed era molto critico verso Roosevelt, che era sceso in conflitto con l’Italia, e verso i finanzieri di Wall Street (e, faccio notare, che cosa dice in questi giorni il presidente Obama contro le banche?), in larga parte ebrei, ciò che favorì l’accusa di antisemitismo. Accusa ingiusta e basta pensare che i suoi più cari amici erano appunto ebrei — Aldo Camerino, Giorgio Levi, Manlio Torquato Dazzi e tanti altri — senza contare che nessuno di noi sapeva nulla della Shoah… Va considerato che Pound era un poeta, e quando un poeta si arrabbia pronuncia frasi terribili, sragiona, e lo stesso Dante bestemmiava contro la sua patria… Era tempo di guerra, una guerra che le parole dei poeti non potevano fermare. Non letteratura e propaganda ci voleva, ma saggezza». Dunque, Pound riteneva di non aver fatto nulla di male, di aver esercitato un «diritto alla protesta» sancito dalla Costituzione americana, «che voleva salvare nei suoi valori originari assieme alla cultura dell’Europa». Ma come giudicò se stesso, a posteriori? Si pentì? «Riconobbe i suoi sbagli, certo, e ci sono i frammenti poetici della vecchiaia a dimostrarlo: “Ammettere i propri errori senza perdere la rettitudine”… “Un uomo che cerca il bene e fa il male”. Ma senza rinnegare se stesso o il fascismo in quanto tale, perché non era affar suo. E neppure poteva ritrattare la sua convinzione che il fascismo, allora, andasse bene in Italia, restando in fondo convinto di aver fatto una cosa giusta: era stato il primo a capire il dramma, sociale e culturale, al quale avrebbe portato una certa economia…».

«Nei suoi ultimi dieci anni di vita — conclude Mary de Rachewiltz — non parlò più con nessuno, e con noi familiari appena il necessario. Ora, siccome per la legge americana chi sta muto si dichiara innocente, quel silenzio poteva essere interpretato come una dichiarazione d’innocenza. Ma pentirsi di errori di giudizio non significa rinnegare. La realtà era più complessa: mio padre si era reso conto che non riusciva a farsi capire. “Il silenzio è la voce di Dio”, mi disse il prete di San Giorgio dopo aver celebrato il suo funerale. Evidentemente, se continuano a fraintenderlo, quella sua lunga pausa non è bastata».

incontro tra Mary de Rachewiltz e Marzio Breda
Corriere della Sera, 1 Aprile 2010

“Finestra”, inedito di Paolo Ferrante


Finestra
Paolo Ferrante

Asfalto a ponente
e intanto le antenne
a sfidare
in un coito
le sgraziate
nuvole preziose,
scompaiono
i nei
dalla tua schiena
infinita:
Cassiopea, Eridano,
Gran Carro.

Il sorriso
della tua piega
a riposo
si fa largo
al tocco… aspetta.
Compare
più sotto
una timida alba ricciolina

Paolo Ferrante.
Nato il 7 novembre del 1984 in provincia di Lecce, Paolo Ferrante esordisce come poeta nel marzo 2006 pubblicando online la raccolta di poesie Gerogrammi sulla rivista musicaos.it. Dal gennaio 2007 è membro dell’associazione culturale “C-Arte” con la quale opera realizzando reading poetici e performance artistiche. Su internet è conosciuto con lo pseudonimo di Evertrip, ed è webmaster all’indirizzo www.evertrip.tk, nel quale sono raccolti i blog di musica e poesia.

Recensione de “Le commedie del buio”, primo libro di Paolo Ferrante.

(foto, Eridanus da Uranometria)

Viaggio per altri versi 2: Verso sud


“Tango” di Paola Scialpi, inaugurazione sabato 24 aprile a Lecce


ITINERARIO ROSA 2010 – Comune di Lecce
Laboratorio di ricerca sull’Arte Contemporanea – Lecce
Overecoitalian digital media news release

Presentano la personale di pittura
Tango di Paola Scialpi

Dal 24 al 30 aprile 2010 presso l’Ex Conservatorio S. Anna, via Libertini – Lecce

Inaugurazione/Evento
sabato 24 aprile ore 18,30
con la performance di Tango Argentino del maestro Pino Belgioioso

In un periodo di crisi globale l’artista Paola Scialpi ha voluto realizzare qualcosa di estremamente bello, ludico e gioioso: “Tango” è il titolo della sua personale di pittura, dove presenta venti opere dedicate al più sensuale ed elegante dei balli, ovvero il tango argentino. In queste opere non c’è posto per l’essere maschile spesso relegato in secondo piano, proprio mentre risuonano le note della danza e mentre una donna archetipo della leggendaria Eva si serve del tango per sfoderare le sue “armi” migliori in fatto di seduzione. Una gamba tornita che fa capolino tra le balze di una gonna rossa o una scollatura ardita e generosa, la fanno diventare vera e indiscussa protagonista di un percorso di seduzione che rifuggendo da baluardi di fumose rivendicazioni, conquista l’uomo che si lascia morbidamente trascinare nel vortice ritmato della passione. L’artista torna alla leggerezza con i suoi colori che da anni la caratterizzano, il bianco, rosso e nero che sembrano rappresentare perfettamente le atmosfere del tango argentino, regalandoci dunque prospettive nuove e spesso inconfessabili della natura femminile

Orari: /\10.00-13.00/\17.00-20030/\

Comunicazione a cura di Overeco – italian digital media news release

Esce “Gli incendiati”, romanzo di Antonio Moresco.


Un uomo “completamente infelice”, nauseato dal mondo e dall’esistenza, prende la macchina e parte senza una meta. Si ferma in una località di mare, in un grande albergo, dove si nasconde e, come un insetto, spia la vita delle famiglie, delle persone in vacanza. Fa caldo, il mare è oleoso, l’atmosfera viscida e appiccicosa, l’afa genera piccoli incendi lungo la costa arida. Ma una notte scoppia l’allarme: un incendio gigantesco si avvicina, le fiamme incombono, i villeggianti fuggono dall’albergo. Così il protagonista, che riesce a mettersi in salvo su una collina da dove può rimirare lo spettacolo terribile del fuoco. Ma si sente osservato, si gira. Dietro di lui c’è una donna meravigliosa, che gli dice: “Guarda… ho incendiato il mondo per te!”. E, subito dopo: “Vuoi bruciare con me?”. Un istante ancora, e la donna è scomparsa. Comincia un’ossessione, un inseguimento, un romanzo d’amore rovente e incalzante come un film d’azione.

Antonio Moresco da “Il primo amore”:

E’ una cosa che non avevo previsto e che è nata per un’improvvisa e incontenibile urgenza, mentre mi stavo preparando a gettarmi per molti anni (se mai li avrò) nell’impegnativa impresa che mi aspetta: il terzo, vasto romanzo che chiuderà l’orbita cominciata con Gli esordi e proseguita con Canti del caos.
Oggi, a tre giorni di distanza dalla data d’uscita di questo piccolo libro alieno, leggo la risposta di Roberto Saviano alle dichiarazioni di Berlusconi su Gomorra, allucinanti e gravi. Sono completamente d’accordo con Roberto ed esprimo la mia solidarietà a lui ma anche alle persone che, all’interno della casa editrice, hanno svolto in questi anni un lavoro onorevole e hanno agito in libertà pubblicando libri coraggiosi e buoni. Negli ultimi tempi, dopo avere peregrinato tra vari editori, ho pubblicato alcuni libri in case editrici del gruppo Mondadori. Per quanto mi riguarda, posso dire che nessuno ha mai cercato di limitare la mia libertà né le mie opinioni, di scrittore e di uomo.
Spero che le persone che lavorano all’interno della casa editrice riescano a difendere il lavoro che hanno degnamente svolto e le scelte fatte in questi anni e che sia così anche nel futuro. In caso contrario, se la Mondadori e il suo gruppo diventassero un luogo militarizzato, io -per quel poco che conta- non ci potrei più stare.

Il mio romanzo si intitola Gli incendiati e comincia così:

«Allora ero completamente infelice. Nella mia vita avevo sbagliato tutto, fallito tutto. Ero solo. Lo avevo capito di colpo, in una notte di forte pioggia in cui non riuscivo a dormire, e ne ero rimasto annientato. Non c’era libertà intorno a me, non c’era amore. Solo aridità, asservimento, vuoto, vita che sembrava morte.
Il paese dove vivevo era fottuto, tutto il mondo era fottuto. C’erano solo delle strutture che lottavano le une contro le altre per succhiare ciò che restava del midollo del mondo. Tutta la vita era sotto la cappa della morte. Uomini e donne perpetuavano la menzogna dell’amore. Andavano in giro inalberando i vessilli dei loro volti morti. Sbadigliavano esageratamente, per strada, guardare dentro le loro bocche spalancate era come affacciarsi a una latrina piena di merda morta.
Mi ero separato da tutto e da tutti. Avevo troncato ogni legame. Mi ero gettato il mondo alle spalle. Se ero solo, meglio essere solo da solo. Ero uscito di strada, ero deragliato. Inutile raccontare dov’ero finito, le cose che ho fatto. Non sono tenuto a dirlo. Il tempo cambiava, la luce cambiava. Ma io non vedevo niente. Mi muovevo come un sonnambulo in una foresta di corpi morti.

Era arrivata l’estate. La città dove vivevo si cominciava a svuotare. La gente caricava al buio le auto e fuggiva. Ma io non sapevo dove andare. Non avevo voglia di niente. Camminavo sui marciapiedi dall’asfalto molle per il caldo e provavo solo la vertigine di essere solo da solo invece che in mezzo agli altri, dopo che mi si era aperta la mente e avevo capito come stavano veramente le cose.
Di notte restavo con gli occhi sbarrati nel buio, non riuscivo a dormire. Arrivavano solo, di tanto in tanto, degli improvvisi momenti di sfuocamento e di assenza, che non erano veglia e non erano sonno, come degli svenimenti da cui mi svegliavo di soprassalto, col cuore in gola.
Una mattina, dopo una notte passata sveglio, svenuto, ho riempito alla rinfusa lo zaino, ho rastrellato nel cassetto i luridi soldi che avevo guadagnato negli ultimi mesi, sono salito in macchina e sono improvvisamente partito.»

§

Interessantissimo l’accenno di Antonio Moresco all’orbita incominciata con “Gli esordi” e proseguita con “Canti del caos”, a loro volta bilogia terminata in trilogia e pubblicata con Mondadori dopo l’edizione Feltrinelli/Bompiani. Un’opera complessa, quindi, che si definisce in corso come “grande terna” che a sua volta contiene pezzi non assoggettabili a questo procedimento. Onestamente siamo stufi delle trilogie, di ogni genere, specie se imposte dall’alto; quindi (sempre) meglio un’opera come questa che scava, lenta negli anni, al di là del bene e del male.

