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Gente che di sacro conserva soltanto l’osso.


Assioma: Come cambiare restando sempre uguali? Semplice: essendo fedeli a se stessi.
Corollario: L’importante è essere coerenti.
Dimostrazione: Se Battiato può cambiare, allora tutto il mondo può cambiare.

Guardavo questa foto e mi veniva in mente il rapporto che ho (avuto) con la musica di Franco Battiato, rapporto che ha raggiunto i suoi culmini, i suoi bassi e i suoi medi. Il culmine del mio amore per la musica prodotta da questo artista lo ebbi negli anni ’90. Un culmine maniacale, quello nel quale conosci a memoria tutti i testi (i resti, che ti restano) e passi dall’apprezzare tutte le idee suggerite fra le righe fino ad arrivare a rigettare ogni singolo frammento di gnosi. Mi ricordo che nel ’94 Franco Battiato venne a Lecce per tenere una conferenza presso l’Università degli Studi, Aula Magna gremita. A un certo punto Franco Battiato si mette a parlare dei presunti santoni, guru, dispensatori di salvezza di cui è pieno il mondo, “gente che di sacro conserva soltanto l’osso“. Una frase che mi rimase impressa. E poi la “Genesi”. Un’opera sublime. L’ombra della luce. Certe volte viene in mente che se un Dio esiste questo Dio non può che non guardare in modo benevolo a certe musiche di Battiato, che si chiami Allah o che si chiami Jwh. Dunque osservavo questa foto capitata per caso sul desktop e mi ricordavo di quel periodo in cui ascoltai per le prime volte album come Fetus e Pollution. Poi è venuto il periodo in cui per colpa del connubio Sgalambro-Battiato avevo smesso di leggere i libri del primo, che avevo letto tutti prima dell’unione artistica dei due. Poi però ascoltati Gommalacca e mi resi conto che Battiato può rendere il mondo diverso. Dopo un periodo musicale di scelte che non capivo e che non sempre erano nelle mie corde (Ferro Battuto, i dischi di cover ‘amorose’) adesso ho ripreso ad apprezzare la musica di questo artista. “Il vuoto” (2006) mi ha convinto di nuovo. Battiato è arte e pensiero. Certo, chi mi legge per google o per assiduità, può pensare che parlare di questa cosa è stupido.
Un motivo c’è se ho scritto questo post: guardare quella foto mi ha fatto riflettere sul paradigma della coerenza.
C’è chi confonde l’incoerenza con l’incostanza.
Conosco un sacco di persone che sono incostanti in modo assolutamente coerente.

Vorrei dirtelo in un orecchio.


Francesco De Gregori,
Da “Mira Mare 19.4.89”
Traccia 1, Lato B, Pentathlon
1989

Puoi sudare sette camicie o stare steso a non fare niente,
puoi nasconderti fra quattro mura, puoi nasconderti fra la gente.
Puoi dirigere una grande azienda o farti portare al guinzaglio,
puoi morire per una scommessa o vivere per uno sbaglio.
Il nodo della questione lo sai qual’è?
Non cerchiamone una ragione, una ragione non c’è.
Tu non mi piaci nemmeno un poco e grazie al cielo io non piaccio a te.
Ti puoi vestire come dice la moda a andare a spasso con chi vuoi,
ti puoi inventare una doppia vita per nascondere gli affari tuoi.
Puoi buttarti sotto al treno, oppure puoi salirci sopra
e puoi rubare per quarant’anni e fare in modo che nessuno ti scopra.
Il problema rimane identico, il risultato lo sai qual’è?
Non c’è niente da recriminare, va tutto bene così com’è.
Tu non mi piaci in nessun modo e grazie al cielo io non piaccio a te.
Vorrei dirtelo in un orecchio cosa puoi farci con quel sorriso,
con quel sorriso da passaporto, sempre incollato sul viso.
Credi davvero che ti potrà salvare,
se una volta dovessi scegliere da che parte stare?
Se una volta dovessi smettere di bluffare?
E la radio ci fa ballare, ci manda musica da mangiare,
la sera scende come un’emergenza sulla città.
La notte promette bene, piena di ossido e di sirene.
È già pronto il domani, lo stanno consegnando già.
Io sono nato ieri, lo sai senz’altro meglio di me,
i segreti per restare a galla tu li conosci meglio di me.
Ed è per questo che non mi piaci e grazie al cielo io non piaccio a te

L’indispensabile


NOSTALGIA CANAGLIA

torna Coolclub.it
Anno V, Numero 42
da giugno in distribuzione

…ho letto le menti migliori della mia generazione

I ritorni. Lucio Battisti.


Lucio Battisti
da “La sposa occidentale”, I ritorni
testo di Pasquale Panella

E da quel punto in poi
sentimmo sotto di noi
svolgersi il sentimento,
largo e intento
ad una tutta sua meditazione,
non curante
che sopra la sua pelle si ballasse.
Le foglie coi barattoli, le casse
con i tronchi senza cuore.
E lo scandaglio calava dalle prore,
poi ritornava su
chiedendosi “Perché, perché il ritorno?”.
È sempre per prova che
sulle labbra torna
la parola “amore”,
per prove d’esercizio
perché si sa che poi non si sa mai
che potrebbe tornare utile.
Tornare, per raccontare
il furore e il gelo
delle notti aurore.
Bianca e assai provata,
scampata per un pelo per poter ritornare,
come dalle crociate, a un futile
sopravvissuto a tutto,
che ritorna più utile che vivo,
quindi innamorato ancora.
E torna, torna, lei gli ha detto torna
ed era una bambina, finalmente,
e gli diceva torna.
Abbiamo un solo limite:
l’amore che ci divide.
Come la ragione,
perché con la ragione
si sopravvive a tutto,
si distrugge il distrutto,
ricostruendo a intarsi la copia fedele
dell’innamorarsi,
e un tassello alla fine
o è dell’uno o è dell’altro.
E i sogni si allontanano
come i cavalli scossi,
caduti i sognatori;
bocconi tra le fragole, ma
più dolci e più rossi,
ridotti a dolenti spifferi.
E docili incompetenti
nella lotta incerta
tra il ridire e il fare
l’amore colloquiale.
E lei continua a dirsi:
“Si sopravvive a tutto per innamorarsi”.
Amarsi è questo: escludere
d’essere i soli al mondo,
i soli ad esser soli amando,
sterminandola l’invincibile armata.

(immagine, Padre Cristoforo e Don Rodrigo)

“Testimone mancato”. Vincitore per Subway Letteratura 2008


“Argomenti inediti per una selezione che finalmente si interessa alla realtà
includendo puntate lievi come «Testimone mancato » di Luciano Pagano.”

Alessandro Beretta, Corriere della Sera.it, ViviMilano

Il mio racconto intitolato “Testimone mancato” è risultato tra i dieci vincitori di Subway Letteratura 2008. Pepa Cerutti ha firmato l’introduzione e Massimo Dezzani è l’autore della bella copertina ‘al tratto’. Potete leggere il racconto qui.

Un milione di euro in palio per chi risponde a questa domanda…entro un secondo dalla pubblicazione di questo post


Chi è stato condannato in via definitiva a 4 mesi e 20 giorni per resistenza a pubblico ufficiale per un reato commesso in Milano il 18 settembre 1996 durante una perquisizione disposta dal Procuratore della Repubblica di Verona nei confronti di tale Marchini Corinto, e poi estesa ad un locale ritenuto nella disponibilità del predetto presso la sede federale di Milano della Lega Nord per l’indipendenza della Padania? Il condannato ha riportato ferite cercando di difendere col proprio corpo, assieme ad altri leghisti, i locali dalla perquisizione.

Fonte: Wikipedia

Risposte:

1) immigrato rumeno
2) badante rumena
3) John Fante, immigrato italiano in America
4) Roberto Maroni, Ministro dell’Interno

§

Se volete potete chiedere l’aiuto a casa, oppure quello del pubblico, o ancora il 50 50.

(in foto, immigrati italiani a New York, immigrati rumeni a Roma)

L’Uomosaico.


Di Orodè ho scritto e con Orodè ho avuto modo di collaborare, stimo tantissimo la sua arte, e con un tassello alla volta, in milioni di piccoli pezzi, questo autentico “uomosaico” sta facendo i passi che merita. Perché Uomosaico? Perché riunisce il concetto di FragmentArt Man a lui caro, perché in più in questo termine che ho coniato apposta per lui c’è il sapore di Arcaico e Autentico che lo contraddistingue. Ecco: per definire un’artista come Orodè bisogna andare in cerca di parole nuove, come fa lui con i suoi quadri e con i suoi mosaici, ovvero prendere qualcosa e trasformarlo, di peso, con la materia. Apparentemente mettendo in disordine ciò che la disattenzione mette in ordine, per perderlo di vista. Dove lo stolto vede soltanto una mattonella…La sua arte mi ha sempre colpito per l’estrema vitalità.
Qui di seguito posto l’intervento che ho scritto per i suoi disegni che illustrano il sesto numero di Tabula Rasa, approfittando per augurarvi di visitare la sua personale e, se potete, conoscere l’artista Orodè.

§

Partiamo dall’inizio, dall’elemento primigenio, dal tratto caratteriale, dalla materia umana, qualunque essa sia e con essa il suo nome. Mutare il proprio inseguendo l’identità come la fiera di Caproni ne “Il Conte di Kevenhüller”, mettendosi in gioco come pronome o non-nome di se stesso. Qualunque artista, quando opta per un ri-battesimo di sé, è consapevole delle implicazioni di un gesto simile. Un azione di non ritorno che prelude ad un recupero insperato della propria nascita. Orodè, giovane artista tarantino, che ha vissuto a Lecce e oggi vive a Roma, ha sperimentato la sua arte su diverse materie. La sua opera più evidente, visitatissima è in quella Casa Museo “Vincent City”, a Guaguano, dove Orodè ha dato vita alle sue visioni sotto forma di 250 metri quadri di mosaico (vedi su http://www.fragmentart.it). È presente in diverse mostre personali e collettive dal 2001 a oggi, a Lecce, Roma (“Il Domasguardi contro l’arte dell’accecamento”, 2007, Arch Gallery), Barcellona (2006, Spazio Espositivo El Sol de Nit). Orodè aderisce così insieme a Gianluca Costantini, Efrem Barrotta e Giorgio Viva al nostro progetto di dare visibilità all’arte dalle pagine di una rivista dedicata alla letteratura. Si tratta di un artista a tutto tondo non nuovo a reading performativi e sperimentazioni, anche letterarie. Un esempio su tutti è costituito dal libro autobiografico, dal titolo di “Io sono della pietra”, disponibile in copyleft sul sito FragmentArt. Uno degli aspetti che affascinano di più della sua arte è la componente artigiana della stessa, la ‘fabbrica’ di Orodè è un paese delle meraviglie dove i concetti si mescolano ai tasselli, dove i colori finiscono sulla tela o sul cartone, indefinitamente ma non senza una causa ragionante, una definizione concreta che trova un messaggio forte nel desiderio di recuperare radici ancestrali, tratti archetipici e inconsci. Nel suo lavoro c’è una costante che costringe lo spettatore a definire ciò che vede con termini fisici, tattili, di forte impatto concreto. I disegni scelti per questo numero di Tabula Rasa sono testimoni dei tratti salienti della sua produzione, dove l’inquietudine e la sospensione sono capaci di creare un’attrazione repulsiva inconsueta.

