Tutti gli articoli di Musicaos Editore

Musicaos rivista di letteratura dal 2004, dal 2014 Musicaos Editore. Leggere migliora. Salento, Puglia, Italia.

FONDOVERRI 5 e 6 novembre 2010. Per filo e per segno. Viaggio nella memoria di voci inaudite.


Fondo Verri
Presidio del libro di Lecce

Iniziativa promossa dalla Regione Puglia – Assessorato al Mediterraneo
in collaborazione con l’ Associazione Presìdi del libro

Venerdì 5 novembre e sabato 6 novembre 2010, alle 20.30
Nomen Omen presenta
Per filo e per segno
Viaggio nella memoria di voci inaudite

5 novembre
L’archivio sonoro e i derivati teatrali
Inaudito.org presentazione dell’interfaccia poetica insieme ad Antonio Rollo – artista e autore nuovi media – e letture alchemiche tratte dai racconti d’archivio, con la voce di Maira Marzioni e le atmosfere sonore di Giancarlo del Vitto.
Mutiduani proiezione del video documentario della performance teatrale con Ippolito Chiarello.

6 novembre
Cinema, psicoanalisi ed arte culinaria

L’Inaudito” proiezione del film documentario di Elena Ghigas e Corrado Punzi.
A seguire Buffet psicomagico a cura del cuoco artigiano Lorenzo Bertelli. Il menu: Vino rosso rosso; Formaggi locali; Pane di lievito madre; Uova; Noci; Quiche con erbe spontanee; Focaccia alle erbe aromatiche e formaggio; Fegatini; Castagnaccio. Lorenzo Bertelli, nasce a Livorno 25 anni fa, amato attraverso il cibo sin da bambino, dopo una laurea in Scienze per la Pace all’Università di Pisa, ha deciso di riamare attraverso l’usoartigiano delle mani che lavorano la materia. Cuoco all’osteria Vyno a Livorno e all’ Hotel Risorgimento di Lecce, attualmente sperimenta connessioni per riportare la cucina alla vita. Ingresso gratuito.

Info e contatti: tel. 3278830322,
nomenomen@inaudito.org – link: www.inaudito.org

Ass. Cult. Fondo Verri
via S. M. del Paradiso 8 Lecce info. 0832.304522 fondoverri@tiscali.it

Vivere e morire a Gaza nell’esordio di Federico Ligotti


Vivere e morire a Gaza nell’esordio di Federico Ligotti.

Parola di Dio. Kalimat Allah” (Lupo Editore, pp. 64, €16), è il titolo del romanzo con cui esordisce Federico Ligotti, giovanissimo autore che vive e lavora a Roma. Si tratta di un’opera d’invenzione narrativa che gioca una carta d’azzardo – come in ogni esordio che si rispetti – quella di presentare in prima persona una vicenda narrata da un ragazzo palestinese che abita nella Striscia di Gaza, il tutto ambientato nel periodo degli attacchi aerei di Israele (2008), tristemente noti per l’utilizzo delle bombe al fosforo; una realtà forse tra le più fraintese e sulla cui comunicazione all’esterno dell’area geografica di interesse si gioca una delle più difficili partite della diplomazia internazionale. Nel 1998 trascorsi un periodo di studio di un anno in Germania, nella città di Saarbrücken. Una delle cose che ricordo di più di quel periodo è l’effetto dell’improvviso contatto con la cultura araba a me totalmente sconosciuta fino ad allora. Feci amicizia con due ragazzi più grandi di me, più che trentenni, che si sarebbero laureati in biologia marina e ingegneria, Ammar e Ramsey. Ramsey studiava ingegneria, così mi sembra di ricordare, e durante il periodo di vacanza dai corsi universitari andava a lavorare nelle fabbriche della Mercedes, riuscendo a tirare su quasi ventimila marchi in tre mesi, altri tempi. Ammar proveniva dalla Striscia di Gaza, apparteneva a una tribù/famiglia che contava allora più di dodicimila componenti. La descrizione della loro vita a Gaza era anni luce distante da quella che avevo vissuto io, fino a quel momento. Finché non conobbi qualcuno che era nato e vissuto lì, per me la Striscia di Gaza era una metafora politica. La prima cosa che appresi fu che un arabo, una volta che ti ha conosciuto, ti spiegherà il suo mondo e la sua fede – così è scritto – molto più esaustivamente e con più dovizia di particolari rispetto a un cattolico. L’intento non è quello di convertire, semmai quello di farti conoscere una realtà, così non potrai mai dire che non sapevi com’era la loro religione. La seconda cosa che imparai è che la moneta di scambio della profonda ospitalità di questi popoli ha il ‘verso’ del suo ‘recto’ nell’impegno a insegnare frammenti della propria cultura, disseminandoli come grani di rosario nei discorsi più comuni. La vita della maggior parte degli arabi o degli israeliani non può prescindere dalla religione di appartenenza e dalla vita nei luoghi sacri del monoteismo planetario. Così imparai che esistono luoghi del mondo dove la religione, anche per i laici, riveste un ruolo importantissimo. Lo stesso non avviene per la religione di stato cattolica in Italia, al di fuori della quale si può sopravvivere senza troppi scossoni per ciò che riguarda la praticità della vita quotidiana. Ecco perché ho provato una grande sorpresa quando ho letto la prima versione del racconto che sarebbe diventato il romanzo d’esordio di Federico Ligotti, fino a un anno fa intitolato “Storia di Kamil”. Per tutta la durata della lettura mi tornavano alla memoria i racconti della Striscia di Gaza che i miei due amici mi avevano tramandato. Il ricordo, la memoria visiva, il racconto di chi ha visto con i propri occhi, sono elementi importanti che rendono una narrazione vivida; il romanzo di Ligotti fa i conti con una realtà difficilissima e riesce a trasmettere la stessa sensazione di chi ha vissuto di persona la complessità della realtà palestinese.
La convinzione di chi scrive è che nella natura storica e geografica di questi luoghi si sia annidato, fino a oggi, un profondo senso di inadeguatezza nei confronti della pace affrontata come massimo sistema. In Palestina, in Israele, nei territori occupati, nelle zone di confine, esistono sacche di integrazione culturale e lavorativa che sfuggono a noi occidentali, la pace tra Israele e Palestina inizia sul posto di lavoro, nei bar, nell’integrazione domestica così come ci viene raccontata in questo romanzo. “Un arabo che si accompagna con un’ebrea è una miscela pronta a far saltare in aria qualsiasi cuore pompato di ortodossia” (p. 13), ecco cosa accade nel romanzo di Ligotti, dove un medico israeliano, il più bravo nel suo campo, è amico del ragazzo palestinese. Presto ci accorgeremo delle conseguenze cui questa sfrontatezza può condurre. “Parola di Dio. Kalimat Allah” è un romanzo che scrive di un’urgenza storica permanente, e lo fa in modo documentato.
Ci sono diversi livelli di lettura in quest’opera. C’è quello delle illustrazioni di Boris Colorblind (pseudonimo della brava Chiara Verdesca). Fanno parte della narrazione, si affiancano alla storia, viene in mente Joe Sacco, il disegnatore maltese naturalizzato newyorkese, autore di “Palestine” (pubblicato in Italia da Mondadori). Ed è come se si dovesse accettare il fatto che una realtà simile, per essere raccontata degnamente, abbia bisogno delle immagini, di un racconto iconografico che viaggi parallelo a quello scritto. Le parole sono sufficienti, è vero, il dramma palestinese infatti è qualcosa che esiste sempre, indipendentemente dal fatto che ne leggiamo oppure no. Eppure è troppo facile accantonare, rimuovere. Esistono fatti all’ordine del giorno in Palestina, così assurdi che se non ne avessimo una testimonianza fotografica/giornalistica nulla resterebbe nella cronaca. Tanto è vero che Federico Ligotti, oltre che scrittore, ha in comune con Joe Sacco la professione di giornalista. Poi c’è il livello sul quale si assesta “Parola di Dio. Kalimat Allah” come romanzo d’esordio di Federico Ligotti. La scrittura di Federico è visiva, tattile, olfattiva, e non risente delle ridondanze e degli eccessi che spesso troviamo negli esordi, anzi in certi punti è quasi verista; il lettore in cerca di ammiccamenti può voltare pagina, cambiare libro, andarsene; è un po’ come se qualcosa della scrittura giornalistica, soprattutto l’ossessione per la descrizione cruda degli stati emotivi, fosse passato nel testo. Il racconto da cui ha preso origine il romanzo, comparso quasi due anni fa su alcune riviste online (Musicaos.it, Terranullius), è stato emendato, riveduto e corretto, fino a occupare una sessantina di pagine. Poche potrebbe dire il lettore, per un romanzo. Il fatto è che l’editore Lupo ha adottato un formato particolare, un quadrato di venti centimetri di lato con una ‘gabbia’ più grande rispetto a quella di un comune tascabile. Il risultato è un libro con rilegatura rigida che, con il titolo “Parola di Dio”, ricorda quasi visivamente i testi del catechismo che la scorsa generazione (compresa la mia) conosceva bene. Questo particolare ‘packaging’ fornisce un’ulteriore discrepanza tra la forza di questo romanzo e l’apparente innocuità con cui si presenta al lettore, che imparerà invece quanto difficile e quante implicazioni ha, nella vita di un ragazzo palestinese, la fede. Gaza, un nome che gli occidentali sono abituati a collegare a episodi di guerra e cronache di sangue, un nome che in “Parola di Dio. Kalimat Allah” si ricollega invece alla quotidianità di una vita familiare, poetica: “Gaza di notte mi piace davvero tanto. Un occidentale la definirebbe uno “spettacolo”. La mia città la notte cambia i contorni, si abbellisce con il buio, probabile che l’oscurità le aggiusti le rughe, confonda le crepe e uniformi le misure e i colori delle case” (p. 27). Le parti in cui viene fatta un’esegesi parodica del Corano, senza alcuna blasfemia, ci fanno capire quanto sia difficile nella nostra epoca essere moderni restando ancorati alle proprie radici, soprattutto in una condizione di sopravvivenza estrema come quella che viene raccontata. A un certo punto il romanzo acquisterà una dimensione metanarrativa, è il modo che l’autore ha escogitato per far uscire la storia narrata dalla dimensione dell’invenzione per farla entrare con prepotenza nella realtà di una “faction”, storia d’invenzione calata nel tessuto di un pretesto storicamente attuale e veritiero. Federico Ligotti riesce così a farci percepire la sua vicinanza al tema trattato, rendendosi parte di uno di quei piccolissimi brandelli di realtà esplosa, dalla pagina alla storia, nelle macerie di una biblioteca che raccoglierà i resti di questa vicenda così intensa. “Parola di Dio” è un esempio concreto di scrittura che sa mescolare con le giuste dosi il reportage narrativo alla storia romanzata, un romanzo che si accompagna a un messaggio di pace, senza retorica, con stile.

Luciano Pagano
articolo pubblicato su “il Paese Nuovo” di oggi

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“Se l’altro sta a sud”. Andrea Aufieri recensisce “È tutto normale” sul numero 3 di Palascìa.


Nel 2010 la Lecce della fiction cinematografica e letteraria si è (finalmente?) confrontata con il tema della diversità di genere. Avete presente la scena di Mine Vaganti (F. Ozpetek, 01 Distribuition) in cui il padre del protagonista Scamarcio, Ennio Fantastichini, trova posto in un bar del centro storico e sente su di sé, perché se ne preoccupa, lo sguardo e lo scherno dei vili concittadini? Anche il romanzo È tutto normale di Luciano Pagano narra della crisi dell’alta borghesia, “leccese per caso” bisognerebbe dire qui, sorta di evoluzione di classe del ‘ppoppetu’ di bodiniana memoria, con altrettanto evolute meschinità, sempre e comunque distaccate da quelli che dovrebbero essere i problemi quotidiani del paese reale. Insomma il pastificio della famiglia Cantone impastato da Ozpetek o il caseificio della famiglia Donini allattato da Pagano non sono poi troppo distanti dal parlamento italiano. Digressioni a parte, quello che sarà sempre il vantaggio della letteratura, o almeno dovrebbe (che con la tecnologia non si sa mai) è che al posto di vip e starlette prezzolate dai particolari anatomici inconfondibili, ogni lettore ha a disposizione tanti milioni di cast quanti le sue sinapsi riescono a trarne dal libro. Ne risulta che invece di costruire allegre macchiette, per esempio, l’autore regala al suo pubblico una galleria di personaggi complessi di tutto rispetto. E ancora sul potente mezzo letterario gioca principalmente Pagano, alla sua seconda prova “ufficiale” con il romanzo, dopo aver esorcizzato in qualche modo il suo mestiere in Re Kappa (Besa,2007). Chi è Kris, ospite a sorpresa annunciato dal figliol prodigo Marco, di ritorno fresco di laurea presso la villa di famiglia, sulla cui persona speculano Carlo, padre di Marco, e Ludovico, suo compagno? Marco avrà finalmente accettato la presenza di Ludo al posto della madre Eleonora, morta durante la sua infanzia? E l’orientamento sessuale del padre avrà influito sulle relazioni e le scelte del figlio? E il paese che dopo vent’anni è ancora sarcastico sulla relazione tra Carlo e il suo compagno, troverà una catarsi nelle nuove generazioni?
È tutto normale è il racconto di una giornata, che con i suoi intrecci, i flashback, la sovrapposizione di più piani narrativi, concerta le vite dei personaggi che si trovano a interagire. Potrebbe essere letto tutto d’un fiato eppure prende il tempo giusto, quello che ci vuole, e le parole più adatte, per un’interazione multisensoriale con il lettore e il sentimento di un bambino, di un innamorato, di una donna che affronta una nascita sapendo di andare incontro a una morte. E che serra improvvisamente i ritmi della narrazione, impenna. Una lucida passione e una disordinata follia, come si converrebbe nel Salento perché “Questa terra è particolare”, e come l’immaginario collettivo vorrebbe le donne, “visibili e invisibili”, come recita la dedica iniziale di questo libro.

Dallo Chic al Conformista, si può guarire prima del 2013?


