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sono uscita a raccogliere un tuo bacio


Andrea Cati
Poesie inedite

Sono uscita a raccogliere un tuo bacio
i ricordi ghiacciati
nella polvere del tempo
quello che non riesci a raccontarti.
E sei la voce delle notti insonni,
la chiave
e la fessura sbiadita delle mie malinconie.

Sono venuta a riprendermi le gioie e i rimorsi
il figlio che non ho mai partorito
e lo splendore che ci proteggeva
non dico il cuore,
ma una parola avvelenata dalle ore
dal quel silenzio prolungato in fondo agli occhi
curvi
e lucidi nel brodo.

§

Non intendeva misura alle parole
era una pietra lanciata
oltre la staccionata dell’infanzia
il movimento indeciso delle foglie
quando a settembre mute e nude
sanno già il bitume che le aspetta
il becco e la suola fredda dell’inverno,

la saliva avvelenata di un padre,
che là, fermo da secoli,
le fissa e non teme
l’ingiallirsi al proprio dolore,
l’abbraccio a quella cicca
spenta fino a bruciarla.

§

La gente seduta ai bar

Guarda la gente seduta ai bar
così partecipe alla vita
alle file interminabili al di fuori delle poste,
al formoso dondolio delle signore
mentre entrano, pronte e maliziose,
nel “buongiorno” dei macellai.

Guarda com’è breve la durata di una birra
per la gente che seduta al bar
s’abbevera ed accende la Diana,
la foto del nipote nella tasca delle monete.

Un sogno sepolto, mai nato
è in quella vista così severa:
loro non sanno la promessa
che ogni bimbo lascia alla sua terra,
a quei pomeriggi spesi nel volo di una farfalla:

gli uomini che vedi dietro i tavoli del bar
hanno l’intuito esatto per la prossima partita
e se gli chiedi cosa sia “coscienza”
rimangono a guardarti, ad offrirti un’altra birra.

Ma basta la pronuncia “mamma”
a smuovere quel crocifisso d’oro
attaccato al proprio collo, a quel calore
che dagli occhi io non vedo eppure ascolto
ogni volta che le guardo
le persone sedute al bar.

§

Oggi è un’accontentarsi
di pigmenti, di piccoli sfarzi
catturati ogni volta
che il passo s’apre
all’ora meno triste
alla preghiera realizzata
quando incontri le sue braccia
così intere – vere –
da illuderti che esista solo lei
o un noi
quando cammini e sostieni il mondo,
ad accostarti perfino alle panche
più isolate, ai tossici di via Petroni.

Ma siamo ancora diffidenti
abbiamo paura:
e quando il respiro si fa debole
e l’asfalto, la notte, e le piazze tremano,
cerchiamo una casa
la lingua del nostro cane
che sondi le ferite più segrete,
ci aiuti a spalancare le finestre
quando è la luce
l’ospite d’eccezione.

§

Spiega l’autunno, l’aprirsi della piazza
calpestata da foglie, da barboni
o ruote abbandonate ai margini

gli amanti decisi verso una stella,
i clacson assoluti, le file silenziose
e le signore più belle

a rapirti da ogni tristezza.

Spiega almeno una porzione di giornata
dove il pensiero s’arrenda
al simultaneo contatto tra due cuori
al fedele germoglìo dell’azzurro:
prometti cura, la stessa cura
che conservi ai tuoi sogni
più reconditi e veri.

Cerca di spiegare la rarità dell’esser qui
quella che ci domina ad ogni respiro,
e non temere se le stagioni
ritorneranno insieme ai dolori
alle speranze invecchiate
come la suola delle tue scarpe:

tutto si ripete affinché la morte
diventi l’estrema dimora sacra
di un sonno che sempre ci veglia,
ci avvisa dell’al di là che aspetta.

§

Un uomo (da) lontano

Oggi sono il bagaglio in quell’aereo,
il disordine che non trovo
per le strade e le case.

E sarò la tromba, il soffio rotondo,
duro di quel bambino.

Oggi lascio questi sogni per le scale
e salgo nel 28
per capire che il mondo non può darsi
solo per intrattenimento
o nei cortocircuiti tra gli sguardi degli sconosciuti.

Ne vale la pena cercare, cercare:
ma cercare cosa?

§

Le noci, i biglietti e un mazzo di chiavi:
una per la porta di ingresso, l’altra per il garage
una sola per l’auto. La tivu accesa
a qualsiasi canale – sopra il primo vero
sguardo fisso e fiero (era la comunione).
L’oroscopo del mese prossimo, la lista delle cose
e le bollette da pagare. Il tramonto infilato in mezzo
ai baffi del gatto e, la sua coda, come una lancetta,
a contare i minuti prima dell’arrivo.

Pensi: “viaggio escluso, sono nove ore al giorno.
Prima almeno ero a due chilometri.
Le chiavi sono sul tavolo e Angela
torna alle 20. Ok, vado e torno.
O rimango?”.

La vita oggi è stata proprio in questi piccoli eventi:
per la prima volta a mensa si serviva pasta al forno
ed un uomo nel bus ha esclamato a gran voce
“ti amo” alla sua bella.
Con gli occhi fissi come in quella foto
“Una mano mi è sembrata passare sul capo,
un’emozione ha vibrato per pochi lunghi attimi”.
La monotonia era il vento che non potevi udire
perché ancora eri seduto.

§

Ma in fondo anche io trascorro le giornate simili ad un cane,
a soddisfare l’eterna fame
di una gioia mai cantata,
incastonato come servo
nella preistoria delle passioni:
a colonizzare la terra degli onori.
E rimango fedele:
incatenato tra le ombre del costume
in tutta questa povertà che non riconosco,
nella ricchezza che non ho mai assaggiato.

Speme di parole con suono


Secondo appuntamento della Rassegna di parole e suoni “Le Mani e l’Ascolto” che il Fondo Verri organizza, per il settimo anno consecutivo, con il patrocinio del Comune di Lecce.

Venerdì, 28 dicembre, dalle ore 20.00 i suoni di Vito Alusi faranno eco e contrappunto ai versi di Elio Coriano. “Speme di parole con suono” il titolo della performance.

Elio Coriano è nato a Martignano (Salento) nel 1955. Poeta ed operatore culturale, insegna Lettere nella scuola media superiore. Calibrate da grande lavoro compositivo le sue numerose pubblicazioni. Scrive una poesia della voce, da sempre attento all’aspetto performativo, “legge e insegue le parole incontrando gli occhi di chi sta intorno, s’avvicina e legge ad alta voce, con tono di sfida, di allerta, di colui che sollecita”. Ecco, i suoi versi sollecitano, sommuovono nella costruzione di una ritualità densa di senso. Forte in lui la critica all’eccedenza del contemporaneo senza nostalgia scrive rivolto ai poeti e a se stesso:

“Renditi inutile a quello che non ti piace, al distorto travestito da chiaro. Per chi mi devo crescere? Per cosa devo crescere? La mia coscienza nutrita a sputi è forte per spargere buone novelle, per seminare i campi arati di semi faticati, di semi faticosi. Renditi inutile dove tutto è spacciato per efficienza, dove lodano gli onesti e fanno affari i furbi. Renditi inutile quando vogliono solo il tuo sangue, le tue mani, la tua lingua, per inquinare libertà e democrazia. Renditi inutile quando ti dicono che devi salvare il mondo, che sei l’unico che può farlo. Forse il mondo non vuole essere salvato”.

link a “Elio Coriano: poesia senza maestri” (Musicaos.it, archivio 2004)

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“Dorothy Parker” di Bianca Madeccia