§

Personale di Orodè.
Presso “ARCH ART & JEWELS”, Via G. Lanza 91 A, a Roma
dal 23 Maggio al 14 Giugno 2008
dal Martedì al Sabato 15.30 – 21.30. Domenica e Lunedì chiuso. telefono/fax 06 45471695, cell. 3402179383

Dal 23 Maggio al 14 Giugno 2008, ARCH ART & JEWELS mette in mostra l’opera di Orodè, 14 dipinti inediti su tela di grandi dimensioni, composizioni dove la pittura si fonde col mosaico ed emerge inequivocabile la capacità dell’autore di coniugare spiritualità dell’atto creativo e funzione comunicativa dell’arte.
Fragmentart Man è un Golem, il leggendario gigante di argilla, che solo chi conosce le arti magiche può creare, forte ed ubbidiente, incapace di pensare, parlare e provare qualsiasi tipo di emozione.
Nel corso del vernissage Orodè creerà il Golem di se stesso, presentandosi al pubblico in modo completamente diverso rispetto al solito fare formale dell’artista in passerella sarà parte integrante di una sorta d’installazione con artista. I visitatori della mostra non incontreranno Orodè, ma il suo camuffamento, il Golem Fragmentart Man che indosserà una pesante maschera mosaicata ed un lungo camicione dipinto, realizzati dall’artista stesso, e che siederà su suppellettili costruiti anche essi dal Golem/Orodè; allo spettatore sarà così resa una magnifica sintesi dell’opera orodeiana, oltre ad una suggestiva auto-rappresentazione piena di simbolismi e creatività.
Di me – Scriveva Gustav Klimt – non esiste alcun autoritratto. Non mi interessa la mia persona come ‘oggetto di pittura’. Sono convinto che la mia persona non abbia nulla di particolare. Sono un pittore che dipinge tutti i santi giorni da mattina a sera. Chi vuol sapere di più su di me, cioè sull’artista, osservi attentamente i miei quadri per rintracciarvi chi sono e cosa voglio”
Orodè, anticonformista, anti-accademico, assolutamente autodidatta. A volte raffinato, altre schietto, irrompente e provocatorio nelle sue opere come nella vita. Raffigura prevalentemente corpi femminili, delineati spesso con una penna PILOT, definiti con acrilici, smalti, cera, oppure attraverso pezzi di ceramica sagomati con una semplice tenaglia. Difficile racchiudere la sua arte in un filone, anche se evidenti sono le influenze dei grandi maestri dell’espressionismo quali Schiele e Klimt.
Tra le esperienze, fondamentale per la sua formazione artistica la lunga permanenza nella casa-museo di Vincent Brunetti, a Guagnano in provincia di Lecce, dove dal 2000 al 2005 decora oltre 250 mq di superficie muraria con opere realizzate in ceramica, specchi e sassi inventando la Fragmentart, ovvero la matrice identificativa di tutto il suo lavoro.

Tra le ultime personali

2007- Arch Gallery- Roma “Il Domasguardi contro l’arte dell’accecamento”
2007 – Ass. Cult. Fondo Verri- Lecce “Mosaici, pittura e poesia di Orodè”
2006 – Spazio Espositivo El Sol de Nit- Barcellona (Spagna) “Orodè”
2004 – Ass. Cult. Fondo Verri- Lecce “Crepuscolo Celtico”
2003 – Ass. Cult. Il Raggio Verde- Lecce “L’odore di bruciato che brucia il cuore”

(dipinto, “le mele rosse”, di Orodè,
in foto, Orodè)

Vi aspetto Sabato a Copertino per la presentazione di “Ieratico Poietico”


Medi_terra_neo – Sabato 17 maggio – ore 20,30
Ieratico poietico di Stefano Donno – Besa Editrice
presentano Antonio Errico, Luciano Pagano
video installazione di Andrea Laudisa
Ex Palazzo Colonna – Via Ruggeri- Copertino (Le)

Ieratico Poietico” segna la cifra dell’incontro, non solo poetico, con Stefano Donno; incontro germinato nell’estate del 2003, e che ha portato diversi e ottimi frutti, dibattiti, scritture. Sabato sarà l’occasione per mettersi/ci a confronto, discutendo insieme a Antonio Errito di questo bel libro.

stipendio minimo per gli immigrati


…notizia poco attendibile…secondo una proposta del neoesecutivo potrebbe essere concessa l’autorizzazione di permanere sul suolo del magnifico stato (il bel paese), soltanto agli immigrati che possano certificare uno ‘stipendio minimo’, come ovvio provente di attività lecite. Ebbene, si vocifera che il prossimo passo, attuabile entro qualche anno, sarà quello di estendere il provvedimento anche ai cittadini italiani: così facendo potrebbero restare cittadini italiani (pena l’espulsione in Romania) soltanto coloro che saranno in grado di certificare detto stipendio…resta da stabilire quale sarà il tetto di euro al di sotto del quale anche i cittadini italiani saranno allontanati dalle loro città, abitazioni, famiglie…pare che qualche avvocato si stia organizzando per un’azione civile, sembra che Romania e Italia appartengano entrambe alla comunità europea, questo l’assurdo cavillo portato a giustificazione dell’azione…il tetto minimo potrebbe oscillare tra i 1500 e i 2000 euro, chi non sarà in grado di dichiarare tale somma potrebbe essere costretto all’espatrio…

L'estate è crudele


Daniela Gerundo
su “L’ESTATE E’ CRUDELE” di BIJAN ZARMANDILI

L’ho letto in poche ore, nel treno che mi portava in vacanza a Milano.
Il mio soggiorno è coinciso con le manifestazioni per i 160 anni delle “5 giornate di Milano” che si svolsero dal 18 al 22 marzo 1848, anno destinato a passare alla storia come sinonimo di stravolgimento totale.
Merita il giusto risalto questa rivoluzione – guerriglia cittadina che colse impreparati i soldati austriaci, addestrati a combattere in campo aperto e non tra vicoli ostruiti da barricate.
La fiera volontà dei milanesi di riappropriarsi della propria terra, della propria indipendenza, libertà, ispirò una lotta comune combattuta abbattendo ogni barriera sociale e coniugando anime profondamente diverse. Cinque giornate in cui l’orgoglio degli aristocratici, la caparbietà dei borghesi, l’ardore degli intellettuali, il coraggio del popolo scrissero una delle pagine più significative della storia della nostra Nazione.
Unità di intenti e di sentire che, nella storia narrata dallo scrittore iraniano B. Zarmandili pervade gli animi della popolazione che contrasta il mutamento strutturale in atto nell’Iran di Reza Pahlavi.
Il 1963 è l’anno della “rivoluzione bianca”, dell’introduzione di riforme sociali ed economiche attraverso le quali lo scià, che godeva della protezione degli Stati Uniti, intendeva dare all’Iran uno stile di vita occidentale. In effetti, in Iran si determinarono squilibri sociali tra ristretti circoli di affaristi legati alla corte e la popolazione sempre più affamata che manifestò il proprio dissenso organizzandosi in piccoli focolai rivoluzionari. La Savak, polizia segreta, soffocò i tentativi di rivolta operando arresti di massa, torture e uccisioni ma non poté fare lo stesso con il clero sciita che propagandava la rivoluzione dai luoghi di preghiera. Dopo alterne vicende e la fuga dello scià, nel 1979 fu proclamata la Repubblica Islamica.
La storia d’amore di Maryam e Paviz narrata nel libro è ambientata negli anni in cui in Iran soffia forte il vento del dissenso, sradicando assetti resi stabili dalla sedimentazione degli strati calcarei della corruzione, convenienza, complicità, propaganda di regime, repressioni, torture.
Un amore che nasce e cresce tra fughe improvvise, lunghe assenze, silenzi forzati generati dal prorompere di una passione ancora più grande: la passione sociale, della propria storia, della propria terra.
Il percorso degli ideali, costellato da pedinamenti, intercettazioni, spionaggi, trasferte è però destinato a bloccarsi al capolinea del tradimento perpetrato da un compagno di lotta, Sirus, che incarna i limiti dell’umana debolezza, posto di fronte all’alternativa tra una morte causata da atroci torture e la salvezza assicurata dalla negazione dei propri principi.
Maryam e Paviz scelgono la strada del non ritorno fino alle estreme conseguenze, consentendo all’autore di scrivere pagine di intenso lirismo, pervase dal sentimento dell’umana pietas di fronte allo scempio del corpo della giovane donna.
Mentre feroci aguzzini la torturano a morte Maryam si astrae dalla brutalità attraverso il pensiero che, sostenuto dai dolcissimi versi della poetessa Forugh Farrokhzad, corre lontano facendole rivivere i momenti più belli della sua storia d’amore dalla quale è nato il piccolo Kevian.
E’ l’estate del 1978, sadica, carnefice; un’estate crudele di morte contrapposta alla bella estate romana del ’60 che vide sbocciare l’amore tra i due studenti iraniani.
Seppure raccontata col rigore dell’informazione giornalistica la storia narrata da Zarmandili è destinata a lasciare il lettore attonito di fronte all’evidenza del potere devastante dell’odio, della ferocia; dello smarrimento del senso della pietà, della solidarietà e della coerenza.
L’amarezza e il disincanto ci derivano dalla constatazione dell’attualità della storia narrata che continua a ripetersi, anche se con modalità diverse, in momenti diversi, in zone diverse , con nomi diversi e con ideali diversi, ed anche senza ideali; a volte solo con l’idea che la partecipazione ad una missione di pace può accelerare i tempi per l’acquisto dell’appartamento e consentire una vita un po’ più agiata, quando si ha la fortuna di poter continuare a vivere.

Nel libro vengono citati Forugh Farrokhzad (1934 – 1967) la prima donna iraniana che con la sua poesia sfidò la tradizione islamica, meritandosi l’appellativo di “poetessa del peccato” per la sensualità e la carica erotica della sua scrittura; e Sadegh Hedayat (1903 – 1951) considerato il più grande scrittore iraniano del ‘900, autore de La civetta cieca, un romanzo visionario intriso di allucinazioni e incubi. Solitudine, senso di vuoto, pessimismo morboso sono i temi ricorrenti della sua opera letteraria spesso composta sotto gli effetti dell’oppio, in cui si rifugiava per proteggersi dalla delusione della vita.

In ricordo di Antonio Leonardo Verri. Sudiari.


Venerdì 9 maggio dalle ore 20.00 al Fondo Verri

In ricordo di Antonio L. Verri scomparso tragicamente
Il 9 maggio 1993, Antonio L. Verri, morì in un incidente stradale. Era di “sabato e poi venne una domenica” carica di lacrime per la Puglia della cultura.

Letture di Simone Giorgino, Piero Rapanà, Mauro Marino

e a seguire

Sudiari

Violle perDiari Di Guerra“, un progetto di narrazione musicale.a cura di Violle_X, una formazione nuova ma con un solido bagaglio di esperienze e di presenza nel panorama salentino degli ultimi anni.
Sudiari” è il diario di un sud molto poco narrato, ma reale, affaticato e stanco, ma attento e deciso a risollevarsi, intanto scavandosi dentro, alla ricerca di una identificazione esistenziale, di una pacificazione con un territorio spesso duro e incapace di riuscire a trattenere a sé  i propri figli.
I testi sono tratti dal diario di guerra di Luigi Simmini  sono tratti dal libro “Diari di guerra, Salice Salentino nella Resistenza” edito nel 2007 dal Comune di Salice Salentino. Il libro sarà presentato dal prof. Antonio Scandone.
Altri testi sono di Roberto Simmini, Andrea D’Agostino, Sandro Rizzo. Le musiche saranno eseguite da Mauro Ingrosso, chitarra elettro-acustica; Roberto Simmini, chitarra elettrica; Dino Potì, chitarra elettrica; andrea d’agostino, basso; paola scalpello, tastiere; antonio ingrosso, batteria; Tonia De Vincentis, voce. Le voci narranti: Guido Imperio, Marisa Rizzo, Roberto Simmini, Andrea D’Agostino.

