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Ettore Maggi intervista Pietro Grossi


Ettore Maggi intervista Pietro Grossi

Pietro Grossi è un giovane scrittore (ha meno di trent’anni, in un paese in cui si è adolescenti fino a quaranta, ormai…) che un pubblicato due libri con Sellerio (Pugni e L’acchito), dopo il lungo Tre racconti lunghi sui quali svetta soprattutto il primo, Boxe. Grossi è, secondo il nostro personalissimo giudizio, il miglior scrittore uscito dalla Holden. Molto gentile e disponibile (senza l’arroganza tipica dei giovani Autori con la A maiuscola. che pensano di cambiare la storia della letteratura, o di alcuni giovani scrittori di genere, che pensano di essere trasgressivi e contro il sistema perché pubblicano storie truculente) ha acconsentito a fare una chiacchierata su scrittura, boxe e altro…

Ettore Maggi: Per iniziare, dato che io collaboro (tra le altre cose) con una rivista di letteratura giallo-noir-poliziesca, ti chiederei se tu apprezzi questi generi, attualmente molto di moda.

Pietro Grossi: E se la risposta fosse negativa? Il fatto è che per essere onesto non leggo granché gialli-noir-polizieschi, ma un passato da legare al genere c’è, e pure piuttosto importante. A nove anni cominciai un romanzo su due ragazzini che scappano di casa ed eventualmente se ne vanno dalla nonna di uno dei due a Napoli, infilandosi poi in una storia di camorra. Visti i successi dell’argomento devo ammettere che l’avevo vista lunga. Due o tre anni più tardi iniziai un altro romanzo ambientato in Florida, che aveva come protagonista un investigatore privato. E se devo pensare al mio primo vero amore come lettore, il nome che balza alla mente è Sam Llewellyn, autore di diversi gialli ambientati nel mondo della vela. Insomma, purtroppo ho iniziato a leggere tardi e sono un lettore lento, dunque finisce che per riprendere il tempo perso il genere passa in secondo piano, ma senza dubbio i primi passi li ho mossi là, a cavallo proprio tra giallo, noir e poliziesco. Chissà che non fosse stato meglio continuare su quella strada.

La tua risposta apre una questione per me fondamentale: il dualismo Letteratura vs. Letteratura di Genere. I rispettivi esponenti continuano a sparlarsi addosso (tranne alcune eccezioni: ad esempio quello che l’ottimo Maurizio Maggiani, vincitore del Campiello e dello Strega, ha detto a proposito dell’importanza della lettura di S. King, nella sua formazione letteraria).
Spesso non è molto convincente quello che viene detto da entrambe le parti: molti Autori con la A maiuscola lamentano la qualità scadente degli autori “di genere”, ma poi non hanno la capacità
di “costruire” storie, mentre molti scrittori di genere rovesciano le accuse, ma effettivamente scrivono male. Ad esempio, adesso c’è questa ondata di noir, che secondo alcuni sarebbe (pretenziosamente) l’unico strumento per descrivere la società moderna, i meccanismi di potere e per recuperare la Memoria Storica ecc. In realtà poi questo succede soltanto per alcuni scrittori, più sensibili (e forse più bravi), come ad esempio Juan Madrid in Spagna e Didier Daeninckx in Francia, mentre spesso, purtroppo, la maggior parte del noir si limita a rappresentare una realtà da Real TV, oppure si preoccupa soltanto di descrivere dettagli morbosi, per accontentare quelli che si fermano davanti agli incidenti.
Cosa pensi di questa contrapposizione?

Diciamo innanzi tutto che questa è una domanda da un milione di dollari, e soprattutto una domanda a cui chiunque può dare una risposta giustificata.
Io in ogni caso sono dell’idea che l’uomo è pervaso dalla debolezza di giustificare il proprio mondo denigrando gli altri. Mi pare in sostanza piuttosto fine a se stesso fare una graduatoria di merito tra Letteratura “vera” e Letteratura di genere, che a mio avviso può anche essere definita di intrattenimento.
Siamo d’accordo: la grande letteratura ci insegna qualcosa del mondo; direttamente o meno quando finiamo un grande libro – grande per noi stessi, beninteso – abbiamo la più o meno consapevole
sensazione che il mondo intorno a noi ha acquistato una piccola ma fondamentale e inaspettata nuova sfumatura. Ma siamo pronti a scommettere qualunque cifra che questo sia in fin dei conti più rispettabile dell’intenzione di travolgere un lettore con una storia appassionante (di qualunque colore essa sia: rosa, gialla, nera o a pallini)?
Insomma: è più importante una vita di qualità o la qualità di vita? Ovviamente siamo qui per porre delle domande e non per dare delle risposte: sono faccende queste che ognuno – con tutta libertà – deve dare a se stesso. E per quanto mi riguarda è proprio questo il bello della letteratura e dell’essere
uomini: la libertà.
Poi diciamocelo, c’è letteratura di genere bella e brutta, allo stesso esatto modo in cui c’è molta più
letteratura scadente che di qualità, e allo stesso modo in cui diversi autori hanno scritto le loro migliori pagine immersi nei loro filoni di genere piuttosto che quando ne uscivano. Ripeto: chi a priori denigra l’uno o l’altro mondo letterario mi fa solo venire il sospetto di doversi riparare
dietro le accuse. Per uscire un attimo dalla letteratura e dare un po’ di credito anche al cinema: se ci penso non sono affatto sicuro che le riflessioni simboliche di Tarkovsky mi abbiano giovato tanto più delle grasse risate di Mel Brooks.

Dato che hai parlato di cinema, chi è il tuo regista preferito?
Anzi, nell’ordine: regista e film preferito, scrittore e romanzo preferito e soprattutto pugile e incontro di boxe preferito… Sono ammesse risposte multiple, ovviamente.

È sempre il vecchio dramma fare delle classifiche: forse è per questo che in Alta Fedeltà se ne gode così tanto. Allora: regista preferito direi senz’altro Kubrick, e devo dire che dopo aver visto al cinema “2001: Odissea nello spazio” di solito metto questo come film preferito: non credo che nessuno sia mai arrivato a significare tanto e al tempo stesso estetizzare tanto in una pellicola. Al secondo posto butterei forse “C’era una volta in America”, o per citare l’amico Antonio Monda “Il Padrino”.
Scrittore e romanzo preferiti è tosta. Non so se ho uno scrittore e un romanzo preferiti. Sicuramente in ogni caso non coincidono. Per quanto riguarda il romanzo mi riparo citando il libro che più mi ha fatto godere nel leggerlo: “Il Conte di Montecristo”, ma per ricalcare il dilemma tra intrattenimento e piacere intellettuale non è certamente quello che più mi ha cambiato. Per quanto riguarda l’autore citerò invece quello che in questo momento ammiro di più e sono più in sintonia: Saul Bellow. Ma è
davvero difficile dire chi è l’autore preferito: sono talmente diversi tra loro che è un po’ come chiedermi se mi amo più la bistecca alla fiorentina o il gelato alla crema: senza entrambi la mia vita sarebbe parecchio più triste. Per quanto riguarda invece pugile e incontro – rischio di essere scontato – non ho un dubbio al mondo: l’incontro è quello tra Alì e Foreman del 1974 a Kinshasa, nello Zaire: nessun match è mai stato scritto dalla vita con maggiore dovizia di epica e colpi di scena; il pugile invece è senz’altro
lo stesso Alì, e per descriverlo non serve dilungarsi molto su quel corpo che danzava sul ring come una libellula, mandando al tappeto uomini ben più grandi e forti di lui: bastano le parole con cui George Plimpton – dopo aver raccontato di un incontro tra Alì e gli studenti di non ricordo quale università, in cui recitò una sua poesia: Me, We (Io, Noi) – chiude il documentario di Leon Gast sullo stesso incontro in Africa: What a fighter he was, what a man! (che pugile era, che uomo!).
L’immagine di Alì che combatte, a 32 anni (se non ricordo male) contro il 26enne Foreman, lento ma dalla potenza devastante, con tutto il pubblico di Kinshasa che lo incita, è qualcosa che non potrò mai dimenticare. Tornando a te, mi sembra di ricordare che hai fatto la Scuola Holden.
Domanda scontata: cosa pensi delle scuole di scrittura? Se riesci a dare una risposta non banale a una domanda così banale (lo confesso), complimenti…