“Dorothy Parker”
di Bianca Madeccia

Qualcuno disse di lei che la sua vita fu un disastro e il suo talento lo sperperò come una persona troppo ricca e irresponsabile sperpera il suo patrimonio; qualcun altro invece disse che da donna partorì il suo talento con lo stesso dolore con cui un uomo partorirebbe un bambino.
Dorothy Parker, nata Dorothy Rotschild nel New Jersey il 22 agosto 1893, aveva grandi occhi da gazzella, occhiali da miope portati di nascosto, era piccola e minuta.
«Aveva il dono di trovare qualcosa di cui ridere nelle tragedie più amare degli animali umani», disse di lei Somerset Maugham. Dotata di sarcasmo naturale, lo affinerà nel mondo del giornalismo che in quegli anni era soprattutto il mondo delle riviste che lanciavano la Nuova Moda e il Nuovo Stile di Vita, spregiudicato, aristocratico, snob e sofisticato.
Giornalista e scrittrice, in vita conosce la popolarità soprattutto grazie alle battute che le guadagnano la fama di essere la donna più spiritosa di New York. In sua presenza la gente non esce dalla stanza perché ha paura di quello che potrebbe dire di loro. Fu una protagonista della New York degli anni ‘20 raccontata da Fitzgerald: tanto alcool, fasto, sperpero, grandi feste, charleston e sparatorie.
Un’adolescenza ricca, educazione raffinata, un codice severo di modi e maniere. Dorothy è una studentessa brillante ma non molto ben vista dalle suore proprio a causa del feroce senso dell’umorismo che allena fin da bambina. Una volta, a scuola, le fu chiesto di spiegare cosa fosse l’Immacolata Concezione. Rispose: «Un caso di combustione spontanea». Fin da piccola si sottrasse alle regole che vietavano di andare al cinema, fumare, incontrarsi segretamente con i ragazzi, e mangiare dolci fuori pasto.
Diplomata, Dorothy si impegnò a diventare una Donna Nuova. Andò a vivere da sola, inserendosi subito nel mondo delle riviste. Scrisse regolarmente per «Vogue», «Vanity Fair», «Life» e «The New Yorker». Il suo primo lavoro è nella redazione di «Vogue» dove guadagna dieci dollari a settimana scrivendo didascalie piene di inventiva: in una riga ci dovevano essere la maggior quantità possibile di immagini e di idee. La Parker, già bravissima a scegliere i termini ‘giusti’, affina le sue qualità naturali grazie a questo lavoro. Più tardi sarebbe diventata famosa come una donna capace di distruggere una cattiva commedia o far deflagrare un ego grazie a una sola, accurata parola.
Dopo un anno le viene chiesto di far parte della redazione di «Vanity Fair», che a quel tempo era più che un semplice giornale di moda, era l’arbitro di eleganza della nazione. È «Vanity Fair» che fa conoscere ai suoi lettori, pittori e scrittori d’avanguardia come Picasso, Matisse, Gertrude Stein, D.H. Lawrence e T.S. Eliot, ed è anche il primo magazine a riconoscere gli artisti americani neri. Chiederle di far parte della redazione era un complimento. Le si stava dicendo che faceva parte, che era un membro effettivo dell’élite intellettuale della nazione, quell’élite che stava creando un nuovo, sfrontato Stile di Vita. Dorothy a soli ventiquattro anni aveva dimostrato di aderire alle regole del momento, era smart, cioè spiritosa, furba, piena di brio e di malizia, ma soprattutto non era ‘ordinaria’ (cioè rozza e volgare), né comune (cioè banale e conformista), due difetti imperdonabili per quei tempi. Nel ‘19 «Vanity Fair» assegna alla Parker una rubrica di critica teatrale, un incarico che però dura un solo anno. Nel ‘21 partecipa alle manifestazioni per i due anarchici italiani Sacco e Vanzetti. Dalle nove di sera in poi era possibile trovarla all’hotel Algonquin (che ancora oggi continua a godere della notorietà guadagnata allora). L’albergo era situato nella zona dei teatri e perciò frequentato da attori e attrici. Dorothy si incontrava con giovani recensori, critici, giornalisti: molti di loro erano personaggi in ascesa. In comune avevano una predisposizione immediata per tutto quello che era o sembrava divertente. Gli piaceva pensarsi come Cavalieri di una Tavola Rotonda, e il manager dell’albergo gliene procurò una. Si chiamavano solo per cognome, un vezzo un po’ snob che tuttavia dava l’idea di quanto poco in realtà sapessero gli uni degli altri. Dorothy più tardi disse amaramente di quegli incontri: «La gente li ha romanticizzati. Non erano giganti. Pensate a quelli che stavano scrivendo a quei tempi: Lardner, Fitzgerald, Faulkner, Hemingway. Quelli sì che erano i veri giganti. La Tavola Rotonda dell’Algonquin non era che un gruppo di persone che si raccontavano barzellette ripetendosi che erano molto belle. Era il momento terribile della battuta, sicché non era necessario che dicessero cose vere … Quella gente della Tavola Rotonda non sapeva un accidente. Credeva che fossimo degli scemi perché andavamo a fare le dimostrazioni per Sacco e Vanzetti». A quel gruppo non appartenne nessun grande scrittore o artista, a parte la Parker. È qui che Dorothy conosce Edwin Pond Parker, suo primo marito. Dirà di lui: «L’ho sposato solo per cambiare nome». Stanno insieme due settimane poi lui parte per la guerra. Al suo ritorno, dopo quattro anni, Dorothy si ritrova davanti uno sconosciuto. Divorzieranno, ma lei continuerà ad usare il cognome del marito che le piace più del suo.
Esce la sua prima raccolta di poesie, Enough Rope, che diventa un best-seller. Nel ‘23, dopo aver abortito, tenta di suicidarsi. È da quel momento che comincia a bere e fumare troppo e a usare il profumo di tuberosa: lo stesso usato dagli imbalsamatori per nascondere l’odore dei cadaveri. Vengono pubblicate due sue autobiografie che consegnano in pasto al pubblico i suoi amanti, gli aborti, i tentativi di suicidio, i debiti, il suo amore per i cani e i boa di struzzo.
«Nessuno sapeva bene che cosa in realtà accadesse a quella minuscola donna terribile quando si ritirava in squallide camere arredate soltanto da un tavolo e da un letto, in compagnia di uno o due cani, con una macchina da scrivere che nessuno vide mai senza che fosse nascosta da un asciugamano, in una cucina sempre vuota dove mangiava la pancetta cruda piuttosto che tirar fuori un padellino per scaldarsela», scrive di lei l’americanista Fernanda Pivano.
Quando Dorothy lascia «Vanity Fair» passa a far parte di quel manipolo di scrittori che contribuirono a dare una fisionomia a «The New Yorker». I suoi racconti brevi vennero pubblicati sul giornale irregolarmente dal ‘26 fino al ‘55. Almeno per quel periodo Dorothy si sentì esentata dal produrre battute come quelle a proposito dell’attore cow-boy Tom Mix: «Dicono di lui che cavalca come se fosse una parte del cavallo ma non hanno mai specificato quale». Il suo secondo marito è l’attore e scrittore bisessuale Alan Campbell. Vanno insieme a Hollywood e lì, insieme, scrivono commedie. La loro storia sarà un lasciarsi e riprendersi continuo fino alla morte di lui nel ‘63.
Nel ‘30 riceve il premio O’ Henry per il racconto Big Blonde: la storia di una donna che rimane prigioniera del suo atteggiamento allegro e spensierato e che in realtà è una creatura insicura, disperata e solitaria: quasi una sorta di autobiografia. Quando Dorothy ritorna a New York ricomincia a bere. Nel ‘35 si getta in politica legandosi ai radicali. Nel ‘37 va in Spagna come corrispondente di guerra. I suoi articoli descrivono le azioni ‘lealiste’ (sostenute dai sindacati, dai comunisti e dall’Unione Sovietica) e non quelle della Falange (appoggiate dall’Italia fascista, dalla Germania nazista, dall’esercito e dai latifondisti). Dorothy si era pubblicamente dichiarata comunista e quando si formano i vari comitati e sottocomitati di investigazione per le attività antiamericane si ritrova, insieme ad altre trecento persone, in una lista di “sospetti comunisti”. Viene condannata.
Oramai i produttori la boicottano, non riesce più a lavorare. Vive in una squallida stanza d’albergo e riceve il sussidio di disoccupazione dei poveri. Viene ricoverata in ospedale, la sua amica Lilian Hellman riceve una telefonata in cui le si chiede di saldare il conto. Dorothy due giorni prima aveva ricevuto un assegno di diecimila dollari. L’amica gli chiede dove sono finiti e lei risponde di non saperlo. «E sul serio non lo sapeva, diceva la verità. Voleva essere senza denaro, voleva dimenticare di averne. L’assegno fu trovato nel cassetto della sua scrivania assieme ad altri tre. Dopo la sua morte trovai quattro assegni non incassati di sette anni prima. Non ha mai avuto molto ma di quello che aveva non si curava affatto». Nel ‘67, quattro anni dopo la morte del suo secondo marito, quasi cieca, sola, schiantata dalla persecuzione politica, muore alcolizzata nella camera di un piccolo albergo. Nel testamento aveva designato suo unico erede Martin Luther King che verrà ucciso un anno dopo.

(foto George Platt Lynes, 1943)

POESIAPresente 2008 a Monza


POESIAPRESENTE
vi augura una serena fine del 2007

e vi aspetta

il 9 gennaio 2008
con il primo appuntamento
della nuova stagione poetica in Monza e Brianza
mercoledì 9 gennaio 2008, ore 18.00 Caffè Letterario di Binario 7 MONZA
Inaugurazione della stagione 2008 di PoesiaPresente

si prosegue la sera stessa con
IDA TRAVI: “Poesie per la Musica”
e con Adriano D’Aloia, Paolo Ornaghi
(mercoledì 9 gennaio 2008, h.21.00 – Teatro Binario 7 MONZA)
e poi
mercoledì 16 gennaio 2008, h. 21.00 – Teatro Binario 7 MONZA
PATRIZIA VALDUGA e GIOVANNI RABONI (in video): “La Poesia di Giovanni Raboni” e con Roberta Castoldi, Antonio Loreto
venerdì 1 febbraio 2008, h. 21.00 – Auditorium ORNAGO
“Poetry Slam Monza e Brianza under 35”
mercoledì 6 febbraio 2008, h.21.00 – Teatro Binario 7 MONZA
LELLO VOCE (ospite d’onore) “Poetry Slam Nazionale”

LeManiel'Ascolto_07/08 7a edizione


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fermi immagine da un treno che attraversa la prateria


Anno IV. Numero 27. Fermi immagine da un treno che attraverso la prateria“. È questo il titolo del numero che inaugura il passaggio da musicaos.it a musicaos.it – blog. Alcuni di voi se ne saranno già accorti visitando il sito nell’ultima settimana, le pubblicazioni della nostra rivista sono ricominciate dopo pausa di lavoro durata quasi cinque mesi. Ho sempre concepito il “fare rivista” come identico al “fare ricerca”, un binomio inscindibile che negli ultimi tempi ci ha dato davvero molte soddisfazioni (leggi: belle cose lette e da leggere). Una rivista tuttavia è molte riviste. Una rivista ad esempio è materiale da leggere, selezionare, pubblicare; oltre ai testi da recensire e ai rapporti con i collaboratori, tanti. La cosa più bella è accorgersi che l’interesse nei confronti delle riviste e dei siti di letteratura è sempre più attento e critico. Il 2 gennaio del 2004 iniziavano le pubblicazioni di musicaos.it. Gli autori che hanno pubblicato sul sito sono tantissimi, quelli che hanno esordito da queste pagine altrettanti. Da tre anni prosegue la collaborazione osmotica con la rivista Tabula Rasa (Besa Editrice), conferma che la qualità – se c’è – può essere portata fuori dalle strette & infinite pareti digitali di uno schermo. Perchè, dunque, “Fermi immagine”? Per lo stesso motivo da cui è scaturito il sottotitolo della nostra rivista “uno sguardo su poesia e letteratura”. Il fermo immagine è la cattura di uno sguardo. Mi diverte pensare che il passaggio tecnico da una piattaforma statica a una dinamica sia accompagnato all’idea di poter fermare gli attimi con più frequenza e attenzione, potendo seguire la scrittura da vicino. L’indirizzo per inviarci i vostri materiali, testi, proposte, è alla pagina dei contatti. Cercheremo di mettere a frutto di lettori e autori tutte le cose che abbiamo imparato in questi quattro anni che sono trascorsi. Nel frattempo, buone feste!

