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(S)Montaggio all’italiana.


Ricapitolando. Un carabiniere è indagato per avere ucciso un pusher. Il carabiniere era stato arrestato per aver fatto parte della ‘cellula’ di 4 carabinieri che ha ricattato il Presidente della Regione Lazio, Marrazzo, trovato con un trans. Violazione della privacy, violazione del domicilio, concussione, estorsione. Uccisione di un pusher. Uccisione di un altro trans, Brenda. Una storia italiana. Qui di seguito la notizia presa dall’Ansa.

§

(ANSA) – ROMA, 25 MAR È Nicola Testini il carabiniere indagato dalla Procura di Roma con l’accusa di avere ucciso il pusher Gianguerino Cafasso. Il militare era stato arrestato a ottobre quando scoppiò il caso Marrazzo. Per il gip Spinaci aveva un rapporto diretto privilegiato pluriennale con Cafasso. Intanto il carabiniere Luciano Simeone conferma agli inquirenti di aver girato il video che ritrae Marrazzo insieme al trans Natalie assieme a Tagliente‘. Testini ando’ in carcere assieme ai colleghi Simeone, Tamburrino e Tagliente. Sono accusati a vario titolo di estorsione, violazione della privacy e violazione di domicilio ma soprattutto concussione ed estorsione. La Procura li ritenne responsabili dell’irruzione nell’appartamento dove fu trovato Marrazzo in compagnia di un trans, della confezione di un video che ritraeva l’ex governatore col viado e dei successivi tentativi di vendere il video a testate giornalistiche. Ed è in questa fase di tentata vendita del video che entra in campo il pusher Gianguerino Cafasso, trovato morto in un hotel di Roma nel settembre scorso, stroncato da un’overdose. Già il gip Sante Spinaci nel motivare la custodia cautelare in carcere di Testini precisò che il maresciallo aveva avuto ‘un ruolo primario quale organizzatore dell’illecita operazione’.

Tutti i personaggi del Caso Marrazzo.

Antonio Tamburrino dice che non c’era, lui, in via Gradoli. [e fa il nome di un fotografo]

Le copie del video sono ancora in mano ai carabinieri ?

Brenda trovata morta [Video]

[continua]

Recuperare una felicità bambina. Carmelo Bene ad Alba Parietti, 1997


LEONARDO DA VINCI’S MUSICAL GIFTS AND JEWISH CONNECTIONS


L’autore di questo libro, Giovanni Pala, è un musicista che suona ogni tipo di strumento e insegna, in particolare, percussioni. Nel 1999 è stato insignito del Golden Lion Prize al Festival di Venezia. Vive tra gli Stati Uniti e l’Italia. Il titolo originale di quest’opera a dir poco sconvolgente è “LEONARDO DA VINCI’S MUSICAL GIFTS AND JEWISH CONNECTIONS“. Perché sconvolgente? Semplice, da una lettura del famoso Cenacolo di Leonardo, visto con gli occhi e le conoscenze del musicista/musicologo, Giovanni Pala ha letteralmente decriptato un filone interpretativo che ci consente di ‘leggere’ un particolare del tutto inedito e che fino a questo momento non era mai stato preso in considerazione dagli studiosi dell’Artista. L’autore rivela così al lettore l’esistenza di uno spartito musicale celato tra le mani, i pani e i frutti raffigurati nell’Ultima Cena, nonché di una preghiera in ebraico nascosta negli spazi e fra le note nel celebre affresco. Come e perché Leonardo ha occultato le note sotto gli occhi di tutti, in un’icona universale come l’Ultima Cena? Questo è forse uno dei quesiti più interessanti mai sorti attorno a questo affresco. Il libro contiene inoltre approfondimenti su dettagli poco conosciuti della vita di Leonardo. L’aspetto più interessante è certamente costituito dal fatto che un’opera per noi così riconoscibile e consueta venga sottoposta a un vaglio critico totalmente inedito, che farà impallidire per protervia critica Dan Brown e affini, dato che la lettura oltre che plausibile è condotta con metodo scientifico e resa in modo divulgativo, quindi accessibile a un vasto pubblico di non specialisti. “Leonardo’s Da Vinci musical gifts and jewish connections“, scritto da un autore italiano e pubblicato per la prima volta negli Usa, è un esempio di divulgazione scientifica di altissimo livello che fa chiarezza su un tema, solo in apparenza, oscuro.

Luciano Pagano

il Cenacolo di Leonardo sul sito di Haltadefinizione

informazioni ulteriori qui: www.davinciexperience.info

Per acquistare il libro su Amazon http://www.amazon.com/Leonardo-Vincis-Musical-Jewish-Connections/dp/0935047719/ref=sr_1_1?ie=UTF8&s=books&qid=1264480993&sr=8-1

I segreti musicali di Leonardo


L’autore di questo libro, Giovanni Pala, è un musicista che suona ogni tipo di strumento e insegna, in particolare, percussioni. Nel 1999 è stato insignito del Golden Lion Prize al Festival di Venezia. Vive tra gli Stati Uniti e l’Italia. Il titolo originale di quest’opera a dir poco sconvolgente è “LEONARDO DA VINCI’S MUSICAL GIFTS AND JEWISH CONNECTIONS“. Perché sconvolgente? Semplice, da una lettura del famoso Cenacolo di Leonardo, visto con gli occhi e le conoscenze del musicista/musicologo, Giovanni Pala ha letteralmente decriptato un filone interpretativo che ci consente di ‘leggere’ un particolare del tutto inedito e che fino a questo momento non era mai stato preso in considerazione dagli studiosi dell’Artista. L’autore rivela così al lettore l’esistenza di uno spartito musicale celato tra le mani, i pani e i frutti raffigurati nell’Ultima Cena, nonché di una preghiera in ebraico nascosta negli spazi e fra le note nel celebre affresco. Come e perché Leonardo ha occultato le note sotto gli occhi di tutti, in un’icona universale come l’Ultima Cena? Questo è forse uno dei quesiti più interessanti mai sorti attorno a questo affresco. Il libro contiene inoltre approfondimenti su dettagli poco conosciuti della vita di Leonardo. L’aspetto più interessante è certamente costituito dal fatto che un’opera per noi così riconoscibile e consueta venga sottoposta a un vaglio critico totalmente inedito, che farà impallidire per protervia critica Dan Brown e affini, dato che la lettura oltre che plausibile è condotta con metodo scientifico e resa in modo divulgativo, quindi accessibile a un vasto pubblico di non specialisti. “Leonardo’s Da Vinci musical gifts and jewish connections“, scritto da un autore italiano e pubblicato per la prima volta negli Usa, è un esempio di divulgazione scientifica di altissimo livello che fa chiarezza su un tema, solo in apparenza, oscuro.

il Cenacolo di Leonardo sul sito di Haltadefinizione

informazioni ulteriori qui: www.davinciexperience.info

Per acquistare il libro su Amazon http://www.amazon.com/Leonardo-Vincis-Musical-Jewish-Connections/dp/0935047719/ref=sr_1_1?ie=UTF8&s=books&qid=1264480993&sr=8-1

Presenze femminili e assenze femminili.


What If, Coldplay – Immagini tratte dal film “Lars e una ragazza tutta sua” (2007) di Craig Gillespie. In questo periodo, pura coincidenza, sto leggendo quattro libri tutti scritti da bravissime autrici, in ordine sparso “Divento” (Lupo Editore) di Anna Maria De Luca, “Il pesce pietra” di Maddalena Mongiò (PerroneLab), “Quando non ci sarò” (Lupo Editore) di Maria Viteritti e, per finire, “La sposa gentile” (e/o) di Lia Levi.

“Pietro Guida a Carosino”. Gianluca Marinelli a Lecce. Giovedì 18 Marzo 2010


Giovedi 18 marzo
alle ore 19:30
presso l’
Associazione Culturale Transito (cantine d’arte e musica)
Corte dei Mesagnesi n. 36 a Lecce

Tra una partita a carte e un bicchiere di vino, Gianluca Marinelli presenterà il libro “Pietro Guida a Carosino”. Il piccolo volume raccoglie, con la giusta dose di leggerezza e con puntualità critica, il lavoro ( di curatore, operaio-instancabile) svolto dallo stesso nei mesi che hanno visto la messa in opera della mostra antologica dello scultore Pietro Guida.
La particolarità del lavoro presentato consiste nell’essere quasi un diario di tutta l’attività didattica “alternativa” che si è svolta attorno alla mostra. Il merito di Gianluca è stato quello di aver coinvolto in maniera attiva una parte della cittadinanza di Carosino molto lontana dai circuiti artistici: gli anziani, dimostrando come la sensibilità artistica non abbia età e non sia solo prerogativa di pochi.
La mostra si è svolta dal 23 agosto sino al 4 settembre presso i locali del centro Polivalente Anziani di Carosino (Ta) e come ogni antologica che si rispetti ha messo in scena non solo le opere del maestro ma anche tutto il materiale inedito che potesse essere chiave di lettura, aggiuntiva, per i fruitori.
Gianluca stesso scrive che ha “allestito la mostra in modo tale da non ostacolare la attività normalmente svolte al centro. L’idea, anzi, era proprio quella di valorizzare tali attività (dai tornei di tresette, all’uncinetto, dalle cene casarecce organizzate con prodotti tipici, al semplice ritrovarsi per raccontare delle storie), di considerare questo patrimonio di pratiche sociali come un ulteriore materiale d’esposizione.”
Il lavoro svolto dal giovane operatore culturale si veste, alla luce di queste esperienze, di un significato profondo: non solo si propone come una lettura attenta dell’operato artistico dello scultore, ma tocca temi profondi come quello della partecipazione attiva. La scelta maturata nel tempo di far incontrare il mondo di Guida con quello del Centro Polivalente ha dato vita ad un’operazione umana di grande spessore. Con piccoli gesti, con laboratori didattici e con tanta voglia di comunicare ha creato, assieme ai suoi compagni di viaggio, un momento in cui l’arte ha raggiunto le due fasce solitamente meno considerate dal fare artistico: gli anziani e i bambini.
Pietro Guida a Carosino è un libro che dà voce alla creatività degli anziani, provetti curatori e critici d’arte…ben più lungimiranti dei tanti “addetti ai lavori”.

Gianluca Marinelli, classe 1983 è nato a Taranto, è dottore in Conservazione dei Beni Culturali e nasconde un’indole da artista…si definisce “pittore eremita”. All’attivo ha diverse pubblicazioni, tre cui ricordiamo il saggio “L’Italsider a Taranto. Gli artisti e la grande industria 1960-1974” in “Kronos Supplemento”. n.4. Ha collaborato con il Laboratorio Progetto Poiesis diretto da Giuseppe Goffredo e attualmente conduce il laboratorio artistico Arte per la società.
Il laboratorio suddetto punta, seconda la visione di Gianluca, ad un approccio critico e ludico nello studio del patrimonio storico-artistico del territorio pugliese, cercando di stimolare la creatività individuale in uno spirito di collaborazione e di coesione sociale.

