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Tutto in un giorno. Stefano Donno recensisce “È tutto normale” sul quotidiano “il Paese nuovo”


Tutto in un giorno

Sarebbe sbagliato dire che Luciano Pagano torna alla narrativa. Sbagliato perché Pagano la scrittura non l’ha mai trascurata,  non l’ha mai abbandonata, non l’ha mai sedotta e lasciata a sè stessa. Dal romanzo “Re Kappa” edito da Besa qualche anno fa,  quest’autore non ha conosciuto un attimo di posa, e ci è andato giù a muso duro scrivendo saggi, articoli, racconti per riviste e  antologie. Ora ecco un nuovo lavoro dalle sue mani, per i tipi della Lupo editore nella collana diretta da Antonio Miccoli, dal  titolo “È tutto normale”. La prima cosa in assoluto che fa strabuzzare gli occhi, e rende questo prodotto una vera e propria opera d’arte, o meglio un oggetto da collezione, è la splendida copertina della superba Nicoletta Ceccoli, (o come direbbe una “grande”  del fumetto italiano come Ketty Formaggio, Nicoletta Ceccoli), che vi invito a conoscere e soprattutto amare. Ma permettetemi di  fare gli onori di casa: per chi non la conoscesse Nicoletta ha illustrato numerosi libri principalmente in Italia, negli Stati Uniti,  in Inghilterra, esponendo i suoi lavori “Roq la Rue” (Seattle),”Magic Pony”(Toronto), “Dorothy Circuì”(Roma),Richard Goodall  Gallery ( Manchester). Le sue opere sono veri e propri oggetti del desiderio. Dopo essersi ripresi dalla cover deluxe (l’artwork intitolato “Evidently Goldfish”, opera dell’artista Nicoletta Ceccoli, raffigura una bambina che porta al guinzaglio un pesce rosso  in un mondo di sogno) ecco che non si fa in tempo a tirare un sospiro di sollievo che la quarta di copertina recita così: “Una volta fuori  dall’utero ogni uomo è perso”. Vero, verissimo! In questo lavoro si parla di Destini, tutti quei grovigli di possibilità quantiche che  rendono le cose nella vita caotiche, indeterminate, a volte imperscrutabili. Le cose vanno in questo modo, e sarò volutamente sintetico e stringato per non togliere la sorpresa ai lettori di quest’opera intrigante e fascinosa. Ludovico e Carlo sono una coppia  di omosessuali che vivono nel Salento: il primo figlio di un prestigioso notaio, il secondo non solo erede di una nota industria di  latticini ma anche docente universitario di antropologia, come a voler delineare già una condizione di agiatezza e benessere dei  protagonisti che comunque fa sognare in un periodo di crisi come il nostro. Nella grande e sontuosa villa Donini, circondata dal   verde e immersa nel calore e nei colori del Salento, insieme hanno cresciuto Marco, figlio di Carlo e di Eleonora, quest’ultima  morta per una grave malattia a distanza di un mese dal parto. Ludovico e Carlo stanno aspettando ansiosi Marco, che dopo una brillante conclusioni di studi universitari in architettura nella capitale, ha annunciato l’arrivo a casa in compagnia di Kris. L’ansia dei “due genitori” si sviluppa sino ad una trepidante concitazione per prima cosa perché si ha la percezione che si tratti della condivisione di una notizia importante. Poi perché ( e non hanno il coraggio di dirselo) sono in fervente attesa di capire se Kris è un lui o una lei. «Abbiamo abbastanza elementi per dichiarare aperte le indagini, ti anticipo che l’esito di questa ricerca non costituisce un punto a favore dell’ipotesi che si tratti di una donna», è così che Ludo si rivolge a Carlo con un sospiro di  omosperanza. Per conto suo Marco è anche molto inquieto … perché? A Kris per anni ha nascosto la “anomalia” della propria famiglia. Luciano Pagano, torna a parlare di Salento, e lo fa con una storia troppo plausibile perché non sia stata ispirata ad una  storia vera. Ad ogni modo romanzo originalissimo, in cui il tema dell’omogenitorialità, diventa capacità di resa di una  letteratura d’impegno civile e poetico, cosa rara ai nostri giorni. Il romanzo si svolge in una giornata, riportandoci indietro a  poco meno di una trentina d’anni fa, nel periodo in cui Carlo e Eleonora si sono conosciuti e sposati, fino alla nascita di Marco. Luciano Pagano, è uno scrittore che non si riesce a non amare soprattutto quando dal suo cilindro magico, caccia storie come questa!

Stefano Donno
su “il Paese nuovo” (7/7/10)

clicca qui per leggere l’articolo originale

“È tutto normale”, recensione di Marco Mattanti su Il Recensore.com


Fuori dall’utero ogni uomo è perso“, si legge sulla quarta di “È tutto normale” (Lupo Editore, 2010) di Luciano Pagano. L’idea che viene in mente è quella che una volta nati siamo in balia di una certa dose di indeterminatezza che soggiace a un destino a volte nebuloso e poco scrutabile. Il concetto è sottolineato anche nella scelta della copertina, artwork intitolato “Evidently Goldfish”, opera dell’artista Nicoletta Ceccoli: una bambina che porta al guinzaglio un pesce rosso in un mondo di sogno. Ma entriamo nel dettaglio della vicenda.

Non ci sarebbe nulla di strano nel raccontare di due genitori che attendono con trepidazione il ritorno nella loro villa in Salento del loro figlio unico, neolaureato in Architettura, trasferitosi a Roma appena compiuti i diciotto anni. Tutto sarebbe normale, se non fosse che il giovane Marco Donini, rampollo di una famiglia che possiede un’azienda casearia che distribuisce i suoi prodotti in tutto il mondo, sta tornando a casa insieme a una persona il cui sesso non è stato specificato, e il cui nome, Kris, non lascia a intendere nulla.«Abbiamo abbastanza elementi per dichiarare aperte le indagini, ti anticipo che l’esito di questa ricerca non costituisce un punto a favore dell’ipotesi che si tratti di una donna», è così che Ludo con un pizzico di omosperanza sostiene l’incertezza di genere della persona che arriverà assieme a Marco. Tutto sarebbe normale se non fosse che ad attendere Marco non ci sono il padre e la madre del ragazzo, bensì due padri, Carlo Donini e Ludovico Carrisi. La descrizione della scena iniziale è l’impalcatura su cui verranno innestati i flash-back di una vita passata, quella di Carlo e di sua moglie Eleonora. I due giovani sposi, nel Salento degli anni ottanta, vivono spensierati e felici una vita fatta di gite al mare e pomeriggi trascorsi al circolo del tennis cittadino oppure a ascoltare musica a casa del loro migliore amico, Ludovico.

Sarebbe accaduto, prima o poi. Amavano la stessa musica. Frequentavano gli stessi posti. Facevano gli stessi viaggi, nelle stesse località, esotiche o misteriose a seconda di ciò che dettava la moda del momento. Asia, Nord-Africa, Estremo Oriente. Erano cresciuti in un mondo fatto di nomi propri, dove tutti erano consapevoli e allo stesso tempo cercavano di minimizzare le loro ascendenze familiari, per paura che sulla loro spensieratezza gravasse il peso di chi, un simile paradiso, poteva soltanto sognarlo. Chi l’avrebbe detto che Eleonora, fotografata con il suo sorriso splendente in una qualsiasi delle gite che avrebbero fatto su quella barca, avrebbe avuto un figlio da uno di quei due“.

Proprio Ludovico diventerà l’amante e poi il compagno di Carlo, con il quale crescerà il figlio Marco, una volta che Eleonora scomparirà per via di una malattia. Sono passati quasi trenta anni. Carlo oggi insegna Antropologia all’Università, Ludovico Carrisi è un notaio, i due vivono insieme. Eleonora si fa sentire pur nella sua completa assenza.
Dopo le torride atmosfere di “Re Kappa”, esordio di Luciano Pagano, il giovane autore salentino costruisce il suo secondo romanzo sull’ipotesi di uno dei tanti mondi possibili/plausibili nel quale si muove uno dei 100.000 figli di coppie omosessuali (uomini o donne) che vivono in Italia. Ne risulta un romanzo in cui il tema dell’omogenitorialità, facendo da sfondo, non diviene una gabbia per la vicenda che si snoda, alternando i dubbi di Marco (che non ha mai raccontato dei suoi genitori a Kris) agli imprevisti che danno alla vicenda un tono realistico.
Il romanzo si svolge in una giornata
, riportandoci indietro a poco meno di una trentina d’anni fa, nel periodo in cui Carlo e Eleonora si sono conosciuti e sposati, fino alla nascita di Marco.
In “È tutto normale” i ricordi affiorano con naturalezza mescolandosi alla vicenda presente. L’acuta descrizione dei caratteri è uno dei segni distintivi di questo romanzo, prova ne è il fatto che i personaggi restano ‘impressi’ nella mente per via delle descrizioni del loro vissuto interiore, soprattutto nei dialoghi. Dopo la lettura il lettore avrà la compagnia degli umori di Carlo, dell’insistenza verbale di Ludovico, della personalità eterea di Eleonora, della determinatezza così ingenua di Marco e di Kris. Già, chi è Kris? Non sappiamo nulla di Kris a eccezione del fatto che suo padre è un pastore canadese, ex-pilota d’aereo e omofobo. Marco Donini, tuttavia, ha in sé tutti gli anticorpi necessari per reagire a ogni situazione che gli si presenterà in questa giornata particolare, o almeno così spera.

È tutto normale” è un testo che si caratterizza per una scrittura misurata, vigile, capace di alternare i picchi emotivi di una storia straordinaria al punto da farcela accettare come normale fin dall’inizio, e che soprattutto è ispirata a una vicenda realmente accaduta. Ed è proprio grazie alla forza della scrittura di Pagano, matura rispetto all’esordio, che “È tutto normale”, nel “sud del sud dei santi” di beniana memoria, diviene una vicenda plausibile e allo stesso tempo un romanzo godibilissimo che non mancherà di destare interrogativi perfino nel lettore più smaliziato.

Marco Mattanti (diritti riservati)
link all’articolo originale su Il Recensore.com

Nadia Turriziani di Periodico Italiano su “È tutto normale”


“Dopo il primo romanzo di successo dal titolo “Re Kappa” (Besa editrice 2007) Luciano Pagano si rimette nuovamente in gioco con “E’ tutto normale” (Lupo Editore) in uscita per il mese di giugno.

Un incrocio casuale dei destini. Congiunture alchemiche che tutto creano e tutto distruggono.

Pagano utilizza ad arte un linguaggio proprio, a dir quasi contemporaneo per descrivere un mondo, quello dell’amore forte e contrastato di una coppia di omosessuali salentini.”

Nadia Turriziani su Periodico Italiano (Leggi l’articolo qui)

Approfitto per ringraziare tutti coloro che hanno preso parte al reading di ieri sera, dove ho letto in anteprima un frammento del romanzo, il libro è in arrivo in casa editrice, quindi a breve in libreria; appena sarà disponibile ne darò notizia. Nel frattempo, un saluto ai miei (pazienti) lettori.

Un ricordo di Saramago.


Fiera del Libro di Francoforte, 1997. Lo vedo senza avvicinarmi, ho troppa paura di lui. È Lo Scrittore, lo scrittore preferito, quello che ti cambia. Lui è lì e io non ho nemmeno un suo libro, cazzo!, non posso mica comprare un libro in tedesco solo per farmelo firmare, non ho nemmeno un marco. Lo avvicino, scambiamo qualche battuta, parliamo di filosofia e di Gesù, di come i suoi libri mescolino questi argomenti, con una crudezza e una semplicità disarmanti, gli porgo il mio Zarathustra, lui lo guarda, sorride, poi scrive con la sua penna “Por Luciano, con permizo de Nietzsche, la simpatia, José Saramago, Frankfurt, 18/10/97”. Addio.

Noi contro la legge. Berlusconi e il corto circuito mediatico.


C’è una cosa che, chi mi conosce bene lo sa, non ho mai fatto negli ultimi sei anni. E se l’ho fatto è stato con criterio, per un motivo particolare, mai sentito come in questo momento. Berlusconi ha un potere, anzi, è dire poco, Berlusconi ha tanti poteri. Uno dei suoi poteri più efficaci, quello più subdolo, è il potere che lo fa entrare strisciando per la porta di casa, attraverso uno schermo, un modo di dire, una battuta. Il potere di seduzione con cui cattura quotidianamente sempre più italiani disposti a dimenticare che cosa Berlusconi è stato. Perché è troppo difficile studiare, documentarsi, leggere i libri, guardare i film, i telegiornali, ascoltare le interviste, cercare gli approfondimenti. Così basta una battuta detta al momento giusto e il sorrisino scappa anche a chi ha votato Bertinotti fino alla legislazione precedente. Sempre migliore di chi non è andato a votare con la convinzione che comunque il nostro posticino lo avremmo avuto. Ed ecco che mi trovo a fare qualcosa che ho fatto poche volte, ovvero sia prendere un articolo per intero e postarlo su Musicaos.it. Oggi è stato un giorno particolare, per via del caldo sono rimasto chiuso in casa fino alle 19.30, ho twitterato e ho avuto modo di seguire la vicenda di Daniele Luttazzi e la replica di Wu Ming. Secondo me tutta questa vicenda deve essere letta sotto la lente orbicolare dell’ansia da prestazione di resistenza culturale cui ci impone, per il solo fatto di esserci e agire, Berlusconi. Ecco, dopo ciò che ho veduto e letto in questa settimana posso soltanto dare una definizione di Berlusconi, quella cioè di Re Mida, con la differenza che al posto dell’oro c’è la merda, con la differenza che la merda ha lo stesso inodore colore dell’oro. Ci sembra che sia oro finché non ne apprezziamo le conseguenze sulla democrazia. Daniele Luttazzi? Soltanto uno che copia le sue battute. Travaglio e Santoro? Due furbi che tirano su soldi grazie all’odio che riescono a diffondere per Berlusconi. Beppe Grillo? Andiamo a controllare il suo 740 prima di parlare! Saviano?!? Non parliamo di Saviano, lui che grazie a Berlusconi ha fatto i soldi con Gomorra! Berlusconi: ciò che tocca lo trasforma in merda, anche quando ad agire non è direttamente il premier bensì il modello robotico mentale che ognuno di noi, volente o nolente, ha implementato nel cervello. Apriamo gli occhi, con un po’ di anarchia, al di sopra delle parti. Con questo spirito e soprattutto con la voglia di lanciare un messaggio a chi ci sta più vicino, almeno a loro, che ricopio per intero l’articolo di Umberto Eco preso dal sito de L’Espresso. Buona lettura, finché è possibile.

