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Mostra Mercato dell'Editoria Siciliana. Concorso Città di Sortino


Associazione Culturale Pentelite

XIII Mostra-Mercato dell’Editoria Siciliana
Sortino (SR) 03-04-05 ottobre 2008

Concorso Letterario Nazionale “Città di Sortino”

Nell’ambito della XIII Mostra-Mercato dell’Editoria Siciliana che si svolgerà in Sortino (SR) dal 03 al 05 ottobre 2008, l’associazione culturale Pentelite, con il patrocinio del Comune di Sortino, indice per l’anno 2008 il concorso letterario nazionale “Città di Sortino”.

REGOLAMENTO

Art. 1) Il concorso è suddiviso in tre sezioni, è aperto a tutti per opere inedite, senza limiti di età.
A) Racconto breve, max 5 cartelle (12,000 battute circa), in lingua italiana, a tema libero,
in cinque copie stampate di cui una sola firmata, completa delle generalità dell’Autore
con scheda bio-bibliografica dello stesso.
B) Poesia in lingua italiana, (una sola poesia, a tema libero, compresa in una cartella) in cinque copie stampate di cui una sola firmata, completa delle generalità dell’Autore con scheda bio-bibliografica dello stesso.
C) Poesia in dialetto siciliano, (una sola poesia, a tema libero, compresa in una cartella) in cinque copie stampate di cui una sola firmata, completa delle generalità dell’Autore con scheda bio-bibliografica dello stesso.
Art. 2) Le opere dovranno essere inviate presso la tipografia Tumino, via Carlentini 3/A, 96010 SORTINO (SR), entro il 30 giugno 2008. Farà fede il timbro postale. Se si vuole partecipare a più sezioni, occorre spedire le opere in buste separate (una per ogni sezione). Ogni autore partecipando si assume la responsabilità sull’autenticità delle stesse.
Art. 3) Non è prevista alcuna tassa di lettura ma trattandosi di un concorso organizzato nell’ambito di una fiera del libro si chiede, allo scopo di incentivare l’editoria siciliana, che ogni concorrente acquisti un libro edito in Sicilia, inviando euro 15,00 insieme alla busta con il testo. Per quanti non avranno la possibilità di venire in Fiera a scegliere il libro, codesta organizzazione provvederà a selezionarne uno e a spedirlo al recapito del concorrente.
Art. 4) Il comitato di lettura formato dagli scrittori Morena Fanti, Salvo Zappulla, dalle prof.sse Oriana Gazzè, Teresa Gigliuto e dal poeta Marco Scalabrino, selezionerà cinque opere finaliste per ogni sezione che verranno pubblicate nel libro “Pentelite” (insieme a scritti di autorevoli personaggi del mondo della cultura), giunto alla sua tredicesima edizione, edito da un editore siciliano partecipante alla Fiera. La pubblicazione delle opere non comporta diritti d’autore in quanto Pentelite non viene messo in vendita ma dato in omaggio ai nostri collaboratori e a operatori culturali.
Art. 5) Le opere finaliste verranno affidate ad una giuria popolare di trenta lettori, i quali avranno il compito di votare le tre opere vincitrici. Il conteggio dei voti riportati (ogni lettore selezionerà un’opera) avverrà giorno 04 ottobre 2008, alle ore 19.00 nella Biblioteca del Comune di Sortino. Le buste consegnate dai trenta lettori verranno aperte in pubblico. Nome, cognome e professione dei trenta lettori verranno pubblicati nel volume “Pentelite”.
Art. 6) Il primo classificato per ogni sezione riceverà un premio in libri di Euro 50,00 più 5 copie di Pentelite. Tutti i finalisti riceveranno in omaggio 5 copie di Pentelite.
Ogni partecipante autorizza il trattamento dei propri dati personali ai sensi del Decreto Legislativo 30 giugno 2003 n. 196
Art. 7) Per ogni altro aspetto non contemplato nel bando fanno fede le vigenti norme di legge. Per ogni controversia legale è competente il Foro di Siracusa.

Per ulteriori informazioni telefonare al 3336981694 o scrivere al seguente indirizzo: salvozappulla1[chiocciola]virgilio.it

Il Segretario, Vito Tumino
Il Presidente, Salvo Zappulla

(in foto un particolare della più grande necropoli d’Europa, a Sortino)

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"Il passaggio". Maria Zimotti


Maria Zimotti
Il passaggio

Le metamorfosi dei figli vanno da sé.

Non le guardo, facendo solo il cambio degli armadi
estenuante lotta dei vestiti che non riescono a stare dietro

alle loro cellule che si moltiplicano

Non le foto mi hanno dato il senso
che mio figlio è ormai un uomo

che per sempre se ne è andato quel bambino
come le sue tutine date via

Solo quel suono

qualche giorno fa quando sentivo
in una casa impregnata dall’odore

tipico del pannolino misto a pastafissan
a latte in polvere. Quel suono

del bambino che piangeva.

Il richiamo senza parole, musica
che contiene, lo so, il principio di tutte le parole

il principio di tutto l’amore.

Nostalgia di un amore più facile
perchè lui era parte di me

e lo vorrei rifare per la serenità
che dà il pianto di un bambino

con l’odore tipico di pastafissan latte e pannolino

Ora lui ha amori suoi
nascosti nell’oblio dell’i-pod

Non posso che dargli qualche carezza di notte
quando più assomiglia a quel bambino

e solo perchè incosciente si arrende al mio tocco

o forse perchè nei suoi sogni ancora io ci sono
in quella memoria ancestrale del suo primo vagito

il suo abbandono mi fa meno male così
ma sono film che si fanno le mamme

sempre alla ricerca di bravi bambini

La sputacchiera e il santo.