Il laboratorio “Arte per la società” assieme ai laboratori ”, “Ecologia del suono”, “Lettura animata”, “Scrittura e costruzione del libro”, curati dall’associazione culturale “Lab Lib” (http://www.assolablib.it/), sono parte integrante del progetto “Caete” (Cittadinanza attiva e territorio), risultato vincitore nel 2008 del bando “Principi Attivi, giovani idee per un Puglia migliore”.
Caete” agisce nell’ambito dell’inclusione sociale e della cittadinanza attiva, fondandosi sul riconoscimento della pratica dell’arte quale strumento di animazione territoriale
INFO 328 6222623

Maddalena Mongiò presenta a Lecce “Il pesce pietra” (PerroneLab). 12 Marzo


12 Marzo, ore 18.30
Libreria Gutenberg
Via Cavallotti
Lecce

Può una telefonata cambiare radicalmente il corso di un’esistenza fino a quel momento tanto tranquilla da sembrare piatta? Luca Zante, giornalista freelance, non lo avrebbe mai immaginato fino al giorno in cui fu lui a riceverla. E da quel momento per lui tutto fu diverso, in un precipitare di eventi tra alta moda, disinvolti affari da miliardi, sesso sfrenato, lotta armata, collusioni tra politica, affari, amanti e persino un omicidio. Come salire su un ottovolante, senza sapere se e quando se ne potrà scendere.

Maddalena Mongiò per passione svolge attività giornalistica per varie testate; ha pubblicato Il portone sulla piazza, finalista Premio Rhegium 2005 – opera prima; ha scritto soggetti teatrali; scrive e studia per buona parte della notte. Per necessità lavora nel settore dell’edilizia, perché la scrittura è avara di compensi. È nata a Lecce, ma si sente cittadina del mondo.

Interverrà con l’autrice Alcide Maritati, magistrato

Maddalena Mongiò, “Il pesce pietra”, PerroneLab

Enzo Mansueto a Lecce per presentare il suo ultimo libro: “Scassata dentro” (D’If edizioni)


SCASSATA DENTRO” di ENZO MANSUETO (D’If edizioni)
Libreria Gutenberg, via Cavallotti 1 a Lecce sabato 13 marzo 2010 h. 18.30

Dialoga con l’autore Stefano Donno

“Dopo le performance epilettriche di Ian Curtis e l’ultimo estremo atto, l’uomo che r-esisteva si rifugiò nella notte, l’unica madre-vedova dark dove i lumi di punk antecedenti avrebbero abitato per essere ricordati eternamente, lottando e sputando contro-elettronica pensante contro i vampiri ultracorporei delle coscienze azzeranti. Ipnotico, ferale, ironico, disturbante e affilato come una costante lama dolce nelle tempie si muove il tessuto poetico nelle periferie perturbanti delle forme canoniche della metrica, scorporandosi al suo interno, nell’asse parallasse del testo o sulle ali di Pornography e Disintegration scassandosi nel rimare assolutamente moderno,metropolitano e global, nel remare nelle perdite corporali, scardinando lo scardinante nel continuum di una fusione musicale aderente come una pelle notturna, amplificante nel suo cono d’ombra, dove chitarre ritmano in verticale  stridore “sul bagnasciuga elettrico del sonno” e i violini possono piangere la notte o giocare con le fisarmoniche clownesche de  “l’estate barese” o proseguire nel turbine con-fuso “alla stazione” feroce dove “un branco di bambini/ azzanna un vecchio, lo morde sui gradini”. Perfetta la recitazione tutt’altro mansueta dell’Autore che il nostro sommo Bene suppongo avrebbe amato, compiuta ed efficace la mappatura sonora che unisce l’inchiostro al bianco del foglio, collante all’horror vacui, riempimento d’atmosfere minimali e fraseggi ciclici compatti fino al dettaglio più remoto, un lavoro magistrale. Scassata dentro è la Luna, questa madre-terra degli ultimi poeti, scassata è la parola che resta, venduta e sottomessa agli ultracorpi pene(n)tranti,  violentata fino all’osso, ipnotizzata, anestetizzata e incenerita dall’impero elettro-catodico. I nuovi mostri, questi ultracorpi  instancabili, hanno nomi familiari e affidabili come padri (televisione, telegiornale, varietà, reality, rete, pubblicità), come padri di famiglia che dopo l’ultimo acquisto sessuale di minorenni in zone scolastiche (vedi Scassata), ritornano ai familiari spettatori col sorriso erettorale stampato sulle labbra, del tutto indifferenti, come una questione morale in questi marci tempi, riposizionandosi “al noto microclima./Con la minestra pronta per la figlia,/ la madre esatta e un ombra strana strana”. Non c’è scampo, quindi, forse l’unico, il definitivo e crudele antidoto rimasto per l’elettrica telecianosi, in grado di agire magari  omeopaticamente o come un anticorpo anti-ultracorpo sarebbe un terapeutico, disperato, vecchio elettroshock di massa!Ma per Mansueto “Non c’è l’anticorpo. Farmaco./ Nessun sollievo al sintomo. La tarma/elettrica lavora nella piaga”. Scassata dentro, deformata è ormai la vita (“nel chiuso della notte,/nel chiuso in una capsula spaziale/col cruscotto spaziale/ di faro in faro a tondo”) fino al fondo di una notte fonda, che come fusa affonda girando in tondo in una tangenziale tonda nell’attesa disillusa e furibonda di una fondante alba profonda.”

G. Mastropasqua

Collana: i miosotìs / n. 46 pagine: 52 con cd

Info: 0832.288387

Poetry Slam a Roma. Giovedì 4 Marzo


Giovedì 4 Marzo
dalle ore 21.30
presso il locale “Baffo della Gioconda” a Roma
in via degli Aurunci, 40
zona S.Lorenzo

Il “Poetry Slam” è una gara di poesia in cui diversi poeti leggono sul palco i propri versi e competono tra loro, valutati da una giuria formata estraendo a sorte alcuni spettatori, sotto la direzione di un “maestro di cerimonie”.
Verrà applicato il “regolamento internazionale”.
La partecipazione è aperta a tutti, e saranno accettati fino a un massimo di 25 partecipanti.
È prevista la possibilità di partecipanti collettivi, i quali però avranno a disposizione lo stesso tempo dei partecipanti singoli.
Ogni spettatore verserà un obolo (due euro) all’entrata in un salvadanaio che andrà a costituire il premio per il poeta vincitore dell’evento.
È possibile iscriversi (20 poeti) inviando una email a romapoetryslam@gmail.com.
I rimanenti 5 poeti potranno iscriversi in loco il giorno dell’evento.

A proposito di esordi: “L’ombra del falco” di Pierluigi Porazzi


In questi giorni sto leggendo un bel romanzo, un esordio di Pierluigi Porazzi intitolato “L’ombra del falco“. Il romanzo in questione è uscito per i tipi di Marsilio. La vicenda è accattivante, un serial killer irrompe nella tranquilla vita di una comunità con un omicidio e una sfida. Ciò che mi ha più colpito, fin dalle prime pagine, è lo stile, capace di catturare e stimolare l’immaginazione visivo/uditivo. Per intenderci è un romanzo che scorre veloce, fitto di dialoghi, un vero e proprio ordito per un film a venire. Ci sono tutti gli elementi che presagiscono un esito simile. Spero che la lettura non mi deluda, le premesse sono buone. C’è un discorso nel discorso, quello cioè di come un esordio si inscriva in un solco del ‘già scritto’, una tradizione del noir-thriller che mette in scena figure ‘classiche’, con cui fare i conti, il commissario, il collaboratore escluso che ritorna per dare il suo apporto al caso etc.. Un compito difficile che qui mi sembra svolto con molta misura. Soprattutto in un periodo nel quale gli esordi e le loro logiche sembrano molto cari alla nostra editoria (leggi qui) la casa editrice Marsilio sta seguendo una linea che punta sicuramente alla qualità del prodotto – sembra un’ovvietà dirlo ma non lo è – anche letteraria. Un elemento che sul lungo termine non potrà non ripagare. Penso a autori come Simone Saranno, Giovanni Montanaro, Nino G. D’Attis e Franco Limardi; tutti autori Marsilio. Per chi è stanco delle solite facce.

§

Alla semplice vista dell’ombra del falco, i piccoli animali che ne sono prede si immobilizzano o scappano terrorizzati. Anche se sono appena nati, già sanno che è un predatore, è un’informazione scritta nel loro dna. L’ombra di un predatore umano sconvolge una tranquilla cittadina del Nordest. In una discarica viene ritrovato il cadavere di una ragazza. Pochi giorni dopo, alla questura arriva una busta, che contiene una lettera e un dvd, con cui l’assassino sfida la polizia, e in particolare l’ex agente Alex Nero, che viene richiamato in servizio per tentare di catturare il serial killer. La strada per arrivare alla soluzione del caso sarà tortuosa, irta di insidie e pericoli, fino alla sconvolgente rivelazione finale.

L’ombra del falco è un thriller teso e cinematografico che resterà a lungo nella memoria dei lettori. Ma anche un romanzo che dipinge con toni asciutti e taglienti il ritratto di una società malata, popolata di “mostri” anche nella realtà di tutti i giorni.

<<Questo, siete avvisati, non è il solito serial killer. Questo è un predatore. Questo fa paura. La sua ombra si allunga poco a poco dietro il nascondiglio in cui cercate inutilmente di rannicchiarvi sperando che non vi veda… E dietro quell’ombra ci sono altre ombre, e si confondono tutte con il buio… Avrete gli incubi per un bel po’, dopo aver letto questo romanzo. Fidatevi>> Gianluca Morozzi