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Umberto Eco
“A piccoli passi verso il regime”

Le norme sulle intercettazioni. Il controllo dei tg della tv pubblica. E prima il lodo Alfano, i tagli alla scuola… Berlusconi trasforma le istituzioni un passo dopo l’altro, con lentezza. Perché i cittadini assorbano i cambiamenti come naturali. Così al colpo di Stato si è sostituito lo struscio di Stato

È nota la definizione della democrazia come sistema pieno di difetti ma di cui non si è ancora trovato nulla di meglio. Da questa ragionevole assunzione discende, per la maggior parte della gente, la convinzione errata che la democrazia (il migliore o il meno peggio dei sistemi di governo) sia quello per cui la maggioranza ha sempre ragione. Nulla di più falso. La democrazia è il sistema per cui, visto che è difficile definire in termini qualitativi chi abbia più ragione degli altri, si ricorre a un sistema bassamente quantitativo, ma oggettivamente controllabile: in democrazia governa chi prende più consensi. E se qualcuno ritiene che la maggioranza abbia torto, peggio per lui: se ha accettato i principi democratici deve accettare che governi una maggioranza che si sbaglia.

Una delle funzioni delle opposizioni è quella di dimostrare alla maggioranza che si era sbagliata. E se non ce la fa? Allora abbiamo, oltre a una cattiva maggioranza, anche una cattiva opposizione. Quante volte la maggioranza può sbagliarsi? Per millenni la maggioranza degli uomini ha creduto che il sole girasse intorno alla terra (e, considerando le vaste aree poco alfabetizzate del mondo, e il fatto che sondaggi fatti nei paesi più avanzati hanno dimostrato che moltissimi occidentali ancora credono che il sole giri) ecco un bel caso in cui la maggioranza non solo si è sbagliata ma si sbaglia ancora. Le maggioranze si sono sbagliate a ritenere Beethoven inascoltabile o Picasso inguardabile, la maggioranza a Gerusalemme si è sbagliata a preferire Barabba a Gesù, la maggioranza degli americani sbaglia a credere che due uova con pancetta tutte le mattine e una bella bistecca a pasto siano garanzie di buona salute, la maggioranza si sbagliava a preferire gli orsi a Terenzio e (forse) si sbaglia ancora a preferire “La pupa e il secchione” a Sofocle. Per secoli la maggioranza della gente ha ritenuto che esistessero le streghe e che fosse giusto bruciarle, nel Seicento la maggioranza dei milanesi credeva che la peste fosse provocata dagli untori, l’enorme maggioranza degli occidentali, compreso Voltaire, riteneva legittima e naturale la schiavitù, la maggioranza degli europei credeva che fosse nobile e sacrosanto colonizzare l’Africa.

In politica Hitler non è andato al potere per un colpo di Stato ma è stato eletto dalla maggioranza, Mussolini ha instaurato la dittatura dopo l’assassinio di Matteotti ma prima godeva di una maggioranza parlamentare, anche se disprezzava quell’aula «sorda e grigia». Sarebbe ingiusto giocare di paradossi e dire dunque che la maggioranza è quella che sbaglia sempre, ma è certo che non sempre ha ragione. In politica l’appello alla volontà popolare ha soltanto valore legale (“Ho diritto a governare perché ho ricevuto più voti”) ma non permette che da questo dato quantitativo si traggano conseguenze teoriche ed etiche (“Ho la maggioranza dei consensi e dunque sono il migliore”).

In certe aree della Sicilia e della Campania i mafiosi e i camorristi hanno la maggioranza dei consensi ma sarebbe difficile concluderne che siano pertanto i migliori rappresentati di quelle nobilissime popolazioni. Recentemente leggevo un giornalista governativo (ma non era il solo ad usare quell’argomento) che, nell’ironizzare sul caso Santoro (bersaglio ormai felicemente bipartisan), diceva che costui aveva la curiosa persuasione che la maggioranza degli italiani si fosse piegata di buon grado a essere sodomizzata da Berlusconi. Ora non credo che Berlusconi abbia mai sodomizzato qualcuno, ma è certo che una consistente quantità di italiani consente con lui senza accorgersi che il loro beniamino sta lentamente erodendo le loro libertà. Erodere le libertà di un paese significa di solito mettere in atto un colpo di Stato e instaurare violentemente una dittatura. Se questo avviene, gli elettori se ne accorgono e, se pure non hanno la forza di zione di colpo di Stato che è con lui cambiata. Al colpo di Stato si è sostituito lo struscio di Stato. All’idea di una trasformazione delle strutture dello Stato attraverso l’azione violenta il genio di Berlusconi è stato ed è quello di attuarle con estrema lentezza, passettino per passettino, in modo estremamente lubrificato.

Pensate alla inutile violenza con cui il fascismo, per fare tacere la voce scomoda di Matteotti, ha dovuto farlo ammazzare. Cose da medioevo. Non sarebbe bastato pagargli una buona uscita megagalattica (e tra l’altro non con i soldi del governo ma con quelli dei cittadini che pagano il canone)? Mussolini era davvero uomo rozzissimo. Quando una trasformazione delle istituzioni del Paese avviene passo per passo, e cioè per dosi omeopatiche, è difficile dire che ciascuna, presa di per sé, prefiguri una dittatura – e infatti quando qualche cassandra lo fa viene sbertucciata. Il fatto è che per un nuovo populismo mediatico la stessa dittatura è un sistema antiquato che non serve a nulla. Si possono modificare le strutture dello Stato a proprio piacere e secondo il proprio interesse senza instaurare alcuna dittatura.

Si può dire che il lodo Alfano prefiguri una tirannia? Sciocchezze. E calmierare le intercettazioni attenta davvero alla libertà d’informazione? Ma suvvia, se qualcuno ha delitto lo sapranno tutti a giudizio avvenuto, e l’evitare di parlare in anticipo di delitti solo presunti rispetta se mai la privatezza di ciascuno di noi. Vi piacerebbe che andasse sui giornali la vostra conversazione con l’amante, così che lo venisse a sapere la vostra signora? No, certo. E se il prezzo da pagare è che non venga intercettata la conversazione di un potente corrotto o di un mafioso in servizio permanente effettivo, ebbene, la nostra privatezza avrà bene un prezzo. Vi pare nazifascismo ridurre i fondi per la scuola pubblica? Ma dobbiamo risparmiare tutti, e bisogna pur dare l’esempio a cominciare dalle spese collettive. E se questo consegna il paese alle scuole private? Non sarà la fine del mondo, ce ne sono delle buonissime. È stalinismo rendere inguardabili i telegiornali delle reti pubbliche? No, se mai le vecchie dittature facevano di tutto per rendere la radio affettuosissima. Ma se questo va a favore delle reti private? Beh, vi risulta che Stalin abbia mai favorito le televisioni private?

Ecco, la funzione dei colpi di Stato striscianti è che le modificazioni costituzionali non vengono quasi percepite, o sono avvertite come irrilevanti. E quando la loro somma avrà prodotto non la seconda ma la terza Repubblica, sarà troppo tardi. Non perché non si potrebbe tornare indietro, ma perché la maggioranza avrà assorbito i cambiamenti come naturali e si sarà, per così dire, mitridatizzata. Un nuovo Malaparte potrebbe scrivere un trattato superbo su questa nuova tecnica dello struscio di Stato. Anche perché di fronte a essa ogni protesta e ogni denuncia perde valore provocatorio e sembra che chi si lamenta dia corpo alle ombre.

Pessimismo globale, dunque? No, fiducia nell’azione benigna del tempo e della sua erosione continua. Una trasformazione delle istituzioni che procede a piccoli passi può non avere tempo per compiersi del tutto, a metà strada possono avvenire smandrappamenti, stanchezze, cadute di tensione, incidenti di percorso. È un poco come la barzelletta sulla differenza tra inferno tedesco e inferno italiano. In entrambi bagno nella benzina bollente al mattino, sedia elettrica a mezzogiorno, squartamento a sera. Salvo che nell’inferno italiano un giorno la benzina non arriva, un altro la centrale elettrica è in sciopero, un altro ancora il boia si è dato malato… Tagliare la testa al re o occupare il Palazzo d’Inverno è cosa che si fa in cinque minuti. Avvelenare qualcuno con piccole dosi d’arsenico nella minestra prende molto tempo, e nel frattempo chissà, vedrà chi vivrà. Per il momento, resistere, resistere, resistere.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/noi-contro-la-legge/2127975

La “Trilogia del Nord” di Louis Ferdinand Céline.


Ci sono scrittori che ti segnano la vita, come Céline. Ci sono anche librai che ti segnano la vita, ma questo è un altro discorso. Prossimo al diploma, un giorno, entrai in libreria. Il mio libraio di fiducia mi disse “se non hai letto ancora Céline ti sei perso una cosa“. Acquistai “Morte a credito”. La stessa settimana compilai una cartolina di quei club-del-libro assurdi dove ti agganciano (the hookers) regalandoti un libro scontatissimo e poi devi fare i salti mortali per non farti più spedire a casa i libri tratti dalle sceneggiature dei film che vanno di moda. Detto ciò, mi iscrissi a suddetto club per ricevere a casa l’edizione dell’editore Corbaccio di “Viaggio al termine della notte”. E sono due. Premetto che parlo di un’epoca, il 1994, dove i libri della maggior parte degli editori erano ancora cuciti e incollati, con tutto il rispetto stiamo parlando di un’altra cosa. Adesso se vi va bene spendete 17€/25€ per una salma di pagine incollate alla bisogna, portatelo in spiaggia e dopo tre giorni sarà buono come carta igienica. Ci manca solo il chiodo ficcato in alto a sinistra e potete farne buon uso. Insomma. Ho provato la stessa emozione quando oggi sono entrato in libreria e mi sono accorto che Einaudi si è finalmente decisa a pubblicare l’edizione economica della Trilogia del Nord di Céline, fin qui edita da Einaudi/Gallimard a prezzi decisamente più alti (più del doppio). L’operazione è meritoria, non al 100%, lo sarà quando faranno la stessa cosa con Guignol’s Band I & II, anche essi presenti nella stessa edizione. Cosa dire di Céline? Tanto per cominciare con ciò tutto che può provare un lettore nei confronti de “L’arcobaleno della gravità” di Pynchon, qui si è su un altro pianeta. Mettete sullo stesso scaffale, uno di fianco all’altro “Trilogia del nord” e “Infinite Jest”, allo stesso prezzo, e vediamo che succede! Altro che…La guerra, il sangue, la merda, le fughe, i ricattucci, la moralucola, insomma un affresco che dire dantesco è poco. Peccato che in circolazione ci siano pochi studentelli capaci di apprezzare tale effetto detonante, tutti presi come sono a studiare il toto-tracce della maturità…Quasimodo? Futurismo? Ungaretti? Unità d’Italia? Poi ti esce un componimento in greco di Pascoli e va in culo a tutti! Beffati! Fottuti! E poi c’è la prosa di Céline tradotta da Guglielmi/Stasi con un’audacia che rasenta l’impossibile. Si resta così, seduti su una pentola bollente, da una frase all’altra, da un ricordo all’altro, da un castello all’altro. Ci sono scrittori che si amano o si odiano, altro che bagatelle. Come lettore, a Charles Bukowki, sono debitore di un consiglio, quello secondo il quale possiamo buttare tutti i libri e tenerci Dostoevskij, Nieztsche e Céline. Non mi scorderò mai quando scrissi il mio primo romanzo, “Re Kappa”, mettendoci di straforo la storia del rinvenimento ipotetico di un manoscritto postumo di Céline, “La volontà del Re Krogold”. Nicola Lagioia mi scrisse accennando tra le altre cose che l’idea di metterci Céline era comune a Bukowski. Bum bum bum Bardamù! Io ci pensai un secondo, pensai a “Pulp” e capii che entrambi gli autori erano talmente entrati nello strato subcorticale del mio inconscio da non accorgermi nemmeno del tributo inconsapevole che avevo ‘estratto’ da me. Insomma, un mondo senza Céline, fosse anche un mondo di non scrittori, non meriterebbe di essere vissuto. In un periodo in cui vanno di moda le trilogie, alcune valide (una sola) e altre che fanno pena, ecco una vera Trilogia. Nel frattempo sono riuscito a sganciarmi dal famigerato club-del-libro appioppando la comanda a mia sorella, che si è veduta la libreria sommersa da libri con Tom Hanks in copertina. Poco è il male.