Immagini video di Franco Livera

SUDIARI è un progetto di narrazione musicale.a cura di Violle_X, una formazione nuova ma con un solido bagaglio di esperienze e di presenza nel panorama salentino degli ultimi anni.
Sudiari” è il diario di un sud molto poco narrato, ma reale, affaticato e stanco, ma attento e deciso a risollevarsi, intanto scavandosi dentro, alla ricerca di una identificazione esistenziale, di una pacificazione con un territorio spesso duro e incapace di riuscire a trattenere a sé  i propri figli.
Le narrazioni sono tratte da un libro “DIARI DI GUERRA“, di Luigi Simmini e Antonio Scandone, due salentini  che raccontano le rocambolesche vicende vissute durante la seconda guerra mondiale, fino ai ritorni a casa fortemente voluti e desiderati.

“Una generazione di padri.
che hanno ricominciato, ricostruito.
I nostri padri che hanno amato intensamente la propria terra, i propri simili, che si sono aggrappati alla propria storia, alla fede, alle tradizioni dei padri e delle madri,
I nostri padri, tenaci e pazienti, poeti cantori della vita, memorie del mondo.
Una generazione, poi, di figli.
Eredi inconsapevoli, quasi casuali, di una storia straordinaria, unica e irripetibile.
Figli che devono ricordare e non smarrirsi.
Una nuova generazione di padri e madri, quindi, con le braccia alzate al cielo non per arrendersi, ma per invocare forza e meritare, un giorno, onore dai propri figli.”

info: robertosimmini@libero.it – 3478836083   –  www.violle.it

DIARI DI GUERRA
Salice Salentino nella Resistenza

DIARI DI GUERRA” è un libro pubblicato a cura dell’Istituto Comprensivo Statale di Salice Salentino (LE), in particolare dagli alunni della scuola media “Dante Alighieri” e sostenuta dal Comune di Salice Salentino e dalla Provincia di Lecce, che raccoglie i diari di guerra scritti da due cittadini di Salice, Luigi Simmini e Giuseppe Scandone.
Questa  iniziativa permette anzitutto di accedere alla conoscenza di vicende storiche che in qualche modo hanno avuto poche e sfuggenti  possibilità di essere divulgate e approfondite.
Si tratta di offrire un punto di vista in qualche modo inedito di come la nostra gente, i nostri padri hanno vissuto e subito le tristi e inquietanti situazioni verificatosi 60 anni fa, durante la Seconda Guerra Mondiale.
Le vicende dei protagonisti rivelano tutta l’assurdità delle situazioni che moltissimi nostri connazionali hanno dovuto subire. Ma i diari allo stesso tempo narrano i ritorni a casa, fortemente desiderati, rocamboleschi ma riusciti.
In questo percorso si è reso necessario soffermarsi quindi anche su noi stessi, figli di quei padri, delle loro partenze e dei loro ritorni, per non dimenticare e acquisire una nuova consapevolezza, un nuovo rapporto con il nostro territorio e la nostra gente.
Da questa constatazione nasce l’esigenza di esprimere meglio in qualche modo il tentativo di ricercare una “pacificazione” con la propria realtà.
Il libro  “DIARI DI GUERRA – Salice Salentino nella Resistenza” è stato curato dal   Prof. Mario Proto, docente di Storia delle dottrine politiche e Sociologia generale nell’Università del Salento.
E’ stato pubblicato da LARES EDIZIONI, all’interno di “Percorsi“, collana editoriale di attualità e ricerche.

Col bene che ti voglio. Da oggi in edicola.


Da oggi e per sedici settimane, ogni giovedì, sul quotidiano “il Paese nuovo“, potrete leggere il mio secondo romanzo, “Col bene che ti voglio“. Approfitto di questo blog per ringraziare la redazione e il quotidiano, per primo Mauro Marino, che crede e ha appoggiato la ‘faccenda’, faccenda tra virgolette perché si tratta di un termine che tornerà nel romanzo. La storia è ambietata a Lecce, nel 1998. Non dico altro. Non voglio togliere il gusto (per chi lo avrà) di leggere la storia di questo “fogliettone” Salentino, un po’ noir e un po’ commedia. Chi fosse lontano dai luoghi distribuzione del romanzo (ovvero le edicole di tutto il Salento) potrà iscriversi gratuitamente al sito del quotidiano (www.ilpaesenuovo.it) e leggere la pagina incriminata ogni giovedì pomeriggio, sul pc. Vi ringrazio e vi auguro buona lettura.

(in foto Via Marco Basseo, uno dei luoghi del romanzo)

The gutter twins. Alessandro Milanese


Alessandro Milanese
THE GUTTER TWINS

Ci sono io, seduto sul letto, col pc sulle gambe.
Ci sono io, che navigo scazzatamente dentro pitchfork andando di recensione in recensione senza grandi mete.
Ci sono io, che mi fermo, attento.
The gutter twins – saturnalia (sub pop) rating: 7.8.
I gemelli sono Greg Dulli (afghan whigs soprattutto) e Mark Lanegan (screeming trees, solista e queens of the stone age).

I primi anni 90.
Da poco maggiorenne, oscillavo tra il suono inglese, figlio di una Manchester che ballava e sfoggiava caschetti anni 60, e le chitarre americane da Seattle e d’intorni.
Conoscevo Mark per un disco con i Trees, uncle anesthesia, e per un pezzo nearly lost you che finì in un film in voga al tempo e che aveva un video passatissimo.
Il vocione di Mark, le movenze feline del suo pachidermico chitarrista.
Greg arrivò a sorpresa.
93.
Una fidanzata quasi bambina con due grossi occhi scuri e un disco nelle orecchie.
Afghan whigs – gentlemen.
Il primo disco su major, la perfetta armonia tra chitarre taglienti e anima soul.
Lui, con un completo da urlo, con quel taglio di capelli, con quel bastone ad accompagnarne i passi.
In quel video, debonair.
La più grande interpretazione del figlio di puttana che io ricordi.
Lp perfetto, straziante, dilaniante.
La puntina continuava ad arare i solchi e l’inverno passò così, quella storia finì velocemente e quelle canzoni la trasformarono in qualcosa di non vero, qualcosa di importante.

Qualche anno dopo, cinque per la precisione.
98.
In 3, in un locale di Ladbroke grove, l’ultima fermata della via crucis che porta il nome di
Portobello Road.
Londra, due giorni prima del Reading festival, a caccia di quasi secret gig di preparazione al concerto sul main stage.
Il locale è il Subterranea o qualcosa del genere.
Una ex fornace.
Con una platea e dei piccoli loggioni a ringhiera che costeggiano un palco, alto ma poco profondo.
C’è il giusto fumo, si vede poco o nulla, e dal quel nulla esce una camicia nera, stiratissima ma con
le maniche arrotolate.
Attaccano un pezzo nuovo (something hot) che da li a breve finirà in 1965.

Contano fino a tre e ripartono.
Debonair.
Cerco inutilmente di staccare quella specie di parapetto, pochi metri sotto di noi il secondo chitarrista coi capelli bizzarri si lancia nella sua scatenata danza a piedi fermi.
Il concerto scorre così, sono in forma ma i pezzi nuovi annunciano quello che si sospettava, che dopo quel disco non ce ne saranno di nuovi.
Nei bis Greg fissa di continuo un punto nel buio della prima fila.
Un punto con dei capelli neri e lunghi, con un fondoschiena come dio comanda.
Lei sale sul palco, balla, si dimena, e finisce la sua corsa con la lingua in bocca al cantante meglio vestito della storia.

Passano due giorni e ci presentiamo nella signin tent del festival ad attendere i nostri eroi.
In mano la scaletta del concerto di due notti prima, che un roadie compassionevole ci aveva passato, sfinito dei nostri richiami inumani.
Arrivano.
Il concerto, colpa del palco dai mille suoni, della luce del giorno, e da un estate inglese finta come al solito, non è stato grandioso.
Greg è stanco bestia, ma sorride come un bambino quando capisce che li abbiamo visti due volte in tre giorni.
Il secondo chitarrista dice di ricordarsi di noi, della nostra vicinanza in quel buco fumoso.
Fanno i lori autografi, gentili e affabili, e alla precisa nostra domanda di come si sia conclusa la nottata con la fan scatenata Greg prende un respiro grande come una casa.
“Wow”, condito da un paio di parolacce in italiano.
Preciso, tutto quello che mi aspettavo dal mio uomo.

Quell’estate avevo lasciato a Milano la mia fidanzata dell’epoca.
A casa, nella periferia bollente di una metropoli agli sgoccioli, ascoltava il secondo disco solita di Mark Lanegan, alternandolo con il suo primo amore Pj Harvey.
“Ha una voce così sexy”.
Mi amava e da li ad un po’ mi sarei innamorato anch’io, troppo tardi.
Era qualcosa di bellissimo, nella sua imperfetta bellezza, come quei quadri che visti da vicino, con maggiore intensità, ti lasciano senza fiato, per davvero.
La scaletta del concerto londinese era attaccata, giusto un pelo sotto il pisellino del bambino nevermind, a mollo nel blu dipinto di blu, alle mie spalle.
Passarono quasi tre anni.
Ritornai alla provincia, con i miei stracci, da solo.
Staccai quel poster blu, con quella fotocopia bianca e nera coi titoli scritti sopra.

Questi ultimi anni.
Mark che, oltre a dischi solisti e collaborazioni varie, rende bellissime alcune canzoni dei Queens of…
Greg che forma i Twilight singers ma non si ripete, e come potrebbe d’altronde.
Fino ad oggi, un mp3.
A fine recensione, postato, con quella bellissima linea blu sottostante.
Idle hands.
La chitarra di Greg, semplice, serrata.
La strofa tutta per il suo socio.
“My idle hands
there’s nothin i can do”
Il bridge, classica scrittura del ex afgano.
Il ritornello che si trascina verso l’alto, le due voci che si incrociano e riportano indietro un paio di emozioni.
Prendo il cellulare.
Un sms, ordino il disco a dei miei ex commilitoni discografici, tra loro uno dei soci in quella gita londinese.

Il cd arriva venerdì.
La recensione la posso scrivere fin da ora.
Chitarre con un anima, piccoli nuovi esperimenti figli di giocattolini elettronici, ospiti d’eccezione, ma soprattutto loro due.
Come degli zii fidati, quelli che quando avevi i primi grattacapi ti davano le soluzioni senza passare dai tuoi.
Quelli che poi fanno un disco, anni dopo, e lo compri a scatola chiusa.
Quelli che a fine aprile suonano a Milano, e a cui, chissà, magari, forse, probabile, porti a conoscere la persona che sta con te, ora.

Verona, una realtà difficile. (Ma non era una delle città più ricche d’Italia?)


Quello che segue è un estratto da Wikipedia della voce Flavio Tosi, attuale sindaco di Verona. Quel che potete leggere può fornire uno spunto per una discussione sui temi della sicurezza, al centro delle ultime elezioni che hanno portato alla vittoria del centro-destra, soprattutto in un comune dove non sono poche le ordinanze per rimettere le cose apposto.

La voce completa è qui.