La riabilitazione di un piccolo omicida. Lo strano caso di James Melton


Nella primavera del 1948 il nostro paese è percorso da un fremito elettorale, stanno per svolgersi le prime elezioni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. L’Italia è una Repubblica che si affaccia alla storia divisa in molteplici partiti, i più importanti dei quali sono due: Democrazia Cristiana e Partito Comunista. Una parte del nostro paese guarda agli Stati Uniti come a un esempio. La storia di cui scrivo potrebbe essere un esempio ancora oggi, non soltanto negli Stati Uniti. “Direttore del carcere adotta un giovane omicida. Al ragazzo che ha ucciso sua sorella viene data una chance per condurre una vita normale” questo è il titolo di un articolo che comparve sul settimanale statunitense Life nel numero del 12 aprile 1948. Nell’articolo si raccontava la storia dell’allora dodicenne James Melton, un ragazzino dalla faccia perbene che viveva insieme al padre e a sua sorella Phyllis Marie. I genitori del piccolo erano separati e la sorella, per come poteva, cercava di fare le veci della madre andata via di casa. I due figli si toglievano quattro anni, gli stessi che ci toglievamo io e mia sorella da piccoli, a dire il vero gli stessi che ci togliamo anche oggi io e mia sorella. Vi posso assicurare che non c’è niente di peggio che vivere la propria adolescenza con una sorella più grande di voi, e ciò alla luce dei forti conflitti domestici che si possono instaurare. Tanto per cominciare non avete a che fare con un fratello maggiore. Un fratello maggiore potrebbe essere il vostro confidente, potrebbe picchiarvi e allo stesso tempo insegnarvi a dare botte. Con un fratello maggiore potete fumare le prime sigarette e uscire insieme e fare quattro passi in città, quando arriva il momento. Per non parlare di tutte le scuse che potete inventare con i genitori per coprirvi a vicenda. Insomma, un fratello maggiore è qualcosa che facilita la crescita, soprattutto perché se vi vuole bene sa che ha appena compiuto un percorso simile al vostro e quindi vi può dare qualche dritta per cadere in piedi. Quando lui va alle superiori voi andate alle medie, e vostro fratello vi dice come fregare i professori. Quando lui si iscrive all’università voi siete alle superiori, e vostro fratello vi spiega come avvicinare le ragazze. Purtroppo James Melton non ha avuto un fratello maggiore, il caso gli ha dato una sorella, Phyllis Marie. Nel Colorado del 1948, appena finita la guerra, le case si riempiono di novità, grammofoni che diventano giradischi elettrici, il frigorifero, le pall mall nel loro pacchetto rosso, la pasta dentifricia in tubetto e le lattine di salsa tomato. James è un ragazzino con gli occhiali, uno di quei ragazzini che potrebbero tanto recitare la parte del ragazzino sfigato nei romanzi di Stephen King. Uno di quei ragazzini che magari sta zitto, ingoia un po’ di rancore e non ha nemmeno la soddisfazione di avere una sorella più piccola, come il giovane Holden, giusto per metterle a disposizione tutta la sua piccola saggezza quattrocchi. No. James ha una sorellina di quattro anni più grande, per usare un termine tecnico attinto al linguaggio contemporaneo, una rompicoglioni. O almeno così lui la vede, “mi rimproverava sempre”, saranno le prime parole che James dirà allo sceriffo che va a prenderlo a casa dopo il fattaccio. Sì perché James, stanco e insofferente per i continui rimproveri che riceve dalla sorella, un giorno di dicembre del 1947 si nasconde dietro la tenda del soggiorno. Quante volte non è successo anche a voi di nascondervi da piccoli dietro a una tenda per spaventare qualcuno che entrava nella stanza? Cose che da grandi non faremmo per non avere cattive sorprese. Quel giorno James si nasconde dietro la tenda, imbraccia un fucile calibro 22 – tutti gli americani ne possiedono uno anche nel 1948 – e spara. Cinque colpi tutti diretti alla sorella, che muore. Nel soggiorno di casa c’è ancora l’odore di polvere da sparo quando James Melton viene portato via dalle autorità. In Colorado, nel 1948, ci sono due istituti di correzione minorile dove Jimmy potrà scontare la sua pena, ovvero l’ergastolo. Esistono anche delle leggi, però, in Colorado, che impongono agli assassini, indipendentemente dall’età, il trasferimento al penitenziario di stato a Canon City. Canon City è una piccola cittadina alle pendici delle montagne, lì vicino ci sono diversi parchi, Temple Canyon, Royal George, Lincoln; da quelle parti si respira aria pulita, non ci sono sfumature, gli uomini e le donne sono tutte d’un pezzo, lavoro duro, piccole soddisfazioni. Proprio come Roy Best, duro e efficiente esperto del crimine, direttore del carcere di Canon City. È a lui che spetta il compito di prendere le impronte digitali del piccolo Jimmy, il quale arrivato in carcere viene anche aggredito e piange. Proprio così, il piccolo assassino, il dodicenne che ha appena ucciso sua sorella con cinque colpi di fucile, viene aggredito in carcere. Basta vederlo in foto per immaginare quante botte deve aver meritato dai suoi futuri compagni di galera, uno con quella faccia da saputello, magari è capitato fra le mani di qualche ragazzo appena più grande di lui, qualcuno finito in carcere per furto, un ladruncolo di galline. Lo avranno riempito di botte dal primo quarto d’ora. Roy Best vede il ragazzo e prende una decisione. Il direttore del carcere è un uomo tutto d’un pezzo, non ha figli. È giovane, sua moglie lo aspetta a casa ogni giorno con la cena già pronta sulla tavola imbandita, non c’è bisogno che lui comandi anche a casa, sua moglie è felice di obbedire, punto e basta, felice come può essere la moglie di un rispettabile e morigerato direttore di carcere negli Stati Uniti del 1947. Roy Best pensa che quel ragazzino, se avesse avuto una famiglia che lo avesse seguito e gli avesse insegnato qualcosa, a quest’ora non sarebbe lì; si capisce subito a guardarlo che un quattrocchi del genere non sarebbe in grado di far male a una mosca; Roy Best ha in mente un piano, un esperimento, qualcosa che per un attimo gli fa dimenticare di essere capitato davanti a un ragazzino che a dodici anni si è reso colpevole di omicidio premeditato. Cinque colpi di fucile. Sua sorella che non fa nemmeno in tempo a accorgersene, urlare o scappare. Cinque colpi, tutti mortali, ne sarebbe bastato uno soltanto. Il ragazzino con gli occhiali ci ha visto bene. La distanza era ravvicinata. Roy Best decide di portarsi quel ragazzino a casa, lo prende con sé come se fosse suo figlio. Decide di iscriverlo a scuola “se questo ragazzo riesce a diventare un cittadino onesto allora dovrà avere tutti i vantaggi dei suoi coetanei, nei limiti delle possibilità imposte dal caso”. In poche parole, se Jimmy va a scuola e dimostra di essere un ragazzo educato perché negargli l’adolescenza che si merita? C’è un problema, tuttavia. Il ragazzo non può andare a scuola. Va bene che Roy Best è rispettabile, va bene che la maggior parte degli abitanti della comunità riconosce in lui un benefattore, però non va bene, soprattutto ai genitori degli alunni che frequentano la scuola di Canon City. Come spiegare ai loro figli che il loro nuovo compagno di classe è un assassino? Quando i suoi compagni torneranno a casa lo inviteranno a mangiare una fetta di crostata dopo i compiti? E se un giorno qualcuno dei suoi piccoli amichetti volesse seguire il suo esempio e uccidere un familiare scomodo? Il problema di fondo è dato dal fatto che tutti i bambini vengono sgridati dai genitori che a loro volta, almeno la maggior parte – ieri come oggi – hanno (almeno) un fucile in casa. Non si può fare. Jimmy non può frequentare la scuola. Roy Best non è un tipo abituato a darsi per vinto, ingaggia una vecchia professoressa in pensione, che tutti in paese stimano, e la promuove tutrice del ragazzo, sarà lei che ogni giorno terrà le lezioni scolastiche al giovane assassino. C’è di più, lei non si reca a casa di Best per dare le lezione, è il ragazzino, invece, che la raggiunge in casa sua con la bicicletta che Roy Best gli ha regalato. Immaginate la gratitudine del piccolo. È così grato alla sua nuova famiglia da non scappare via con la sua bicicletta. È così poco votato al crimine da non pensare nemmeno una volta di nuocere alla sua vecchia insegnante, né a nessuno dei componenti della nuova famiglia. Eppure possiamo immaginare quante deve avergliene dette Roy Best, il quale non nega che il suo obiettivo è soprattutto quello di far comprendere al ragazzo, ogni giorno, costantemente, la gravità del suo gesto. Così il piccolo Jimmy Melton si ritrova a scontare la sua pena agli arresti domiciliari, nella casa del direttore del carcere di Canon City, conducendo una vita quasi normale, come difficilmente gli sarebbe stata concessa in altri luoghi e tempi, ad esempio gli Stati Uniti d’America oggi. E come sempre accade negli Stati Uniti la storia ha anche un risvolto cinematografico: Roy Best, il direttore del carcere, nello stesso 1948 ha recitato la parte di se stesso in un film dal titolo Canon City, ambientato nel suo stesso carcere; nella pellicola si racconta la fuga di dodici carcerati dal penitenziario. In Colorado è stato di recente approvato un disegno di legge per abolire la pena di morte, l’ultima esecuzione capitale in questo stato risale a quaranta anni fa. L’abolizione della pena di morte consentirebbe di risparmiare soldi sui processi, consentendo di riaprire molti ‘cold case’ irrisolti; i criminali, se scoperti, verrebbero condannati all’ergastolo. Costituisce quindi uno spunto di riflessione la vicenda di un bambino resosi colpevole di un omicidio al quale viene concessa una possibilità di riscatto al di fuori della struttura carceraria e in un regime di semi-libertà quasi immediato; specie considerando che si tratta di una vicenda svoltasi 62 anni fa.

pubblicato su “il Paese nuovo
di martedì 16 febbraio 2010

“Fuori i secondi” di Vito Antonio Conte. Una recensione.