Dalla prefazione:

Questi tre romanzi, che ne formano quasi uno solo, hanno più di un titolo per essere ritenuti un’opera importante. Non solo infatti rappresentano il punto d’arrivo di un lavoro romanzesco che, cominciato con “Viaggio al termine della notte” e portato avanti regolarmente in seguito, colloca Céline entro la linea dei grandi innovatori del ventesimo secolo, ma sono anche una di quelle rare opere in cui la letteratura sia riuscita ad impossessarsi di quell’avvenimento storico che tanto più paralizza le facoltà immaginative e le penne quanto più radicalmente ha sconvolto il nostro mondo: la Seconda Guerra Mondiale.
Scegliendo di rievocare a modo suo ciò che aveva visto e ciò che aveva vissuto nella Germania del 1944-1945, non c’è dubbio che Céline fosse cosciente d’essere uno dei pochi in grado, per sensibilità, immaginazione e stile, di dare un’esistenza letteraria a una simile apocalisse. A Baden-Baden, a Berlino, a Zornhof, a Sigmaringen, la Storia stessa sembra aver autonomamente assunto la cadenza di un romanzo céliniano. “C’è stato un cataclisma. […] La cosa ha fatto del rumore, ribollimenti, bengala, cataratte. C’ero dentro, ne ho approfittato. Ho utilizzato questa materia”, dice Céline in un’intervista del 1960. Intorno al 1955, col distanziamento che gli veniva da dieci anni di prigione, di esilio e di miseria. Céline si era reso conto di possedere in quell’esperienza il materiale del romanzo che avrebbe portato a compimento l’opera cominciata nel “Viaggio” con la rievocazione del primo grande sconvolgimento di questo secolo. Attraverso il racconto di un’avventura personale che lo aveva fatto odiare da quasi tutti i suoi contemporanei, proprio a lui era stato dato di esprimere quella vita braccata dalla fame, le bombe e la delazione che era stata la guerra per tanti Europei.
Il presente volume che, riunendo le tre parti di questa trilogia tedesca, dà la possibilità di leggerle nella maniera in cui devono essere lette, vale a dire di seguito, deve permettere a tutti coloro che si erano allontanati da Céline a partire dal 1937, di convincersi che la sua produzione romanzesca non si conclude affatto con Morte a credito. Di là dai romanzi del periodo intermedio, “Guignol’s Band” e “Pantomima per un’altra volta”, il cui valore resta ancora in larga misura da scoprire, questi tre romanzi scritti fra il 1955 e il 1961, sono senza dubbio quelli in cui, come succede nelle ultime opere di molti grandi creatori, la voce dello scrittore, sbarazzatasi di ogni prestito e di ogni esagerazione, si fa sentire con maggiore purezza. Tutti coloro che, a partire dalle prime righe del Viaggio, sono stati sensibili al timbro e alla cadenza della “piccola musica” céliniana, a questo tracciato teso sul vuoto, spezzato in continuazione, in continuazione ripreso, a questa respirazione affannata che sa come nessun altra mantenere il lettore col fiato sospeso, ritroveranno qui, più forti che mai, i prestigi di uno scrittore che, quale che sia la severità dei giudizi che si possono pronunciare su altre parti della sua produzione, si afferma di giorno in giorno come uno dei più grandi romanzieri della sua epoca.
Un mondo a ferro e fuoco, per tre quarti distrutto, che viene percorso in ogni direzione da esseri stralunati in cerca di cibo e riparo, questa è la Germania che Céline impone alla nostra immaginazione. “I tempi sono fuori dai gangheri”, come nell’Amleto. Stretta a tenaglia dai diversi eserciti alleati, sorvolata impunemente giorno e notte dai loro aeroplani, bombardata instancabilmente, questa Germania della disfatta è un incubo in cui Céline gira a vuoto, alla ricerca della breccia che gli permetterà di uscirne. Tutta la guerra è qui – non più quella dei combattimenti, delle pallottole che fischiano, delle trincee, dei corpo a corpo, ma quella dei bombardamenti, degli esodi, degli internamenti. In queste rievocazioni di nazisti sconfitti e di collaborazionisti francesi senza via di scampo, si trova resuscitata e inscritta nel linguaggio della letteratura un’esperienza della guerra che è stata quella di milioni di uomini per più di sei anni; nei momenti di parossismo, un ciclo di zolfo e di fuliggine, quelle esplosioni di bombe che rappresentano per tutta la trilogia come un sottofondo sonoro o un basso continuo, l’odore tenace di legna e di carni bruciate, la scoperta di cadaveri, a volte rimasti in piedi, a volte seppelliti sotto le macerie, a volte invischiati dentro del bitume fuso; il resto del tempo: la fame, la paura, il freddo. Céline in testa, quasi tutte le figure che popolano questi tre romanzi sono quelle di gente esiliata, lontana da casa, la cui esistenza in un paese al termine delle risorse è minacciata in continuazione, francesi collaborazionisti di Sigmaringen, internati raccolti a Zornhof, feriti, militari dispersi, donne e bambini che in Rigodon riempiono i marciapiedi di tutte le stazioni di Germania e i pochi treni che ancora circolano, sono tutti “fuori posto”, minacciati; hanno tutti un solo pensiero: sopravvivere. All’ossessione dell’approvvigionamento (e cosa dire di quelle carni sospette, un po’ troppo bianche, che a volte ti vengono offerte?) si aggiunge l’idea fissa di un arresto all’improvviso e di un’esecuzione immediata.

Descrizione
“Da un castello all’altro” è la rielaborazione letteraria di un lungo e movimentato soggiorno che Céline fece in Germania fra il 1944 e il 1945. Resoconto, romanzo autobiografico, cronaca della caduta del nazismo. Soprattutto delirio della memoria, odio furente che nulla salva, né vinti né vincitori. Una lacerante “cognizione del dolore” percorsa da momenti di grandiosa, terribile comicità, degno inizio della “trilogia tedesca” di cui Nord è la parte centrale. Innescato sul tema ossessivo dell’esilio e della fuga, paranoico e grandiosamente comico, Nord segna il passaggio a un registro di avventure individuali dove incombe la paura della guerra, delle bombe, della morte, doppiata dal terrore di essere insidiati da una trappola invisibile in un intreccio illuminato da scene sinistre e ilari crudeltà. La trilogia si completa con Rigodon, dove Céline procede per condensazione e riunisce tutti i viaggi compiuti durante il soggiorno in terra tedesca dal giugno del ’44 al marzo ’45. La versione di Giuseppe Guglielmi ha saputo reinventare lo stile “basso” e ribollente di Céline, la sua terribile petite musique ai limiti del silenzio, del rumore interminato che cova nella parola.

Trilogia del Nord: Da un castello all’altro-Nord-Rigodon, Einaudi, 2010, XXIX-1092 p., brossura, 24€
ISBN: 9788806202958

“Imperial Bedrooms” il nuovo romanzo di Bret Easton Ellis disponibile su Amazon.com


Uno dei miei scrittori americani preferiti. Di sicuro uno dei migliori tra i viventi. Autore di American Psycho, Meno di zero, Glamorama, per citare i tre che mi sono piaciuti di più. Il suo ultimo romanzo “Imperial bedrooms” è disponibile su Amazon.com, attendiamo fiduciosi la traduzione in italiano e la relativa pubblicazione da parte di Einaudi. Questo romanzo riprende lo stesso personaggio di “Meno di zero”, Clay. Le prime recensioni non sono molto lusinghiere, molto giocate sulla solita canzonetta del “non si possono riprendere gli stessi caratteri a distanza di anni sperando che il risultato sia ottimale”. C’è chi ha addirittura azzardato l’ipotesi che se Salinger avesse scritto un seguito di “Catcher in the rye” (Il giovane Holden) molto probabilmente il protagonista, un uomo un po’ attempato, sarebbe somigliato al protagonista di “Imperial bedrooms”. A volte non c’è niente di più onesto di un lettore. Onestamente non mi fido finché non lo leggo, anche perché sono convinto che i personaggi che gli scrittori creano sono un po’ come i fantasmi, e ti vengono a trovare finché non te ne sei liberato completamente. E forse Bret Easton Ellis, nonostante il cinismo sornione e la deferenza cui abitua il lettore poco esperto, forse aveva bisogno di far fuori qualche scheletro dall’armadio. Se proprio non ce la fate ad aspettare procuratevelo (dal 15 giugno)  in lingua originale.

Musicaos.it – il gruppo


Il gruppo di Musicaos.it su facebook è qui. Il gruppo è dedicato a tutti coloro che amano la lettura e sono interessati a ricevere notizie, suggerimenti e avvisi circa ciò che accade attorno a essa, alla scrittura e al mondo. Il punto di partenza è lo stesso, gli approdi, come sempre, sono ignoti. Buona lettura.

L’inferno di Dante. Una storia naturale (Mondadori)


La bibliografia di Dante è sterminata. Non si contano i titoli, su più livelli di approfondimento, dedicati a uno dei capolavori della storia della letteratura e delle letterature di tutti i tempi. Un’opera che ha influenzato secoli di genti, potremmo dire. L’opera pubblicata da Mondadori nella collana Strade Blu si intitola “L’inferno di Dante. Una storia naturale”. La cosa che mi ha colpito per prima di questo testo è la sua confezione, ottima in un periodo in cui si producono libri qualitativamente e ‘oggettisticamente’ perfidi. Sfogliando questo libro mi sono chiesto a chi potrebbe essere rivolto un testo di questo genere. Tanto per cominciare a chi la Commedia dantesca la ama e sa che la forza di questo capolavoro, come di tutti i classici, è nel suo potere di riciclo continuo. In tal senso la Divina Commedia potrebbe definirsi un’opera open source. Pensateci per un attimo, che cosa ha fatto in modo che Dante venisse tramandato di generazione in generazione se non la perfezione della lingua unita al suo elevato contenuto morale? La Commedia è di tutti ed è bello che esistano infinite riletture di essa. Questo libro propone una lettura inedita, ovvero sia un vero e proprio ‘commento iconografico’ alla prima cantica della Commedia. Perché ‘commento iconografico’? Semplice, a differenza delle illustrazioni di Gustave Dorè, per fare l’esempio più illustre, che altro non erano se non didascalie figurative del testo, le immagini che corredano questa “historia naturalis” costituiscono un vero e proprio commento, un’esplicazione che si affianca al testo con la stessa stregua di un commentario scritto. Il risultato è godibile ed efficace, sia che si conosca appieno il testo sia che si voglia approfondire una lettura della Commedia. L’operazione editoriale è affidata a Fabrica, la fucina creativa del Gruppo Benetton. Hanno preso parte al progetto Patrick Waterhous, Walter Hutton, Giullermo Brotons, Fabio Amato, Enrico Bossan e Barbara Liverotti. Le illustrazioni, il testo e i commenti fanno di questo Inferno un vero “oggetto ibrido”, a metà tra la graphic novel e il fumetto, il commento e il testo poetico; un risultato che si sarebbe potuto raggiungere senza l’idea di partenza, quella cioè di reinterpretare il testo dantesco senza le sovrastrutture che spesso provengono da un retaggio scolastico e culturale. Ecco perché la scelta degli ideatori di far illustrare il testo a Patrick Waterhouse, Walter Hutton e Guillermo Brotons, i quali nel loro background sicuramente non disponevano di un’immagine preconcetta della Divina Commedia. Elemento che ha permesso alla loro attenzione di focalizzarsi sul testo e sulla grande poesia senza ‘occhiali’ critici troppo spessi. Ripeto, un ottimo libro.

DESCRIZIONE Circa settecento anni di storia ci separano dall’epoca in cui la Divina Commedia ha visto la luce. In questo lunghissimo lasso di tempo l’opera dantesca non ha mai smesso di stimolare la fantasia di miniatori, pittori e incisori, che hanno confrontato la loro creatività con la sfrenata immaginazione del genio fiorentino. È proprio la vastità di questo repertorio iconografico a far sì che illustrare oggi l’Inferno – la cantica che più di ogni altra si è impressa nell’immaginario collettivo – rappresenti una vera e propria sfida. Fabrica, la fucina creativa del Gruppo Benetton, ha deciso di raccogliere questa sfida affidandosi a due giovani talenti inglesi, Patrick Waterhouse e Walter Hutton, che per sei mesi hanno letto, sottolineato, e poi ancora riletto l’Inferno, affrontando l’opera con lo sguardo fresco e curioso di chi, non essendo mai stato vincolato da letture scolastiche, vi si accosta per la prima volta con un misto di smarrimento e stupore. Il risultato è un imponente mosaico di circa trecento tra figure, immagini, commenti, diagrammi e schizzi, organizzato intorno a un’idea portante: esplorare le storie reali e mitologiche, i demoni, i personaggi, le creature mitologiche e quelle fantastiche secondo lo stile e i modi propri dei testi di storia naturale. Se le raffigurazioni tradizionali dell’Inferno sono soprattutto attente a cogliere la drammaticità delle situazioni, quella dei due artisti inglesi si concentra sui dettagli dei personaggi e dell’universo metaforico dantesco.

