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Musicaos rivista di letteratura dal 2004, dal 2014 Musicaos Editore. Leggere migliora. Salento, Puglia, Italia.

Claudio Martini e il ripostiglio dello scrittore


“I racconti del ripostiglio” – non ci si faccia ingannare dal titolo che allude alla forma racconto – è l’ultimo romanzo scritto da Claudio Martini, un autore per cui sono attendibili definizioni di poliedrico e caleidoscopico interprete della realtà e che è alla sua terza prova narrativa pubblicata dal 2004 a oggi, la seconda per la Besa Editrice, con cui nel 2005 era uscito il fortunato “Diecimila e cento giorni”, in rete Martini è conosciuto con lo pseudonimo di Writer e il suo blog personale, “Altre latitudini” (ospitato sulla piattaforma di Libero), è uno dei più seguiti della rete.
Claudio Martini, nato nel 1954, residente a Torino ma di origini tarantine, è anche autore di diversi tra saggi e interventi relativi al suo mestiere di psicologo e ricercatore sociale, pubblicati in Italia e in America Latina. Il meta-romanzo richiede al lettore uno sforzo di fiducia, bisogna che chi legge accetti di entrare in un gioco più grande di lui; soprattutto in un periodo come quello in cui viviamo, nel quale l’esperienza culturale viene concepita sempre più spesso sotto l’ottica della mera ‘fruizione’, e allora ci si chiede se sia possibile dare vita a un marchingegno che richiede una dose di masochistico asservimento. Quando grazie alla bravura dell’autore si crea una sospensione esatta tra curiosità e attesa, ecco che il meccanismo ci trascina nella lettura, oramai increduli, pronti a tutto. Gli esempi illustri non mancano, nel caso del Decamerone assistiamo addirittura a un evento fondante della nostra narrativa, sulla scorta degli esempi medievali. Italo Calvino – posto non a caso in epigrafe al volume di Martini – è il più illustre esempio di scrittore che ha adottato più volte questo metodo (Le città invisibili, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Il cavaliere inesistente) in cui una storia raccoglie un’altra storia per poi ‘esplodere’ all’esterno. Ancora più vicino a noi è l’esempio di Umberto Eco. Fatte queste premesse debite a un genere importante ci si accosta a questo romanzo con la curiosità di ‘leggere il gioco’ che sottende alla struttura dell’opera di Claudio Martini. Ed è proprio con un ‘gioco’ che il protagonista si troverà a fare i conti, assieme al lettore, trovando in casa sua dei fogli dattiloscritti contenente una serie di racconti. All’inizio lo stile di questi rimanda a situazioni e ricordi di altri autori, un po’ come se il loro scrittore ideale fosse in cerca di uno stile personale, da Ballard a Wim Wenders passando da Jack Kerouac, quasi a chiederci di assistere a un depistaggio. Poi accada che da questi indizi cominci a emergere qualcosa. La curiosità per quei racconti spinge il protagonista, Giovanni, a intraprendere la ricerca del loro autore, partendo dai vecchi inquilini che hanno occupato il suo appartamento, all’interno del quale trova altri indizi per proseguire in questo suo gioco. Ma a questo punto, prima che la storia si faccia ancora più interessante, siamo arrivati a tre quarti del romanzo, d’un fiato, grazie anche alla scrittura evocativa di Martini che in questo suo ultimo libro raggiunge capacità di definizione inconsuete, soprattutto per quanto riguarda gli stati d’animo e la descrizione dello squallore della metropoli, Torino, che nella sua scrittura – questa è una conferma, fin dal suo Sguardi – che si fa ‘generativa’. L’autore mette a frutto la capacità di trasformare in racconto anche il dettaglio più minuscolo, approfittando dei suoi personaggi per esternare le considerazioni sull’oggi, mescolando le parole come un mazzo di carte, per trovare una via d’uscita dalla deriva di un labirinto di storie. Ciò che al narratore riesce con sapiente maestria e a cui il protagonista, invece, anela per ristabilire un ordine negli avvenimenti misteriosi che popolano le sue giornate. Finché il timido ma intraprendente impiegato dell’anagrafe non deciderà per il salto nel buio, in quella zona che l’autore è riuscito a creare in modo sapiente, nella quale la vita coincide con l’opera e dove Giovanni viene chiamato a fare la differenza, con il suo contributo: il suo racconto.
In questo modo, quasi sottoponendosi a una terapia non-ortodossa, farà chiarezza sul suo passato. La vita e la scrittura – e qui ritorna in circolo la lezione di Calvino – possono essere affrontate con la leggerezza di un gioco meta-romanzesco se c’è consapevolezza delle regole e, soprattutto, se la libertà dei giocatori è garantita.

pubblicato su “Il Paese Nuovo”
di Martedì 1 Aprile 2008

La fucina della scrittura: i consigli dello stroncatore.


