Un cielo senza repliche. Prossimamente il nuovo libro di Vittorino Curci


Sta per essere pubblicata, presso i tipi di Lietocolle, la raccolta di poesie “Un cielo senza repliche“, di Vittorino Curci. Di certo una delle voci più interessanti, lucide, ferme, nel panorama della poesia di oggi. Se non avete mai letto suoi libri avete perso un’occasione importante, la sua è una poesia che fa pensare. Chi fosse interessato alla mia opinione in merito può leggerla qui

su “La stanchezza della specie

e su “Era notte a Sud“.

Vittorino Curci
UN CIELO SENZA REPLICHE

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LietoColle – Collana Aretusa
ISBN 978-88-7848-376-7 € 10,00

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Camminamenti (2006-2006), Compagni (2006), Il senso di un’epoca (2006-2007), La parola data (2007) sono le quattro sezioni che compongono la nuova silloge di Vittorino Curci dal titolo “Un cielo senza repliche”. È nelle corde dell’Autore – che ricordiamo è musicista – il ritmo nella scrittura sempre ben scandito, che si tratti di componimenti in versi o in prosa. La radice artistica genera un amalgama di toni modulati con cambiamenti repentini di contenuti e con variazioni di forma. Assoli di punteggiatura – o assenza di questa, iniziali maiuscole e parole interrotte e riprese a capo, sospensioni e pause si susseguono quasi come improvvisazioni di un brano jazz eseguito al sax. Questi testi vibrano di immensa dolcissima nostalgia, o stridono rauchi nella denuncia sociale di un vivere quotidiano difficile, o ancora struggono nella narrazione di un ambiente devastato. Poi tacciono, attoniti, sotto un cielo che non concede repliche.
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CAMMINAMENTI
(2005-2006)

L’atto simultaneo e ripetuto
Sul piano ingombro
Di cose che ho portato

E noi qui impietriti dal ruolo
Nel punto invalicabile
Avuto in sorte

La sequenza vale più di noi
E rende grande il poco, il possibile
L’intatto giacimento dei verbi

È la furia di un giorno
La verità del braccio, la storia
Dell’uno che diventa due

La nostra personale via d’uscita
Tra cose già viste e altre
Che potrebbero servire

niente più che i pensieri
di una donna sola che pensa…
una che diversamente,
dissimulando,
mi ha insegnato il passo…

Piagnucolava per dare qualcosa al tempo,
l’una per l’altro ansimava ad ogni a capo.
A noi la stanchezza faceva un altro effetto
(per essere chiari, che vuol dire se
una persona che ti odia
in sogno ti accarezza?) e il punto
eravamo noi, acerbi e con segni sui visi,
un paradosso che non riuscivamo a capire.


L’INCONSCIO DI QUESTI UOMINI
mette insieme pezzi e paesi di-
versi, cibi che non saziano, le lunghe frasi
per cercare un senso che non c’è mai,
lo spessore di uno sguardo, macchie,
un fermentare di cose già scritte

se non fosse questo il punto sa-
rebbe questa la casa, ma in che modo
si potrebbe entrare?… perché qui
il tempo involge e ripete la stes-
sa numerazione

qui, nel conteggio
dei respiri e delle pagine, dove
più forti sono le vie del sangue
e le piccole vite, prossime alla storia

UN SOVRAPPIÙ DI ORE
Hanno messo insieme le pietre per fare come gli alberi che crescono verso il cielo.
La luce dietro di loro scompare tra casa e muro in qualcosa di ruvido che uno può soltanto guardare.
Nei sogni è un posto come gli altri. La gioia si capisce dagli occhi, dalla decisione con cui impugnano.
Sì, fare questo perché tutti sappiano che si è fatto qualcosa. Un tramestio di arrivi che li fa sentire più vicini alla leggenda che loro stessi hanno creato.