Bisogno e desiderio in un libro di Mario Signore


Questa sera, alle ore 19.00, Massimo Cacciari sarà a Salice Salentino presso il Centro polifunzionale “P. B. Perrone” con Donato De Mitri e Iacopo Bonacchi per presentare l’ultimo libro di Mario Signore, dal titolo “Economia del bisogno ed etica del desiderio”. Pubblico qui di seguito un mio articolo comparso sul quotidiano “il Paese nuovo” di oggi (clicca qui per scaricare la versione in pdf)

“Economia del bisogno ed etica del desiderio”
Mario Signore

Il compito più difficile in cui può riuscire la filosofia è quello di risultare comprensibile, cercando di instaurare un dialogo fruttuoso con gli uomini e non soltanto con un gruppo sparuto di accademici dediti alla scrittura. Un traguardo arduo che non sempre è raggiungibile. L’ultimo libro pubblicato da Mario Signore per i tipi di Pensa Multimedia riesce in questo intento, trattando un argomento di estrema attualità, il ruolo dell’etica nella società contemporanea. Il titolo del testo delinea fin da subito l’ambito della ricerca: “Economia del bisogno ed etica del desiderio” (Pensa Multimedia, collana Inter-sezioni, pp. 238, €19,00). L’economia è la scienza che organizza e studia i bisogni del genere umano strutturato in società; l’etica approfondisce le regole del comportamento. Fu Hans Jonas, nel 1979, con la sua opera “Il principio responsabilità”, a teorizzare per primo l’esistenza di un valore etico che travalica la durata dell’esistenza del singolo, rendendo l’individuo responsabile di scelte che hanno conseguenze su coloro che verranno dopo di noi. Un contributo fondamentale alla costituzione di un’etica responsabile è dato dall’Occidente, inteso come luogo dove tempo e spazio hanno dato luogo a una tradizione consolidata che sola può fornire le basi per un’antropologia etica rispondente alle esigenze dell’uomo contemporaneo: “L’Occidente può offrire al dibattito interculturale il risultato più maturo della sua tradizione culturale, etico-politica e religiosa, ripartendo, magari, da quella base filosofica ispirata al concetto aristotelico di essere umano e a quel liberalismo neoaristotelico, per il quale, il fatto che l’uomo si possa definire un «animale con bisogni» è altrettanto importante e fondamentale del possesso della ragione, e richiede che ogni concezione dei diritti, della libertà, della stessa dignità umana debba fare i conti con la condizione di bisogno degli esseri umani”. In questo testo, nel quale non mancano puntualizzazioni storico-filosofiche e ‘scorribande inattuali’ nella filosofia antica e moderna (da Aristotele a Hegel passando per Montaigne e Marx fino a Zygmunt Bauman), sono contenute diverse riflessioni sulla condizione del cittadino della polis attuale nei confronti della sua libertà di pensiero e azione; le questioni sollevate sono molteplici, non ultima la mutazione, ad esempio, del concetto e dell’applicazione della libertà intesa in senso ‘moderno’ nel mondo contemporaneo. Questo saggio riesce in un intento, quello di ricucire lo strappo avvenuto sul territorio filosofico dell’etica contemporanea tra il dopoguerra e oggi, integrando le acquisizioni della filosofia moderna alle più recenti istanze filosofiche dell’etica, assumendo diversi punti di vista, che vanno dal religioso e filosofico in senso stretto e approdano fino alla laicità più estrema, passando per l’etica dell’individuo sociale. E se la via di un’etica universalmente condivisa si nascondesse in una trascendenza laica? Come ha sostenuto lo stesso Massimo Cacciari, che oggi presenterà il libro a Salice Salentino, insieme all’autore, l’etica è laica per sua stessa definizione, non rifacendosi ad altro che a un ethos, ovvero sia a una norma di comportamento che si attua nel rispetto della salvaguardia della collettività, ad esempio potremmo difficilmente concepire un’etica che incoraggia all’uccisione del prossimo. Esistono fondamenti dell’etica, quindi, che sono incontrovertibili al di là del nostro credo o non-credo di appartenenza. L’invito è senza dubbio quello di approfondire queste tematiche a partire dalla lettura integrale di un libro come questo “Economia del bisogno ed etica del desiderio”, che offre allo stesso tempo risposte e domande su questioni importantissime dalle quali ogni nostro vissuto non può prescindere. Mario Signore è docente di filosofia presso l’Università del Salento da quaranta anni, con i suoi studi ha approfondito diverse aree della filosofia contemporanea, da Giovanni Gentile a Max Weber, passando per i filosofi dello Storicismo e dell’Ermeneutica. I suoi studi di storia della filosofia, epistemologia, etica della responsabilità e la globalizzazione, tradotti e pubblicati all’estero, costituiscono importanti strumenti nel dibattito delle discipline storico-filosofiche contemporanee.

“Lezione di Inglese” a Lecce. Lunedì 31 Maggio 2010.


Andrea Inglese a Lecce, 31 maggio 2010Lunedì 31 maggio, presso l’Edificio Codacci Pisanelli dell’Università del Salento – Aula Ferrari, I piano, inizio ore 9 e 30 – si svolgerà un seminario sulla poesia contemporanea a cura di Fabio Moliterni e con la presenza di Andrea Inglese. Sono tutti invitati a partecipare, si tratta di un incontro con un autore ‘giovane’ che ha molto da dire (e da ascoltare) sui temi centrali della cultura letteraria italiana di oggi: la responsabilità etica, o politica, o civile dello scrittore – e del lettore; lo stato di salute della poesia contemporanea, nel rapporto con l’editoria e con l’idea dominante di letteratura; le prospettive di una scrittura ‘di ricerca’, tra prosa, poesia e altre espressioni possibili.

A partire dalle 19 e 30, presso il Padiglione Chirico del Monastero degli Olivetani, l’autore terrà un workshop su “Poesia e nuove scritture”. Il workshop è a numero chiuso (max 15 persone) e in accordo con Andrea Inglese prevede un lavoro di gruppo di tipo laboratoriale su testi dell’autore e dei partecipanti, ma anche su quelli di altri scrittori contemporanei. È un’occasione per un confronto, né più né meno: nessuna lezione di scrittura creativa, invece un dialogo – un lavoro – per riflettere e fare il punto sulle possibili idee di letteratura e sulla pratica responsabile di una (possibile) scrittura di ricerca.

Andrea Inglese è nato nel 1967: filosofo di formazione, è considerato uno degli autori più significativi nel panorama della poesia italiana contemporanea. Ha pubblicato un saggio di teoria del romanzo dal titolo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003); i libri di poesia: Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano a cura di F. Buffoni (1998), Inventari (2001), Colonne d’aveugles in edizione bilingue con traduzione (2007), La distrazione (Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009); le raccolte di prose Prati nel volume collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009); e Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001 (La Camera Verde, 2010). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei fondatori del blog letterario Nazione Indiana (www.nazioneindiana.com) ed è tra i redattori di http://gammm.org.

http://www.nazioneindiana.com/2006/06/16/scrittori-e-scriventi-libri-ragionamento-intorno-all%E2%80%99idea-di-ricerca-letteraria/

http://www.nazioneindiana.com/2010/02/10/per-una-critica-futura-n%C2%B0-56-editoriale/

http://www.nazioneindiana.com/2007/04/17/postumi-lo-scrittore-dopo-la-sbronza-della-fine-della-storia/

“Ed io parlo, scrivo e fumo” (Inquietudini) di Giovanni Bernardini


Dopo una attesa ragionevole viene pubblicato – per i tipi di Lupo Editore nella collana Topkapi – “Ed io parlo, scrivo e fumo“, di Giovanni Bernardini, raccolta tesa tra il genere memoriale e l’autobiografia per diari, scritti per oltre cinquanta anni dallo scrittore pescarese naturalizzato salentino. Come è scritto nella prefazione, della quale è autore Stefano Donno (curatore del volume) “Bernardini non è uno scrittore periferico, come lui stesso in più di qualche occasione tende ostinatamente ad affermare, proprio perché questa sua ‘modestia’ contrasta con una qualità di stile che solo un vero scrittore e non un semplice mestierante, è in grado di mettere nero su bianco”. Ce ne accorgiamo scorrendo le pagine nelle quali la biografia e i fatti della vita quotidiana si intrecciano alle vicende e ai personaggi letterari, senza risparmiare nessuno né risparmiandosi, con quel cinismo che a volte resta l’unica lente ottimale per osservare il mondo senza esserne troppo disgustati, proprio in virtù del grande sentimento che ci lega, volenti o nolenti, ai nostri contemporanei. Un pensiero di Bernardini, scritto il 15 maggio del 1996, recita “Una persona non mediocre in un ambiente di mediocri è irrimediabilmente condannata alla solitudine”.La lucidità e la critica di Bernardini – sociale e soprattutto politica – investono chi ci mal-governa e mettono a nudo chi si fa governare senza sviluppare un pensiero critico. Ciò che resta dalla lettura di questo libro è senza dubbio una testimonianza rilevantissima di un pezzo di storia del nostro paese, dal 1952 ai giorni nostri; se è vero, come scrive l’autore in un frammento datato 12 dicembre 2008, che “nessun libro pubblicato può restaurare la vita d’un vecchio. Può concedere solo un momento d’illusione, una fugacissima gioia”, è anche vero che la raccolta dei diari di uno dei nostri intellettuali più importanti, non potrà che aiutarci a restituire a noi stessi un’immagine di quello che è stato il secolo scorso, senza ipocrisia. Interrogare questo libro ci sarà utile, quindi, a interrogarci e recuperare quelle memorie storiche, flash, ricordi, presi da un tempo che altrimenti rischiamo di smarrire per sempre.

Luciano Pagano

Ed io parlo, scrivo e fumo (Inquietudini), Giovanni Bernardini, euro 16€, anno 2010, pp. 241, ISBN 9788896694206

Questione di palle (da tennis).


Sto pensando che gli italiani e le italiane con le palle (da tennis) non ci sono più. A breve Scajola sarà a “Porta a Porta” per manifestare i suoi dubbi sul fatto di essere stato ‘incastrato’ dentro a un complotto. Eccoci qui. Vittime di una democratura così forte e radicata che nemmeno ce ne accorgiamo più, basta che respiriamo. Dove mai può accadere che un ladro possa andare in diretta nelle case degli italiani a dire “beh, dai, ero un bravo ministro in fondo, secondo me è un complotto”. Italia, gli imbarazzi di Del Turco, gli imbarazzi di Mastella, gli imbarazzi di Scajola. L’unico che non si imbarazza è Lui, che può andare con le escort di stato e dire che in Italia, in fondo, c’è troppa libertà di stampa. Va a finire che Silvio invidia la Cina. La cosa bella è che tutto ciò funzionerà perfettamente perché gli italiani e le italiane hanno smarrito le palle (da tennis).
E pensare che da Decathlon costano solo 80cent l’una, le palle (da tennis).

“L’uomo Gesù” di Paul Verhoeven


Paul Verhoeven
L’uomo Gesù
La vera storia di Gesù di Nazaret
prefazione di van Rob Scheers
traduzione di Franco Pari

Paul Verhoeven, fin dall’infanzia ha provato per la figura di Gesù Cristo un fascino che non escludeva dubbi e domande cruciali. Se nei suoi film ha esplorato i limiti e le zone oscure della società e della psiche, lo stesso atteggiamento ha adottato nella stesura del suo primo libro, pronto a difendere posizioni di certo non allineate con gli insegnamenti ufficiali della Chiesa. Chi fu realmente Gesù di Nazaret? Quale fu la sua vita, e cosa arrivò a rappresentare? Queste le domande che si pone l’autore. Nel corso di duemila anni, la reale entità di questo straordinario personaggio è passata attraverso la coloritura dei racconti mirabili, degli atti di fede, dei miracoli, che hanno finito per ridurlo a poco di più di un’icona rassegnata e dolente. Niente di più lontano dall’immagine del Cristo proposta da Verhoeven. Verhoeven punta l’obiettivo su alcuni dei particolari meno noti dell’uomo Gesù, fornendoci il seducente ritratto di un Gesù affabulatore, brillante e appassionato, ribelle e provocatore, in molti aspetti assai contraddittorio. Da esperto regista, Verhoeven ci fornisce nuovi elementi per un film definitivo sulla vita di Cristo, e riesce insieme a regalarci un libro acuto e personalissimo. Il suo è l’approccio coraggioso e critico del libero pensatore, che non può fare a meno di porre domande. Fu Gesù a scegliere i suoi dodici apostoli? Credeva realmente di dover morire? E cosa è avvenuto davvero al suo corpo? Le risposte di Verhoeven riescono a rendere L’uomo Gesù un libro assolutamente originale e provocatorio.

Paul Verhoeven

Paul Verhoeven è il regista di successi quali Robocop (1987), Basic Instinct (1992), Starship Troopers (1997), e Blak Book (2006). Oltre al cinema Verhoeven ha un’altra grande passione: Gesù. Dopo aver lasciato l’Olanda nel 1985, si è unito in California al “Jesus Seminar”, una prestigiosa associazione di teologi liberali che studia che cosa abbia realmente detto e fatto la figura storica di Gesù. Come contributo a tale ricerca Paul Verhoeven, laureato in matematica e fisica a Leida, ha scritto numerosi papers scientifici che formano la base del suo libro L’uomo Gesù.