“C’era una volta”, sarebbe difficile oggi iniziare una storia con questa frase. I lettori di oggi sono smaliziati, mettono alla prova un autore fin dalla prima pagina, come è giusto che sia; per gli inesperti scrittori desiderosi di affacciarsi a un mondo terribile – verrebbe da dire – c’è bisogno di un manuale. L’ultima risposta in ordine di tempo viene da un editore, Castelvecchi, da sempre attento a cogliere e, a volte, anticipare determinate tendenze nel mondo della cultura popolare. Il libro si intitola “Manuale di scrittura creativa” (Castelvecchi, €18), l’autore è Roberto Cotroneo, un tempo stroncatore dalle pagine dell’Espresso, poi scrittore affermato, oggi redattore e insegnante in diversi corsi di scrittura. Chi non ha mai letto i suoi romanzi può cominciare da ‘Otranto’ , oppure ‘Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome’, o ancora il primo ‘Se una mattina d’estate un bambino’, del 1994, nel quale si propone di trasmettere al figlio l’amore per i libri. Questo manuale comincia dalla cosa più importante, cioè da una domanda rivolta agli scrittori di ogni età, verrebbe da dire ‘di ogni ordine e grado’. Perché si vuole scrivere? Qual’è la molla fa scattare quel meccanismo che Truman Capote nel suo capolavoro “Musica per camaleonti” paragonava al dono da parte di Dio di una frusta per auto-flagellarsi? Semplice, “COMUNICARE”, la scrittura serve a comunicare ciò che noi abbiamo dentro, una visione del mondo, una nostra esperienza, qualcosa che ci è successo e che ci ha colpito a tal punto da suscitare in noi il desiderio di rendere gli altri partecipi della ‘nostra’ storia. Fin qui tutto bene. I problemi nascono quando ci si imbatte nello scoglio della forma narrativa. Roberto Cotroneo, dall’alto della sua esperienza di scrittore e giornalista (è condirettore della Scuola Superiore di Giornalismo della Luiss di Roma), divide l’argomento in dieci agili lezioni. Si va dal superamento dell’incubo da pagina bianca al metodo con cui affrontare la scrittura di un romanzo, fino alla scelta dell’ambientazione o dello stile, toccando argomenti ostici come le descrizioni e le digressioni all’interno di una storia. Non esiste una sezione relativa all’invenzione e alla scoperta di ciò che va narrato, perché al contrario di quanto ci si possa aspettare da un testo del genere, l’autore ha preferito affrontare l’argomento privilegiando l’aspetto creativo e senza toccare ciò che compete alla discrezione di ogni scrittore, stiamo parlando dell’argomento di cui scrivere. Il messaggio non espresso è chiaro: ognuno cerchi da sé la propria storia. Esemplare in tal senso la lezione dedicata alle descrizioni degli ambienti e dei paesaggi; ci sono scrittori che affrontano simili momenti con lo stesso atteggiamento con cui si affronta la stesura di un catalogo da vendita all’incanto, enumerando collezioni di oggetti, con i loro nomi e le loro caratteristiche, mettendo il lettore nell’imbarazzo di voltare pagina per scoprire quand’è che la storia prosegue. Il procedimento di descrizione nelle parole di Cotroneo si trasforma in uno dei mezzi più duttili di cui dispone lo scrittore. Un altro aspetto interessante del libro è la presenza di molti esempi e di esercizi, suggeriti agli aspiranti scrittori al termine di ognuna delle lezioni. Molto bella la sezione dedicata all’influenza, ovvero sia alla formazione spontanea e casuale di ogni scrittore, dovuta alle sue esperienze, alle letture fatte in gioventù e alla maturazione della propria identità come lettore. L’impressione che si ha dopo la lettura di un testo del genere è che la premura del suo autore sia quella di limitare al massimo i danni prodotti dagli scrittori impetuosi, che non affidano la propria scrittura a un metodo, per contro è lo stesso Cotroneo a sfatare un mito, quello secondo cui un romanzo, con il suo plot, nasca così com’è nella testa dell’autore: secondo l’autore del manuale non si tratta che di una deviazione congetturale dovuta al cinema, ma tant’è, come i pittori dopo la nascita della fotografia hanno dovuto percorrere altre strade così gli scrittori dopo la nascita del cinema non sono più gli stessi, e a ragion veduta, perché anche i lettori sono cambiati, si aspettano di più e a un ritmo differente.