Allora, prendiamola un attimo alla larga. Ieri sono stato a girare in pista con la moto insieme a un mio cugino. Lui tornando e facendo i conti della giornata diceva che aveva voglia le prossime volte di aggiungere qualcosa al semplice girare – garettina, tempi, qualunque cosa – che gli desse uno
scopo più preciso del semplice strusciare i ginocchi in terra. Chiacchierando gli ho detto a un certo punto che si sarebbe prima o poi potuta considerare l’idea di fare un buon corso di guida. Lui mi ha risposto “Mah, non lo so. Se devo essere sincero non vedo granché cosa possano insegnarmi”. “Magari a guidare meglio”, ho detto io. Lui è stato in silenzio un momento, poi ha proseguito:
“Boh sarà anche, ma ormai vado in moto da vent’anni e per dirla tutta mi sa che vado piuttosto bene (anzi, secondo me ha usato l’espressione ho un certo talento), quindi che mi possono insegnare?”
“Se si sapeva cosa ci potevano insegnare non ci si poneva il problema”, ho detto io. Poi abbiamo parlato un altro po’ di questa storia dei corsi e alla fine il succo è stato che andare a un corso non è altro che mettersi in mano a gente che ne sa più di te e che magari ti dà qualche dritta. Ecco, secondo me la questione delle scuole di scrittura sta lì a metà strada tra me e il mio amico: è vero che non si può insegnare a scrivere, che è una faccenda talmente personale che ognuno deve imparare a gestirla per conto suo (dico sempre che è come imparare a suonare uno strumento senza però avere lo strumento: ti devi trovare te i pezzi e montarli e accordarli via via senza sapere mai granché dove stai andando a parare); è vero quindi che nessuno ti può raccattare i pezzi, ma magari trovarti per un po’ in mezzo a gente che un giorno ha avuto le stesse difficoltà e farsi raccontare come le ha risolte non fa male: o se non altro ti fa sentire meno solo.

Hemingway, a chi gli chiedeva cosa fosse necessario fare per diventare uno
scrittore, rispondeva: “Tre cose: leggere, leggere, leggere.” QuaIcuno dice che il problema, in Italia, è che ci sono più scrittori che lettori. Sicuramente ci sono tanti aspiranti scrittori, che magari hanno letto pochino. Forse sarebbe necessario che si insegnasse di più a leggere, che a scrivere… D’altro canto anche insegnare a leggere non è semplice. Che ne pensi?

Diciamo tanto per cominciare che alla maggior parte delle persone che amano scrivere avrei voglia di chiedere perché lo fa, e sono parecchio convinto che a buona parte delle loro risposte saprei attaccare un’attività più adatta e soprattutto più sana. Insomma: il problema del sovrappopolamento di sedicenti scrittori – a cui probabilmente appartengo – non dipende secondo me dal come lo si fa o come lo si impara ma dal perché lo si fa e lo si impara.
Sulla faccenda di leggere e scrivere invece devo purtroppo – e credo per la prima volta – controbattere il primo dei miei maestri da sempre: proprio Hemingway. Per scrivere non basta leggere, per scrivere bisogna imparare a scrivere, e prima di tutto è una faccenda fisica. Mi fa sorridere tra l’altro che sia proprio lui a dire “leggere, leggere, leggere”, lui che ha speso così tanto a trovare dei trucchi e dei metodi e dei riti per trascinare la penna sulla carta o le mani sulla tastiera. La cosa più onesta da dire sul rapporto tra scrittura e lettura è che l’una non esiste senza l’altra – in tutti i sensi – e chiunque intenda isolare uno dei due aspetti azzoppa il discorso e niente più. Non esiste scrivere senza leggere, non esiste scrivere senza ri-leggere; ma non esiste leggere o ri-leggere senza qualcosa che si è scritto sudando e bestemmiando alla cieca per settimane o mesi. È un po’ come stare a domandarsi se una grande storia d’amore vive più di sentimento o di impegno e ragione: chiunque difenda esclusivamente uno dei due aspetti ha buone probabilità di andare presto a gambe all’aria.
Visto che prima ho citato la moto torno sui motori: se l’atto di scrivere è la camera di scoppio, leggere è la benzina, e sfido chiunque a far camminare una ruota senza una delle due.

Credo che tu abbia ragione dicendo che scrivere è una faccenda fisica. Forse questo è il motivo per cui ci sono tanti aspiranti scrittori. Molta gente si culla nell’idea “Scrivo, quindi sono uno scrittore.” La pittura, la scultura, e altre forse d’espressione artistica sembrano più difficili, la scrittura sembra più facile. Certo, quando sento alcuni scrittori lamentarsi, oltre che della fatica mentale di scrivere, anche di quella fisica, mi viene da ricordargli la fatica di un minatore, ma d’altronde è vero: per scrivere ci vogliono costanza, disciplina, allenamento…
Un po’ come la boxe, con le dovute differenze.
Per concludere, quindi, ti farei un’ultima domanda: hai visto Million Dollar Baby, e hai letto i racconti di Felix Toole, da cui è stato tratto il film?

Questa volta sono costretto a essere secco, anche perché per mia fortuna me ne sto per andare a fare qualche giorno di bella barca nell’arcipelago toscano: non ho letto Toole, purtroppo; e sì, ho visto Million Dollar Baby, ma se devo essere sincero, pur amando molto Clint Eastwood soprattutto come regista e amando anche parecchio i film di Boxe, non riesco a farlo entrare tra i film su cui valga la pena spendere troppe parole. In fin dei conti ha quello che un film sulla Boxe deve avere – a parte il gratuito finale strappa lacrime – ma se sei cresciuto vedendo anche solo Rocky e Toro Scatenato il resto scompare quasi tutto in una nebbia monotona e indistinta.

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"per gioco, per scherzo, per una volta, per provare"


Claudio Prima, Emanuele Coluccia e Simone Giorgino al FondoVerri

Prosegue la rassegna “Le mani e l’Ascolto”, il Settimo appuntamento della rassegna di parole e suoni che il Fondo Verri organizza presso la sua sede in Via Santa Maria del Paradiso a Lecce, per il settimo anno consecutivo, con il patrocinio del Comune di Lecce, venerdì 4 gennaio, dalle ore 20.00. In scena Claudio Prima all’organetto diatonico ed Emanuele Coluccia al pianoforte. Due voci musicali sodali di numerose avventure di ricerca e di suoni che si confrontano sui tasti. Gioco improvvisativo, arie mediterranee, tempi ska, jazz e canzoni nel loro repertorio che ha radici nei Manigold e germogli recenti nell’esperienza straordinaria della Banda Adriatica. La spazio della poesia è di Simone Giorgino con il suo Asilo di mendicità (Besa Editrice). Voce da bar, densa di colori che accoglie versi per dirli. Una poesia viva tesa nell’ascolto per essere vivi, presenti: “per gioco, per scherzo, per una volta, per provare”.

(in foto Claudio Prima)
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Dichiarazione Universale dei Diritti Umani – Una cover


Dichiarazione Universale dei Diritti Umani – Una cover
di Orodè

Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cui testo completo è stampato nelle pagine seguenti. Dopo questa solenne deliberazione, l’Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, al fine, di pubblicare e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali dell’Organizzazione Internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. Il testo ufficiale della Dichiarazione è disponibile nelle lingue ufficiali delle Nazioni Unite, cioè cinese, francese, inglese, russo e spagnolo.

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI
Cover – Riadattamento all’ambiente

Preambolo?

Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono in qualche modo e sono dotati di un corpo evidente e di tanta, quasi infinita ignoranza.

Articolo 2
Ad ogni individuo spetta davvero poco che sia suo, amato, interessante aldilà delle chiacchiere. Con incredibili e forse genetiche distinzioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica e di altri generi, di origine nazionale e sociale, di ricchezza, di nascita e di altra condizione.

Articolo 3
Ogni individuo è un’illusione. Forse arriverà a vivere abbastanza nonostante la confusione generale, le insicurezze sul lavoro e le ingiustizie dei ricchi e dei potenti.