Era mio padre. Ezra Pound


Giù le mani da mio padre Ezra Pound

Nel 2009 ha avuto la sorpresa di trovare sul «New York Times» un commento sulla crisi dei mutui che si apriva riportando dei versi scritti da suo padre all’alba della Seconda guerra mondiale: «Con usura nessuno ha una solida casa». Versi maturati su teorie economico-politiche che, dopo aver ispirato il suo appoggio al fascismo, contribuirono a far rinchiudere per 13 anni Ezra Pound nel manicomio criminale di Washington. Teorie che ora l’America rivaluta come intuizioni profetiche contro lo strapotere di una finanza apolide, refrattaria alle regole e non compassionevole. «Una piccola rivincita», la citazione giornalistica, nella patria che aveva bandito il poeta come un traditore. Liberandosene con una condanna alla pazzia (mai diagnosticata, comunque). Oggi sfoglia un dossier di riviste italiane e si accorge che, sempre nel nome di suo padre, cresce «la marea nera del terzo millennio»: il movimento CasaPound. Nei resoconti si parla di «iniziative sociali e culturali» promosse dal network dell’ultradestra (lotte per casa, maternità e agroalimentare autarchico), ma anche di «raduni organizzati con disciplina marziale» da una «santa teppa» che si distingue per «bomber di pelle, teste rasate e bandiere dalle simbologie gotiche».

E osserva su Internet una sequenza di video che riassumono il gusto per certe «pratiche guerriere» di questi militanti che, quando «ballano prendendosi a cinghiate», esprimerebbero solo un «vitalismo futurista», mentre invece per qualcuno le loro sarebbero delle «mimetiche prove di violenza». Mary de Rachewiltz, figlia dell’Omero americano del Novecento, riflette sulle contraddizioni del doppio ritorno poundiano. Poi si concentra sugli ultimi ritagli, e si sfoga con sgomento. «Questo è un altro modo di mettere Pound in una gabbia, com’era quella del Disciplinary training center di Pisa dove fu segregato, la Guantanamo del 1945. Un danno enorme, perché nasce da una distorsione del significato del suo lavoro e rischia di comprometterne ancora un pieno riconoscimento critico. Un abuso, perché così lo si relega in una dimensione ambigua che va oltre il reazionario, verso una cifra regressiva. E perché lo si indica, a ragazzi dalle menti confuse, come un profeta tanto più affascinante in quanto pericoloso e proibito». Per l’erede del poeta, insomma, «non si può restare sul diplomatico», nel giudicare coloro che pretendono d’essere i «nipotini di Pound». L’hanno elevato a oggetto di un culto a sfondo quasi mistico-esoterico. E l’hanno inserito tra gli antenati ideali rievocando a mo’ di slogan alcune sue frasi «più o meno fiammeggianti pescate qua e là senza logica» dalla stagione in cui sostenne Mussolini. Che «per mio padre fu un momento di frattura molto complesso». E che perciò andrebbe riconsiderato, secondo lei, sulla base di variabili spesso trascurate.

A partire dalla sua visione della storia perché, spiega, «a lui interessava l’etica più che la politica, e di Mussolini diceva che avrebbe voluto educarlo e che era stato distrutto per non aver seguito i dettami di Confucio». È una difesa che la signora de Rachewiltz, traduttrice e filologa dell’opera paterna che vive a Tirolo di Merano, si concede con disagio. Essendo parte in causa, per lei dovrebbero essere gli anglisti che hanno a cuore la memoria di Pound a «battersi contro certe indebite appropriazioni». Ma decide di intervenire, anche se il terreno è scivoloso, per offrire qualche indizio di ricerca a quanti vogliono addentrarsi in una «questione tormentata e carica di ipocrisie». La sua traccia d’esordio riguarda i malintesi sul rapporto America-Italia da parte di coloro che sostengono di voler recuperare Pound. Chi, da sinistra, emancipandolo dalla «radiazione» decretata nel dopoguerra e presumendo che avesse rinnegato le proprie idee. Chi rivendicandolo alla destra, magari quella estrema di CasaPound. Spiega: «Ci si dimentica che furono gli italiani, e intendo i fascisti, i primi a non fidarsi di lui. La sua filosofia sociale — e adesso si ammette che non era lontana dalla dottrina di Keynes — era scaturita da una folgorazione mentre studiava le carte fondative del Monte dei Paschi e vagheggiava un’Italia antiborghese in grado di recuperare la tradizione e rinnovare il Rinascimento. Sognava un Paese che rifiutasse il capitalismo trionfante in America, dove per lui erano stati stravolti i valori dei Padri Pellegrini, basta scorrere il suo libro Jefferson and/or Mussolini per sincerarsene. Voleva una gestione morale dell’economia, attraverso l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e del processo del denaro che produce denaro, ossia il divinizzato mostro dell’usura che è motore dei circuiti finanziari… Sraffa lo invitò a parlarne alla Bocconi, nel 1933, ma dubito sia stato capito».

Ancora, aggiunge la figlia di Pound, «erano sempre italiani i partigiani che lo prelevarono a Rapallo urlandogli traditore e che avrebbero potuto fucilarlo, se non avesse chiesto di essere consegnato subito alle forze americane. Lui parlò con assoluto candore e sincerità perché aveva la coscienza pulita, del resto non aveva mai tratto vantaggi dalla dittatura né fatto male ad alcuno. Si era esposto fuori da ogni zona grigia perché era nella sua natura libera da conformismi difendere ciò in cui credeva. “I stand exposed”, aveva scritto già da giovane. Ma ormai era in moto la macchina giudiziaria che l’avrebbe stritolato senza nemmeno un processo». E qui si annoda un enigma dell’amletismo poundiano. Il poeta, racconta Mary, che con la madre Olga Rudge lo seguì fino alla morte a Venezia, nel ’72, era «un uomo dalla fierezza gentile, un altruista estraneo a qualsiasi forma di violenza». Caratteri testimoniati pure da Eliot, Joyce, Hemingway e tanti altri che beneficiarono della sua generosa intelligenza e amicizia. Restano però, e pesano come imbarazzanti corpi di reato, i testi delle sue trasmissioni da Radio Roma e rivolti a Usa e Gran Bretagna nella stagione dell’ultimo fascismo. «So bene quello che disse perché ho fatto pubblicare in America tutte le trascrizioni integrali», racconta la figlia. «Per giudicare i suoi discorsi radiofonici — aggiunge — bisognerebbe mettere come tara la radicalità di uno che predica un’utopia da no-global ante litteram, che vede intorno a sé il rischio dello sfacelo e si sente “formica solitaria tra le rovine d’Europa”. Aveva detto: “È dovere di ognuno tentare di immaginare un’economia sensata, e tentare di imporla con il più violento dei mezzi, lo sforzo di far pensare la gente”».

Fu vittima di un abbaglio? «Stando alla lezione impartita dalla crisi di questi mesi, pare di no. Non del tutto. Le sue invettive nascondevano piuttosto una forma di ira ingenua, espressa a volte in forme furibonde. Voleva arrivare al paradiso possibile, alla città eterna… Aveva una visione dantesca ed era molto critico verso Roosevelt, che era sceso in conflitto con l’Italia, e verso i finanzieri di Wall Street (e, faccio notare, che cosa dice in questi giorni il presidente Obama contro le banche?), in larga parte ebrei, ciò che favorì l’accusa di antisemitismo. Accusa ingiusta e basta pensare che i suoi più cari amici erano appunto ebrei — Aldo Camerino, Giorgio Levi, Manlio Torquato Dazzi e tanti altri — senza contare che nessuno di noi sapeva nulla della Shoah… Va considerato che Pound era un poeta, e quando un poeta si arrabbia pronuncia frasi terribili, sragiona, e lo stesso Dante bestemmiava contro la sua patria… Era tempo di guerra, una guerra che le parole dei poeti non potevano fermare. Non letteratura e propaganda ci voleva, ma saggezza». Dunque, Pound riteneva di non aver fatto nulla di male, di aver esercitato un «diritto alla protesta» sancito dalla Costituzione americana, «che voleva salvare nei suoi valori originari assieme alla cultura dell’Europa». Ma come giudicò se stesso, a posteriori? Si pentì? «Riconobbe i suoi sbagli, certo, e ci sono i frammenti poetici della vecchiaia a dimostrarlo: “Ammettere i propri errori senza perdere la rettitudine”… “Un uomo che cerca il bene e fa il male”. Ma senza rinnegare se stesso o il fascismo in quanto tale, perché non era affar suo. E neppure poteva ritrattare la sua convinzione che il fascismo, allora, andasse bene in Italia, restando in fondo convinto di aver fatto una cosa giusta: era stato il primo a capire il dramma, sociale e culturale, al quale avrebbe portato una certa economia…».

«Nei suoi ultimi dieci anni di vita — conclude Mary de Rachewiltz — non parlò più con nessuno, e con noi familiari appena il necessario. Ora, siccome per la legge americana chi sta muto si dichiara innocente, quel silenzio poteva essere interpretato come una dichiarazione d’innocenza. Ma pentirsi di errori di giudizio non significa rinnegare. La realtà era più complessa: mio padre si era reso conto che non riusciva a farsi capire. “Il silenzio è la voce di Dio”, mi disse il prete di San Giorgio dopo aver celebrato il suo funerale. Evidentemente, se continuano a fraintenderlo, quella sua lunga pausa non è bastata».

incontro tra Mary de Rachewiltz e Marzio Breda
Corriere della Sera, 1 Aprile 2010

“Finestra”, inedito di Paolo Ferrante


Finestra
Paolo Ferrante

Asfalto a ponente
e intanto le antenne
a sfidare
in un coito
le sgraziate
nuvole preziose,
scompaiono
i nei
dalla tua schiena
infinita:
Cassiopea, Eridano,
Gran Carro.

Il sorriso
della tua piega
a riposo
si fa largo
al tocco… aspetta.
Compare
più sotto
una timida alba ricciolina

Paolo Ferrante.
Nato il 7 novembre del 1984 in provincia di Lecce, Paolo Ferrante esordisce come poeta nel marzo 2006 pubblicando online la raccolta di poesie Gerogrammi sulla rivista musicaos.it. Dal gennaio 2007 è membro dell’associazione culturale “C-Arte” con la quale opera realizzando reading poetici e performance artistiche. Su internet è conosciuto con lo pseudonimo di Evertrip, ed è webmaster all’indirizzo www.evertrip.tk, nel quale sono raccolti i blog di musica e poesia.

Recensione de “Le commedie del buio”, primo libro di Paolo Ferrante.

(foto, Eridanus da Uranometria)

Viaggio per altri versi 2: Verso sud


“Tango” di Paola Scialpi, inaugurazione sabato 24 aprile a Lecce


ITINERARIO ROSA 2010 – Comune di Lecce
Laboratorio di ricerca sull’Arte Contemporanea – Lecce
Overecoitalian digital media news release

Presentano la personale di pittura
Tango di Paola Scialpi

Dal 24 al 30 aprile 2010 presso l’Ex Conservatorio S. Anna, via Libertini – Lecce

Inaugurazione/Evento
sabato 24 aprile ore 18,30
con la performance di Tango Argentino del maestro Pino Belgioioso

In un periodo di crisi globale l’artista Paola Scialpi ha voluto realizzare qualcosa di estremamente bello, ludico e gioioso: “Tango” è il titolo della sua personale di pittura, dove presenta venti opere dedicate al più sensuale ed elegante dei balli, ovvero il tango argentino. In queste opere non c’è posto per l’essere maschile spesso relegato in secondo piano, proprio mentre risuonano le note della danza e mentre una donna archetipo della leggendaria Eva si serve del tango per sfoderare le sue “armi” migliori in fatto di seduzione. Una gamba tornita che fa capolino tra le balze di una gonna rossa o una scollatura ardita e generosa, la fanno diventare vera e indiscussa protagonista di un percorso di seduzione che rifuggendo da baluardi di fumose rivendicazioni, conquista l’uomo che si lascia morbidamente trascinare nel vortice ritmato della passione. L’artista torna alla leggerezza con i suoi colori che da anni la caratterizzano, il bianco, rosso e nero che sembrano rappresentare perfettamente le atmosfere del tango argentino, regalandoci dunque prospettive nuove e spesso inconfessabili della natura femminile

Orari: /\10.00-13.00/\17.00-20030/\

Comunicazione a cura di Overeco – italian digital media news release

Esce “Gli incendiati”, romanzo di Antonio Moresco.


Un uomo “completamente infelice”, nauseato dal mondo e dall’esistenza, prende la macchina e parte senza una meta. Si ferma in una località di mare, in un grande albergo, dove si nasconde e, come un insetto, spia la vita delle famiglie, delle persone in vacanza. Fa caldo, il mare è oleoso, l’atmosfera viscida e appiccicosa, l’afa genera piccoli incendi lungo la costa arida. Ma una notte scoppia l’allarme: un incendio gigantesco si avvicina, le fiamme incombono, i villeggianti fuggono dall’albergo. Così il protagonista, che riesce a mettersi in salvo su una collina da dove può rimirare lo spettacolo terribile del fuoco. Ma si sente osservato, si gira. Dietro di lui c’è una donna meravigliosa, che gli dice: “Guarda… ho incendiato il mondo per te!”. E, subito dopo: “Vuoi bruciare con me?”. Un istante ancora, e la donna è scomparsa. Comincia un’ossessione, un inseguimento, un romanzo d’amore rovente e incalzante come un film d’azione.