§

Gli incendiati

Cesare De Marchi a Lecce, Sabato 17 Aprile


Sabato 17 Aprile, presso la libreria Gutenberg (Via Cavallotti 1) a Lecce, presenterò insieme all’autore, Cesare De Marchi, il suo ultimo romanzo “La vocazione”, edito da Feltrinelli.

§

Luigi Martinotti lavora in un fast food. Frigge patatine, ma in realtà la sua vocazione, vivissima malgrado l’interruzione degli studi universitari, è quella dello storico. Su un tavolo della Biblioteca comunale consuma tutte le ore di libertà, ricostruendo e interpretando eventi del passato. Ci sono momenti in cui riesce addirittura a distinguere, quasi fosse una visione, l’incontro fra Attila e papa Leone. È riuscito anche a elaborare una teoria storica, secondo la quale i mutamenti della società sono il prodotto di una terribile “insofferenza dell’insicurezza”, che spinge gli uomini, cambiando continuamente, a inchiodare il mondo in un presente immobile e rassicurante. Anche la quiete apparente di Luigi Martinetti obbedisce a questa legge. La sua sensibilità, sospesa tra aspirazioni intellettuali e esposizione al fallimento, si lascia contaminare dall’imprevedibilità dei rapporti umani, ivi comprese l’intensa relazione sessuale con Antonella, cameriera del fast food, e l’inspiegabile tenerezza per il figlio di lei. Solo l’amico Giuseppe estroso insegnante affetto da una malattia genetica che lo getta in ricorrenti crisi depressive – riesce a tenere accesa la sua vocazione e a comunicargli una sorta di profonda serenità. Quando il fallimento come storico è definitivo, la sua mente vacilla.

“La vocazione”, Cesare De Marchi, Feltrinelli, ISBN: 9788807017940

“Pali”, di Spiro Scimone. Recensione di Patrizia Caffiero


Up patriots to arms, engagez-vous,
la musica contemporanea, mi butta giù

(Franco Battiato)

Al Testoni di Casalecchio di Reno, ho visto stasera Pali.

Con quattro attori, una recitazione efficacemente gridata (a ogni personaggio è riservato un diverso modo di emettere la voce che lo caratterizza), in modo da aggirare il pericolo di qualsiasi birignao, l’ottimo testo di Scimone analizza l’oggi.
Fotografa, registra la realtà, l’Italia. Con riferimenti dettagliati al presente, descrivendo persino il premier in modo diretto, pur senza nominarlo.
Allude al precariato. Accenna all’impotenza dei sindacati, racconta la quasi definitiva scomparsa delle lotte sociali dopo il crollo del principio della solidarietà (stringersi la mano, darsi la mano).

Il rimando pasoliniano è evidente nella splendida scenografia di Fiori, di cui fanno parte gli attori stessi come cinèmi di un’installazione/performance.

La scena è citazione (di una citazione) della crocifissione della Ricotta; a Pasolini si pensa anche per la scelta dei personaggi , i non vincenti del sociale, simboli di tutti gli altri marginali che sopravvivono nellìinterzona dei Nuovi Poteri; la Bruciata ricorda la serva di Teorema, salva grazie al suo mantenuto legame con una fede cristiana arcaica (il formidabile tormentone Padre, ascoltalo!)

Di più: il pensiero di Pasolini sottende eticamente tutta la sceneggiatura, si evince da un’apparentemente innocente battuta dei dialoghetti, ripetuta due volte dall’operaio Senzamani. E’ la risposta all’evocazione da parte della credente Bruciata di un redentore, di qualcuno che risolva la situazione e trasformi il fango in oro.

– Si deve fare da soli- esclama Senzamani.

Vengono in mente i decennali, ormai, leit-motiv degli intellettuali di sinistra, la loro attesa di una figura nuova, che redima palingeneticamente il paese; dimenticando che proprio a loro dovrebbe spettare il lavoro di restituire un senso.

Pasolini aveva più volte ripetuto che la rivoluzione si deve fare da soli, citando Sciascia; e Scimone conosce bene quell’affermazione, che può suonare come segno di disfatta e presa d’atto dell’assenza di un deus ex machina ideologico; ma letta al rovescio, è anche un manifesto, un annuncio di resistenza ad oltranza.

Si deve fare da soli, o in pochi, si deve fare e si fa con un piccolo gruppo, per esempio con questa compagnia che ha vinto anche il più prestigioso premio teatrale italiano, l’Ubu 2009 come Migliore Novità Italiana.

Chi rifiuta di mangiare merda, di piegare la testa in spersonalizzanti impieghi con disumanizzanti orari di lavoro si rifugia sui pali, solleva il proprio punto di vista e riconosce in chi si arrampica sui pali i propri alleati.

Oppure incita altri a issarsi su altri pali rimasti liberi. Il palo definisce la ricerca di una propria identità che va costruita senza il supporto dei tralicci delle ideologie e strappandosi dalle influenze esterne/interne omologanti.

Con un passaggio astratto il supporto ligneo che dava origine alla croce di Cristo, vissuta nella carne dalla Bruciata e dell’operaio ferito si trasforma in un simbolo quasi totemico di elevazione delle coscienze, che evoca la tentata liberazione dai condizionamenti di un Italia antropologicamente e socialmente alla deriva.

Bellissimo lavoro.

Patrizia Caffiero

Pali, testo di Spiro Scimone
regia: Francesco Sframeli
con: Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Salvatore Arena, Gianluca Cesale
scene e costumi: Lino Fiorito
disegno luci: Beatrice Ficalbi

La Santa Alleanza


Riprendo qui di seguito un articolo del “Il Manifesto” e ne linko un altro di Panorama del Dicembre 2009 (sembra un secolo) quando Umberto Bossi dava dell”Imam’ al Cardinale Dionigi Tettamanzi

La Santa Alleanza
Marco D’Eramo

Se ci avessero detto che sarebbe stata la celtica e pagana Lega a consegnare l’Italia al Vaticano, non ci avremmo mai creduto. E se ci avessero detto che la Chiesa della Caritas e dei padri comboniani avrebbe applaudito il partito della caccia all’extracomunitario, nemmeno a questo avremmo mai creduto. A dimostrazione della nostra sconfinata ingenuità.
Ma se per Enrico IV Parigi valeva bene una messa, per i cardinali Bertone e Bagnasco un embrione val bene un vu cumprà, alla faccia degli ultimi che diventeranno i primi sì, ma a essere espulsi con foglio di via. Non è facile ingoiarlo, ma una volta accettato questo principio, ci è infine chiaro perché per la curia romana votare a sinistra è più grave che molestare un minore.
Infatti a colpire non è tanto l’arcigno arroccamento del Vaticano sul tema della pedofilia dei preti; e neanche la quasi indecorosa esultanza per i proclami leghisti anti RU-486. No, è la concomitanza: a invocare il sacro diritto alla sopravvivenza degli embrioni è la stessa Chiesa che fa muro attorno ai sacerdoti molestatori. Ed è la stessa destra che ostacola la pillola a difendere i preti pedofili, come si è visto ieri quando il ministro della giustizia ha inviato ispettori contro un procuratore solo perché ha smentito la Curia e ha detto che mai «in tanti anni» è venuta dalla Chiesa una denuncia contro un prete pedofilo. Assistiamo così alla nascita di una nuova Santa Alleanza, come quella sancita nel 1815 dal Duca di Wellington e da Metternich, solo che ora, come tutte le seconde volte, è sancita da Angelino Alfano e Tarcisio Bertone.
È come se la Curia fosse colta dalla sindrome della fortezza assediata. Già una volta nel secolo scorso abbiamo visto a quali disastri ha condotto questa mentalità (nel caso dell’Unione sovietica).
Certo è che in Vaticano non se ne rendono conto: nel resto del mondo la pedofilia ecclesiastica è uno scandalo altrettanto devastante di quello delle indulgenze che suscitò la Riforma protestante cinque secoli fa. La pedofilia ecclesiastica può spazzare via il cattolicesimo da intere aree della carta geografica. Ma che cale? L’importante è riconquistare l’Italia.
E i nostri nuovi machiavelli strapaesani sono pronti a concedere tutto su aborti e pillole, a inondare di euro scuole e cliniche private cattoliche pur di assicurarsi il controllo totale del territorio. Con una bizzarra eterogenesi dei fini: domani a finanziare «Roma ladrona» (o almeno il suo più augusto potere) sarà proprio la Lega. Sembra passato un secolo da quando il giornale dei vescovi se la prendeva col nostro premier: l’Italia val bene una (o più) escort.
Così a noi italiani, padani o non, ci tocca vivere in un paradosso: secondo tutte le statistiche, siamo una società largamente irreligiosa, ma siamo immersi in una cappa clericale; siamo l’unico paese al mondo in cui i prelati dettano legge alla politica quando nel resto del pianeta il cattolicesimo rischia l’estinzione. Per parafrasare un famoso detto di Porfirio Diaz: povera Italia, così lontana da dio, così vicina al Vaticano!

‘Petrolio’ la bomba di Pasolini, di Gianni D’Elia


Il romanzo postumo di Pasolini, Petrolio, scritto tra il 1972 e il giorno della sua esecuzione (nella notte tra l’l e il 2 novembre del 1975), è come una bomba che non è esplosa. È stata disinnescata dal suo delitto, pubblicata diciassette anni dopo, quasi sicuramente monca, con un intero “paragrafo” che è volato via ed è stato fatto brillare altrove, dove i Lampi sull’Eni non hanno fatto rumore, né vera luce.

La bomba di Pasolini era la verità, la sua ricerca del filo nero che dalla morte per attentato di Enrico Mattei conduce alla strategia delle stragi degli anni più bui dell’Italia. Questa bomba socratica, per quanto già piazzata in parte e innescata sul massimo organo giornalistico della borghesia italiana degli anni Settanta, il Corriere della Sera diretto da Piero Ottone, non è mai esplosa in tutta la sua potenza, anche se il sunto del paragrafo scomparso già basta ed è bastato a tanti artificieri della letteratura e della politica, specializzati nella custodia e nel maneggio di esplosivi, per sbarazzarsene in fretta e con protervia.