Articolo 4
La schiavitù e la tratta degli schiavi sono state mascherate, in questi regimi democratici. Pare che nessun individuo possa essere tenuto in schiavitù. In realtà, ci sono solo prostituzione e mercenari, pochissimi uomini liberi, pochissime donne libere.

Articolo 5
Tutti coloro che non accettano la lobotomia imposta dal regime democratico verranno puniti senza che gli altri se ne accorgano.

Articolo 6
Solo gli individui lobotomizzati possono aver diritto al riconoscimento della loro personalità giuridica, ma non è sicuro…

Articolo 7
La legge è un libro letto con discriminazione. Chiunque voglia far rispettare l’ordine e dominare il Caos viene eliminato. In poche parole, i ricchi e i potenti sanno come far leggere il libro della legge ai giudici.

Articolo 8
Ogni individuo ha diritto ad una teorica possibilità di ricorso a competenti tribunali contro altri che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti da qualche tavola della legge. Tuttavia gran parte di questi ricorsi si disperderà in un mare di codici e codicilli o cadrà in prescrizione.

Articolo 9
La legge fa quel che può, come in guerra fa il fuoco amico.
Beati i poveri perché riceveranno il fuoco amico.

Articolo 10
Ogni individuo ha diritto ad un’equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale che sarà indipendente e imparziale a seconda del caso.

Articolo 11
1. La legge è così ridicola in mano agli uomini. Non lo sarebbe di più in bocca agli squali. La legge, a parte le chiacchiere e le procedure verso i poveri cristi, è come un pacchetto di fish & crock.
2. La legge è in mano a uomini che non hanno risolto il loro destino. La legge è nelle mani di lobotomizzati ed incute timore a cittadini anch’essi lobotomizzati.

Articolo 12
Ogni individuo ha diritto ad essere travolto dal destino e dalla storia.

Articolo 13
1. Ogni individuo è buono solo se sa far muovere gli ingranaggi del regime di turno (vedi democratico) e se paga al suddetto regime fino al 50% dei propri guadagni, sottoforma di tasse per ogni movimento- esclusa solo la tassa per l’aria da respirare, al momento. Ad oggi, l’aria è gratis. Affrettatevi a consumarla che per domani non si sa.
2. Tutti i pesci piccoli che pagano le tasse risultano essere delle brave persone.

Articolo 14
1. Ogni individuo ha il diritto di cercare un angolo di mondo in cui la lobotomia non esiste ma questo è davvero difficile perché il regime è subdolo ed utilizza strategie di marketing convincenti.
2. Il Regime si nasconde sugli scaffali.

Articolo 15
Ogni individuo è segnato dal luogo in cui nasce. Alcuni nascono ed ingrassano per tutta la vita.
Altri nascono e vengono sterminati per discorsi sulle diverse etnie o per degli studi che dimostrano la necessità di continenti poveri, affamati o per malattie.

Articolo 16
Uomini e donne anziché pensare ad amarsi devono sposarsi per essere ancor più vittime del regime e sottostare definitivamente alle leggi. La famiglia è imposta come nucleo naturale e fondamentale della società, di questa società che ha appeso il cervello e l’anima al chiodo. È ora di andare oltre la famiglia. È ora di diventare uomini e donne. La famiglia è un legame che facilita la lobotomia.

Articolo 17
1. Ogni individuo è ingannato col discorso della proprietà personale. In realtà sono necessarie pochissime cose. Quattro mura e un tetto per difendersi dagli avvoltoi e dagli sciacalli, un po’ di cibo, quanto più tempo possibile e musica, tanta musica.
2. I poveri tuttavia sono detestati dal regime perché sono poveri.

Articolo 18
1. Ogni individuo ha diritto ad una libertà di pensiero, di coscienza e di religione che considerino la lobotomia. Una vera fede, una vera mente, un vero amore non sono desiderati dal regime perché arrestano i ritmi di produzione e la pace delle pance dei ricchi e dei potenti.
2. quindi si deve fare tutto di nascosto!

Articolo 19
Se qualcuno, nonostante l’abominio e il potere del Caos che ci ingloba, ha la grandezza di avere delle opinioni vere e valide sarà molestato fino all’eliminazione fisica.

Articolo 20
Solo i lobotomizzati hanno diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.

Articolo 21
1. Per quanto riguarda la volontà popolare e il governo. C’è da chiedersi- come per l’uovo e la gallina- chi sia nato prima.
2. Poi c’è da chiedersi come si possa parlare ancora di libertà di pensiero e di scelta se si ammette la lobotomia generale.

Articolo 22
Ogni individuo, in quanto membro di questa società, ha diritto alla povertà, al precariato, nonché alla morte bianca e alla violenza, mentre in tv campeggiano le brutte facce dei potenti, sempre più brutti, maleducati, presuntuosi ed inutili.

Articolo 23
1. Ogni individuo ha diritto al lavoro che non c’è. Bisogna che se lo inventi quindi! Altrimenti che muoia!
2. Per quanto riguarda i contadini, poiché respirano ancora aria pura devono essere pagati pochissimo. Per esempio: un quintale d’uva deve costare di meno di una bottiglia di vino. E così via…

Articolo 24
Chi crede di aver diritto al riposo e allo svago è un irresponsabile, non vuole nemmeno quei due soldi che gli spettano.

Articolo 25
Ogni individuo pare essere nato per garantire gli eccessi dei ricchi e dei potenti, come sempre è stato, e dei loro eredi. Sono state fatte delle grandi lotte e sono stati fatti alcuni grandissimi sogni, ora tutto pare essere riassorbito dal nulla. Il male ed il bene sembrano indistinguibili. Le tavole della legge ci sono state rotte nell’ano dai potenti e dai violenti.

Articolo 26
1. Ogni individuo ha diritto all’istruzione perché il lavaggio di cervello dev’essere garantito.
2. Prima di pensare al reale sviluppo della personalità si deve pensare al ruolo che si deve avere in questa società come ingranaggio- il più remunerato possibile.

Articolo 27
Ogni individuo forse non nascerà mai.

Articolo 28
Ogni individuo ha diritto ad un lavaggio di cervello tale che né la storia né l’inutilità di questa carta straccia- con su scritto Diritti Umani- lo possa far pensare davvero.

Articolo 29
1. Tutte le scimmie, tulle le brutte facce, tutti i cuori deboli e quelli violenti. Tutti. Sono solo degli illusi. La ruota passa e ci schiaccia. Poveri noi, se non vogliamo davvero perdere tempo e parlare di denaro, di calcio. Poveri noi, stressati dalla macchina dei regimi. Poveri noi soprattutto se abbiamo capito. Ma poveri nell’anima tutti i violenti e i potenti. Solo la bellezza può dare senso al mondo!
2. Morendo s’impara!

Articolo 30
1. L’articolo 30 vorrebbe farci credere che niente e nessuno può farci violenza, distruggendo uno di questi cosiddetti diritti. Naturalmente è aria fritta!
2. Siamo tutti potenziali vittime di un programma di stato!

Ps. Per il resto cerchiamo nell’ano!!!

(foto Radioactive Cats, Sandy Skoglund, 1980)

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Felice 2008!!!