Dallo Chic al Conformista, si può guarire prima del 2013?
articolo comparso sul quotidiano “Il Paese Nuovo”  di Giovedì 22 Ottobre e Venerdì 23 Ottobre

Siamo entrati da qualche settimana nel cuore dell’autunno, passata la vendemmia ci prepariamo all’arrivo del vino novello. Primi freddi e primi starnuti, ma soprattutto primi raffreddori; la nonna diceva “mai scoprirsi ai primi caldi né coprirsi ai primi freddi”, una regola da rispettare non soltanto per quanto riguarda l’alternarsi del caldo e del freddo sul display del termometro digitale. Con l’avvicinarsi del freddo si comincia a temere l’arrivo dell’influenza, quella che l’anno scorso ci ha risparmiati come genere umano, pronti come eravamo all’estinzione, o almeno così dicevano i media. Ci sono due virus, tuttavia, che colpiscono con frequenza tutta la popolazione, soprattutto di sinistra; due virus che prima del 2013 dovremo cercare di neutralizzare per non rischiare di estinguerci. Si tratta di due ceppi virali noti “Conformismo” e “Radical-Chic”.
Ci sono due testi – uno per ogni ceppo del virus – di cui vorrei discutere per affrontare l’argomento e suggerire agli studiosi una via alla possibile guarigione, si tratta di due testi in apparenza distanti, scritti cioè da due autori che non possono essere assimilati per semplicità o semplificazione. Si tratta di Fulvio Abbate e Massimiliano Parente, il primo autore del pamphlet “Sul conformismo di sinistra” (2005, Gaffi Editore), il secondo autore del più recente “La casta dei radical chic” (Newton Compton Editori, 2010). Mi sono avvicinato a questi due testi senza preclusioni di sorta (entrambi gli autori sono tra i miei scrittori preferiti), spinto dal semplice motivo, di ispirazione nietzscheana, che non c’è niente di peggio per favorire la corruzione di un giovane che stillare il pensiero che bisogna fidarsi di chi la pensa come noi e diffidare di chi non la pensa come noi. Ho pensato, “e se il conformismo e il radical-chic si fossero annidati, in questi anni, negli interstizi ideologico-sociali della sinistra?”.
Massimiliano Parente, in un suo articolo di recente comparso sul quotidiano “Il Giornale” (LA SINISTRA E LA DESTRA ITALIANE SONO DI DESTRA O DI SINISTRA? E IO? 14 ottobre 2010), evidenzia semplificando, per chi ne avesse bisogno, che in Italia “è di destra tutto ciò che propone Berlusconi, è di sinistra tutto ciò che si oppone a Berlusconi”. Fulvio Abbate parte da una tesi di fondo, la sinistra nasce programmaticamente per abbattere il potere, “decapitare il re”, e instaurare al suo posto un nuovo ordine. Essa è principalmente, “un (nuovo) ordine”. Tuttavia dalla rivoluzione all’ordine il passo è meno che breve e sono tante le tappe di un viaggio che, soprattutto i giovani degli anni settanta, secondo Abbate, hanno perduto. I quadri della FIGC degli anni settanta, a suo parere, non hanno compreso l’importanza della questione giovanile, trasferendo sui propri figli gli stessi strumenti critici e gli stessi modi di loro, padri. Le colpe dei padri possono ricadere sui figli che, tuttavia, non ne sono colpevoli. I padri possono rinnegare i figli ma non può avvenire il contrario. “Senza né rabbia né incanto. La mancanza di discontinuità dai padri non promette niente di buono.”
Abbate presenta esempi che dovrebbero aiutarci a capire che cosa, oggi, è ‘di sinitra’, uno di questi è quello di Carla Bruni: alla domanda: perché Carla Bruni è di sinistra? Segue una dettagliata risposta: “lo è intanto perché è elegante, molto elegante, poi perché canta quelle sue canzoni d’autore, le canta accompagnandosi con la chitarra, si tratta di canzoni raffinate, acustiche, e non quell’altro genere commerciale inglese e americano che non si capisce nulla, tanto che sembrano tutte la stessa cosa, le canta fac+endoti sentire lo spirito dell’esistenzialismo, le cave, Saint-Germain-des-Prés, e non la televisione, (“schifo, la televisione!”) semmai il cibo macrobiotico, le tisane, un bel viaggio in Provenza dove ci stanno le cicale, magari a Ramatuelle sulla tomba di Gérard Philipe, Carla Bruni è una compagna perché la sinistra ama le belle cose, ama le buone letture, l’eleganza, ma quella vera, sobria, misurata, sia chiaro… Radical-chic, direbbero altri, con un termine insopportabile fin dal primo giorno della sua messa in uso linguistica”. Ed è proprio su questo termine così orrido per Abbate, “radical-chic”, che Massimiliano Parente farà ruotare il suo libro, raccogliendo e ampliando una serie di articoli comparsi nell’anno precedente, sempre sulla testata “Il Giornale”.
Fulvio Abbate, nel suo pamphlet, annota come l’utilizzo di un’informazione distorta sia un punto cruciale nella creazione del conformismo di sinistra. Inizia tutto negli anni Settanta. Prendiamo ad esempio un numero della testata “Amica”, nel quale per un rilancio pubblicitario si utilizza l’immagine di una donna che con lo spray rosso dipinge una grande “A” – la ‘A’ di Amica appunto – su un muro. La stessa ragazza con il giornale in mano viene ritratta allo stesso modo di Aldo Moro, così come lo riporta la nota foto scattata nel covo dei brigatisti. L’utilizzo e lo slittamento di immagini ‘politiche’ e/o ‘sovversive’ dovrebbe in teoria portare a comprare a vendere il giornale su un target che Fulvio Abbate definisce come: “un target alto di figlie di papà garantite e viziate, fissate con la schiuma spettacolare, turiste complete della vita. Ma comunque non proprio ottuse. Perché turiste della vita di sinistra.” Tanto è vero che il settimanale prometteva per il numero di apertura nientemeno che un’inchiesta ‘definitiva’ sulla morte dell’anarchico Pinelli. Inchiesta che – manco a scriverlo – non fu mai pubblicata perché con molta probabilità non era mai esistita. Il controaltare informativo del settimanale tipico (ma quanto distante nel taglio editoriale – ad esempio – da un Venerdì di Repubblica?) è costituito dal giornale di partito, “Il Bolscevico”, organo di stampa del PMLI (Partito Marxista Leninista Italiano), chiunque di voi può ricordare i manifesti coloratissimi, gialli e rossi, che invadono tutte le città in concomitanza di ogni turno elettorale. Non si tratta affatto di affondare i denti in un’operazione nostalgia. “Il Bolscevico” ad esempio è anche un sito ricco di notizie e informazioni sull’attività del governo in relazione a quella dei lavoratori. Un po’ come l’effetto-“Lotta Comunista” che ti disorienta con quella ‘allure’ da romanzo fantasy, lo leggi e ti sembra di tornare anni indietro, in un’epoca fantastica, quasi ti aspetti che dal vicolo esca una folla in fuga a tirare i sassi contro le vetrine, così puntuale e allo stesso tempo astorico, per nulla intaccato da quel fenomeno culturale planetario che va sotto il nome di Post-Moderno, percorri il viale principale della tua città di sabato mattina e ti viene offerto solitamente da ragazze e ragazzi stupendi, con la loro sciarpetta e i loro occhiali dalla spessa montatura i secondi, con la gonna corta Desigual e le calze Benetton le prime (è un trionfo della LOGO GENERATION a distanza di dieci anni dalla NO LOGO della Klein), e la prima cosa che ti chiedi è se sembravi così anche tu, rispondendoti puntualmente che al limite a venti anni somigliavi a uno ‘squatter’ di provincia ma mai a una fotocopia rimpicciolita di Fabrizio Bentivoglio o Giuseppe Cederna o Gigio Alberti; la cosa bella è che quando li oltrepassi come fossero fantasmi alle loro spalle ti sembra di vedere le ombre di quei “Nietzsche e Marx” che si davano la mano come cantava Antonello Venditti, solo che non se la ridono i maestri del dubbio perché trenta anni prima almeno erano letti, fraintesi ma letti; e vorresti spegnere la televisione e vorresti che l’appiattimento cerebrale del pianeta Italia scomparisse in un secondo e nel Grande Fratello entrassero di peso Berlusconi e Bersani insieme.
Fulvio Abbate racconta che durante un colloquio con Fausto Bertinotti, definito da “Il Bolscevico”: “agente del trotskismo internazionale”, l’allora leader di Rifondazione presentasse “una certa tolleranza da sua parte verso la setta in questione, una tolleranza di segno più esistenziale che politico, la stessa tolleranza incuriosita che altrove si potrebbe riservare all’uomo-record che ha ottenuto di figurare nel Guinness dei primati per avere letteralmente mangiato, sia pure a più riprese, una vera locomotiva, la scelta dell’oggetto non credo nascondesse un valore simbolico”. La tolleranza e la comunanza sul terreno dello scontro in atto per la libertà dell’informazione sono temi cari a Fulvio Abbate, che dal suo appartamento tiene una rubrica videoweb fissa, un canale di Youtube che si chiama “Teledurruti” (vi consiglio di visionare il video intitolato ‘Perché gli italiani vestono a cazzo’ dove si affronta tra le altre cose l’infausta moda delle polo dal colletto alzato ‘a là’ Lapo Elkann), sul quale ha concesso (accetterà l’invito?) ospitalità a Santoro cacciato dalla Rai. E veniamo al cinema, si chiede Abbate, “Che fine ha fatto la complessità?”; e se lo chiede parlando de “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, quello che secondo lui è un amalgama di cliché che affonda le sue radici non tanto in “Novecento” di Bertolucci, per fare un esempio, (anche esso ‘inondato di retorica’), quanto nella vecchia pubblicità della Barilla dove un uomo e una donna ritornavano con la loro ‘due cavalli’ nella casa dove per primi, da giovani, avevano fatto l’amore. L’incontro del passato con il presente, il distacco e la continuità costituiscono due poli entro i quali si recupera uno ‘spleen’ di sinistra. Tutto bello ma tutto drammaticamente semplice: “Con questo ricatto da scuola dell’obbligo non si va nel migliore dei casi oltre la prima serata”. E forse è lì che si vuole finire, nel concorso di share con Mediaset. Gli esempi che seguono sono molti, e come accade anche nel libro di Parente, “La casta dei radical-chic” (Newton Compton Editori), sembra che non sia possibile presentare una vera e propria teoria, il modo migliore per descrivere lo chic e il conformismo di certi appartenenti alla sinistra è quello di descrivere caso per caso, un po’ alla maniera di Roland Barthes ne “I miti d’oggi”, soltanto che i titolo dovrebbe essere pressappoco “I fantasmi e i mostri della sinistra di oggi”.
Per parlare del libro di Parente prendo lo spunto proprio dalla definizione che dello scrittore da Fulvio Abbate, nella retrocopertina del libro “Ogni tanto salta fuori l’eccezione, salta fuori il Pazzo, l’Incontrollabile, l’Ingestibile, l’Irresponsabile, salta fuori un soggetto come Massimiliano parente, vero talento letterario e perfino umano”. Lui nel suo titolo ci mette il vocabolo “Casta”, il che ci fa capire che ciò che leggeremo non si tratterà di una disamina di sentori e umori raccolti e mediati con proprie riflessioni ma articoli e ‘denunce’ intellettuali, corredate con nomi e cognomi; oltre tutto la distanza (che non è ‘distacco’) generazionale tra Abbate e Parente è interessante per avere due punti di vista, quello dei padri e quello dei ‘figli’ miei coetanei. Quando si parla di ‘casta’ si parla di qualcosa che preme affinché non ci si possa entrare, si parla di circoli chiusi, di salotti, di sguardi che fendono l’aria dal basso verso l’alto. Si parte dal Premio Strega e si arriva alla Biennale di Venezia passando per l’Isola dei Famosi o la Fiera del Libro di Torino. Anche qui l’ironia è sferzante e va a mettere il dito nella piaga di uno dei problemi secondo me più cruciali, ovvero sia quelli della Sinistra che quando è conformista e imita la Destra ci riesce con esiti al limite del ridicolo: “Anche perché a quardarli, i giovani lettori minimum, sono la solita giovenù fighettina e viziata che si sente di sinistra perché indossa un pantaloncino o una gonnellina di Replay da cinquecento euro anziché un pantaloncino o una gonnellina di Prada da cinquecento euro, e legge un libro della Parrella anziché uno di Walter Veltroni, o forse li legge entrambi, e nell’i-Pod ha Vinicio Capossela”. “La casta dei radical chic” è un libro autentico, e leggerlo fa lo stesso effetto della lettura dei libri corrosivi e ancora oggi urgentissimi di Ennio Flaiano o Alberto Arbasino. Ecco, magari accadesse che nel bagaglio di “letture a sinistra” ritornasse a comparire Flaiano! Al libro di Parente è allegato un modulo per la querela, istantanea, attesa, quasi solubile. Seguiamolo in questa discesa agli inferi che è la Fiera del Libro di Torino: “Se vedete un signore pelato vestito di nero simile a un prete ma con la gestualità zen è Alberto Castelvecchi, mentre lo stesso ma in versione trash è Alberto Gaffi Editore in Roma. Se vedete una dark che impartisce istericamente ordini al telefonino è Elisabetta Sgarbi, e pensi al poveretto che dall’altra parte la sta a sentire , molto probabilmente Eugenio Lio, un trentenne suo compagno da poco ‘assunto’, per caso, come editor, secondo la regola delle coppie improbabili che infesta l’editoria italiana”. Quello dell’editoria è il mondo che più maggiormente viene messo a nudo dal libro di Parente. In alcune pagine si percepisce quello strano effetto che fa la lettura dei bravi narratori e giornalisti degli anni sessanta, i nomi li ho citati, che trasformavano il gossip in letteratura, eternando figure e luoghi di un disagio intellettuale.
Sono quindi il Conformismo e lo Chic i mali della sinistra di oggi? La mia opinione è che qualsiasi movimento debba fare i conti con l’immagine di sé che produce. Sono finiti i tempi in cui per veicolare un messaggio ci si avvaleva di icone, perché le icone hanno perso la loro costanza di irriducibilità. Se trenta anni fa poteva avere un senso avere stampata la faccia di Che Guevara su una maglietta oggi quel senso non c’è più, perché nascosta nel mondo c’è una ditta di t-shirt che ha iniziato a produrre magliette con slogan di rivolta sfruttando come acquirenti i ragazzi che si identificavano con quell’icona. Ecco perché i libri, i testi, le opere, quelle vanno percorse per acquistare un senso di ciò che è accaduto alla Sinistra, prima ancora di trovarci a fare i conti con una nuova tornata elettorale che potrebbe presentarsi di qui a due anni oppure essere imminente. La cosa che mi è venuta in mente leggendo questi due testi e cercando di accomunarli oltre il tema che già condividono, era la sensazione che andando in cerca di letture che per ripercorrere uno spirito critico simile a quello, ad esempio, del Pasolini degli “Scritti corsari”, si debba fare i conti con autori che accusano la sinistra di essere conformista e radical-chic. Addirittura autori che pur non riconosciuti dalla sinistra, come Parente, siano critici, in modo evidente, della destra e della sinistra, indipendentemente dal fatto che scrivano su un giornale di destra. Badi bene il lettore, non è mia intenzione avvicinare i due autori summenzionati a Pier Paolo Pasolini, né tanto meno invocare l’esistenza di un presupposto ‘trono’ della critica, oggi vacante. Tuttavia mi preme, e questo è vero, far notare come un sentore – non solo giornalistico, non solo intellettuale – si sia impadronito di una parte dell’elettorato di sinistra che, dati statistici alla mano, non può permettersi una cena fuori alla settimana con tutta la famiglia, ma nemmeno una volta al mese; e allo stesso modo non può permettersi un paio di scarpe nuove al mese, ma nemmeno all’anno; e non può permettersi di acquistare una casa o un auto nemmeno una volta nella vita perché non ha idea di che cosa sia un contratto di lavoro indeterminato; certo non bisogna aspettare che la sinistra dica al suo popolo di rimboccarsi le maniche, sarebbe demagogico; almeno quanto sarebbe rischioso, oggi, andare a chiedere ai nostri opinion leader se hanno letto i “Quaderni dal carcere” di Gramsci. Cosa vuol dire dunque, che lo spettacolo del conformismo è più onesto perché più vero? Forse bisogna avere il coraggio di criticarsi, un coraggio così forte da sconfiggere il desiderio di condividere con il prossimo la propria ragione; avere il coraggio di rintracciare la moda nei modi. Jean Paul Sartre incominciava una delle sue opere più importanti “L’essere e il nulla” con queste parole: “Il pensiero moderno ha realizzato un notevole progresso col ridurre l’esistente alla serie di apparizioni che lo manifestano”. Ecco, se ai nostri politici chiediamo tramite un voto che si occupino in profondità dei nostri problemi, a noi ne spetta la conoscenza approfondita degli stessi e spetta anche cercare di capire, dalla superficie, dalle piccole cose, quanto c’è di vero o falso nei nostri comportamenti, prima che la critica della ragione politica diventi un capitolo della critica del costume.

http://twitter.com/lucianopagano

Lidia Are Caverni recensisce “È tutto normale” su MondoEditoriale


Kris: sarà una ragazza o un ragazzo? Il dilemma tormenta Carlo e Ludovico, compagni di affetti e di vita, mentre attendono il ritorno di Marco, figlio di Carlo a cui entrambi fanno da padre, al suo ritorno a casa dopo il conseguimento della Laurea in Architettura che l’ha tenuto lontano per molto tempo.
Il dilemma si protrae per i tre quarti del romanzo e avvince il lettore: Ludovico che vorrebbe Kris un ragazzo per trovare un proseguo alla propria omossessualità e Carlo che invece vorrebbe il figlio, nato dall’amore eterosessuale per l’indimenticata moglie Eleonora morta dopo un mese dalla nascita di Marco, legato a una ragazza.
Il romanzo, di quasi trecento pagine, scorre in continui rimandi che scavalcano il tempo: Eleonora, Marco piccolissimo, l’inizio dell’amore con Ludovico che si insinua come un cuneo fra i due giovani sposi, il rifiuto del padre di Carlo – Ettore Donini – di fronte all’unione sopraggiunta dei due uomini, l’attesa di Kris, Marco che vive il suo tormento non potendo rivelare alla ragazza, perché di tale si tratta, la composizione della sua inconsueta famiglia.
I temi dei rapporti umani sono trattati dall’autore con semplicità: “E’ tutto normale” fa dire a Ludovico, compreso il difficile crescere del bambino a cui la società non perdona la stranezza in cui si trova a vivere, con una madre che appare sempre lontana e due uomini che appaiono sempre più una coppia.
Marco ama Kris, ma la ragazza che pure appare moderna e anticonvenzionale è in realtà ben lungi da esserlo, porta con sé il gravame di un’educazione rigida e perbenestica e il ragazzo non sa che mentire.
L’azione si svolge in un giorno e una notte e percorre a vasti respiri gli aspetti più reconditi della vita dei tre uomini e di Eleonora, morta da tempo, ma che continua ad esistere con la forza della sua scelta di lasciar vivere il figlio al posto suo.
Marco all’arrivo si lascia prendere dal conformismo, non riesce che a rimandare la soluzione del problema della verità offendendo nel profondo i due padri.
Kris è una ragazza e Carlo ne è felice.
Ma il romanzo ha altre sorprese, altri risvolti che conducono fino alla fine.
Le pagine si susseguono lasciando che le vicende scivolino via tra sospetti che grattano la superficie tra normalità e l’ambiguità del diverso.
Ludovico e Carlo appaiono forti nel loro rapporto collaudato dal tempo, uniti dall’amore per chi sentono come comune figlio, pronti ad aprirsi nel difficile incontro con Kris.
Gli eventi precipitano fino all’ultima pagina in un romanzo, che ha la freschezza che sfiora e scava continuamente legando il lettore ad una trama convincente e compiuta.