Petrolio era un grande progetto d’opera, previsto in duemila pagine, di cui ci restano 522 cartelle; mettiamoci altri due o tre anni di lavoro, che uscisse nel 1978, dopo la tragedia patita da Aldo Moro. Lo apriamo, leggiamo: “La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari. (…) La bomba viene messa alla stazione di Bologna. La strage viene descritta come una ‘Visione’”. Da pagina 542 a pagina 546, edizione Einaudi 1992, saltiamo all’indietro, alle pagine 117-18, dove si parla della guerra del petrolio tra Cefis (Fanfani, fisicamente) e Monti (Andreotti, fisicamente). Pubblico, privato, potere, economia politica delle stragi. E Cefis, Eugenio Cefis, viene ribattezzato nella finzione romanzesca Aldo Troya, che “sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti)”.

Cosa sarebbe successo nell’Italia (e nel mondo, date le immancabili traduzioni all’estero) del 1978, alla lettura di queste pagine? E perché, ancora, tanta sordità storica? Quelle prove e quegli indizi che, nel famoso articolo poi ripreso negli Scritti corsari (1975), Pasolini dice di non possedere, li sta raccogliendo nel romanzo: Io so. Da quel 14 novembre 1974, quando esce Il romanzo delle stragi (che il Corriere pubblica col titolo Che cos’è questo golpe?), una settimana dopo l’incriminazione dei vertici del Sismi, il servizio segreto militare, per il fallito golpe Borghese dell’8 dicembre 1970, Pasolini viene lasciato solo come un cane, in attesa che si chiudano i conti col suo dire.

Come in un’orazione di Cicerone o nel teatro di Shakespeare, ecco l’anafora di denuncia del sapere poetico-politico che inchioda i responsabili, gli esecutori materiali, i vertici dei potenti, del Palazzo e del Cane a sei zampe, i fascisti e i neofascisti, che hanno prodotto e gestito le varie fasi di azione e di depistaggio delle stragi in Italia, da Milano a Brescia a Bologna, dal 1969 al 1974, con la complicità dei servizi segreti italiani e stranieri e della mafia. Il testimone-giornalista si affianca all’intellettuale-detective e allo scrittore-romanziere; la sintesi tra il testimone e il romanziere è operata dall’intellettuale, che riflette sul “blocco politico economico” dello stragismo, e che agisce come un investigatore dei delitti collettivi, attestando la continuità del reato di strage: il delitto Mattei, le due fasi stragiste, anticomunista e antifascista, da addossare agli opposti estremismi, prima agli anarchici e poi ai fascisti, per disfarsene dopo averli usati. Pasolini sta continuando da solo la controinchiesta collettiva sulla “Strage di Stato” (edita da Samonà e Savelli, 1970-71).

E proprio in quel famoso articolo, dove dice di sapere i nomi, ma di non avere né prove né indizi (forse anche per mettere le mani avanti e proteggersi in qualche modo dall’isolamento intellettuale e politico che sente e che patisce), ecco la pazzesca allusione sottotraccia all’opera che sta facendo, da romanziere della verità: “Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio progetto di romanzo sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti”. Progetto di romanzo, fatti e persone reali, sta parlando di Petrolio, del suo cantiere del vero e del desiderio imploso, che nel novembre del 1974 è già in stato avanzato; tanto è vero che l’articolo scritto per il Corriere pesca nel romanzo i suoi materiali, correggendo subito nella prosa d’intervento qualche errore, come ho mostrato nel mio libello Il Petrolio delle stragi (Effigie, 2006): le prime bombe sono attribuite agli anarchici, e non ai fascisti, “per creare in concreto la tensione anticomunista”; e la “verginità” che la “cricca dei politici” si devono ricostruire non sarà certo quella “fascista”, ma quella “antifascista”, “per tamponare il disastro del referendum” (sul divorzio, 12 maggio 1974). E lo studio dell’intertesto dimostra la cura dello straordinario giornalista che fu Pasolini.

Pasolini sta addosso alla prima P2, e l’articolo più famoso pesca proprio dal sunto del capitolo scomparso, Lampi sull’Eni, che egli aveva certamente già scritto, come risulta a pagina 97 di Petrolio, nonostante tutte le negazioni degli eredi e dei curatori: “ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato Lampi sull’Eni, e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria”. Era la battaglia di Laura Betti, la nostra. Dunque, chi ha sottratto questo capitolo, ora annunciato e passato per le mani della mammola Marcello Dell’Utri? Ancora un lupo palermitano, condannato per mafia e amico di piduisti al governo, sulla strada dello scrittore assassinato; quasi una nemesi al contrario della bibliofilia. Gira voce che un antiquario abbia visto il dattiloscritto di questo capitolo sparito dalla sua sede, dopo il delitto di Pasolini, ma che non sia disposto a confermarlo in pubblico; per la Mostra del Libro Antico, che si è chiusa a Milano il 14 marzo, ora Dell’Utri ha parlato di una cassa di un istituto in cui sarebbe stato conservato; e c’è un’altra voce, raccolta da un giovane ricercatore, sempre di un antiquario o consimile, che risale però al 1980, che confermerebbe di avere visto Lampi sull’Eni nella cassaforte di una banca.

Lì si raccontava la storia mista e ambigua della Resistenza bianca e repubblicana, di Mattei e di Cefis che erano nella stessa formazione in Val d’Ossola, che Pasolini sposta in Brianza (che profezia del futuro!), dei contatti di Cefis con gli americani, di soldi e di armi, della sua carriera e del suo scandalo, e infine del delitto di Mattei, sostituito alla guida dell’Eni proprio da Cefis, un anno dopo il suo allontanamento dall’ente petrolifero nazionale, dopo l’attentato del 27 ottobre 1962.

Il giudice Vincenzo Calia, dopo dieci anni di indagini, ha archiviato il caso il 20 febbraio 2003 presso il Tribunale di Pavia, provando l’attentato ma dichiarando il muro del segreto politico italiano. Come il giornalista De Mauro e il giudice Scaglione, l’uno sparito per sempre il 16 settembre 1970 e l’altro ucciso per strada a Palermo il 5 maggio 1971, Pasolini indagava su Mattei, attirato anche lui dalla calamita delle rivelazioni di Graziano Verzotto, ex uomo dell’Eni di Mattei in Sicilia ed ex capo democristiano, senatore e segretario regionale, nemico di Cefis.

Calia ha svelato per primo l’altra fonte scritta di Petrolio, il libro al veleno di Giorgio Steimetz (alias Corrado Ragozzino): Questo è Cefis, l’altra faccia dell’onorato presidente, pubblicato dalla Agenzia Milano informazioni nel 1972, finanziata da Verzotto, già presidente dell’Ente minerario siciliano in guerra con l’Eni di Cefis. Pasolini aveva letto questo libro, introvabile e fatto subito sparire dal terribile Eugenio, ricevendolo in fotocopia da Elvio Fachinelli, che aveva pubblicato alcuni discorsi di Cefis sulla sua rivista L’Erba Voglio.

Secondo due appunti segreti del Sismi e del Sisde scoperti da Calia, Cefis aveva fondato la loggia P2 per poi passarla al duo Gelli-Ortolani, per paura, dopo lo scandalo dei petroli, tra il 1982 e il 1983. Era questa la bomba di Petrolio?

Dunque, Pasolini aveva capito forse troppe cose, non solo del delitto Mattei ma anche delle stragi di Stato, di cui quel delitto è la prima pietra, o forse la seconda, se la strage di Portella della Ginestra del 1947 è la prima, fino alla strage di Bologna del 1980 e alle stragi di mafia del 1992-93, tra azioni omicide, falsi e depistaggi abnormi. Commemorando il quarantennale della strage di Milano del 1969, recentemente il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha detto: “Continuare a cercare ogni frammento di verità”.
Cefis è morto nel 2004, Verzotto è vivo e malato. Dopo tanti decenni, ci aspetteremmo dalla classe politica e dalle istituzioni ben altro che un invito al frammento.
Ci aspetteremmo l’insieme della verità sulle stragi e sui tanti delitti politici collegati, seguendo il rifiuto di Pasolini contro la separazione dei fenomeni:
1) togliere il segreto di Stato dal 1947 ad oggi;
2) fare una legge semplice, di un articolo: chi ha fatto parte degli elenchi segreti della P2 e ha tradito la Repubblica, sia interdetto in perpetuo e decada dagli incarichi pubblici.
Pasolini è morto nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975

“La fabbrica del mondo” di Luigi De Luca


La realtà, indipendentemente dal ‘modello’ filosofico impiegato nella sua estrinsecazione, altro non è che una serie di immagini differenti che si stratificano, si creano e vengono distrutte davanti a noi. Non esiste quindi un Mondo, bensì differenti mondi che si intersecano e con cui ogni uomo si trova a fare i conti, se si intende la sua singolarità come incrocio di queste complementarità. Le differenti immagini e i differenti modelli sono quindi restituiti a seconda che l’approccio sia quello del lavoro, della storia, dell’economia, della comunicazione di massa, dell’arte, della scrittura, e così si potrebbe proseguire all’infinito. Tanto per fare un esempio, alcune sfaccettature di un sottosistema della cultura, quale può essere quello della letteratura, sono incomprensibili a chi ‘sposi’ altri modelli; così come accade d’altro canto che fenomeni mass-mediatici vengano assurti a fenomeni culturali e fenomeni economici. Questi sono soltanto alcuni dei temi che trovano trattazione e spunto in questo bellissimo saggio che ‘si legge come un romanzo‘, nella misura di una trattazione piana e dal taglio divulgativo di un argomento affascinante e, di norma, relegato agli studi degli specialisti. Luigi De Luca nella presentazione che si terrà venerdì prossimo a Cursi sarà affiancato da Pier Giorgio Giacchè, Giovanni Albanese, Silvio Maselli e da Cosimo Lupo, il tutto con la moderazione della giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno, Gloria Indennitate; un’occasione per approfondire il pensiero di un autore che – come vicepresidente dell’Apulia Film Commission – si trova quotidianamente ad affrontare il legame tra la cultura e i suoi luoghi, tra il fare mondi e interpretare gli stessi.

La fabbrica del mondo
Politica ed Economia della Cultura
nell’Epoca della Globalizzazione

di Luigi De Luca

Venerdì  9 aprile alle ore 19, presso l’ex fabbrica tabacchi di Cursi, verrà presentato il libro La fabbrica del mondo. Politica ed economia della cultura nell’epoca della globalizzazione (Lupo editore), di Luigi De Luca. Nel corso del dibattito, moderato da Gloria Indennitate (giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno), interverranno alla presenza dell’autore:

Pier Giorgio Giacchè, antropologo;
Giovanni Albanese
, artista e regista;
Silvio Maselli
, direttore Apulia Film Commission;
Cosimo Lupo, editore.