basso impero


Enrico Pietrangeli
su “Basso impero” di Claudio Comandini

Questo romanzo d’esordio di Claudio Comandini è ambientato nell’hinterland di un’ ex provincia ormai logora di troppi eventi o, altrimenti, svanita tra ricordi di dolce vita. Nel cuore di quello che un tempo fu, nonostante tutto, anche impero, si anima, accanita e puntuale, una penna (o tastiera che si voglia) pronta a scandagliare ricercando ogni possibile riferimento ormai inesistente nel suo essere licenziosa e irriverente. Una scrittura canalizzata in un fondo, quello di un Basso Impero che, attraverso secoli ricolmi d’intrighi e cortigiane, si avvicenda ancora, longevo e implacabile, espletandosi in tutto il suo più infimo degrado. Siamo agli sgoccioli del Novecento, corre l’anno 1994 e l’Italia conosce il suo primo governo Berlusconi. Comandini, per l’occasione, trova due date intense ed evocative per meglio rimarcare la sua narrazione, quella del 25 aprile e quella dell’ 8 settembre: dalla liberazione all’armistizio. Con questa stessa sequenza, traccia principio ed epilogo di tutti gli accadimenti che si susseguono nel suo libro. Sono eventi racchiusi in un diacronico accavallarsi di sequenze che imperversano, ma non a caso, rappresentando una stagione rissosa, persino dolorosa e nondimeno provocatoriamente spassosa. Sono mutamenti che toccano anche luoghi disconnessi nella memoria, davanti una televisione spenta che parla e un calendario senza giorni penzolante sul muro. C’è un bar che anima il tutto insieme alla piccola comunità che vi bivacca intorno. Dentro ci scorrono i personaggi del luogo, con le loro singolari vicissitudini, che si alternano in un comune vivere divenuto inconsulto. Ci sono Ludovico, Porkospin, Cecco lo sciamano, il grande amico Eugenio e le “femmine” che, sebbene qui vengano meno come tematica portante, prendono qua e là il sopravvento, fino ad occupare letteralmente un’intera pagina attraverso i loro attributi più intimi. Attributi dove lasciarsi andare in elucubrazioni mitologico-filosofiche con voluttuosità canzonatorie; cavalcare ardite fantasie per stordirsi nell’esperienza e galoppare, dopotutto, sul “fondo”. Bukowski che fa capolino, ma qui abbondano anche androgeni transessuali. L’amore c’è, mai scritto maiuscolo eppure totale ed incondizionato: è quello sentito per Serena. Ishtar è la loro gatta invalida, trovata in fin di vita, dentro un cassonetto dei rifiuti, sarà lei la loro complice e più diretta testimone. In questo “basso impero dove solo i servi hanno potere” compare, in primis, Jim Morrison, ci parla in greco e scivola sulle labbra “aspirapolvere” delle ragazze “crickcrock”. Mito e mercato post mortem non potevano tralasciare Kubain coinvolgendo persino Hegel ne “l’effettualità come criterio decisivo del farsi della realtà”. Un Basso Impero “maionese globale” dove The end è “l’unica canzone dei Doors da non sembrare datata”, “uovo del mondo alla fase terminale” con qualche turbato sorriso acceso sulle note di On the Sunday of Life dei Porcupine Three o Sunday morning dei Velvet. Stile fluido e intenso, fortemente intellettualistico nel suo essere triviale, ma che non rinuncia a calarsi nel gergo del mondo di cui, in fin dei conti, è parte: “a uno scudo dal collasso”. Tanta foga, rabbia, denuncia, tanto passato prossimo ancora da archiviare, che pulsa di armonioso disordine, materia viva e ancora tutta da plasmare, così scorrono i tanti aneddoti descritti da Comandini. Storia, oltre storielle e inferni personali che si aprono tra chiassosi echi delle risa di amici; fantasmi che, puntualmente, ritornano. La strage di Bologna, in questo libro, potrebbe rappresentare un comune nodo per tutto, tanto nel personale del protagonista quanto nelle più pubbliche faccende di questo paese. La memoria intanto corre, ritorna in Grecia, ai viaggi con Serena e i ricordi di scuola. Tragedia e piacere s’incontrano. Un’amara casualità è quella della notizia dell’attentato sopraggiunta sul primo acerbo piacere di un’eiaculazione, nella più aspra, pungente e vitale poesia adolescenziale.

salento's movida


Stefano Donno
su “Salento’s Movida” di Armando Tango

Fortunatamente da qualche anno a questa parte, il mondo delle lettere salentine, contro ogni previsione (Rina Durante scriveva in un suo articolo sulle pagine del Quotidiano, l’impossibilità del Pulp nella piccola città di provincia e poi c’era invece già Maurizio Leo che mixava da tempo ormai, Beat e Pulp in maniera eccezionale) comincia a creare un’identità altra che non è solo Comi, Bodini, Pagano, Toma, Verri, Ruggeri, o la Pizzica, ma non perché non siano necessari a costruire una mappatura del fare poesia e letteratura in queste terre, tra le maglie della sua storia, ma perché ciò che sta emergendo è un desiderio di riscrivere la storia della lettere a queste latitudini. Si poteva mai pensare ad esempio ad un giallo salentino o addirittura al noir? Era tutto in gestazione da queste parti, basti pensare al Delitto di Campi 1 e 2 di Gianni Capodicasa (Luca Pensa editore) e Libreria antica Roma. Il mistero di Taviano (Lupo editore) di Raffaele Polo. Pur non entrando nel merito qualitativo di queste due opere appena indicate, avendo chi più chi meno il diritto di esistenza nell’ambito della storia della letteratura contemporanea salentina, non posso non dire che comincia a strutturarsi un quadro di una geografia letteraria che prima o poi dovrà essere sistematizzata. Ora dopo le sue fatiche letterarie come La Lecce di papà (Eda) e Scusi vuol ballare con me?, (Edizioni del Grifo) a cui collaborai con grande piacere, ecco che Armando Tango, pseudonimo del giornalista leccese Teo Pepe, aggiunge un’altra interessante pubblicazione dal titolo “Salento’s Movida ” edita da Glocal editrice. Un giallo o un noir salentino? Difficile dirlo perché sembra che Tango sia abile ad utilizzare i codici dei due generi narrativi, con grande maestria e talento, conosce i trucchi del mestiere, le sue zone d’ombra, e sa perfettamente dove puntare i riflettori, perché di un’ibridazione equilibratissima tra sceneggiatura e romanzo sembra questo libro, che ti prende e non ti molla più, per ben 241 pagine. E c’è tutto e molto di più in quest’opera, lu sule, lu mare, lu ientu, le notti afose, la Lecce by night, la movida vacanziera e vip di Santa Maria di Leuca e i suoi salotti bene, il caldo torrido, le angoscie, le ansie, le paranoie di un’avventura che comincia a seminare una scia di sangue per un “paperino” – non vi svelerò di cosa si tratta perché se no che sorpresa è – che contiene dati sensibili e scottanti, e che lega i destini dei protagonisti, tutti ben delineati, e con una psicologia tracciata magistralmente in poche battute: Brooke (che ricorda il biondone di Beautiful); Pachi (fotografo very-macho-magnaccia, un clone di Costantino di provincia); il dj Claudio Capace; la nobildonna Adriana Cristofalco, Massimo Bellardoni il commercialista piacione, Pappa personaggio molto simile ad Adriano Pappalardo, e dulcis in fundo Maurizio Costanzo e Maria De Filippi …. Che c’entrano?! Scopritelo da soli ….