Fuori i secondi” (Luca Pensa Editore, 2009), un titolo e allo stesso tempo una dichiarazione più che mai polivalente. “Fuori i secondi” è l’invito dell’arbitro della boxe a fare uscire dal ring tutti quelli che non hanno a che fare con l’incontro, perché restino soltanto i due combattenti; l’autore è quindi uno dei due boxeur e i suoi avversari cambiano a ogni ripresa/racconto/poesia: la vita, la sorte, l’amore, la donna, il lavoro, la fuga. L’autore del testo è Vito Antonio Conte, scrittore e poeta di quella terra di mezzo i cui abitanti non sono mai soddisfatti di ciò che hanno fatto e già si proiettano a quello che devono fare; salvo poi guardarsi indietro e accorgersi di quanta strada si è percorsa, correndo, scappando, camminando, fuggendo. Bisogna prendere il presente a due mani, incrociare la paura, attraversare il coraggio come una feritoia; e poi ancora, percorrere la propria vita come se fossimo un vagone che va adagio, senza la fretta né il pensiero di tutte le stazioni. E poi ancora, restare in piedi, round dopo round, in un ipotetico incontro di boxe che va al di là della consuetudine atletica, facendo finta che l’avversario accetti il nostro patto insano, e prosegua la lotta – per quanto osservando le regole – per lunghe e interminabili ore. E poi ancora, quando con l’occhio pesto si osserva la platea ci si accorge che gli spettatori sono rimasti pochi, quelli rimasti sono gli appassionati, gli sportivi, tutti quelli che c’erano prima e facevano baccano altro non erano se non eventuali occupatori di posto a sedere, culi per seggiole, paganti plausibili perché i pop-corn terminassero e la coca-cola non perdesse la frizzantezza. Ma poi? Cosa resta quando è finita la “sorda lotta notturna” di campaniana memoria, posta in esergo al volume? Restano frammenti sui quali puntellare le rovine di un’epoca di crisi, non solo economica, non solo letteraria, non solo affettiva. Talia, Tatoo, Last the Moon, Motel senza stelle, Jesus Dream, sono i titoli dei racconti presenti nella parte centrale dell’ultimo libro pubblicato da Vito Antonio Conte. Tra i più riusciti della raccolta ci fanno rivivere le atmosfere de “L’improbabile vera storia di un uomo chiamato Luna” (2004) o “Frammenti di un interno” (2008) con qualche ingrediente in più. Tanto per cominciare questo è un libro che può essere letto in due modi, io li ho sperimentati entrambi. Prima lo leggi d’un fiato, come una medicina che ti aiuta a farti passare quella schifosa malattia che si chiama realtà, ipocrisia, falsità. Poi lo leggi a salti, aprendolo come si aprono varchi nel buio. In questo modo ti accorgi di quanto lo stile di Vito Antonio Conte, soprattutto nella prosa, abbia guadagnato in lirismo, rincorrendo un’essenzialità e un’asciuttezza della lingua, dove tutto è necessario e nulla è ridondante. Ne è una prova la resa delle performance nelle quali l’ascoltatore ha l’opportunità di ascoltare dal vivo i racconti, dalla voce stessa dell’autore, che rende il suo ‘ragionare’ con un ritmo che sembra avvolgersi su se stesso per poi riprendersi come un vortice. Questa è una raccolta di ‘materiali’: versi, racconti, racconti che contengono versi e poesie che raccontano; secondo me le protagoniste assolute qui sono due: la Donna e la Musica. La donna in questi racconti è quasi sempre incontrata e raggiunta in uno spazio ritagliato dal mondo, come in “D’autunno“, dove viene presentato un vero e proprio idillio salentino capitato in una stagione che non lascia dubbi al caso: è l’unica in cui un uomo e una donna possono visitare uno dei luoghi caratteristici di questa terra assaporandone la natura e non il na-turismo; l’autore riesce sempre a trattare la materia, anche quando si tratti di storie andate a male, con una poesia e un pudore incredibili (anche quando si tratti di sesso), basti leggere come esempio il racconto intitolato Tatoo. La musica nella produzione di Vito Antonio Conte occupa un discorso a parte. Sempre presente fin dai primi racconti e poesie, in quest’ultimo lavoro diviene una presenza assoluta, il che è indice sia di una dose di autobiografismo maggiore rispetto al passato, sia di un invito a mescolare il più possibile gli ambiti, la scrittura e la musica, cosa che dovrebbe essere naturale dato che secondo l’autore (ma anche secondo chi scrive) il libro del mondo è scritto al 90% con i suoni e al restante 10% con le parole, che guarda caso sono anche esse suoni. L’effetto che si ottiene è di grande curiosità, il lettore è spinto a approfondire le diverse ‘citazioni sonore’, alcune delle quali consuete, altre vere e proprie chicche da intenditori che si trasformano in indizi per comprendere al meglio l’atmosfera che l’autore ha voluto rendere nella narrazione. La cifra del racconto, come già in “Frammenti di un interno”, Vito Antonio Conte l’aveva individuata, restituendoci un Salento fattuale, pragmatico, dove gli eventi si susseguono senza troppe smancerie, quasi al riparo dal mistero di cui si ammantano certi luoghi. In “Fuori i secondi” la ricerca compie un passo in avanti verso la sperimentazione, si passa dal monologo interiore al canto ritmato, alternando le voci dei personaggi ai tumulti di un pensiero sconnesso, quasi prelinguistico; momenti certo che non alterano la percezione dei racconti, essendo localizzati nei punti giusti. Un suo spazio merita anche la copertina, in tema, un quadro di Luigi Massari scelto appositamente dall’autore e riprodotto anche all’interno del volume. Un ultimo pensiero, a conclusione di queste riflessioni, mi viene ripensando al titolo. In questi giorni sto leggendo un bel romanzo scritto dal norvegese Johan Harstad, dal titolo “Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?“. Per chi non lo sapesse Buzz Aldrin è il nome di uno dei tre componenti della missione Apollo 11, per intenderci quella che ha portato l’uomo sulla Luna nel 1969. Armstrong è il primo uomo a aver messo piede sulla Luna. Aldrin è stato il secondo. Dei secondi non ci si ricorda mai. “Figuriamoci dei terzi!” scommetto che direbbe uno dei protagonisti di un racconto di Vito Antonio Conte, magari di “Motel senza stelle”. Ecco che invece, per paradosso, la maggior parte dei protagonisti di “Fuori i secondi” sono proprio i ‘secondi’ in questione, quelli che arrivano dopo, quelli che non capiscono subito da che parte va il mondo, e allora ecco che il titolo scelto dall’autore acquista un nuovo significato, perché se il ring in questione diventa la scena del mondo, una volta alzato il sipario, da dietro le quinte, siamo spinti con forza irresistibile da una voce che ci obbliga a calcare il palcoscenico, prendendo la parte che ci è stata assegnata. Quella voce grida proprio così: “Fuori i secondi”!

Fulvio Abbate. Un ricordo di Dario Bellezza


Mi ha colpito molto, navigando sul sito di Fulvio Abbate, Teledurruti (una televisione monolocale), questo ricordo del poeta Dario Bellezza.

“Mi rimangono le dediche sui libri, A Fulvio, da Dario suo, l’ho molto apprezzato benché fosse omosessuale lo avevo portato a cena a casa di mia madre, era il 1976, eravamo a Mondello, fu l’unico anno in cui prendemmo in affitto una casa, lì al mare, il cielo era alto, azzurro, sembrava che tutto dovesse cominciare, la vita si mostrava come uno scivolo, come il taboga che ti porta dalla roccia al mare, Fulvio Abbate, Teledurruti, in ricordo di Dario Bellezza, qui al Cimitero degli Inglesi di Roma”

Questo è il pezzo prossimo che faccio. È la storia degli ultimi cinquantanni italiani raccontati attraverso gli amori e gli umori di una donna che si chiama Aida. Rino Gaetano


“Il terrorismo”, di Antonella Colonna Vilasi – Tour di presentazione


Il 10 febbraio ed il 5 marzo il libro sarà presentato in Campania, rispettivamente a Salerno e a Napoli, mentre il 27 febbraio sarà la volta della Calabria con un primo appuntamento a Catanzaro

Continua il tour de “Il terrorismo”, un libro che ripercorre il fenomeno degli anni di piombo con rinnovata ed equa attenzione. Il testo si articola in tre sezioni. Si parte dalle stragi di Piazza Fontana e della Stazione di Bologna, passando attraverso un’accurata ricostruzione dei diversi movimenti e relative sigle eversive, per concludere col Golpe Borghese. Quello che si snoda è un fruibile, accurato resoconto che attinge a sentenze, articoli, interviste, nonché testimonianze a tutto campo. La prossima presentazione toccherà la Campania alla vigilia del già annunciato incontro di Roma dell’11 febbraio. A Salerno, col patrocinio dell’Università, l’appuntamento è previsto per il 10 febbraio alle ore 18:00, presso la libreria Feltrinelli (Corso Vittorio Emanuele I, 230). Dopo il recente convegno di Milano, con Guido Salvini, GIP presso il Tribunale di Milano, Gianni Cervetti, ex membro della Segreteria del PCI, Vincenzo Fragalà, ex componente della Commissione Stragi, e Gianluigi Nuzzi, giornalista di Libero, per la data di Salerno sono previsti, tra gli altri, interventi di Giuliano Minichiello e Carlo Chirico (Università di Salerno) e di Franco Roberti (Procuratore della Repubblica di Salerno). Questo libro evidenzia anni in cui la politica dei blocchi consolidati con la guerra fredda condizionava, di fatto, sovranità nazionali e questioni interne. Puntuali vengono riportati, all’interno del testo, riferimenti internazionali, nondimeno sono altrettanto curati quegli aspetti regionali che caratterizzarono il fenomeno, prestando attenzione alle plurime valenze politiche che, a vario titolo, si accomunarono negli intenti di lotta armata. A Napoli l’appuntamento previsto è per il 5 marzo alle ore 18:00, presso la libreria Guida Port’alba (Via di Port’alba, 19), mentre in Calabria la scrittrice presenterà per la prima volta il suo libro a Catanzaro il 27 febbraio alle ore 18:30, presso la libreria Caffé Letterario (Via Menniti Ipppolito 5/7). Qui interverranno Francesco Bruno, criminologo, Mario Caliguri, direttore Master Intelligence Università della Calabria, e Giuliano Ricca, del Centro Studi Intelligence dell’Università della Calabria. Prevista un’ulteriore data da definire anche a Cosenza.
Il 18 marzo, infine, è stato fissato un nuovo incontro a Roma alle ore 18:00, presso Melbookstore (Via Nazionale, 252) dove seguirà un aperitivo.

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica


Alberto Giacometti, L'Homme Qui Marche

L’opera di Alberto Giacometti che vedete in fotografia, “L’Homme Qui Marche” (L’uomo che cammina, 1961) è stata battuta all’asta da Sotheby’s per 74,4 millioni di euro. Il prezzo più alto mai raggiunto da un’opera d’arte. Qui potete ammirarla senza spendere un soldo.

Viaggio nel paese del comunismo reale.


Animal Farm - George OrwellNon ci vedevamo da un po’ di tempo. Negli ultimi anni ho finito col frequentare il negozio sempre meno perché trovare un parcheggio da quelle parti era impossibile. Non basta perdere tempo in cerca di un posto di lavoro, adesso devo impazzire anche per un posto auto, non era cosa. Così entro in negozio. Gironzolo tra le mercanzie. Lui mi accoglie subito “allora, ti sei sposato?”, “…ancora no, ci devo pensare, dammi dieci minuti”. Continuo a gironzolare. “Quindi non ti sei sposato. Devo dirti una cosa. Tu sai che io sono comunista vero?”. Annuisco. “Ma non comunista come quelli che ci sono adesso…” – il mio viso si fa interrogativo, lascio che prosegua – “…ma sì, sciacquati, io non sono come quelli, io sono comunista-comunista”. Ha ragione. “Ebbene, c’è un luogo nel mondo dove sono riuscito a realizzare il comunismo reale, ed è la mia famiglia, te lo confesso, io sono contento, sono contento di questa cosa”. Come lo invidio, è riuscito a creare una microcellula comunista in terra, come avrà fatto? “A casa mia – siamo in tre – ognuno produce secondo le sue possibilità e consuma secondo i suoi bisogni reali. Tanto è vero che mio figlio non produce nulla (nds non lavora o lavora poco o lavoricchia o non fa nulla) e consuma più di tutti”. Uau! Passo alle domande. “E se fossi solo, se non mi dovessi o potessi sposare, come potrei realizzare il comunismo da solo? Esistono forme di autocomunismo?”. Fa un sorriso “…ma certo che esistono, la sega: la sega è autocomunismo. Anche se per fare il vero comunismo bisogna essere almeno in due, con un figlio è meglio, in tre esce meglio, quindi devi sposarti e fare un figlio al più presto”. Io che credevo di essere capitato lì per caso soltanto adesso scopro di essere stato mosso come una pedina dalle dita sottili del Signore, che oggi ha deciso al posto mio in materia illuminazione personale. Ho bisogno di ragguagli, “…quindi se ho capito bene, produci secondo la possibilità e consumi secondo il bisogno, e se non produci nulla? Non consumi nulla?”. “Vedi che non hai capito? Quello è il Socialismo”. M’illumino d’immenso, “…bene, quindi se non produci non consumi e in più ti chiudo in camera per punizione abbiamo lo Stalinismo…”. L’amico s’intorvisce, come se avessi trasceso, “no, non hai capito, quella è un’altra storia”. Va bene. Prendo, vado alla cassa, pago e esco salutando “dammi il tempo, una cosa alla volta, comincerò dalla più semplice, quando ci vedremo ti aggiorno”. Gli animali sono tutti uguali, è vero, ma certi sono più uguali degli altri. Ciao.