Fabbricare mondi, attraverso le arti, la letteratura, la scienza, il pensiero, è la pulsione propria degli uomini. Parte da questa constatazione lo studio di Luigi De Luca che, nelle pagine del volume, analizza il contesto storico e la genesi del processo creativo, attraverso una ricerca che mette a confronto, oltre ai capisaldi, la letteratura più aggiornata sull’argomento ma anche la personale esperienza dell’autore, che da oltre vent’anni opera nel campo della cultura e delle istituzioni. In questo saggio, edito da Lupo editore, la narrazione intreccia storia sociale ed economica, politica e cultura, mettendo in scena attori e variabili che, a prima vista, potrebbero apparire in conflitto tra loro. Per questo motivo, La fabbrica del mondo è un “serbatoio di conoscenze” dove fonti specialistiche e nuove prospettive costituiscono gli ingranaggi di una ricerca che, a partire dal Rinascimento e sino ai nostri giorni, pone sotto una lente d’ingrandimento la natura della creatività, i mondi reali o possibili che prendono corpo nelle opere degli artisti, nei copioni teatrali e cinematografici e, in particolare, nella rete dei nuovi media. In anni di forte “spaesamento” e decadenza, in cui città ideali e biblioteche hanno ceduto il passo a cyber spaces, De Luca in questo primo lavoro si interroga sulla funzione etica dell’arte e sul ruolo dell’intellettuale negli anni della globalizzazione, in cui “disordine” e “metastasi mediatiche” sembrano prendere il sopravvento sui contenuti. Eppure un nuovo umanesimo è possibile ne La fabbrica del mondo, un saggio capace di appassionare come un romanzo e di parlare a un largo pubblico, non solo di addetti ai lavori.

L’autore

Luigi De Luca si è laureato presso l’Università degli Studi di Bologna con una tesi in semiologia dello spettacolo ed ha iniziato la sua carriera professionale come organizzatore teatrale per il Teatro Pubblico Pugliese di cui, successivamente, ha ricoperto la carica di membro del consiglio di amministrazione fino al 2006.
È stato responsabile dell’ufficio cultura  e dirigente del servizio politiche giovanili, integrazione e pace della Provincia di Lecce.
Dal 2000, è  direttore dell’Istituto di Culture Mediterranee per il quale ha curato diversi progetti di cooperazione culturale oltre alla rassegna di arte, musica, cinema, teatro, letteratura, Salento Negroamaro, dedicata alle culture migranti.
É anche vice presidente della Fondazione Apulia Film Commission e componente della Consulta Territoriale per le Attività Cinematografiche. Ha rivestito per lunghi anni l’incarico di assessore alla cultura e sindaco del comune di Cursi, in provincia di Lecce dove tutt’ora vive.

La fabbrica del mondo, politica ed economia della cultura nell’epoca della globalizzazione è il suo primo saggio.

Haiducii (Homo homini pitbull), excelsior 1881


Haiducii (Homo homini pitbull) di Tommaso Labranca
excelsior1881

Arrivati in Italia dalla Romania interna, i Petrescu osservano incantati il paradiso delle merci che li circonda e la facilità con cui possono accedervi tramite finanziarie capestro. Ma è una felicità fugace perché la loro vita è uno slalom tra prepotenze di ogni tipo e conti che non tornano. Haiducii è narrato in maniera destrutturata, in una serie di capitoli ambientati in anni diversi, a volte nel passato o in un futuro improbabile, e con un finale inatteso, non è un romanzo buonista: è l’espressione diretta di quella guerra tra (finti) poveri propria del nostro tempo e che qualcuno in Francia ha definito con l’espressione “homo homini pitbull”.

Tommaso Labranca è nato a Milano nel 1962. Come scrittore ha pubblicato tra gli altri “Andy Warhol era un coatto (Castelvecchi, 1994); “Charltron Hescon” (Einaudi Stile Libero, 1999); “Neoproletariato” (Castelvecchi, 2002); “Il Piccolo Isolazionista” (Castelvecchi, 2006). E’ anche attivo come autore televisivo e ha condotto per due anni una particolare rassegna stampa mattutina su Play Radio.

Haiducii (Homo homini pitbull), Tommaso Labranca, ISBN 9788861580909, 10,50 €, 208 pagine, 10,7×18 cm brossura

Vendola ha vinto, è palese.


C’è tutto quello che è stato fatto in questi ultimi anni. C’è la sinistra da costruire, ricompattare, decostruire, reinventare. Ci sono le dimissioni di Fitto sul tavolo. C’è l’elettorato della Poli Bortone che ha superato l’8%. Ci sono le schede elettorali, per fare un nome come un altro, dove i voti erano a Vendola per la regione e poi a qualche altro candidato del PDL nella lista di appartenenza, indice del fatto che a destra alcuni giochi hanno deluso. La speranza che coltivo come elettore è che le persone che ci governeranno continuino a pensare seriamente a chi li ha votati e che non accadano più scandali, che se a destra pesano a sinistra pesano ancora di più. La speranza è che il nostro candidato sappia farsi interprete, ancora una volta, delle esigenze e delle aspirazioni – soprattutto – a una vita migliore in uno dei migliori mondi possibili – la Puglia – con la speranza che il ‘modello Puglia’ diventi un esempio per tutta l’Italia. Il mio è un augurio coltivato nel desiderio che la prossima volta, recandoci alle urne, manderemo a casa il PDL. È difficile ammettere il contrario: il nostro governatore, quando parla, parla alle persone e parla di problematiche reali. Buon lavoro Nichi!

Dante inattuale?


Qui di seguito esprimo un’opinione personale dettata da un unico sentimento, un sentimento forte che cerco di raccogliere in un’unica parola e che posso catalogare soltanto alla voce amore. L’oggetto di questo amore platonico è Dante Alighieri, l’importanza che hanno avuto e che continuano ad avere per me le sue opere si unisce al rammarico per aver letto di questa iniziativa. Vi raccomando di leggere tutto l’articolo in questione, scritto da Aldo Vitale. Che dispiacere! Un dispiacere neanche tanto sottile, soprattutto perché soltanto a chi lo legge Dante può ancora e sempre parlare, soprattutto nelle scuole e non solo, da un passato che è contemporaneo e a un evo che al massimo può definirsi basso, neppure medio. L’immagine è tratta dal Dante dei Fratelli Mattioli, visitate qui il Mirabolante sito. Io penso che in Inghilterra nessuno si sognerebbe di dire che William Shakespeare non andrebbe più insegnato nelle scuole perché il suo linguaggio è antico e non è più recepibile, oppure che “Il mercante di Venezia” offende alcuni religiosi. Chissà, queste cose mi pare possano accadere soltanto in Italia.

I luoghi comuni della letteratura. Troppi editori?


Uno dei luoghi comuni che ci troviamo ad affrontare in un qualunque discorso che tocca la realtà letteraria italiana o, per altri versi, l’industria letterario-culturale italiana è quello dell’eccessivo numero di editori e, conseguentemente, di libri pubblicati. È ovvio che non si può leggere tutto. È altresì ovvio che non si può leggere tutto non solo di ciò che si pubblica, ma nemmeno di ciò che ipoteticamente ci potrebbe piacere in base ai nostri gusti, nel mare sconfinato di ciò che si pubblica. Troppi editori, troppi libri? A volte è una scusa per mettere da parte il nostro criterio di giudizio. Come dire che leggendo il menù di un ristorante diciamo che non c’è nulla di buono perché c’è troppa scelta. So già cosa pensate, che il campo è così vasto e il meglio si mescola così spesso al peggio che scegliere diventa sempre più difficile. Come fare? Basta orientarsi con onestà utilizzando alcuni semplici criteri, sì, quali? Ad esempio, in ordine sparso, la coerenza del catalogo, l’impostazione grafica, gli autori, le tematiche e altro ancora a seconda dei propri gusti. La mia opinione è che bisogna scavare, come con tutte le cose, per trovare il gioiello nascosto, la perla, il diamante nella miniera di parole – per usare una metafora cara a un’amica scrittrice. A che cosa servirebbe altrimenti tutta la nostra presupposta preparazione di lettori, scrittori, acquirenti, recensori, critici, cosiddetti “forti”? A cosa servirebbe se non per scovare ciò che potrebbe ‘restare’ nel mare magnum delle pubblicazioni? Ecco perché ogni tanto scriverò qualche articolo sul tema “i luoghi comuni della letteratura”, per circostanziare opinioni personali con esempi pratici. L’editore di cui scrivo in questo articolo è specializzato in letteratura lusofona, si tratta di “Cavallo di Ferro“. Il romanzo che suggerisco si intitola “Il sussurro della donna balena“, l’autore è Alonso Cueto.

§

«Il Sussurro della donna balena» è il rincontro di Veronica e Rebeca, vecchie compagne di scuola, venticinque anni dopo l’interruzione della loro segreta e strana amicizia. Veronica è sempre stata bella e di successo: ha un buon lavoro come giornalista di un importante quotidiano e ha una famiglia. Rebeca, al contrario, obesa ed emarginata da tutti fin da bambina, col tempo è diventata sempre più amara, solitaria e grassa. A distanza di un quarto di secolo, e dopo aver ricevuto una straordinaria eredità che l’ha resa ricchissima, riappare nella vita di Veronica. L’amicizia e i dolori del passato ritornano in modo struggente, ma tra le due si ristabilisce fin da subito l’antica gerarchia tra la brutta adorante e la bella che concede solo il minimo. Quando la persecuzione di Rebeca si trasformerà in una vera a propria ossessione delirante, Veronica cercherà una via di fuga che porterà le due donne a una drammatica, commovente e indimenticabile resa dei conti.

Il sussurro della donna balena, Alonso Cueto, Pagg.240, anno 2008, € 15,00, 14 x 21 cm, ISBN: 9788879070430

“L’inverno dell’alveare” di Devis Bellucci


A due anni di distanza dal suo primo romanzo, La memoria al di là del mare (Giraldi Editore), l’autore modenese Devis Bellucci torna alle stampe con L’inverno dell’alveare (AEB Editrice), un’originale favola di formazione ricca di metafore e abilmente tessuta. In una società che termina la propria esistenza con l’arrivo dell’inverno, si snodano le vicende di una giovane esploratrice incapace di accettare il proprio destino. Tormentata dalle domande, vola attraverso i prati in cerca dei “diversi”, i figli delle altre società capaci di superare l’inverno. Solo loro potranno indicarle che cosa siano neve, gelo ed oscurità, in modo che da permetterle di costruire una casa nuova, “che l’inverno non porti via”. “Ho scelto il linguaggio della favola”, spiega Bellucci, “per poter parlare in modo semplice a tutti, giovani e adulti. Il punto di vista, nel racconto, è quello di un’ape azzurra, mentre i diversi, spesso guardati con diffidenze dalle altre api, sono gli uccelli migratori, le lucertole, le spighe di grano, le acque di un torrente”. I personaggi della storia, senz’altro uno dei suoi punti di forza, vengono dipinti in modo sempre diverso: ora surreali, come la cavalletta festaiola che teme l’inverno del cuore e se ne infischia di quello del mondo, ora tragici, come il grande albero dalle quattro foglie che vive nel terrore di seccare. Nell’insieme, l’inverno da superare diventa metafora di un viaggio al di là del sentire comune, dove i limiti oggettivi non sono altro che invenzioni della nostra cattiva volontà. Idealmente dedicata “a chi disubbidisce con saggezza per essere un bravo esploratore”, L’inverno dell’alveare è un inno al valore dell’insegnamento e del dialogo, commovente e poetico, in cui la fervida creatività dell’autore modenese raggiunge un ragguardevole traguardo.