Armando Tango, Salento’s Movida, Glocal editrice, p.241, 2007-12-30

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communism, bed & breakfast


Luciano Pagano
su “Communism, bed & breakfast” di Raffaele Gorgoni

Raffaele Gorgoni è autore di due romanzi di ambientazione storica come “Lo scriba di Càsole” e “L’oratorio della peste“, dove i lettori hanno già incontrato la sua capacità di costruire un intreccio interessante attorno a un elemento inconsueto e dove la ricerca e la cultura si rivelavano essere determinanti per la comprensione dell’opera, soprattuto come relazione con l’elemento politico a esse circostante. Un voler chiamare in gioco il lettore oltre lo stesso piacere della lettura. Raffaele Gorgoni, inviato e giornalista Rai, è un raccontatore di storie in reportage puntuali. Più volte, da lettore, mi sono chiesto quanto ci sarebbe voluto (leggi: quanto bisognava attendere) perché lo sguardo del narratore si volgesse alla contemporaneità. La risposta si intitola “communism, bed & breakfast” (cosmografie, 28), una raccolta di cinque racconti editi dalla Besa Editrice, “romanzi da camera” come vengono definiti nella quarta di copertina. Partiamo dal titolo, che si riconnette subito al tema del primo racconto, il protagonista del quale è uno scrittore e intellettuale che dalla città Salentina si è trasferito a Parigi da diversi anni. Capita che due vecchi amici lo invitino a presentare il suo libro a Lecce, il nome della città non compare, ma è come se la lente di ingrandimento posta dall’autore sul Salento sia così vicina al soggetto da non suscitare il bisogno di citazione. Nell’epoca che si attrezza di modernariato e ipertecnologia sono i capelli radi o bianchi che fanno accorgere gli amici che il tempo è passato. Con il tempo è passato anche l’attaccamento a una fede politica, con l’espressione di un dubbio concreto fatta proprio dal protagonista. Il secondo racconto intitolato “Movimento terra”, racchiude in perfetto equilibrio una serie di elementi antropologici e magici che caratterizzano il Salento. Si va dall’aggiramento della 488 per speculazioni & affari grazie all’interessamento dei politici di Roma fino alla magia (macaria) di una ragazza, Assunta, attorno a cui ruota la vicenda. Ernesto ne è vagamente innamorato, innamorato di una malìa non corrisposta ma reciproca. Al termine della lettura ci chiediamo soltanto se nel sogno d’amore e magia è compresa la speculazione edilizia o se questa continui a resistere nella realtà. Già dalla lettura di questi due racconti affiora una caratteristica della scrittura, quella cioè di creare un compartimento nel tempo della vicenda in cui il passato linguistico coesiste nel presente operando un contagio, grazie al linguaggio avviene la creazione di una “velina”, se così si può dire. Certo non si ha l’effetto di rarefazione che si può notare, ad esempio, in un romanzo come “Un refolo di vento” (Salvatore Stefanoni), dove la prima “bicicletta” compare dopo oltre venti pagine, la considerazione è utile per comprendere come Raffaele Gorgoni sia riuscito ottimamente nell’intento di sospensione della credulità nel tempo e negli oggetti. Quello che ci si aspettava da un autore che era capace di trattare la materia storica come si fa con il reportage dell’odierno era che si accostasse alla contemporaneità con gli strumenti della storia, e così è stato, in consapevolezza dell’obiettivo e senza appesantire la narrazione di orpelli metodo-sociologici, usando il pretesto del sogno che al suo svanire riporta al punto di partenza, ma con un sentire differente; come nel racconto del commerciante che decide di non pagare più il pizzo, e lo fa nel modo più plateale possibile, in una terra che accoglie le sue tragedie con un pizzico di ironia e sarcasmo. Il risultato è un libro interessante, dove la tragedia e la commedia si mescolano in crescendo fino al racconto finale che non lascia spazio all’autocommiserazione di una terra, e costituisce allo stesso tempo la conferma di Raffaele Gorgoni come narratore.

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le mani e l'ascolto, 4° appuntamento


Quarto appuntamento della rassegna di parole e suoni “Le Mani e l’Ascolto” che il Fondo Verri organizza, per il settimo anno consecutivo, con il patrocinio del Comune di Lecce.

Domenica 30 dicembre, dalle ore 20.00 l’appuntamento è con il grande repertorio classico. Al pianoforte due giovani esecutori, allievi del maestro Andrea Padova: Davide Milone, eseguirà partiture da Liszt, Prokofiev, Scarlatti, Chopin e Matteo Cataldo da Mendelssohn, Schumann, Brahms, Liszt.

La poesia è affidata a Francesco Rizzo che legge da Incauda venenum, raccolta di versi in uscita per i libri di Icaro. Francesco Rizzo è nato nel 1976 a Galatone, giovanissimo ha frequentato la casa di Ercole Ugo D’Andrea, poeta caro a Mario Luzi e ai fiorentini delle Giubbe Rosse, voce “domestica” della poesia salentina del novecento. Da lui Francesco Rizzo ha assorbito il ritmo quieto ed insieme un desiderio di altra vita, di altro mondo che si assume nel verso. La poesia come orizzonte, meta di un contatto con ciò che non è: con ciò che è eterno: “Di questi giorni una noia m’assale / come graffio d’unghia animale,/ l’ulivo conosce un sentiero / dove una cerimonia di dei annebbia le menti / che son stanche di pensare non so cosa / quale fenomeno e noumeno / quale tormento d’esistenza”.

sono uscita a raccogliere un tuo bacio


Andrea Cati
Poesie inedite

Sono uscita a raccogliere un tuo bacio
i ricordi ghiacciati
nella polvere del tempo
quello che non riesci a raccontarti.
E sei la voce delle notti insonni,
la chiave
e la fessura sbiadita delle mie malinconie.

Sono venuta a riprendermi le gioie e i rimorsi
il figlio che non ho mai partorito
e lo splendore che ci proteggeva
non dico il cuore,
ma una parola avvelenata dalle ore
dal quel silenzio prolungato in fondo agli occhi
curvi
e lucidi nel brodo.

§

Non intendeva misura alle parole
era una pietra lanciata
oltre la staccionata dell’infanzia
il movimento indeciso delle foglie
quando a settembre mute e nude
sanno già il bitume che le aspetta
il becco e la suola fredda dell’inverno,

la saliva avvelenata di un padre,
che là, fermo da secoli,
le fissa e non teme
l’ingiallirsi al proprio dolore,
l’abbraccio a quella cicca
spenta fino a bruciarla.

§

La gente seduta ai bar

Guarda la gente seduta ai bar
così partecipe alla vita
alle file interminabili al di fuori delle poste,
al formoso dondolio delle signore
mentre entrano, pronte e maliziose,
nel “buongiorno” dei macellai.

Guarda com’è breve la durata di una birra
per la gente che seduta al bar
s’abbevera ed accende la Diana,
la foto del nipote nella tasca delle monete.

Un sogno sepolto, mai nato
è in quella vista così severa:
loro non sanno la promessa
che ogni bimbo lascia alla sua terra,
a quei pomeriggi spesi nel volo di una farfalla:

gli uomini che vedi dietro i tavoli del bar
hanno l’intuito esatto per la prossima partita
e se gli chiedi cosa sia “coscienza”
rimangono a guardarti, ad offrirti un’altra birra.

Ma basta la pronuncia “mamma”
a smuovere quel crocifisso d’oro
attaccato al proprio collo, a quel calore
che dagli occhi io non vedo eppure ascolto
ogni volta che le guardo
le persone sedute al bar.

§

Oggi è un’accontentarsi
di pigmenti, di piccoli sfarzi
catturati ogni volta
che il passo s’apre
all’ora meno triste
alla preghiera realizzata
quando incontri le sue braccia
così intere – vere –
da illuderti che esista solo lei
o un noi
quando cammini e sostieni il mondo,
ad accostarti perfino alle panche
più isolate, ai tossici di via Petroni.

Ma siamo ancora diffidenti
abbiamo paura:
e quando il respiro si fa debole
e l’asfalto, la notte, e le piazze tremano,
cerchiamo una casa
la lingua del nostro cane
che sondi le ferite più segrete,
ci aiuti a spalancare le finestre
quando è la luce
l’ospite d’eccezione.

§

Spiega l’autunno, l’aprirsi della piazza
calpestata da foglie, da barboni
o ruote abbandonate ai margini

gli amanti decisi verso una stella,
i clacson assoluti, le file silenziose
e le signore più belle

a rapirti da ogni tristezza.

Spiega almeno una porzione di giornata
dove il pensiero s’arrenda
al simultaneo contatto tra due cuori
al fedele germoglìo dell’azzurro:
prometti cura, la stessa cura
che conservi ai tuoi sogni
più reconditi e veri.

Cerca di spiegare la rarità dell’esser qui
quella che ci domina ad ogni respiro,
e non temere se le stagioni
ritorneranno insieme ai dolori
alle speranze invecchiate
come la suola delle tue scarpe:

tutto si ripete affinché la morte
diventi l’estrema dimora sacra
di un sonno che sempre ci veglia,
ci avvisa dell’al di là che aspetta.

§

Un uomo (da) lontano

Oggi sono il bagaglio in quell’aereo,
il disordine che non trovo
per le strade e le case.

E sarò la tromba, il soffio rotondo,
duro di quel bambino.

Oggi lascio questi sogni per le scale
e salgo nel 28
per capire che il mondo non può darsi
solo per intrattenimento
o nei cortocircuiti tra gli sguardi degli sconosciuti.

Ne vale la pena cercare, cercare:
ma cercare cosa?

§

Le noci, i biglietti e un mazzo di chiavi:
una per la porta di ingresso, l’altra per il garage
una sola per l’auto. La tivu accesa
a qualsiasi canale – sopra il primo vero
sguardo fisso e fiero (era la comunione).
L’oroscopo del mese prossimo, la lista delle cose
e le bollette da pagare. Il tramonto infilato in mezzo
ai baffi del gatto e, la sua coda, come una lancetta,
a contare i minuti prima dell’arrivo.