Del perché non ho mai recensito “Il giovane Holden”


Che poi uno una recensione de “Il giovane Holden” non la scrive per tanti motivi. Il primo motivo è semplice, quando sei affezionato a un libro è difficile parlarne senza essere emotivi, senza lasciarsi andare a sciorinare tutti i ricordi che sono collegati a un testo. Sono momenti questi in cui il miele e il veleno rischiano di confondersi troppo con il colesterolo, lì nel sangue, e combinare guai. Allora uno pensa al perché non ha mai scritto una recensione per uno dei suoi libri preferiti e si dice che non ne vale la pena forse, di mettersi a scrivere di Holden, Bardamu, Adrian Leverkühn o Gregor Samsa; non ne varrebbe la pena davvero perché sarebbe come tirare acqua ad un mulino nel quale gli tsunami passano per la cruna degli aghi da troppi anni. Insomma, complicato. Poi succedono cose come questa e ci ripensi, e ti ricordi che una volta ci hai pure provato a buttare giù qualche appunto su “Il giovane Holden”, hai iniziato a leggerlo, hai continuato, e dopo dieci pagine ti sei dimenticato che volevi scrivere qualcosa e sei uscito di casa e poi sei ritornato e hai finito di leggere “Il giovane Holden”, ma non ci hai scritto su nulla. È vero che certi libri bisogna leggerli, e che parlarne toglie tutto il gusto. So già che tutti i giornali la meneranno giù con la storia di Salinger che non voleva farsi vedere, Salinger che voleva scomparire e tutte le altre cazzate. Ci sarà pure qualcuno che avrà il gusto così cattivo di aggiungere che forse adesso Salinger riposa in pace al riparo dai rompicoglioni, forse è tutto vero. Forse in un mondo come il nostro per togliersi di mezzo bisogna crepare, semplicemente e dignitosamente al riparo dai riflettori. Quel che resta, buone o cattive, sono le opere. E lo stile.

“Lei alzò un po’ le spalle, come aveva fatto prima, e poi disse, freddissima: – Ti secca darmi il mio vestito? O è troppo disturbo? – Era una ragazzina che ti gelava. Anche con quella vocetta pigolante, riusciva a metterti addosso un po’ di fifa. Fosse stata una di quelle vecchie prostitute cavallone, truccata come una maschera e via discorrendo, non sarebbe riuscita a gelarti in quel modo.
Andai a prenderle il vestito. Lei se lo mise eccetera eccetera, e poi raccolse il soprabito dal letto. – Ciao, mezza cartuccia, – disse.
– Ciao, – dissi io. Non la ringraziai né niente. E sono contento che non l’ho fatto.”

Haiku per Salinger


Haiku per Salinger


Jerome David Salinger is gone outside
to catch the world out of his rye.
Goodbye

Jerome David Salinger
(New York, 1º gennaio 1919 – Cornish, 28 gennaio 2010)

Carosello al termine della notte


LA STRADA DI LEVI


Presso il Teatro Franco Parenti
Via Pier Lombardo 14, Milano
27 Gennaio – ore 18.00
[ingresso libero fino a esaurimento posti]

Marco Belpoliti, Davide Ferrario, Andrea Cortellessa
presentano in occasione della Giornata della Memoria 27 gennaio 2010, La strada di Levi e Da una tregua all’altro. Dvd & libro in libreria dal 21 gennaio
con gli autori: Anna Bravo e Stefano Jesurum

La strada di Levi, Chiarelettere

Un deputato piccolo piccolo. Se il diario di Anna Frank diventa un libro osé.


Bisogna andare indietro fino al 1948, a George Orwell e al suo capolavoro 1984, perché venga in mente un immagine simile, quella cioè di un Potere che crede di cambiare la storia cancellandone le tracce. Il fatto è noto e oramai sempre più “tristemente noto”, proprio a ridosso della prossima Giornata della Memoria, proprio dopo che qualcuno ha tentato di trafugare l’insegna “Arbeit Macht Frei” dal campo di concentramento di Auschwitz, qualche settimana fa, e, infine, proprio dopo la recente scomparsa Miep Gies, la donna che salvò il diario della piccola Anna Frank (già, una ragazzina) dall’oblio della Storia. In questo contesto si inserisce la ‘minchiata’, non esiste altro termine nemmeno a sviscerare i quasi 300.000 lemmi della nostra lingua uno a uno, di un deputato della lega, Paolo Grimoldi, il quale si accorge che in una quarta elementare del paese di Usmate Velate (Monza-Brianza), uno dei testi di lettura adottati è proprio il “Diario di Anna Frank”. Il solerte lettore si imbatte nei passi in cui Anna Frank, di poco adolescente, scopre la sua sessualità, descrivendola nel diario (si tratta di pagina 220); certo, se Anna non fosse stata una perseguitata anziché scrivere un diario avrebbe confidato i suoi segreti all’amichetta del cuore, ma sai, quando sei ebreo e vivi in una soffitta per nasconderti dai nazisti è difficile non cercare passatempi per impiegare la mente e non pensare al Terrore. Il deputato quindi decide che il testo è inadatto alla quarta elementare. Apro una parentesi. Io la quarta elementare l’ho frequentata in una scuola di Novara, in Piemonte. Anni ottanta, prima che la Lega dilagasse. Nelle ore di Musica ho imparato a suonare Bella Ciao con il flauto. Tra le letture che ci accompagnavano dalle elementari alle medie, oltre che Anna Frank, c’era “Se questo è un uomo” di Levi, e c’era anche Rigoni Stern e Calvino, racconti che descrivevano l’orrore senza andare troppo per il sottile. Che fine hanno fatto gli attributi dei professori? Possiamo davvero sentirle tutte? Perché i professori non vanno in parlamento e perché, soprattutto, i deputati della Lega Nord non tornano a scuola, almeno per laurearsi? Dato che a ognuno di noi, qualsiasi professione vogliamo intraprendere, è stato chiesto almeno una volta di mostrare il curriculum, facciamo un salto su Wikipedia per conoscere il pedigree culturale di Paolo Grimoldi. Apprendiamo che il giovane uomo, nato nel settembre del 1975 (mio coetaneo), si è Diplomato presso un Liceo Scientifico e ha svolto la professione di artigiano. Fin qui tutto bene, direbbe il protagonista de “L’odio”, quel che importa non è la caduta, ma l’atterraggio. Il nostro si è infatti prodigato come coordinatore dei Giovani Padani, una carica che proviene da un lavoro strenuo, un rastrellamento di energie, una profusione di volantini propagandistici per andare incontro alle esigenze di odio e risentimento dei padani doc, delle vere e proprie chicche tra le quali non possiamo non citare “Per Prodi lo studente padano vale 4,80€” insieme a un altro caposaldo della letteratura mondiale della propaganda quale può essere “Non vogliamo diventare gli asini d’Europa”. Sta tutto sul sito, basta andare su Wikipedia e navigare tra i link del sito di Paolo Grimoldi. Ora, quella che nutro non è certo una riserva sul campo. Io stesso ho sempre svolto lavori che ho imparato col fare, molta pratica a cui segue la teoria e poi ancora pratica. Quello che più dovrebbe farci pensare, forse, è che il parlamento è pieno di certi loschi figuri che, senza un minimo di preparazione storica o culturale, riempiono le pagine dei giornali con proclami irriguardosi. Basti pensare che il diario di Anna Frank è stato riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, proprio come le Dolomiti, per fare un esempio che potrebbe risultare più vicino alla sensibilità del Grimoldi; non Charles Bukowski, né Henry Miller, né tanto meno Alberto Moravia, che in “Io e lui” rendeva protagonista di un romanzo niente meno che il membro del co-protagonista. A dire il vero è la stessa cosa che accade oggi, se è vero che il cielodurismo leghista, entrato definitivamente in parlamento ha ridotto tutto a una querelle sessuale, perfino l’Olocausto. Orrore.

nel fotomontaggio una Anna Frank ignara e il deputato Paolo Grimoldi

A chi vuole scrivere Libero e a chi no. Paolo Nori e Andrea Cortellessa ne discutono a Roma con Maria Teresa Carbone


ricevo un’interessante email da Andrea Cortellessa e pubblico:

Oggi Francesco Borgonovo, direttore delle pagine culturali di Libero, titola:

INQUISIZIONE
PROCESSATE L’AUTORE CHE SCRIVE SU LIBERO

È forse il caso di precisare che il dibattito di martedì sera è stato organizzato da Paolo Nori. Sarà dunque questo il primo caso in cui il Giordano Bruno di turno si rivolgerà ai Cardinali del Sant’Uffizio al fine di farsi bruciare vivo (uso la metafora, invero un po’ indelicata parlando dell’autore di Grandi ustionati, in quanto essa è stata usata oggi stesso, dallo stesso quotidiano, nell’articolo di commento di Giampiero Mughini: “Le cose sono molto diverse da come le mette la cialtronesca iniziativa di chi vorrebbe mettere al rogo Paolo Nori”). E quelli magari – come il sadico della barzelletta al masochista che lo implora di frustarlo – risponderanno ghignando: No!

da http://www.paolonori.it/

Pubblici discorsi
19 gennaio – Roma

Martedì 19 gennaio, a Roma, alla libreria Giufà, in via degli Aurunci,
alle ore 21,
c’è una cosa che si chiama
Si può collaborare con Libero?
Andrea Cortellessa, che pensa di no,
e Paolo Nori, che pensa di sì,
ne discutono con Maria Teresa Carbone

A ciascuno il suo Avatar.


Avatar, il nuovo film di James Cameron destinato a sbancare i botteghini di tutto il mondo, è sostanzialmente una favola ecologista. Un kolossal che racchiude in sé tutto il meglio, a vederlo, dei film epici e delle saghe ai quali lo spettatore è stato affezionato negli ultimi trenta anni, da Guerre Stellari al Signore degli Anelli. La prima cosa che mi ha colpito positivamente di Avatar è stata la mancanza di ogni tentativo di comunicare una “morale” in senso lato. Mi spiego. Quando il protagonista/avatar entra in confidenza con la popolazione degli indigeni di Pandora (i Na’vi), entra a far parte di un vero e proprio mondo nel quale, antropologicamente parlando, non abbiamo che di scoprire. Nel film veniamo a contatto con i riti e le usanze di un popolo prima d’ora sconosciuto; un popolo che danza all’unisono, che caccia, che danza, che vive all’interno di un albero accovacciandosi in amache ricavate da foglie giganti. Una popolazione che ‘adora’ la natura ed è strettamente in comunicazione con essa.  Il protagonista una volta entrato a far parte di questo mondo ne acquisisce le tradizioni, fino a diventarne un abitante in piena regola. La parte del film dedicata all’approfondimento di questi aspetti è così curata e così preponderante rispetto al resto  (laddove per resto si intenda l’incipit e la prima dimestichezza con la tecnologia avatar e la conclusione finale della Grande Battaglia) che lo spettatore ha modo di affezionarsi a una popolazione appena conosciuta, dispiacendosi della brutalità dei tentativi con cui verrà brutalmente combattuta. L’effetto di ciò che avviene in seguito, quando i terrestri vogliono forzare la colonizzazione di Pandora, è molto simile nel copione a ciò che potrebbe avvenire in film come 1492. Il capo della spedizione pensa soltanto al profitto che può trarre dai minerali, che cosa può interessargli dei discorsi vanesi di una Sigourney Weaver, la scienziata che ha scoperto che gli abitanti di Pandora sono in collegamento (network) con le piante e con la terra del loro pianeta, che costituiscono cioè una Rete di informazione e memoria storica? I militari riceveranno l’ordine di attaccare il Paradiso Terrestre, con le ruspe, l’esercito, gli aerei, gli elicotteri/libellula e i missili aerocomandati. Una delle cose che di sicuro colpirà gli spettatori sarà il pianto degli indigeni quando avverrà la profanazione dei loro luoghi di culto e la distruzione del loro Albero Totem Villaggio, nel quale vivono. Parlavo dell’assenza di una volontà di comunicare una morale.