COMPAGNI
(2006)

LA CASA CHE NON C’È PIÙ
ora
la discesa
verso una città in tre divisa
nemica di se stessa
nella piazza dei santi dove c’era
la guerra la tua pedestre Odissea
le labbra screpolate dal fumo

qui
tu sei stato e sei il primo
l’adolescente impacciato con l’alba
in gola
che in silenzio torna al battesimo

IL GIOCO DEI NOMI

cose a cui penso
invecchiando in un paese che invecchia

E non di meno la invoca per una spartizione e io sono felice per tutto quello che accade. È giusto che lo difenda, noi scarafaggi miniamo il campo. In una lingua segreta volgiamo i fatti al passato.
“Chi era?”
“No, niente… uno che diceva”.
E così, per dovere, ci sono proprio tutti: Convalescenza, Il pastore di anime, L’uomo silenzioso, Intreccio, Hobo, Cambi, Il bevitore d’inchiostro. E Mimì, allievo della privazione, che squarciava i silenzi da tergo.
“Non sono per noi i nomi… non li abbiamo mai avuti”.

IL SENSO DI UN’EPOCA
(2006-2007)

FICTION
Dirsi presto e cominciare dai nomi. Centrato in pieno dal vomito. “Noi stiamo insieme” dice. “Fuori dalle case non è più tempo di piangere. Hanno alzato le bandiere della sproporzione”.
Si toglie tutto alle pance degli alberi e si prende a schiaffi da solo per compiacere il corpo che lo tiene in vita.
“Niente più di questo: il frasario di un tempo storico. Sì, un rompicapo”… “Per ora possiedo le sole iniziali… e potrei tornare indietro di molti anni, alle vicende partigiane che non ricordo… perché è solo quella la fiction che mi piace, una guerra ben fatta sulle colline”… “E quel giorno avevo deciso di essere un commesso viaggiatore… ero stato incerto fino all’ultimo… un venditore di paglie o un commesso viaggiatore”.

MAREZZATURE

Questo è un uomo che legge, fermo e sfinito nei suoi denti, nel suo tempo inarrivabile.
Ce l’avevano su con lui perché, dicevano, era un calco di fedeltà vocale tra parole viste in ogni luogo. E gli avevano dato il nome di un cane e la raucedine di un figlio buono, convinti che non si sarebbe mai smarrito nella chiusa povertà dei fatti.
Tutto quello che ha vissuto
ora non serve.

LA PAROLA DATA
(2007)

VELOCISSIMA STELLA
Un disastro a zero. A mille. Tra parole vicine che non vedo. Sul confine i secchi giuramenti, le credute volte.
Le passioni soffocano dove c’è più aria. La lezione di caldo non ha fatto conquiste ma costruisce il principio delle cose ignorando ciò che è stato.
Per chi scrivo non sa come e quando collasserà il Sole, come si potrà posare uno sguardo compendioso su Estro e Conoscenza.
Per chi scrivo è ora nei fondali di un mare. Nel più calmo, notturno, agosto.

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Vittorino Curci è nato e vive a Noci, in provincia di Bari. Nel 2005 ha pubblicato con LietoColle “La stanchezza della specie”. Collabora alla rivista Nuovi Argomenti e ai quotidiani Repubblica-Bari e Corriere del Mezzogiorno. Nel ’99 ha vinto il Premio Montale per la sezione “Inediti”.

Ettore Maggi intervista Simone Sarasso


Ettore Maggi intervista Simone Sarasso

Simone Sarasso è un giovane scrittore di Novara che ha dato un bello scossone alla narrativa di genere italiana, che finalmente potrà affrontare a testa alta le critiche e rappresentare davvero, come dovrebbe fare la letteratura noir, la coscienza critica sulla Storia politica e sociale italiana. Dopo aver pubblicato il suo “Confine di Stato” con un piccolo e intelligente editore di Orbetello, Effequ, grazie anche all’apprezzamento di Valerio Evangelisti (che ha scritto “Siamo di fronte a un libro importante e a un esordio strepitoso”) il libro è stato ripubblicato da Marsilio, e sembra avere un notevole successo commerciale. La caratteristica principale di questo libro è che rappresenta qualcosa di assolutamente nuovo nel panorama italiano. Sostanzialmente, pur con le dovute differenze, Sarasso ha compiuto la stessa operazione di James Ellroy in American Tabloid. Uno sguardo duro e impietoso sul nostro passato prossimo, dagli anni Cinquanta ai Settanta, centrato su tre episodi fondamentali, tre misteri del nostro Belpaese (delitto Montesi, morte di Mattei e strage di Piazza Fontana, più la fine di Feltrinelli) svuotandolo di tutta la retorica, e dando un’interpretazione arbitraria, ma verosimile, ai lati oscuri della nostra storia recente, rimasta invischiata in una guerra non dichiarata, che ha sparso molto sangue innocente, ma di cui si sa ancora troppo poco.