Pensi: “viaggio escluso, sono nove ore al giorno.
Prima almeno ero a due chilometri.
Le chiavi sono sul tavolo e Angela
torna alle 20. Ok, vado e torno.
O rimango?”.

La vita oggi è stata proprio in questi piccoli eventi:
per la prima volta a mensa si serviva pasta al forno
ed un uomo nel bus ha esclamato a gran voce
“ti amo” alla sua bella.
Con gli occhi fissi come in quella foto
“Una mano mi è sembrata passare sul capo,
un’emozione ha vibrato per pochi lunghi attimi”.
La monotonia era il vento che non potevi udire
perché ancora eri seduto.

§

Ma in fondo anche io trascorro le giornate simili ad un cane,
a soddisfare l’eterna fame
di una gioia mai cantata,
incastonato come servo
nella preistoria delle passioni:
a colonizzare la terra degli onori.
E rimango fedele:
incatenato tra le ombre del costume
in tutta questa povertà che non riconosco,
nella ricchezza che non ho mai assaggiato.

Speme di parole con suono


Secondo appuntamento della Rassegna di parole e suoni “Le Mani e l’Ascolto” che il Fondo Verri organizza, per il settimo anno consecutivo, con il patrocinio del Comune di Lecce.

Venerdì, 28 dicembre, dalle ore 20.00 i suoni di Vito Alusi faranno eco e contrappunto ai versi di Elio Coriano. “Speme di parole con suono” il titolo della performance.

Elio Coriano è nato a Martignano (Salento) nel 1955. Poeta ed operatore culturale, insegna Lettere nella scuola media superiore. Calibrate da grande lavoro compositivo le sue numerose pubblicazioni. Scrive una poesia della voce, da sempre attento all’aspetto performativo, “legge e insegue le parole incontrando gli occhi di chi sta intorno, s’avvicina e legge ad alta voce, con tono di sfida, di allerta, di colui che sollecita”. Ecco, i suoi versi sollecitano, sommuovono nella costruzione di una ritualità densa di senso. Forte in lui la critica all’eccedenza del contemporaneo senza nostalgia scrive rivolto ai poeti e a se stesso:

“Renditi inutile a quello che non ti piace, al distorto travestito da chiaro. Per chi mi devo crescere? Per cosa devo crescere? La mia coscienza nutrita a sputi è forte per spargere buone novelle, per seminare i campi arati di semi faticati, di semi faticosi. Renditi inutile dove tutto è spacciato per efficienza, dove lodano gli onesti e fanno affari i furbi. Renditi inutile quando vogliono solo il tuo sangue, le tue mani, la tua lingua, per inquinare libertà e democrazia. Renditi inutile quando ti dicono che devi salvare il mondo, che sei l’unico che può farlo. Forse il mondo non vuole essere salvato”.

link a “Elio Coriano: poesia senza maestri” (Musicaos.it, archivio 2004)

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“Dorothy Parker” di Bianca Madeccia


“Dorothy Parker”
di Bianca Madeccia

Qualcuno disse di lei che la sua vita fu un disastro e il suo talento lo sperperò come una persona troppo ricca e irresponsabile sperpera il suo patrimonio; qualcun altro invece disse che da donna partorì il suo talento con lo stesso dolore con cui un uomo partorirebbe un bambino.
Dorothy Parker, nata Dorothy Rotschild nel New Jersey il 22 agosto 1893, aveva grandi occhi da gazzella, occhiali da miope portati di nascosto, era piccola e minuta.
«Aveva il dono di trovare qualcosa di cui ridere nelle tragedie più amare degli animali umani», disse di lei Somerset Maugham. Dotata di sarcasmo naturale, lo affinerà nel mondo del giornalismo che in quegli anni era soprattutto il mondo delle riviste che lanciavano la Nuova Moda e il Nuovo Stile di Vita, spregiudicato, aristocratico, snob e sofisticato.
Giornalista e scrittrice, in vita conosce la popolarità soprattutto grazie alle battute che le guadagnano la fama di essere la donna più spiritosa di New York. In sua presenza la gente non esce dalla stanza perché ha paura di quello che potrebbe dire di loro. Fu una protagonista della New York degli anni ‘20 raccontata da Fitzgerald: tanto alcool, fasto, sperpero, grandi feste, charleston e sparatorie.
Un’adolescenza ricca, educazione raffinata, un codice severo di modi e maniere. Dorothy è una studentessa brillante ma non molto ben vista dalle suore proprio a causa del feroce senso dell’umorismo che allena fin da bambina. Una volta, a scuola, le fu chiesto di spiegare cosa fosse l’Immacolata Concezione. Rispose: «Un caso di combustione spontanea». Fin da piccola si sottrasse alle regole che vietavano di andare al cinema, fumare, incontrarsi segretamente con i ragazzi, e mangiare dolci fuori pasto.
Diplomata, Dorothy si impegnò a diventare una Donna Nuova. Andò a vivere da sola, inserendosi subito nel mondo delle riviste. Scrisse regolarmente per «Vogue», «Vanity Fair», «Life» e «The New Yorker». Il suo primo lavoro è nella redazione di «Vogue» dove guadagna dieci dollari a settimana scrivendo didascalie piene di inventiva: in una riga ci dovevano essere la maggior quantità possibile di immagini e di idee. La Parker, già bravissima a scegliere i termini ‘giusti’, affina le sue qualità naturali grazie a questo lavoro. Più tardi sarebbe diventata famosa come una donna capace di distruggere una cattiva commedia o far deflagrare un ego grazie a una sola, accurata parola.
Dopo un anno le viene chiesto di far parte della redazione di «Vanity Fair», che a quel tempo era più che un semplice giornale di moda, era l’arbitro di eleganza della nazione. È «Vanity Fair» che fa conoscere ai suoi lettori, pittori e scrittori d’avanguardia come Picasso, Matisse, Gertrude Stein, D.H. Lawrence e T.S. Eliot, ed è anche il primo magazine a riconoscere gli artisti americani neri. Chiederle di far parte della redazione era un complimento. Le si stava dicendo che faceva parte, che era un membro effettivo dell’élite intellettuale della nazione, quell’élite che stava creando un nuovo, sfrontato Stile di Vita. Dorothy a soli ventiquattro anni aveva dimostrato di aderire alle regole del momento, era smart, cioè spiritosa, furba, piena di brio e di malizia, ma soprattutto non era ‘ordinaria’ (cioè rozza e volgare), né comune (cioè banale e conformista), due difetti imperdonabili per quei tempi. Nel ‘19 «Vanity Fair» assegna alla Parker una rubrica di critica teatrale, un incarico che però dura un solo anno. Nel ‘21 partecipa alle manifestazioni per i due anarchici italiani Sacco e Vanzetti. Dalle nove di sera in poi era possibile trovarla all’hotel Algonquin (che ancora oggi continua a godere della notorietà guadagnata allora). L’albergo era situato nella zona dei teatri e perciò frequentato da attori e attrici. Dorothy si incontrava con giovani recensori, critici, giornalisti: molti di loro erano personaggi in ascesa. In comune avevano una predisposizione immediata per tutto quello che era o sembrava divertente. Gli piaceva pensarsi come Cavalieri di una Tavola Rotonda, e il manager dell’albergo gliene procurò una. Si chiamavano solo per cognome, un vezzo un po’ snob che tuttavia dava l’idea di quanto poco in realtà sapessero gli uni degli altri. Dorothy più tardi disse amaramente di quegli incontri: «La gente li ha romanticizzati. Non erano giganti. Pensate a quelli che stavano scrivendo a quei tempi: Lardner, Fitzgerald, Faulkner, Hemingway. Quelli sì che erano i veri giganti. La Tavola Rotonda dell’Algonquin non era che un gruppo di persone che si raccontavano barzellette ripetendosi che erano molto belle. Era il momento terribile della battuta, sicché non era necessario che dicessero cose vere … Quella gente della Tavola Rotonda non sapeva un accidente. Credeva che fossimo degli scemi perché andavamo a fare le dimostrazioni per Sacco e Vanzetti». A quel gruppo non appartenne nessun grande scrittore o artista, a parte la Parker. È qui che Dorothy conosce Edwin Pond Parker, suo primo marito. Dirà di lui: «L’ho sposato solo per cambiare nome». Stanno insieme due settimane poi lui parte per la guerra. Al suo ritorno, dopo quattro anni, Dorothy si ritrova davanti uno sconosciuto. Divorzieranno, ma lei continuerà ad usare il cognome del marito che le piace più del suo.
Esce la sua prima raccolta di poesie, Enough Rope, che diventa un best-seller. Nel ‘23, dopo aver abortito, tenta di suicidarsi. È da quel momento che comincia a bere e fumare troppo e a usare il profumo di tuberosa: lo stesso usato dagli imbalsamatori per nascondere l’odore dei cadaveri. Vengono pubblicate due sue autobiografie che consegnano in pasto al pubblico i suoi amanti, gli aborti, i tentativi di suicidio, i debiti, il suo amore per i cani e i boa di struzzo.
«Nessuno sapeva bene che cosa in realtà accadesse a quella minuscola donna terribile quando si ritirava in squallide camere arredate soltanto da un tavolo e da un letto, in compagnia di uno o due cani, con una macchina da scrivere che nessuno vide mai senza che fosse nascosta da un asciugamano, in una cucina sempre vuota dove mangiava la pancetta cruda piuttosto che tirar fuori un padellino per scaldarsela», scrive di lei l’americanista Fernanda Pivano.
Quando Dorothy lascia «Vanity Fair» passa a far parte di quel manipolo di scrittori che contribuirono a dare una fisionomia a «The New Yorker». I suoi racconti brevi vennero pubblicati sul giornale irregolarmente dal ‘26 fino al ‘55. Almeno per quel periodo Dorothy si sentì esentata dal produrre battute come quelle a proposito dell’attore cow-boy Tom Mix: «Dicono di lui che cavalca come se fosse una parte del cavallo ma non hanno mai specificato quale». Il suo secondo marito è l’attore e scrittore bisessuale Alan Campbell. Vanno insieme a Hollywood e lì, insieme, scrivono commedie. La loro storia sarà un lasciarsi e riprendersi continuo fino alla morte di lui nel ‘63.
Nel ‘30 riceve il premio O’ Henry per il racconto Big Blonde: la storia di una donna che rimane prigioniera del suo atteggiamento allegro e spensierato e che in realtà è una creatura insicura, disperata e solitaria: quasi una sorta di autobiografia. Quando Dorothy ritorna a New York ricomincia a bere. Nel ‘35 si getta in politica legandosi ai radicali. Nel ‘37 va in Spagna come corrispondente di guerra. I suoi articoli descrivono le azioni ‘lealiste’ (sostenute dai sindacati, dai comunisti e dall’Unione Sovietica) e non quelle della Falange (appoggiate dall’Italia fascista, dalla Germania nazista, dall’esercito e dai latifondisti). Dorothy si era pubblicamente dichiarata comunista e quando si formano i vari comitati e sottocomitati di investigazione per le attività antiamericane si ritrova, insieme ad altre trecento persone, in una lista di “sospetti comunisti”. Viene condannata.
Oramai i produttori la boicottano, non riesce più a lavorare. Vive in una squallida stanza d’albergo e riceve il sussidio di disoccupazione dei poveri. Viene ricoverata in ospedale, la sua amica Lilian Hellman riceve una telefonata in cui le si chiede di saldare il conto. Dorothy due giorni prima aveva ricevuto un assegno di diecimila dollari. L’amica gli chiede dove sono finiti e lei risponde di non saperlo. «E sul serio non lo sapeva, diceva la verità. Voleva essere senza denaro, voleva dimenticare di averne. L’assegno fu trovato nel cassetto della sua scrivania assieme ad altri tre. Dopo la sua morte trovai quattro assegni non incassati di sette anni prima. Non ha mai avuto molto ma di quello che aveva non si curava affatto». Nel ‘67, quattro anni dopo la morte del suo secondo marito, quasi cieca, sola, schiantata dalla persecuzione politica, muore alcolizzata nella camera di un piccolo albergo. Nel testamento aveva designato suo unico erede Martin Luther King che verrà ucciso un anno dopo.