Davide Nota
La sputacchiera e il santo

Conosco i luoghi e i tempi che hanno incubato e visto nascere questo «primo vagito» poetico: sono gli squarci notturni di un piccolo paese della Vallata del Tronto, Spinetoli, in provincia di Ascoli Piceno. Sono i suoi bar deserti oppure, il sabato, colmi di una disperata allegria. Sono le sue strade melanconiche, immerse nel silenzio feriale, oppure invase fino all’alba dalle etrusche grida degli ubriachi. Poeta autodidatta, istruitosi da sé alla grande poesia degli eretici del Novecento, da Dino Campana ad Allen Ginsberg, da Jean Genet a Dario Bellezza, da Sergej Esenin a Salvatore Toma, Augusto Amabili si inserisce naturalmente in quella famiglia di poeti e di artisti per cui scrittura altro non può né vuole essere che una solitaria forma di rigetto e assieme sete di vita: «Voleva partire. Mai ci eravamo piegati a sacrificare alla mostruosa assurda ragione…» (Dino Campana).
Parrà certamente di cattivo gusto, nel panorama civilizzato della poesia italiana contemporanea, il riferimento a questo “Non-canone” incivile e irragionevole. Benissimo, perché la poesia di Augusto Amabili nasce con convinzione nel ventre inquieto di questo cattivo gusto. Essa germina con impura innocenza tra le cementizie fronde della “dopo-Storia”, dalle reclusioni casalinghe del dopo-lavoro, in fabbrica, ai riti sciamanici del fine settimana. Conosco bene le bevute e gli abbracci, e le poesie passate o lette, o scritte, a tarda notte nei pressi di un bancone. Conosco la violenta grazia di una fede reinventata in questi luoghi di lacrime e silenzio, la necessità fisiologica di iniziarsi al musicale oltraggio della “poesia impura”. E se il rischio del maledettismo è sempre in agguato, Augusto Amabili sa dribblarlo con disinvoltura, con la grazia con cui, ammettendo che «anche questo è bluffare», alterna a tutta una serie di posture liriche o anche classiche, uno slang informale con cui si rivolge direttamente al lettore: «tu ci sei dentro», «ciao», «troia», «te lo giuro», «per favore», «questo intendo».
La convalescenza è il taccuino personalissimo di questa “iniziazione”, e pure di un “viaggio” (per tornare al nostro Dino Campana, ma anche al Non per chi va di Gianni D’Elia – libro molto amato da Augusto), tra le ombre e gli spettri di una “notte” vissuta ed interiorizzata in quanto “assenza”, “mancanza” e “malattia”; dalle “prime ossessioni” serali alla finale “alba”, che rapisce e pure denuda. Nei gironi di questo piccolo inferno di provincia, Augusto Amabili è il dannato che prende la parola dall’interno di un pantano ardente. Egli così può e sa dimostrarci, per dirla con le parole di Roberto Roversi, che «non sempre nell’inferno c’è soltanto il fuoco». Fuor di metafora, questa plaquette prima è il resoconto interiore di un’esperienza del tutto extra-letteraria: la vita di un giovane uomo nato nel 1976 in un piccolo paese sud-marchigiano e qui disordinatamente cresciuto fra scuole tecniche mal frequentate, lavoro in fabbrica, isolamento e disagio giovanile. La convalescenza è la presa d’atto, poetica e dolente, di questa condizione esistenziale: «molto è dovere, intorno, feste d’ubriachi. / con esse adagio la mia colpa scorre / o corre via con l’origliare dei salvati».
E pure Augusto ama il fango in cui sprofonda. In questa irrisolvibile contraddizione originaria, l’«osceno» «mostruoso» del “reale” viene classicamente ritmato in calchi lirici che, sebbene soggetti a continue frane e smottamenti formali, sanno rendere il materiale poetico – gli umori diretti di un’umanità randagia ed orfana – con una sorta di pre-civile, selvatico, candore. Ha già scritto di questi testi Gianluca Pulsoni: «Pieni di livore compassionevole, secco, bruciante, pieno di errori, di digressioni, di “cadute di stile”, questi versi sono il sangue stillato di una creatura che vive in un marasma di impoeticità, capendo e carpendo tutto: sapendo che ogni gesto è lì!» (Carta sporca, ottobre 2006). Ed è proprio questo magma, questo fiume lavico di umori e di visioni, il segno più intenso che questa neonata poesia, genuina e pure oscura, innamorata e pure sporca, sa donarci. Essa ci offre cioè l’opportunità di sapere quali misteriosi eventi, quali miracoli, possano accadere nel tragitto che separa il «bancone tarmato» di un bar dal distributore delle sigarette: nel «punto dove una sputacchiera / battezzò il santo».
Se prima non lo sapevamo, adesso possiamo saperlo; e di questo dovremmo essere profondamente grati alla poesia di Augusto Amabili.

Un cielo senza repliche. Prossimamente il nuovo libro di Vittorino Curci


Sta per essere pubblicata, presso i tipi di Lietocolle, la raccolta di poesie “Un cielo senza repliche“, di Vittorino Curci. Di certo una delle voci più interessanti, lucide, ferme, nel panorama della poesia di oggi. Se non avete mai letto suoi libri avete perso un’occasione importante, la sua è una poesia che fa pensare. Chi fosse interessato alla mia opinione in merito può leggerla qui

su “La stanchezza della specie

e su “Era notte a Sud“.

Vittorino Curci
UN CIELO SENZA REPLICHE

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LietoColle – Collana Aretusa
ISBN 978-88-7848-376-7 € 10,00

per ordinare online cliccate qui

***
Camminamenti (2006-2006), Compagni (2006), Il senso di un’epoca (2006-2007), La parola data (2007) sono le quattro sezioni che compongono la nuova silloge di Vittorino Curci dal titolo “Un cielo senza repliche”. È nelle corde dell’Autore – che ricordiamo è musicista – il ritmo nella scrittura sempre ben scandito, che si tratti di componimenti in versi o in prosa. La radice artistica genera un amalgama di toni modulati con cambiamenti repentini di contenuti e con variazioni di forma. Assoli di punteggiatura – o assenza di questa, iniziali maiuscole e parole interrotte e riprese a capo, sospensioni e pause si susseguono quasi come improvvisazioni di un brano jazz eseguito al sax. Questi testi vibrano di immensa dolcissima nostalgia, o stridono rauchi nella denuncia sociale di un vivere quotidiano difficile, o ancora struggono nella narrazione di un ambiente devastato. Poi tacciono, attoniti, sotto un cielo che non concede repliche.
***

CAMMINAMENTI
(2005-2006)

L’atto simultaneo e ripetuto
Sul piano ingombro
Di cose che ho portato

E noi qui impietriti dal ruolo
Nel punto invalicabile
Avuto in sorte

La sequenza vale più di noi
E rende grande il poco, il possibile
L’intatto giacimento dei verbi

È la furia di un giorno
La verità del braccio, la storia
Dell’uno che diventa due

La nostra personale via d’uscita
Tra cose già viste e altre
Che potrebbero servire

niente più che i pensieri
di una donna sola che pensa…
una che diversamente,
dissimulando,
mi ha insegnato il passo…

Piagnucolava per dare qualcosa al tempo,
l’una per l’altro ansimava ad ogni a capo.
A noi la stanchezza faceva un altro effetto
(per essere chiari, che vuol dire se
una persona che ti odia
in sogno ti accarezza?) e il punto
eravamo noi, acerbi e con segni sui visi,
un paradosso che non riuscivamo a capire.


L’INCONSCIO DI QUESTI UOMINI
mette insieme pezzi e paesi di-
versi, cibi che non saziano, le lunghe frasi
per cercare un senso che non c’è mai,
lo spessore di uno sguardo, macchie,
un fermentare di cose già scritte

se non fosse questo il punto sa-
rebbe questa la casa, ma in che modo
si potrebbe entrare?… perché qui
il tempo involge e ripete la stes-
sa numerazione

qui, nel conteggio
dei respiri e delle pagine, dove
più forti sono le vie del sangue
e le piccole vite, prossime alla storia

UN SOVRAPPIÙ DI ORE
Hanno messo insieme le pietre per fare come gli alberi che crescono verso il cielo.
La luce dietro di loro scompare tra casa e muro in qualcosa di ruvido che uno può soltanto guardare.
Nei sogni è un posto come gli altri. La gioia si capisce dagli occhi, dalla decisione con cui impugnano.
Sì, fare questo perché tutti sappiano che si è fatto qualcosa. Un tramestio di arrivi che li fa sentire più vicini alla leggenda che loro stessi hanno creato.

COMPAGNI
(2006)

LA CASA CHE NON C’È PIÙ
ora
la discesa
verso una città in tre divisa
nemica di se stessa
nella piazza dei santi dove c’era
la guerra la tua pedestre Odissea
le labbra screpolate dal fumo

qui
tu sei stato e sei il primo
l’adolescente impacciato con l’alba
in gola
che in silenzio torna al battesimo

IL GIOCO DEI NOMI

cose a cui penso
invecchiando in un paese che invecchia

E non di meno la invoca per una spartizione e io sono felice per tutto quello che accade. È giusto che lo difenda, noi scarafaggi miniamo il campo. In una lingua segreta volgiamo i fatti al passato.
“Chi era?”
“No, niente… uno che diceva”.
E così, per dovere, ci sono proprio tutti: Convalescenza, Il pastore di anime, L’uomo silenzioso, Intreccio, Hobo, Cambi, Il bevitore d’inchiostro. E Mimì, allievo della privazione, che squarciava i silenzi da tergo.
“Non sono per noi i nomi… non li abbiamo mai avuti”.