Il libro non è certo esente da difetti (troppo legato, stilisticamente e nella costruzione della trama, a Ellroy ma anche ai Wu Ming e ad altri scrittori, mentre Sarasso potrebbe essere ancora più indipendente), troppo schematici alcuni personaggi e anche molti dialoghi non sono all’altezza. Ma nel complesso si tratta comunque di un libro importante.

Ettore Maggi: Come prima domanda, tanto per rimanere sul classico, ti
chiederei di descriverti brevemente: chi sei e che lavoro fai?

Simone Sarasso: Ho quasi trent’anni, sono sposato (nessun figlio e una gatta femmina da mantenere) e per campare faccio l’insegnate di sostegno in una scuola dell’infanzia (so che fa strano, messo vicino a quello che scrivo). Ho lavorato in un’agenzia di stampa e per anni, prima di approdare all’editoria, ho illustrato riviste underground.

In realtà non trovo una grossa contraddizione tra il tuo lavoro e quello che scrivi (ed esistono al riguardo altri esempi illustri). Sotto la descrizione (terribile, ma mai gratuita) degli orrori del Potere, pur in un contesto assolutamente “non politicamente corretto”, si sente pulsare una fortissima tensione morale. Questa mia impressione è stata rafforzata leggendo una tua dichiarazione: “Nei tre episodi di cui parlo nel libro, persone come me, come voi, hanno perso un padre, una madre, una figlia o un fratello. E dopo quasi quarant’anni non sanno ancora perché. È il genere di cose che fa male. E che fa incazzare di brutto. Ecco perché ho creato Sterling e i suoi. Per avere finalmente qualcuno con cui prendermela. E devo dire che un po’ l’incazzatura se n’è andata”. Perciò, ripeto, non vedo contraddizioni tra il lavoro che fai e quello che scrivi. Ma a questo punto ti chiedo: è soltanto per questo che hai scritto questo libro (o questi libri, visto che sarà una trilogia)? E, soprattutto, davvero l’incazzatura se n’è andata?

L’incazzatura è quello che ti fa partire. Poi ti accorgi che costruire storie, oltre che placarti l’arsura delle cose non dette, è un processo entusiasmante. Più scrivi e più impari a farlo. Se riesci ad arrivare in fondo al primo libro, è dura fermarsi. E a ogni cosa nuova che scrivi diventi più esigente, sia come lettore che come scrittore. A metà del secondo romanzo l’incazzatura non se n’è ancora andata. E non credo sarà una passeggiata mandarla via. Però finché mi terrà compagnia credo che i miei lavori manterranno una certa tensione.

Una domanda di rito sarebbe quella riguardante le tue influenze (letterarie, cinematografiche ecc.). Ma dato che nel tuo libro sei talmente esplicito al riguardo (Ellroy, Wu Ming, Genna, Tarantino, Garth Ennis…), rovescio la domanda. Cosa non ti piace, nella narrativa italiana? E in quella estera?

Il mio maestro Giancarlo De Cataldo mi ha insegnato a non parlare mai in pubblico di ciò che detesto (letterariamente parlando): “Limitati a citare quello che t’è piaciuto”, così mi dice.
In genere seguo il consiglio. Però, di fronte alla tua domanda (una sorta di pistola alla tempia), vedrò di sbottonarmi quel tanto che basta per non farmi dei nemici.
Ultimamente, nonostante al suo esordio sia stata veramente una delle collane più rivoluzionarie degli ultimi anni, non mi piace molto la linea editoriale di 24/7 (Rizzoli).
Partirono (un paio d’anni fa) con Genna e Alan Moore e si ritrovarono poco dopo con Muccino, Kunkel e il cantante degli Zero Assoluto.
Kunkuel non mi è piaciuto per nulla. L’ho abbandonato a metà. Classico scrittore newyorchese senza fronzoli. Ma anche senza grosse novità stilistiche. Se proprio devo farmi del male, preferisco le fiction-writers della Grande Mela ai loro colleghi maschi.
Sugli italiani, invece, le critiche sono meno hard core. Nulla da dire sulle doti artistiche di Muccino o degli Zero Assoluto: al cinema e nell’Ipod di mia moglie la fanno da padroni. Sacrosanto.
In libreria, però, non ho letto nulla di nuovo sfogliando i loro romanzi. Vuoi perchè quello di Muccino era scritto a quattro mani (e le mani della Vangelista sono assai più pesanti di quelle del povero Silvio), vuoi perchè quello di Mr. Zero Assoluto era un libro newyorchese de noantri.
Mi rendo conto di non andare d’accordo con un certo tipo di letteratura: proprio non ce la faccio ad appassionarmi. Mentre invece, se mi capita per le mani un SEGRETISSIMO d’annata, pur nella sua semplicistica, ripetitiva schematicità, lo divoro d’un fiato. Che vvo ‘ffa?