(foto George Platt Lynes, 1943)

fermi immagine da un treno che attraversa la prateria


Anno IV. Numero 27. Fermi immagine da un treno che attraverso la prateria“. È questo il titolo del numero che inaugura il passaggio da musicaos.it a musicaos.it – blog. Alcuni di voi se ne saranno già accorti visitando il sito nell’ultima settimana, le pubblicazioni della nostra rivista sono ricominciate dopo pausa di lavoro durata quasi cinque mesi. Ho sempre concepito il “fare rivista” come identico al “fare ricerca”, un binomio inscindibile che negli ultimi tempi ci ha dato davvero molte soddisfazioni (leggi: belle cose lette e da leggere). Una rivista tuttavia è molte riviste. Una rivista ad esempio è materiale da leggere, selezionare, pubblicare; oltre ai testi da recensire e ai rapporti con i collaboratori, tanti. La cosa più bella è accorgersi che l’interesse nei confronti delle riviste e dei siti di letteratura è sempre più attento e critico. Il 2 gennaio del 2004 iniziavano le pubblicazioni di musicaos.it. Gli autori che hanno pubblicato sul sito sono tantissimi, quelli che hanno esordito da queste pagine altrettanti. Da tre anni prosegue la collaborazione osmotica con la rivista Tabula Rasa (Besa Editrice), conferma che la qualità – se c’è – può essere portata fuori dalle strette & infinite pareti digitali di uno schermo. Perchè, dunque, “Fermi immagine”? Per lo stesso motivo da cui è scaturito il sottotitolo della nostra rivista “uno sguardo su poesia e letteratura”. Il fermo immagine è la cattura di uno sguardo. Mi diverte pensare che il passaggio tecnico da una piattaforma statica a una dinamica sia accompagnato all’idea di poter fermare gli attimi con più frequenza e attenzione, potendo seguire la scrittura da vicino. L’indirizzo per inviarci i vostri materiali, testi, proposte, è alla pagina dei contatti. Cercheremo di mettere a frutto di lettori e autori tutte le cose che abbiamo imparato in questi quattro anni che sono trascorsi. Nel frattempo, buone feste!

Luciano Pagano

intervista a Giorgio Scianna


Stefano Donno
Intervista Giorgio Scianna

Partiamo da una domanda che possa aiutare il lettore a comprendere il “back-stage” del processo creazionale relativo al tuo romanzo d’esordio Fai di te la notte. Qual è stato il tuo progetto iniziale circa il contenuto, la struttura, le vicende da raccontare? Come sei arrivato poi alla redazione finale del tuo lavoro?
Volevo scrivere la storia di un segreto in una famiglia, in una coppia. Di questo segreto, nascosto da un marito dietro una porta, sapevo solo due cose: che si sarebbe aperto nella vita della moglie come una crepa che non si può fermare, e che doveva essere un segreto degno. Un segreto che non svilisse di per sé il loro rapporto. Mi interessava capire come il non detto, le zone franche di ognuno di noi possano esplodere anche se innocui. Lavoravo su questo, su tradimenti e nascondimenti. Più in là ho capito quale dovesse essere il segreto, l’unico possibile. Poi il resto. La fatica più grossa che ho incontrato nella costruzione della struttura e anche nella redazione finale di questo libro, è stata il perfezionare gli incastri, gli snodi e i linguaggi delle tante parti del romanzo.

In copertina c’è una frase che fa riflettere molto: “Non c’è fedeltà che nel tradimento”. E’ una scelta casuale, o una piccola chiave che volutamente consegni al lettore per farlo entrare da subito nel mondo della tua scrittura?
Quella frase è mia. Adam Kasev non esiste. Avevo bisogno di lui solo per quella traccia. Mi piacciono gli ex-ergo ma devono essere precisi e non svelare al tempo stesso. Una chiave, una rotta possibile che il lettore può seguire nel romanzo.