Lidia Are Caverni
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su CoolClub di Ottobre/Novembre una mia recensione de “Il bacio del gronco” di Gilles Del Pappas (Edizioni Controluce)


Costantin sbarca in Italia.
“Il bacio del gronco” di Gilles Del Pappas edito da Edizioni Controluce.

Nel 1998 Gilles Del Pappas dava alle stampe per i tipi delle Editions Jigal il romanzo intitolato “Le Baiser du congre”, oggi tradotto per la prima volta in Italia e pubblicato dalle Edizioni Controluce, casa editrice che con questo titolo conferma la sua vocazione, ovvero sia quella di pubblicare una scelta del meglio che offre il mercato della recente letteratura internazionale, con una finestra aperta sulla narrativa di casa nostra. Un po’ come è accaduto di recente con la pubblicazione de “L’oscurità e la luce” di Mayumi Hattori, opera della scrittrice giapponese che Controluce ha pubblicato fuori dai confini nipponici, nella prima edizione europea. “Il bacio del gronco”, questo il titolo del romanzo di Gilles Del Pappas, la cui traduzione è stata affidata a Luigi Ruggeri. Questo romanzo costituisce un caso particolare, una ghiottoneria pergli appassionati del genere noir e non solo. Tanto per cominciare questo titolo inaugura il ciclo delle avventure di Costantin il greco, personaggio che si muove a suo agio tra il porto e la città di Marsiglia, nella apparente tranquillità datagli dalla sua piccola impresa di pesca. Tanto è vero che il romanzo si apre con una scena sobria che invita alla quiete: dopo avere pescato diverse ore, quando l’acqua è immobile come un tappeto d’olio, Costantin e il suo socio, il più anziano e saggio Féfé, stanno per gustare un aperitivo a poche centinaia di metri dalla costa, per suggellare il momento di relax. Ciò che sta per accadere ci metterà in guardia e ci farà capire fin da subito che le storie che seguiranno, e che Del Pappas ha dedicato a Costantin, sono meritevoli di una lettura che accelera l’immissione di adrenalina nel nostro organismo. Una donna bellissima raggiunge l’imbarcazione a nuoto, la sirena si presenta ai due marinai increduli, il suo nome è Juliette; inutile dire che Costantin viene subito catturato dalla sua bellezza. In cambio, tuttavia, c’è da accettare una buona dose di pericolo; dal momento del fatidico incontro la vita di Costantin e Féfé muta radicalmente sul doppio binario della velocità e del rischio. I due vengono coinvolti in una spirale di avvenimenti, con assassini e criminali, poliziotti corrotti e scagnozzi di contorno. Costantin dovrà anzitutto fare i conti con il sentimento che prova per Juliette, più forte proprio nel momento in cui si accorge che è proprio le la causa di tutti i pericoli e gli omicidi che circonderanno lui e Féfé. Dopo esserci affezionati al trio composto dall’autore all’inizio del romanzo eccoci scaracollati per le strade di Marsiglia, in fuga da loschi figuri che non vedono l’ora di mettere le mani su Juliette per farle la pelle. Che sogno sarebbe riuscire a fuggire su un’isola, magari nella vicina Corsica. Le aspirazioni di Costantina una vita tranquilla insieme a Juliette vengono interrotte dalla comparsa dell’ex-moglie di lui, la cinica e bellissima Sophie, acida quanto basta per comparire sulla scena, mettere i bastoni tra le ruote del suo ex-uomo e scomparire…non per sempre. Se questo assaggio non vi basta sappiate che la maestria dei dialoghi e la rapidità di esecuzione hanno reso Gilles Del Pappasun maestro del genere, il ‘polar’, ovvero sia il noir-thriller che vede tra i protagonisti poliziotti pronti a tutto e dalla fedina penale non troppo limpida. Un mediterraneo inedito e una Marsiglia spericolata, rocambolesca, porti sudici e vicoli che si stringono fino a far passare di sghimbescio vecchie Renault L4. Costantin cercherà di incastrare Morandi, il poliziotto corrotto, e a noi nonresterà che seguire i protagonisti fino in fondo, in una storia dall’esito imprevedibile. Del Pappas nel 2002 ha ricevuto un premio dedicato alla sua carriera, il prestigioso “Grand prix littéraire de Provence”. Quello che il lettore potrà augurarsi una volta chiuso il volume è che anche i successivi capitoli di questo viaggio in una Marsiglia così affascinante e pericolosa venganotradotti e pubblicati nella nostra lingua.

Il bacio del gronco, Gilles Del Pappas, Edizioni Controluce, Passage, pp. 223, 978-88-6280-022-8, € 18,00

se volete scaricare l’ultimo numero di CoolClub.it andate qui.

Vincenzo Sparagna recensisce “È tutto normale” su Frigidaire


Vincenzo Sparagna recensisce “È tutto normale” sul numero di Frigidaire (Frigolibri, N. 228, p.18) in edicola a ottobre con Liberazione. Un intervento che sono felice di postare e che per me significa tanto, almeno quanto il significato che questa rivista ha avuto sulla mia spericolata formazione intellettuale. Il romanzo sta viaggiando oltre ogni più rosea attesa (a breve posterò un comunicato sul tema). Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo. Approfitto anche per ringraziare Emma Di Stefano e Regina Resta, che mi hanno ospitato nel loro nuovo format Verbumlandia, che andrà presto in onda su MyBoxTv: essere il vostro ‘numero zero’ mi ha riempito di orgoglio, in bocca al lupo! In questi giorni è partito il progetto Musicaos.it – Gruppo di Lettura, una cosa a cui tenevamo tanto e da tanto tempo, seguite gli aggiornamenti sul gruppo Musicaos.it su facebook, in questa settimana posterò qualcosa sull’argomento. Buone letture!

Luciana Manco recensisce “È tutto normale” sul numero 4 di Salentuosi


La Lupo Editore sa sempre tenere alto il suo nome. Non fallisce un colpo. Anche la bellezza estetica del libro di Luciano Pagano è immediata. Merito dell’illustrazione in copertina, “Evidently Goldfish” di Nicoletta Ceccoli. Una bambina con un pesce rosso al guinzaglio. Rappresentativa forse di ciò che troveremo dentro. L’attesa di due genitori per il ritorno del figlio che ha studiato fuori. Il fatto che il figlio torna, sì, ma non torna da solo. Torna con Kris. Maschio o femmina che sia. E chi l’ha detto che i due genitori debbano essere poi un maschio e una femmina, necessariamente. Potrebbero essere anche due uomini. È tutto normale.
Dovrebbe essere tutto normale. Ed è questo il messaggio che Pagano probabilmente vuole darci: fare dell’eccezione la normalità. L’unico modo per far sì che la diversità possa risultare una qualità, un sinonimo di rarità, non una deformazione dell’esatto, non una discriminante. Sentire normale ogni forma di espressione, di esistenza, di volontà. Sentire normale il diritto alla libertà.
Luciano Pagano è nato nel 1975. Laureato in filosofia, ha pubblicato il suo primo romanzo “Re Kappa” (Besa Editrice) nel 2007. Nel 2008 ha partecipato ed è risultato tra i vincitori del premio Subway Letteraruta. Sempre nello stesso anno è stato tra i vincitori del concorso Creative Commons in Noir, indetto da Stampa Alternativa. Dal 2004 dirige la rivista di letteratura online Musicaos.it (fondata con Stefano Donno).

Luciana Manco
Salentuosi, n. 4

“È tutto normale”, su facebook

“È tutto normale”, prima ristampa! Scarica gratis “Genealogia di Marco”, il prequel


Apprendo dall’editore Lupo che il mio secondo romanzo, “È tutto normale” (pubblicato a inizio luglio), è giunto alla prima ristampa. Con questo post voglio ringraziare i lettori che per primi hanno dato fiducia al mio libro, sperando che si moltiplichino, e insieme a loro lo staff della casa editrice. Per ringraziarvi pubblico qui di seguito in formato pdf il prequel di “È tutto normale”. Chi lo ha letto sa che il romanzo si svolge in un giorno e che protagonista della vicenda è la famiglia Donini, Carlo, Ettore, Marco, Ludovico Carrisi, Eleonora e Kris, insomma, alcuni di voi conoscono questi personaggi che mi hanno fatto compagnia per tanto tempo. Quello che potete scaricare è il racconto di quello che c’è stato prima, chi ha letto il romanzo troverà qualche risposta ad alcuni interrogativi. Chi non lo ha letto può partire qui. Buona lettura.

[cliccate il link qui sotto per scaricare il file pdf]

“Genealogia di Marco” – Luciano Pagano – prequel di “È tutto normale” (Lupo Editore, 2010)

“Pagano, parole contro il muro dell’ipocrisia”. Antonio Errico recensisce “È tutto normale” su Nuovo Quotidiano di Puglia


Pagano, parole contro il muro dell’ipocrisia
di Antonio Errico

Nuovo Quotidiano di Puglia
(15 Settembre 2010)

Frammenti che sono l’espressione di tutta una vita. Perché solo un attimo, solo una parola, un gesto, uno sguardo, un trasalimento, un’emozione, un pensiero che sopraggiunge e svanisce, possono riuscire a dire una vita nella sua irripetibilità. Una vita è sempre oltre e altro rispetto a quello che sembra. Per raccontare una vita bisogna riuscire a stringere quell’oltre e quell’altro. Con questa tensione, con la sfida – ad un tempo temeraria e calcolata – lanciata alla possibilità che ha la scrittura nei confronti del magmatico universo interiore, Luciano Pagano si mette a raccontare la storia di “È tutto normale”, il romanzo pubblicato da Lupo Editore. Racconta cercando continuamente in ciascuno dei personaggi quell’elemento che rappresenta l’unicità dell’esistenza. (“Gli uomini sono uguali in tutto, tranne che nel modo in cui danno l’amore”). L’unicità ha bisogno di parole essenziali: non vuole metafore ma pretende definizioni precise, concluse, definitive. L’irripetibilità – che è il nucleo profondo – si rappresenta attraverso un linguaggio liberato da qualsiasi increspatura, da ogni elemento figurativo. Quello di Pagano rappresenta il risultato di una sintesi estrema delle situazioni e delle psicologie dei personaggi. È incisivo, molto spesso tagliente, non indulge e non indugia, a volte è aggressivo; pochi aggettivi, avverbi rarissimi. È un linguaggio dai movimenti rapidi, dalle svolte che molte volte si rivelano imprevedibili. Attraversa le atmosfere come una pietra di fionda e va a spaccare i vetri dietro cui si nascondono le ipocrisaie del perbenismo e dei pregiudizi. Il linguaggio scava in quello che accade, nella memoria costante e incombente, nell’infanzia. Quando trova il punto che sembra dia origine alle vicende, la radice dei loro sviluppi, allora s’impunta. E mette a nudo. Smaschera, sviscera.
I dialoghi costituiscono un esempio significativo di questo procedimento. Si ha l’impressione che le storie nascano dai dialoghi, che essi siano il perno e il movente, che da essi dipenda il corso delle cose. Nei dialoghi del romanzo di Pagano scorrono sotterranei tutti i sentimenti; di volta in volta si caricano di nostalgia, di passione, di rancore. Sono la condizione linguistica che più di ogni altra – più profondamente, più drammaticamente – segna e nutre la differenza e la distanza non solo tra generazioni diverse ma tra concezioni della vita e del mondo così diverse da sembrare inconciliabili.
È un libro di interrogativi – spesso lancinanti – che restano sempre senza una risposta. La materia ribillente di una condizione di diversità (diverso da chi, da cosa? Soprattutto diverso perché?) contestualizzata nella dimensione del tessuto delle relazioni sociali, non è altro che una delle tante storie che corrono nel mondo e non rappresenta in alcun modo un pretesto di siociologismo, ancor meno di moralismo, meno che mai mezzo e occasione per un messaggio. È una delle innumerevoli metafore dell’esistere. Ora, considerato che la metafora è una costruzione di parole, Pagano dimostra uno straordinario impegno e rispetto nei confronti della parola.
Una sola parola, in questo romanzo, apre o chiude un complesso – aggrovigliato, drammatico – mondo esistenziale. Ci sono parole che diventano sentenza di assoluzione o di condanna; altre che riescono a far emergere il non detto, il rimosso, il celato. Recensendo su questo giornale il primo romanzo, “Re Kappa”, dicevo che Pagano intende dimostrare che la fonte e l’origine della narrazione si ritrovano in un impulso a narrare e in una domanda sul senso e la funzione che assume questa condizione esistenziale. “È tutto normale” si pone come conferma di questa ideologia del narrare.

Nicoletta Scano recensisce “È tutto normale” su i-libri.


Il secondo romanzo di Luciano Pagano, E’ tutto normale, pubblicato nel 2010 da Lupo editore, si svolge tutto nell’arco di una giornata.
Offre uno squarcio sulle riflessioni di un giorno come tanti eppure intensamente condizionato da un’occasione speciale, il ritorno a casa dopo diversi anni del figlio Marco.
I protagonisti del racconto portano a galla le loro intere vite, le esperienze passate e le conseguenze delle loro scelte, come a volerci ricordare che in ogni singolo momento non siamo che il prodotto di quanto abbiamo vissuto. Il titolo dell’opera potrebbe apparire stonato, soprattutto considerando che la coppia di cui si narrano le vicende è composta da Ludovico e Carlo, due omosessuali che nel profondo sud d’Italia hanno allevato un figlio, superando i consueti attriti familiari, le occhiate curiose dei compaesani e la moralità più o meno autentica della cerchia di conoscenze che li ha circondati per trent’anni.
Spiccano anche altre figure, per prima quella di Eleonora, la madre di Marco venuta a mancare precocemente eppure sempre presente;  quella di Kris, il compagno o la compagna (per gran parte dell’opera questo non è chiaro) che il ragazzo sta per presentare ai genitori.
Ci si potrebbe chiedere dunque: che cosa è normale? Questione insidiosa, che certamente l’autore non si prefigge di risolvere. Forse è solo una provocazione, buttata lì per invitare alla riflessione.
Chi ancora non ha letto questo romanzo, non si aspetti un pamphlet pro o contro l’omosessualità: certo, questo particolare aspetto è fondamentale per comprendere le dinamiche e desideri dei personaggi, tuttavia non è un fine, ma un inevitabile mezzo per ricostruire il vissuto dei protagonisti, per entrare in una storia che non vuole essere paradigma ma semplicemente narrazione.
L’autore sembra rifuggire da dettami etici o opinioni marcate, e certo non struttura come fosse un’inchiesta giornalistica l’evolversi della vicenda, ma semplicemente indaga la vita di una famiglia nella sua peculiarità, senza mai alzare i toni e concentrandosi piuttosto sui percorsi psicologici ed emotivi dei personaggi.
Le questioni anche più forti e toccanti della storia appaiono come sfumate, metabolizzate attraverso il ricordo, eppure molto vivide, capaci di offrire al lettore un vero contatto con la realtà dei protagonisti.
Il romanzo regala uno sguardo lucido, capace di raccontare delle vite così come sono; il tutto arricchito da una bellissima copertina (che non guasta mai) e da una folgorante osservazione sulla quarta:”una volta fuori dall’utero ogni uomo è perso“.