§

Tra i provvedimenti varati dalla giunta Tosi, vi è stata l’ordinanza anti-prostituzione, che vieta, in tutto il territorio comunale, di fermare il proprio veicolo per contrattare prestazioni sessuali[9]; mentre per salvaguardare l’igiene pubblica è stata emessa un’altra ordinanza, che vieta, tra le altre cose, di consumare cibo da asporto vicino all’ingresso dei monumenti cittadini, di gettare rifiuti per strada, di imbrattare gli edifici, di effettuare bisogni corporali in luoghi pubblici.[10] Tale ordinanza ha fatto discutere quando sulla stampa è apparsa la notizia che un bambino di quattro anni era stato multato per aver mangiato un panino davanti a Palazzo Barbieri.[11] Tosi ha però chiarito che ad essere stato multato non è certo il bambino, che come minore non è ovviamente perseguibile, bensì i genitori, che anch’essi stavano consumando dei panini e sono stati multati solo dopo che i vigili urbani li avevano inutilmente invitati ad allontanarsi.[12] Tosi ha inoltre vietato la consumazione di bevande alcoliche in alcuni luoghi del centro e nei vari giardini pubblici (esclusi naturalmente i plateatici concessi in uso ai pubblici esercizi), allo scopo di mettere un freno alla presenza di ubriachi che troppo spesso molestano ed aggrediscono i cittadini di passaggio.[13]

Sul campo nomadi di Boscomantico, Tosi ha denunciato il fallimento della politica di integrazione perseguita dalla precedente giunta di centrosinistra[14], alla luce dei molti episodi criminosi ad esso collegati (la stessa Procura della Repubblica di Verona ha definito il campo “una fucina di delinquenza”[15]), ed ha avviato contatti con l’Istituto Don Calabria [16] ed il Vescovo di Verona mons. Zenti[17] per trovare una nuova sistemazione per i nomadi.

Al momento di scegliere due rappresentanti del Comune per l’Istituto Veronese per la Resistenza, il Consiglio Comunale ha optato per Andrea Miglioranzi, eletto nella lista di Tosi e membro del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, e Lucia Cametti di Alleanza nazionale. Il fatto, oltre ad aver suscitato vive polemiche, ha portato a vari articoli sui principali giornali nazionali.[18] In seguito a queste proteste Miglioranzi si è dimesso dalla carica; al suo posto il Consiglio Comunale di Verona ha nominato il consigliere Giampaolo Beschin.[19] Tosi ha ribadito che le nomine non sono state decise da lui, ma dal Consiglio Comunale su indicazione dei capigruppo della maggioranza, e ha comunque difeso la scelta, affermando la necessità non di “riscrivere la storia, ma di approfondirla in una visione pluralista”.[20]

Politicamente, val la pena sottolineare che Tosi, pur appartenendo ad una giunta di centrodestra, per quanto riguarda l’ordine pubblico ha fatto spesso fronte comune (oltre che col vicesindaco ed ex sindaco di Treviso, il leghista Gentilini) anche con alcuni sindaci di centrosinistra (tra cui il sindaco di Padova Zanonato[21], il veneziano Cacciari[22], il bolognese Cofferati e il fiorentino Domenici[23]) dichiarando che i sindaci dovrebbero avere a tal proposito maggiori poteri, e che nei problemi di ordine pubblico non è la politica che conta, ma il buon senso.[24]

§

Questa volta del blog di Salam(e)lik prendo una notizia datata 26 dicembre 2005:

«È un atto di discriminazione razziale non servire il caffè a clienti extracomunitari che si fermano al bancone di un bar per prendere una consumazione. Lo sottolinea la Cassazione che ha confermato la condanna a 4 mesi di reclusione nei confronti di Luca Z., un barista di 43 anni di Verona che gestiva il bar “Giardino”. L’esercente – dal giugno ’98 al novembre ’99 – si è rifiutato di somministrare le consumazioni agli extracomunitari che entravano nel suo bar, finchè un giorno due nordafricani, lavoratori con regolare permesso di soggiorno, chiesero l’ intervento della polizia (*). Luca Z. si rifiutò di dargli il caffè e li invitò ad uscire dal locale».

Danza araba medioevale e danza interpretativa della poesia araba: una ipotesi di ricostruzione


Enrico Pietrangeli
su “Danza araba medioevale e danza interpretativa della poesia araba: una ipotesi di ricostruzione”
di Marialuisa Sales

E’ un manoscritto ottomano del XV secolo a scandire il verbo divino nella sua potenza generatrice di melodia.

Dal suono, intimamente connesso alla poesia, si evoca una danza che, nella tradizione aniconica islamica, non resta che ipotizzare. La Sales lo fa attraverso questo breve ma consistente trattato, sintesi di lunghi anni che la vedono protagonista nella coreutica, soprattutto in ambito universitario, anche con seminari e conferenze, attingendo tanto da il sama dei Sufi quanto dal kathak indiano a tutt’oggi praticati. Una ricerca nella “ricodificazione” sostenuta con basi teoretiche, che preserva l’integrità di un modello medievale ancora caratterizzato da un approccio simbolico piuttosto che analitico. Al-Fārābī e al-Mas‘ūdī sono i due pilastri di riferimento dell’autrice. Per mezzo delle loro opere, al di là degli aspetti speculativi, sono rese più tangibili talune forme della danza araba medioevale, in particolare l’utilizzo del corpo come “strumento a percussione” e l’innesto dell’interpretazione mimica. Ottimi i riferimenti storici qua e là riprodotti in sintesi e note per meglio ampliare la visione del lettore; quelli più pertinenti l’indagine prodotta sono relativi alla dinastia abbaside, momento in cui è fiorente “il processo di acquisizione dell’eredità culturale greca”. Un ruolo determinante, in questa mediazione, lo ebbero anche alcuni cristiani nestoriani, come ibn Ishāq, che finirono col trovare il loro ultimo rifugio in Mesopotamia. Interessante come, nella centralità del suo razionalismo aristotelico, al-Fārābī consideri la musica inferiore alla poesia poiché il suo “contenuto sensibile” è più consistente rispetto al versificare che, in ultima analisi, è più vincolato a contenuti raziocinanti nel suo indagare i piani emozionali; di conseguenza, “il più elevato degli strumenti musicali”, sarà il canto umano. Cosmopolita, storiografo e altrettanto razionalista è al-Mas‘ūdī, precursore di un approccio analitico che, per i tempi, è a dir poco originale e ricco di spunti. “Mimica, ammiccamento e acrobazia” sono parte di quegli elementi comparativi che la Sales intende rielaborare attraverso la kereshme, ovvero la danza classica persiana ottocentesca, per affermare un valore del “sentimento” nella danza cortese anziché quello del “movimento”, proprio della “coreusi contemporanea araba”. Da segnalare, seppure soltanto accennato, è quel “processo simbiotico” tra cultura islamica ed indiana avvenuto con la dinastia Moghul. Ragguardevole, come si evince fin dall’introduzione, la consulenza storica e teologica, nonché l’apporto di due capitoli, di Shaykh Abdul Hadi Palazzi. Emergono aspetti controversi e meno noti al mondo occidentale, circostanze che, nel corso dei secoli, ci riconducono ad un Islam dotto e moderato, aperto al mondo e al progresso; un contesto che, in Europa, forse vede la sola eccezione di una figura come Federico II. Partendo da un grossolano errore interpretativo di von Sebottendorf, diplomatico tedesco in Turchia prima della grande guerra, Palazzi ci descrive e decodifica un esempio di gestualità rituale Sufi. Le annotazioni di giurisprudenza islamica mettono in rilievo l’autorevolezza di al-Ghazāli, Sufi e teologo, che pone lo “stato d’animo” quale elemento atto a discernere la natura “proficua o deleteria” della musica e della danza, mentre Ibn al-Jawzi e Ibn Taymiyyah vengono citati come letteralisti avversi non solo al suono ma, più in particolare, al sufismo stesso. La disputa tra una visione spirituale ed una integralista si è, di fatto, protratta “sino ai giorni nostri”. Non ci resta che sperare di vedere ancora fiorire quell’Islam più profondo e ricco di contenuti tanto artistici quanto mistici, piuttosto che vederlo miseramente decadere tra “intolleranza” e “oscurantismo”. “L’Amore è la mia religione e la mia fede” non è che un verso di Ibn al-‘Arabi, il migliore, a mio parere, per concludere nella poesia la lettura di questo libro.

Marialuisa Sales, Danza araba medioevale e danza interpretativa della poesia araba: una ipotesi di ricostruzione
Edizioni Akkuaria – 2006

Professione…emigrante!


Chi di voi non ricorda quel meraviglioso film di Massimo Troisi “Ricomincio da tre”, dove il giovane attore – non nel film, ma nella vita – decideva di prendere armi e bagagli e andarsene da Napoli? In un periodo in cui avviene sempre di più il contrario fa una certa emozione ricordare la scena in cui Troisi, insieme a un altrettanto giovane e oggi valente giornalista Michele Mirabella, discutevano in macchina; ebbene, era proprio Mirabella a porre la fatidica domanda, dopo che il protagonista diceva infatti di stare andando a Firenze da Napoli si sentiva sempre rispondere con un’insinuazione “Emigrante?”. Il mito dell’emigrante e del treno di Schaffhausen (nelle sue traslitterazioni di Sciaffausen, Sciaffùsa) fa parte del nostro dna, passa dalle liriche di “Soul Train” (1996) dei Sud Sound System (Pallidu politicu nu nci a statu mai in seconda classe sul treno che va da Lecce a Schauffausen chinu de gente si ma gente ca sta fugge lontano dalla loro terra d’origine amara e resa pesante come il piombo mandata allo sbaraglio) e arriva, quest’oggi, nel bel romanzo di un attore e regista teatrale, Mario Perrotta. Leccese, è nato nel 1970, “lavora in teatro, cinema, televisione”, come recita il risvolto di copertina di questo “Emigranti Esprèss” (edito da Fandango Libri, €14), scritto che si colloca tra il racconto e reportage narrativo e che approda alla carta dopo essere stata una seguita piece radiofonica. La storia autobiografica che fa da cornice al testo è intrigante, il piccolo Mario ogni settimana prende il treno Lecce-Milano per andare a trovare suo padre, che lavora a Bergamo. Il piccolo ha soltanto dieci anni, così sua madre si preoccupa di trovare qualcuno che si occupi di fare compagnia e allo stesso custodire quel bambino, durante un viaggio lungo più di mille chilometri. Il linguaggio utilizzato è un miscuglio di dialetto parlato e italiano che si adatta bene al protagonista, la lettura, malgrado una forzatura iniziale dovuta a un normale ‘riposizionamento’ nelle corde dell’autore, ci fa subito immaginare i pensieri come detti ad alta voce da questo ragazzino abituato a viaggiare da solo per migliaia di chilometri. La scrittura di “Emigranti Esprèss”, stretta tra le pagine del libro, esige di essere detta a ogni chilometro di binario che viene percorso. Le stazioni sono come grani di un rosario (Lecce, Brindisi, Bari, Pescara, Ancona, Rimini, Bologna, Parma, Milano, etc.) che portano fino al chilometro numero 1085, a Milano, dove il padre di Mario lo attende e se non c’è lui c’è qualche parente che ha ricevuto l’incarico. Un romanzo on the road, stazione dopo stazione, dove incontriamo l’emigrante che ha fatto il minatore in Belgio, e racconta la sua storia. C’è la donna che ha lavorato con i mattoni in Svizzera, e anche lei si intrattiene con il protagonista raccontando di come è stata cacciata via dopo aver resistito alle ‘attenzioni’ del datore di lavoro. Le storie sono tante, tutte impastate di umanità, sofferenza e grande speranza. C’è qui la descrizione del mondo visto attraverso gli occhi di un bambino sveglio, che ha imparato a raccontare le bugie per non dire una verità così strana, chi crederebbe che quegli oltre duemila chilometri al mese vengono fatti per ‘registrare’ l’apparecchio ai denti? Questo romanzo è interessante anche perché documenta la realtà in evoluzione di un non-luogo per eccellenza, il treno, dove ogni passeggero si affida, tra partenze, arrivi e ritardi, per un viaggio che è soltanto l’inizio di quello che lo troverà dal suo arrivo in poi. Ogni stazione è lo scenario per una storia e per un capitolo differente. Mario Perrotta appartiene a quel filone – vedi autori come Marco Paolini, Ascanio Celestini – che riprende una tradizione in cui il teatro si fa rappresentante della realtà e portatore di denuncia, infatti le storie che vengono raccontate dai passeggeri mescolano la vita quotidiana agli ultimi trenta anni di storia del nostro paese, regalandoci una storia veduta dal finestrino di un treno in corsa, negli spazi angusti di corridoi e scompartimenti. In questo romanzo in particolare Perrotta approfondisce il tema dell’emigrazione, già affrontato nei suoi fortunati spettacoli “Italiani cìncali – Parte prima: minatori in Belgio” e “Parte seconda: Odissea”, in particolare “Emigranti Esprèss” è il titolo del programma in quindici puntate andato in onda su Radio2 nel 2005, e vincitore del Jury Special Award al concorso TRT (Türkiye Radyo-Televizyon) International Radio Competition.

pubblicato su “il Paese nuovo”
del 28 marzo 2008

Col bene che ti voglio. Da giovedì 8 maggio in edicola


“Col bene che ti voglio”
romanzo in sedici episodi settimanali
di Luciano Pagano

da Giovedì 8 Maggio su “il Paese nuovo”

Credits:

Soundtrack

Luglio, Riccardo Del Turco, 1968

Pink Floyd, I wish you were here (live)

Radiohead, Paranoid Android

Bob Marley, One love

The Police – Every breathe you take

Beautiful (soap) – Main track

Rolling Stones – Paint it black

Depeche Mode – It’s not good

Immagine cover digitale ( Ul_Marga, via Flickr)

Umberto Bossi, la carica dei 300.000!