Luciano Pagano

(You’ve two years left to trust me)…innesto su Maurizio Leo


maurizioleo.jpg

***** (You’ve two years left to trust me)…innesto su Maurizio Leo *****

…mentre da noi cosa succede? Negli anni in cui la Beat Generation era approdata in Italia e spopolava in America. Allen Ginsberg che legge a Milano davanti ad una folla di persone in un parco. Oggi i poetry slam rappresentano la tendenza, festival di poesia e di filosofia, festival di creazione. Il pubblico acclama la poesia, cerca i poeti, scova gli scrittori fin dalla tenera età, prima ancora che abbiano il tempo di vivere le cose che raccontano. Lo diceva Twain del perché non avrebbe mai scritto di viaggi sulla luna, semplicemente perché non avrebbe mai potuto metterci piede, sulla luna; come scusa può essere accettata. La Beat Generation, però, non è nata con l’intenzione di creare una mitologia, è nata senza intenzioni oltre quella di una scrittura che parlasse della/alla vita, né è fuoriuscita una nuova Epica Americana. Il Moloch di Ginsberg è il mostro-società che nel controllo e nel dominio trita tutto e non lascia nulla, l’alcool e la droga, fonti di espansione per viaggi neuronali e risorse inesauribili per le casse dello stato e dell’anti-stato, dell’industria e del controllo. Quel che resta sono storie che devono essere scritte per restare e poi milioni di altre vite bruciate come teste di fiammiferi brillano e si spengono bruciando le dita di chi vuole afferrarne troppa, di luce. Mentre da noi cosa succede? Altre geografie, altre mitografie. Non si attende la risposta di una rivista che intende pagarci un racconto a parola. Non si prende a calci l’astinenza dentro pagine rilegate. Alcuni scrittori presso queste latitudini confrontano i preventivi dei tipografi che con l’avvento del digitale hanno le mani sempre meno sporche e la prontezza di velocisti sulla richiesta di anticipi, nel caso che qualche scrittore (o editore) tiri un bel bidone e non si faccia più vedere. Gli scrittori di queste geografie occupano uno qualunque dei cento paesi (la provincia dei cento paesi) e sono esperti in comunicati, produzioni, presentazioni e nanoeditoria, dove microeditoria e media editoria sono faccende già grandi, che presuppongono segretari, corridoi, stanze, attese e mezze voci che si inseguono. Lo scrittore/editore, promotore di se stesso e di altri, in luoghi dove i centri sociali hanno avuto una storia puntuale, collocabile in un arco di tempo preciso, e poi sono stati lasciati abbandonati, svuotati, smantellati. E noi, dove siamo? Rischiamo di leggere quel che vogliono ‘loro’, di guardare quel che vogliono ‘loro’ e di essere informati di ciò che scelgono ‘loro’, fino a diventare uno schermo bianco sul quale possono imprimere ogni cosa, ‘loro’. Perché lo scrittore deve trovare il tempo di avere idee che siano sue, e non di qualcun altro, prese in prestito, e nel frattempo deve (r)esistere come persona, fuori dalla pagina scritta. Restano i sogni e le visioni che piombano impensati, quando capita, nel traffico, al telefono, davanti ad un bicchiere mezzo stanco e mezzo sveglio. Ogni momento è buono perché la mente sia altrove con metodo, il metodo della scrittura. Così le nostre mitografie si arricchiscono, le storie si allacciano a persone, persone proprie di un corpo, una voce. Esplosioni che riescono a sganciarsi dall’orizzonte degli eventi del buco nero, che tutto trattiene, perfino la luce dei fiammiferi più grandi. Bagliori che sanno operare con maestria senza avere il tempo di diventare maestri, oppure maestri nel loro lavoro, l’opera di limatura. Il ritmo della diffusione di un testo, a queste latitudini, fa di una ristampa un lieto evento. C’è chi è abituato, c’è chi invece vede nell’esaurimento delle scorte un parallelo dell’esaurimento nervoso di energia, perché il mercato è vasto e saturo, certe volte i lettori bisogna scovarli e quando non ci si riesce con le buone i libri vanno regalati, perché a volte dare un libro è una questione di pudore, quando nessuno lo cerca. E Jack Kerouac? Che senso ha frugare tra i fantasmi e proprio i fantasmi della Beat, che oramai sono fantasmi della storia? I fantasmi ritornano quando hanno qualcosa da ricordare, ci intimano di prendere una condotta differente, i fantasmi dei padri ci rincorrono nei sogni e i sogni, anche gli incubi, sono belli. È bella la musica di Parker, perché è arte, ed è bruttissima la sua vita, come è bruttissima la verità. La scrittura arriva dopo, dopo tutto il resto, dopo la vita. Le parole rimangono lì se non circolano, se non sono dette, se non sono contrabbandate. In questo ‘siamo tutti concorrenti’. Quello di alcuni scrittori è concorso di colpa nel prendere persone ignare e farle diventare lettori. Quest’operazione è vista di buon occhio da alcuni soltanto se va bene. Ciò accade perché a certe latitudini nella scrittura si vive non tanto una libertà di mercato (ovunque) ma una libertà dal mercato. Una libertà che permette di essere scrittori e filosofi anche al riparo da certe logiche che all’arte sono sempre andate strette. Nel momento in cui si chiude l’ultimo verso di una poesia il primo della prossima scalpita, un romanzo stampato e due nel cassetto. La poesia viaggia su fibra nervosa e ottica facendosi beffe di internet. Cioran parla di un suo amico come del filosofo ‘sans ouvre‘. Il filosofo senza opera. Lo scrittore senza opera, al di là di ogni opera. Sono i personaggi di Kerouac e della Beat Generation. Scrittori di romanzi esasperati e senza alcuna coscienza. La critica secerne metodo, categoria, confronto. Io produco metodo, categoria e confronto. Dopodiché sogno per conto mio. Questa notte ho sognato un compagno di viaggio con cui ho diviso molto e che un giorno mi diede una poesia fotocopiata, ridemmo in università di un gazebo oblungo, di come si poteva essere così fuori per scrivere certe cose, sicuramente scriteriati. Le ultime voci lo danno in Toscana, agricoltore o contadino, meglio di chi non crede che la terra abbia qualcosa da regalare. E noi? A noi cosa succede, cosa succede a mischiare la scrittura con la vita? You’ve two years left to trust me.

***** Nel gennaio del 2004 ebbi la possibilità di scrivere l’introduzione per una riedizione del libro di Maurizio Leo intitolato “Dogmaginazione”. Ristampa di un libro smarrito e non più ristampato. Purtroppo quel libro non è stato riedito. Nel frattempo l’editore Lupo ha pubblicato un’antologia delle poesie di Maurizio Leo. Oggi mi sembra cosa opportuna pubblicare sul blog l’intervento che scrissi nel 2004, dal titolo “(You’ve two years left to trust me)…innesto su Maurizio Leo.

“Il pane sotto la neve”. Lebensqualität.


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Non sono riuscito a trovare un titolo migliore per questo post, anche considerando il fatto che tre giorni fa a Lecce ha nevicato, certo poca neve rispetto a tutta quella che è caduta in questi giorni e che ha bloccato mezza Italia. Perché il pane sotto la neve, come la splendida opera scritta da Antonio Verri? Ieri, in un’inchiesta dai toni allarmati, allarmanti e allarmistici del TG4, una donna al mercato nei paraggi di Milano diceva che il pane costa 6,50€ al chilo. Esattamente un terzo rispetto al costo del capoluogo della nostra provincia, Lecce. Nel frattempo Lecce è 83sima nella classifica stilata dal Sole24Ore, in crescita di sette posizioni rispetto all’anno scorso. Non ho mai creduto alle classifiche, né a quelle di libri che si fanno a fine anno e nemmeno a quelle della qualità della vita. Che volete farci, anche questa è Lebensqualität.

Per una civiltà di memorie.


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Per una civiltà di memorie.
Su “Visite inattese” di Stefano Cristante

La poesia filosofica, o la poesia del pensiero, è quella poesia che si interroga sulla flessione dell’io lirico, sul ripiegamento in se stesso dell’io poetante. Davanti a poesie di questo genere l’unica estroflessione notevole è il fatto stesso che la poesia sia in apparenza l’unica traccia accreditabile della presenza di questo io. La poesia è uno sperimentare allo stesso modo in cui l’esperimento, in fisica, viene condotto per certificare l’esistenza di un qualcosa che si presupponeva esistere e che sotto gli occhi dei più – non è. La prima impressione che ho avuto leggendo “Visite inattese” di Stefano Cristante è stata quella di una vicinanza alla poesia di cultura e meno al culto della poesia. La prima sezione, intitolata “Tipi di cose”, costituisce una sorta di tipigrafia degli affetti, luoghi distanti nel passato dove osservare quel che è stato senza rimpianto. Colpiscono le descrizioni del paesaggio, un assente noto nella media della nuova produzione lirica. È nei modi di articolare la poesia dinanzi al paesaggio che possiamo scoprire il rapporto del poeta con se stesso prima ancora che con il suo ambiente, un paradosso che è possibile soltanto in poesia. C’è il rapporto dell’autore con una terra d’adozione “Abitare è amare questa terra/per quante vie di fuga mi regala”. “Tipi di vento”, “La pioggia di tutti”, e la bella “2 stagioni +2” partecipano di un sentire nel quale la poesia di Stefano Cristante si astrae rapida dal poetese: “tutto è verde, brilla, risplende/la luce rimbalza esotica sui davanzali/si accresce col verde/si espande, sovrana,/regina-pupilla della tua verde mente”. Termini come il vento, la nebbia, la pioggia, i rami, le foglie, sono comparse rarefatte, segnali di oggetti tangibili, presenti. L’impressione è di un libro che è sunto della propria esperienza intellettuale e diviene il presente di una gnoseologia per frammenti, suggerimenti. Nella sezione intitolata “Anatomie” c’è una poesia “Storie senza tempo”, dove i versi danno forma, in un cantilenare ritmico, a una riflessione sul passato che si intreccia al presente. In questi versi sono ricchi i richiami al mito e alla fondazione della società civile, è come se le memorie di quest’ultima venissero chiamate in causa con l’intenzione di concedere alla lirica la possibilità di esprimere ciò che il tempo annienta, sotto forma di conflitto per la pura sopravvivenza. Vi può essere lotta per la sopravvivenza (struggle for life) nella vita di ogni giorno, dalla grecia antica a oggi, tuttavia nella poesia diviene consistente la voce del riscatto (ad esempio in Minotauro, e in Problemi di stirpe e etnia…). La poesia di Stefano Cristante desidera realizzare ciò che le fotografie non riescono a realizzare, perché testimoni di un posto giusto preso nel momento sbagliato. Non a caso “Il poemetto” occupa la parte centrale dell’opera, esso è infatti il componimento nel quale vengono impegnati tutti gli accordi presenti nelle altre sezioni. Il contrasto tra le civiltà e il desiderio di fuga, sono termini a quo della poesia di Cristante e non, come si potrebbe errare in letture improvvisate, termini ad quem; qui non c’è l’anelare di Rimbaud a chiudere i conti con l’occidente per finire i suoi giorni da esploratore in Africa. L’esplorazione razionale e in versi cui si dedica l’autore di “Visite inattese” è una rivisitazione delle “Amenità” del nostro tempo, continuamente in bilico tra ragione e rivoluzione “Oh, l’ipotenusa! L’ipotenusa è quel tratto che dall’ombra del pino attraversa paesi e contrade e si tuffa dentro le spighe gonfie di chicchi gialli e arancio e li oltrepassa giudiziosa, su e in poco tempo geme d’entusiasmo nel provare l’abbraccio del mare” (da Escursioni). La poesia si assume il rischio del ripensamento, “Fa’ come sai e come si deve./Riesuma la Musa. Il gatto si assuma/il rischio delle fusa.”. Sembra che la conclusione di questo libro conceda, così come la dedica “A chi non sa amare”, la critica al cuore dello stesso sistema che con versi si cerca di scardinare, la poesia dell’esteriorità commossa e dell’occasione di fronte alla riflessione del poema naturale. Una sorta di Lucrezio contemporaneo, autore di un poema umano della conoscenza così come poteva essere concepito in epoca pre-cristiana, periodo in cui non c’era uno iato così forte tra scienza e poesia. In “Visite inattese” c’è questo tipo di poesia, che recupera una dimensione di indagine conoscitiva del mondo e dell’uomo. La tradizione e il passato giocano un ruolo importante finché servono, appena prima di divenire pesantezza e impedire il volo.