IL SENSO DI UN’EPOCA
(2006-2007)

FICTION
Dirsi presto e cominciare dai nomi. Centrato in pieno dal vomito. “Noi stiamo insieme” dice. “Fuori dalle case non è più tempo di piangere. Hanno alzato le bandiere della sproporzione”.
Si toglie tutto alle pance degli alberi e si prende a schiaffi da solo per compiacere il corpo che lo tiene in vita.
“Niente più di questo: il frasario di un tempo storico. Sì, un rompicapo”… “Per ora possiedo le sole iniziali… e potrei tornare indietro di molti anni, alle vicende partigiane che non ricordo… perché è solo quella la fiction che mi piace, una guerra ben fatta sulle colline”… “E quel giorno avevo deciso di essere un commesso viaggiatore… ero stato incerto fino all’ultimo… un venditore di paglie o un commesso viaggiatore”.

MAREZZATURE

Questo è un uomo che legge, fermo e sfinito nei suoi denti, nel suo tempo inarrivabile.
Ce l’avevano su con lui perché, dicevano, era un calco di fedeltà vocale tra parole viste in ogni luogo. E gli avevano dato il nome di un cane e la raucedine di un figlio buono, convinti che non si sarebbe mai smarrito nella chiusa povertà dei fatti.
Tutto quello che ha vissuto
ora non serve.

LA PAROLA DATA
(2007)

VELOCISSIMA STELLA
Un disastro a zero. A mille. Tra parole vicine che non vedo. Sul confine i secchi giuramenti, le credute volte.
Le passioni soffocano dove c’è più aria. La lezione di caldo non ha fatto conquiste ma costruisce il principio delle cose ignorando ciò che è stato.
Per chi scrivo non sa come e quando collasserà il Sole, come si potrà posare uno sguardo compendioso su Estro e Conoscenza.
Per chi scrivo è ora nei fondali di un mare. Nel più calmo, notturno, agosto.

***

Vittorino Curci è nato e vive a Noci, in provincia di Bari. Nel 2005 ha pubblicato con LietoColle “La stanchezza della specie”. Collabora alla rivista Nuovi Argomenti e ai quotidiani Repubblica-Bari e Corriere del Mezzogiorno. Nel ’99 ha vinto il Premio Montale per la sezione “Inediti”.

Paludi di Gravisca, topi di Cosa.


vallidicomacchio.jpg

L’alba brillò rugiadosa nel cielo di porpora:
spieghiamo oblique le vele, rigonfie al vento;
fuggiamo, allargandoci un poco, le secche alle foci del Mignone,
le onde alle piccole bocche trepidano malfide.
Quindi scorgiamo i tetti sparsi di Gravisca,
spesso oppressa d’estate da odori della palude;
però i dintorni boscosi verdeggiano fitti di macchie
e l’ombra dei pini trema sul margine dei flutti.
Vediamo incustodine le antiche rovine,
le mura diroccate di Cosa deserta:
ed imbarazza esporre fra cose serie la causa ridicola
dello sfacelo, ma non posso tenere nascosto il riso.
Dicono che un tempo i cittadini, costretti a migrare,
abbandonarono le case perché infestate dai topi!
Crederei prima alle disfatte dei Pigmei
contro le gru confederate per le loro guerre.

(Il ritorno, Rutilio Namaziano, a cura di Alessandro Fo, Einaudi, 1992, vv. 276-292)

Non si sa esattamente quando, se nel 415 o nel 417, sappiamo soltanto che era d’inverno (presumibilmente tra novembre e fine dicembre), possiamo immaginare giorni simili a questi, giorni di disordine apparente che invece dispiegano mille volontà differenti, ognuna con il suo minuscolo e microbico interesse sul piatto. Rutilio Namaziano, è costretto a lasciare Roma per fare ritorno in Gallia. Il motivo è semplice, sui suoi possedimenti sono passati i barbari. Rutilio deve far ritorno a casa per controllare di persona che cosa ne è delle sue proprietà. Cosa si prova a intraprendere un viaggio di centinaia di chilometri senza sapere che cosa troveremo? Il ritorno è il poema in cui si racconta il suo viaggio Rutilio decide di risalire l’Italia sulla costa, anche perché il tempo è sfavorevole e quindi è meglio trasportare il proprio bagaglio sull’acqua, riparando a riva in caso di maltempo. Dopo una sessantina d’anni verrà deposto l’ultimo imperatore di Roma. Nell’aria si respira aria di declino. O forse no. Forse si stanno gettando le basi per qualcosa di più grande e importante, soprattutto nella cultura ‘europea’, i primi, strani, gruppi di monaci, il cristianesimo. Ne Il ritorno la fonte principe della geografia e della poesia è l’Eneide. Il luogo di cui si narra nei versi 276-292 è la fonte del Mignone.

Nymphaea Armonyshow


Domenica 27 gennaio, 20.30
Nymphaea Armonyshow

Sprofonderei sin d’ora
nell’umida quiete
di quei boschi
specie nel sottobosco
ninfale che
bagnando nutre

(Rosemily Paticchio per Nimphaea)

Chiusura della mostra fotografica di Rossella Venezia
Visioni poetiche di Rosemily Paticchio
Performance di danza di Lea Venezia
Videoproiezione “Nimphaea”
________
Aperitivo
*****
NYMPHAEA, IL RITORNO ALLA NATURA
Domenica 27 gennaio alle 20.30, presso il Circoletto di Lecce in via delle Bombarde 13/b, nei pressi di Porta Napoli, si svolgerà la serata conclusiva della mostra di opere fotografiche di Rossella Venezia, risultato di un’originale esperienza fotografica, con espedienti digitali e tecniche che decantano tutta la naturalezza della corporeità femminile; un lavoro poliedrico che indirizza gli sguardi verso argomenti che oggi interessano tutto il mondo femminile e non solo.
Il messaggio prioritario che questo intervento vuole trasmettere coincide, infatti, con la riscoperta della vera naturale bellezza, che scaturisce principalmente dall’interiorità, e con l’esaltazione di un certo aspetto di leggiadria femminile che è del corpo ma soprattutto dell’anima. Ciò consente di sganciarsi dalla pesantezza dei soffocanti schemi mentali che tanto influenzano l’esistenza “sociale” di ognuno di noi. Solo in questo modo è possibile recuperare la piacevolezza dell’essere se stessi, e non falsi burattini di una società certamente molto difficile e complessa, che rende schiavi di un’immagine artificiosa. In particolare, si fa riferimento a problemi legati all’estetica, che spingono molte donne e adolescenti a situazioni d’insicurezza psicologica a causa della propria forma fisica, a volte con conseguenze drammatiche o persino fatali.
L’allestimento fotografico sarà accompagnato dalla performance di danza della danzatrice Lea Venezia, video-performance, e testi di poesia contemporanea a cura di Rosemily Paticchio.