Nicoletta Scano
i-libri, 15 Settembre 2010

“È tutto normale” nella famiglia di oggi. Enzo Mansueto su “Il Corriere del Mezzogiorno” del 12/09/2010


“È tutto normale” nella famiglia di oggi
Enzo Mansueto

Se la «famiglia» è stata la pietra di volta nella costruzione retorica dell’Italia recente, il tema scelto da Luciano Pagano per il suo nuovo romanzo è dirompente: l’analisi delle pieghe psicosociali di una famiglia omogenitoriale nel Salento agiato del presente. E la normalizzazione, che un linguaggio misurato e discreto – distante da certa iperletteratura che lo stesso autore aveva praticato – impone al tema, non fa che rendere più eversiva la scelta. Detto ciò, mettiamo da parte ogni aspettativa di trasgressione o esibizionismo da gay pride. Più vicino a certo minimalismo americano (Leavitt?), il romanzo esaurisce il fattore «scandalo» nella scelta del marchingegno narrativo, che sostanzia l’esordio della storia: Marco, laureato in architettura a Roma, torna nel suo Salento, in una ricca villa, dai genitori, per presentare Kris. Nome ambiguo, che non svela, da subito, il genere sessuale del partner. Lo scatto si ha quando apprendiamo che i genitori di Marco si chiamano: Carlo e Ludovico. Esaurito l’accidente narrativo, l’azione del romanzo, introversa e psicologica, si snoda, nell’arco di una giornata, sostanziandosi di feedback emotivamente efficaci, che incidono in noi i tratti dei personaggi. (12/09/2010)

Cento libri (o giù di lì) che mi hanno salvato la vita [1]


“la verità è che la musica mi ha salvato
quand’ero piccolo la musica mi ha salvato
e me ne stavo seduto sul mio prato
ad ascoltare il mangiadischi cantare
Tricarico

È probabile che questa fosse una delle reminiscenze di strofe che mi frullavano nella testa quando mi è venuta quest’idea, abbastanza semplice a dire il vero. A dire il vero è stata colpa di un’amica, nel mezzo del flusso di una timeline su twitter si gira e chiede che qualcuno le consigli un libro da leggere. Non ci penso un attimo, “Sogni di Bunker Hill” di John Fante, John Grande. Lei mi chiede in 140 caratteri (un tweet) di dire il perché a supporto di questo consiglio. Rispondo con altrettanto candore che non c’è un perché, “fidati e basta”. Sono in debito di un consiglio e di qualche altro centinaio di consigli. Ecco, nella critica, a margine della critica, prima dopo e durante la critica avevo bisogno di creare una zona temporaneamente autonoma dove elencare i libri che mi hanno salvato la vita. A dire il vero sono arrivato a 100 in meno di cinque minuti, poi ci sono ritornato su per un po’, alla fine sono 103/104 o giù di lì. Sono certo che altri se ne aggiungeranno. Sono certo che molti ne avrete già letti, alcuni no. Sono certo che molti non li avreste mai voluti leggere né mai vi salterà in mente di farlo. Sarà il pretesto per parlare di tutto, come sempre. Non è la critica che mi interessa (non per questa sezione), anche se di alcuni potete leggere migliaia di pareri ovunque, e di certi pubblicati negli ultimi anni potrete leggere anche qualche mia recensione. Detto ciò, i libri sono quelli, scelte commentabili, opinabili. Magari di qualche autore ce n’è più di uno, e non è detto che sia perché si tratta del mio autore preferito. Magari dei miei autori preferiti ho fatto un po’ di boxe con me stesso fino a sceglierne uno solo, e già questo è un gesto critico. Stefano Salis qualche giorno fa sul Domenicale scriveva che si attende molto dalla critica su internet. Io assieme a quella mi aspetto molto anche dalla franchezza, senza puzza sotto al naso, per restare nei paraggi dello stile e allo stesso tempo del “mi piace” “non mi piace” che tanto vanno di moda. Mi sono anche chiesto se sia possibile fare una selezione, perché forse la mia libreria già lo è, una selezione. Può darsi che l’elenco di questi libri preferiti si estenda un giorno a tal punto da diventare coincidente con l’elenco dei libri che possiedo. No. Non sono tutti preferiti, né tutti mi hanno salvato la vita. Detto ciò. “Sogni di Bunker Hill“, di John Fante. Per imparare la sensazione – chi l’ha provata conosce di che cosa si tratta – di quando si viene remunerati per aver scritto qualcosa. Un’epopea in poche centinaia di pagine, un vero sogno americano a occhi aperti di nascosto da quel sogno che per molti diviene un incubo. “L’ultimo, struggente romanzo di Fante, considerato il suo testamento”. E poi a John Fante piacevano i cani, quindi non doveva trattarsi affatto di una cattiva persona.

“Così, ‘fanculo Los Angeles, le tue palme, e le tue donne con i culi alti, e le tue strade alla moda, perché io me ne vado a casa, torno in Colorado, torno nella dannata migliore città degli Stati Uniti: Boulder, Colorado”. (John Fante)

Roberto Martalò recensisce “È tutto normale” su CorriereSalentino.it


“In amore è tutto normale”
di Roberto Martalò

Con il romanzo “È tutto normale”, Luciano Pagano affronta il tema della qualità dell’amore e, con delicatezza e sensibilità, ci introduce in un mondo di speranze ed angosce.
Dopo la laurea in architettura, Marco torna qualche giorno nel Salento per presentare Kris ai genitori. Questo incontro nasconde però tante insidie: Marco infatti è stato cresciuto da una coppia di omosessuali, il padre Carlo e Ludovico, che ha preso il posto di Eleonora morta poco dopo il parto. I due, vista l’ambiguità del nome Kris, non sanno decifrare l’orientamento sessuale del figlio e vivono questa attesa con differenti stati d’animo e aspettative. Figlia di un pastore canadese sprezzante gli omosessuali, Kris non conosce la vera situazione familiare del suo ragazzo: per timore, questi le ha raccontato la storia di una famiglia normale, con una madre misteriosa e sempre in viaggio.
Il finale più che l’epilogo della storia sembra essere un manifesto sull’amore e un auspicio affinché tutti possano accettare e comprendere ogni sfumatura di questo sentimento perché “l’amore vuole sempre il bene, non è mai cattivo, l’amore ha tanti nomi e tutti i nomi dell’amore servono a distinguere l’amore dal vuoto del nulla che c’è fuori”.
L’autore smaschera le ipocrisie e il bigottismo della società odierna nel voler definire e classificare l’amore come se certe manifestazioni fossero solo una deviazione o una malattia: è così che la credente Kris si dimostra essere la più intollerante dei personaggi sia nei confronti degli omosessuali sia nei confronti delle persone deboli; nonostante ciò, ogni sera prima di addormentarsi prega il Signore per sentirsi a posto con la coscienza.
Pagano caratterizza i personaggi scavando nel loro inconscio, descrivendo comportamenti e modi di essere e di pensare, presentandoceli come se fossero dinnanzi a noi, vivi e reali. Fa tutto questo con un linguaggio diretto e chiaro ma sempre profondo, alternando una narrazione esterna e onnisciente a una interna al racconto, quasi da dialogatore invisibile ma presente.
“I personaggi – afferma Pagano – erano diventati presenze abituali delle mie giornate. È stato bello accorgersi che ciò accade anche nei lettori; l’altra buona impressione che sto ricevendo è quella della ‘lettura veloce’, ho lavorato molto affinché nella versione definitiva restasse solo ciò che ritenevo indispensabile; mi interessava rendere plausibile e quotidiana una dimensione che non a tutti può sembrare tale, anche nel linguaggio”.

leggi qui la recensione di Roberto Martalò

“Sei vite difficili e una briciola d’eternità”, Valeria Raho recensisce “È tutto normale” su QuiSalento di Settembre


la presente recensione di Valeria Raho è all’interno del numero di QuiSalento di settembre, già disponibile in edicola

“Sei vite difficili e una briciola d’eternità”

“A day in the life” cantavano The Beatles. Un giorno nella vita. Una briciola d’eternità, forse. Oppure un arco sufficiente per scoperchiare le falle di una vita coperta da un rassicurante tappeto di menzogne. Come in “È tutto normale”, seconda prova creativa per lo scrittore Luciano Pagano, dove la rincorsa di due albe diventa un campo abbastanza vasto per assaltare castelli murati di falsità e finte fiducie.
La storia prende corpo a Villa Donini, immersa negli ulivi della campagna salentina: nel casale vive una famiglia “regolare”, almeno fino agli anni Settanta, quando era ancora formata dal piccolo Marco, dal padre Carlo, distinto professionista, ed Eleonora, a cui subentra Ludovico ben prima della scomparsa della donna, dovuta ad una rapida quanto folgorante malattia. A distanza di trent’anni, il classico ritorno al “sottomondo”, nel profondo Sud, del figlio neolaureato con al seguito un misterioso ospite da presentare ai genitori, diventa un punto di non ritorno che costringe i protagonisti a fare i conti con il passato, il presente e le proprie convinzioni. In una sorta di zona grigia, giocata su una scacchiera di flashback e considerazioni taglienti come sentenze, forgiate in una lingua sempre nitida, dove ogni vocabolo sembra il frutto di un’attenta selezione, Pagano porta avanti le fila della narrazione che fa di un dubbio sorto intorno all’identità sessuale di Kris, un cavallo di Troia per entrare nel cuore del romanzo.
Nell’opera, edita da Lupo, i personaggi risultano figure a tutto tondo, complesse per i loro trascorsi, di sicuro struggenti, anche se perennemente sprofondati nel desiderio quasi compulsivo di dover, sempre e a tutti i costi, giustificare il proprio statuto, la maternità delle proprie riflessioni.
In molti microepisodi, la “materia familiare”, che ha il suo perno nell’omogenitorialità, è trattata con estrema delicatezza, avvolge il lettore per trasformarsi, solo in apparenza, in una sabbia mobile che dapprincipio non ha consentito ai personaggi di spiccare il volo verso una nuova consapevolezza. In realtà, è “la percezione dell’altro” il punto focale di tutta la narrazione, le gabbie interiori che Marco, Ludovico e Carlo costruiscono nel cammino genitoriale, le aspettative e le menzogne (“è così facile mentire”, ripete spesso Marco) a rappresentare i veri problemi della relazione in questa storia lunga un giorno. Lunga sei vite.

Valeria Raho

Buon compleanno, Bene.


“Non ho un amico che possa raccontare la mia storia,
un amico che mi preceda per evitarmi quelle spiegazioni che m’ammazzano”

Non so se preferisco ricordare tutte le notti e i giorni che ho mandato nel mangianastri la cassetta del “Pinocchio”, oppure “Un amleto di meno” in vhs; non so se preferisco ricordare la meravigliosa serata nel fossato del castello, a Otranto, ascoltando il Dante, con Carmelo Bene che malediceva il frastuono degli applausi. Non so. Mi manca qualche pernacchia in più nei confronti del Potere; mi fanno ridere gli epigoni, che parlano col sedere. Ma di Carmelo Bene so una cosa, so che non mi manca, perché c’è tutto, e per quanto mi riguarda oggi compie 73 anni perché non se n’è mai andato.

C’è un mestiere


C’è un mestiere che non ha tregua, non è stagionale e non ti lascia mai solo. O in pace, che poi è lo stesso. È la scrittura.
La prigione peggiore, scrive Derek Walcott, che è anche uno dei miei poeti preferiti.
Questo post è una nota di servizio estiva, al colmo del solleone, dedicata ai lettori del mio secondo romanzo, “È tutto normale” (Lupo Editore); rispettandone la privacy li ringrazio così:
grazie a Francesca C. per l’incoraggiamento in trincea, tutti gli altri in confronto scompaiono;
grazie a Andrea A., se la mia storia è la tua storia;
grazie a Annamaria C., dubitare mai;
grazie a Giuseppe Z., che mi ha fatto presentare i libri anche quando uscivano autoprodotti dal tipografo;
grazie a Eleonora S.;
grazie a Paola S., per avermi detto che il mio libro non sembra solo un secondo libro, ma qualcosa di più.

L’idea mi è venuta per amplificare gesti che altrimenti, su facebook, resterebbero transitori.

Buona estate.

Stefano Savella recensisce “È tutto normale” su Puglialibre


Una famiglia arcobaleno, oggi, in Italia, può contare su una discreta, ma sempre più fitta, rete di esperienze comuni, su associazioni di riferimento e su studi consolidati per proseguire con serenità, e ovviamente con coraggio, un percorso di educazione e di maturazione dei suoi più piccoli appartenenti. Ma come potrebbe essere stata la vita di una famiglia arcobaleno d’avanguardia, negli anni Ottanta e Novanta, nel tacco d’Italia ancora lontano da divenire ricercato set cinematografico e fucina di talenti, meta di un turismo di massa e gay-friendly benedetto da Ferzan Ozpetek? A tracciarne un ritratto narrativamente ben costruito ci ha pensato Luciano Pagano nel suo secondo romanzo, È tutto normale (pp. 278, euro 15), di recente pubblicato per Lupo Editore. Tre anni dopo l’esordio di Re Kappa e diversi riconoscimenti letterari, oltre a un instancabile attività di blogger sul mondo della poesia e della letteratura con uno sguardo particolare sulla sua terra d’origine nella quale tuttora vive, il Salento, Pagano ha approntato un romanzo completo, muovendosi a proprio agio nelle due durate temporali che vi convivono: le ventiquattro ore (circa) in cui Marco, il figlio, presenta Kris ai suoi genitori, Carlo e Ludovico, e i ventiquattro anni (circa) precedenti in cui al primo e a questi ultimi si aggiunge la figura di Eleonora, la madre.

I numerosi flashback, ampi ma non troppo, anzi incastonati a mo’ di puzzle nel tessuto del romanzo, avvicinano pagina dopo pagina le due vicende, al cui centro si pone la famiglia, arcobaleno come i colori vivi di Villa Donini (il verde del grande prato intorno alla masseria di famiglia, il rosa di una stanzetta di bambino, più tutti quelli delle elaborate pietanze preparate per l’occasione dai padri), di Carlo, Ludo e Marco. Ma la figura di Eleonora non è meno presente dei tre: donna forte e audace, decisa nei suoi intenti anche estremi, e poetessa raffinata e apprezzata con una storia speculare a quella di Eros Alesi, il poeta romano morto a vent’anni nel 1971 e autore di alcune tra le più intense liriche del secondo Novecento italiano. Non a caso è ad Alesi che Kris, arrivata a Roma direttamente dal Canada, dedica la sua tesi di laurea in Lettere. È chiaro allora come i personaggi del romanzo si pongano in un ordine preciso, quasi geometrico, con le due donne a indicare il passato e il futuro di Marco. Laureatosi brillantemente in architettura e con un inizio di carriera già definito, il giovane rampollo di casa Donini deve però fare ancora una volta i conti con l’omofobia, inculcata alla sua fidanzata dal padre di lei, pastore di una setta cattolica di oltreoceano.