L’autore

Devis Bellucci è nato a Vignola nel 1977. Ha studiato fisica all’Università di Modena e Reggio Emilia, dove si è laureato e ha conseguito il Dottorato di Ricerca. Viaggiatore on the road, ha partecipato a campi di volontariato in diversi paesi, tra cui l’Albania, l’India e il Brasile. Appassionato di fotografia, ha raccolto i suoi lavori secondo due percorsi, “Il colore della terra – Impressioni di viaggio” e “Il colore delle stelle – Le strade del pensiero” in parte pubblicata on_line. A fine 2007 è uscito “La memoria al di là del mare” (Giraldi Editore), il suo primo romanzo. Attualmente è assegnista di Ricerca presso il Dipartimento d’Ingegneria dei Materiali e dell’Ambiente dell’Università di Modena e Reggio Emilia, dove si occupa di biomateriali.

“Nel segno della pecora” di Murakami Haruki


Einaudi pubblica in una nuova traduzione “Nel segno della pecora” di Murakami Haruki. “L’uccello che girava le viti del mondo” è il mio preferito, uno dei più bei libri che abbia letto. Colgo l’occasione datami dal titolo per segnalare un altro bel libro scritto da un autore giapponese, Matayoshi Eiki: “La punizione del maiale” (Il Maestrale). Il libro di Eiki è ambientato a Okinawa, estremi confini del Giappone meridionale, nel racconto iniziale un ragazzo al primo anno di università e tre bariste partono per un’isoletta dell’arcipelago in cerca di un utaki, bosco sacro della religione locale, per liberarsi dalla maledizione scatenata su di loro dall’irruzione di un maiale nel bar. Esempi dell’importanza che rivestono gli animali nella vita religiosa e quotidiana degli orientali.

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«In una semplicissima newsletter, un giovane agente pubblicitario inserisce la fotografia, in apparenza banale, di un gregge: uno degli animali, una pecora bianca con una macchia color caffè sulla schiena, suscita tuttavia l’interesse di un inquietante uomo vestito di nero, stretto collaboratore del Maestro, un politico molto potente i cui esordi si perdono nel torbido passato coloniale giapponese. Al giovanotto viene affidato l’incarico – ma si tratta in sostanza di un ordine – di ritrovare proprio quella pecora: unico indizio, la foto in questione, ricevuta per posta dal Sorcio, un amico scomparso da anni.
Accompagnato da una ragazza con le orecchie bellissime e dotata di poteri sovrannaturali, attraverserà tutto il Giappone sino a raggiungere la gelida regione dello Hokkaido, vivendo una vicenda mirabolante e al tempo stesso realistica nella descrizione di luoghi e circostanze.
Considerato l’esordio letterario di Murakami, Nel segno della pecora introduce molti dei temi cari all’autore: la solitudine dell’uomo, l’arroganza e lo strapotere della politica, la nostalgia per l’atmosfera esaltante degli anni Sessanta, la passione per il rock e il jazz, l’irrompere del surreale nella prosaicità della vita quotidiana. Un romanzo che ci trasporta in uno di quegli scenari onirici che nelle storie di Murakami fanno da cassa di risonanza ai nostri dubbi e alle nostre ansie più profonde».

Antonietta Pastore

Murakami Haruki, Nel segno della pecora, 2010, Supercoralli, pp. 298, € 19,50, ISBN 9788806193362 (Traduzione di Antonietta Pastore)

(S)Montaggio all’italiana.


Ricapitolando. Un carabiniere è indagato per avere ucciso un pusher. Il carabiniere era stato arrestato per aver fatto parte della ‘cellula’ di 4 carabinieri che ha ricattato il Presidente della Regione Lazio, Marrazzo, trovato con un trans. Violazione della privacy, violazione del domicilio, concussione, estorsione. Uccisione di un pusher. Uccisione di un altro trans, Brenda. Una storia italiana. Qui di seguito la notizia presa dall’Ansa.

§

(ANSA) – ROMA, 25 MAR È Nicola Testini il carabiniere indagato dalla Procura di Roma con l’accusa di avere ucciso il pusher Gianguerino Cafasso. Il militare era stato arrestato a ottobre quando scoppiò il caso Marrazzo. Per il gip Spinaci aveva un rapporto diretto privilegiato pluriennale con Cafasso. Intanto il carabiniere Luciano Simeone conferma agli inquirenti di aver girato il video che ritrae Marrazzo insieme al trans Natalie assieme a Tagliente‘. Testini ando’ in carcere assieme ai colleghi Simeone, Tamburrino e Tagliente. Sono accusati a vario titolo di estorsione, violazione della privacy e violazione di domicilio ma soprattutto concussione ed estorsione. La Procura li ritenne responsabili dell’irruzione nell’appartamento dove fu trovato Marrazzo in compagnia di un trans, della confezione di un video che ritraeva l’ex governatore col viado e dei successivi tentativi di vendere il video a testate giornalistiche. Ed è in questa fase di tentata vendita del video che entra in campo il pusher Gianguerino Cafasso, trovato morto in un hotel di Roma nel settembre scorso, stroncato da un’overdose. Già il gip Sante Spinaci nel motivare la custodia cautelare in carcere di Testini precisò che il maresciallo aveva avuto ‘un ruolo primario quale organizzatore dell’illecita operazione’.

Tutti i personaggi del Caso Marrazzo.

Antonio Tamburrino dice che non c’era, lui, in via Gradoli. [e fa il nome di un fotografo]

Le copie del video sono ancora in mano ai carabinieri ?

Brenda trovata morta [Video]

[continua]

Recuperare una felicità bambina. Carmelo Bene ad Alba Parietti, 1997


LEONARDO DA VINCI’S MUSICAL GIFTS AND JEWISH CONNECTIONS


L’autore di questo libro, Giovanni Pala, è un musicista che suona ogni tipo di strumento e insegna, in particolare, percussioni. Nel 1999 è stato insignito del Golden Lion Prize al Festival di Venezia. Vive tra gli Stati Uniti e l’Italia. Il titolo originale di quest’opera a dir poco sconvolgente è “LEONARDO DA VINCI’S MUSICAL GIFTS AND JEWISH CONNECTIONS“. Perché sconvolgente? Semplice, da una lettura del famoso Cenacolo di Leonardo, visto con gli occhi e le conoscenze del musicista/musicologo, Giovanni Pala ha letteralmente decriptato un filone interpretativo che ci consente di ‘leggere’ un particolare del tutto inedito e che fino a questo momento non era mai stato preso in considerazione dagli studiosi dell’Artista. L’autore rivela così al lettore l’esistenza di uno spartito musicale celato tra le mani, i pani e i frutti raffigurati nell’Ultima Cena, nonché di una preghiera in ebraico nascosta negli spazi e fra le note nel celebre affresco. Come e perché Leonardo ha occultato le note sotto gli occhi di tutti, in un’icona universale come l’Ultima Cena? Questo è forse uno dei quesiti più interessanti mai sorti attorno a questo affresco. Il libro contiene inoltre approfondimenti su dettagli poco conosciuti della vita di Leonardo. L’aspetto più interessante è certamente costituito dal fatto che un’opera per noi così riconoscibile e consueta venga sottoposta a un vaglio critico totalmente inedito, che farà impallidire per protervia critica Dan Brown e affini, dato che la lettura oltre che plausibile è condotta con metodo scientifico e resa in modo divulgativo, quindi accessibile a un vasto pubblico di non specialisti. “Leonardo’s Da Vinci musical gifts and jewish connections“, scritto da un autore italiano e pubblicato per la prima volta negli Usa, è un esempio di divulgazione scientifica di altissimo livello che fa chiarezza su un tema, solo in apparenza, oscuro.

Luciano Pagano

il Cenacolo di Leonardo sul sito di Haltadefinizione

informazioni ulteriori qui: www.davinciexperience.info

Per acquistare il libro su Amazon http://www.amazon.com/Leonardo-Vincis-Musical-Jewish-Connections/dp/0935047719/ref=sr_1_1?ie=UTF8&s=books&qid=1264480993&sr=8-1

I segreti musicali di Leonardo


L’autore di questo libro, Giovanni Pala, è un musicista che suona ogni tipo di strumento e insegna, in particolare, percussioni. Nel 1999 è stato insignito del Golden Lion Prize al Festival di Venezia. Vive tra gli Stati Uniti e l’Italia. Il titolo originale di quest’opera a dir poco sconvolgente è “LEONARDO DA VINCI’S MUSICAL GIFTS AND JEWISH CONNECTIONS“. Perché sconvolgente? Semplice, da una lettura del famoso Cenacolo di Leonardo, visto con gli occhi e le conoscenze del musicista/musicologo, Giovanni Pala ha letteralmente decriptato un filone interpretativo che ci consente di ‘leggere’ un particolare del tutto inedito e che fino a questo momento non era mai stato preso in considerazione dagli studiosi dell’Artista. L’autore rivela così al lettore l’esistenza di uno spartito musicale celato tra le mani, i pani e i frutti raffigurati nell’Ultima Cena, nonché di una preghiera in ebraico nascosta negli spazi e fra le note nel celebre affresco. Come e perché Leonardo ha occultato le note sotto gli occhi di tutti, in un’icona universale come l’Ultima Cena? Questo è forse uno dei quesiti più interessanti mai sorti attorno a questo affresco. Il libro contiene inoltre approfondimenti su dettagli poco conosciuti della vita di Leonardo. L’aspetto più interessante è certamente costituito dal fatto che un’opera per noi così riconoscibile e consueta venga sottoposta a un vaglio critico totalmente inedito, che farà impallidire per protervia critica Dan Brown e affini, dato che la lettura oltre che plausibile è condotta con metodo scientifico e resa in modo divulgativo, quindi accessibile a un vasto pubblico di non specialisti. “Leonardo’s Da Vinci musical gifts and jewish connections“, scritto da un autore italiano e pubblicato per la prima volta negli Usa, è un esempio di divulgazione scientifica di altissimo livello che fa chiarezza su un tema, solo in apparenza, oscuro.

il Cenacolo di Leonardo sul sito di Haltadefinizione

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Presenze femminili e assenze femminili.