Il messaggio di fondo ecologista c’è, questo è vero, ma il tutto viene presentato rapidamente e con una leggerezza tale da non appesantire la visione del film come spettacolo puro. Non c’è lo spessore sufficiente perché le micro-storie (tranne quella tra il protagonista e la figlia del Re) vengano approfondite a scapito della narrazione. Tutto scorre rapidamente e, a essere sinceri, la durata totale della pellicola è poca rispetto a tutti gli spunti che vengono dati in pasto allo spettatore. Non a caso si parla di un kolossal dell’era Obama, semplicemente perché questa pellicola è la prima di questo livello nella quale si sia trasportata una sensibilità ‘differente’ nei confronti di un approccio all’altro. Per una volta gli americani, qui i  “terrestri” (You’re not in Kansas anymore…), vengono messi da subito in cattiva luce quando la loro intenzione è quella di arrivare, prendere tutto e tornare a casa, senza preoccuparsi della civiltà e della popolazione con cui vanno a scontrarsi. Quando tutto sembra perduto, quando ogni sforzo di contrastare l’attacco (anche sullo stesso campo dei nemici) sembra vano, ecco che è la stessa natura a raccogliere tutte le sue forze per ribellarsi in un attacco finale e risolutivo; anche qui vengono rispettati i principi di Gaia, secondo la quale il pianeta è dotato di una capacità di autoregolamentazione tale per cui nonostante i nostri sforzi per distruggerlo esso è capace di salvarsi e preservarsi autonomamente. La seconda riflessione, questa localizzata nella prima parte del film, è quella relativa al rapporto tra realtà vera e realtà virtuale. Quando parliamo di realtà virtuale siamo abituati a immaginare un qualcosa che è separato da noi e che non può essere contiguo. La genialità della soluzione inventata da Cameron per Avatar sta, secondo me, nel fatto che la realtà virtuale (l’Avatar vero e proprio) convive nello stesso spazio e nello stesso tempo, ovvero sia condivide lo spazio e il tempo, dell’originale. Quando il protagonista è nel suo avatar, il suo corpo è fisicamente in un altro luogo, quando Jake Sully deve risvegliarsi ecco che il suo avatar, nella foresta, cade in preda al sonno, letteralmente come corpo morto cade, sviene a terra. Una soluzione narrativa che rende la continuità tra protagonista Jake Sully e il suo avatar. Ogni riferimento all’avatar inteso come a doppio di una ipotetica Second Life filmica precipita prima ancora di prendere il volo, l’Avatar, in questo film convive in un altro spazio, comunque vicino, con l’originale. Tanto è vero che Jake Sully sarà quasi sempre accompagnato alla dottoressa Grace Augustine (Sigourney Weaver) anche quando prenderà il comando della ribellione della popolazione nativa. Al di là degli effetti speciali e di tutto ciò che concerne la tecnologia applicata , ciò che resta di Avatar è una favola/storia romantica nella quale una volta tanto non bisogna stare a rimpiangere il tempo passato, osservando le macerie e la distruzione che sono state portate come ferite dall’uomo bianco, in questo caso il “terrestre”. Almeno il finale è consolatorio, abbastanza perché ci si aspetti un Avatar 2, con il ritorno di chi è stato cacciato e una conseguente, nuova battaglia per la salvaguardia del Paradiso Terrestre, sia che si tratti di un paradiso proiettato nel 22 secolo sia che si tratti del nostro mondo. Buona visione.

pubblicato sul quotidiano “il Paese nuovo”
di Martedì 12 Gennaio 2009

Avatar su IMDB

Di enti e superfici. Su “Dermica per versi” di Stefano Donno


Dermica per versi” (Lietocolle, 2009, nota introduttiva Alessandra Bianco) è l’ultima raccolta di versi pubblicata da Stefano Donno nella fortunata collana “Solodieci poesie” dell’editore comasco, da anni marchio di qualità per ciò che concerne la poesia di “ricerca” nel nostro paese. Un dato che va sottolineato per la cura e l’attenzione necessarie – e non ovunque riscontrate – non soltanto da parte di un autore, nei confronti del verso. Una silloge di dieci testi è lo spazio necessario perché i risultati di una ricerca, condotta da circa due anni nel caso di Stefano Donno, trovino la giusta proposizione, catalizzando l’attenzione del lettore (e non solo del critico o del lettore-poeta), senza quella dispersione che potrebbe costituire una pregiudiziale nell’accostarsi alla poesia. Vi è qui la dimensione della ricerca e di una scrittura poetica intesa nella “possibilità di una ricerca”. Una poesia che non può essere né descrizione, né celebrazione del momento.
Perfino il titolo scelto per questa raccolta di dieci componimenti è misurato e allo stesso tempo ambiguo, decentrante, “Dermica per versi” rimanda infatti a qualcosa che potrebbe somigliare a una mappatura poetica di stile e ispirazione deleuziana, una sorta di descrizione di superfici che rimandano a altre superfici. Non è così. Non c’è nulla di più intimo e scavatore in questi versi.
È scomparso l’utilizzo dei segni di interpunzione e della simbologia trans-linguistica (matematica, fisica, scientifica, etc), è scomparsa l’influenza di uno sperimentalismo esasperato, a dire il vero condotta in un ambiente che di sperimentalismo ne aveva percorso poco. Sono scomparsi quasi del tutto i segnali (già intermittenti) da un mondo che non sia quello interiore del proprio lirismo. La cosa più interessante, soprattutto per chi abbia letto tutti i libri, e quindi tutti i ‘passaggi’ di Donno, è notare come la concentrazione raggiunta in questi versi non sia una semplice tappa, cioè un tassello ulteriore e differente dai precedenti, quanto si tratti piuttosto della sussunzione di scritture oramai lasciate alle proprie spalle, con una risultante di netta maturità rispetto a ciò che è stato in precedenza. La forma della raccolta compiuta permette di affrontarne uno a uno i momenti. (1) La silloge si apre con un’invocazione a un tu, ipotesi femminile che potrebbe essere la destinataria dei pensieri contenuti in questi componimenti. La dimensione prescelta è quella di un presente problematico, che si pone come tappa finale di un percorso, uno dei tanti dell’esistenza, giunto a conclusione. Il protagonista è pronto a uscire di scena, affidando ciò che resta del suo corpo de-sensualizzato a chi potrà accogliere i suoi baci/segnali: “sordo, cieco, muto porgo le mani verso te:/ finché in lacrime il vento non ti porterà i miei baci”. (2) Nel secondo componimento l’autore chiarisce che il campo d’azione del suo discorrere poetico è costituito dal corpo e che di conseguenza la ‘dermica’ cosiddetta va intesa come percorrenza del corpo sotto specie di emozioni, “ogni centimetro di pelle”, viene percorso, la dimensione estetica/sensuale ha il sopravvento su quella estetico/espressiva, tanto che “si perdono le parole migliori/ che non scriverò mai”. Tutto fin qui suona come un’arresa della possibilità di poetare dinanzi al reale che può essere vissuto e espresso. La “lingua” di questa poesia – in questo senso – è niente più che un organo facente parte di un apparato digerente. Supponendo che il corpo/mente sia il punto di contatto fra la realtà del mondo e l’io lirico di questi versi, ecco che il corpo non ha la determinazione sufficiente per imprimere una traccia, “Le mie impronte saranno solo un alone sfocato”. Una delle cifre che caratterizzano questi versi può essere quindi individuata nella “sfiducia”. (3) Il terzo componimento costituisce un dittico ideale insieme al quinto, in cui diviene reale e tangibile il contatto con l’altra, quell’elemento femminile che è l’interlocutrice sottesa della silloge. C’è qui la descrizione di un rapporto intimo nel quale è chiara la dimensione dell’attrito come impossibilità di comunicazione tra le due parti, “rovinare tutto con un semplice gesto senza maestria”. In tal senso l’amore è ‘dermico’, perché si ha a che fare con “L’involucro del mio male” riportato immediatamente a un’esperienza di analisi mediante poesia – “saturo d’inchiostro” – in un opporsi continuo di immagini aeree e diafane, “accarezza i tuoi seni”, “farfalle sui prati”, alle quali vengono contrapposte “meschine le serpi/ tra carcasse”. (4) La quarta poesia della raccolta si pone come cesura del dialogo tra quella che la precede e la seguente. C’è qui la consapevolezza di un meccanismo che si è inceppato, di un’abitudine amorosa che è venuta meno, non nella sequela dei gesti, bensì nell’autenticità dell’ispirazione. Vi è qui una netta presa di posizione dell’io-poetante nei confronti della donna, alla quale viene negata ogni arrendevolezza “Dovrei annuire con la testa/in segno di accondiscendenza” […] Dico dovrei/ma non lo faccio”. (5) Il componimento che occupa la parte centrale della silloge è anche quello dove la consapevolezza del distacco raggiunge il suo punto più alto. Da qui in poi sarà difficile individuare punti di contatto fra l’io-poetante e l’Altra, che non abbiano il solo sapore del rimorso o della consapevolezza che tutto ciò che è stato in una determinata misura non potrà essere più. “Quel che è rimasto di noi/è un disordinato museo dei tempi andati”. Insieme alla sfiducia si delinea un’altra caratteristica di questo sistema rizomatico, quella cioè che la rende una corazza impenetrabile perfino a chi ne aveva condiviso i tutti momenti qualche istante prima. C’è da parte dell’io-poetante una sorta di remissione nell’accettare il passato come somma di tentativi volti all’instaurazione di un rapporto che va oltre la superficie dermica “dove ho imparato ad attendere/in religioso silenzio ogni tuo cenno/riordinando per ore le spazzole per capelli/i cosmetici, gli orsacchiotti di peluche, la tua biancheria”. Quello che si evidenzia è il rapporto con oggetti che a dispetto della loro consuetudine e abitudinarietà non riescono, grazie alla confidenza, a scalfire il manto della superficie per raggiungere un quale-che-sia-presupposto-ente. (6) L’inganno amoroso si conclude in un silenzio illuminato da una “luce fioca”. La sesta poesia della raccolta riprende un’atmosfera cara a Donno, quella della metropoli, anche se a differenza di altri luoghi poetici cari all’autore da essa è scomparso totalmente l’orizzonte storico. L’evento che interessa documentare sono “le noiose giornate di provincia”, le macchine, il centro; questi elementi assumono una finzione straniante, il cuore dell’io-poetante è un qualcosa che scorre lontano, un po’ per salvarsi, un po’ per perdersi, un po’ per non farsi corrompere dall’oblio dell’indifferenza.
Da un punto di vista lessicale “Dermica per versi” è un riuscito esperimento nel quale vi è equilibrio tra linguaggio medio e alto, dove il raro utilizzo di termini più desueti (ad. es. “sciabordio”, “abbuia”, “agglutinare”) si fa indice di una ricerca di comunicazione e comprensibilità come risultati. (7) Il settimo componimento è quello in cui si celebra una ideale resa dei conti. L’io-poetante ci ha fatto comprendere, fin qui, di essere una superficie su cui può essere scritto tutto, perfino la condanna estrema, proprio come accade al protagonista dell’incubo kafkiano contenuto nel capolavoro “Nella colonia penale”, sulla cui schiena viene incisa la condanna che coincide con l’esecuzione della stessa. C’è qui l’abbandono al giustiziere, senza nemmeno un timido accenno alla richiesta di un appello. “Quando sarà il momento/tranciate di netto ogni parte di me”. Eppure in questa arresa è contenuto l’ultimo atto di denuncia nei confronti di un mondo che non vuole capire e che non è compreso, meccanismo ineffabile. Se per un’ipotesi assurda dovessimo chiederci chi tra i due, “io-poetante” e “mondo”, avesse ragione, basterebbe l’ultima strofa di questa poesia per fare vincere il primo: “Ho sempre ubbidito a tutti/e tutti mi hanno accolto/obliqui nelle loro case/come se il dovere dell’indignazione/fosse solo per il mio cuore/lacerato a brani/e nulla avessi più a pretendere/nemmeno la polvere”. Ciò che anima questi versi non è quindi un’arrendevolezza silenziosa, quanto più una forte spinta dialettica a una rivolta interiore che riesca a sovvertire la quiete del rapporto amoroso con l’Altro, il suo assopimento. Una delle cose che ci si augura di più una volta terminata la lettura di questi versi è che l’implosione avvenuta sull’IO, dopo che si sia lasciata da parte la società ‘allargata’, venga rivolta con lo stesso acume all’esterno, forte l’autore di questo affinamento del mezzo espressivo, ottenuto come è giusto che sia dopo aver pagato alla poesia un caro prezzo. (8) L’ottava composizione è quella più atipica e distante dalle corde ritmiche delle precedenti, proprio perché in essa sono individuabili gli accenti, una rapidità e un ritmo ‘propedeutici’ all’arresto repentino e inaspettato dell’ultimo verso. Una corsa che si arresta d’improvviso, come se l’io-poetante, fatti i conti con la realtà, avesse deciso di raccogliere in un punto tutte le sue forze. Una dimostrazione che lo stile del Donno è capace anche di voli repentini e accenti compiuti. Detta tracotanza si scaglia e valorizza in questo caso oggetti inutili, inermi, “sfioravo con le mani/penetravo le morte cose”. Come a dire che tanto ardore tardivo è oramai vano. Tornano infatti le mani, “tremule”, “impudiche”, “coprivano un’ansia latente d’attesa”. Da un lato la corsa affannosa verso qualcosa di invano, e dall’altro la soluzione in nulla che non sia soltanto attesa. (9) La nona poesia segna il termine del discorso intrapreso nella silloge, qui si tirano le somme, tutto l’io-poetante è consapevole di essere stato partecipe di una lezione incompiuta, quella del mondo intimo di un uomo e una donna che per un tempo intenso è trascorsa sul derma per raggiungere fibre più intime. La prima persona singolare che ha accompagnato il lettore per la durata di questo viaggio giunge alle soglie di un abisso. (10) “Dove nessun canto trova dimora”, scriverà Donno nell’ultima poesia della silloge. Nemmeno sulle pagine c’è abbastanza spazio perché la tensione dell’esistenza trovi un luogo adatto a fermarsi, “i miei passi a stento sopportano/ il peso del cielo”.
“Dermica per versi” diviene qui una dichiarazione poetica alla realtà, una denuncia dell’evidenza che in certi momenti sfiora il titanismo, concentrandosi, si potrebbe azzardare un paragone, in un bicchiere d’acqua che va bevuto ogni giorno, mandato giù a sorsi lenti e amari allo stesso tempo. È come se in ognuna delle poesie fin qui lette ci si fosse avvicinati sempre di più a un millimetro dalla sconfitta, al momento in cui si è prossimi a gettare la spugna senza compiere, tuttavia, il gesto dell’arresa. Questa raccolta, tra quelle pubblicate da Stefano Donno in questi undici anni di frequentazione con la parola ‘rivolta’ a un pubblico, è sicuramente la più riuscita, e senza nulla togliere a quelle che l’hanno preceduta costituisce un ottimo punto di partenza per una ulteriore ricerca di mappatura poetica del mondo.