In un’altra intervista hai detto che il personaggio di Andrea Sterling, se non ricordo male, non è realistico, e in effetti concordo con la tua affermazione. Dato che il tuo romanzo è ispirato a fatti di cronaca, o meglio, ormai, di Storia, come hai costruito questo personaggio, in mezzo a tanti personaggi ispirati a persone realmente esistite?

La bidimensionalità di Sterling è comune a molti altri personaggi del libro. Il Mago, per esempio. Il colonnello Kurtz, lo stesso Riviera.
Il gioco che faccio, nel mix storia/realtà, è sempre lo stesso: prendo informazioni reali e le racconto esasperandone i toni, acuendo le tinte. È un procedimento fumettistico. Come quando disegni partendo da una foto e a prodotto finito ti accorgi che quello che hai ficcato nella
vignetta, con le ombre e tutto il resto, non assomiglia più alla foto. È qualcosa d’altro. In Sterling il procedimento è sparato alle estreme conseguenze. Se il rendering finale del personaggio lo allontana dal reale, permette di stigmatizzarne il carattere: è come in un film di indiani e cowboy. I
buoni sono i buoni e i cattivi i cattivi.

Non so se tu hai visto il film di Rosi su Mattei, interpretato dal grande Gian Maria Volonté. Nel finale appare (se non ricordo male) anche Mauro De Mauro. Si sono fatte molte ipotesi sulla sua scomparsa. Una è quella legata al golpe Borghese (che, per inciso, è stato progettato in gran parte proprio nella mia città, Genova). Mi ha un po’ stupito che tu non abbia affrontato questo argomento, nel tuo libro. È stata una scelta precisa?

Non ho visto il film di Rosi. Mentre lavoravo a Confine non era facilissimo da reperire. Ho pensato a lungo di interessarmi della scomparsa di De Mauro, ma alla fine ho preferito tenerlo fori dalla mia storia. Vuoi perchè, nella continuity di Confine, avrebbe detto poco dal punto di vista narrativo: il golpe borghese è del ’70. Il primo volume della trilogia ha lo zenith proprio nel 1969 (anche se sbrodola fino ai primi Settanta nell’epilogo), giocarsi una carta come quella del golpe alla fine del primo romanzo sarebbe stato poco fruttuoso. E poi, diciamocelo pure, su De Mauro la vicenda è talmente fosca che avrei dovuto inventare troppo. E all’epoca non mi sembrava un gran bene.

Quindi te ne occuperai nel secondo? In effetti sono molto curioso di sapere quali saranno gli avvenimenti centrali del secondo. Posso tirare a indovinare: Piazza della Loggia, il golpe bianco di Sogno, le BR e il delitto Moro, Ustica, stazione di Bologna, la P2, il delitto Calvi…?

Capirai che non posso sbottonarmi troppo per non rovinare la sorpresa ai lettori. Ad ogni modo posso preannunciarti che si partirà proprio dal Golpe Borghese e che le Br avranno nell’opera un ruolo per nulla secondario. Ma credo che la vera novità saranno i plurimi punti di vista, la varietà di personaggi. Sarà un affresco molto meno a senso unico di CONFINE, che indagherà a fondo le origini del MALE del Paese.

Mi sembra giusto. Quindi, attenderò con ansia il secondo volume. Puoi almeno anticiparci il titolo?

Si chiamerà Settanta e, didascalicamente, coprirà l’intero decennio, dal 1970 al 1980.

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