Stefano Cristante, “Visite inattese”, Besa Editrice

Le 1000 – blog di Stefano Cristante

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV, Numero 27
“Fermi immagine da un treno che attraversa la prateria”

notte di valpurga


Centro d’Arte Contemporanea il mitreo
roma 8 settembre 2007

notte di valpurga letture orizzontali
body poem per quattro voci

laura cardillo
vitaldo conte
ugo magnanti
tiziana pertoso

Casi di omonimia


arlecchinomoderno.jpgLa pratica della critica si trova a affrontare problemi diversi, tra questi il problema dell’omonimia. Cosa accomuna il concetto di postmoderno all’etichetta di postmoderno? Nelle ultime settimane gli interventi di A. Berardinelli e M. Belpoliti, più che del dialogo a distanza sono interessanti per le considerazioni che deviano come tangenti dalla collisione di opinioni sulla letteratura recente, contemporanea degli ultimi trenta anni. “Leggendo Berardinelli, sociologo della cultura, si ha la sensazione che il postmoderno sia essenzialmente «la vendetta dei filistei» una sorta di Kitsch (ndr maiuscolo nel testo) volgare praticato da agenti pubblicitari, addetti al marketing, promotori finanziari e autori televisivi, i lettori ideali di Eco, Calasso, Zolla”.
Chissà a quale delle 26 opere di Zolla (scritte dal 1959 al 2002 e pubblicate fino al 2006) si riferisce Belpoliti. Chissà quanto pubblico perderebbe l’editoria senza gli agenti pubblicitari, gli addetti al marketing, i promotori finanziari e gli autori televisivi. Credo molto e senza malgrado alcuno. Tra le altre cose sembra che tutte e quattro le categorie non manchino a loro volta di prodursi in opere e testi. Il problema su cui scricchiola l’affermazione paradossale è che gli autori citati (i viventi almeno) difficilmente scrivono per un pubblico che lui sembra presupporre come destinatario delle opere stesse. L’agente immobiliare può leggere Eco al venerdì e al sabato può comprare XL per leggere di Saviano che recensisce i Subsonica che pubblicano un album in cui una canzone è ispirata al Dies Irae di Giuseppe Genna, mentre Marco Philopat segue il concerto dei redivivi Sex Pistols (meno Sid). È normale. È normale perché tutto dannatamente e meravigliosamente Contemporaneo. La discussione che vorrebbe scivolare inevitabilmente verso una frattura non ne è capace. Non tanto il postmoderno (se esiste oppure no) fastidia, quanto il contemporaneo, condannato all’esistenza nel sempre presente e allo stesso tempo mutabile. Preferisco Berardinelli “Neppure su Volponi e sulla Morante, su Barthes e su Calvino, su Bernhard e su Pasolini abbiamo le idee del tutto chiare” e ancora “Qualunque cosa si pensi del postmodernismo come opzione estetica neobarocca, citazionistica, sdrammatizzante, favorevole al superficiale e all’effimero, fra “pensiero debole” e calviniana “leggerezza”, resta il fatto che la mdoernità classica, nelmomento in cui è diventata classica, cioè teoricamente e storicamente codificata, ha cessato di essere il presente per diventare il passato. È a questo punto che la letteratura occidentale è entrata nella postmodernità, che perciò è stata, già dagli anni Quaranta, non una scelta, ma un dato di fatto”.

Officine virtuose


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Ci si interroga spesso sul significato e sul senso che ancora possiede la collezione di testi e la produzione di antologie. Dell’antologia si considera spesso la sua funzione di punto di arrivo di un lavoro che c’è stato in precedenza, un po’ come accade con le riviste di letteratura. A me, delle antologie, piace considerare l’aspetto seguente, quello che c’è dopo, l’eventuale dibattito e, sulla lunga distanza, quel che resta di un lavoro, interrogarsi su che fine hanno fatto gli stili e gli autori che per un momento sono stati coincidenti nello stesso volume. Il Gruppo Opìfice è nato nel 2002 (coordinato da Simone Olla, Simone Belfiori, Giovanni Curreli, Carlo Corsale, Fabrizio Bolognesi, Joaquime), facendo suo un impegno nel coniugare ad un’azione metapolitica un pensiero e una scrittura plurale, unita quest’ultima a altre forme di espressione artistica. Di certo il Gruppo ha fatto da stimolo per diversi autori inaugurando e proseguendo la formula dell’invito mensile alla scrittura aperto a tutti, senza distinzione. Nel febbraio di quest’anno, la Giulio Perrone Editore, nella sua collana dedicata alle antologie, ha pubblicato “Tutti esplosi. Le trame di Opìfice” (Tutti esplosi. Le trame di Opìfice. A cura del Gruppo Opìfice prefazione di Massimo Carlotto, ISBN 978-88-6004-073-2, €12). La raccolta di racconti è omogenea (Maria Luisa Fascì Spurio, Piero Buscemi, Grazia Scardaci, Enrico Pietrangeli, Maurizio Pupi Bracali, Giovanna Mulas, Fabio Medda, Gennaro Livicuri, Maria Brunelli, Tommaso Chimenti, Mattia Piano, Fabrizio Ulivieri, Francesco Massinelli, Stefano Baccolini, Davide Riccio, Teresa Regna, Flavia Piccinni, Decimo Cirenaica, Fiorenza Licitra, Claudio Ughetto, Aventino Loi, Umberto Bertani, Matteo Pazzi) divisa per momenti, al contrario di quanto accade a certe antologie che corrono il rischio di raccogliere testi accomunati soltanto da coincidenze tipografiche. Ha ragione Massimo Carlotto, che nella prefazione al volume nota come questo costituisca un pretesto per tastare il polso dei temi e degli stili dell’attuale scrittura narrativa. È quello che si nota, racconto per racconto, si va dal pastiche “Un giorno una mosca per caso”, del versatile Enrico Pietrangeli, fino alla velocità e alla sperimentazione di “Il reflusso gastrico” di Davide Riccio, i suoi racconti all’interno dell’antologia sono tra i più divertenti e misurati dal punto di vista espressivo. In tutti il desiderio di raccontari, magari proiettandosi su una dimensione che non è quella consueta, forse per questo diversi racconti rappresentano un personaggio solitario fotografato in una dimensione iniziale grottesca, raggiungendo i toni parossistici, ad esempio in “Kilimangiavo” di Tommaso Chimenti, l’autore fantastica di un paese i cui abitanti ingrassano in ragione direttamente proporzionale a quanto e cosa leggono, oppure in “Devo stare più attento” di Decimo Cirenaica. Sprazzi di poesia racchiusi nelle due pagine scritte da Teresa Regna e intitolate “Il ponte”. Sarebbe davvero un peccato e un torto perdersi la freschezza e la leggerezza di alcuni di questi racconti. Belli anche il prologo e l’epilogo del volume, una storia nella storia disegnata da Luca Congia. Il filo rosso che unisce questi testi va rintracciato nella frenesia che impongono i ritmi moderni, nei quali trovare il tempo di fissare il proprio sguardo e le proprie riflessioni sulla pagina scritta richiedono un’attenzione non scontata. Il bilancio di quest’antologia secondo me è positivo. Come dice giustamente Simone Olla, nella sua nota al volume “Tutti esplosi utilizza il linguaggio letterario con il fine di demitizzare le certezze plastificate della tarda modernità. Tutti esplosi è una radiografia ironica e tragica della nostra epoca”, la pratica della scrittura si ricollega così agli intenti metapolitici dell’associazione di cui fanno parte i curatori del volume.

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV, Numero 27
“Fermi immagine da un treno che attraversa la prateria”

Hitler e/è il romanzo di Giuseppe Genna


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In gennaio uscirà il romanzo di Giuseppe Genna intitolato Hitler. Leggere i materiali in progress di questo libro mi ha fatto venire in mente delle considerazioni e ricordi. Un romanzo incentrato sulla figura di un nulla che ha fatto scaturire la più grande tragedia. Ci sono alcuni interessanti libri che affrontano gli inquietanti aspetti della barbarie e che possono offrire spunti per una riflessione che potrebbe scaturire a margine della uscita e della lettura di questo romanzo. C’è il saggio di Leon Poliakov (Il nazismo e lo sterminio degli ebrei), dove viene affrontato nei minimi particolari il piano di sterminio organizzato, fino alle sue conseguenze più estreme e fantasiose, come la deportazione di massa in Madagascar, oppure l’utilizzo di emissioni radioattive all’altezza dei genitali. Poi c’è un testo di Adelin Guyot e Patrick Restellini, intitolato “Arte nazista”, qui invece vengono affrontati gli aspetti “superficiali” di un periodo in cui la “superficialità” e l’apparenza nella propaganda giocarono un ruolo fondamentale, dall’architettura (vedi alla voce Speer) alla definizione di “arte degenerata”. Penso a letture come Primo Levi con “I sommersi e i salvati” o a “Le origini culturali del Terzo Reich” di George Mosse. Letture necessarie e testimonianze da un periodo che è consegnato alla storia, quindi più difficile da scardinare, recuperare e rendere fingibile; operazione condotta anche di recente sul grande schermo. La cosa che più mi interessa di questo romanzo in uscita è la premessa filosofica che esso racchiude e il modo in cui tutto è proposto, fin dalla barratura della parola romanzo, identica a quella che Heidegger poneva alla parola Essere nei suoi scritti che poco più di una decina di anni fa venivano pubblicati da Adelphi, testi come “Oltre la linea”, un botta/risposta filosofico tra Jünger e Martin Heidegger. Fare i conti con una materia del genere, affrontando la narrazione della Tragedia per eccellenza è uno degli intenti dell’autore. [continua]

Adesso tienimi.