Dermica per versi”, Stefano Donno, Lietocolle, 2009, isbn 9788878485419, €5

Post e dintorni


Primo post dell’anno 2010. Sul quotidiano ilPaesenuovo di oggi c’è una acuta e circostanziata riflessione su “Re Kappa” firmata da Francesco Pasca. Chi sia interessato può leggerla in formato pdf cliccando qui. È l’ultima in ordine di tempo, le altre potete leggerle qui.  Su questo sito, nelle prossime settimane, potrete leggere oltre che le consuete recensioni, le anticipazioni di quello che c’è dopo – nella mia scrittura – ovvero il mio secondo romanzo. Da qualche giorno è online SmartLit, chiunque sia interessato può visitare il sito e scrivermi. Quest’oggi segnalo, per chi fosse a Lecce, la presentazione di “Tutto questo silenzio”, di Rossano Astremo e Elisabetta Liguori, presso la Libreria Gutenberg (Lecce) alle ore 18.00, ci saranno Antonio Errico e Mauro Marino. Il 2010, che per il calendario cinese è l’anno della Tigre, si apre con servizi giornalistici (Repubblica) e telegiornalistici (Tg2) entrambi incentrati sulla riscoperta delle bocce anche tra i giovani e il declino/trasformazione  (Tg2) dei centri sociali. Male che vada se le bocce diventano così importanti qualcuno inventerà (se già non esiste) il gioco delle bocce con la Nintendo Wii. Sigh. Alberto Arbasino, sempre lui, in un’intervista chaise-longue a Andreotti/De Melis (il manifesto, marzo 2001), sosteneva che negli anni ’70 c’erano stati tanti diversi momenti ‘sorgivi’, momenti storici in cui diversi fattori culturali, ambientali, politici, portavano alla nascita di movimenti culturali e opere d’arte fondamentali. La decade trascorsa invece, quella dal 2001 al 2009, è stata catastrofica al punto che alcuni parrucconi già rimpiangono gli anni novanta. “Che carriera!”

La strategia dell’olfatto. “Séparé” di Annalisa Bari


Annalisa bari - Séparé - copertinaNel maggio del 1986 venne pubblicata una raccolta di racconti, la prima postuma, di Italo Calvino, dal titolo “Sotto il sole giaguaro”. Dei cinque racconti, uno per ogni senso, ne vennero ultimati e pubblicati tre soltanto, il primo dei quali “Il nome, il naso”, era dedicato all’olfatto. Il racconto in questione lascia il segno per la descrizione di una realtà percepita attraverso un unico senso. L’olfatto è, dei sensi, quello che più risveglia l’istinto animale, grazie a esso possiamo ricordare e far affiorare alla mente il nostro passato chiudendo gli occhi e tralasciando ogni razionalità. Con questa premessa mi piacerebbe che il lettore si accostasse a “Séparé”, ultimo romanzo di Annalisa Bari, edito da Giuseppe Laterza Editore. L’autrice – il suo romanzo più recente era “I mercanti dell’anima”, uscito l’anno scorso con LAB – è alla sua quinta prova narrativa. Il romanzo racconta le vicende di una bambina che viene allevata da sua zia Giorgia, un’attrice di rivista nel periodo (secondo dopoguerra, boom economico) in cui il cinema comincia a contendere spettatori ai teatri di prosa. Gli odori in questo romanzo giocano un ruolo importante, non a caso si parla di olfatto, perché ogni capitolo inizia proprio con la menzione dell’odore che più diviene protagonista della vicenda in esso narrato. Si parte dai camerini di un teatro napoletano, dall’odore delle candele che si spengono e dalla rapidità con cui la scena viene cambiata, passando dal funerale della madre di una bambina che poi, nolente l’impresario – uno dei personaggi meglio caratterizzati – verrà presa con sé dalla zia. Gli odori si susseguono, la brillantina di un uomo, la cipria sui visi le rose, le caldarroste, i treni degli infiniti spostamenti attraverso l’Italia. L’effetto più interessante della prosa di Annalisa Bari è che la “strategia dell’olfatto” si riflette nello stile prediletto per la narrazione, rapido, sequenziale, quasi che davanti agli occhi del lettore si susseguissero i quadri di un carosello nel quale la scenografia viene cambiata, nel passaggio da un capitolo all’altro, con la stessa velocità con cui si cambiano i costumi delle ballerine nel passaggio da un contesto all’altro della narrazione. Zia Giorgia avrà così modo di condurre nel mondo la protagonista bambina nel percorso tipico del romanzo di formazione. Non nascondo che il personaggio preferito è proprio lei, per quel senso di praticità che si coniuga perfettamente con l’aspirazione artistica, senza cedere a nessuna lusinga. La dedizione di questa madre acquisita non avrà cedimenti nemmeno quando la zia avrà la possibilità di una vera e propria ‘svolta’ nella sua carriera, potendo entrare nella compagnia del mitico Macario, dovendo tuttavia sacrificare il rapporto con la sua nipotina che vivrà quell’episodio con la consapevolezza di non voler essere un peso per la zia, un esempio di come la sensibilità dell’autrice rende il carattere ingenuo e allo stesso tempo introspettivo della piccola:

“Fu quell’episodio che finì di convincermi che ero diventata un fardello, un ostacolo alla carriera della zia. Ebbi paura che lei mi odiasse per questo e pensai di fuggire. Ma dove? Avevo girato in lungo e in largo l’Italia, conoscevo più città io di qualsiasi altra mia coetanea, avevo conosciuto un numero smisurato di persone, folle, platee, ma gli unici esseri viventi con cui avevo un legame, su cui potevo contare, erano veramente pochissimi e tutti raggruppati in quel piccolo mondo della compagnia. Quando tutte furono uscite dal camerino, rimasi lì, raggomitolata per non so quanto tempo, al buio, a cercare una soluzione per sollevare la zia del problema”.

La variazione sul tema concessaci dall’autrice sta nell’amore e nelle cure che riceverà la piccola bambina, vissute con un po’ di nostalgia per un tempo in cui era ancora possibile condurre una vita randagia attraverso l’Italia, magari iscrivendosi a diverse scuole e imparando sul campo della vita/teatro, senza farsi mancare un presepe e l’aspirazione di occupare un posto sulla ribalta della scena. “Séparé”, di Annalisa Bari, a conferma di quanto espresso dall’autrice nei suoi lavori precedenti, è un ottimo romanzo; una riuscita commedia nel quale la malinconia del passato viene mitigata dal disincanto con cui la protagonista, una volta adulta, contempla il presente.