What If, Coldplay – Immagini tratte dal film “Lars e una ragazza tutta sua” (2007) di Craig Gillespie. In questo periodo, pura coincidenza, sto leggendo quattro libri tutti scritti da bravissime autrici, in ordine sparso “Divento” (Lupo Editore) di Anna Maria De Luca, “Il pesce pietra” di Maddalena Mongiò (PerroneLab), “Quando non ci sarò” (Lupo Editore) di Maria Viteritti e, per finire, “La sposa gentile” (e/o) di Lia Levi.

“Pietro Guida a Carosino”. Gianluca Marinelli a Lecce. Giovedì 18 Marzo 2010


Giovedi 18 marzo
alle ore 19:30
presso l’
Associazione Culturale Transito (cantine d’arte e musica)
Corte dei Mesagnesi n. 36 a Lecce

Tra una partita a carte e un bicchiere di vino, Gianluca Marinelli presenterà il libro “Pietro Guida a Carosino”. Il piccolo volume raccoglie, con la giusta dose di leggerezza e con puntualità critica, il lavoro ( di curatore, operaio-instancabile) svolto dallo stesso nei mesi che hanno visto la messa in opera della mostra antologica dello scultore Pietro Guida.
La particolarità del lavoro presentato consiste nell’essere quasi un diario di tutta l’attività didattica “alternativa” che si è svolta attorno alla mostra. Il merito di Gianluca è stato quello di aver coinvolto in maniera attiva una parte della cittadinanza di Carosino molto lontana dai circuiti artistici: gli anziani, dimostrando come la sensibilità artistica non abbia età e non sia solo prerogativa di pochi.
La mostra si è svolta dal 23 agosto sino al 4 settembre presso i locali del centro Polivalente Anziani di Carosino (Ta) e come ogni antologica che si rispetti ha messo in scena non solo le opere del maestro ma anche tutto il materiale inedito che potesse essere chiave di lettura, aggiuntiva, per i fruitori.
Gianluca stesso scrive che ha “allestito la mostra in modo tale da non ostacolare la attività normalmente svolte al centro. L’idea, anzi, era proprio quella di valorizzare tali attività (dai tornei di tresette, all’uncinetto, dalle cene casarecce organizzate con prodotti tipici, al semplice ritrovarsi per raccontare delle storie), di considerare questo patrimonio di pratiche sociali come un ulteriore materiale d’esposizione.”
Il lavoro svolto dal giovane operatore culturale si veste, alla luce di queste esperienze, di un significato profondo: non solo si propone come una lettura attenta dell’operato artistico dello scultore, ma tocca temi profondi come quello della partecipazione attiva. La scelta maturata nel tempo di far incontrare il mondo di Guida con quello del Centro Polivalente ha dato vita ad un’operazione umana di grande spessore. Con piccoli gesti, con laboratori didattici e con tanta voglia di comunicare ha creato, assieme ai suoi compagni di viaggio, un momento in cui l’arte ha raggiunto le due fasce solitamente meno considerate dal fare artistico: gli anziani e i bambini.
Pietro Guida a Carosino è un libro che dà voce alla creatività degli anziani, provetti curatori e critici d’arte…ben più lungimiranti dei tanti “addetti ai lavori”.

Gianluca Marinelli, classe 1983 è nato a Taranto, è dottore in Conservazione dei Beni Culturali e nasconde un’indole da artista…si definisce “pittore eremita”. All’attivo ha diverse pubblicazioni, tre cui ricordiamo il saggio “L’Italsider a Taranto. Gli artisti e la grande industria 1960-1974” in “Kronos Supplemento”. n.4. Ha collaborato con il Laboratorio Progetto Poiesis diretto da Giuseppe Goffredo e attualmente conduce il laboratorio artistico Arte per la società.
Il laboratorio suddetto punta, seconda la visione di Gianluca, ad un approccio critico e ludico nello studio del patrimonio storico-artistico del territorio pugliese, cercando di stimolare la creatività individuale in uno spirito di collaborazione e di coesione sociale.

Il laboratorio “Arte per la società” assieme ai laboratori ”, “Ecologia del suono”, “Lettura animata”, “Scrittura e costruzione del libro”, curati dall’associazione culturale “Lab Lib” (http://www.assolablib.it/), sono parte integrante del progetto “Caete” (Cittadinanza attiva e territorio), risultato vincitore nel 2008 del bando “Principi Attivi, giovani idee per un Puglia migliore”.
Caete” agisce nell’ambito dell’inclusione sociale e della cittadinanza attiva, fondandosi sul riconoscimento della pratica dell’arte quale strumento di animazione territoriale
INFO 328 6222623

Maddalena Mongiò presenta a Lecce “Il pesce pietra” (PerroneLab). 12 Marzo


12 Marzo, ore 18.30
Libreria Gutenberg
Via Cavallotti
Lecce

Può una telefonata cambiare radicalmente il corso di un’esistenza fino a quel momento tanto tranquilla da sembrare piatta? Luca Zante, giornalista freelance, non lo avrebbe mai immaginato fino al giorno in cui fu lui a riceverla. E da quel momento per lui tutto fu diverso, in un precipitare di eventi tra alta moda, disinvolti affari da miliardi, sesso sfrenato, lotta armata, collusioni tra politica, affari, amanti e persino un omicidio. Come salire su un ottovolante, senza sapere se e quando se ne potrà scendere.

Maddalena Mongiò per passione svolge attività giornalistica per varie testate; ha pubblicato Il portone sulla piazza, finalista Premio Rhegium 2005 – opera prima; ha scritto soggetti teatrali; scrive e studia per buona parte della notte. Per necessità lavora nel settore dell’edilizia, perché la scrittura è avara di compensi. È nata a Lecce, ma si sente cittadina del mondo.

Interverrà con l’autrice Alcide Maritati, magistrato

Maddalena Mongiò, “Il pesce pietra”, PerroneLab

Enzo Mansueto a Lecce per presentare il suo ultimo libro: “Scassata dentro” (D’If edizioni)


SCASSATA DENTRO” di ENZO MANSUETO (D’If edizioni)
Libreria Gutenberg, via Cavallotti 1 a Lecce sabato 13 marzo 2010 h. 18.30

Dialoga con l’autore Stefano Donno

“Dopo le performance epilettriche di Ian Curtis e l’ultimo estremo atto, l’uomo che r-esisteva si rifugiò nella notte, l’unica madre-vedova dark dove i lumi di punk antecedenti avrebbero abitato per essere ricordati eternamente, lottando e sputando contro-elettronica pensante contro i vampiri ultracorporei delle coscienze azzeranti. Ipnotico, ferale, ironico, disturbante e affilato come una costante lama dolce nelle tempie si muove il tessuto poetico nelle periferie perturbanti delle forme canoniche della metrica, scorporandosi al suo interno, nell’asse parallasse del testo o sulle ali di Pornography e Disintegration scassandosi nel rimare assolutamente moderno,metropolitano e global, nel remare nelle perdite corporali, scardinando lo scardinante nel continuum di una fusione musicale aderente come una pelle notturna, amplificante nel suo cono d’ombra, dove chitarre ritmano in verticale  stridore “sul bagnasciuga elettrico del sonno” e i violini possono piangere la notte o giocare con le fisarmoniche clownesche de  “l’estate barese” o proseguire nel turbine con-fuso “alla stazione” feroce dove “un branco di bambini/ azzanna un vecchio, lo morde sui gradini”. Perfetta la recitazione tutt’altro mansueta dell’Autore che il nostro sommo Bene suppongo avrebbe amato, compiuta ed efficace la mappatura sonora che unisce l’inchiostro al bianco del foglio, collante all’horror vacui, riempimento d’atmosfere minimali e fraseggi ciclici compatti fino al dettaglio più remoto, un lavoro magistrale. Scassata dentro è la Luna, questa madre-terra degli ultimi poeti, scassata è la parola che resta, venduta e sottomessa agli ultracorpi pene(n)tranti,  violentata fino all’osso, ipnotizzata, anestetizzata e incenerita dall’impero elettro-catodico. I nuovi mostri, questi ultracorpi  instancabili, hanno nomi familiari e affidabili come padri (televisione, telegiornale, varietà, reality, rete, pubblicità), come padri di famiglia che dopo l’ultimo acquisto sessuale di minorenni in zone scolastiche (vedi Scassata), ritornano ai familiari spettatori col sorriso erettorale stampato sulle labbra, del tutto indifferenti, come una questione morale in questi marci tempi, riposizionandosi “al noto microclima./Con la minestra pronta per la figlia,/ la madre esatta e un ombra strana strana”. Non c’è scampo, quindi, forse l’unico, il definitivo e crudele antidoto rimasto per l’elettrica telecianosi, in grado di agire magari  omeopaticamente o come un anticorpo anti-ultracorpo sarebbe un terapeutico, disperato, vecchio elettroshock di massa!Ma per Mansueto “Non c’è l’anticorpo. Farmaco./ Nessun sollievo al sintomo. La tarma/elettrica lavora nella piaga”. Scassata dentro, deformata è ormai la vita (“nel chiuso della notte,/nel chiuso in una capsula spaziale/col cruscotto spaziale/ di faro in faro a tondo”) fino al fondo di una notte fonda, che come fusa affonda girando in tondo in una tangenziale tonda nell’attesa disillusa e furibonda di una fondante alba profonda.”

G. Mastropasqua

Collana: i miosotìs / n. 46 pagine: 52 con cd

Info: 0832.288387

Poetry Slam a Roma. Giovedì 4 Marzo


Giovedì 4 Marzo
dalle ore 21.30
presso il locale “Baffo della Gioconda” a Roma
in via degli Aurunci, 40
zona S.Lorenzo

Il “Poetry Slam” è una gara di poesia in cui diversi poeti leggono sul palco i propri versi e competono tra loro, valutati da una giuria formata estraendo a sorte alcuni spettatori, sotto la direzione di un “maestro di cerimonie”.
Verrà applicato il “regolamento internazionale”.
La partecipazione è aperta a tutti, e saranno accettati fino a un massimo di 25 partecipanti.
È prevista la possibilità di partecipanti collettivi, i quali però avranno a disposizione lo stesso tempo dei partecipanti singoli.
Ogni spettatore verserà un obolo (due euro) all’entrata in un salvadanaio che andrà a costituire il premio per il poeta vincitore dell’evento.
È possibile iscriversi (20 poeti) inviando una email a romapoetryslam@gmail.com.
I rimanenti 5 poeti potranno iscriversi in loco il giorno dell’evento.