Nymphaea

Rappresenta il ritorno alla natura, alla bellezza umana vera e propria.
Senza artificio alcuno…come un bozzolo che aspetta di divenire farfalla, come un girino che lentamente si trasforma si evolve come noi uomini.
Veniamo al mondo, crescendo subiamo metamorfosi, mostrando la nostra immagine, oggi alterata, migliorata, per renderla più gradevole agli occhi di chi l’osserva, per renderci conto poi che dura pochi istanti, il piacere della bellezza che diviene morboso quasi una malattia, ci si rende conto poi che non basta avere canoni prefissati, ma… il piacere d’essere se stessi per non sembrare falsi burattini di una società che ti rende schiavo dell’immagine, siamo uomini non oggetti che si ricostruisco, rimodellano, ma solo esseri umani.
….I bozzoli sfioriranno e avranno l’unicità della bellezza, unica, dissimile per ogni essere vivente.

Incipit


Luciano Pagano
Incipit

Dal profondo della terra preme
Nelle vene il sangue
Di padre di madre ogni globulo chiede
Che io ami in eccesso
Sia il bene assoluto che assolve
Per ciò che avete fatto di ciò che non avete fatto
Delle cose visibili in quelle invisibili
Delle cose buone e di quelle ingiuste
Grido che stridulo rende secco
Il rumore della finestra alluminio roveto
In estasi di serrande di serrande un giorno
Hai udito il tuono.

La lettera al padre
Miniata da Kafka pure iniziava
Con queste parole: “Caro Papà”.

(in foto Guglielmo Malato, Famiglia)

I poeti non dormono mai. Incontri e letture di giovani e giovanissimi autori


I poeti non dormono mai
Incontri e letture di giovani e giovanissimi autori

I Poeti non dormono mai è un progetto nato da un desiderio comune: riuscire ad ottenere uno scambio tra i migliori giovani poeti dell’intera penisola, attraversando tutte le maggiori città italiane, da Bologna a Milano, a Roma, fino a Napoli e Lecce. Le serate vedranno la partecipazione di poeti, professori e critici letterari, che introdurranno i reading e saranno chiamati ad esprimere pareri in merito ai testi dei poeti coinvolti negli incontri.
I giovani poeti, selezionati dal Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna, leggeranno i propri versi a partire dall’inizio del prossimo anno, confrontandosi con il pubblico e accompagnati dalla musica di diverse band e artisti locali, colpi di scena, cultura e divertimento. Chiunque fosse interessato a partecipare e leggere i propri versi, purché abbia un’età pari o inferiore ai 30 anni, invii  i propri dati e almeno 10 poesie all’indirizzo  poesia@alma.unibo.it.
I più promettenti saranno selezionati dai membri del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e prenderanno parte alle letture.

IBRID@POESIA. L'amore virtuale.


Arti della connessione è il nostro macro-tema



Vogliamo valorizzare le nuove modalità creative del nostro agire comunicativo in rete e dare spazio alle strategie privilegiate della comunicazione in ambienti virtuali – alle quali stiamo dedicando in altri spazi tutta la nostra attenzione analitica – senza dimenticare che l’interazione e l’interattività hanno anche radici nella nostra storia e della nostra cultura.

In questa prospettiva, stare dentro la rete e presentarsi perciò come autori che creano nel virtuale significa anche poter rileggere, reinterpretare e innovare la nostra tradizione culturale e letteraria. In questa direzione il blog, fin dalle sue origini, tende a bruciare le distanze tra scrittura e vissuto, tra linguaggio e vita; lo fa utilizzando nuovi canali espressivi: al tempo stesso comunicativi e facilmente accessibili.

All’interno della rete è sempre possibile individuare, nella nostra scrittura, la trama delle appartenenze, il gioco dei rimandi incrociati, la complessità proliferante dei riferimenti. L’autore, certamente, continua ad esistere, ma la sua identità è, sempre di più, lo specchio abitato da una molteplicità di volti, di vite parallele, di storie, di avvenimenti, di culture. In questa prospettiva vogliamo dare spazio, tramite VOCI DELLA POESIA – IBRID@POESIA, alla poesia virtuale del terzo millennio.
Coordinatore di VOCI DELLA POESIA – IBRID@POESIA è Marco Saya.

IBRID@POESIA. L’amore virtuale è qui.

(immagini tratte da Virtual Love, Desire Inc., Binge, di Lynn Hershman Leeson)

Viola Amarelli


Viola Amarelli
Poesie

Alfabeto

S’affanna, è importante
telefona, scrive
solleciti fili di ragnatela
il saggio, il racconto, la presentazione
polemiche a freddo contando i contatti,
corteggia editori, spia critici e amici
schernisce new entry e le top dei successi,
tra scambi e contratti giurie e recensioni
blandisce, recide, esibisce pulsioni,
la sera è stanchezza
però soddisfatta
in fondo qualcuno lo chiama scrittore.

Quartieri Spagnoli

Magro il palazzo pigiama, la canottiera
nera su nero lungo i quartieri
spande eleganza,
guepiere di pizzo in pieno giugno pallido avorio
incede assorto, le rughe tese, in processione
asceta in cerca della bellezza
intorno il vuoto, nessuno guarda
mentre gli fanno tacito largo
come da sempre,
segno e rispetto
statua vivente sacra a follia.

Senile

La vecchia non riusciva a morire
ogni tanto cambiavano un pezzo
questioni ereditarie ma grazie a dio la memoria
era oramai un oblio.
Con la dentiera in giada e caolino
-sopravvivono spesso le ricche-
lampeggiava sorrisi ai passanti
bisnipoti generalmente, loro raccomandando
di non prender molto sul serio.
La vita alla fine, quella che a lei non riusciva,
non pareva valerne la pena.

Nullius

Oh, i retori della metafisica,
gli agghiacci afasici, le immagini kabuki
o sul versante del pudor composto
artatamente il tono medio basso.
Torniscono fonemi lemuri
ormai del vacuo, degradano
cascame sintagma raffinato
il nulla un tempo ierale.
Incùbe li sovrasta la morte
al singolare, analfabeti e a nascite
e a voglie, eros, immortali
anche a voler trascurare i letti
poi da rifare.

§

Viola Amarelli, tirrenica di nascita e di elezione, ha pubblicato con diverso eteronimo ricerche storiche ed economiche. Sul versante poetico si segnalano gli e-book “Encausto” (2004) e “Notizie dalla Pizia” nella collana Ekesy di Vico Acitillo,124 e la raccolta “Fuorigioco” (2007) per Edizioni Joker. Suoi testi sono disponibili in rete su “Poiein” ed “Erodiade”. Hanno scritto di lei Antonio Fiori, Raffaele Piazza (qui e qui). Suoi versi tratti da “Notizie dalla Pizia” sono stati interpretati dalla poetessa performer Rita Bonomo e possono essere ascoltati su OboeSommerso (qui)

 

Io sto alla poesia come mia madre all'aspirapolvere


Giovanni Santese
10 Poesie



Io sto alla poesia come mia madre all’aspirapolvere

Avevo
non senza fatica
trovato la chiave
per scardinare riserve pregiudizi
e invidie (che non si sa mai).
Avevo
non senza fatica
ravanato fra l’humus di parole
sparse nei fogli disposti
a raggiera
fra il pavimento e la scrivania.
Avevo
non senza fatica
allontanato la confezione tentatrice
di antidepressivi
sciolti nella vodka
prima che nel mio sangue.
Avevo
non senza fatica
legato insieme parole eterne
(avrei scoperto poi)
che lette d’un fiato
potevano stordire il cervello
prima di sciogliersi nel sangue.
Avevo
non senza fatica
creato parole immortali
(avrei scoperto poi)
e pure mia madre quando aprì
la porta
ebbe modo di farmi notare:
“Pensa alle cose serie meglio
che la poesia non ha mai dato da mangiare
a nessuno.
Tieni, passa l’aspirapolvere che fai una cosa utile!”
Per la prima volta ho faticato a darle torto.