Elettori di destra, avete Umberto Bossi, e ve lo meritate. 15 Giorni. Sono bastati quindici giorni perché Umberto Bossi ritornasse a sfoderare i toni forcaioli cui ci ha abituato in questi anni di governo e non governo, sempre sulla breccia, sempre duro. La notizia è di 54 minuti fa, “Non so cosa vuole la sinistra, noi siamo pronti, se vogliono fare gli scontri io ho trecentomila uomini sempre a disposizione, se vogliono accomodarsi”. Certo, come buon scodinzolatore tra qualche ora sarà pronto a smentire, dirà che la sua è una provocazione, è da provocazioni simili (ricordiamo tutti Calderoli quando indosso una maglietta con le famose vignette danesi) non vorremmo mai essere vaccinati. Eppure certe volte ci vogliono anticorpi come quelli posseduti da Verdone in “Troppo forte”, quando racconta – coincidenza – della sua partecipazione alla Palude del caimano. “Mi auguro aggiunge che la sinistra scelga la via delle riforme, non come l’altra volta che non vollero assolutamente la riforma federale”. È un’iperbole senza requie, o federalismo o morte, o federalismo o scontro, Umberto Bossi assume sempre l’atteggiamento del buttafuori dal mento alzato, che istiga allo scontro. E poi l’apoteosi “I fucili sono sempre caldi”. Bel Paese del cazzo!

Meno male che Silvio c’è…a Lecce.


Lecce, Via di Vaste. Volantino spontaneo incollato sulla base di un bidone dell’immondizia.
(colonna sonora NOFX, My heart is yearning)

Il codice dei vinti. Su “Il contagio” di Walter Siti


Il codice dei vinti.
“Il contagio”, di Walter Siti

Quale può essere stata la sensazione che provarono, nel 1955, i primi lettori di “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini? Questa domanda è utile alla comprensione dell’ultimo romanzo di Walter Siti, “Il contagio”, edito da Mondadori, un libro che racconta in presa diretta una realtà difficile e poliedrica, quella della borgata romana. Walter Siti è profondo conoscitore dell’opera di Pasolini, della quale è curatore nella sua completezza per l’edizione dei Meridiani mondadoriani. Fare un parallelo tra la pubblicazione dei due romanzi è utile perché di riflesso il lettore può accorgersi di come sia cambiata la realtà della vita nelle città italiane tout court, quindi non solo nella Capitale. Non c’è molta distanza tra i ‘ragazzi’ di Pasolini e quelli palestrati, drogati, cavalli di razza (da monta o da corsa, a seconda del caso) descritti in questo romanzo, c’è un filo che lega le madri del dopoguerra alle ragazze madri di oggi; la cifra è nella disperata vitalità, per utilizzare un’altra espressione cara allo scrittore di Casarsa. Nel suo precedente romanzo, “Troppi paradisi” (2006), Siti aveva rappresentato con spietato autobiografismo un mondo in cui il cortocircuito narrativo tra realtà e finzione non era che uno specchio dove cogliere l’esasperazione con cui, ad esempio, la realtà viene oggi presa di peso o ricercata dagli occhi affamati di spettatori televisivi, una vera e propria superficie di realtà che diventa reality. La prosa, in quell’opera, raggiungeva uno dei risultati più bilanciati, lineari, e rigorosi, della recente produzione narrativa nella nostra lingua. La partita adesso si gioca tra pietà e rassegnazione, tra accettazione della vita e desiderio di evasione. C’è un codice non scritto, quello della borgata, che dice “godere tutto e subito, non conservarsi rimpianti per l’età matura, non negarsi nessuna esperienza”. Perché allora questo “Contagio” è un libro difficile? Anzitutto perché Siti ha optato per l’utilizzo di alcune ‘forzature’ che possono essere messe in gioco soltanto da un professionista della scrittura, con risultati in questo caso eccellenti. Partiamo dalla trama: non c’è una vera e propria trama all’interno di questo lavoro per il quale sarebbe più opportuno parlare di ‘trame’, la borgata offre una gamma inesauribile di personaggi e immagini; racconti e storie che difficilmente potrebbero entrare in un romanzo, non basterebbe una vita per descrivere nei minimi particolari tutte le sfaccettature, chiunque di noi potrebbe fare l’esperimento, uscendo in strada e immaginando la vita che si nasconde dietro alla smorfia dolente di chi ci passa oltre. Walter Siti, che ha insegnato letteratura italiana all’Università dell’Aquila, sceglie un luogo determinato, un condominio – come il Perec di “Vita: istruzioni per l’uso” – nel quale fare interagire i suoi personaggi. Non vi è nulla di certo, né di scritto, dal mestiere all’identità sessuale dei personaggi; ognuno di loro è marchiato a fuoco dal proprio passato, ognuno di loro ha vissuto una vicenda che lo ha portato nella borgata, come termine irriducibile di resistenza alla vita. Il prospetto del condominio è riportato fedelmente fin dalla prima pagina del romanzo, un elemento questo che sposta il baricentro della narrazione al di qua, dalla parte del lettore che in certi casi è morboso voyeur di ciò che accadrà, conosce infatti le premesse maggiori di un discorso illogico, i personaggi in gioco, alcuni dei quali, come Marcello e il ‘professore’ (figura defilata dietro cui si nasconde l’autore), provengono da altri racconti e romanzi dell’autore. Ci si attende una risoluzione tragica o comica ed è quello che accade, moltiplicato per cento. Una volta affidati i personaggi alla quotidianità dell’improvvisazione ecco che sono i luoghi a emergere come attori di quest’opera; dove insieme al condominio, un Essere Multiforme, c’è la borgata, verrebbe quasi da dire mamma Roma, dove “la sola forma di fiducia è l’indolenza, il solo pubblico ministero è il fatalismo”. Ci si arrangia in cerca di un destino che è stato negato e non lo si fa con la rassegnazione ma con un ghigno che somiglia a un sorriso. Colpisce positivamente il continuo passaggio tra i due registri linguistici, quello italiano e quello dialettale, in un romanesco che, come il napoletano, è una lingua che ha saputo imporsi più di tutte nell’immaginario dei lettori. Nella borgata c’è spazio per la coppia che spende trentamila euro per un matrimonio al lago di Bracciano, come Eros e la Hunzicker e ci sta lo spacciatore di cocaina che tenta di fare il colpaccio e entrare in un giro più grande, quello della produzione cinematografica, “Coi soldi ripuliti della cocaina ormai in Italia puoi fare tutto, spadroneggi anche nel mondo finanziario; e di questo immenso potere ognuno dei borgatari seduti a quel bar si sente partecipe e complice, perché ne ha in tasca un piccolo frammento, un sacchettino da un grammo”, in un paese dove una dose di stupefacente vale più di un’azione dell’Alitalia. C’è il lato oscuro del sesso, con la prostituta che riceve in casa i suoi clienti, mentre il compagno si nasconde, restando a origliare, e c’è il gigolò ex campione di culturismo, o la moglie che viene picchiata a sangue dal marito. Non esiste un miraggio di lavoro perché qui si arriva una volta che tutti i sogni sono svaniti in miraggio. Nel suo penultimo romanzo Siti ci aveva descritto i paradisi ‘infernali’ della mediocrità di cui si nutre il mondo della letteratura, della televisione e dell’università. E se in “Troppi paradisi” il professore ‘gongolava’ dietro i finti specchi del “Grande Fratello”, nel guardare Pietro Taricone che faceva la doccia qui è Marcello che insieme alla sua ragazza incontra il Pietro nazionale nel “più grande centro commerciale d’Europa, duecentottanta punti vendita e nove sale cinematografiche”, dove sta “inaugurando un negozio di articoli per sport equestri”, e si accorge che il ragazzo ha conservato la modestia. Nel suo ultimo romanzo Walter Siti descrive una categoria anomale, fatta di “umili immodesti”, scendendo di qualche centinaio di gradini nei meandri di veri e propri inferi ‘paradisiaci’, dove tuttavia, come direbbe un grande poeta del nostro secolo Fabrizio De Andrè, “c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore, sulla cattiva strada”.

pubblicato su “il Paese nuovo”
del 23 aprile 2008

Che Liberazione!