A proposito di esordi: “L’ombra del falco” di Pierluigi Porazzi


In questi giorni sto leggendo un bel romanzo, un esordio di Pierluigi Porazzi intitolato “L’ombra del falco“. Il romanzo in questione è uscito per i tipi di Marsilio. La vicenda è accattivante, un serial killer irrompe nella tranquilla vita di una comunità con un omicidio e una sfida. Ciò che mi ha più colpito, fin dalle prime pagine, è lo stile, capace di catturare e stimolare l’immaginazione visivo/uditivo. Per intenderci è un romanzo che scorre veloce, fitto di dialoghi, un vero e proprio ordito per un film a venire. Ci sono tutti gli elementi che presagiscono un esito simile. Spero che la lettura non mi deluda, le premesse sono buone. C’è un discorso nel discorso, quello cioè di come un esordio si inscriva in un solco del ‘già scritto’, una tradizione del noir-thriller che mette in scena figure ‘classiche’, con cui fare i conti, il commissario, il collaboratore escluso che ritorna per dare il suo apporto al caso etc.. Un compito difficile che qui mi sembra svolto con molta misura. Soprattutto in un periodo nel quale gli esordi e le loro logiche sembrano molto cari alla nostra editoria (leggi qui) la casa editrice Marsilio sta seguendo una linea che punta sicuramente alla qualità del prodotto – sembra un’ovvietà dirlo ma non lo è – anche letteraria. Un elemento che sul lungo termine non potrà non ripagare. Penso a autori come Simone Saranno, Giovanni Montanaro, Nino G. D’Attis e Franco Limardi; tutti autori Marsilio. Per chi è stanco delle solite facce.

§

Alla semplice vista dell’ombra del falco, i piccoli animali che ne sono prede si immobilizzano o scappano terrorizzati. Anche se sono appena nati, già sanno che è un predatore, è un’informazione scritta nel loro dna. L’ombra di un predatore umano sconvolge una tranquilla cittadina del Nordest. In una discarica viene ritrovato il cadavere di una ragazza. Pochi giorni dopo, alla questura arriva una busta, che contiene una lettera e un dvd, con cui l’assassino sfida la polizia, e in particolare l’ex agente Alex Nero, che viene richiamato in servizio per tentare di catturare il serial killer. La strada per arrivare alla soluzione del caso sarà tortuosa, irta di insidie e pericoli, fino alla sconvolgente rivelazione finale.

L’ombra del falco è un thriller teso e cinematografico che resterà a lungo nella memoria dei lettori. Ma anche un romanzo che dipinge con toni asciutti e taglienti il ritratto di una società malata, popolata di “mostri” anche nella realtà di tutti i giorni.

<<Questo, siete avvisati, non è il solito serial killer. Questo è un predatore. Questo fa paura. La sua ombra si allunga poco a poco dietro il nascondiglio in cui cercate inutilmente di rannicchiarvi sperando che non vi veda… E dietro quell’ombra ci sono altre ombre, e si confondono tutte con il buio… Avrete gli incubi per un bel po’, dopo aver letto questo romanzo. Fidatevi>> Gianluca Morozzi

La riabilitazione di un piccolo omicida. Lo strano caso di James Melton


Nella primavera del 1948 il nostro paese è percorso da un fremito elettorale, stanno per svolgersi le prime elezioni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. L’Italia è una Repubblica che si affaccia alla storia divisa in molteplici partiti, i più importanti dei quali sono due: Democrazia Cristiana e Partito Comunista. Una parte del nostro paese guarda agli Stati Uniti come a un esempio. La storia di cui scrivo potrebbe essere un esempio ancora oggi, non soltanto negli Stati Uniti. “Direttore del carcere adotta un giovane omicida. Al ragazzo che ha ucciso sua sorella viene data una chance per condurre una vita normale” questo è il titolo di un articolo che comparve sul settimanale statunitense Life nel numero del 12 aprile 1948. Nell’articolo si raccontava la storia dell’allora dodicenne James Melton, un ragazzino dalla faccia perbene che viveva insieme al padre e a sua sorella Phyllis Marie. I genitori del piccolo erano separati e la sorella, per come poteva, cercava di fare le veci della madre andata via di casa. I due figli si toglievano quattro anni, gli stessi che ci toglievamo io e mia sorella da piccoli, a dire il vero gli stessi che ci togliamo anche oggi io e mia sorella. Vi posso assicurare che non c’è niente di peggio che vivere la propria adolescenza con una sorella più grande di voi, e ciò alla luce dei forti conflitti domestici che si possono instaurare. Tanto per cominciare non avete a che fare con un fratello maggiore. Un fratello maggiore potrebbe essere il vostro confidente, potrebbe picchiarvi e allo stesso tempo insegnarvi a dare botte. Con un fratello maggiore potete fumare le prime sigarette e uscire insieme e fare quattro passi in città, quando arriva il momento. Per non parlare di tutte le scuse che potete inventare con i genitori per coprirvi a vicenda. Insomma, un fratello maggiore è qualcosa che facilita la crescita, soprattutto perché se vi vuole bene sa che ha appena compiuto un percorso simile al vostro e quindi vi può dare qualche dritta per cadere in piedi. Quando lui va alle superiori voi andate alle medie, e vostro fratello vi dice come fregare i professori. Quando lui si iscrive all’università voi siete alle superiori, e vostro fratello vi spiega come avvicinare le ragazze. Purtroppo James Melton non ha avuto un fratello maggiore, il caso gli ha dato una sorella, Phyllis Marie. Nel Colorado del 1948, appena finita la guerra, le case si riempiono di novità, grammofoni che diventano giradischi elettrici, il frigorifero, le pall mall nel loro pacchetto rosso, la pasta dentifricia in tubetto e le lattine di salsa tomato. James è un ragazzino con gli occhiali, uno di quei ragazzini che potrebbero tanto recitare la parte del ragazzino sfigato nei romanzi di Stephen King. Uno di quei ragazzini che magari sta zitto, ingoia un po’ di rancore e non ha nemmeno la soddisfazione di avere una sorella più piccola, come il giovane Holden, giusto per metterle a disposizione tutta la sua piccola saggezza quattrocchi. No. James ha una sorellina di quattro anni più grande, per usare un termine tecnico attinto al linguaggio contemporaneo, una rompicoglioni. O almeno così lui la vede, “mi rimproverava sempre”, saranno le prime parole che James dirà allo sceriffo che va a prenderlo a casa dopo il fattaccio. Sì perché James, stanco e insofferente per i continui rimproveri che riceve dalla sorella, un giorno di dicembre del 1947 si nasconde dietro la tenda del soggiorno. Quante volte non è successo anche a voi di nascondervi da piccoli dietro a una tenda per spaventare qualcuno che entrava nella stanza? Cose che da grandi non faremmo per non avere cattive sorprese. Quel giorno James si nasconde dietro la tenda, imbraccia un fucile calibro 22 – tutti gli americani ne possiedono uno anche nel 1948 – e spara. Cinque colpi tutti diretti alla sorella, che muore. Nel soggiorno di casa c’è ancora l’odore di polvere da sparo quando James Melton viene portato via dalle autorità. In Colorado, nel 1948, ci sono due istituti di correzione minorile dove Jimmy potrà scontare la sua pena, ovvero l’ergastolo. Esistono anche delle leggi, però, in Colorado, che impongono agli assassini, indipendentemente dall’età, il trasferimento al penitenziario di stato a Canon City. Canon City è una piccola cittadina alle pendici delle montagne, lì vicino ci sono diversi parchi, Temple Canyon, Royal George, Lincoln; da quelle parti si respira aria pulita, non ci sono sfumature, gli uomini e le donne sono tutte d’un pezzo, lavoro duro, piccole soddisfazioni. Proprio come Roy Best, duro e efficiente esperto del crimine, direttore del carcere di Canon City. È a lui che spetta il compito di prendere le impronte digitali del piccolo Jimmy, il quale arrivato in carcere viene anche aggredito e piange. Proprio così, il piccolo assassino, il dodicenne che ha appena ucciso sua sorella con cinque colpi di fucile, viene aggredito in carcere. Basta vederlo in foto per immaginare quante botte deve aver meritato dai suoi futuri compagni di galera, uno con quella faccia da saputello, magari è capitato fra le mani di qualche ragazzo appena più grande di lui, qualcuno finito in carcere per furto, un ladruncolo di galline. Lo avranno riempito di botte dal primo quarto d’ora. Roy Best vede il ragazzo e prende una decisione. Il direttore del carcere è un uomo tutto d’un pezzo, non ha figli. È giovane, sua moglie lo aspetta a casa ogni giorno con la cena già pronta sulla tavola imbandita, non c’è bisogno che lui comandi anche a casa, sua moglie è felice di obbedire, punto e basta, felice come può essere la moglie di un rispettabile e morigerato direttore di carcere negli Stati Uniti del 1947. Roy Best pensa che quel ragazzino, se avesse avuto una famiglia che lo avesse seguito e gli avesse insegnato qualcosa, a quest’ora non sarebbe lì; si capisce subito a guardarlo che un quattrocchi del genere non sarebbe in grado di far male a una mosca; Roy Best ha in mente un piano, un esperimento, qualcosa che per un attimo gli fa dimenticare di essere capitato davanti a un ragazzino che a dodici anni si è reso colpevole di omicidio premeditato. Cinque colpi di fucile. Sua sorella che non fa nemmeno in tempo a accorgersene, urlare o scappare. Cinque colpi, tutti mortali, ne sarebbe bastato uno soltanto. Il ragazzino con gli occhiali ci ha visto bene. La distanza era ravvicinata. Roy Best decide di portarsi quel ragazzino a casa, lo prende con sé come se fosse suo figlio. Decide di iscriverlo a scuola “se questo ragazzo riesce a diventare un cittadino onesto allora dovrà avere tutti i vantaggi dei suoi coetanei, nei limiti delle possibilità imposte dal caso”. In poche parole, se Jimmy va a scuola e dimostra di essere un ragazzo educato perché negargli l’adolescenza che si merita? C’è un problema, tuttavia. Il ragazzo non può andare a scuola. Va bene che Roy Best è rispettabile, va bene che la maggior parte degli abitanti della comunità riconosce in lui un benefattore, però non va bene, soprattutto ai genitori degli alunni che frequentano la scuola di Canon City. Come spiegare ai loro figli che il loro nuovo compagno di classe è un assassino? Quando i suoi compagni torneranno a casa lo inviteranno a mangiare una fetta di crostata dopo i compiti? E se un giorno qualcuno dei suoi piccoli amichetti volesse seguire il suo esempio e uccidere un familiare scomodo? Il problema di fondo è dato dal fatto che tutti i bambini vengono sgridati dai genitori che a loro volta, almeno la maggior parte – ieri come oggi – hanno (almeno) un fucile in casa. Non si può fare. Jimmy non può frequentare la scuola. Roy Best non è un tipo abituato a darsi per vinto, ingaggia una vecchia professoressa in pensione, che tutti in paese stimano, e la promuove tutrice del ragazzo, sarà lei che ogni giorno terrà le lezioni scolastiche al giovane assassino. C’è di più, lei non si reca a casa di Best per dare le lezione, è il ragazzino, invece, che la raggiunge in casa sua con la bicicletta che Roy Best gli ha regalato. Immaginate la gratitudine del piccolo. È così grato alla sua nuova famiglia da non scappare via con la sua bicicletta. È così poco votato al crimine da non pensare nemmeno una volta di nuocere alla sua vecchia insegnante, né a nessuno dei componenti della nuova famiglia. Eppure possiamo immaginare quante deve avergliene dette Roy Best, il quale non nega che il suo obiettivo è soprattutto quello di far comprendere al ragazzo, ogni giorno, costantemente, la gravità del suo gesto. Così il piccolo Jimmy Melton si ritrova a scontare la sua pena agli arresti domiciliari, nella casa del direttore del carcere di Canon City, conducendo una vita quasi normale, come difficilmente gli sarebbe stata concessa in altri luoghi e tempi, ad esempio gli Stati Uniti d’America oggi. E come sempre accade negli Stati Uniti la storia ha anche un risvolto cinematografico: Roy Best, il direttore del carcere, nello stesso 1948 ha recitato la parte di se stesso in un film dal titolo Canon City, ambientato nel suo stesso carcere; nella pellicola si racconta la fuga di dodici carcerati dal penitenziario. In Colorado è stato di recente approvato un disegno di legge per abolire la pena di morte, l’ultima esecuzione capitale in questo stato risale a quaranta anni fa. L’abolizione della pena di morte consentirebbe di risparmiare soldi sui processi, consentendo di riaprire molti ‘cold case’ irrisolti; i criminali, se scoperti, verrebbero condannati all’ergastolo. Costituisce quindi uno spunto di riflessione la vicenda di un bambino resosi colpevole di un omicidio al quale viene concessa una possibilità di riscatto al di fuori della struttura carceraria e in un regime di semi-libertà quasi immediato; specie considerando che si tratta di una vicenda svoltasi 62 anni fa.