Commiserie

Entrava
con l’arroganza
e con
gli orpelli consueti
stentava l’italiano
e la sincerità
“Tu dai soldi per latte
lui fame”diceva
indicando il bambino
che intanto trafficava
sotto il banco dei dolci
e dei soldi.
“io no soldi”risposi
“se vuoi mangiare dare panino
e un latte bambino”
preso da una forte crisi
d’identificazione (un po’ comune
invero)
“sei stronzo…
bastardo che la morte sia
per te un sollievo….
per la vita che ti aspetta.”
Ribattè lei in un italiano
perfetto.

27 ottobre 1996
A CLAUDIA RUGGERI

La luce di poche stelle
segna il limine oscuro
tra il davanzale e il solco profondo
nella tua anima.
E’ una vertigine che cresce
e offusca e divora
che spinge all’urgenza del verso
che sia forte, riconoscibile, devastante.
E’ una musica che accompagna
i tuoi piedi scalzi
che ti fa girare in tondo
giro giro tondo
giro intorno al mondo.
E’ ancora vertigine urgenza
che ti fa pensare ai tuoi versi
e ti lancia nella tua ultima danza semiotica.
” volli/ il folle volo delle streghe/volli”


Alla corsa dei cavalli

Penuria
di pecunia
la pelle
ruvida sotto i rivoli
di sudore
i numeri
scorrono veloci
dentro i cristalli
liquidi
Il respiro aumenta
avvicinandosi l’arrivo
insieme ai santi
di tutto il paradiso.


Apparenza e facciata

Le porte dei sinonimi
si aprirono
alla creatività dei singoli
per sciolinature
che si volevano perfette

Le porte delle scuole
ludico-creative
si aprirono
per insegnare a essere bambini
o ad opporre l’aggettivo
al verbo

Le porte della politica
si aprirono
al sociale in difesa della forma
del politicamente corretto
i ciechi dunque non vedenti
i sordi non udenti
i paralitici diversamente abili
si aggiunsero poi
i bidelli operatori scolastici
gli spazzini operatori ecologici

Domani
qualcuno aprirà ancora
quelle porte
vorrà arricchirle della beneficenza pubblica
resa mediatica
da studiosi di marketing
accenderà pozzi in Africa
filmerà i sorrisi
dei bambini più poveri
del mondo intero
lui
sarà quello in disparte
appena dietro il gruppo

Poi
verranno loro
i turisti giapponesi
ai quali le porte
si apriranno
i flash dei loro scatti
illumineranno le tante
cornici vuote ma lucide
tenute ben spolverate
i loro scatti
fermeranno la forma
impressa con la pressa
delle pari opportunità
respireranno l’aria linda
delle pari dignità
mentre qualcuno
sarà ben attento
con i piedi
a tenere nascosta
la polvere
e le incrostazioni
negli angoli
o sotto profumati tappeti.

P.E.

Dialogo principiato, abbandonato e mai ripreso con Antonio Verri

Perché vedi Antonio
ad uno scrittore capita, di trovarsi di fronte una campagna arida,di parole, estesa fin dove posano gli occhi, polverosa e sbrindellata quanto basta (e se non capita è perché non si è scrittori), matta e spessa ad assorbire i raggi dell’ispirazione, del tumulto, dell’abbrivio poetico potente quanto serve ad arare di solchi immortali tanta arsura spianata.

perché vedi Antonio
in quei momenti, in quei momenti là dico,è bello (o utile, dico) avere un alter ego, che parli per noi, che come un menestrello riunisca in uno spartito parole vuote apparentemente senza senso, ma che assumono leggendole una musicalità strabiliante, un alter ego insomma…con panni d’arlecchino, la faccia impiastricciata di neve e di farina, al lieve andare sbandando la figura, mima, sorride, fa boccacce..oh grandioso figlio del nulla, ma…è stefan, è stiffan l’inventore, il solitario impostore, lo svagato cercatore di lucchi, l’eterno pellegrino suasore, il sognatore cocente, babelico, fumoso..ma è proprio galateo questo mago che viene, questo diavolicchio che cresce come il timo..tira una parola dietro l’altra, simula uno squilibrio, continua il gioco..è tanto preso, però, che il tutto spesse volte gli sfugge di mano: ecco, allora è qualcosa di divino, piroettante, aristocratico (per usare i suoi suoni), allora nient’altro che parole, neologismi, accettazione propria, doppie, elisioni, d’una musicalità strana, umorale, faticante..(da parte, la mar: istigazione a movimenti lenti, riflessivi,a godere del tempo, istigazione al tabulare, all’intrico di fatterelli, numeri, folletti, cuoricini..istigazioni, istigazione alla cabala..) oh no, guatarazzi no, scalcioni puttenosi, minnàculi spersi, sguanci, ronze, parse, pizzi, gustose pasticche, quaresimali, mustocciomini, non v’è più alto mondo di questo vigneto,cellule serrate, rami a stella familiare..; e sotto questo vigneto, vi dico, è luce, è luce che pressa sul gran vuoto, che arrotonda l’idiozia dei caseggiati – questi che sono cristalli, questi che sono sorde caccole di luce, cadute in terra, diventate costoni pali treni, muntagne staziose, burri, corpi di luce melampina, croste graalitiche, varicellose, foolmoni e sarsi ferrosi,cloache..sono diventati

perché vedi Antonio
se la paura di dare mortal sospiro aguzza l’ingegno e rende impavidi quel lunghissimo secondo di agonia celeste, innocuo il dolore, arioso il corpo e leggero, come parole posate sulle nuvole e con le nuvole lasciate andare, o ancora se dato mortal sospiro io continuo a parlarti fusse ca fusse ca su nu pocu fessa?

perché vedi Antonio
io direi poco umilmente- datemi un fonema e vi racconterò il mondo-mentre tu
da come arrotoli la lengua di pesce, sembri dire, mio stiffan, l’ordito d’o mundo è intrigante, l’òrrito delle cose di voialtri è sconvolgente, perciò i miei scoppi di vuoto, perciò le finezze malianti, le rughe color croco, lo stupore profondo, smemorante, le cische caddenti, i frisi festonnati..perciò perciò s’arrischia la lengua, quando spunta s’arrotonda- fummi, corsieri, busti, corpetti- è di un biancore a pois, gelide chiazze, tepori rosati, petaccio però: che sia petazzo, sfiziomio, che lascimpiedi la tremolante cassarmonica, che tutto scoperchi, tutto sprofondi in una nuova scia sotterra, che porti con se la mia metà faccia, qualche foca che ho per troppo fuoco, per veluscio, per vinetto..che porti via tutto ‘nsomma, che porti di me quel che vi ho detto, che scivoli senza arresto senza fondo

perché vedi Antonio
se dall’evoluzione della specie l’uomo, somiglia sempre meno a se stesso… allora
io tanto fervore non lo capisco, questa ostinazione a voler salvare i poeti dalle fiamme dell’inferno più inferno della terra, questo voler liberare i poeti dal loro impegno di buffoni di corte, dalla malasorte, con quell’ondeggiare fra la vita e la morte, ma poi ..a noi che ce ne frega, noi sappiamo come è iniziato tutto..e come andrà a finire tutto questo..perché noi vediamo all’orizzonte che corre, già corre la tila corre…e noè noè galleggia, non s’accorge ma perde consonanti, gemendo, tondeggia..e la tila intanto corre e corre…la luce stupirà…stupirà i suoi occhi…e i miei così vergini di luce…che corra dunque… che corra questa scia, che giri sul giro della terra..che scinda, che scanni se vuole, porti erva di taglio e, nelle isazze gli sfinimenti di un dio vendicativo, che ama le fòffule e i miraggi, corbelle frottole appannaggi..cantate cantastorie cantate, mimate cavalieri mimate le imprese dell’orzo bollito, suonate suoni suonatori suonate suoni non trasportabili in codici tipografici

perché vedi Antonio
o animale favoloso, o mio sperso, gnorreo, ciciarroso, o dolloso, o dolloso mio vecchio sogno che consumo in una città di boati o beoni, in un tempo che non tollera più buffonerie…ma pitto, farro, sbarro…cazzo…buffonerie saranno.