Proprio le pagine che ricordano gli episodi di omofobia e di esclusione cui sono stati sottoposti i due padri nella loro relazione d’amore sono tra le più intense del romanzo: la figura arcigna di Ettore Donini, padre di Carlo, ha ad esempio tutti i caratteri del dominus che decide della vita del proprio figlio senza sentire ragioni; e le numerose rinunce a cui Carlo e Ludovico devono far fronte per evitare al figlio troppe domande da parte di amici e insegnanti sono spine di cui è costellata tutta la storia. Ma il romanzo di Pagano non sarebbe stato ugualmente ricco senza le descrizioni del Salento che assurge al ruolo di personaggio silente. La teoria espressa da Carlo, docente di Antropologia, nel libro che sta per concludere sullo studio di iscrizioni rupestri e tracce megalitiche sparse nel Salento, interpretandolo come «terra magnetica», ne è solo una parte. Il resto è condensato in poche parole lasciate cadere quasi per caso: «Questa terra è particolare». Particolare esattamente come la giornata vissuta dalla famiglia Donini (e come la giornata messa in pellicola da Ettore Scola, anch’essa delicatamente dedicata alla tematica omosessuale), e particolare come la famiglia di Marco. Ma pur sempre famiglia.

Stefano Savella

leggi qui la recensione di Stefano Savella su Puglialibre

“Amori senza ipocrisie”, Patrizia Danzè recensisce “È tutto normale” su Stilos


Amori senza ipocrisie

Ama la poesia ed è un eccellente cultore di musica, ma la sua vera passione è la scrittura, alla quale dopo le prime prove di racconti pubblicati su riviste e antologie letterarie, ha dedicato tutti i suoi interessi. Ma Luciano Pagano, nato a Novara nel 1975, e leccese d’origine, ha anche una laurea in filosofia, uno strumento in più per guardare le cose o cercare in modo più complesso ciò che pensiamo di possedere naturalmente. La filosofia, come la scrittura, è per Pagano quel pensiero profondo che si ostina a dare un senso con la parola a ciò che è umano, per amore della conoscenza. Indaga infatti nell’esperienza umana, nel brulicare dei sentimenti difficili come un enigma, il secondo romanzo di Pagano “E’ tutto normale” (Lupo editore, pp. 300, euro 15), una storia “normale” di ingombrante attualità scritta con pacato- a tratti quasi svagato- disincanto. Una storia d’amore e di amori che pone fine al gioco delle ipocrisie mettendo in scena una coppia di omosessuali salentini che sfidando il comune senso del pudore riafferma paradossalmente il valore della famiglia. Una famiglia tutta borghese in cui Ludovico, figlio di un notaio, e Carlo, antropologo ed erede di una importante azienda casearia, superata da tempo la tempesta dello scandalo che ha travolto le loro vite, si ritrovano a fare i conti con il figlio, Marco, nato dalle nozze di Carlo con Eleonora, morta per una malattia incurabile dopo la nascita del bambino. Ne è passato del tempo e Carlo e Ludovico ora trepidano perché sono in attesa di una visita del figlio appena laureatosi in architettura e sanno che il giovane non sarà solo, bensì verrà accompagnato da Kris, una ragazza o forse, chissà, un ragazzo. L’attesa estenuante di sapere come stanno le cose dà al romanzo, peraltro veloce, una tensione funzionale alla sua essenza che la trama intessuta di flashback chiarisce, schiudendosi su un vissuto in cui, se pure lontani dai concetti di Dio e di peccato, ci troviamo in presenza di un mondo complicato dalla presenza di nuove immagini dell’amore che coesistono con conformismi e doveri di famiglia anch’essi vulnerabili e presuntuosi nella loro zelante “onestà”. Pagano scende così negli insospettati abissi dell’infanzia e dell’adolescenza in cui spirito e sensi si smarriscono nei labirinti di desideri ed istinti che dovranno poi rapprendersi in abitudini, costumi, sentimenti, comportamenti, educazione, principi e ancora egoismi, costrizioni, buoni e cattivi pensieri, sacrifici, altruismi. C’è tutto questo, quanto è più normale appunto, nel romanzo di Pagano, che appare meno cerebrale e più maturo di Re Kappa (Besa editrice), con il quale ha esordito; e l’attualità, e la scabrosità, pur interessante della materia finiscono così per costituire solo un dettaglio nel gran mare dell’umanità.

leggi qui la recensione di Patrizia Danzè

134. Riflessioni al margine di un libro a venire.


“Il libro è morto? Viva il libro!” Riflessioni al margine di un libro a venire 134. Scritto a parole è così: centotrentaquattro. Un numero che suo malgrado segnerà una tappa nella storia dell’editoria, così come il 1455 entrò a far parte di questa storia per essere l’anno in cui fu stampata la Bibbia a caratteri mobili di Gutenberg. Spieghiamo meglio. 134 è il numero di ebook che sono stati acquistati negli ultimi tre mesi su AMAZON.COM contro 100 copie dello stesso libro su formato cartaceo. Ogni 100 copie di un ‘hardcover’ (così si chiama la prima edizione a copertina rigida di un libro) sono state acquistate 134 copie dello stesso libro su formato digitale, leggibile con un computer o meglio ancora con un Kindle, il lettore di ebook creato e commercializzato dalla stessa AMAZON. La notizia non ha fatto tremare più di tanto gli editori europei, abituati a rivoluzioni lente e assimilazioni fisiologiche delle novità. Eppure il dato è importante, specie se si considera che oramai leggere un libro su monitor, kindle, iPad, è un’abitudine entrata a far parte del nostro vivere quotidiano. Chi di voi non ha mai scaricato e letto un testo in PDF? Chi non ha mai letto un articolo, una rivista, un bando da una Gazzetta Ufficiale? Finché l’utilizzo era limitato allo sporadico e a file gratuitamente disponibili in rete, nessuno sembrava preoccuparsi. Oggi però qualcosa è cambiato. Da tre mesi, su Amazon.com, per ogni 100 lettori tradizionali ci sono 134 neo-lettori che acquistano un libro appena uscito in versione digitale. Ciò vuol dire che gli americani si sono dimostrati ricettivi nei confronti di una rivoluzione culturale che cambierà l’editoria. Cerco di focalizzare qui alcuni punti che depongono a favore di questo fenomeno. Tanto per cominciare la maggior parte delle persone, soprattutto le nuove generazioni, è abituata a trascorrere molto tempo davanti a uno schermo. Che si tratti di un televisore, dello schermo di un palmare, del monitor di un computer o, per spingersi oltre, un iPod, iPhone o iPad che dir si voglia. Ciò significa che leggere un testo a video per qualche decina di minuti non è un’azione inconsueta come poteva sembrare, ad esempio, una quindicina di anni fa. Inoltre i browser e i programmi di videoscrittura ci hanno oramai abituati alla logica degli ipertesti. Il libro tradizionale racchiude al suo interno una selva di rimandi che il lettore può rendere vitali grazie alla propria esperienza, alla cultura e alla sensibilità. Se avessi letto “Delitto e castigo” a otto anni non avrei mai potuto ‘comprenderlo’. Allo stesso tempo non potrei comprendere un’opera come “Arcipelago Gulag” di Solženicyn a prescindere dal contesto storico nel quale è stata concepita. L’ebook, il libro elettronico, regala immediatamente e a chiunque la possibilità di accedere al testo e all’ipertesto, con la stessa rapidità di accesso del libro tradizionale a chi sia, però, uno studioso. In più la possibilità di disporre di un vasto catalogo, potendoci letteralmente spostare con appresso la nostra libreria, farà di questo oggetto un medium vincente. A questo punto vorrei invitare a una riflessione ulteriore. Di recente Microsoft, la casa produttrice di due tra i software più utilizzati al mondo, ovvero sia Windows e Office, sta puntando le sue energie e i suoi investimenti nel settore del Cloud Computing (cloud = nuvola = immateriale). In poche parole in un futuro che è già presente i computer anziché essere equipaggiati da tutta una serie di programmi cui siamo abituati, quali word processor, fogli elettronici, database, non avrà altro che il programma che serve per navigare in rete, ovvero il browser, assieme al cuore del sistema operativo, ciò che basta per accendere un computer e usarlo da subito. I programmi saranno collocati su un server remoto e da lì basterà accedere a tutte le potenzialità con una tecnologia più ‘leggera’. Si tratta di una tecnologia che esiste già da qualche anno grazie a Google Document. Faccio un esempio. Questo articolo è stato creato, scritto e salvato senza l’utilizzo di nessun Word (o software affine) installato sul mio pc, ma solo collegandomi al mio ‘account’ personale di Google. Se applicassimo la logica del Cloud Computing ai libri otterremmo che questi ultimi (anche le nuove pubblicazioni), un giorno, potranno essere consultati e letti con un lettore (Kindle, Computer, iPad etc.) senza nemmeno il bisogno di scaricarli, senza cioè ‘possederli’. Basterà una password di accesso al sito dell’editore per avere la possibilità di leggere il titolo che desideriamo, apporre dei segnalibri, sfogliare quante volte vogliamo il testo da dovunque noi siamo, a prescindere dal mezzo che stiamo utilizzando per navigare, come se il libro non fosse altro che la pagina di un sito accessibile a pagamento. Ciò costituirebbe una rivoluzione del mezzo che si accosterebbe a una rivoluzione dello stesso concetto di proprietà intellettuale. Non stiamo parlando di futuro, ciò che ho appena scritto è quanto già si può fare con milioni di titoli e riviste presenti su Google Books (tutte le annate di Lif, come anche l’archivio storico del Corriere della Sera è online). Per non parlare dei siti di biblioteche francesi o tedesche che hanno già digitalizzato e messo a disposizione innumerevoli manoscritti e codici miniati. Immaginiamo quindi uno scenario attuale nel quale il libro vincitore del prossimo Premio Strega, ad esempio, sarà consultabile direttamente online, pagandone l’accesso e ricevendo una password utilizzabile quando vogliamo, un po’ come se si trattasse del tesserino magnetico di una biblioteca. Niente libri, niente hard-disk supercapienti da migliaia di terabyte, solo sapere immateriale e immediatamente accessibile. Un po’ come è accaduto con i lettori dvd, che oggi possono essere acquistati a un prezzo di qualche decina di euro superiore al supporto che viene in essi riprodotto, il dvd. Nessuna proprietà estesa a oggetti, ma solo licenze d’uso; sostanzialmente un avvicinamento delle logiche del software a quella che è la modalità di utilizzo dell’opera d’ingegno, fino a poco tempo fa quasi sempre localizzata sul supporto cartaceo di un libro. D’altronde la dicotomia libro-opera non è di molto simile a quella tra software e hardware? Ci avviciniamo al giorno in cui i lettori di ebook consumeranno poco, saranno maneggevoli, permetteranno di leggere un patrimonio accessibile online, a prescindere che si tratti di un libro acquistato oppure no, e nel frattempo c’è chi continuerà ad acquistare libri per il gusto di leggere e possedere un’opera che sia univocamente legata all’oggetto che la contiene. Il mondo sarà forse popolato da foucaultiani archeologi del sapere, in visita a biblioteche storiche? Ma questa è soltanto una delle sfide che attendono l’editoria al varco del prossimo futuro. La seconda rivoluzione si chiama ‘self-publishing’ (autopubblicazione) e pubblicazione on-demand (trad. ‘su richiesta’). LULU è il nome del sito americano, famoso almeno quanto Amazon.com, che da la possibilità a chiunque di pubblicare e mettere in vendita il proprio libro, realizzato in modo impeccabile. In Italia il sito specializzato che è cresciuto di più negli ultimi due anni è IlMioLibro.it. Ebbene, quest’ultimo ha di recente siglato un accordo con il circuito di librerie e punti vendita Feltrinelli che prevede, tramite il pagamento di un abbonamento annuale, la possibilità di mettere in vendita il proprio libro nel circuito più importante di librerie presente in Italia. Quello che deve fare un autore è semplice, dopo avere scritto e impaginato il libro basta caricare il proprio testo online sul sito, metterlo in vendita e usufruire dell’abbonamento. Dopodiché un lettore che voglia acquistare il libro ha davanti a sé tre scelte. La prima, più semplice, di acquistare il libro online, facendosene recapitare una copia cartacea a casa. La seconda, in linea con quanto scritto sinora, è quella di acquistare a un prezzo di poco inferiore l’ebook dell’opera. La terza, affascinante, è quella di entrare in una libreria Feltrinelli e ordinare il libro che verrà stampato su richiesta e inviato nel punto vendita in due/tre giorni, gli stessi tempi che ci vogliono per far arrivare in libreria un testo già edito da un editore. Come vedete questa rivoluzione impone riflessioni non solo al sistema editoriale ma anche a quello della distribuzione, centrando sull’autore la possibilità di veicolare la propria opera, e sul suo essere più o meno noto e seguito da un certo numero di lettori. In Italia i Wu Ming (wumingfoundation.com) sono stati pionieri di questo nuovo sistema editoriale. La loro esperienza è interessante come ‘caso’ anche perché i Wu Ming hanno sempre puntato sulla trasparenza, anche commerciale, delle loro progettualità editoriali. Di recente hanno divulgato il numero di scaricamenti che sono stati effettuati dei loro romanzi. La cosa che si nota subito, cifre alla mano, è la caduta dello spauracchio di ogni editore vecchio-stampo, ovvero sia il terrore che le persone scaricando il libro non vadano a comprare il libro. Le due cose non sono in contrasto, chi legge il libro scaricato desidera proseguire o affiancare la lettura sul supporto cartaceo, “senza spina” come direbbe il mio editore, Cosimo Lupo. Per restare nel nostro ambito cito l’esperienza di Musicaos.it, la rivista elettronica che ho fondato nel 2004 e sulla quale pubblicammo ben tre romanzi elettronici, i quali ebbero diverse migliaia di scaricamenti, oltre che un certo riscontro sulla stampa, cartacea e web. Per chi voglia approfondire le implicazioni di questo discorso e del diritto d’autore, suggerisco invece l’acquisto di un libro proprio da LULU. Il testo si intitola “Perché abolire la SIAE”, l’autore è Salvatore Primiceri, che oltre a essere uno scrittore è anche un editore (Voilier Edizioni). A ciascuno le sue riflessioni, da questo angolo di mondo chiamato Italia, e nella fattispecie Salento, in cui l’editoria e l’artigianato del libro hanno raggiunto vette superbe e continuano a sfornare opere pregevoli. La mia opinione è che i due strumenti, il nuovo e il tradizionale, si affiancheranno per diversi anni, e non per mancanza di prontezza nella ricezione del nuovo, bensì per una scaltrezza propria di ogni lettore, nel prendere il meglio da ogni ambito. Gli editori e il mercato potranno dettare tutte le regole, come sempre, ma al lettore spetterà l’ultima parola.

Luciano Pagano pubblicato su “il Paese nuovo” di Domenica 25 Luglio 2010

Nunzio Festa scrive di “È tutto normale” su Kult Virtual Press!