su “Adesso tienimi”
Flavia Piccinni

Flavia Piccinni, con “Adesso tienimi” è sicuramente riuscita nell’intento di offrirci uno spaccato veridico di una situazione, quella delle periferie e nella fattispecie di Taranto, comune a molti giovani. Non solo. Con il suo romanzo è riuscita laddove molti altri potrebbero fallire per eccesso di zelo (vedi alla voce: pedanteria) o di intellettualismo. Quest’ultimo elemento, in particolare, risulta evidente. La giovane età dell’autrice, unita ad un’esperienza di scrittura – oltre a diversi racconti questo è oggettivamente il suo secondo romanzo – fanno accorgere il lettore del fatto che la Piccinni conosce le cose che racconta e non le scrive soltanto per scandalizzare. Il ragazzo di Martina è morto da poco, lo scenario in cui si muove la ragazza non è dei più belli, ma lei ci ha fatto l’abitudine e di certo non emerge per buona parte del romanzo, nessun desiderio di riscatto, semmai l’ambizione ad un’atarassia generica dentro cui resistere al mondo, isolati, coltivando le poche cose che offrono una certezza di tranquillità. L’ippodromo, un giro al porto, il tentativo di pensare ad altro, non c’è nessuna intenzione di indagine sociologica, nel romanzo della Piccinni, semmai una sorta di prossemica della sensualità, fatta di descrizioni di sguardi, gesti, piccoli riti, un esempio? La scena in cui la protagonista raggiunge la casa del suo ragazzo prima del funerale. Una altro esempio? I quattro amici che scrivono il loro nome su un lucchetto che poi legheranno a una catena. Il rapporto di Martina con la madre Adriana è da pari. La chiama e la immagina sempre per nome, i suoi genitori le fanno fare quel che vuole, come se non andare a scuola di sabato fosse un delitto, ci si chiede piuttosto perché Martina continui a frequentare, visto l’interesse. È chiaro che lo sguardo di Martina risulta essere quello più lucido e al tempo stesso obiettivo di tutto il romanzo “A volte non capisco perché le famiglie si ostinino ad andare d’accordo, a creare un senso di quiete che non esiste”. La stessa lucidità nei confronti dei professori, che non risparmiano considerazioni ad alta voce “Gli insegnanti sbraitano, fanno domande, commentano, spiegano. Ripetono che le lezioni, anche se obbligatorie, accolgono spesso asini travestiti che farebbero meglio a lavorare nei campi o alle pompe di benzina.” La risposta è forse che la scuola, nonostante tutto, resta l’unico collante sociale rilevante, in ogni condizione, prima dell’ingresso nel mondo del lavoro. Una cosa che viene in mente è che il mondo di “Adesso tienimi” è popolato di arresi che hanno ceduto alla sconfitta anche quando non hanno sperimentato la perdita, professori di liceo arresi all’impossibilità di fare sforzi per migliorare gli studenti, figli arresi difronte all’inadeguatezza di genitori e parenti. Quando la professoressa di greco rivolgerà un’attenzione a Martina, semplicemente per chiederle come sta, ciò costituirà una novità momentanea, la prima volta in tredici anni di scuola dell’obbligo che un professore si interessa di lei. I protagonisti adolescenti di “Adesso tienimi” sono riusciti a individuare il codice di sopravvivenza per la città e per i suoi luoghi, perfino Tamburi che insieme a Paolo VI e Taranto 2 è considerato da tutti una pattumiera, si rivela essere uno dei luoghi più belli, con un mare cristallino che ai Caraibi se lo sognano. La generazione di eBay e degli iPod che si incrocia con problematiche vecchie come il dopoguerra. Il linguaggio e lo stile utilizzati da Flavia meritano un discorso a parte. Anzitutto c’è un’evoluzione sensibile nei confronti delle sue precedenti prove narrative, soprattutto i racconti; acerbi nella lingua anche se già individuati, cioè ognuno caratterizzato dalla resa di uno spaccato di mondo proprio, in miniatura; in “Adesso tienimi” il periodare è preciso, il lettore è spinto a visualizzare rapidamente ciò che accade, lo spazio lasciato al pensiero e alla para-noia è ristretto, teso in un “ciò che è” che è “ciò che accade”, identico a ciò che viene narrato. La gravità delle situazioni non viene certo sminuita da questa rapidità. “Adesso tienimi” è un colloquio con una persona assente, una finzione di monologo costruita con se stessi, chiave di volta di un amore che ci unisce a qualcun altro e, allo stesso tempo, da modo di conoscerci su un ritmo in crescendo che diventa pulsante, fino sciogliere nel finale la sua tensione.

Adesso tienimi, Flavia Piccinni, Fazi Editore

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV, Numero 27
“Fermi immagine da un treno che attraversa la prateria”

 

“Re Kappa” su MusicClub


L’intervista di Flavia Piccinni su Re Kappa, pubblicata sulla rivista MusicClub.

La tigre


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La tigre 

“a tutti quelli che cadono”

Sei immobile sotto l’ombra di un fico nel centro del grande prato, è qui che ogni giorno vengono a allenarsi i ragazzi dell’Unione Sportiva, assieme agli atleti sporadici del venerdì mattina, i single e le single in cerca di un’amicizia che si concretizzi oltre l’ubriachezza ondivaga di certe chat assonnate. Tu no. Sei qui, immobile da una ventina di minuti, mantieni la tua posizione, ci sei abituato – occupi la posizione della tigre – tre ore al giorno, non ricordi quand’è che hai cominciato. Chissà che cosa avrebbe detto Elisa, se soltanto fosse stata qui a guardarti. L’ultima cosa che ti ricordi di lei sono i suoi occhi, con il vagone che scivola sull’ovatta dei binari, quel giorno alla stazione, 19 nord, lei che ti singhiozza “ma sei sicuro…non possiamo darcene un’altra…ti prego“, tu che la guardi in silenzio, i tuoi occhi che in un moto impercettibile colgono un altro luogo, un altro pensiero “…ti prego“, il treno che parte.
Tu e Elisa vi siete conosciuti in Facoltà “anche te da Sulmona, da quanto è che stai a Roma? Frequenti? Ti va un caffè?“, lei era iscritta a Lettere Moderne, tu stavi quasi per laurearti in Architettura. Hai cercato di mettere ordine nella sua vita fin dal primo giorno in cui vi siete messi insieme, e non ci sei riuscito. Non sei riuscito a farle cambiare amicizie, non sei riuscito a convincerla che avere una laurea appesa in camera da letto sarebbe stato un gesto estetico, forse indegno per una beat come lei, ma pur sempre un gesto estetico.
Poi hai terminato i tuoi studi in Architettura e sei tornato in paese, dal giorno della tua laurea lasciasti passare tre mesi nei quali fosti capace di non sentire Elisa nemmeno una volta. L’estate del millenovecento76 è stata la prima estate che hai trascorso senza Elisa da quando stavate insieme, tre anni esatti. Vi siete messi insieme senza nemmeno capire il perché, pur di riuscire a diventare architetto in tempo avresti studiato e tracciato i tuoi disegni durante il sonno, Elisa, invece, pur di riuscire a toccare il fondo sarebbe riuscita a nuotare in apnea  e contro corrente per diversi minuti nel più nero dei liquami, aprendo la bocca per respirare il suo diavolo. Un mattino il tuo risveglio è stato acceso dall’urlo felice di tua madre, “che cosa è stato…“, poteva essere accaduta qualunque cosa, nulla ti avrebbe mosso dall’amore che provavi per il fresco odore delle lenzuola appena cambiate, era bello ritornare da Roma a Sulmona per trascorrere le vacanze in casa tua, trattato come un ospite di riguardo, “hai vinto, hai vinto tu, hai viiintooooo! Mio figlio ha vinto!“, soprattutto ora che avevi ottenuto la laurea. Al termine di quei tre mesi ti era arrivata la lettera che aspettavi, l’assegnazione dei lavori di progettazione del porto. Il tuo primo progetto. Il porto in questione costituiva lo sbocco sul mare di una cittadina che contava quasi centomila abitanti, una comunità che ruotava attorno alla pesca della mazzancolla, “c’è tutto mamma, edicole, benzinai, c’è anche una libreria, guarda qua…“, agitavi la tua copia ciclostilata di “Porci con le ali” come se fosse il tuo libretto rosso. Il progetto del porto-mercato era tanto ambizioso quanto essenziale, una vera novità per gli anni settanta. Avevi inventato una struttura nella quale la pesca e il commercio si sarebbero coniugate senza sottrarre spazio alle persone, l’ambiente naturale non avrebbe patito più di tanto la morsa necessaria del cemento, con la tua idea avevi convinto i membri della commissione, perfino “il Ruspoli”, così lo chiamavi. La “Grande Ala Sottile”, il GAS, era la sigla che contraddistingueva il tuo progetto. Peccato non poter condividere tutto con Elisa, chissà dov’era.
Un vostro collega di studi di nome Antonio – lo avevi incontrato ad un concerto jazz – ti ha detto che Elisa è andata a Londra, forse lavora lì, nel frastuono eri riuscito a cogliere una mezza frase “forse si fa ancora, forse no…“. Non ti importa più di Elisa, non ti importa dei suoi amici, non te ne frega un cazzo della roba, dei viaggi e di tutta la cattiveria che si è sparata nel sangue, quando litigavate per tutto dalla sua bocca sembravano uscire chiodi, i suoi occhi neri erano spenti, avvolti da una cortina di miele grigio, il suo cuore non c’era più, e tu non sapevi più cosa fare per riprenderla. I lavori del porto iniziarono nel novembre del ’76 e terminarono il 20 dicembre del 1979, in tempo per l’inaugurazione dell’anno nuovo, il 2 gennaio millenovecento80.
Guarda quei due lì, si vede che sono venuti qui a correre per la prima volta, è logico, sta per avvicinarsi la bella stagione, li ha presi l’ansia di dover perdere peso prima dell’estate, sperano di dimagrire in tempo per indossare i loro costumini attillati. Lui indossa un paio di scarpe da 10€, il modello base di decathlon, “inconstant runner“. Quest’estate i loro corpi si confonderanno insieme agli altri, sotto l’ombrellone, l’unica consolazione che potranno sopportare sarà la frescura di un gelato e l’mp3-alienazione.
Elisa non ha mai voluto venire al mare con te, non voleva spogliarsi, era innamorata di se stessa e della sua pelle bianchissima, “sei sicura, guarda che una volta lì ti diverti, al mare ti diverti anche se non fai niente, dai, vieni…“, non c’era cosa più difficile del convincere Elisa a fare qualcosa che non voleva, prima che tu decidessi di lasciarla per sempre la sua anima era un colabrodo senza spessore, un corpo privo di passione.
Poi c’è stato il silenzio, il lavoro assiduo. Poi c’è stato Antonio che non era contento del suo, di lavoro, “sai com’è, tu mi ci vedi a progettare palazzine per tutta la vita? A me non mi frega della scatola, a me mi frega del contenuto“. Antonio divenne assessore ai lavori pubblici, proprio nella cittadina dove avevano costruito il GAS, si era candidato con la DC e aveva vinto alla prima tornata con la bellezza di seimila voti, “ma dove li hai trovati tutti quanti?“, “non preoccuparti, hai bisogno di qualcosa?”.
Un trafiletto dal “Centro” datato ventisette aprile millenovecento86 riporta una notizia: la salma di Elisa B. ha fatto ritorno a Sulmona, giace nel cimitero comunale. Elisa B. è stata trovata morta a Londra, una settimana fa, i dottori che hanno stilato il referto hanno scritto che è morta a causa della denutrizione, “morta di fame”. Negli anni che sono trascorsi non sei riuscito ad instaurare un rapporto umano che non si limitasse ad essere professionale, non ti sei legato a nessuna e nessuno, la tua mancanza di passione, al contrario di Elisa, è figlia della privazione.
La tua certezza è altrove, nelle quote, nelle tacche e nelle misure, nei trasferibili e nelle fonti dei caratteri, in una realtà brillante come una stella, perfetta come il modello dello Shuttle Columbia stilizzato a due dimensioni nell’Autocad 2.17b, i tuoi ricordi sono nascosti nei cataloghi delle mostre che hai visitato e nei mille rilievi che hai fatto per cercare di far aderire la realtà al tuo disegno, perfino nella foto dei pescatori di mazzancolle che tieni appesa dietro alla scrivania del tuo studio, il Tiger, dove lavorano quarantasei persone, ventidue delle quali hanno meno della metà dei tuoi anni, chissà come si chiama quella ragazza che abbiamo assunto, somiglia così tanto ad Elisa, nei suoi occhi sembrano nascondersi gli stessi discorsi che facevi con lei, eppure non la conosci nemmeno, non avete scambiato una parola.
La tua certezza è altrove. Il quadrato del parco, l’erba che accoglie le tue scarpe da ginnastica, la sinistra a destra e la destra a sinistra, i calzini fosforescenti che sbucano fuori. I piedi nudi sul prato. Una nuvola si dissolve nel cielo di cenere. Mentre una lacrima trasparente riga la guancia della tigre.

pubblicato su “Scemo chi legge…” il numero di Agosto/Settembre di Coolclub.it

“La Gru” è tornata.