Antonio Moresco da “Il primo amore”:

E’ una cosa che non avevo previsto e che è nata per un’improvvisa e incontenibile urgenza, mentre mi stavo preparando a gettarmi per molti anni (se mai li avrò) nell’impegnativa impresa che mi aspetta: il terzo, vasto romanzo che chiuderà l’orbita cominciata con Gli esordi e proseguita con Canti del caos.
Oggi, a tre giorni di distanza dalla data d’uscita di questo piccolo libro alieno, leggo la risposta di Roberto Saviano alle dichiarazioni di Berlusconi su Gomorra, allucinanti e gravi. Sono completamente d’accordo con Roberto ed esprimo la mia solidarietà a lui ma anche alle persone che, all’interno della casa editrice, hanno svolto in questi anni un lavoro onorevole e hanno agito in libertà pubblicando libri coraggiosi e buoni. Negli ultimi tempi, dopo avere peregrinato tra vari editori, ho pubblicato alcuni libri in case editrici del gruppo Mondadori. Per quanto mi riguarda, posso dire che nessuno ha mai cercato di limitare la mia libertà né le mie opinioni, di scrittore e di uomo.
Spero che le persone che lavorano all’interno della casa editrice riescano a difendere il lavoro che hanno degnamente svolto e le scelte fatte in questi anni e che sia così anche nel futuro. In caso contrario, se la Mondadori e il suo gruppo diventassero un luogo militarizzato, io -per quel poco che conta- non ci potrei più stare.

Il mio romanzo si intitola Gli incendiati e comincia così:

«Allora ero completamente infelice. Nella mia vita avevo sbagliato tutto, fallito tutto. Ero solo. Lo avevo capito di colpo, in una notte di forte pioggia in cui non riuscivo a dormire, e ne ero rimasto annientato. Non c’era libertà intorno a me, non c’era amore. Solo aridità, asservimento, vuoto, vita che sembrava morte.
Il paese dove vivevo era fottuto, tutto il mondo era fottuto. C’erano solo delle strutture che lottavano le une contro le altre per succhiare ciò che restava del midollo del mondo. Tutta la vita era sotto la cappa della morte. Uomini e donne perpetuavano la menzogna dell’amore. Andavano in giro inalberando i vessilli dei loro volti morti. Sbadigliavano esageratamente, per strada, guardare dentro le loro bocche spalancate era come affacciarsi a una latrina piena di merda morta.
Mi ero separato da tutto e da tutti. Avevo troncato ogni legame. Mi ero gettato il mondo alle spalle. Se ero solo, meglio essere solo da solo. Ero uscito di strada, ero deragliato. Inutile raccontare dov’ero finito, le cose che ho fatto. Non sono tenuto a dirlo. Il tempo cambiava, la luce cambiava. Ma io non vedevo niente. Mi muovevo come un sonnambulo in una foresta di corpi morti.

Era arrivata l’estate. La città dove vivevo si cominciava a svuotare. La gente caricava al buio le auto e fuggiva. Ma io non sapevo dove andare. Non avevo voglia di niente. Camminavo sui marciapiedi dall’asfalto molle per il caldo e provavo solo la vertigine di essere solo da solo invece che in mezzo agli altri, dopo che mi si era aperta la mente e avevo capito come stavano veramente le cose.
Di notte restavo con gli occhi sbarrati nel buio, non riuscivo a dormire. Arrivavano solo, di tanto in tanto, degli improvvisi momenti di sfuocamento e di assenza, che non erano veglia e non erano sonno, come degli svenimenti da cui mi svegliavo di soprassalto, col cuore in gola.
Una mattina, dopo una notte passata sveglio, svenuto, ho riempito alla rinfusa lo zaino, ho rastrellato nel cassetto i luridi soldi che avevo guadagnato negli ultimi mesi, sono salito in macchina e sono improvvisamente partito.»

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Interessantissimo l’accenno di Antonio Moresco all’orbita incominciata con “Gli esordi” e proseguita con “Canti del caos”, a loro volta bilogia terminata in trilogia e pubblicata con Mondadori dopo l’edizione Feltrinelli/Bompiani. Un’opera complessa, quindi, che si definisce in corso come “grande terna” che a sua volta contiene pezzi non assoggettabili a questo procedimento. Onestamente siamo stufi delle trilogie, di ogni genere, specie se imposte dall’alto; quindi (sempre) meglio un’opera come questa che scava, lenta negli anni, al di là del bene e del male.

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Gli incendiati

Cesare De Marchi a Lecce, Sabato 17 Aprile


Sabato 17 Aprile, presso la libreria Gutenberg (Via Cavallotti 1) a Lecce, presenterò insieme all’autore, Cesare De Marchi, il suo ultimo romanzo “La vocazione”, edito da Feltrinelli.

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Luigi Martinotti lavora in un fast food. Frigge patatine, ma in realtà la sua vocazione, vivissima malgrado l’interruzione degli studi universitari, è quella dello storico. Su un tavolo della Biblioteca comunale consuma tutte le ore di libertà, ricostruendo e interpretando eventi del passato. Ci sono momenti in cui riesce addirittura a distinguere, quasi fosse una visione, l’incontro fra Attila e papa Leone. È riuscito anche a elaborare una teoria storica, secondo la quale i mutamenti della società sono il prodotto di una terribile “insofferenza dell’insicurezza”, che spinge gli uomini, cambiando continuamente, a inchiodare il mondo in un presente immobile e rassicurante. Anche la quiete apparente di Luigi Martinetti obbedisce a questa legge. La sua sensibilità, sospesa tra aspirazioni intellettuali e esposizione al fallimento, si lascia contaminare dall’imprevedibilità dei rapporti umani, ivi comprese l’intensa relazione sessuale con Antonella, cameriera del fast food, e l’inspiegabile tenerezza per il figlio di lei. Solo l’amico Giuseppe estroso insegnante affetto da una malattia genetica che lo getta in ricorrenti crisi depressive – riesce a tenere accesa la sua vocazione e a comunicargli una sorta di profonda serenità. Quando il fallimento come storico è definitivo, la sua mente vacilla.

“La vocazione”, Cesare De Marchi, Feltrinelli, ISBN: 9788807017940

“Pali”, di Spiro Scimone. Recensione di Patrizia Caffiero


Up patriots to arms, engagez-vous,
la musica contemporanea, mi butta giù

(Franco Battiato)

Al Testoni di Casalecchio di Reno, ho visto stasera Pali.

Con quattro attori, una recitazione efficacemente gridata (a ogni personaggio è riservato un diverso modo di emettere la voce che lo caratterizza), in modo da aggirare il pericolo di qualsiasi birignao, l’ottimo testo di Scimone analizza l’oggi.
Fotografa, registra la realtà, l’Italia. Con riferimenti dettagliati al presente, descrivendo persino il premier in modo diretto, pur senza nominarlo.
Allude al precariato. Accenna all’impotenza dei sindacati, racconta la quasi definitiva scomparsa delle lotte sociali dopo il crollo del principio della solidarietà (stringersi la mano, darsi la mano).

Il rimando pasoliniano è evidente nella splendida scenografia di Fiori, di cui fanno parte gli attori stessi come cinèmi di un’installazione/performance.

La scena è citazione (di una citazione) della crocifissione della Ricotta; a Pasolini si pensa anche per la scelta dei personaggi , i non vincenti del sociale, simboli di tutti gli altri marginali che sopravvivono nellìinterzona dei Nuovi Poteri; la Bruciata ricorda la serva di Teorema, salva grazie al suo mantenuto legame con una fede cristiana arcaica (il formidabile tormentone Padre, ascoltalo!)

Di più: il pensiero di Pasolini sottende eticamente tutta la sceneggiatura, si evince da un’apparentemente innocente battuta dei dialoghetti, ripetuta due volte dall’operaio Senzamani. E’ la risposta all’evocazione da parte della credente Bruciata di un redentore, di qualcuno che risolva la situazione e trasformi il fango in oro.

– Si deve fare da soli- esclama Senzamani.

Vengono in mente i decennali, ormai, leit-motiv degli intellettuali di sinistra, la loro attesa di una figura nuova, che redima palingeneticamente il paese; dimenticando che proprio a loro dovrebbe spettare il lavoro di restituire un senso.

Pasolini aveva più volte ripetuto che la rivoluzione si deve fare da soli, citando Sciascia; e Scimone conosce bene quell’affermazione, che può suonare come segno di disfatta e presa d’atto dell’assenza di un deus ex machina ideologico; ma letta al rovescio, è anche un manifesto, un annuncio di resistenza ad oltranza.

Si deve fare da soli, o in pochi, si deve fare e si fa con un piccolo gruppo, per esempio con questa compagnia che ha vinto anche il più prestigioso premio teatrale italiano, l’Ubu 2009 come Migliore Novità Italiana.

Chi rifiuta di mangiare merda, di piegare la testa in spersonalizzanti impieghi con disumanizzanti orari di lavoro si rifugia sui pali, solleva il proprio punto di vista e riconosce in chi si arrampica sui pali i propri alleati.

Oppure incita altri a issarsi su altri pali rimasti liberi. Il palo definisce la ricerca di una propria identità che va costruita senza il supporto dei tralicci delle ideologie e strappandosi dalle influenze esterne/interne omologanti.

Con un passaggio astratto il supporto ligneo che dava origine alla croce di Cristo, vissuta nella carne dalla Bruciata e dell’operaio ferito si trasforma in un simbolo quasi totemico di elevazione delle coscienze, che evoca la tentata liberazione dai condizionamenti di un Italia antropologicamente e socialmente alla deriva.

Bellissimo lavoro.

Patrizia Caffiero

Pali, testo di Spiro Scimone
regia: Francesco Sframeli
con: Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Salvatore Arena, Gianluca Cesale
scene e costumi: Lino Fiorito
disegno luci: Beatrice Ficalbi

La Santa Alleanza


Riprendo qui di seguito un articolo del “Il Manifesto” e ne linko un altro di Panorama del Dicembre 2009 (sembra un secolo) quando Umberto Bossi dava dell”Imam’ al Cardinale Dionigi Tettamanzi

La Santa Alleanza
Marco D’Eramo

Se ci avessero detto che sarebbe stata la celtica e pagana Lega a consegnare l’Italia al Vaticano, non ci avremmo mai creduto. E se ci avessero detto che la Chiesa della Caritas e dei padri comboniani avrebbe applaudito il partito della caccia all’extracomunitario, nemmeno a questo avremmo mai creduto. A dimostrazione della nostra sconfinata ingenuità.
Ma se per Enrico IV Parigi valeva bene una messa, per i cardinali Bertone e Bagnasco un embrione val bene un vu cumprà, alla faccia degli ultimi che diventeranno i primi sì, ma a essere espulsi con foglio di via. Non è facile ingoiarlo, ma una volta accettato questo principio, ci è infine chiaro perché per la curia romana votare a sinistra è più grave che molestare un minore.
Infatti a colpire non è tanto l’arcigno arroccamento del Vaticano sul tema della pedofilia dei preti; e neanche la quasi indecorosa esultanza per i proclami leghisti anti RU-486. No, è la concomitanza: a invocare il sacro diritto alla sopravvivenza degli embrioni è la stessa Chiesa che fa muro attorno ai sacerdoti molestatori. Ed è la stessa destra che ostacola la pillola a difendere i preti pedofili, come si è visto ieri quando il ministro della giustizia ha inviato ispettori contro un procuratore solo perché ha smentito la Curia e ha detto che mai «in tanti anni» è venuta dalla Chiesa una denuncia contro un prete pedofilo. Assistiamo così alla nascita di una nuova Santa Alleanza, come quella sancita nel 1815 dal Duca di Wellington e da Metternich, solo che ora, come tutte le seconde volte, è sancita da Angelino Alfano e Tarcisio Bertone.
È come se la Curia fosse colta dalla sindrome della fortezza assediata. Già una volta nel secolo scorso abbiamo visto a quali disastri ha condotto questa mentalità (nel caso dell’Unione sovietica).
Certo è che in Vaticano non se ne rendono conto: nel resto del mondo la pedofilia ecclesiastica è uno scandalo altrettanto devastante di quello delle indulgenze che suscitò la Riforma protestante cinque secoli fa. La pedofilia ecclesiastica può spazzare via il cattolicesimo da intere aree della carta geografica. Ma che cale? L’importante è riconquistare l’Italia.
E i nostri nuovi machiavelli strapaesani sono pronti a concedere tutto su aborti e pillole, a inondare di euro scuole e cliniche private cattoliche pur di assicurarsi il controllo totale del territorio. Con una bizzarra eterogenesi dei fini: domani a finanziare «Roma ladrona» (o almeno il suo più augusto potere) sarà proprio la Lega. Sembra passato un secolo da quando il giornale dei vescovi se la prendeva col nostro premier: l’Italia val bene una (o più) escort.
Così a noi italiani, padani o non, ci tocca vivere in un paradosso: secondo tutte le statistiche, siamo una società largamente irreligiosa, ma siamo immersi in una cappa clericale; siamo l’unico paese al mondo in cui i prelati dettano legge alla politica quando nel resto del pianeta il cattolicesimo rischia l’estinzione. Per parafrasare un famoso detto di Porfirio Diaz: povera Italia, così lontana da dio, così vicina al Vaticano!