Eccome.

Nota: liberamente tratto e ispirato da ” Il Fabbricante Di Armonia- Antonio Galateo ” di Antonio Verri

P.E.


Dissoluzione dissolvente

Ero a un passo dalla poesia di peso
-se posso dare un peso al passo della poesia-
quando una nuvola oscurava il cielo
rubando il passo alla poesia di peso
-se posso dare un peso al passo della poesia.-
Così mi ritrovai
da – solo un passo dalla poesia di peso
-se posso dare un peso al passo della poesia-
da – un verso che l’umano sentire oltrepassa
al vuoto di una nuvola che passa.


Oh Desdemona!

Fu
il giorno primo
di quel mese
che alle pene d’amor
m’opposi
e
all’idillio che la notte
mi destava
fine posi.
A rallentare il cuore
che batteva con tedio
m’aiutò la chimica
a porre rimedio.
Immobile la barca
di Caronte resterà
e
se Ade nel suo regno
m’aspetta…
aspetterà.

L’araldo

Parlava a bocca pienal’araldo
negli occhi della platea
si accompagnava a Nietzsche
durante l’antipasto
gli occhi puntati degli astanti
a sorreggere parole nuove
bene impostate scandite a colpire
nel giusto cuore
il lavoro dei figli la pensione dei padri
una casa per tutti per tutti l’ascolto
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma si spiegava bene
durante il primo
chiedeva a Proust della sua ricerca
e consigliava a tutti di decidere
da che parte stare
facendo notare che la sua strada
era l’unica percorribile
perché spianata da lui personalmente
e dalla sua mole imponente
“che presto sarò Presidente
e avrò ai miei piedi la gente”
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma si faceva capire bene
viveva di parole e la gente le ascoltava
la sua retorica era nota a tutti
dava ai ciechi l’illusione di vedere
ai poveri la certezza del pane
alle madri il latte per i figli
prometteva pani e pesci
a chi gli chiedeva semplicemente dell’acqua
non risparmiandosi mai quando
c’era da distribuire una buona parola di conforto
non era un materialista
tanto che nulla può essergli attribuito
ma le parole quelle si
sono rimaste nel cuore della gente
e quel modo gentile di sussurrarle
con la mano sul cuore
e il tono mesto proprio delle persone sensibili
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma sapeva bene cosa dire
agli assetati l’acqua
agli affamati parlava del pane
ai disoccupati di come li aiuterebbe un lavoro
capiva bene le disgrazie
e le plasmava con parole che
lui ben conosceva e che
liberava accendendo la speranza
ridando la vita a chi altrimenti
sarebbe morto
non perdeva occasione per aumentarsi
diminuendo con pervicacia
chiunque gli fosse contro
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma sapeva cosa dire
poco prima della frutta
ebbe modo di confermare
che Berto per vincere il suo “Male oscuro”
si era aiutato con le pastiglie di litio
aveva una risposta per ogni domanda
e quando risposta non c’era lui
la inventava
di lui si diceva fosse nato per fare politica
di quelli come lui in Italia
si dice siano “forgiati per la politica”
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma sapeva cosa dire
anche quando gli elettori stanchi
di vederlo mangiare
gli si rivoltarono contro negandogli il voto
Qualcuno gli sentii dire
“sono quarant’anni che faccio politica
qualche incarico il partito me lo darà comunque
e la farò pagare a questi ingrati”

Parla ancora a bocca piena
l’araldo
la vita sembra non gli abbia
insegnato nulla
“quello che semini raccogli”
“quando pensi che la gente sia stupida…”
“non fare mai il passo più lungo della gamba”
Ma è la saccenteria la pienezza di se
quell’arroganza spesso fuori posto
e con persone umili
ad avergli dato il colpo più forte
quel luogo comune che ormai da tempo
gira negli ambienti intellettuali e politici
della Città, e cioè:
“E’ l’unico politico in Italia
che viene pagato
purchè (basta che) non faccia niente”

L’araldo
appunto.

Dei ventenni è il mondo

Si crede all’amoreterno
che non muore mai
a ventanni
si deve credere.
Sale la luna
prima che sia sera
a ventanni
e la si vede con chiarezza
il sangue ribolle
si odia con forza
e non c’è posto al mondo
che resista
a ventanni.
La luce acceca
e il vento libera i capelli
a ventanni
si sente il sangue ribollire
per le ingiustizie
si lotta per uno sconosciuto
e si vince
a ventanni
non esiste causa
che non sia la nostra
trionfi della fierezza
possiamo farci carico
del peso del mondo interno
e non ne sentiremmo la fatica
ne siamo certi
a ventanni.
Si sposano le cause
le più derelitte
le più sballate
le più lontane
le più contrarie
perché a ventanni
il nervo è scoperto
e vibra forte ché l’impeto si plachi.
È per questo
che vi prego
giovani ventenni
lasciate stare le vostre playstation
il vostro cazzeggiare
da nullapensanti obliqui
i vostri vitabassa
e i concerti dei negramaro
e svegliatevi
cominciate a muovervi
nei vostri ventanni
magari potreste
spaccare qualcosa
anche solo per capire
cosa significhi
porre rimedio.
Spaccate cazzo.
Spaccate.

un monte di poesia


Un Monte di Poesia
3a edizione

ACCADEMIA VITTORIO ALFIERI
Tiziana Curti,Pro Loco Abbadia San Salvatore, Assessorato alla cultura comune Abbadia San Salvatore, Associazione Culturale accademia Vittorio Alfieri
Indirizzo:
Pro Loco di Abbadia San Salvatore
via Renato Rossano 2
53021 Abbadia San Salvatore (SI)

Email: atondi@terreditoscana.net
Telefono:0577 778324

Info:
http://www.comuneabbadiasansalvatore.it
www.accademia-alfieri.it
http://tizianacurti.spaces.live.com

Sezioni:

– tema libero (adulti)
– tema la montagna
– tema libero (giovani)

Lunghezza opere ammesse: 30 versi
N° 2 poesie in 4 copie
Quota di adesione: 10 euro per ogni sezione scelta ,escluso la sez gionani
Premi:
1° 200 euro coppa e pergamena
2° 3° coppa e pergamena
4° 5° targa e pergamena
per la sezione giovani
1° 100 euro coppa e pergamena
2°3° coppa e pergamena
4°5° targa e pergamena

Premiazione: 12 ottobre 2008 in occasione della festa d’autunno presso il Cinema Teatro Amiata via Matteotti 10 ore 10, e notizie sui risultati verranno comunicate ai partecipanti attraverso la stampa e web, i vincitori saranno avvertiti a mezzo posta, la giuria è composta da esponenti del mondo della cultura e dell’amministrazione locale
Patrocinio – Comune di Abbadia San Salvatore Sponsors Banca Toscana ,Monte dei Paschi di Siena
Note: insieme agli elaborati dovrà essere riportata su un foglio la liberatoria relativa ai dati personali in materia di privacy “io sottoscritto … autorizzo l’uso dei dati personali ai sensi della legge 675/96 in fede … per i minori è obbligatorio il consenso dei genitori e la fotocopia del documento d’identità”

Scadenza 30 giugno 2008

sono uscita a raccogliere un tuo bacio


Andrea Cati
Poesie inedite

Sono uscita a raccogliere un tuo bacio
i ricordi ghiacciati
nella polvere del tempo
quello che non riesci a raccontarti.
E sei la voce delle notti insonni,
la chiave
e la fessura sbiadita delle mie malinconie.