Da oggi riprende ufficialmente l’attività de “La Gru

La Gru. Portale di poesia e realtà.

Redazione: Riccardo Fabiani, Loris Ferri, Fabio Monti, Davide Nota, Gianluca Pulsoni, Stefano Sanchini

Collaboratori: Danni Antonello,Franco Buffoni, Daniele De Angelis, Gianni D’Elia, Massimo Gezzi, Raimondo Iemma, Simone Lago, Giampiero Marano, Emiliano Michelini, Enrico Piergallini, Andrea Ponso, Luigi-Alberto Sanchi, Flavio Santi, Cesare Viviani, Matteo Zattoni

«L’arte è sempre legata a una determinata cultura o civiltà, e, lottando per riformare la cultura, si lavora a creare una nuova arte, perché si modifica tutto l’uomo» (Antonio Gramsci)

Continua a leggere l’articolo “Una nuova militanza?” di Davide Nota

Ma c’è una cosa che non sanno


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“Ma c’è una cosa che non sanno,
la gente tornerà a leggere”

da Vanilla Sky

Premi letterari. Sul ruolo dell’autore.


Ho letto con interesse l’articolo che Christian Raimo ha pubblicato di recente su Nazione Indiana 2.0, quello riguardante i premi letterari. Su molte cose mi sento in accordo, se scrivo un post a riguardo è proprio per dare punti di vista sulla questione. È chiaro che i premi letterari, se considerati al di fuori di una logica editoriale, dovrebbero essere utili non tanto come punti di arrivo, quanto come punti di partenza. Un ‘premio per inediti’ dovrebbe stimolare un editore attento a porre il suo sguardo su un autore promettente, così come un ‘premio per opera edita’ dovrebbe avere il merito di attirare l’attenzione su un testo che una particolare giuria critica predilige rispetto ad altri. Non fosse per il fatto che le opere pubblicate, ogni anno, sono tantissime. La possibilità di leggere e apprezzare tutte le opere scritte è ridottissima. I critici e quelli che si occupano di scrittura in senso lato leggono le recensioni dei critici con la speranza di vedere citato e/o recensito, insieme all’ennesimo capolavoro, qualche testo che magari è sfuggito ad una prima analisi. Ecco quindi la funzione del premio letterario, quella di lente d’ingrandimento su ciò che non è molto conosciuto, o sconosciuto del tutto, questa è una mia opinione.
Racconto un aneddoto. Ultimi giorni d’estate. Ultimi frammenti di sole e spiaggia. Capito sul bagnasciuga steso sul mio asciugamano. Vicino si mette un gruppetto di cinque persone. Una ragazza sta leggendo un libro. Si tratta dei mille soli, o cento, non ricordo quanti. “Che stai leggendo?” le fa l’amica. “Guarda”, mostra la copertina senza dire il titolo. “Cosa mi consigli di leggere?”, “Ma guarda, ho letto l’ultimo di Coehlo”, “ah sì, guarda, ho letto Sulla Sponda Del Fiume etc. etc. etc., fantastico, questo è bello?”, “ma, carino, poi ne ho letto un altro, Come Dio Comanda, Ammaniti”. Secondo me la vittoria al Premio Strega di “Come dio comanda”, romanzo del quale non ho compreso il finale, costituisce un cortocircuito utile, non so ancora quanto, ma utile, nel panorama della letteratura italiana di cassetta. L’anno scorso lessi “Caos calmo”, mi piacque come costruzione anche se come ambientazione non mi colpì tantissimo. Dove voglio parare? Secondo me un premio letterario dovrebbe avere il merito di avvicinare al pubblico opere che per un motivo o per un altro non hanno avuto troppi vantaggi da parte del marketing editoriale, per una media/piccola casa editrice: strumenti per la sopravvivenza di una manciata di titoli al di là dell’oblio mensile imposto dal ritmo delle pubblicazioni, investimenti sostenuti da parte della casa editrice. Opere che hanno le caratteristiche per ‘resistere’. Mi spiego: se una casa editrice ha un catalogo così vasto da non poter dedicare attenzione a tutti i suoi titoli, e se nel corso di un anno alcuni giurati si accorgono che un libro merita di resistere al tempo, allora questo libro, oppure una cinquina di libri, meritano un ex aequo. Alt. Il premio letterario nono deve diventare un ‘ripescaggio’, resta e viene proposto ciò che merita, indipendentemente dalla copertina. Magari al posto di un premio si potrebbe istituire un “Premio Permanente” qualcosa di simile a una fondazione che segnali opere rilevanti. Le logiche sono sempre in agguato. Una giuria di lettori che sceglie quale opera fare vincere su una rosa di testi che vengono scelti dai critici. Tanti. Davvero tanti. Più sono e meglio è. L’opera non scelta da dieci giurati ma da tanti giurati. Così da evitare ogni tipo di logica, sembra impossibile, tuttavia è difficile abbandonare i pregiudizi. C’è poi un’altra questione, che va di pari passo con l’influenza dello scrittore nella società civile, nell’intervento di Raimo è scritto “Perché nessuno riconosce ai vincitori quell’autorevolezza, quella qualità, quella primarietà che dovrebbe essere la ragione del premio?”. Lo scrittore, una volta vinto il premio, nonostante il suo pubblico di affezionati (5.000, 10.000, 100.000?) torna nel suo limbo dove il contatto tra reale e scritto è labile, sottile, evanescente. Scompare. L’autorevolezza – in termini di sapersi staccare dall’anonimato del rumore di fondo imposto dai mezzi di comunicazione e dal bla bla bla – si perde. I mezzi di informazione, i rotocalchi, non danno notizia dello scrittore. Sulle pagine della cultura si accendono e si spengono polemiche infuocate. Cosa arriva al lettore? Echi distanti. L’autorevolezza del premio sarebbe dunque un riflesso dell’autorevolezza dello scrittore nella società civile?

“Re Kappa” su Studio83


Segnalo un’interessante recensione di “Re Kappa”, pubblicata oggi sul sito di “Studio 83” (Associazione Culturale per scrittori esordienti), la trovate qui. Ringrazio Elena De Fazio  per l’interessante lettura.

“Re Kappa” su DueA


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Al (quasi) ritorno dalle vacanze “It’s only entertainment“, un’interessante lettura di Re Kappa a cura di Andrea Aufieri sul suo blog DueA. La trovate qui.

“Re Kappa” su “l’Unità”


“La cultura che non riscatta il Salento”
di Andrea Di Consoli

È un piccolo «nipotino» di Céline (posto in epigrafe), il giovane Luciano Pagano (salentino del 1975, redattore della rivista Tabula Rasa dell’editore Besa – http://www.besaeditrice.it – direttore del fortunato sito Musicaos.it), come lo fu, nella sua prova d’esordio, il pugliese Francesco Dezio con Nicola Rubino è entrato in fabbrica. Sarà anche una coincidenza, ma c’è furore vero nella nuova letteratura pugliese di questi ultimi decenni (da Tommaso Di Ciaula, mitico autore di Tuta blu, al Livio Romano prima della «normalizzazione»: al Livio Romano di Mistandivò).
Re Kappa è un romanzo con una trama centrifuga e sincopata: tutto ruota attorno al rinvenimento di un manoscritto di un autore importante della letteratura (tutto ruota, cioè, intorno al rapporto inevitabile, con la tradizione); ma ciò che più impressiona è il ritmo febbrile e nervoso dell’io narrante: un «io» giovane e inquieto, immerso nel delirio del «mondo culturale» di provincia: «Una cosa è certa, la poesia del tacco d’Italia fino a qualche anno fa era conchiusa nelle opere di notai, avvocati e affini di mestiere, dotti commercialisti e simili, professionisti d’altro modo di trattare le parole(…)».
Vi è qualcosa di stralunato, nella sintassi aggrovigliata e furiosa di Pagano; qualcosa di brutale – di poco letterario – ma è come se Re Kappa rappresentasse una sorta di agnizione delle «buone maniere» letterarie, per rifondare tutto a partire dallo stomaco, dalle «viscere», dagli umori (non c’è terra, in fondo, più umorale e incendiaria del Salento). Il Sud di Pagano è stremato di precariato, di modelli alti, di «industria» culturale, di distrazioni: un Sud poco pensato, ma vissuto a livello di epidermide, come un insetto snervante che punge.
Emerge in questo romanzo una fauna di «operatori culturali» da tragicommedia all’italiana (dagli attori ai consulenti editoriali). La prosa è violenta, spesso corre più veloce del pensiero, ma più che una storia, Pagano ha fretta di gridare i suoi sentimenti e i suoi umori. Non mancano variazioni di registro, momenti di vera e propria invettiva, e «linguaggi bassi» di tutti i tipi. È come se Pagano dicesse: laddove c’è troppa cultura, poi non ce n’è più nessuna. E Pagano sta, interamente, nel Salento moderno e sbandato di oggi: un Salento con troppa elefantiasi culturale, cioè senza cultura.