Marco è il frutto d’una madre che manca. Ma, anche, in contemporanea, di ben due padri. Due uomini che lo cresceranno. E non un padre e un nonno, un papà e uno zio. Proprio, addirittura, due padri. Insomma una coppia fatta da due figure maschili. Che sono stati, tra l’altro, e lo saranno ancora, sia madre che papà: però; perché la mamma del poco coraggioso Marco, protagonista indiscusso, comunque, di “E’ tutto normale” – per colpa d’una malattia (massacrante quanto salvifica), la Eleonora già autrice di versi, morirà senza conoscere a pieno, senza poterlo analizzare quindi, il tradimento del marito, dell’antropologo Carlo. In tutto questo, il passato che non passa proprio, il futuro che s’annuncia molto, persino, più minaccioso di quello che davvero è stato. Dove, infatti, Marco deve tornare a casa, nel Salento, a festeggiare la laurea coronata da un ingombrante regalo dei genitori del fresco laureato. E in mezzo a un viaggio, a dir poco allucinante, per il protagonista del romanzo, che deve viaggiare con la mente e con il corpo accanto alla sua fidanzata statunitense. Che per vizio di famiglia, e non solo, non sopporta gli omosessuali. Proprio da questo, quindi, possiamo dire, il racconto del giovane Luciano Pagano aumenta. Sia di mole che di qualità. Di valore. Dopo che le prime pagine non erano, forse, quell’incipit opportuno ad annunciare la freschezza di scrittura raccontata dallo scrittore nato a Novara. Pagano, superando e superato il difetto delle primissime pagine, spinge nel cuore gonfio gonfio delle vicende. Rendendo amabili soggetti come un nonno che si presenta in forma di fantasma. O accattivanti figure simili, per differenza, alla Kris ragazza del Marco già figlio di buona e più che benestante famiglia. Questa nuova prova letteraria di Pagano, pur se vergata del rumore sospetto del lieto fine, e non s’abbia paura d’anticipare il motivo, è la giusta lettura che dice di sentire da altre angolazioni, oltre al fu valore della sensibilità, argomenti che sanno d’ipotesi, trama a parte, e nonostante la sua importanza oltre che il suo spesso intransigente dettato d’inattesa, di percorsi che possono essere. Su tutto, ovviamente, l’indispensabile approccio, originale finanche, ai temi di genitorialità e, soprattutto, paternità, e all’apparentemente più pulsante ‘tema’ dell’omosessualità. Ma, soprattutto, tutto letterario, nell’idea stessa di soddisfazione e felicità. Luciano Pagano, con “E’ tutto normale”, consegna alla superficie del mercato librario italiano, la profondità di tanta attualità sempre “problematica”. Si vedrà in avanti, infine, che tipo di svolta e/o che genere di continuazione, l’autore, e questo si sente molto, adottato dalla Puglia, vorrà sperimentare.

leggi qui l’articolo di Nunzio Festa
su Kult Virtual Press

Patrizia Caffiero recensisce “È tutto normale” su “Testi appunti note”


La parola d’ordine di questo libro, la chiave non nascosta della narrazione è minimizzare.

Come se fosse il racconto di un racconto.
Ci sono vari spessori di carta, cartoncino o carta velina fra l’autore e i personaggi, fra l’autore e la storia.

Lo stile è accurato; nitidezza e coerenza interna. Il ritmo narrativo tenuto costante dall’inizio alla fine.

L’ambientazione. Mappatura di un Salento non di maniera. Assenza quasi assoluta di descrizioni in un testo pochissimo descrittivo in genere; sfrecciano riferimenti a città o a luoghi come se anche il paesaggio arrivasse alla percezione indirettamente, come se fosse chiamato dopo aver guardato distrattamente dal finestrino di un treno – o guidando un auto.

Anche i fatti della storia nazionale corrono paralleli e sfiorano i protagonisti non sovrastandoli con il loro rumore; decibel un po’ al disopra di quelli prodotti dal ronzio delle mosche nella veranda, nella controra estiva:
“Non si accorge dell’ingresso di Carlo, il giornalista in tv sta dicendo che hanno sparato al Papa”.

La scelta incontrovertibile di Luciano Pagano è quella di un linguaggio sommesso, attutito, limato. Percezione limata. Nessuna idealizzazione del reale, che è citato con nomi e cognomi, con l’entrata nello stile semplice del testo narrativo di lemmi del linguaggio commerciale:
“Per acquistare l’auto con tutte le modifiche sul modello base devi prenotare con due mesi d’anticipo” ;
citazioni di riviste glamour: “Le teorie di Ludovico poggiano su solide basi, pilastri composti da pile di copie di Vanity Fair,Cosmopolitan, GQ, MAX”;
citazioni di canzoni: “La mia classe fu allevata con latte di una capra e del pane di frumento/ a quei tempi per divertimento non avevano inventato il telegiornale”. .
In alcuni momenti il linguaggio diventa esplicito :”Il tuo membro in quei luoghi avrebbe la stessa utilità del piede di porco per uno scassinatore, niente di più che un attrezzo per aprirsi un varco nella vagina”.

Nella grammatica linda del libro si aprono momenti di poesia, come se l’autore se li fosse lasciati sfuggire. Ovviamente, non è così, tutto è strategicamente ordinato, anche quei grumi di caos o lirici che si tuffano ogni tanto nei capitoli.
La prosa minima di Pagano lascia affiorare delle bellissime alghe che riposavano dietro le parole sparate con il silenziatore:

“Parole intermittenti che restavano impigliate nel bosco di ulivi secolari come lacrime cadute dall’alto di cieli solcati da aerei”;
oppure: “Due corpi inerti scaraventati sulla spiaggia del pianeta oblio. Lucertole antropomorfe. Stanche dopo una nuotata.”.
O ancora “Sforzi fatti dalle fibre del suo cuore perché il seme del suo pianto fosse gettato altrove”.

Fioriscono spesso piccole sentenze moralisticheggianti, alcune convenzionali e e insipide, d’altronde i personaggi sono alto-borghesi, mica degli eroi:
“I genitori credono che fare un figlio sia, ad esempio, cercare di fare in modo che cresca bene, istruito e tutto il resto.”
e riflessioni d’altra portata: “Fine delle lezioni. Lo scontro della realtà equivale a quello che potrebbe avvenire fra un lottatore e uno scacchista”.
Notazioni antropologiche:”Una svogliatezza che alla sua età può rivelarsi socialmente irritante se non ridistribuita in società sotto forma di lavoro“.

E’ tutto normale è anche una storia del Salento collegato con vasi comunicanti di altre parti dell’Italia, dove i figli di salentini da decenni affittano casa e studiano prendendo il largo dalla terra coltivata ad ulivi.

Vista dal sud, l’Italia diventa il videogame dove si possono unire alcuni punti con lineetta; i punti sono le università dove i figli di papà e mamma migrano, in una specie di bacino artificiale da cui spesso ritorneranno, alla fine degli studi.

La Grecia diventa una naturale propaggine del Salento; a Pagano probabilmente serviva un luogo mitologico (come indica anche la scelta dei nomi ancestrali di Ettore e Andromaca, i nonni di Marco) dove i rapporti convenzionali di una relazione a due, rigorosamente etero, potessero fluidificarsi, schiudersi ad altre possibilità.

Interessanti i riferimenti in più tratti dell’autore alla Polinesia ed altri lontani paesi, dove la paternità è un’altra cosa, è un legame più debole di quello nostro.

Paternità vista in senso anche lato, come ordine costituito, principio autoritario cieco e muto, che non consente scarti evolutivi, verso cui la ribellione dei figli non ha scampo.
Dove rintracciare una diversa paternità?
Diversa da quella di Ettore, vissuta maggiormente nella modalità costrittiva che come frequentazione intima padre-figlio; ma anche, in parte, da quella dei due amanti coniugi e genitori di Marco.

Come se nel luogo salentino non potesse entrare, se pur ne avesse voglia, una mitologia diversa da quella del dio Kronos, e si dovesse cercare un’altra latitudine; almeno Roma (altra zona depositaria di antico passato), per cercare di sfuggire al fato che piega le famiglie.

Marco compie un processo diverso da quello dei genitori; mentendo, immagina una realtà ingenuamente altra, impossibile, in cui accogliere una ragazza convenzionale; cova il desiderio di integrazione.

Kris (pugnale) è bella come uno degli edifici che Marco potrebbe disegnare nella qualità di architetto appena laureato.
La madre precocemente scomparsa di Marco, Eleonora, e Kris amano la poesia, sono collegate indirettamente da adiacenza di studiosi, conoscenze comuni, in qualche modo.

(certe assenze)

Se Kris si è legata a Marco è anche perché sembra un poeta, non per interessi economici, non conosce ancora la sua solidità finanziaria dovuta alle sue radici, ai padri.
Kris ama la poesia ma odia i deboli e i poveracci e ha alle spalle, anche lei, una paternità ingombrante.

Marco spera vagamente che Kris cambi, centrifugando con operazione artificiale, volontaristica, la bellezza del suo corpo e la sua splendida disinvoltura nei rapporti sessuali dalla sua intolleranza cruda verso i piu’ deboli.

Il sentimento di Marco è una proiezione, la venerazione di un’icona vuota:
“Marco la adora come si adorano le forme di una divinità“.
Un pugnale dentro una teca, un pugnale perfetto.

Nel libro non si respirano sbalzi di temperatura emotiva, si descrivono a tratti con parole che rimandano a parole. I sentimenti non sono trattenuti, e neppure invisibili. I protagonisti non parlano quasi mai di cose vitali, fondamentali.

Un clima ovattato, quello privilegiato delle automobili di grossa cilindrata e dei bei vestiti (quello che chiunque sia originario di Lecce riconosce quando si nomina il Circolo tennis), dove hanno uso le chiacchiere delle donne pigre e superficiali:
Dall’altro capo del terrazzo stavano le mogli, sedute a consumare granite e spumoni (…) bisognava stare attenti alle rughe, prenotare la visita dall’estetista, ‘meno male che io quest’inverno mi sono fatta un po’ di lampade’“.
E’il mondo a cui appartengono i protagonisti; anche se loro, per motivi diversi, da quel mondo in parte deragliano.

Rimanere sopra le cose, senza incuneare mai il coltello, senza scoperchiare le bare, senza svellere il terreno. Nascondere. Tutto è livellato al livello del mare, e in questo mare non ci si tuffa.

Ad Eleonora e a Kris si affida una qualità molto importante della visione, una visione tarpata e attutita che rimanda alla poesia, che si rimpiange pur portando con decisione occhiali grigi sulla vita e tappi nelle orecchie.

La poesia è vista nostalgicamente e con nostalgia si ricorda Eleonora; è rintracciata qua e là su foglietti e taccuini. Il poeta amato da Kris è morto giovanissimo, una meteora che ha preso presto fuoco; si ribadisce la posizione secondaria a cui si relega la visione poetica, separata inesorabilmente dalla quotidianità.

Ad Eleonora è affidato il ruolo di un’emissaria di sentimenti di livello, il figlio si rivolge a lei per invocare una qualità di sincerità che non possiede, come se l’amputazione della sua morte avesse inaugurato la nascita di parecchie bugie in fila.
L’inizio di forzature all’ordine normale delle cose, visto che dopo la sua morte comincia la vita ufficiale di coppia di due uomini?

L’ordine normale delle cose (quest’idea trasmette il romanzo di Pagano), consentirebbe che le persone potessero amarsi in modi anche non convenzionali; permetterebbe di aprire i bronchi e di respirare; lascerebbe che il desiderio, l’eros, viaggiasse in modi fluidi e lontani da paralizzanti schemi antropologici e sociali.

leggi qui il testo originale
di Patrizia Caffiero sul blog “Testi appunti e note”

“Più forte della verità”, Daniele Greco recensisce “È tutto normale”


Più forte della verità.

È tutto normale
di Luciano Pagano è uno dei libri più belli letti in questo 2010. Un bellissimo romanzo denso, con una scrittura secca e lineare e un vortice di suggestioni e di spunti di riflessione. Ammetto con estrema sincerità che la tematica della omogenitorialità legata ad alcuni personaggi è rimasta nella mia lettura come sullo sfondo, non come il motivo principale del libro.
Marco, dopo la morte della madre Eleonora, viene accudito da due genitori maschi. Carlo, il marito di Eleonora, e Ludovico che da amico della coppia diventa l’amante di Carlo. L’infanzia di Marco ci è restituita solo dalle suggestioni della nuova coppia che congettura sul figlio proprio nel giorno in cui questi è in procinto di tornare a casa dopo la discussione della laurea in architettura. Marco, oltremodo schivo e riservato, ritorna in Salento in compagnia di un non ancora specificato Kris. Così per tutta la prima metà del libro i due genitori discutono dell’eventualità e dei timori che questi possa essere uomo o donna; e cercano un appiglio alle loro aspettative evocando alcuni momenti topici dell’educazione da loro impartita a Marco: nient’altro che come una coppia “normale”.

Ma la vera materia del romanzo mi pare essere collegata alla dimensione temporale dell’opera. Se la fabula si svolge tutta nell’arco di una giornata, le digressioni e le analessi dell’autore valgono invece a creare nel lettore un vero e proprio percorso di conoscenza che abbraccia la vita di Marco dal suo concepimento al ritorno in Salento. Solo al lettore è concesso il piacere di avvicinarsi sempre più alla verità intima di quel legame che tiene assieme Marco, Carlo, Ludovico ed Eleonora. Una buona parte degli eventi più significativi sono in parte nascosti agli stessi quattro protagonisti. Ciascuno ha una conoscenza parziale. È depositario del proprio segreto, poiché la morte precoce di Eleonora è l’assenza-presente di quello che sarebbe stato o che forse è un fortissimo ménage a quatre.

È tutto normale – come si percepisce in maniera limpida e come afferma lo stesso Pagano – è il tentativo riuscito dell’autore di fare i conti con una storia d’amore. Niente di più difficile per uno scrittore che scrivere d’amore senza cadere nel banale, nel ridicolo o peggio nella sciatteria. L’amore di Pagano prende forza da una mancanza, quella di Eleonora, che potrebbe generare lo sgomento più atroce, il vuoto, l’irruzione della morte anche in chi “resta”: come Carlo, Ludovico e Marco. E invece il miracolo si compie ma ad un prezzo altissimo che resta la vera chiave del libro. Senza svelare nulla, il pegno che si conquista chi legge questo bellissimo libro è che taluni legami di sangue procedono con un macigno di segreti e di misteri che si alimentano talvolta di bugie a fin di bene. Come scrive Pagano citando nel finale Malamud “Ogni buona azione riduce il male nel mondo”. La giornata di Marco, Ludovico e Carlo termina dopo una serie di imprevisti assolutamente credibili, che deviano dal corso di un esito tutt’altro che scontato. La relazione tra questi tre uomini è tenuta in vita da una menzogna che è rappresentata da uno smisurato atto d’amore e di sacrificio: annullare le proprie rivendicazioni più immediate, ma solo al fine di continuare ad alimentare quell’amore che è più grande di ogni verità.

Daniele Greco

l’articolo su Postoristoro

Eliana Forcignanò su Evidenzia Libri. Un’intervista su “È tutto normale”


DOMENICA 18 LUGLIO alle ore 22.30
a OTRANTO presso la PORTA TERRA

LUISA RUGGIO presenterà “È tutto normale” insieme a Luciano Pagano

qui di seguito un articolo/intervista di Eliana Forcignanò, comparso ieri sul blog Evidenzia Libri

«Un tenue lenzuolo di lino copre il letto. Prendi un capo del lenzuolo e lo sollevi, non importa se con o senza esitazione. Il lenzuolo viene via e lascia scoperto tutto: amore, odio, amicizia, ostilità, ambizioni, paure, desideri di rivalsa. La vita è, in parte, quel lenzuolo di lino; in parte, ciò che sotto il lenzuolo si cela». Luciano Pagano, autore di È Tutto normale, romanzo edito di recente per i tipi di Lupo Editore nella vivace collana InBox, non è un santone, né sembra intenzionato a lasciar cadere perle di saggezza giù dal settimo piano. Classe 1975, laureato in filosofia, per vivere si è tuffato nella giungla degli agenti di commercio: conosce le persone, sa come e quando accattivarsi le loro simpatie, come e quando sfoderare una grinta e una dialettica che non corrisponde al ritratto leopardiano dello scrittore tutto compreso nel suo “ermo colle”, perché la solitudine – quella invocata da Kierkegaard e da Nietzsche, nonché feconda per la creazione letteraria e artistica – si può cercare e trovare anche mentre sei in automobile per un breve transito di lavoro – da Lecce a Otranto, per esempio – o mentre ascolti una canzone rock che, ad altri, potrebbe sembrare letteralmente “spacca timpani”. In breve, ognuno ricerca la solitudine a modo proprio, tuttavia l’introspezione, la ricognizione in se stessi non dovrebbe mai tramutarsi in clausura, soprattutto per un autore che si dedica alla prosa, alla descrizione dei caratteri, alla narrazione della vita. In breve, se non vivi, se non incontri chi è diverso da te, se non viaggi attraverso pensieri, gusti, pareri differenti, cosa scrivi? Anche Leopardi – lo scrive Cassano in uno dei suoi saggi più noti – di tanto in tanto, levava gli occhi al cielo e, pur essendo un “passero solitario”, osservava gli uomini e ne traeva conclusioni più o meno giuste. Perché nessuno possiede la verità in assoluto e la parola può “aprire mondi” soltanto nella misura in cui si è coscienti della sua piccolezza di fronte all’universo: “tutto di fronte al nulla e nulla di fronte al tutto”, come scrive Pascal.