Sono venuta a riprendermi le gioie e i rimorsi
il figlio che non ho mai partorito
e lo splendore che ci proteggeva
non dico il cuore,
ma una parola avvelenata dalle ore
dal quel silenzio prolungato in fondo agli occhi
curvi
e lucidi nel brodo.

§

Non intendeva misura alle parole
era una pietra lanciata
oltre la staccionata dell’infanzia
il movimento indeciso delle foglie
quando a settembre mute e nude
sanno già il bitume che le aspetta
il becco e la suola fredda dell’inverno,

la saliva avvelenata di un padre,
che là, fermo da secoli,
le fissa e non teme
l’ingiallirsi al proprio dolore,
l’abbraccio a quella cicca
spenta fino a bruciarla.

§

La gente seduta ai bar

Guarda la gente seduta ai bar
così partecipe alla vita
alle file interminabili al di fuori delle poste,
al formoso dondolio delle signore
mentre entrano, pronte e maliziose,
nel “buongiorno” dei macellai.

Guarda com’è breve la durata di una birra
per la gente che seduta al bar
s’abbevera ed accende la Diana,
la foto del nipote nella tasca delle monete.

Un sogno sepolto, mai nato
è in quella vista così severa:
loro non sanno la promessa
che ogni bimbo lascia alla sua terra,
a quei pomeriggi spesi nel volo di una farfalla:

gli uomini che vedi dietro i tavoli del bar
hanno l’intuito esatto per la prossima partita
e se gli chiedi cosa sia “coscienza”
rimangono a guardarti, ad offrirti un’altra birra.

Ma basta la pronuncia “mamma”
a smuovere quel crocifisso d’oro
attaccato al proprio collo, a quel calore
che dagli occhi io non vedo eppure ascolto
ogni volta che le guardo
le persone sedute al bar.

§

Oggi è un’accontentarsi
di pigmenti, di piccoli sfarzi
catturati ogni volta
che il passo s’apre
all’ora meno triste
alla preghiera realizzata
quando incontri le sue braccia
così intere – vere –
da illuderti che esista solo lei
o un noi
quando cammini e sostieni il mondo,
ad accostarti perfino alle panche
più isolate, ai tossici di via Petroni.

Ma siamo ancora diffidenti
abbiamo paura:
e quando il respiro si fa debole
e l’asfalto, la notte, e le piazze tremano,
cerchiamo una casa
la lingua del nostro cane
che sondi le ferite più segrete,
ci aiuti a spalancare le finestre
quando è la luce
l’ospite d’eccezione.

§

Spiega l’autunno, l’aprirsi della piazza
calpestata da foglie, da barboni
o ruote abbandonate ai margini

gli amanti decisi verso una stella,
i clacson assoluti, le file silenziose
e le signore più belle

a rapirti da ogni tristezza.

Spiega almeno una porzione di giornata
dove il pensiero s’arrenda
al simultaneo contatto tra due cuori
al fedele germoglìo dell’azzurro:
prometti cura, la stessa cura
che conservi ai tuoi sogni
più reconditi e veri.

Cerca di spiegare la rarità dell’esser qui
quella che ci domina ad ogni respiro,
e non temere se le stagioni
ritorneranno insieme ai dolori
alle speranze invecchiate
come la suola delle tue scarpe:

tutto si ripete affinché la morte
diventi l’estrema dimora sacra
di un sonno che sempre ci veglia,
ci avvisa dell’al di là che aspetta.

§

Un uomo (da) lontano

Oggi sono il bagaglio in quell’aereo,
il disordine che non trovo
per le strade e le case.

E sarò la tromba, il soffio rotondo,
duro di quel bambino.

Oggi lascio questi sogni per le scale
e salgo nel 28
per capire che il mondo non può darsi
solo per intrattenimento
o nei cortocircuiti tra gli sguardi degli sconosciuti.

Ne vale la pena cercare, cercare:
ma cercare cosa?

§

Le noci, i biglietti e un mazzo di chiavi:
una per la porta di ingresso, l’altra per il garage
una sola per l’auto. La tivu accesa
a qualsiasi canale – sopra il primo vero
sguardo fisso e fiero (era la comunione).
L’oroscopo del mese prossimo, la lista delle cose
e le bollette da pagare. Il tramonto infilato in mezzo
ai baffi del gatto e, la sua coda, come una lancetta,
a contare i minuti prima dell’arrivo.

Pensi: “viaggio escluso, sono nove ore al giorno.
Prima almeno ero a due chilometri.
Le chiavi sono sul tavolo e Angela
torna alle 20. Ok, vado e torno.
O rimango?”.

La vita oggi è stata proprio in questi piccoli eventi:
per la prima volta a mensa si serviva pasta al forno
ed un uomo nel bus ha esclamato a gran voce
“ti amo” alla sua bella.
Con gli occhi fissi come in quella foto
“Una mano mi è sembrata passare sul capo,
un’emozione ha vibrato per pochi lunghi attimi”.
La monotonia era il vento che non potevi udire
perché ancora eri seduto.

§

Ma in fondo anche io trascorro le giornate simili ad un cane,
a soddisfare l’eterna fame
di una gioia mai cantata,
incastonato come servo
nella preistoria delle passioni:
a colonizzare la terra degli onori.
E rimango fedele:
incatenato tra le ombre del costume
in tutta questa povertà che non riconosco,
nella ricchezza che non ho mai assaggiato.

Speme di parole con suono


Secondo appuntamento della Rassegna di parole e suoni “Le Mani e l’Ascolto” che il Fondo Verri organizza, per il settimo anno consecutivo, con il patrocinio del Comune di Lecce.

Venerdì, 28 dicembre, dalle ore 20.00 i suoni di Vito Alusi faranno eco e contrappunto ai versi di Elio Coriano. “Speme di parole con suono” il titolo della performance.