Quando il biologo e premio Nobel per la medicina Jacques Monod, nel suo “Caso e necessità”, si chiedeva quali erano le caratteristiche che un extraterrestre avrebbe potuto individuare, una volta sceso sul nostro pianeta, per capire se questo fosse popolato o meno da organismi progrediti, la risposta era semplice: simmetria e ordine. L’omogeneità dell’espressione e la simmetria delle forme sono le caratteristiche che distinguono il caos dalla necessità. Che cosa direbbe allora oggi il “marziano a Roma”, reso celebre da uno degli scritti più sferzanti di Ennio Flaiano, se una volta sbarcato sulla terra fosse chiamato a rintracciare un’opinione unanime sul significato della Liberazione? Prima della Seconda Repubblica esisteva la ‘scissione’, ereditata come retaggio dalla Guerra Fredda e un po’ figlia di un manicheismo popolare di matrice cattolica, che voleva vedere a tutti i costi schieramenti divisi, centralisti e federalisti, antifascisti e neofascisti e così discorrendo. Il panorama di oggi è cambiato e il fenomeno a cui assistiamo da diversi anni rischia di presentare agli italiani prima e all’Estero poi, l’immagine di un paese schizofrenico, dove non sono due le anime che lottano per la rivendicazione degli ideali di lotta dell’antifascismo, bensì mille, come le sfaccettature caratteriali di un soggetto schizofrenico. Malgrado oggi per la prima volta da sempre in parlamento siedano due schieramenti contrapposti ciò che invece accade è che una festa nazionale come la “Festa della Liberazione” venga categoricamente rimessa in discussione e dove, per fare un esempio, chi vuole festeggiare il venticinque aprile venga bollato dalla stampa de “Il Giornale” (proprietario della testata: Paolo Berlusconi) come “irriducibile”, quasi che si trattasse dell’appartenente a una frangia impopolare che annidiata come una larva nel tessuto connettivo del paese. Questa nuova destra è molto saggia nell’utilizzo dell’informazione, sa bene come trasformare il “popolare” in impopolare e oltraggioso, nello stretto giro di una giostra, da un giorno con l’altro. Allo stesso modo che i suoi opinionisti televisivi peggiori, basti pensare a un Paolo Del Debbio, sanno come agitare il fantasma giusto al momento giusto, tutto si fa spettro. E pensare che la canzone che Antonello Venditti dedicava alla Liberazione rappresentava l’esatto contrario, con una solare immagine “Ma che bella giornata di sole/Quanta gente per le strade muore/Quanti treni alla stazione/Ma per tornare a casa/E la chiamano liberazione/Questa giornata senza morti/Questo profumo di limoni/Dalle finestre aperte”.
A tal proposito la ricorrenza del 25 aprile costituisce un’occasione utile per ‘resettare’ i termini di una contesa che si pretende come attualissima. Umberto Bossi, leader (non ancora uscente) della Lega Nord, fu Lega Lombarda (i graffitari padani sui muri firmavano “LL”), è oggi candidato a ricoprire una delle cariche più importanti del nostro paese, con molta probabilità andrà a sedersi sulla poltrona di quel Ministero delle Riforme, tanto strategico per far procedere le istanze di federalismo cui si rifa il progetto politico della Lega. Ebbene, quest’anno dovremmo attenderci l’ennesimo Giuramento di Pontida? E assieme a quello, dovremo attenderci il tanto coreografico ‘prelevamento’ dell’ennesima ampolla d’acqua dalle sorgenti del Po, sul Monviso? Temo proprio di sì: in tal caso per il 15 settembre (Giorno della Proclamazione di Indipendenza della Padania) vi suggerisco di preparare gli scarponi da trekking, quando questa ricorrenza sarà resa ‘nazionale’ è probabile che i pulmini diretti a San Giovanni Rotondo vengano dirottati direttamente in Piemonte. Temo che Umberto Bossi non avrà la stessa accortezza politica – a prescindere che abbia pagato o meno in termini di voti – di un Fausto Bertinotti, quella cioè di non scendere in piazza per via del rispetto alla carica di Presidente della Camera che ricopriva. Ma l’Italia schizofrenica non si ferma qui. Quello che è in atto da diverso tempo è un vero e proprio processo di rivisitazione storica di quelli che sono stati i fatti della Resistenza, occorsi in quel torbido periodo storico che va dall’8 settembre del 1943 e che si conclude con il mese di aprile, culminando nella data del 25 aprile. Da ogni parte in Europa il 25 aprile è sinonimo di Liberazione, meno che mai di Revisione. Nel nostro paese, invece, c’è chi confonde sempre più spesso il rispetto della Memoria con il rispetto del “cadavere”: se la guerra è cosa esecrabile, non c’è niente di peggio di un conflitto civile che vede armati gli uni contro gli altri cittadini di una stessa nazione, duole precisare tuttavia che al momento in cui questi cittadini si portavano la guerra, dopo l’8 settembre, l’Italia era tutto tranne una Repubblica, cosa resa possibile soltanto all’indomani della Liberazione. Fanno sorridere a tal proposito i richiami di certi esponenti della Lega a un presupposto ‘dna’ celtico, proprio loro che considerano Italia soltanto ciò che si situa al di là (per noi) e al di “qua” per loro, della Linea Gotica; possono dire di essere cambiati, basta sentire i discorsi dei loro esponenti quando sono ‘a casa’ per vedere che la loro anima è sempreverde, evergreen. La Seconda Guerra Mondiale ha condotto il nostro paese allo stremo delle forze e l’alleanza passiva di Mussolini alla Germania nazista hanno portato il nostro paese alla guerra civile. All’indomani della Conferenza di Yalta (febbraio 1945) si assistette a una divisione netta del mondo, che dal punto di vista militare risultava diviso in due blocchi contrapposti. Quello che è accaduto nel nostro paese tra il 1943 e il 1945 sembra andare a costituire una terra di nessuno ideologica dove ogni schieramento sembra voler raccogliere per proprio interesse ciò che è stato seminato con il sangue. E allora, cosa dire del sindaco di Alghero, che ‘rischia’ di ricevere una medaglia per il suo divieto di intonare “Bella ciao” nei cortei? Non si tratta di uno scherzo, non è escluso che “le forze dell’ordine possano intervenire”, a detta del proditorio primo cittadino, se qualche dispettoso dell’ordine pubblico avrà l’ardire di alzare il pugno sinistro. Duole ricordare che è del 20 giugno del 1952 la Legge Scelba che sancisce il reato di apologia del fascismo. Sono moltissimi gli esponenti della destra che colgono l’occasione del 25 aprile per ribadire la loro distanza da questa festa, che per loro non ha nulla di ‘nazionale’.
Libertà, Sinistra e Comunismo sono le tre parole più pronunciate da Silvio Berlusconi, non soltanto durante la campagna elettorale, questo lo sanno tutti. A quando quindi una legge che in piena par condicio non possa sancire, una volta per tutte, il reato di “apologia del comunismo”? Approfittiamo di oggi per pensare a ciò che ci circonda, per aprire i libri di storia, per illustrare agli amici, ai figli e ad ‘alcuni’ genitori ciò che è stato, chiedete ai vostri nonni quante volte mangiavano in un giorno, negli Anni Trenta. Anche a questo servono le ferite, per quanto provenienti da un trauma doloroso, per ricordare. Se quel periodo storico, come vuole la Destra, fosse archiviato e sepolto, e quindi ritrattabile, non si spiegherebbe il fiorire di manifesti che puntualmente verranno attaccati sui muri di diverse città italiane nella giornata del 28 aprile in ricordo della morte dello Statista Benito Mussolini; accade anche a Lecce, ed è giusto che sia così perché è Memoria, è Democrazia, è Repubblica, in una parola: Liberazione, una festività che fa bene a tutti, anche a chi la avversa.

citazioni


Non è stato un gesto fortunato
Natalia Melikova, giornalista

voci dall'inferno


voci dall’inferno
pratica attoriale/elettronica
da Dante
di
Alessandro Mazzotta

venerdì 18 aprile 2008
ore 19.00

su Radio Voice
http://www.radiovoice.it

La memoria di Adriano. Contro Giuliano.


Il titolo del libro di Adriano Sofri, “Contro Giuliano. Noi uomini, le donne e l’aborto” (uscito per i tipi di Sellerio), ha un sapore vagamente evocativo che fa venire in mente i dialoghi platonici (“Conversazione platonica” è il titolo del quadro di Felice Casorati scelto per la copertina del libro) oppure le opere apologetiche scritte nell’epoca del primo cristianesimo, a sostegno o confutazione della novità religiosa che aveva fatto irruzione nell’Impero Romano. La novità di oggi ha un altro nome, l’attrice Paola Cortellesi ne aveva bene individuato le avvisaglie in un recente sketch nel quale l’Italia viene presentato come il paese dove tutto può essere sottoposto a revisione (“Riparliamone”). Quello che a prima vista può sembrare un instant-book sul tema dell’aborto – il “Giuliano” in questione è chiaramente Giuliano Ferrara – si rivela invece essere il contenitore delle interessanti e decennali riflessioni sul tema dell’aborto, decennali perché Sofri ripercorre un dibattito che inizia prima del ’78, anno di approvazione della legge 194. Adriano è amico di Giuliano, un’amicizia difficile e competitiva perché giocata sul terreno di differenze radicali per quanto riguarda le posizioni teoriche e pratiche sui più importanti temi dell’attualità e della politica. Ciò nonostante il testo non fa suoi gli accesi toni della polemica, in esso viene descritta la parabola del movimento antiabortista di Ferrara, che all’indomani dell’approvazione da parte dell’ONU della moratoria sulla pena capitale, ha fatto suo il concetto di moratoria, ribaltandolo nello slogan metaforico di ‘moratoria sull’aborto’. Ecco, questo pensiero secondo l’autore del pamphlet in oggetto è viziato all’origine per più di un motivo. Tanto per cominciare non si può paragonare l’aborto alla pena capitale. Una legge che vieti alla donna di abortire e persegua penalmente chi la aiuta non farebbe altro che sancire un’appropriazione, una vera e propria assimilazione della medesima nel corpo sociale, niente di meno che un’espropriazione della donna da sé; il divieto di abortire sarebbe in ciò paragonabile al divieto del suicidio. L’espropriazione del corpo a favore dello Stato, tuttavia, è proprio ciò che avviene nella pena capitale. Giuliano Ferrara ha avuto la scaltrezza di trasformare in crociata ciò che era sotto gli occhi di molti. È interessante l’atteggiamento adottato da Adriano Sofri che anziché porre le basi per una anti-crociata nei confronti del direttore del “Foglio”, preferisce affidarsi a una decostruzione attenta di tutte le ragioni presentate da Ferrara. Nel testo trovano spazio le fonti e gli articoli a sostegno delle tesi antiabortiste, compreso l’articolo forse più strumentalizzato, il noto intervento di Pier Paolo Pasolini (“Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti”, oggi in Scritti Corsari), ripresentato sul “Foglio” travisando le intenzioni, oltre che il titolo, dell’autore di “Petrolio”, che non era contro l’aborto e anzi voleva affermare una rivisitazione dei modi di comunicare la sessualità, meno chiusa, meno colpevole, con l’alternativa paradossale di non procreare qualora il coito non potesse reinventarsi in amore. Quello che si prova leggendo il testo di Sofri è un forte senso di impotenza qualora ci si debba (da uomini) mettere nei panni della donna che abortisce, strumentalizzata per eccezione, descritta nelle pagine dedicate alla viltà dell’uomo che la abbandona. Quello che non è cambiato e che deve cambiare è l’atteggiamento di fuga. “Contro Giuliano” è un testo che serve a fare chiarezza su una questione, sia che la nostra opinione sia affidata a una parte piuttosto che a un’altra. L’idea proposta da Giuliano Ferrara non è collegata a un movimento di opinione – nulla a che vedere con le raccolte di firme cui possono ricorrere i cittadini come mezzo per chiedere un referendum – ma a un partito in corsa nelle elezioni di aprile, il che rende gli argomenti ‘politici’ in modo inevitabile, basti pensare che il primo ‘scossone’ del precedente governo si ebbe proprio sulla questione delle coppie di fatto. “La politica ha a che fare col potere, e il potere ha a che fare coi corpi e con la sessualità”, è riassunto in questa frase un pensiero di Sofri che viene proprio dagli anni settanta, dalle cattedre francesi e da pensatori come Michel Foucault. Viene riconosciuto a Giuliano Ferrara, seppure per una causa contraria a quella sostenuta da “Contro Giuliano”, l’aver sollevato problematiche che altrimenti rischiavano di restare limitate in una zona d’ombra, tra il tacitamente riconosciuto e il non espressamente detto. C’è ad esempio il problema dei medici obiettori di coscienza, che lavorando a stretto contatto dei pazienti e in aziende sanitarie pubbliche, spesso negano la somministrazione della RU486 (la cosiddetta pillola del giorno dopo), oppure non permettono di esercitare la libera possibilità di scegliere l’aborto da parte di chi, tra tutte, è la prima interessata, cioè la madre, verso cui per tutta lettura di questo testo traspare un profondo rispetto.
La donna resta il centro delle questioni sollevate, e non la semplice periferia di un embrione. Troppo spesso, questo è uno dei pensieri ricorrenti del libro, il destino della donna è affidato agli uomini, quando invece, come pone Adriano Sofri in chiusura di questo libro, “dal punto di vista delle sue speranze, il mondo dovrebbe mettersi ad aspettare la salvezza dalla nascita di una bambina. Una qualunque”.