«Quando ho cominciato a scrivere È tutto normale – racconta Pagano – avevo in mente i dialoghi e da questi ho preso a lavorare per giungere al romanzo che ha conosciuto venti stesure: scrivevo la prima, terminavo, salvavo con nome sul computer e ricominciavo da principio, rileggendo, integrando, ma anche sottraendo quel che avrebbe reso il mio lavoro una saga. Non volevo scrivere, infatti, la storia di una famiglia che affronta le proprie peripezie per approdare a un’apparente quiete intorno al focolare domestico, perché questo sarebbe stato anacronistico e poco o per nulla rispondente al mio desiderio di cogliere la complessità del contesto e dei personaggi che uscivano dalla mia fantasia. Personaggi cui auguro di rimanere, almeno per un certo tempo, nella mente dei lettori”. È tutto normale è la storia di una coppia omosessuale che alleva un bambino: due padri – Carlo e Ludovico – che vivono nell’omertosa e “perbene” provincia salentina. Marco, il bambino, poi ragazzino e poi uomo, frequenta architettura a Roma e si innamora di Kris, ma chi è Kris? Il nome lascia spazio a non poche ambiguità e fantasticherie da parte dei due padri: e se anche Marco fosse omosessuale? La vicenda si svolge nell’arco di una giornata, ma è accompagnata da continui flashback nei quali compaiono loro, evanescenti eppure insostituibili, non solo perché generatrici di vita, ma anche in virtù del loro esistere e sentire differente: le donne cui, non a caso, il libro è dedicato. Eleonora, madre di Marco e moglie di Carlo – lui si scopre omosessuale dopo averla sposata – è una presenza/assenza che gravita costantemente intorno ai tre uomini, i quali la ricordano e a lei si rivolgono con sentimenti che le parole – ora sì – non bastano a descrivere: nostalgia, affetto, amore e, forse, un sottile rancore per l’abbandono pur annunciato e inevitabile. Una triade di genitori sarebbe stata possibile? La risposta è implicita nell’evolversi di È tutto normale: la memoria è presenza. Eleonora è genitrice di Marco e la sua non è una mera “aura” alla quale tributare culto e venerazione. Senza Eleonora, Marco non sarebbe nato e Carlo non avrebbe scoperto la sua omosessualità: è lei il motore mobile della storia, come lo è Andromaca, madre di Carlo e moglie di Ettore Donini, noto e ricchissimo proprietario della casearia Donini. Andromaca non è una madre accettante: mette al mondo Carlo, ma si schiera dalla parte di Ettore, il marito, quando quest’ultimo disconosce il figlio per le sue inclinazioni sessuali. Talvolta, Andromaca si reca a trovare Carlo di nascosto, ma si tratta di visite che tentano di riportare il figlio su una strada di “normalità” e di tutelare il nipote, Marco, solo in balia di due uomini.

«Ho scelto di chiamare i genitori di Carlo con due nomi provenienti dalla mitologia greca – Ettore e Andromaca – affinché questi nomi segnassero la loro distanza siderale dal figlio: il figlio, in altre parole, vede le due persone che lo hanno messo al mondo lontane e distaccate dalla sua vita. Loro appartengono a un altro mondo, non sono soltanto di un’altra generazione e questo appartenere a mondi diversi rende impossibile l’incontro. Di nuovo, non è casuale che Carlo, lasciando alle cure del compagno l’azienda di famiglia, abbia scelto di diventare un antropologo e di studiare le culture aborigene, quelle, in apparenza, più distanti da noi. L’ultimo libro che Carlo intende scrivere, prima di abbandonare l’insegnamento universitario riguarda la magia della terra salentina e la possibilità che essa abbia conosciuto la presenza di popolazioni non terrestri in un’epoca remota». Alieni: un racconto dello scrittore David Leavitt, nella raccolta Ballo di famiglia, è intitolato così: una famiglia il cui padre è recluso in un ospedale psichiatrico, la figlia è convinta di provenire da un altro pianeta e di esser stata posta dalla sua gente a guardia della Terra fino alla ricostruzione di un universo parallelo, il figlio è immerso in calcoli immaginari per costituire un’immaginazione artificiale. Solo la madre, secondo il giudizio della psichiatria, è rimasta lucida. «Di Leavitt ho letto La lingua perduta delle gru – ricorda Pagano – e mi sono convinto che il mio romanzo non raccontava nulla che potesse rimanere escluso dalla realtà, perché se, negli anni Ottanta, si parlava della possibilità che un padre e un figlio facessero outing e che la loro omosessualità fosse dichiarata, oggi è lecito parlare di due padri che crescono un figlio insieme, anche se – è bene precisarlo – si tratta di due uomini benestanti il cui diritto di allevare un bambino è dato, in parte, dalle loro condizioni economiche. Il danaro non allevia il gravame dei pregiudizi, tuttavia permette di mettere a tacere voci adulte troppo insistenti».

Le voci degli adulti: Pagano evita ogni tipo di moralismo. Non entra nel merito della questione omosessuale e sembra quasi sciocco rivolgergli la fatidica domanda: “secondo te, è giusto che due uomini…?”. A un simile interrogativo è opportuno che ciascuno dia una risposta da sé, non una risposta affrettata né dettata dalle esigenze del perbenismo o, viceversa, del politicamente corretto. Ognuno secondo coscienza: ai fini della lettura del romanzo, non è essenziale conoscere le opinioni dell’autore, come, quando si legge Leavitt, maestro di scrittura e di vita, la sua omosessualità dichiarata è utile soltanto per collocare in un contesto sociologico i capolavori che da lui siamo abituati a ricevere. Ballo di famiglia, La lingua perduta delle gru, Mentre l’Inghilterra dorme, Il matematico indiano sono letteratura: la “connotazione omosessuale” – come alcuni la definiscono – delle narrazioni di Leavitt si presta, come sempre, a sgradite strumentalizzazioni di parte omofoba, ma a un autentico lettore interessa la qualità della scrittura e della storia narrata, il resto è aria fritta. Qualcuno potrebbe obiettare che questo discorso autorizza la letteratura a veicolare i messaggi più disparati, ma la prospettiva è un’altra: la letteratura, di per sé, non veicola alcun messaggio, esattamente nella misura in cui essa ne veicola più di mille. Che vuol dire? Semplice, chi racconta la realtà non può né deve avere inibizioni, altrimenti si rischia di scivolare in quell’anacronismo del quale parlava Luciano Pagano. La questione è una: vogliamo essere scrittori o moralisti? Vogliamo raccontare o censurare? È tutto normale non è un manuale di precettistica e non aspira a sfuggire all’Indice dei libri proibiti, né a ottenere l’imprimatur dell’attuale pontefice che, per inciso, non perde occasione di ostentare la sua omofobia, ma protegge come può i casi di pedofilia all’interno della Chiesa. Pagano racconta una storia e lo fa servendosi di uno straordinario tessuto metaforico in armonia con questa “terra” che Carlo, l’antropologo, ritiene portatrice di segreti probabilmente destinati a rimanere tali. Vi sono due modi di ricorrere alla metafora: il primo è quello di disseminare qui e là qualche segno falsamente poetico sgradito al lettore perché interrompe la narrazione e sembra un’inutile cornice a un quadro penoso e fatuo: il secondo modo è quello che rende la metafora inevitabile perché, diversamente da quelle parole, l’autore non potrebbe né saprebbe sceglierne altre. «Ho scritto poesia – ci confida l’autore – per un lungo periodo e questo mi ha insegnato ad asciugare il discorso, ad avere rispetto delle parole che utilizzo, a sentirne la gravità e il peso. In tutto il libro vi saranno forse tre avverbi e sono felice che sia così. Le venti stesure e i taccuini pieni di appunti sono serviti a qualcosa». È vero, solo tre avverbi in È tutto normale che segna una crescita rispetto al primo romanzo di Pagano Re Kappa. Un autore cresce nella scrittura, soltanto quando è motivato a farlo, quando non si lascia irretire dal successo dell’opera prima. Re Kappa e È tutto normale sono due libri molto diversi, ma entrambi contengono una carica eversiva crescente che, sotto il profilo della scrittura, può essere ulteriormente sviluppata. D’altronde, Pagano non si sente “arrivato” – perché questo significherebbe esser morto – bensì in transito. Felice anche l’incontro con Lupo Editore, come si evince dall’illustrazione di copertina, Evidently Goldfish, concessa dall’artista Nicoletta Ceccoli per È tutto normale e per una collana, quale InBox, che promette davvero bene.

l’articolo di Eliana Forcignanò su Evidenzia Libri

“È tutto normale”, video dalla prima presentazione, a Liberrima, domenica 11 luglio 2010


Domenica 11 luglio si è tenuta la prima presentazione di “È tutto normale” (Lupo Editore), presso la libreria Liberrima. Approfitto di questo post per ringraziare tutti i presenti. Nella serata c’è stata l’occasione di un’intervista con Stefano Donno, il tutto ripreso da ACMELab. Ecco il video.

Tutto in un giorno. Stefano Donno recensisce “È tutto normale” sul quotidiano “il Paese nuovo”


Tutto in un giorno

Sarebbe sbagliato dire che Luciano Pagano torna alla narrativa. Sbagliato perché Pagano la scrittura non l’ha mai trascurata,  non l’ha mai abbandonata, non l’ha mai sedotta e lasciata a sè stessa. Dal romanzo “Re Kappa” edito da Besa qualche anno fa,  quest’autore non ha conosciuto un attimo di posa, e ci è andato giù a muso duro scrivendo saggi, articoli, racconti per riviste e  antologie. Ora ecco un nuovo lavoro dalle sue mani, per i tipi della Lupo editore nella collana diretta da Antonio Miccoli, dal  titolo “È tutto normale”. La prima cosa in assoluto che fa strabuzzare gli occhi, e rende questo prodotto una vera e propria opera d’arte, o meglio un oggetto da collezione, è la splendida copertina della superba Nicoletta Ceccoli, (o come direbbe una “grande”  del fumetto italiano come Ketty Formaggio, Nicoletta Ceccoli), che vi invito a conoscere e soprattutto amare. Ma permettetemi di  fare gli onori di casa: per chi non la conoscesse Nicoletta ha illustrato numerosi libri principalmente in Italia, negli Stati Uniti,  in Inghilterra, esponendo i suoi lavori “Roq la Rue” (Seattle),”Magic Pony”(Toronto), “Dorothy Circuì”(Roma),Richard Goodall  Gallery ( Manchester). Le sue opere sono veri e propri oggetti del desiderio. Dopo essersi ripresi dalla cover deluxe (l’artwork intitolato “Evidently Goldfish”, opera dell’artista Nicoletta Ceccoli, raffigura una bambina che porta al guinzaglio un pesce rosso  in un mondo di sogno) ecco che non si fa in tempo a tirare un sospiro di sollievo che la quarta di copertina recita così: “Una volta fuori  dall’utero ogni uomo è perso”. Vero, verissimo! In questo lavoro si parla di Destini, tutti quei grovigli di possibilità quantiche che  rendono le cose nella vita caotiche, indeterminate, a volte imperscrutabili. Le cose vanno in questo modo, e sarò volutamente sintetico e stringato per non togliere la sorpresa ai lettori di quest’opera intrigante e fascinosa. Ludovico e Carlo sono una coppia  di omosessuali che vivono nel Salento: il primo figlio di un prestigioso notaio, il secondo non solo erede di una nota industria di  latticini ma anche docente universitario di antropologia, come a voler delineare già una condizione di agiatezza e benessere dei  protagonisti che comunque fa sognare in un periodo di crisi come il nostro. Nella grande e sontuosa villa Donini, circondata dal   verde e immersa nel calore e nei colori del Salento, insieme hanno cresciuto Marco, figlio di Carlo e di Eleonora, quest’ultima  morta per una grave malattia a distanza di un mese dal parto. Ludovico e Carlo stanno aspettando ansiosi Marco, che dopo una brillante conclusioni di studi universitari in architettura nella capitale, ha annunciato l’arrivo a casa in compagnia di Kris. L’ansia dei “due genitori” si sviluppa sino ad una trepidante concitazione per prima cosa perché si ha la percezione che si tratti della condivisione di una notizia importante. Poi perché ( e non hanno il coraggio di dirselo) sono in fervente attesa di capire se Kris è un lui o una lei. «Abbiamo abbastanza elementi per dichiarare aperte le indagini, ti anticipo che l’esito di questa ricerca non costituisce un punto a favore dell’ipotesi che si tratti di una donna», è così che Ludo si rivolge a Carlo con un sospiro di  omosperanza. Per conto suo Marco è anche molto inquieto … perché? A Kris per anni ha nascosto la “anomalia” della propria famiglia. Luciano Pagano, torna a parlare di Salento, e lo fa con una storia troppo plausibile perché non sia stata ispirata ad una  storia vera. Ad ogni modo romanzo originalissimo, in cui il tema dell’omogenitorialità, diventa capacità di resa di una  letteratura d’impegno civile e poetico, cosa rara ai nostri giorni. Il romanzo si svolge in una giornata, riportandoci indietro a  poco meno di una trentina d’anni fa, nel periodo in cui Carlo e Eleonora si sono conosciuti e sposati, fino alla nascita di Marco. Luciano Pagano, è uno scrittore che non si riesce a non amare soprattutto quando dal suo cilindro magico, caccia storie come questa!

Stefano Donno
su “il Paese nuovo” (7/7/10)

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“È tutto normale”, recensione di Marco Mattanti su Il Recensore.com


Fuori dall’utero ogni uomo è perso“, si legge sulla quarta di “È tutto normale” (Lupo Editore, 2010) di Luciano Pagano. L’idea che viene in mente è quella che una volta nati siamo in balia di una certa dose di indeterminatezza che soggiace a un destino a volte nebuloso e poco scrutabile. Il concetto è sottolineato anche nella scelta della copertina, artwork intitolato “Evidently Goldfish”, opera dell’artista Nicoletta Ceccoli: una bambina che porta al guinzaglio un pesce rosso in un mondo di sogno. Ma entriamo nel dettaglio della vicenda.

Non ci sarebbe nulla di strano nel raccontare di due genitori che attendono con trepidazione il ritorno nella loro villa in Salento del loro figlio unico, neolaureato in Architettura, trasferitosi a Roma appena compiuti i diciotto anni. Tutto sarebbe normale, se non fosse che il giovane Marco Donini, rampollo di una famiglia che possiede un’azienda casearia che distribuisce i suoi prodotti in tutto il mondo, sta tornando a casa insieme a una persona il cui sesso non è stato specificato, e il cui nome, Kris, non lascia a intendere nulla.«Abbiamo abbastanza elementi per dichiarare aperte le indagini, ti anticipo che l’esito di questa ricerca non costituisce un punto a favore dell’ipotesi che si tratti di una donna», è così che Ludo con un pizzico di omosperanza sostiene l’incertezza di genere della persona che arriverà assieme a Marco. Tutto sarebbe normale se non fosse che ad attendere Marco non ci sono il padre e la madre del ragazzo, bensì due padri, Carlo Donini e Ludovico Carrisi. La descrizione della scena iniziale è l’impalcatura su cui verranno innestati i flash-back di una vita passata, quella di Carlo e di sua moglie Eleonora. I due giovani sposi, nel Salento degli anni ottanta, vivono spensierati e felici una vita fatta di gite al mare e pomeriggi trascorsi al circolo del tennis cittadino oppure a ascoltare musica a casa del loro migliore amico, Ludovico.