pubblicato su “il Paese nuovo
di martedì 16 febbraio 2010

“Fuori i secondi” di Vito Antonio Conte. Una recensione.


Fuori i secondi” (Luca Pensa Editore, 2009), un titolo e allo stesso tempo una dichiarazione più che mai polivalente. “Fuori i secondi” è l’invito dell’arbitro della boxe a fare uscire dal ring tutti quelli che non hanno a che fare con l’incontro, perché restino soltanto i due combattenti; l’autore è quindi uno dei due boxeur e i suoi avversari cambiano a ogni ripresa/racconto/poesia: la vita, la sorte, l’amore, la donna, il lavoro, la fuga. L’autore del testo è Vito Antonio Conte, scrittore e poeta di quella terra di mezzo i cui abitanti non sono mai soddisfatti di ciò che hanno fatto e già si proiettano a quello che devono fare; salvo poi guardarsi indietro e accorgersi di quanta strada si è percorsa, correndo, scappando, camminando, fuggendo. Bisogna prendere il presente a due mani, incrociare la paura, attraversare il coraggio come una feritoia; e poi ancora, percorrere la propria vita come se fossimo un vagone che va adagio, senza la fretta né il pensiero di tutte le stazioni. E poi ancora, restare in piedi, round dopo round, in un ipotetico incontro di boxe che va al di là della consuetudine atletica, facendo finta che l’avversario accetti il nostro patto insano, e prosegua la lotta – per quanto osservando le regole – per lunghe e interminabili ore. E poi ancora, quando con l’occhio pesto si osserva la platea ci si accorge che gli spettatori sono rimasti pochi, quelli rimasti sono gli appassionati, gli sportivi, tutti quelli che c’erano prima e facevano baccano altro non erano se non eventuali occupatori di posto a sedere, culi per seggiole, paganti plausibili perché i pop-corn terminassero e la coca-cola non perdesse la frizzantezza. Ma poi? Cosa resta quando è finita la “sorda lotta notturna” di campaniana memoria, posta in esergo al volume? Restano frammenti sui quali puntellare le rovine di un’epoca di crisi, non solo economica, non solo letteraria, non solo affettiva. Talia, Tatoo, Last the Moon, Motel senza stelle, Jesus Dream, sono i titoli dei racconti presenti nella parte centrale dell’ultimo libro pubblicato da Vito Antonio Conte. Tra i più riusciti della raccolta ci fanno rivivere le atmosfere de “L’improbabile vera storia di un uomo chiamato Luna” (2004) o “Frammenti di un interno” (2008) con qualche ingrediente in più. Tanto per cominciare questo è un libro che può essere letto in due modi, io li ho sperimentati entrambi. Prima lo leggi d’un fiato, come una medicina che ti aiuta a farti passare quella schifosa malattia che si chiama realtà, ipocrisia, falsità. Poi lo leggi a salti, aprendolo come si aprono varchi nel buio. In questo modo ti accorgi di quanto lo stile di Vito Antonio Conte, soprattutto nella prosa, abbia guadagnato in lirismo, rincorrendo un’essenzialità e un’asciuttezza della lingua, dove tutto è necessario e nulla è ridondante. Ne è una prova la resa delle performance nelle quali l’ascoltatore ha l’opportunità di ascoltare dal vivo i racconti, dalla voce stessa dell’autore, che rende il suo ‘ragionare’ con un ritmo che sembra avvolgersi su se stesso per poi riprendersi come un vortice. Questa è una raccolta di ‘materiali’: versi, racconti, racconti che contengono versi e poesie che raccontano; secondo me le protagoniste assolute qui sono due: la Donna e la Musica. La donna in questi racconti è quasi sempre incontrata e raggiunta in uno spazio ritagliato dal mondo, come in “D’autunno“, dove viene presentato un vero e proprio idillio salentino capitato in una stagione che non lascia dubbi al caso: è l’unica in cui un uomo e una donna possono visitare uno dei luoghi caratteristici di questa terra assaporandone la natura e non il na-turismo; l’autore riesce sempre a trattare la materia, anche quando si tratti di storie andate a male, con una poesia e un pudore incredibili (anche quando si tratti di sesso), basti leggere come esempio il racconto intitolato Tatoo. La musica nella produzione di Vito Antonio Conte occupa un discorso a parte. Sempre presente fin dai primi racconti e poesie, in quest’ultimo lavoro diviene una presenza assoluta, il che è indice sia di una dose di autobiografismo maggiore rispetto al passato, sia di un invito a mescolare il più possibile gli ambiti, la scrittura e la musica, cosa che dovrebbe essere naturale dato che secondo l’autore (ma anche secondo chi scrive) il libro del mondo è scritto al 90% con i suoni e al restante 10% con le parole, che guarda caso sono anche esse suoni. L’effetto che si ottiene è di grande curiosità, il lettore è spinto a approfondire le diverse ‘citazioni sonore’, alcune delle quali consuete, altre vere e proprie chicche da intenditori che si trasformano in indizi per comprendere al meglio l’atmosfera che l’autore ha voluto rendere nella narrazione. La cifra del racconto, come già in “Frammenti di un interno”, Vito Antonio Conte l’aveva individuata, restituendoci un Salento fattuale, pragmatico, dove gli eventi si susseguono senza troppe smancerie, quasi al riparo dal mistero di cui si ammantano certi luoghi. In “Fuori i secondi” la ricerca compie un passo in avanti verso la sperimentazione, si passa dal monologo interiore al canto ritmato, alternando le voci dei personaggi ai tumulti di un pensiero sconnesso, quasi prelinguistico; momenti certo che non alterano la percezione dei racconti, essendo localizzati nei punti giusti. Un suo spazio merita anche la copertina, in tema, un quadro di Luigi Massari scelto appositamente dall’autore e riprodotto anche all’interno del volume. Un ultimo pensiero, a conclusione di queste riflessioni, mi viene ripensando al titolo. In questi giorni sto leggendo un bel romanzo scritto dal norvegese Johan Harstad, dal titolo “Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?“. Per chi non lo sapesse Buzz Aldrin è il nome di uno dei tre componenti della missione Apollo 11, per intenderci quella che ha portato l’uomo sulla Luna nel 1969. Armstrong è il primo uomo a aver messo piede sulla Luna. Aldrin è stato il secondo. Dei secondi non ci si ricorda mai. “Figuriamoci dei terzi!” scommetto che direbbe uno dei protagonisti di un racconto di Vito Antonio Conte, magari di “Motel senza stelle”. Ecco che invece, per paradosso, la maggior parte dei protagonisti di “Fuori i secondi” sono proprio i ‘secondi’ in questione, quelli che arrivano dopo, quelli che non capiscono subito da che parte va il mondo, e allora ecco che il titolo scelto dall’autore acquista un nuovo significato, perché se il ring in questione diventa la scena del mondo, una volta alzato il sipario, da dietro le quinte, siamo spinti con forza irresistibile da una voce che ci obbliga a calcare il palcoscenico, prendendo la parte che ci è stata assegnata. Quella voce grida proprio così: “Fuori i secondi”!

Fulvio Abbate. Un ricordo di Dario Bellezza


Mi ha colpito molto, navigando sul sito di Fulvio Abbate, Teledurruti (una televisione monolocale), questo ricordo del poeta Dario Bellezza.

“Mi rimangono le dediche sui libri, A Fulvio, da Dario suo, l’ho molto apprezzato benché fosse omosessuale lo avevo portato a cena a casa di mia madre, era il 1976, eravamo a Mondello, fu l’unico anno in cui prendemmo in affitto una casa, lì al mare, il cielo era alto, azzurro, sembrava che tutto dovesse cominciare, la vita si mostrava come uno scivolo, come il taboga che ti porta dalla roccia al mare, Fulvio Abbate, Teledurruti, in ricordo di Dario Bellezza, qui al Cimitero degli Inglesi di Roma”