pubblicato su “Il Paese Nuovo”
il 26 marzo 2008


Claudio Martini e il ripostiglio dello scrittore


“I racconti del ripostiglio” – non ci si faccia ingannare dal titolo che allude alla forma racconto – è l’ultimo romanzo scritto da Claudio Martini, un autore per cui sono attendibili definizioni di poliedrico e caleidoscopico interprete della realtà e che è alla sua terza prova narrativa pubblicata dal 2004 a oggi, la seconda per la Besa Editrice, con cui nel 2005 era uscito il fortunato “Diecimila e cento giorni”, in rete Martini è conosciuto con lo pseudonimo di Writer e il suo blog personale, “Altre latitudini” (ospitato sulla piattaforma di Libero), è uno dei più seguiti della rete.
Claudio Martini, nato nel 1954, residente a Torino ma di origini tarantine, è anche autore di diversi tra saggi e interventi relativi al suo mestiere di psicologo e ricercatore sociale, pubblicati in Italia e in America Latina. Il meta-romanzo richiede al lettore uno sforzo di fiducia, bisogna che chi legge accetti di entrare in un gioco più grande di lui; soprattutto in un periodo come quello in cui viviamo, nel quale l’esperienza culturale viene concepita sempre più spesso sotto l’ottica della mera ‘fruizione’, e allora ci si chiede se sia possibile dare vita a un marchingegno che richiede una dose di masochistico asservimento. Quando grazie alla bravura dell’autore si crea una sospensione esatta tra curiosità e attesa, ecco che il meccanismo ci trascina nella lettura, oramai increduli, pronti a tutto. Gli esempi illustri non mancano, nel caso del Decamerone assistiamo addirittura a un evento fondante della nostra narrativa, sulla scorta degli esempi medievali. Italo Calvino – posto non a caso in epigrafe al volume di Martini – è il più illustre esempio di scrittore che ha adottato più volte questo metodo (Le città invisibili, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Il cavaliere inesistente) in cui una storia raccoglie un’altra storia per poi ‘esplodere’ all’esterno. Ancora più vicino a noi è l’esempio di Umberto Eco. Fatte queste premesse debite a un genere importante ci si accosta a questo romanzo con la curiosità di ‘leggere il gioco’ che sottende alla struttura dell’opera di Claudio Martini. Ed è proprio con un ‘gioco’ che il protagonista si troverà a fare i conti, assieme al lettore, trovando in casa sua dei fogli dattiloscritti contenente una serie di racconti. All’inizio lo stile di questi rimanda a situazioni e ricordi di altri autori, un po’ come se il loro scrittore ideale fosse in cerca di uno stile personale, da Ballard a Wim Wenders passando da Jack Kerouac, quasi a chiederci di assistere a un depistaggio. Poi accada che da questi indizi cominci a emergere qualcosa. La curiosità per quei racconti spinge il protagonista, Giovanni, a intraprendere la ricerca del loro autore, partendo dai vecchi inquilini che hanno occupato il suo appartamento, all’interno del quale trova altri indizi per proseguire in questo suo gioco. Ma a questo punto, prima che la storia si faccia ancora più interessante, siamo arrivati a tre quarti del romanzo, d’un fiato, grazie anche alla scrittura evocativa di Martini che in questo suo ultimo libro raggiunge capacità di definizione inconsuete, soprattutto per quanto riguarda gli stati d’animo e la descrizione dello squallore della metropoli, Torino, che nella sua scrittura – questa è una conferma, fin dal suo Sguardi – che si fa ‘generativa’. L’autore mette a frutto la capacità di trasformare in racconto anche il dettaglio più minuscolo, approfittando dei suoi personaggi per esternare le considerazioni sull’oggi, mescolando le parole come un mazzo di carte, per trovare una via d’uscita dalla deriva di un labirinto di storie. Ciò che al narratore riesce con sapiente maestria e a cui il protagonista, invece, anela per ristabilire un ordine negli avvenimenti misteriosi che popolano le sue giornate. Finché il timido ma intraprendente impiegato dell’anagrafe non deciderà per il salto nel buio, in quella zona che l’autore è riuscito a creare in modo sapiente, nella quale la vita coincide con l’opera e dove Giovanni viene chiamato a fare la differenza, con il suo contributo: il suo racconto.
In questo modo, quasi sottoponendosi a una terapia non-ortodossa, farà chiarezza sul suo passato. La vita e la scrittura – e qui ritorna in circolo la lezione di Calvino – possono essere affrontate con la leggerezza di un gioco meta-romanzesco se c’è consapevolezza delle regole e, soprattutto, se la libertà dei giocatori è garantita.

pubblicato su “Il Paese Nuovo”
di Martedì 1 Aprile 2008

La fucina della scrittura: i consigli dello stroncatore.


“C’era una volta”, sarebbe difficile oggi iniziare una storia con questa frase. I lettori di oggi sono smaliziati, mettono alla prova un autore fin dalla prima pagina, come è giusto che sia; per gli inesperti scrittori desiderosi di affacciarsi a un mondo terribile – verrebbe da dire – c’è bisogno di un manuale. L’ultima risposta in ordine di tempo viene da un editore, Castelvecchi, da sempre attento a cogliere e, a volte, anticipare determinate tendenze nel mondo della cultura popolare. Il libro si intitola “Manuale di scrittura creativa” (Castelvecchi, €18), l’autore è Roberto Cotroneo, un tempo stroncatore dalle pagine dell’Espresso, poi scrittore affermato, oggi redattore e insegnante in diversi corsi di scrittura. Chi non ha mai letto i suoi romanzi può cominciare da ‘Otranto’ , oppure ‘Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome’, o ancora il primo ‘Se una mattina d’estate un bambino’, del 1994, nel quale si propone di trasmettere al figlio l’amore per i libri. Questo manuale comincia dalla cosa più importante, cioè da una domanda rivolta agli scrittori di ogni età, verrebbe da dire ‘di ogni ordine e grado’. Perché si vuole scrivere? Qual’è la molla fa scattare quel meccanismo che Truman Capote nel suo capolavoro “Musica per camaleonti” paragonava al dono da parte di Dio di una frusta per auto-flagellarsi? Semplice, “COMUNICARE”, la scrittura serve a comunicare ciò che noi abbiamo dentro, una visione del mondo, una nostra esperienza, qualcosa che ci è successo e che ci ha colpito a tal punto da suscitare in noi il desiderio di rendere gli altri partecipi della ‘nostra’ storia. Fin qui tutto bene. I problemi nascono quando ci si imbatte nello scoglio della forma narrativa. Roberto Cotroneo, dall’alto della sua esperienza di scrittore e giornalista (è condirettore della Scuola Superiore di Giornalismo della Luiss di Roma), divide l’argomento in dieci agili lezioni. Si va dal superamento dell’incubo da pagina bianca al metodo con cui affrontare la scrittura di un romanzo, fino alla scelta dell’ambientazione o dello stile, toccando argomenti ostici come le descrizioni e le digressioni all’interno di una storia. Non esiste una sezione relativa all’invenzione e alla scoperta di ciò che va narrato, perché al contrario di quanto ci si possa aspettare da un testo del genere, l’autore ha preferito affrontare l’argomento privilegiando l’aspetto creativo e senza toccare ciò che compete alla discrezione di ogni scrittore, stiamo parlando dell’argomento di cui scrivere. Il messaggio non espresso è chiaro: ognuno cerchi da sé la propria storia. Esemplare in tal senso la lezione dedicata alle descrizioni degli ambienti e dei paesaggi; ci sono scrittori che affrontano simili momenti con lo stesso atteggiamento con cui si affronta la stesura di un catalogo da vendita all’incanto, enumerando collezioni di oggetti, con i loro nomi e le loro caratteristiche, mettendo il lettore nell’imbarazzo di voltare pagina per scoprire quand’è che la storia prosegue. Il procedimento di descrizione nelle parole di Cotroneo si trasforma in uno dei mezzi più duttili di cui dispone lo scrittore. Un altro aspetto interessante del libro è la presenza di molti esempi e di esercizi, suggeriti agli aspiranti scrittori al termine di ognuna delle lezioni. Molto bella la sezione dedicata all’influenza, ovvero sia alla formazione spontanea e casuale di ogni scrittore, dovuta alle sue esperienze, alle letture fatte in gioventù e alla maturazione della propria identità come lettore. L’impressione che si ha dopo la lettura di un testo del genere è che la premura del suo autore sia quella di limitare al massimo i danni prodotti dagli scrittori impetuosi, che non affidano la propria scrittura a un metodo, per contro è lo stesso Cotroneo a sfatare un mito, quello secondo cui un romanzo, con il suo plot, nasca così com’è nella testa dell’autore: secondo l’autore del manuale non si tratta che di una deviazione congetturale dovuta al cinema, ma tant’è, come i pittori dopo la nascita della fotografia hanno dovuto percorrere altre strade così gli scrittori dopo la nascita del cinema non sono più gli stessi, e a ragion veduta, perché anche i lettori sono cambiati, si aspettano di più e a un ritmo differente.
Il lato positivo di questa ‘evoluzione del lettore’ sta nel fatto che lo scrittore oggi può permettersi di scrivere storie che non seguono necessariamente una logica lineare, ma che possono affidarsi all’evocazione delle vicende in più tempi e in modi non tradizionali. La cosa curiosa è che oltre a un’immagine di stile viene comunicata una sorta di “buona condotta” da seguire, che va dalla proposizione del manoscritto all’atteggiamento da tenere con editori, consulenti e affini, insomma, una lezione di stile che tenta di uscire fuori dai margini della pagina scritta. Il volume è impreziosito dagli interventi di Andrea Camilleri, del giovane critico Stas’ Gawronski, di Roberto Gilodi e Piergiorgio Nicolazzini e dalle sezioni dedicate alle riviste di letteratura, con gli indirizzi delle case editrici e una bibliografia ragionata, quasi come a redarguire lo scrittore esordiente, prendendolo per mano e guidandolo dalla stesura della prima pagina fino alla tanto auspicata pubblicazione. Lo scrittore ‘forgiato’ da questo “Manuale di scrittura creativa” è anzitutto uno scrittore che non si preoccupa della lunghezza del proprio romanzo “ormai non ci sono regole. Ma è consigliabile che il numero di cartelle non sia inferiore alle cento”, ma che allo stesso tempo tiene conto delle esigenze del mercato, anche Cotroneo suggerisce allo scrittore di leggere con attenzione i cataloghi di tutti gli editori ai quali sarà affidata la spedizione di un manoscritto.
A tal proposito mi piace citare un altro libro che si pone idealmente sul versante opposto, il testo è scritto da Stewart Ferris nel 2005 e pubblicato in Gran Bretagna da Summerdale con il titolo di “How to get published. Secret from the inside” (trad. it non disponibile “Come venir pubblicati”). Stewart Ferris parte dallo stesso punto dell’autore di “Presto con fuoco”, suggerendo che da parte dell’autore ci vuole una buona presentazione, una lettera, un riassunto del proprio lavoro che non faccia smarrire il destinatario di turno in improbabili biografie che farebbero ridere chiunque e che sono verosimili altrimenti non verrebbero citate in modo spassionato anche da Cotroneo, si legge ad esempio “…ma è in quegli anni che nasce in lui una vocazione letteraria fortissima, che lo conduce a scrivere una serie di racconti e tre poesie di ispirazione ermetica, segnalati con menzione al concorso ‘Giglio d’argento’ di Radicondoli”. Lo scrittore, in poche parole, deve gettare la maschera e soprattutto il paraocchi, tastando il mondo che lo circonda. In una cosa i due ‘suggeritori’ differiscono: Cotroneo suggerisce, in modo alquanto realistico, di non apporre titoli ai propri manoscritti “lasciate perdere i titoli. Qualunque titolo. Quasi sempre i titoli li fanno gli editori, e sono più bravi di voi di solito. I vostri titoli non li convinceranno mai”, e soprattutto dissuade l’autore dall’allegare immagini per copertine e altre simili amenità; lo scrittore anglosassone invece, forse strizzando l’occhio ai numerosi best-seller in erba che affollano le scuole londinesi, suggerisce addirittura di prodursi in un fac-simile grafico del testo, quasi a suggerire l’effetto del testo confezionato all’editor di turno. Viene in mente quel sottotitolo, lo stesso utilizzato da Woody Allen in uno dei suoi film più celebri, quando parlava del sesso di cui si vuol sapere tutto “ma si ha sempre avuto paura di chiedere”, ecco, in questo manuale c’è tutto quello che si ha sempre il timore di chiedere ma che puntualmente ci viene presentato nel conto quando incorriamo in errori di approccio a un mondo affascinante come quello della scrittura, con un suggerimento finale che viene proprio dalla copertina del libro, dove un bambino in fasce si appresta a battere i tasti di una macchina da scrivere. Perfino il più bravo degli scrittori di fronte alla pagina bianca si identifica con il lettore che ha dentro, in cerca dell’emozione dinanzi al suo primo “C’era una volta”.

pubblicato su  “Il Paese Nuovo”
di Martedì 8 Aprile

Giulio Perrone. Un'antologia per raccontare la vostra PUGLIA.