Andrea Di Consoli
da “l’Unità” del 6 Agosto 2007, p. 25

[versione in pdf]

Gli atti di Tribù dei Blog


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Sono disponibili in formato PDF sul sito dell’associazione BooksBrothers gli atti del convegno “La tribù dei blog”. Buona Lettura qui.

anelli deboli


musicaos_26_small.jpgè online

Musicaos.it
Anno 4 – Numero 26
“Anelli Deboli”

Testi: Luciano Pagano – Protesi, Elisabetta Liguori – La responsabilità del vetro a NYC, Silla Hicks – Un uomo come gli altri, Biagio Salmeri – Poesie, Marco Montanaro – Stretching, Federico Fascetti – Battiti, Riccardo Lionello – L’isola di Crapus, Francesca Roccasalda – La promessa, Marco Gallorini – Ciabatte, Matteo Chiarello – da “Poesie del silenzio”, Martina Campi – Due poesie, Alessadro Milanese – Pausa pranzo, Maria Luisa Fascì Spurio – Francesca non è mai esistita, Flavio Villani – Il medico, Luisa Ruggio – Le amanti adriatiche, Maria Pia Sapenza – Un racconto di eros

Interventi: Luciano Pagano “Gustavo fa un sogno”, su Gustavo di Carlo Bordini – Distruggi il male, vai!, Su “Actarus. La vera storia di un pilota di robot” di Claudio Morici – I lumi irregolari di Neuropa. (Ancora) su Neuropa di Gianluca Gigliozzi – Dickipedia. Su “Philip K. Dick, la macchina della paranoia, enciclopedia dickiana” di Antonio Caronia e Domenico Gallo – Pangrammi dell’esistenza. Su “La mania per l’alfabeto” di Marco Candida – La decostruzione dell’odio. Su “Il legame” di Fabio Omar El Ariny Stefano Donno “In poltrona con Noam Chomsky“, Nano-intervista, Breve scambio di battute via mail rilasciate da Noam Chomsky al curatore dell’intervento il 14/08/2005 – Il matematico impertinente di Piergiorgio Oddifreddi – La poetica di Mirella Floris: canto d’amore e di lotta – “Io sono figlio unico. Intervista ad Antonio Pennacchi” di Simone Olla – Enrico Pietrangeli Su “Disorder” di Gianfranco Franchi – Su “Sopra e sotto” di Roberto Casalena – Su “L’eretico e il cattolico” intervista a Elio Bartolini di Mauro Daltin – Su “Beckett e Keaton: il comico e l’angoscia d’esistere” di Sandro Montalto – Orodè Deoro Vischio Spaziale Reportage del free dancer Orodè Deoro alla casa-museo di Ezechiele Leandro) Bianca Madeccia Roberto Sebastian Matta Echaurren Simonetta Ruggeri “L’acqua e la pietra: il dubbio e la regola” su “L’acqua e la pietra”, di Bianca Madeccia (Lietocolle edizioni) Giacomo Cerrai “Diario inverso” di Lucianna Argentino – “Stato di vigilanza” di Gianfranco Fabbri – Sante Maurizi su “I trovatori” di Gianni D’Elia

Giù le mani da Punta Palacìa


Ricevo da Valentina Stamerra all’indirizzo di Musicaos.it e pubblico
GIURISTI DEMOCRATICI LECCE
Via Lamarmora 2 -73100 Lecce – 0832/301734 e 349/2874987

GIÙ LE MANI DA PUNTA PALACÌA


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La Marina Militare Italiana, nel 2006, ha presentato al Comune di Otranto (Provincia di Lecce), per conoscenza e senza richiedere pareri o autorizzazioni, un progetto di ampliamento della base militare presente sulla scogliera di Punta Palacìa (o Palascìa), il punto più a est di Italia di una bellezza paesaggistica indescrivibile.
Punta Palacìa fa parte a pieno Titolo del Parco Naturale di Otranto-Leuca, recentemente istituito dalla Regione Puglia e sarà presto incluso nel costituendo Parco Marino. Si tratta dunque di un sito di interesse paesaggistico ai sensi dell’art. 142 del Decreto n. 42/2004 “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”.
Il progetto prevede una costruzione destinata ad alloggi per la Marina, due torri di cemento alte 11 metri ciascuna, un grande parcheggio per i mezzi della Marina e la ristrutturazione di un edificio già esistente.
Le associazioni locali, che hanno già coinvolto, ove esistenti, le rispettive sedi nazionali (Giuristi Democratici, Legambiente, Coppula Tisa, Cultura Ambiente, SOS Coste, Comitato Giù le mani dalle coste, Gruppo speleologico Andronico, Forum Donne Native e Migranti, Meetup leccese di Beppe Grillo, Coordinamento Salentino contro la Guerra e le basi militari, Manifatture Cnos, Arci Terra Rossa, Circolo Arci Zei, Comitato contro Eolico, Accademia Kronos, Comitato contro la 275, Comitato No Tav, Verdi e Rifondazione Comunista) stanno organizzando la costituzione di un Comitato di Coordinamento “Giù le mani da Punta Palacìa” ed hanno già chiesto di essere invitati a partecipare alla Conferenza di Servizi.
La Conferenza di Servizi è stata chiesta dal Comune di Otranto sulla base dell’art. 147 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio D.Lgs. 22.1.2004, n. 42.
La Marina Militare riterrebbe che, trattandosi di territorio appartenente al demanio militare, l’Autorizzazione paesaggistica delle Autorità Amministrative locali non sia necessaria.
Le leggi recenti e l’interpretazione datane dalla Cassazione penale e dal Consiglio di Stato, però, richiedono detta autorizzazione come necessaria, ravvisando il reato di deturpazione delle bellezze naturali (art. 734 c.p.) che ora dovrebbe essere assorbito, secondo il principio di specialità, dal più grave delitto di Opere eseguite in assenza di autorizzazione di cui all’art. 181 D. Lgs. N. 42/2004, in caso di realizzazione delle opere senza l’autorizzazione paesistica.
Le sentenze citate sono Cass. Pen. Sez. III 24-11-1995, n. 12570 e Cons. di Stato 7-10-1997, n. 560, il parere del Consiglio di Stato è il n. 852/99 del 25-10-2000 e Sentenza Semplificata Cons. Stato 6312/2005.
In base a queste pronunce “anche le opere destinate alla difesa militare sono soggette alle leggi a tutela del paesaggio e la loro costruzione in zona vincolata necessita, pertanto, della preventiva comparazione con l’interesse alla cui tutela è posto il vincolo paesaggistico, perché la Costituzione attribuisce al paesaggio (art. 9) un valore primario che non può essere sacrificato a quell’altro, di pari dignità, della sicurezza del paese (art. 52)” (Cass. Pen. Sez. III 24-11-1995). Ed ancora: “Deve ritenersi necessaria l’autorizzazione paesistica per tutte le opere destinate alla difesa nazionale ivi inclusi gli alloggi di servizio anche se realizzate su aree ubicate all’interno di basi militari o al diretto servizio di esse” (Cons. Stato 6312/2005).
Anche il parere del Consiglio di Stato n. 852/99 sostiene l’obbligatorietà dell’autorizzazione paesaggistica per tutte le opere militari.
Autorità chiamate a partecipare alla Conferenza di Servizi sono il Comitato Misto Paritetico fra Autorità Militare e Regioni o Province Autonome (istituito dalla l. n. 898/1976 e d. P.R. n. 780/1979) l’Ufficio Parco, La Regione o l’Ente Locale eventualmente delegato dalla Regione per tali funzioni.
Le istituzioni locali (Regione Puglia Comune di Otranto e Provincia di Lecce) stanno lavorando per cercare un dialogo con la Marina Militare e, unitamente alle associazioni, che hanno assunto una posizione consistente in un netto rifiuto a qualsiasi intervento di impatto ambientale su Punta Palacìa, stanno cercando di salvaguardare il proprio territorio.
Il partito di Rifondazione Comunista sta lavorando per presentare un’interrogazione parlamentare.
Gli obiettivi del costituendo Comitato sono di mobilitazione della popolazione, di monitoraggio e di partecipazione attiva di cittadini ed istituzioni, che si concretizzerà oltre che in manifestazioni e richieste alle Autorità, anche nella partecipazione alla Conferenza di Servizi ed eventualmente nella proposizione del ricorso al TAR o (in mancanza di autorizzazione) di un esposto alla Procura della Repubblica.

 

Avv. Valentina Stamerra
– Giuristi Democratici Lecce –

“Re Kappa” su “loSchermo” di Lucca


“Carta” – abbiamo letto per voi…
del 03/08/2007 di Flavia Piccinni

E’ il precariato, il tema del momento. Lo sa bene l’editore che chiama nel cuore della notte lo scrittore e gli dice: se non lo scrivi tu, lo faccio scrivere ad un altro. Inizia così il bel libro di Luciano Pagano, trentenne salentino con il pallino per la letteratura. Pagano dirige infatti la rivista elettronica Musicaos.it ed è redattore dell’interessante Tabula Rasa, pubblicata dalla stessa Besa che ha mandato in stampa il suo esordio. Re Kappa è il diario di una vita, fra il giugno 2005 e l’ottobre 2006, che apparentemente sembra bloccata e, in realtà, si dipana fra cambi di facoltà, rivalità letterarie e non solo. Nodo centrale del romanzo è la scrittura. Il problema che le ruota intorno, e arriva a inglobare le pareti della stessa narrazione, è il desiderio di fare della scrittura un lavoro. Pagano però conosce le difficoltà che un giovane aspirante autore deve affrontare e tutti i personaggi che ruotano intorno al portafogli vuoto, il frigo vuoto, il vuoto dentro, sono armi che accumula e che con il caldo salentino si squagliano al sole, ricomponendosi in quella misteriosa figura che è Michel Benoit, emblema di quel mondo letterario che osanna e s’inchina alle promesse mai mantenute. Benoit, nella fattispecie, per uno strano processo d’alchimia, deve la sua fama a Céline, di cui dice di possedere il leggendario manoscritto della Volonté du roi Krogold. Così, fra citazioni del Maestro francese, riflessioni mistiche e letterarie, il viaggio di Re Kappa si concluderà con un’amara riflessione, fulcro di ogni pensiero che ossessiona chi scrive: se è più facile barare perché continuare a sudare sulle proprie carte? La risposta è in questo incredibile esordio, che è giri di carte e giri di vite in quel mondo bicefalo che è l’editoria.

Di precariato hanno parlato in tanti. Penso ad Aldo Nove o a Mario Desiati. Il primo aveva scelto un’impegno quasi militare, e il secondo una storia d’amore. E lei, come mai hai fatto questa scelta?
“In realtà nel mio romanzo il precariato non entra in gioco come tematica bensì fa da ‘sfondo’ ambientale a ciò che accade, qualcosa contro cui dobbiamo lottare e che dobbiamo al tempo stesso accettare in via provvisoria, il vero precariato del protagonista senza nome di “Re Kappa” è forse quello dei rapporti che regolano il funzionamento di un mondo, quello culturale ed editoriale che lo circonda”.

La scrittura. La scrittura come lavoro, la scrittura come svago, la scrittura come ossessione. Il libro ruota intorno alla narrazione e, per lei, che cosa rappresenta scrivere? La visione del protagonista è autobiografica?
“Il personaggio non è autobiografico per quanto riguarda la vita, non al cento per cento, non quanto non lo sia nei pensieri, che rendono in modo alterato e eccessivo alcuni punti di vista personali.
Per me la scrittura ha sempre rappresentato e continua a rappresentare la necessità di comunicare me stesso agli altri e, in questa comunicazione, filtrare il mondo”
.