Séparé” di Annalisa Bari è anche su twitter.com/SmartLit: 1 2 3

Le Mani e l’Ascolto 2009-2010


Città di Lecce / Assessorato alla Cultura
Associazione Culturale Fondo Verri, Presidio del libro di Lecce

Le Maniel’Ascolto
IX edizione
28 dicembre ’09 / 6 gennaio ‘10


Torna Le Maniel’Ascolto. Come consuetudine – con il sostegno dell’Amministrazione Comunale di Lecce – un pianoforte abiterà il Fondo Verri. Un appuntamento che si rinnova in occasione delle festività per il Capodanno, una rassegna di parole e di suoni giunta quest’anno alla nona edizione. Libri, esperienze autoriali e ricerche sonore in una maratona di ascolti che avrà luogo e pubblico dal 28 dicembre al 6 gennaio nella saletta di Via Santa Maria del Paradiso.

Il costante contatto con la scena creativa (musicale e letteraria) è una delle prerogative del Fondo Verri. Le Maniel’Ascolto rinnova il desiderio di costruire avventure sonore proponendo repertori che hanno il pianoforte come elemento di guida e di raccordo delle performance, pretesto di incontri, scambi, creazioni, in una tensione di ricerca che attraversa i generi, i modi d’espressione, l’arte con le sue con-fusioni esistenziali e con il rigore che interviene a fare stile, segno, lingua.

Otto serate di incontro di contaminazione tra suono, poesia, scrittura, teatro e immagini.

Il primo appuntamento il Lunedì 28 dicembre, dalle 20.30, con il libro di Manila Benedetto, Donne e altri animali feroci, edito da Coniglio. La tastiera del pianoforte è affidata alle Interferenze di Stefano Pellegrino.

A seguire:

29 dicembre
Il libro di Pierluigi Mele, Da qui tutto è lontano, Lupo
La musica di Raffaele Vasquez, Nicotina 06

30 dicembre
La poesia di Giuseppe Greco
La musica di Roberto Gagliardi e Massimiliano Ingrosso, Melting pot duo

2 gennaio
Le poesie di Guido Picchi e Maurizio Nocera che legge Totò
La musica di Raffaele Casarano e Marco Bardoscia
Ospite della serata l’arpa di Keti Giulietta Ritacca

3 gennaio
Il libro di Vito Antonio Conte, Fuori i secondi, Luca Pensa
La rivista, Palascia, l’informazione migrante
La musica di Emanuele Coluccia, Volo e di Claudio Prima, Dentro la città

4 gennaio
La poesia di Daniela Liviello con Il segno e il suono
per la musica di Rachele Andrioli e Donatello Pisanello

5 gennaio
La poesia di Anna Maria Mangia e Patrizia Ricciardi letta con
Giovanni Santese e Fernando Bevilacqua
La musica di Mauro Tre e Irene Scardia, Piano Duet

6 gennaio
Da Qui Salento, Salento da favola, storie dimenticate e luoghi ritrovati”
Letture di Andrea Contini, Antonella Iallorenzi, Ippolito Chiarello,
Angela De Gaetano, Piero Rapanà, Mauro Marino,
Simone Franco, Simone Giorgino, Fabrizio Saccomanno

Tutte le serate dalle h. 20.30

Rusty Dogs. Let’s start!


Iniziano ufficialmente le pubblicazioni di Rusty Dogs (http://rusty-dogs.blogspot.com) con la prima storia, scritta da Emiliano Longobardi, disegnata da Andrea Del Campo e intitolata Next door to paradise.

Rusty Dogs è un blog che raccoglie storie brevi a fumetti scritte da Emiliano Longobardi e disegnate da (almeno) trentotto disegnatori italiani attualmente a lavoro con alcuni dei più importanti Editori nazionali e stranieri.

Il genere delle storie è il crime-noir e ognuna di loro sarà leggibile indipendentemente dalle altre, pur essendo tutte collegate da vincoli più o meno forti.

Il disegnatore della prima storia di Rusty Dogs è Andrea Del Campo, catanese, già membro degli staff di John Doe e Unità speciale (Eura Editoriale), di Evo – La ragazza del fiume (Double Shot) e attualmente a lavoro con la Star Comics sulla nuova mini-serie Valter Buio su testi di Alessandro Bilotta.

Lo sceneggiatore

Emiliano Longobardi, sassarese, esordisce nel 1999 con l’albo Xiola – Primo sangue (Liberty), scritto insieme ad Antonio Solinas e disegnato da Werther Dell’Edera.
Dopo sette anni dedicati alla critica e all’informazione fumettistica con Rorschach.it e Comicscode.net, riprende nel 2006 l’attività di sceneggiatore.
E’ presente sui primi tre numeri di Mono (Tunuè, disegni di Werther Dell’Edera, Elena Casagrande e Gianfranco Giardina), ha pubblicato una short su Donnell&Grace – Bluelights (IDEAcomics, disegni di Massimo Dall’Oglio) ed è fra gli autori di Killer Elite n.2 (Bottero Edizioni, disegni di Gianfranco Giardina e Andrea Del Campo).
Il suo blog è raggiungibile all’indirizzo: http://emilianolongobardi.blogspot.com

I disegnatori

Lo staff di disegnatori sarà inizialmente composto da Fabiano Ambu (Il massacro del Circeo, Dampyr), Antonello Becciu, Michele Benevento (Caravan), Giacomo Bevilacqua (John Doe, A Panda piace), Elia Bonetti (Trigger, Capitan America), Riccardo Burchielli (John Doe, DMZ), Matteo Bussola (Unità Speciale, Factor V), Giancarlo Caracuzzo (Storia di cani, Nemrod), Raul Cestaro (Tex), Massimo Dall’Oglio (Underskin, John Doe), Davide De Cubellis (Martin Mystère), Andrea Del Campo (John Doe, Valter Buio), Werther Dell’Edera (John Doe, Loveless, Dark Entries), Carmine Di Giandomenico (Battlin Jack Murdock, Magneto: testament), Antonio Fuso (John Doe, Fear agent), Andrea Gadaldi (John Doe), Pier Gallo (Legs, Gaijin), Davide Gianfelice (Northlanders, Greek street), Gianfranco Giardina (Killer Elite, Mono), Simone Guglielmini (Detective Dante, Agent Zero), Giuseppe Marinello, Alex Massacci (Jonathan Steele, Doctor Voodoo), Francesco Mortarino (Dead Nation), Guido Nieddu, Davide Pascutti (La Grande Guerra, Marcinelle), Rossano Piccioni (Inside, L’insonne), Giorgio Pontrelli (John Doe), Paolo Raffaelli (Umberto Mistri – aviatore), Maurizio Ribichini (I quattro colpi, Storie fragili), Andrea Rossetto (Tengu-Do), Armando Rossi (Ford Ravenstock), Lorenzo Ruggiero (Superman Red son, La neve se ne frega), Antonio Sarchione (C.O.P.S.), Marco Soldi (Dylan Dog, Julia), Cristiano Spadoni (Magico Vento, Julia), Claudio Stassi (Brancaccio, John Doe), Joachim Tilloca (Un anno dopo) e Riccardo Torti (John Doe).

Il logo della serie, il lettering e la grafica del blog sono realizzati da Mauro Mura.

Per info: Emiliano Longobardiemiliano.longobardi@gmail.com

“Casa della Poesia” chiede aiuto.


Cari amici, vi lascio qui sotto una lettera dei fondatori delle “Casa della poesia”, un luogo unico e di grande valore per la poesia e per la cultura in generale.
Sarebbe un vero peccato, per l’Italia, e per il mondo perderlo.

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“Cari amici di Casa della Poesia,

le notizie che dobbiamo darvi continuano a non essere piacevoli. Pur svolgendo in questi mesi un’intensa attività in tante città italiane e all’estero, pur avendo raccolto grandi successi ed entusiasmi per le ultime cose organizzate (Napolipoesia nel Parco, Incontri internazionali di poesia di Sarajevo, Verso Sud a Reggio Calabria, gli Incontri dedicati al Centenario di Alfonso Gatto, gli incontri in “Letture senza confini”, i tour italiani di Jack Hirschman, di Paul Polansky, di Maram al-Masri, ecc. ecc.) la situazione della struttura fisica di Casa della poesia rimane problematica e ancora a rischio di chiusura o trasferimento.

Come sapete ormai da tempo a questa crescita continua del progetto e della considerazione internazionale di cui gode, agli impegni sul territorio nazionale e all’estero, corrispondono problemi di natura finanziaria e di relazioni con gli enti pubblici locali che mettono in grave difficoltà la struttura proprio nel nostro territorio. Dobbiamo quindi segnalarvi di nuovo e con forza il pericolo imminente. È davvero a rischio la stessa esistenza di Casa della poesia!

Ricordiamo che il 2008 è stato l’anno dell’apertura della “Casa dei Poeti”, la struttura residenziale di Casa della poesia che rende la nostra organizzazione unica probabilmente non solo a livello nazionale, ma forse a livello internazionale. E ricordiamo anche che il prossimo anno, 2010, Casa della poesia realizza il quindicesimo anno di attività, un traguardo importante, straordinario per una struttura indipendente.

Torniamo a dare i numeri di quella che ci ostiniamo a considerare una straordinaria impresa: quattordici anni di intensa attività, circa 40 grandi eventi realizzati in varie città (Napoli, Salerno, Baronissi, Reggio Calabria, Pistoia, Trieste, Sarajevo, Potenza, Benevento, ecc. ecc.), incontri, progetti, seminari, in tante città italiane e all’estero, collaborazioni con Ministeri ed enti culturali di tanti paesi europei ed extraeuropei, circa 400 passaggi di poeti di ogni parte del mondo, una bella biblioteca internazionale, una mediateca, un archivio audio (“Le voci della poesia”) tra i più ampi e vasti del mondo, laboratori di produzione audio e video.

E come già  detto l’apertura di una casa-alloggio per poeti che fa di Casa della poesia, nell’insieme delle sue attività, una struttura forse unica al mondo per complessità, approcci, aree di intervento e sviluppo. **Casa della poesia è un’impresa culturale riconosciuta e riconoscibile a livello internazionale, apprezzata e presa ad esempio, con relazioni internazionali di livello altissimo (Università, Ministeri, Ambasciate, Istituti di cultura, Associazioni, Enti pubblici, Case della poesia, ecc.).
Facciamo appello ad amministratori, uomini politici, imprenditori, disponibili a “leggere” i risultati e la qualità dei progetti di Casa della poesia e ad impedire un ulteriore impoverimento culturale del nostro territorio. **Intanto noi proviamo a proseguire le nostre attività (ma non sappiamo ancora per quanto), insieme a coloro che in questi anni sono stati protagonisti (i poeti) e testimoni (gli amici di CdP) del nostro lavoro, con la speranza di non dover rinunciare e trasferire tutto il patrimonio di lavoro, relazioni, contatti, materiali, conoscenze e competenze, in altri ambiti e territori.

Chiediamo a tutti gli amici, i giornalisti, gli uomini di buona volontà, di essere parte attiva in questa operazione di r/esistenza per tenere in vita una struttura che per 14 anni ha dato spazio e voce ad una cultura dell’impegno, della partecipazione, della solidarietà, dell’incontro. Siamo certi di poter contare sul vostro aiuto (articoli, interviste, segnalazioni, ecc.) e di ricambiare continuando a proporre progetti e la grande poesia internazionale.
Aspettiamo un vostro cenno e intanto, un caro saluto, Raffaella Marzano & Sergio Iagulli Info: 089/951621 – 089/953869 – 347/6275911″.