‘Petrolio’ la bomba di Pasolini, di Gianni D’Elia


Il romanzo postumo di Pasolini, Petrolio, scritto tra il 1972 e il giorno della sua esecuzione (nella notte tra l’l e il 2 novembre del 1975), è come una bomba che non è esplosa. È stata disinnescata dal suo delitto, pubblicata diciassette anni dopo, quasi sicuramente monca, con un intero “paragrafo” che è volato via ed è stato fatto brillare altrove, dove i Lampi sull’Eni non hanno fatto rumore, né vera luce.

La bomba di Pasolini era la verità, la sua ricerca del filo nero che dalla morte per attentato di Enrico Mattei conduce alla strategia delle stragi degli anni più bui dell’Italia. Questa bomba socratica, per quanto già piazzata in parte e innescata sul massimo organo giornalistico della borghesia italiana degli anni Settanta, il Corriere della Sera diretto da Piero Ottone, non è mai esplosa in tutta la sua potenza, anche se il sunto del paragrafo scomparso già basta ed è bastato a tanti artificieri della letteratura e della politica, specializzati nella custodia e nel maneggio di esplosivi, per sbarazzarsene in fretta e con protervia.

Petrolio era un grande progetto d’opera, previsto in duemila pagine, di cui ci restano 522 cartelle; mettiamoci altri due o tre anni di lavoro, che uscisse nel 1978, dopo la tragedia patita da Aldo Moro. Lo apriamo, leggiamo: “La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari. (…) La bomba viene messa alla stazione di Bologna. La strage viene descritta come una ‘Visione’”. Da pagina 542 a pagina 546, edizione Einaudi 1992, saltiamo all’indietro, alle pagine 117-18, dove si parla della guerra del petrolio tra Cefis (Fanfani, fisicamente) e Monti (Andreotti, fisicamente). Pubblico, privato, potere, economia politica delle stragi. E Cefis, Eugenio Cefis, viene ribattezzato nella finzione romanzesca Aldo Troya, che “sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti)”.

Cosa sarebbe successo nell’Italia (e nel mondo, date le immancabili traduzioni all’estero) del 1978, alla lettura di queste pagine? E perché, ancora, tanta sordità storica? Quelle prove e quegli indizi che, nel famoso articolo poi ripreso negli Scritti corsari (1975), Pasolini dice di non possedere, li sta raccogliendo nel romanzo: Io so. Da quel 14 novembre 1974, quando esce Il romanzo delle stragi (che il Corriere pubblica col titolo Che cos’è questo golpe?), una settimana dopo l’incriminazione dei vertici del Sismi, il servizio segreto militare, per il fallito golpe Borghese dell’8 dicembre 1970, Pasolini viene lasciato solo come un cane, in attesa che si chiudano i conti col suo dire.

Come in un’orazione di Cicerone o nel teatro di Shakespeare, ecco l’anafora di denuncia del sapere poetico-politico che inchioda i responsabili, gli esecutori materiali, i vertici dei potenti, del Palazzo e del Cane a sei zampe, i fascisti e i neofascisti, che hanno prodotto e gestito le varie fasi di azione e di depistaggio delle stragi in Italia, da Milano a Brescia a Bologna, dal 1969 al 1974, con la complicità dei servizi segreti italiani e stranieri e della mafia. Il testimone-giornalista si affianca all’intellettuale-detective e allo scrittore-romanziere; la sintesi tra il testimone e il romanziere è operata dall’intellettuale, che riflette sul “blocco politico economico” dello stragismo, e che agisce come un investigatore dei delitti collettivi, attestando la continuità del reato di strage: il delitto Mattei, le due fasi stragiste, anticomunista e antifascista, da addossare agli opposti estremismi, prima agli anarchici e poi ai fascisti, per disfarsene dopo averli usati. Pasolini sta continuando da solo la controinchiesta collettiva sulla “Strage di Stato” (edita da Samonà e Savelli, 1970-71).

E proprio in quel famoso articolo, dove dice di sapere i nomi, ma di non avere né prove né indizi (forse anche per mettere le mani avanti e proteggersi in qualche modo dall’isolamento intellettuale e politico che sente e che patisce), ecco la pazzesca allusione sottotraccia all’opera che sta facendo, da romanziere della verità: “Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio progetto di romanzo sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti”. Progetto di romanzo, fatti e persone reali, sta parlando di Petrolio, del suo cantiere del vero e del desiderio imploso, che nel novembre del 1974 è già in stato avanzato; tanto è vero che l’articolo scritto per il Corriere pesca nel romanzo i suoi materiali, correggendo subito nella prosa d’intervento qualche errore, come ho mostrato nel mio libello Il Petrolio delle stragi (Effigie, 2006): le prime bombe sono attribuite agli anarchici, e non ai fascisti, “per creare in concreto la tensione anticomunista”; e la “verginità” che la “cricca dei politici” si devono ricostruire non sarà certo quella “fascista”, ma quella “antifascista”, “per tamponare il disastro del referendum” (sul divorzio, 12 maggio 1974). E lo studio dell’intertesto dimostra la cura dello straordinario giornalista che fu Pasolini.

Pasolini sta addosso alla prima P2, e l’articolo più famoso pesca proprio dal sunto del capitolo scomparso, Lampi sull’Eni, che egli aveva certamente già scritto, come risulta a pagina 97 di Petrolio, nonostante tutte le negazioni degli eredi e dei curatori: “ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato Lampi sull’Eni, e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria”. Era la battaglia di Laura Betti, la nostra. Dunque, chi ha sottratto questo capitolo, ora annunciato e passato per le mani della mammola Marcello Dell’Utri? Ancora un lupo palermitano, condannato per mafia e amico di piduisti al governo, sulla strada dello scrittore assassinato; quasi una nemesi al contrario della bibliofilia. Gira voce che un antiquario abbia visto il dattiloscritto di questo capitolo sparito dalla sua sede, dopo il delitto di Pasolini, ma che non sia disposto a confermarlo in pubblico; per la Mostra del Libro Antico, che si è chiusa a Milano il 14 marzo, ora Dell’Utri ha parlato di una cassa di un istituto in cui sarebbe stato conservato; e c’è un’altra voce, raccolta da un giovane ricercatore, sempre di un antiquario o consimile, che risale però al 1980, che confermerebbe di avere visto Lampi sull’Eni nella cassaforte di una banca.

Lì si raccontava la storia mista e ambigua della Resistenza bianca e repubblicana, di Mattei e di Cefis che erano nella stessa formazione in Val d’Ossola, che Pasolini sposta in Brianza (che profezia del futuro!), dei contatti di Cefis con gli americani, di soldi e di armi, della sua carriera e del suo scandalo, e infine del delitto di Mattei, sostituito alla guida dell’Eni proprio da Cefis, un anno dopo il suo allontanamento dall’ente petrolifero nazionale, dopo l’attentato del 27 ottobre 1962.

Il giudice Vincenzo Calia, dopo dieci anni di indagini, ha archiviato il caso il 20 febbraio 2003 presso il Tribunale di Pavia, provando l’attentato ma dichiarando il muro del segreto politico italiano. Come il giornalista De Mauro e il giudice Scaglione, l’uno sparito per sempre il 16 settembre 1970 e l’altro ucciso per strada a Palermo il 5 maggio 1971, Pasolini indagava su Mattei, attirato anche lui dalla calamita delle rivelazioni di Graziano Verzotto, ex uomo dell’Eni di Mattei in Sicilia ed ex capo democristiano, senatore e segretario regionale, nemico di Cefis.

Calia ha svelato per primo l’altra fonte scritta di Petrolio, il libro al veleno di Giorgio Steimetz (alias Corrado Ragozzino): Questo è Cefis, l’altra faccia dell’onorato presidente, pubblicato dalla Agenzia Milano informazioni nel 1972, finanziata da Verzotto, già presidente dell’Ente minerario siciliano in guerra con l’Eni di Cefis. Pasolini aveva letto questo libro, introvabile e fatto subito sparire dal terribile Eugenio, ricevendolo in fotocopia da Elvio Fachinelli, che aveva pubblicato alcuni discorsi di Cefis sulla sua rivista L’Erba Voglio.

Secondo due appunti segreti del Sismi e del Sisde scoperti da Calia, Cefis aveva fondato la loggia P2 per poi passarla al duo Gelli-Ortolani, per paura, dopo lo scandalo dei petroli, tra il 1982 e il 1983. Era questa la bomba di Petrolio?

Dunque, Pasolini aveva capito forse troppe cose, non solo del delitto Mattei ma anche delle stragi di Stato, di cui quel delitto è la prima pietra, o forse la seconda, se la strage di Portella della Ginestra del 1947 è la prima, fino alla strage di Bologna del 1980 e alle stragi di mafia del 1992-93, tra azioni omicide, falsi e depistaggi abnormi. Commemorando il quarantennale della strage di Milano del 1969, recentemente il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha detto: “Continuare a cercare ogni frammento di verità”.
Cefis è morto nel 2004, Verzotto è vivo e malato. Dopo tanti decenni, ci aspetteremmo dalla classe politica e dalle istituzioni ben altro che un invito al frammento.
Ci aspetteremmo l’insieme della verità sulle stragi e sui tanti delitti politici collegati, seguendo il rifiuto di Pasolini contro la separazione dei fenomeni:
1) togliere il segreto di Stato dal 1947 ad oggi;
2) fare una legge semplice, di un articolo: chi ha fatto parte degli elenchi segreti della P2 e ha tradito la Repubblica, sia interdetto in perpetuo e decada dagli incarichi pubblici.
Pasolini è morto nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975

“La fabbrica del mondo” di Luigi De Luca


La realtà, indipendentemente dal ‘modello’ filosofico impiegato nella sua estrinsecazione, altro non è che una serie di immagini differenti che si stratificano, si creano e vengono distrutte davanti a noi. Non esiste quindi un Mondo, bensì differenti mondi che si intersecano e con cui ogni uomo si trova a fare i conti, se si intende la sua singolarità come incrocio di queste complementarità. Le differenti immagini e i differenti modelli sono quindi restituiti a seconda che l’approccio sia quello del lavoro, della storia, dell’economia, della comunicazione di massa, dell’arte, della scrittura, e così si potrebbe proseguire all’infinito. Tanto per fare un esempio, alcune sfaccettature di un sottosistema della cultura, quale può essere quello della letteratura, sono incomprensibili a chi ‘sposi’ altri modelli; così come accade d’altro canto che fenomeni mass-mediatici vengano assurti a fenomeni culturali e fenomeni economici. Questi sono soltanto alcuni dei temi che trovano trattazione e spunto in questo bellissimo saggio che ‘si legge come un romanzo‘, nella misura di una trattazione piana e dal taglio divulgativo di un argomento affascinante e, di norma, relegato agli studi degli specialisti. Luigi De Luca nella presentazione che si terrà venerdì prossimo a Cursi sarà affiancato da Pier Giorgio Giacchè, Giovanni Albanese, Silvio Maselli e da Cosimo Lupo, il tutto con la moderazione della giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno, Gloria Indennitate; un’occasione per approfondire il pensiero di un autore che – come vicepresidente dell’Apulia Film Commission – si trova quotidianamente ad affrontare il legame tra la cultura e i suoi luoghi, tra il fare mondi e interpretare gli stessi.

La fabbrica del mondo
Politica ed Economia della Cultura
nell’Epoca della Globalizzazione

di Luigi De Luca

Venerdì  9 aprile alle ore 19, presso l’ex fabbrica tabacchi di Cursi, verrà presentato il libro La fabbrica del mondo. Politica ed economia della cultura nell’epoca della globalizzazione (Lupo editore), di Luigi De Luca. Nel corso del dibattito, moderato da Gloria Indennitate (giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno), interverranno alla presenza dell’autore:

Pier Giorgio Giacchè, antropologo;
Giovanni Albanese
, artista e regista;
Silvio Maselli
, direttore Apulia Film Commission;
Cosimo Lupo, editore.

Fabbricare mondi, attraverso le arti, la letteratura, la scienza, il pensiero, è la pulsione propria degli uomini. Parte da questa constatazione lo studio di Luigi De Luca che, nelle pagine del volume, analizza il contesto storico e la genesi del processo creativo, attraverso una ricerca che mette a confronto, oltre ai capisaldi, la letteratura più aggiornata sull’argomento ma anche la personale esperienza dell’autore, che da oltre vent’anni opera nel campo della cultura e delle istituzioni. In questo saggio, edito da Lupo editore, la narrazione intreccia storia sociale ed economica, politica e cultura, mettendo in scena attori e variabili che, a prima vista, potrebbero apparire in conflitto tra loro. Per questo motivo, La fabbrica del mondo è un “serbatoio di conoscenze” dove fonti specialistiche e nuove prospettive costituiscono gli ingranaggi di una ricerca che, a partire dal Rinascimento e sino ai nostri giorni, pone sotto una lente d’ingrandimento la natura della creatività, i mondi reali o possibili che prendono corpo nelle opere degli artisti, nei copioni teatrali e cinematografici e, in particolare, nella rete dei nuovi media. In anni di forte “spaesamento” e decadenza, in cui città ideali e biblioteche hanno ceduto il passo a cyber spaces, De Luca in questo primo lavoro si interroga sulla funzione etica dell’arte e sul ruolo dell’intellettuale negli anni della globalizzazione, in cui “disordine” e “metastasi mediatiche” sembrano prendere il sopravvento sui contenuti. Eppure un nuovo umanesimo è possibile ne La fabbrica del mondo, un saggio capace di appassionare come un romanzo e di parlare a un largo pubblico, non solo di addetti ai lavori.