Sarebbe accaduto, prima o poi. Amavano la stessa musica. Frequentavano gli stessi posti. Facevano gli stessi viaggi, nelle stesse località, esotiche o misteriose a seconda di ciò che dettava la moda del momento. Asia, Nord-Africa, Estremo Oriente. Erano cresciuti in un mondo fatto di nomi propri, dove tutti erano consapevoli e allo stesso tempo cercavano di minimizzare le loro ascendenze familiari, per paura che sulla loro spensieratezza gravasse il peso di chi, un simile paradiso, poteva soltanto sognarlo. Chi l’avrebbe detto che Eleonora, fotografata con il suo sorriso splendente in una qualsiasi delle gite che avrebbero fatto su quella barca, avrebbe avuto un figlio da uno di quei due“.

Proprio Ludovico diventerà l’amante e poi il compagno di Carlo, con il quale crescerà il figlio Marco, una volta che Eleonora scomparirà per via di una malattia. Sono passati quasi trenta anni. Carlo oggi insegna Antropologia all’Università, Ludovico Carrisi è un notaio, i due vivono insieme. Eleonora si fa sentire pur nella sua completa assenza.
Dopo le torride atmosfere di “Re Kappa”, esordio di Luciano Pagano, il giovane autore salentino costruisce il suo secondo romanzo sull’ipotesi di uno dei tanti mondi possibili/plausibili nel quale si muove uno dei 100.000 figli di coppie omosessuali (uomini o donne) che vivono in Italia. Ne risulta un romanzo in cui il tema dell’omogenitorialità, facendo da sfondo, non diviene una gabbia per la vicenda che si snoda, alternando i dubbi di Marco (che non ha mai raccontato dei suoi genitori a Kris) agli imprevisti che danno alla vicenda un tono realistico.
Il romanzo si svolge in una giornata
, riportandoci indietro a poco meno di una trentina d’anni fa, nel periodo in cui Carlo e Eleonora si sono conosciuti e sposati, fino alla nascita di Marco.
In “È tutto normale” i ricordi affiorano con naturalezza mescolandosi alla vicenda presente. L’acuta descrizione dei caratteri è uno dei segni distintivi di questo romanzo, prova ne è il fatto che i personaggi restano ‘impressi’ nella mente per via delle descrizioni del loro vissuto interiore, soprattutto nei dialoghi. Dopo la lettura il lettore avrà la compagnia degli umori di Carlo, dell’insistenza verbale di Ludovico, della personalità eterea di Eleonora, della determinatezza così ingenua di Marco e di Kris. Già, chi è Kris? Non sappiamo nulla di Kris a eccezione del fatto che suo padre è un pastore canadese, ex-pilota d’aereo e omofobo. Marco Donini, tuttavia, ha in sé tutti gli anticorpi necessari per reagire a ogni situazione che gli si presenterà in questa giornata particolare, o almeno così spera.

È tutto normale” è un testo che si caratterizza per una scrittura misurata, vigile, capace di alternare i picchi emotivi di una storia straordinaria al punto da farcela accettare come normale fin dall’inizio, e che soprattutto è ispirata a una vicenda realmente accaduta. Ed è proprio grazie alla forza della scrittura di Pagano, matura rispetto all’esordio, che “È tutto normale”, nel “sud del sud dei santi” di beniana memoria, diviene una vicenda plausibile e allo stesso tempo un romanzo godibilissimo che non mancherà di destare interrogativi perfino nel lettore più smaliziato.

Marco Mattanti (diritti riservati)
link all’articolo originale su Il Recensore.com

Nadia Turriziani di Periodico Italiano su “È tutto normale”


“Dopo il primo romanzo di successo dal titolo “Re Kappa” (Besa editrice 2007) Luciano Pagano si rimette nuovamente in gioco con “E’ tutto normale” (Lupo Editore) in uscita per il mese di giugno.

Un incrocio casuale dei destini. Congiunture alchemiche che tutto creano e tutto distruggono.

Pagano utilizza ad arte un linguaggio proprio, a dir quasi contemporaneo per descrivere un mondo, quello dell’amore forte e contrastato di una coppia di omosessuali salentini.”

Nadia Turriziani su Periodico Italiano (Leggi l’articolo qui)

Approfitto per ringraziare tutti coloro che hanno preso parte al reading di ieri sera, dove ho letto in anteprima un frammento del romanzo, il libro è in arrivo in casa editrice, quindi a breve in libreria; appena sarà disponibile ne darò notizia. Nel frattempo, un saluto ai miei (pazienti) lettori.

Un ricordo di Saramago.


Fiera del Libro di Francoforte, 1997. Lo vedo senza avvicinarmi, ho troppa paura di lui. È Lo Scrittore, lo scrittore preferito, quello che ti cambia. Lui è lì e io non ho nemmeno un suo libro, cazzo!, non posso mica comprare un libro in tedesco solo per farmelo firmare, non ho nemmeno un marco. Lo avvicino, scambiamo qualche battuta, parliamo di filosofia e di Gesù, di come i suoi libri mescolino questi argomenti, con una crudezza e una semplicità disarmanti, gli porgo il mio Zarathustra, lui lo guarda, sorride, poi scrive con la sua penna “Por Luciano, con permizo de Nietzsche, la simpatia, José Saramago, Frankfurt, 18/10/97”. Addio.

Noi contro la legge. Berlusconi e il corto circuito mediatico.


C’è una cosa che, chi mi conosce bene lo sa, non ho mai fatto negli ultimi sei anni. E se l’ho fatto è stato con criterio, per un motivo particolare, mai sentito come in questo momento. Berlusconi ha un potere, anzi, è dire poco, Berlusconi ha tanti poteri. Uno dei suoi poteri più efficaci, quello più subdolo, è il potere che lo fa entrare strisciando per la porta di casa, attraverso uno schermo, un modo di dire, una battuta. Il potere di seduzione con cui cattura quotidianamente sempre più italiani disposti a dimenticare che cosa Berlusconi è stato. Perché è troppo difficile studiare, documentarsi, leggere i libri, guardare i film, i telegiornali, ascoltare le interviste, cercare gli approfondimenti. Così basta una battuta detta al momento giusto e il sorrisino scappa anche a chi ha votato Bertinotti fino alla legislazione precedente. Sempre migliore di chi non è andato a votare con la convinzione che comunque il nostro posticino lo avremmo avuto. Ed ecco che mi trovo a fare qualcosa che ho fatto poche volte, ovvero sia prendere un articolo per intero e postarlo su Musicaos.it. Oggi è stato un giorno particolare, per via del caldo sono rimasto chiuso in casa fino alle 19.30, ho twitterato e ho avuto modo di seguire la vicenda di Daniele Luttazzi e la replica di Wu Ming. Secondo me tutta questa vicenda deve essere letta sotto la lente orbicolare dell’ansia da prestazione di resistenza culturale cui ci impone, per il solo fatto di esserci e agire, Berlusconi. Ecco, dopo ciò che ho veduto e letto in questa settimana posso soltanto dare una definizione di Berlusconi, quella cioè di Re Mida, con la differenza che al posto dell’oro c’è la merda, con la differenza che la merda ha lo stesso inodore colore dell’oro. Ci sembra che sia oro finché non ne apprezziamo le conseguenze sulla democrazia. Daniele Luttazzi? Soltanto uno che copia le sue battute. Travaglio e Santoro? Due furbi che tirano su soldi grazie all’odio che riescono a diffondere per Berlusconi. Beppe Grillo? Andiamo a controllare il suo 740 prima di parlare! Saviano?!? Non parliamo di Saviano, lui che grazie a Berlusconi ha fatto i soldi con Gomorra! Berlusconi: ciò che tocca lo trasforma in merda, anche quando ad agire non è direttamente il premier bensì il modello robotico mentale che ognuno di noi, volente o nolente, ha implementato nel cervello. Apriamo gli occhi, con un po’ di anarchia, al di sopra delle parti. Con questo spirito e soprattutto con la voglia di lanciare un messaggio a chi ci sta più vicino, almeno a loro, che ricopio per intero l’articolo di Umberto Eco preso dal sito de L’Espresso. Buona lettura, finché è possibile.

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Umberto Eco
“A piccoli passi verso il regime”

Le norme sulle intercettazioni. Il controllo dei tg della tv pubblica. E prima il lodo Alfano, i tagli alla scuola… Berlusconi trasforma le istituzioni un passo dopo l’altro, con lentezza. Perché i cittadini assorbano i cambiamenti come naturali. Così al colpo di Stato si è sostituito lo struscio di Stato

È nota la definizione della democrazia come sistema pieno di difetti ma di cui non si è ancora trovato nulla di meglio. Da questa ragionevole assunzione discende, per la maggior parte della gente, la convinzione errata che la democrazia (il migliore o il meno peggio dei sistemi di governo) sia quello per cui la maggioranza ha sempre ragione. Nulla di più falso. La democrazia è il sistema per cui, visto che è difficile definire in termini qualitativi chi abbia più ragione degli altri, si ricorre a un sistema bassamente quantitativo, ma oggettivamente controllabile: in democrazia governa chi prende più consensi. E se qualcuno ritiene che la maggioranza abbia torto, peggio per lui: se ha accettato i principi democratici deve accettare che governi una maggioranza che si sbaglia.

Una delle funzioni delle opposizioni è quella di dimostrare alla maggioranza che si era sbagliata. E se non ce la fa? Allora abbiamo, oltre a una cattiva maggioranza, anche una cattiva opposizione. Quante volte la maggioranza può sbagliarsi? Per millenni la maggioranza degli uomini ha creduto che il sole girasse intorno alla terra (e, considerando le vaste aree poco alfabetizzate del mondo, e il fatto che sondaggi fatti nei paesi più avanzati hanno dimostrato che moltissimi occidentali ancora credono che il sole giri) ecco un bel caso in cui la maggioranza non solo si è sbagliata ma si sbaglia ancora. Le maggioranze si sono sbagliate a ritenere Beethoven inascoltabile o Picasso inguardabile, la maggioranza a Gerusalemme si è sbagliata a preferire Barabba a Gesù, la maggioranza degli americani sbaglia a credere che due uova con pancetta tutte le mattine e una bella bistecca a pasto siano garanzie di buona salute, la maggioranza si sbagliava a preferire gli orsi a Terenzio e (forse) si sbaglia ancora a preferire “La pupa e il secchione” a Sofocle. Per secoli la maggioranza della gente ha ritenuto che esistessero le streghe e che fosse giusto bruciarle, nel Seicento la maggioranza dei milanesi credeva che la peste fosse provocata dagli untori, l’enorme maggioranza degli occidentali, compreso Voltaire, riteneva legittima e naturale la schiavitù, la maggioranza degli europei credeva che fosse nobile e sacrosanto colonizzare l’Africa.

In politica Hitler non è andato al potere per un colpo di Stato ma è stato eletto dalla maggioranza, Mussolini ha instaurato la dittatura dopo l’assassinio di Matteotti ma prima godeva di una maggioranza parlamentare, anche se disprezzava quell’aula «sorda e grigia». Sarebbe ingiusto giocare di paradossi e dire dunque che la maggioranza è quella che sbaglia sempre, ma è certo che non sempre ha ragione. In politica l’appello alla volontà popolare ha soltanto valore legale (“Ho diritto a governare perché ho ricevuto più voti”) ma non permette che da questo dato quantitativo si traggano conseguenze teoriche ed etiche (“Ho la maggioranza dei consensi e dunque sono il migliore”).

In certe aree della Sicilia e della Campania i mafiosi e i camorristi hanno la maggioranza dei consensi ma sarebbe difficile concluderne che siano pertanto i migliori rappresentati di quelle nobilissime popolazioni. Recentemente leggevo un giornalista governativo (ma non era il solo ad usare quell’argomento) che, nell’ironizzare sul caso Santoro (bersaglio ormai felicemente bipartisan), diceva che costui aveva la curiosa persuasione che la maggioranza degli italiani si fosse piegata di buon grado a essere sodomizzata da Berlusconi. Ora non credo che Berlusconi abbia mai sodomizzato qualcuno, ma è certo che una consistente quantità di italiani consente con lui senza accorgersi che il loro beniamino sta lentamente erodendo le loro libertà. Erodere le libertà di un paese significa di solito mettere in atto un colpo di Stato e instaurare violentemente una dittatura. Se questo avviene, gli elettori se ne accorgono e, se pure non hanno la forza di zione di colpo di Stato che è con lui cambiata. Al colpo di Stato si è sostituito lo struscio di Stato. All’idea di una trasformazione delle strutture dello Stato attraverso l’azione violenta il genio di Berlusconi è stato ed è quello di attuarle con estrema lentezza, passettino per passettino, in modo estremamente lubrificato.

Pensate alla inutile violenza con cui il fascismo, per fare tacere la voce scomoda di Matteotti, ha dovuto farlo ammazzare. Cose da medioevo. Non sarebbe bastato pagargli una buona uscita megagalattica (e tra l’altro non con i soldi del governo ma con quelli dei cittadini che pagano il canone)? Mussolini era davvero uomo rozzissimo. Quando una trasformazione delle istituzioni del Paese avviene passo per passo, e cioè per dosi omeopatiche, è difficile dire che ciascuna, presa di per sé, prefiguri una dittatura – e infatti quando qualche cassandra lo fa viene sbertucciata. Il fatto è che per un nuovo populismo mediatico la stessa dittatura è un sistema antiquato che non serve a nulla. Si possono modificare le strutture dello Stato a proprio piacere e secondo il proprio interesse senza instaurare alcuna dittatura.

Si può dire che il lodo Alfano prefiguri una tirannia? Sciocchezze. E calmierare le intercettazioni attenta davvero alla libertà d’informazione? Ma suvvia, se qualcuno ha delitto lo sapranno tutti a giudizio avvenuto, e l’evitare di parlare in anticipo di delitti solo presunti rispetta se mai la privatezza di ciascuno di noi. Vi piacerebbe che andasse sui giornali la vostra conversazione con l’amante, così che lo venisse a sapere la vostra signora? No, certo. E se il prezzo da pagare è che non venga intercettata la conversazione di un potente corrotto o di un mafioso in servizio permanente effettivo, ebbene, la nostra privatezza avrà bene un prezzo. Vi pare nazifascismo ridurre i fondi per la scuola pubblica? Ma dobbiamo risparmiare tutti, e bisogna pur dare l’esempio a cominciare dalle spese collettive. E se questo consegna il paese alle scuole private? Non sarà la fine del mondo, ce ne sono delle buonissime. È stalinismo rendere inguardabili i telegiornali delle reti pubbliche? No, se mai le vecchie dittature facevano di tutto per rendere la radio affettuosissima. Ma se questo va a favore delle reti private? Beh, vi risulta che Stalin abbia mai favorito le televisioni private?

Ecco, la funzione dei colpi di Stato striscianti è che le modificazioni costituzionali non vengono quasi percepite, o sono avvertite come irrilevanti. E quando la loro somma avrà prodotto non la seconda ma la terza Repubblica, sarà troppo tardi. Non perché non si potrebbe tornare indietro, ma perché la maggioranza avrà assorbito i cambiamenti come naturali e si sarà, per così dire, mitridatizzata. Un nuovo Malaparte potrebbe scrivere un trattato superbo su questa nuova tecnica dello struscio di Stato. Anche perché di fronte a essa ogni protesta e ogni denuncia perde valore provocatorio e sembra che chi si lamenta dia corpo alle ombre.

Pessimismo globale, dunque? No, fiducia nell’azione benigna del tempo e della sua erosione continua. Una trasformazione delle istituzioni che procede a piccoli passi può non avere tempo per compiersi del tutto, a metà strada possono avvenire smandrappamenti, stanchezze, cadute di tensione, incidenti di percorso. È un poco come la barzelletta sulla differenza tra inferno tedesco e inferno italiano. In entrambi bagno nella benzina bollente al mattino, sedia elettrica a mezzogiorno, squartamento a sera. Salvo che nell’inferno italiano un giorno la benzina non arriva, un altro la centrale elettrica è in sciopero, un altro ancora il boia si è dato malato… Tagliare la testa al re o occupare il Palazzo d’Inverno è cosa che si fa in cinque minuti. Avvelenare qualcuno con piccole dosi d’arsenico nella minestra prende molto tempo, e nel frattempo chissà, vedrà chi vivrà. Per il momento, resistere, resistere, resistere.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/noi-contro-la-legge/2127975