Elio Coriano è nato a Martignano (Salento) nel 1955. Poeta ed operatore culturale, insegna Lettere nella scuola media superiore. Calibrate da grande lavoro compositivo le sue numerose pubblicazioni. Scrive una poesia della voce, da sempre attento all’aspetto performativo, “legge e insegue le parole incontrando gli occhi di chi sta intorno, s’avvicina e legge ad alta voce, con tono di sfida, di allerta, di colui che sollecita”. Ecco, i suoi versi sollecitano, sommuovono nella costruzione di una ritualità densa di senso. Forte in lui la critica all’eccedenza del contemporaneo senza nostalgia scrive rivolto ai poeti e a se stesso:

“Renditi inutile a quello che non ti piace, al distorto travestito da chiaro. Per chi mi devo crescere? Per cosa devo crescere? La mia coscienza nutrita a sputi è forte per spargere buone novelle, per seminare i campi arati di semi faticati, di semi faticosi. Renditi inutile dove tutto è spacciato per efficienza, dove lodano gli onesti e fanno affari i furbi. Renditi inutile quando vogliono solo il tuo sangue, le tue mani, la tua lingua, per inquinare libertà e democrazia. Renditi inutile quando ti dicono che devi salvare il mondo, che sei l’unico che può farlo. Forse il mondo non vuole essere salvato”.

link a “Elio Coriano: poesia senza maestri” (Musicaos.it, archivio 2004)

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Canto di natale


Silla Hicks
Canto di natale

Io non ho fede
soltanto una stella
cucita al cappotto
ma Dio non è razza.
Non ho confessioni
che scrostino il pus:
dal cilicio del cuore
mi cola anima sporca
rossa di sangue
infetto di niente
di giorni di notti
di gente di luoghi.
Soltanto adesso
che dopo tanto ti guardo
mentre ridi
e affondi coi denti
piccoli e aguzzi
dentro al mio cuore
allora
finalmente dal cuore
io prego.

POESIAPresente 2008 a Monza


POESIAPRESENTE
vi augura una serena fine del 2007

e vi aspetta

il 9 gennaio 2008
con il primo appuntamento
della nuova stagione poetica in Monza e Brianza
mercoledì 9 gennaio 2008, ore 18.00 Caffè Letterario di Binario 7 MONZA
Inaugurazione della stagione 2008 di PoesiaPresente

si prosegue la sera stessa con
IDA TRAVI: “Poesie per la Musica”
e con Adriano D’Aloia, Paolo Ornaghi
(mercoledì 9 gennaio 2008, h.21.00 – Teatro Binario 7 MONZA)
e poi
mercoledì 16 gennaio 2008, h. 21.00 – Teatro Binario 7 MONZA
PATRIZIA VALDUGA e GIOVANNI RABONI (in video): “La Poesia di Giovanni Raboni” e con Roberta Castoldi, Antonio Loreto
venerdì 1 febbraio 2008, h. 21.00 – Auditorium ORNAGO
“Poetry Slam Monza e Brianza under 35”
mercoledì 6 febbraio 2008, h.21.00 – Teatro Binario 7 MONZA
LELLO VOCE (ospite d’onore) “Poetry Slam Nazionale”

LeManiel'Ascolto_07/08 7a edizione


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Per una civiltà di memorie.


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Per una civiltà di memorie.
Su “Visite inattese” di Stefano Cristante

La poesia filosofica, o la poesia del pensiero, è quella poesia che si interroga sulla flessione dell’io lirico, sul ripiegamento in se stesso dell’io poetante. Davanti a poesie di questo genere l’unica estroflessione notevole è il fatto stesso che la poesia sia in apparenza l’unica traccia accreditabile della presenza di questo io. La poesia è uno sperimentare allo stesso modo in cui l’esperimento, in fisica, viene condotto per certificare l’esistenza di un qualcosa che si presupponeva esistere e che sotto gli occhi dei più – non è. La prima impressione che ho avuto leggendo “Visite inattese” di Stefano Cristante è stata quella di una vicinanza alla poesia di cultura e meno al culto della poesia. La prima sezione, intitolata “Tipi di cose”, costituisce una sorta di tipigrafia degli affetti, luoghi distanti nel passato dove osservare quel che è stato senza rimpianto. Colpiscono le descrizioni del paesaggio, un assente noto nella media della nuova produzione lirica. È nei modi di articolare la poesia dinanzi al paesaggio che possiamo scoprire il rapporto del poeta con se stesso prima ancora che con il suo ambiente, un paradosso che è possibile soltanto in poesia. C’è il rapporto dell’autore con una terra d’adozione “Abitare è amare questa terra/per quante vie di fuga mi regala”. “Tipi di vento”, “La pioggia di tutti”, e la bella “2 stagioni +2” partecipano di un sentire nel quale la poesia di Stefano Cristante si astrae rapida dal poetese: “tutto è verde, brilla, risplende/la luce rimbalza esotica sui davanzali/si accresce col verde/si espande, sovrana,/regina-pupilla della tua verde mente”. Termini come il vento, la nebbia, la pioggia, i rami, le foglie, sono comparse rarefatte, segnali di oggetti tangibili, presenti. L’impressione è di un libro che è sunto della propria esperienza intellettuale e diviene il presente di una gnoseologia per frammenti, suggerimenti. Nella sezione intitolata “Anatomie” c’è una poesia “Storie senza tempo”, dove i versi danno forma, in un cantilenare ritmico, a una riflessione sul passato che si intreccia al presente. In questi versi sono ricchi i richiami al mito e alla fondazione della società civile, è come se le memorie di quest’ultima venissero chiamate in causa con l’intenzione di concedere alla lirica la possibilità di esprimere ciò che il tempo annienta, sotto forma di conflitto per la pura sopravvivenza. Vi può essere lotta per la sopravvivenza (struggle for life) nella vita di ogni giorno, dalla grecia antica a oggi, tuttavia nella poesia diviene consistente la voce del riscatto (ad esempio in Minotauro, e in Problemi di stirpe e etnia…). La poesia di Stefano Cristante desidera realizzare ciò che le fotografie non riescono a realizzare, perché testimoni di un posto giusto preso nel momento sbagliato. Non a caso “Il poemetto” occupa la parte centrale dell’opera, esso è infatti il componimento nel quale vengono impegnati tutti gli accordi presenti nelle altre sezioni. Il contrasto tra le civiltà e il desiderio di fuga, sono termini a quo della poesia di Cristante e non, come si potrebbe errare in letture improvvisate, termini ad quem; qui non c’è l’anelare di Rimbaud a chiudere i conti con l’occidente per finire i suoi giorni da esploratore in Africa. L’esplorazione razionale e in versi cui si dedica l’autore di “Visite inattese” è una rivisitazione delle “Amenità” del nostro tempo, continuamente in bilico tra ragione e rivoluzione “Oh, l’ipotenusa! L’ipotenusa è quel tratto che dall’ombra del pino attraversa paesi e contrade e si tuffa dentro le spighe gonfie di chicchi gialli e arancio e li oltrepassa giudiziosa, su e in poco tempo geme d’entusiasmo nel provare l’abbraccio del mare” (da Escursioni). La poesia si assume il rischio del ripensamento, “Fa’ come sai e come si deve./Riesuma la Musa. Il gatto si assuma/il rischio delle fusa.”. Sembra che la conclusione di questo libro conceda, così come la dedica “A chi non sa amare”, la critica al cuore dello stesso sistema che con versi si cerca di scardinare, la poesia dell’esteriorità commossa e dell’occasione di fronte alla riflessione del poema naturale. Una sorta di Lucrezio contemporaneo, autore di un poema umano della conoscenza così come poteva essere concepito in epoca pre-cristiana, periodo in cui non c’era uno iato così forte tra scienza e poesia. In “Visite inattese” c’è questo tipo di poesia, che recupera una dimensione di indagine conoscitiva del mondo e dell’uomo. La tradizione e il passato giocano un ruolo importante finché servono, appena prima di divenire pesantezza e impedire il volo.

Stefano Cristante, “Visite inattese”, Besa Editrice

Le 1000 – blog di Stefano Cristante

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV, Numero 27
“Fermi immagine da un treno che attraversa la prateria”