Accogliamo e diffondiamo l’invito di Vincenzo Mastropirro, musicista e poeta, curatore di un’antologia che uscirà per Giulio Perrone Editore, rilanciando a tutti i lettori del nostro sito l’invito di partecipazione.

Nuovo appuntamento poetico, con il progetto Italie dedicato ad una splendida regione ricca di storia e di bellezze naturali come la Puglia a cura di Vincenzo Mastropirro

PUGLIA ovvero Gargano Murgia Salento per una rete di incontri, di vite e di storie che s’intrecciano, di fili che s’annodano in grandi e piccoli luoghi, con la flemma meridionale dove il sole c’è sempre e l’aria è frizzante. Questo succede soprattutto se viviamo in una grande regione. Una regione in movimento, un luogo intriso di luce, odori e sapori unici. Dietro le città che conosciamo, dietro i posti che percorriamo ogni giorno, si nascondono altre piccole realtà che spesso ci sono rimaste estranee. Scovatele con le vostre parole, scavate nel vostro immaginario.

Per partecipare è sufficiente inviare una poesia (in lingua o in dialetto) o un racconto di massimo 3 cartelle (ogni cartella 1800 caratteri) in un unico file word che contenga anche tutti i propri dati personali (nome, cognome, indirizzo, telefono, email) a mastropirro@libero.it

Vita di Isaia Carter, avatar


Lorenzo Geri
Il romanzo di un avatar

Vita di Isaia Carter, Avatar è l’evoluzione narrativa di un’esplorazione su Second Life, originariamente intrapresa con l’idea di scrivere un reportage. Il libro di de Majo e Longo è pregevole anche perché non si occupa di SL come di una metafora della nostra società, anche se dà conto della peculiare forma di consumismo che lì è praticata, non si occupa di sociologia e, nonostante il titolo e il finale “profetici”, non fa del moralismo.

La Vita di Isaia Carter, Avatar descrive magistralmente le sensazioni, le esperienze, l’ilarità, le frustrazioni, le inquietudini esistenziali connesse all’immersione in un ambiente virtuale abitato da esseri umani nascosti sotto un anonimato perfetto, in quella che si può definire come un’ibridizzazione tra una chat e un videogioco. La forma letteraria e lo stile – frasi essenziali, nervose, uso costante del presente indicativo, dialoghi che imitano la tipologia di scrittura utilizzata sulle chat, anche se asciugandola ulteriormente e depurandola di alcuni vezzi poco efficaci sulla carta – si adeguano magistralmente allo scopo. È  la prima volta che mi capita di leggere in  un romanzo una descrizione dei paesaggi virtuali che trasmetta quella sensazione di sottile alienazione ad essi connessa, che è dovuta alla consapevolezza intermittante di esseri immersi in un mondo se non finto certo piatto, nonostante la grafica 3D.

Gli autori non si compiacciano di cucire insieme facili pezzi di costume (il sesso virtuale goffamente praticato dal protagonista, ad esempio, è descritto senza compiacimenti) e resistono anche alla tentazione di trasformare il libro in un romanzo fantascientifico o in una parodia di Matrix. La scintilla metaforica che incendia le pagine del libro nasce da un oggetto: la kippah, indossata dal protagonista per caso e per scherzo. Si tratta però di una scelta di look che gli utenti di SL mostrano di non gradire; d’altronde la kippah fuori dall’ambientazione nella quale è stata prelevata, il tempio ebraico, risulta perturbante. Da quell’oggetto nasce la storia sentimentale che anima le pagine del libro, ma anche una isotopia relativa alla ricerca di senso, alla ricerca di Dio, a un profetismo impossibile. Gli autori non si peritano di inserire un tema ostentatamente alto e irrisolto nel contesto di un libro che il lettore si attende se non di evasione, certamente “leggero”. La sfida è vinta perché il libro non stravolge la propria struttura di romanzo/reportage, eppure guadagna molto da questa tensione metaforica. L’ambizione alla catarsi, alla fine del mondo (virtuale), alla rinascita si risolve in una sorta di suicidio che, però, alla fin fine, non è altro che la classica opzione di ogni videogioco: ricominciare da capo la partita dopo il gameover. Su SL è possibile moltiplicare le vite, sucidarsi alle prime difficoltà sentimentali, esistenziali, economiche e rinascere come un nuovo avatar; è possibile volare oltre le complicazioni e le frustrazioni dei rapporti interpersonali. Ma non salvare il mondo (o salvarsi).

Le pagine più belle sono quelle dedicate alla descrizione della seduzione impossibile tentata dal protagonista Isaia nei confronti di un avatar capriccioso e malinconico, Evita. La goffaggine del protagonista è dovuta sia alla sua poca abilità con i comandi (che tradisce forse una scarsa frequentazione con i videogiochi, circostanza che spiegherebbe anche lo sguardo altro del personaggio e degli autori su SL), sia, ed è l’aspetto più affascinante, i limiti assurdi connessi alla virtualità di quel mondo. La frustrazione per il contrasto tra la libertà assoluta di spostamento (si può volare, teletrasportarsi, adagiarsi in fondo al mare o sedere pensosi sul tetto di un grattacielo) e la fissità delle espressioni e dei movimenti degli avatar conduce il protagonista alla ribellione, che, comicamente, si esplica nella scelta di cambiare il proprio corpo in quello di un orso. Più drammaticamente Evita sceglie di cambiare le sue fattezze, di imbruttirsi, eseguendo nel mondo virtuale e perfetto di SL una sorta di chirurgia plastica al contrario. Quest’ultimo apologo, che corrisponda o meno ad un “fatto” realmente “accaduto”, evidenzia, credo, come gli autori  siano riusciti a trasformare la descrizione delle proprie esperienze di interazione con un universo digitale, alienante ma a tratti poetico, in un romanzo all’apparenza  scorrevole e agile, ma in verità contorto e a tratti sofferto, felicemente irrisolto.

“Vita di Isaia Carter, avatar”, di Cristiano de Majo e Francesco Longo,
Laterza, 2008,  9 euro

"Reiki" di Francesca Bonelli


Enrico Pietrangeli
su “Reiki” di Francesca Bonelli

Il Foglio Clandestino nasce come rivista di settore negli anni Novanta e, da allora, di strada ne ha fatta. Spartana nella veste ma piena di consistenti contenuti, a partire dai suoi arguti e coinvolgenti editoriali e un Peter Russell orbitante nella redazione. Storia molto più recente è quella della casa editrice. Ancora pochi titoli nel catalogo, ma tante idee in sviluppo per altrettante collane. Reiki  non si presenta come un manuale, ma attraverso la diretta esperienza della Bonelli che, come presupposto, vuole suscitare curiosità, genesi da dove si espande ogni energia, sia sul piano immanente che su quello spirituale. Coerenza e un “Pensiero Positivo”, già frutto di una tesi dell’autrice, optano per la carta riciclata delineando un prodotto poco ricercato, minimalista e raffinato, impregnato nel gusto retrò d’illustrazioni in effetto dissolvenza, nei colori che riportano agli anni Cinquanta. Sul finire dello scorso millennio, a Bergamo, nasce il casuale incontro con questa pratica, ma poi non più di tanto, per via del fatto che “ogni anima” ha un “progetto ben preciso” da assolvere. Corrispondenze e significati dell’ideogramma Reiki, se attivati, fomentano quell’alchimia che permette all’energia individuale Ki  d’interagire con quella Rei, ovvero quella universale. Chi dà Reiki è un tramite, un “canale di Luce”. Antica, eterogenea e non databile è la tradizione orale dell’utilizzo di questa trasmissione, Usui è colui che ha riportato in evidenza la disciplina in epoca contemporanea. Tutto si basa sull’imposizione delle mani, in un’impostazione gnostica e dualistica, dove solo le energie positive vengono convogliate in “un percorso di benessere”. Armonia nel qui ed ora è un primo obiettivo da conseguire osservandone i principi. Fondamentali e, come tali, ben esposti, in un linguaggio chiaro e diretto, sono i chakra con tutte le loro connessioni, sia sul piano fisico che su quello psichico. Mentre l’aura, ossia quel flusso energetico che ci circoscrive, viene analizzata tra percorsi e aneddoti che vanno dalla tradizione biblica ai tentativi della ricerca scientifica. Riemergono, come da una vecchia soffitta, lo schermo di Kilner ed i successivi studi operati dai russi mantenendo un saldo riferimento di pensiero sull’argomento con Rudolf Steiner, ideatore dell’antroposofia. Due sono i livelli di Reiki, il primo, Shoden, ed il successivo Okuden. Maestro è colui che dedica “completamente la propria vita a questa Via”, ed è questo un ulteriore stadio e con valori iniziatici, dal quale si riceve la consegna dei simboli attraverso mantra segreti. Per attivare un livello si ricorre al Reiju, cerimoniale di apertura ai canali energetici. Interessante è il dualismo grafico e semantico di cui si compone l’ideogramma, oltre a poter essere scritto in due differenti maniere, sta a significare “accettare la spiritualità” come pure “dare la spiritualità”. Perno dei trattamenti, oltre ad una predisposizione del cuore, è quello del posizionamento delle mani. Al Reiki, inoltre, si ricorre anche per l’autotrattamento, pratica fondamentale per migliorarsi nonché per ottimizzare il trattamento rivolto ad altri. Si opera sempre e comunque per il bene della persona. Se il primo livello corrisponde ad un approccio fisico, il secondo si colloca nella mente, presuppone maggiore consapevolezza e responsabilità. Il cammino, dal “qui e ora”, si evolve attraverso i simboli del “Dentro” e dell’ “Oltre” per culminare nel quarto simbolo, quello della “connessione diretta con il Rei, con la Luce, con la Fonte”. Il risvolto filosofico è di stampo buddista: “se cambio io, cambia il mondo attorno a me”, ma le connessioni sono molto più vaste e qua e là sparse nel mondo, dal manicheismo alle eresie albigesi, dagli Esseni ai Bogomili, per citare solo quelle riportate nell’apposito glossario messo a tergo del testo.

Reiki, Francesca Bonelli,
Edizioni del Foglio Clandestino,  €12