L’autore

Luigi De Luca si è laureato presso l’Università degli Studi di Bologna con una tesi in semiologia dello spettacolo ed ha iniziato la sua carriera professionale come organizzatore teatrale per il Teatro Pubblico Pugliese di cui, successivamente, ha ricoperto la carica di membro del consiglio di amministrazione fino al 2006.
È stato responsabile dell’ufficio cultura  e dirigente del servizio politiche giovanili, integrazione e pace della Provincia di Lecce.
Dal 2000, è  direttore dell’Istituto di Culture Mediterranee per il quale ha curato diversi progetti di cooperazione culturale oltre alla rassegna di arte, musica, cinema, teatro, letteratura, Salento Negroamaro, dedicata alle culture migranti.
É anche vice presidente della Fondazione Apulia Film Commission e componente della Consulta Territoriale per le Attività Cinematografiche. Ha rivestito per lunghi anni l’incarico di assessore alla cultura e sindaco del comune di Cursi, in provincia di Lecce dove tutt’ora vive.

La fabbrica del mondo, politica ed economia della cultura nell’epoca della globalizzazione è il suo primo saggio.

Haiducii (Homo homini pitbull), excelsior 1881


Haiducii (Homo homini pitbull) di Tommaso Labranca
excelsior1881

Arrivati in Italia dalla Romania interna, i Petrescu osservano incantati il paradiso delle merci che li circonda e la facilità con cui possono accedervi tramite finanziarie capestro. Ma è una felicità fugace perché la loro vita è uno slalom tra prepotenze di ogni tipo e conti che non tornano. Haiducii è narrato in maniera destrutturata, in una serie di capitoli ambientati in anni diversi, a volte nel passato o in un futuro improbabile, e con un finale inatteso, non è un romanzo buonista: è l’espressione diretta di quella guerra tra (finti) poveri propria del nostro tempo e che qualcuno in Francia ha definito con l’espressione “homo homini pitbull”.

Tommaso Labranca è nato a Milano nel 1962. Come scrittore ha pubblicato tra gli altri “Andy Warhol era un coatto (Castelvecchi, 1994); “Charltron Hescon” (Einaudi Stile Libero, 1999); “Neoproletariato” (Castelvecchi, 2002); “Il Piccolo Isolazionista” (Castelvecchi, 2006). E’ anche attivo come autore televisivo e ha condotto per due anni una particolare rassegna stampa mattutina su Play Radio.

Haiducii (Homo homini pitbull), Tommaso Labranca, ISBN 9788861580909, 10,50 €, 208 pagine, 10,7×18 cm brossura

Vendola ha vinto, è palese.


C’è tutto quello che è stato fatto in questi ultimi anni. C’è la sinistra da costruire, ricompattare, decostruire, reinventare. Ci sono le dimissioni di Fitto sul tavolo. C’è l’elettorato della Poli Bortone che ha superato l’8%. Ci sono le schede elettorali, per fare un nome come un altro, dove i voti erano a Vendola per la regione e poi a qualche altro candidato del PDL nella lista di appartenenza, indice del fatto che a destra alcuni giochi hanno deluso. La speranza che coltivo come elettore è che le persone che ci governeranno continuino a pensare seriamente a chi li ha votati e che non accadano più scandali, che se a destra pesano a sinistra pesano ancora di più. La speranza è che il nostro candidato sappia farsi interprete, ancora una volta, delle esigenze e delle aspirazioni – soprattutto – a una vita migliore in uno dei migliori mondi possibili – la Puglia – con la speranza che il ‘modello Puglia’ diventi un esempio per tutta l’Italia. Il mio è un augurio coltivato nel desiderio che la prossima volta, recandoci alle urne, manderemo a casa il PDL. È difficile ammettere il contrario: il nostro governatore, quando parla, parla alle persone e parla di problematiche reali. Buon lavoro Nichi!

Dante inattuale?


Qui di seguito esprimo un’opinione personale dettata da un unico sentimento, un sentimento forte che cerco di raccogliere in un’unica parola e che posso catalogare soltanto alla voce amore. L’oggetto di questo amore platonico è Dante Alighieri, l’importanza che hanno avuto e che continuano ad avere per me le sue opere si unisce al rammarico per aver letto di questa iniziativa. Vi raccomando di leggere tutto l’articolo in questione, scritto da Aldo Vitale. Che dispiacere! Un dispiacere neanche tanto sottile, soprattutto perché soltanto a chi lo legge Dante può ancora e sempre parlare, soprattutto nelle scuole e non solo, da un passato che è contemporaneo e a un evo che al massimo può definirsi basso, neppure medio. L’immagine è tratta dal Dante dei Fratelli Mattioli, visitate qui il Mirabolante sito. Io penso che in Inghilterra nessuno si sognerebbe di dire che William Shakespeare non andrebbe più insegnato nelle scuole perché il suo linguaggio è antico e non è più recepibile, oppure che “Il mercante di Venezia” offende alcuni religiosi. Chissà, queste cose mi pare possano accadere soltanto in Italia.

I luoghi comuni della letteratura. Troppi editori?


Uno dei luoghi comuni che ci troviamo ad affrontare in un qualunque discorso che tocca la realtà letteraria italiana o, per altri versi, l’industria letterario-culturale italiana è quello dell’eccessivo numero di editori e, conseguentemente, di libri pubblicati. È ovvio che non si può leggere tutto. È altresì ovvio che non si può leggere tutto non solo di ciò che si pubblica, ma nemmeno di ciò che ipoteticamente ci potrebbe piacere in base ai nostri gusti, nel mare sconfinato di ciò che si pubblica. Troppi editori, troppi libri? A volte è una scusa per mettere da parte il nostro criterio di giudizio. Come dire che leggendo il menù di un ristorante diciamo che non c’è nulla di buono perché c’è troppa scelta. So già cosa pensate, che il campo è così vasto e il meglio si mescola così spesso al peggio che scegliere diventa sempre più difficile. Come fare? Basta orientarsi con onestà utilizzando alcuni semplici criteri, sì, quali? Ad esempio, in ordine sparso, la coerenza del catalogo, l’impostazione grafica, gli autori, le tematiche e altro ancora a seconda dei propri gusti. La mia opinione è che bisogna scavare, come con tutte le cose, per trovare il gioiello nascosto, la perla, il diamante nella miniera di parole – per usare una metafora cara a un’amica scrittrice. A che cosa servirebbe altrimenti tutta la nostra presupposta preparazione di lettori, scrittori, acquirenti, recensori, critici, cosiddetti “forti”? A cosa servirebbe se non per scovare ciò che potrebbe ‘restare’ nel mare magnum delle pubblicazioni? Ecco perché ogni tanto scriverò qualche articolo sul tema “i luoghi comuni della letteratura”, per circostanziare opinioni personali con esempi pratici. L’editore di cui scrivo in questo articolo è specializzato in letteratura lusofona, si tratta di “Cavallo di Ferro“. Il romanzo che suggerisco si intitola “Il sussurro della donna balena“, l’autore è Alonso Cueto.

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«Il Sussurro della donna balena» è il rincontro di Veronica e Rebeca, vecchie compagne di scuola, venticinque anni dopo l’interruzione della loro segreta e strana amicizia. Veronica è sempre stata bella e di successo: ha un buon lavoro come giornalista di un importante quotidiano e ha una famiglia. Rebeca, al contrario, obesa ed emarginata da tutti fin da bambina, col tempo è diventata sempre più amara, solitaria e grassa. A distanza di un quarto di secolo, e dopo aver ricevuto una straordinaria eredità che l’ha resa ricchissima, riappare nella vita di Veronica. L’amicizia e i dolori del passato ritornano in modo struggente, ma tra le due si ristabilisce fin da subito l’antica gerarchia tra la brutta adorante e la bella che concede solo il minimo. Quando la persecuzione di Rebeca si trasformerà in una vera a propria ossessione delirante, Veronica cercherà una via di fuga che porterà le due donne a una drammatica, commovente e indimenticabile resa dei conti.

Il sussurro della donna balena, Alonso Cueto, Pagg.240, anno 2008, € 15,00, 14 x 21 cm, ISBN: 9788879070430

“L’inverno dell’alveare” di Devis Bellucci


A due anni di distanza dal suo primo romanzo, La memoria al di là del mare (Giraldi Editore), l’autore modenese Devis Bellucci torna alle stampe con L’inverno dell’alveare (AEB Editrice), un’originale favola di formazione ricca di metafore e abilmente tessuta. In una società che termina la propria esistenza con l’arrivo dell’inverno, si snodano le vicende di una giovane esploratrice incapace di accettare il proprio destino. Tormentata dalle domande, vola attraverso i prati in cerca dei “diversi”, i figli delle altre società capaci di superare l’inverno. Solo loro potranno indicarle che cosa siano neve, gelo ed oscurità, in modo che da permetterle di costruire una casa nuova, “che l’inverno non porti via”. “Ho scelto il linguaggio della favola”, spiega Bellucci, “per poter parlare in modo semplice a tutti, giovani e adulti. Il punto di vista, nel racconto, è quello di un’ape azzurra, mentre i diversi, spesso guardati con diffidenze dalle altre api, sono gli uccelli migratori, le lucertole, le spighe di grano, le acque di un torrente”. I personaggi della storia, senz’altro uno dei suoi punti di forza, vengono dipinti in modo sempre diverso: ora surreali, come la cavalletta festaiola che teme l’inverno del cuore e se ne infischia di quello del mondo, ora tragici, come il grande albero dalle quattro foglie che vive nel terrore di seccare. Nell’insieme, l’inverno da superare diventa metafora di un viaggio al di là del sentire comune, dove i limiti oggettivi non sono altro che invenzioni della nostra cattiva volontà. Idealmente dedicata “a chi disubbidisce con saggezza per essere un bravo esploratore”, L’inverno dell’alveare è un inno al valore dell’insegnamento e del dialogo, commovente e poetico, in cui la fervida creatività dell’autore modenese raggiunge un ragguardevole traguardo.

L’autore

Devis Bellucci è nato a Vignola nel 1977. Ha studiato fisica all’Università di Modena e Reggio Emilia, dove si è laureato e ha conseguito il Dottorato di Ricerca. Viaggiatore on the road, ha partecipato a campi di volontariato in diversi paesi, tra cui l’Albania, l’India e il Brasile. Appassionato di fotografia, ha raccolto i suoi lavori secondo due percorsi, “Il colore della terra – Impressioni di viaggio” e “Il colore delle stelle – Le strade del pensiero” in parte pubblicata on_line. A fine 2007 è uscito “La memoria al di là del mare” (Giraldi Editore), il suo primo romanzo. Attualmente è assegnista di Ricerca presso il Dipartimento d’Ingegneria dei Materiali e dell’Ambiente dell’Università di Modena e Reggio Emilia, dove si occupa di biomateriali.

“Nel segno della pecora” di Murakami Haruki


Einaudi pubblica in una nuova traduzione “Nel segno della pecora” di Murakami Haruki. “L’uccello che girava le viti del mondo” è il mio preferito, uno dei più bei libri che abbia letto. Colgo l’occasione datami dal titolo per segnalare un altro bel libro scritto da un autore giapponese, Matayoshi Eiki: “La punizione del maiale” (Il Maestrale). Il libro di Eiki è ambientato a Okinawa, estremi confini del Giappone meridionale, nel racconto iniziale un ragazzo al primo anno di università e tre bariste partono per un’isoletta dell’arcipelago in cerca di un utaki, bosco sacro della religione locale, per liberarsi dalla maledizione scatenata su di loro dall’irruzione di un maiale nel bar. Esempi dell’importanza che rivestono gli animali nella vita religiosa e quotidiana degli orientali.

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«In una semplicissima newsletter, un giovane agente pubblicitario inserisce la fotografia, in apparenza banale, di un gregge: uno degli animali, una pecora bianca con una macchia color caffè sulla schiena, suscita tuttavia l’interesse di un inquietante uomo vestito di nero, stretto collaboratore del Maestro, un politico molto potente i cui esordi si perdono nel torbido passato coloniale giapponese. Al giovanotto viene affidato l’incarico – ma si tratta in sostanza di un ordine – di ritrovare proprio quella pecora: unico indizio, la foto in questione, ricevuta per posta dal Sorcio, un amico scomparso da anni.
Accompagnato da una ragazza con le orecchie bellissime e dotata di poteri sovrannaturali, attraverserà tutto il Giappone sino a raggiungere la gelida regione dello Hokkaido, vivendo una vicenda mirabolante e al tempo stesso realistica nella descrizione di luoghi e circostanze.
Considerato l’esordio letterario di Murakami, Nel segno della pecora introduce molti dei temi cari all’autore: la solitudine dell’uomo, l’arroganza e lo strapotere della politica, la nostalgia per l’atmosfera esaltante degli anni Sessanta, la passione per il rock e il jazz, l’irrompere del surreale nella prosaicità della vita quotidiana. Un romanzo che ci trasporta in uno di quegli scenari onirici che nelle storie di Murakami fanno da cassa di risonanza ai nostri dubbi e alle nostre ansie più profonde».

Antonietta Pastore

Murakami Haruki, Nel segno della pecora, 2010, Supercoralli, pp. 298, € 19,50, ISBN 9788806193362 (Traduzione di Antonietta Pastore)