Il problema dei trentenni sembra quello di non riuscire a trovare un lavoro che corrisponda pienamente a quello che vogliono. Crede che effettivamente sia così?
“Il problema dei trentenni è forse più nel fatto di vivere in una società che ha concesso di arrivare fino a quell’età senza un inserimento possibile nel mondo del lavoro, molto spesso si tratta anche di giovani laureati, un peccato perché la loro formazione è un bene prezioso. Quello di cui mi rendo conto guardandomi attorno è che il lavoro non manca, semmai il governo presente ha ereditato strumenti legislativi (e dissesto) che rendono più difficoltosa una stabilizzazione in termini economici del lavoro precario. A ciò si aggiunge il fatto che l’Italia è un paese di evasori fiscali genetici”.

Call center, pubblicazioni a pagamento, aiuti economici da parte di parenti e istabilità emotiva. La generazione che descrive è quella che vorrebbe avere tutto e invece non ha niente, non ha quello che vuole almeno. La realtà è questa?
“Per quanto riguarda la descrizione del precariato in “Re Kappa” mi piacerebbe che emergesse il senso di fretta congenita di questa generazione, una fretta dovuta all’ansia di raggiungere senza un abbozzo di futuro l’età in cui non ci è dato più di porre le basi per costruire un futuro”.

Il pubblico spesso viene descritto come un ammasso di lettori cui è facile modificare il gusto. Crede che sia effettivamente così?
“Per nulla. I lettori non sono un ammasso, i lettori costituiscono una massa soltanto quando vengono considerati come acquirenti, in tal modo possono essere suddivisi in base agli acquisti, si può tentare di individuarne i gusti e prevederne i desideri, con un grande margine di errore e fallibilità, grazie al cielo. Prima di ciò i lettori non esistono, ma esiste il lettore”.

Il libro si conclude con un’epistola al lettore. Le piacerebbe essere contattato come chiede ‘Re Kappa’?
“In parte è ciò che sta accadendo, mi riferisco alle email che sto ricevendo da marzo in qua dai lettori e dai critici”.

Il tempo di vita medio di una bottiglia di plastica è maggiore di quello di un romanzo”. Si conclude così il romanzo. È una constatazione amara, come le riflessioni disseminate nel libro. Perché dice così?
“È il modo che mi è venuto in mente, parlo in particolare per la frase conclusiva, per rendere al lettore quello scoramento che a volte provano i critici, i lettori appassionati e gli scrittori, quando si accorgono che il tempo e le contingenze non ci permettono di dedicarci come vorremmo alla lettura dei libri che più ci interessano. È triste pensare che nella mare magnum delle pubblicazioni annuali di narrativa, poesia e saggistica, si potranno scegliere soltanto una manciata di titoli, piccola se paragonata agli sforzi e all’ingegno che ogni autore, nel bene e nel male, ha speso per cercare di raggiungere l’altro, il lettore”.

È facile barare. Chi crede che siano i Michel Benoit dei nostri tempi?
“Chiunque non si comporti con onestà, non solo intellettuale”.

Che consiglio darebbe ad uno scrittore giovane per pubblicare?
“Di non fermarsi al primo ostacolo ma nemmeno alla prima offerta”.

da loSchermo di Lucca del 3 Agosto 2007

“Re Kappa” su “Nuovo Quotidiano di Puglia”


La ricerca dell’identità e la sfida della scrittura.
“Re Kappa” di Luciano Pagano: un giovane autore e il suo mondo
di Antonio Errico

Antonio ErricoQuando talvolta si dice – e si dice con ciclicità frequente – che il romanzo è finito, che non ci sono più tempi, modi e forme di narrazione, che tutto il narrabile è già stato narrato e che per l’inenarrabile è ovviamente ozioso porsi il problema, probabilmente non si considera adeguatamente quella condizione della scrittura che si definisce metascrittura, metaromanzo, metaletteratura.
Invece credo che sia proprio questa la condizione testuale, forse anche ideologica, comunque poetica, che caratterizza “Re Kappa”, il romanzo che Luciano Pagano pubblica con Besa. È la storia della maniera in cui si dispiega il processo di trasformazione degli eventi in linguaggio, la maturazione delle esperienze di scrittura in forma narrativa, la percezione di sé e degli altri in una condizione verbalizzata.
Probabilmente Pagano intende dimostrare che la fonte e l’origine della narrazione si ritrovano in un impulso a narrare e in una domanda sul senso e la funzione che assume questa condizione esistenziale. Ma soprattutto si pone l’obiettivo di proporre l’idea che la forma narrativa sia l’unica condizione capace di attribuire una sistematizzazione alle esperienze della realtà e alle espressioni dell’immaginario.
Poi sembra che Luciano Pagano vada oltre.
Sulla base di una struttura del ritrovamento di un manoscritto, impiegata come espediente per una funzione parodistica, e di un’ambientazione salentina ma dai caratteri deformati, di un intreccio che lega scrittori di varia genia e consulenti editoriali dall’ambigua fisionomia, viene innestata una formula di trama che diventa la metafora di una visione del reale e dei suoi effetti, delle conseguenze che produce la manipolazione del reale, il mondo parallelo che si può generare da una tessitura verosimile delle ipotesi.
Il manoscritto è una sineddoche della realtà; è una parte per il tutto; tutti i possibili intrecci, i misteri, le storie, le situazioni, il vero, il verosimile, il falso, il possibile e l’impossibile, sono contenuti in un brogliaccio che li rappresenta, in un canovaccio delle tragedie e delle commedie del mondo, in un almanacco degli avvenimenti, un catalogo dei destini e un cestino per tutti i sogni.
Il manoscritto modella il mondo e le sue creature che si fanno personaggi. I personaggi, a loro volta, riformulano il mondo costringendo lo scrittore a ipotizzare una riformulazione del manoscritto. La riformulazione del manoscritto costituisce una manomissione dell’idea di realtà, e quindi una trasformazione dell’idea stessa, oppure un trucco. Comunque una simulazione.
Così si potrebbe dire che il mondo rappresentato dalla narrazione è soltanto una simulazione che in quanto tale predispone e propone una realtà parallela, altra, contigua ma comunque con equivalente valore di quella che simula o che assume a riferimento e modello.
La costruzione (o ricostruzione) dell’identità dello scrittore coincide, nei tempi, nelle forme, nelle modalità, come la ricostruzione (o l’invenzione) della storia di un’opera. Pagano vuole rappresentare quell’incrocio casuale di destini oppure quel verificarsi di congiunture che a volte annodano un’esistenza – o una rete di esistenze – ad uno scartafaccio, quella sorta di magia che dal nulla crea una straordinaria testimonianza del proprio essere ed esistere con le figure e gli intrecci di un universo fatto di parole.

Dal “Nuovo Quotidiano di Puglia” di Mercoledì 25 Luglio 2007

ecce mondo [ecco come va il mondo…]


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chippe coppe fe fe – bau!
chippe coppe fe fe – bau!
chippe coppe – fe fe – bau – bau – bau!

dai eh!

qualcuno potrebbe spiegare perché è scappato dal paese di origine…ma se siamo tutti di Roma

ieri sera sono stato molto male…spesso faccio queste scene…sto molto giù vago per casa…sbarro gli occhi…a volte mi guardo allo specchio…vado in bagno e apro il cassetto delle medicine…prendo quelle più pericolose…ieri c’è stata una scelta meticolosa…poi sono andato in cucina e ho preso un bicchiere d’acqua

non lo so…forse tutto questo…risale a dei traumi infantili…mi ricordo…quand’ero bambino…tanti anni fa

[flash-back]

Nanni Moretti, Ecce Bombo, 8 marzo 1978

“Re Kappa” sotto l’ombrellone…secondo Michele Trecca


Da “La Gazzetta del Mezzogiorno” di Domenica 22 Luglio 2007

Sei autori di Puglia e Basilicata sotto l’ombrellone, per un’estate nelle mani giuste. Schede critiche di Michele Trecca.

Mariolina Venezia e la saga lucana di “Mille anni”…verso il Campiello
(Mariolina Venezia, Mille anni che sono qui, Einaudi, pp. 250, euro 15,00)

Gaetano Cappelli una magia narrativa color del vino (l’Aglianico, certo!)
Gaetano Cappelli, Storia controversa dell’inarrestabile fortuna dell’Aglianico nel mondo, Marsilio, pp. 159, euro 15,00)

Giancarlo Tramutoli in “Uno che conta” realtà e fantasie contro la solitudine
Giancarlo Tramutoli, Uno che conta, Manni ed., pp. 94, euro 12,00

Elisabetta Liguori la salentina ai confini tra il Bene e il Male ne “Il correttore”
Elisabetta Liguori, Il correttore, peQuod ed., pp. 255, euro 15,50

Con De Cataldo una donna da favola nel romanzo criminale dell’Italia
Giancarlo De Cataldo, Nelle mani giuste, Einaudi Stile Libero, pp. 240, euro 15,80

Luciano Pagano vita standard di un precario pensando a Céline
Luciano Pagano, Re Kappa, Besa Editrice, pp. 114, euro 10,00

troppo tardi


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aggio siempre pierso ‘o meglio… ecchecciazzo aggia a fa’ se qhille se n’è gghiuto siempre da la capa mia… magari stavo obbàr o dint’a casa mia oppure dint’occàr otomobìl ponzando a cose che mai dico mai più le risarebbero vegnude in testa e le lasciavo pure fuire io… che me ne n’importa… belli penzeri in la capa carrellando morbide poppose collinute piagge a destra e a manca de la vuota che scorre e che fa finta e invece sta… emmeritrovoqquà senza manco un dialetto mio davvero mio per nascimento ma tutto rotto strappato da tutti li sibili tuttolo uno gualcito nel prestito dato che vivo la fine di un mondolo a mano

troppo tardi per la politica troppo presto per la poesia troppo tardi per illuderci troppo presto per disilluderci troppo tardi per cominciare qualcosa troppo presto per la finere sbandolere troppo e troppo troppo in tutte sfere orbene siamsi ici che di qui siamo diresse colui che ‘l volesse intendere in onne modo la cosa così come la di lei sta ben benne alhora io diresse in cronacume esperto balbutiente onne die che ripiombo a la machina nulla da fere è così cha la di sempre va finere sbrindeglierìe conchiusità marrosso sargassate insomma tengere commano laqualcosa e bedda stoffa risulterebber esse sconchiuse a li scaffali mercanzie di tele tinte a tonde anche vestire nudità tagliando taglierini e bluse in sul turchese a spose e financo uccelline disco passo delle teche ipso facto stop

da “Infernuccio itagliano“, Gianni D’Elia
(Transeuropa, maggio 1988, introduzione di Claudio Lolli)