Il tuo romanzo, scritto davvero bene (mi ha ricordato Rami secchi di Mario Soldati), parla di segreti, piccole menzogne in un universo familiare (quello di Sergio, Clara, papà Giò) dove il silenzio, le assenze, la fanno da padroni. Certamente nella vita coniugale, zone d’ombra talvolta ce ne sono più del dovuto e spesso sfociano in amarezze insostenibili. Ma alla fine sembra che tu propenda più ( tra le righe scrivi che la famiglia è un organismo che divora tutto,anche le ferite e che tutto poi digerisce normalizzando e stabilizzando ogni turbamento) verso un elogio del matrimonio. Cosa ne pensi?
Si è parlato di noir per questo libro. Penso che sia qualcosa che riguardi l’atmosfera che c’è in quella piccola casa. E più ancora la costruzione della tensione e della suspense. C’è anche un senso di “incombente”, un’indagine per scoprire la verità di quei segreti, di quei tradimenti. Non è però un noir in senso pieno, anche se il centro del racconto è un mistero il tessuto più profondo del romanzo va alla ricerca di altre strade.

Vivi per una vita accanto a una persona che credi di conoscere e poi scopri, quasi per caso, un suo lato, che mai e poi mai avresti potuto immaginare: Sergio, ha un segreto, vecchio di centinaia e centinaia di anni, che lo rende diverso, tanto da non potersi rivelare alla luce del sole. Ed ecco che inserisci nel plot del tuo romanzo, una specie di giallo, con delle nuances da noir … ce ne potresti parlare?
Tra Clara e Sergio c’è un rapporto profondo: affetto e complicità sono rimasti negli anni. Ma ci sono anche i tanti tradimenti, le tante fughe. In qualche modo ci sarà un superamento, ci sarà un nuovo equilibrio, ma ho qualche dubbio che tutte le ombre si allontanino.

Scendiamo un po’ più nel personale… Ci sono stati autori nell’ambito della letteratura italiana o internazionale, che, diciamo, ti hanno influenzato, o che ti hanno dato qualcosa, ti hanno entusiasmato, fatto crescere?
Ho sempre avuto frequentazioni letterarie molto eterogenee: la letteratura americana contemporanea (Roth, McCarthy Fox per citarne alcuni), alcuni autori mitteleuropei (Bernhard, Kundera, Svevo), tutto l’ottocento (i Karamazov sono la lettura che mi segnato più di ogni altra) e la folla di scrittori israeliani. Spesso faccio sortite nel mondo noir (Bunker e Manchette sono stati compagni di viaggio). L’ultimo vero entusiasmo di fronte a una lettura risale a qualche anno fa: Franzen con le sue Correzioni ha lasciato il segno.

Dove pensi che stia andando il mondo delle lettere oggi? Possiamo archiviare ormai come archeo-semiotica, la parola impegno?
In Italia è difficile trovare una mappa per orientarsi. Gli autori importanti sono monadi, isole distanti per età e mondi. Forse è meglio così. Quanto all’impegno, è ancora difficile capire se ci sarà un effetto Saviano. Quello che è certo è che in giro la richiesta di una letteratura che parli anche di quello che ci sta intorno, anche con forme ibride di narrazione, è più forte che mai.

Giorgio Scianna è nato nel 1964 a Pavia, dove vive. Un suo racconto, Il Juke-boxe, è apparso nell’antologia Anticorpi (Einaudi, 1997). Fai di te la notte, sempre per i tipi di Einaudi, è il suo primo romanzo.

Viaggio a Finibusterrae


Livio Romano
Una lettura di “
Viaggio a Finibusterrae” di Antonio Errico

Del Fenomeno Salento si parla troppo e dei salentini che si parlano addosso francamente non se ne può più. Sembra concordare con questo assunto Antonio Errico che, nel suo ultimo libro, “Viaggio a Finibus terrae” edito da Manni, a pag. 75 urla contro coloro i quali operano reductiones ad unum quando, per stigmatizzare la poetica dei nostri maggiori poeti, invocano un auspicato e mai avvenuto superamento della “nostalgia dei muretti a secco e del mare”. Come se la grandezza dei Bodini, Ercole D’Andrea, Comi, Toma, Verri, De Donno non fosse piuttosto da rintracciare nell’affannosa ricerca linguistica e di senso che ha reso la loro poesia universale.
In questa raccolta di saggi in forma letteraria Errico compie, come promette nel titolo, un viaggio verso quella terra che è anche conosciuta come Fine della Terra. Si tratta di un percorso, tuttavia, che del materiale tragitto per panorami e genti ha molto poco poiché, come quest’autore ci ha abituati a fare (e come è proprio della grande letteratura), le storie le riflessioni argute i bozzetti riversati in queste pagine densissime, pur prendendo a pretesto il reportage letterario e culturale della Terra d’Otranto: non fanno che infine raccontare un landscape che è tutto interiore, privato, a tratti confidenziale.
Errico ribadisce che occorrerebbe guardare al Salento con gli occhi di un forestiero per coglierne il genius loci, per carpire le infinite sfumature di un posto che è anzitutto un “luogo della e per la scrittura” così come Dublino per Joyce o Venezia per Mann. Lembo proteso sul mare come allegoria di confine, di oscillazione fra noto e ignoto, fra terra -consueta, rassicurante, punteggiata di pietre scolpite e palpitanti che fanno un tutt’uno con la scogliera e il terreno calcareo e soffice di cui è costitutita questa “penisola della penisola”- e tessuto connettivo dell’umanità da cui partire per viaggi mitologici, o solo immaginare di farlo.
Dalla prospettiva dello scrittore -per definizione sempre in cerca di vacuum– in definitiva il Salento, rispetto al quale Errico continua a chiedersi “Dov’è?”, è un non-luogo se, come la Bretagna (o, aggiungiamo, la Cornovaglia) è finis terrae in cui la geografia si smaterializza e “le parole confinano da ogni parte con altre parole”. A rafforzare quest’idea del tutto controcorrente che porta avanti l’autore per oltre cento pagine, si diceva, ci sono pietre, dappertutto. Non solo menhir e dolmen e prospetti di chiese di sflogorante barocco belli da mozzare il fiato, che schermano interni viceversa privi di orpelli perché inutili (giacché se Dio non c’è, come i leccesi sanno -avvertiva Bene- tanto vale, dopo lo sfavillio della facciata, varcare la soglia e ritrovarsi dentro ingranaggi inservibili, umili, disadorni). Non è solo la commossa osservazione dei fari che punteggiano la costa, elementi verticali che spezzano la smisurata orrizzontalità della tavola turchina. A pietrificare il paesaggio di Errico -ad allontanarlo, quindi, dagli “intrugli folcloristici” e restituirgli un’identità primigenia, distante anni luce dal sociologicume della destagionalizzazione e del sistema-turismo, dei media partners e degli imprenditori “illuminati” che danno del “collaboratore” agli operai e concionano spaventosamente intorno al “ruolo sociale dell’impresa”- concorrono tutte le zoomate che l’autore opera su singoli scorci di Salento. Dalle chiese sobrie di Galatone, proiezione della vocazione agricola della cittadina, all’aria rarefatta, gonfia di salsedine all’interno della teoria di tempietti gallipolini a picco sul mare. Dall’indimenticabile ripresa della metafora demartiniana delle nuvole che riverberano le navi minacciose dei pirati alla decadente tristezza e agli effluvi solforosi di Santa Cesarea da cui è bene “scappare, se non hai un amore” all’abitazione di Ercole D’Andrea dalla quale il poeta non si staccava mai, luogo di oggetti cari, fonte essi soltanto di ispirazione, alla luce immaginata da Barthes alla fine del tragitto Milano-Lecce: tutto, compresa la luna, converge verso la scarnificazione, la depersonalizzazione del paesaggio. Il che suona come un monito che recupera le parole di Bodini (“Il Sud ci fu padre, nostra madre l’Europa”): l’arte che nasce a queste latitudini si fa universale soltanto quando abbandona le debolezze dell’oleografia e prova davvero ad affacciarsi su quel precipizio minaccioso e allegorico che si apre sul sagrato di Santa Maria di Leuca.
C’è solo un personaggio in carne e ossa, non a caso un forestiero, che, in una notte d’estate, intona il suo canto sinistro dalla cima di un campanile: “Ridi pagliaccio…” che diventa un tormentone per i paesani. È un naufrago elliottiano o, se si vuole, la Mouth bekettiana. La voce dell’assurdo che blatera al vento l’invincibile male di essere al mondo.

Antonio Errico, Viaggio a Finibusterrae, Manni Editori, 2007

[recensione pubblicata su concessione dell’autore]