Il lato positivo di questa ‘evoluzione del lettore’ sta nel fatto che lo scrittore oggi può permettersi di scrivere storie che non seguono necessariamente una logica lineare, ma che possono affidarsi all’evocazione delle vicende in più tempi e in modi non tradizionali. La cosa curiosa è che oltre a un’immagine di stile viene comunicata una sorta di “buona condotta” da seguire, che va dalla proposizione del manoscritto all’atteggiamento da tenere con editori, consulenti e affini, insomma, una lezione di stile che tenta di uscire fuori dai margini della pagina scritta. Il volume è impreziosito dagli interventi di Andrea Camilleri, del giovane critico Stas’ Gawronski, di Roberto Gilodi e Piergiorgio Nicolazzini e dalle sezioni dedicate alle riviste di letteratura, con gli indirizzi delle case editrici e una bibliografia ragionata, quasi come a redarguire lo scrittore esordiente, prendendolo per mano e guidandolo dalla stesura della prima pagina fino alla tanto auspicata pubblicazione. Lo scrittore ‘forgiato’ da questo “Manuale di scrittura creativa” è anzitutto uno scrittore che non si preoccupa della lunghezza del proprio romanzo “ormai non ci sono regole. Ma è consigliabile che il numero di cartelle non sia inferiore alle cento”, ma che allo stesso tempo tiene conto delle esigenze del mercato, anche Cotroneo suggerisce allo scrittore di leggere con attenzione i cataloghi di tutti gli editori ai quali sarà affidata la spedizione di un manoscritto.
A tal proposito mi piace citare un altro libro che si pone idealmente sul versante opposto, il testo è scritto da Stewart Ferris nel 2005 e pubblicato in Gran Bretagna da Summerdale con il titolo di “How to get published. Secret from the inside” (trad. it non disponibile “Come venir pubblicati”). Stewart Ferris parte dallo stesso punto dell’autore di “Presto con fuoco”, suggerendo che da parte dell’autore ci vuole una buona presentazione, una lettera, un riassunto del proprio lavoro che non faccia smarrire il destinatario di turno in improbabili biografie che farebbero ridere chiunque e che sono verosimili altrimenti non verrebbero citate in modo spassionato anche da Cotroneo, si legge ad esempio “…ma è in quegli anni che nasce in lui una vocazione letteraria fortissima, che lo conduce a scrivere una serie di racconti e tre poesie di ispirazione ermetica, segnalati con menzione al concorso ‘Giglio d’argento’ di Radicondoli”. Lo scrittore, in poche parole, deve gettare la maschera e soprattutto il paraocchi, tastando il mondo che lo circonda. In una cosa i due ‘suggeritori’ differiscono: Cotroneo suggerisce, in modo alquanto realistico, di non apporre titoli ai propri manoscritti “lasciate perdere i titoli. Qualunque titolo. Quasi sempre i titoli li fanno gli editori, e sono più bravi di voi di solito. I vostri titoli non li convinceranno mai”, e soprattutto dissuade l’autore dall’allegare immagini per copertine e altre simili amenità; lo scrittore anglosassone invece, forse strizzando l’occhio ai numerosi best-seller in erba che affollano le scuole londinesi, suggerisce addirittura di prodursi in un fac-simile grafico del testo, quasi a suggerire l’effetto del testo confezionato all’editor di turno. Viene in mente quel sottotitolo, lo stesso utilizzato da Woody Allen in uno dei suoi film più celebri, quando parlava del sesso di cui si vuol sapere tutto “ma si ha sempre avuto paura di chiedere”, ecco, in questo manuale c’è tutto quello che si ha sempre il timore di chiedere ma che puntualmente ci viene presentato nel conto quando incorriamo in errori di approccio a un mondo affascinante come quello della scrittura, con un suggerimento finale che viene proprio dalla copertina del libro, dove un bambino in fasce si appresta a battere i tasti di una macchina da scrivere. Perfino il più bravo degli scrittori di fronte alla pagina bianca si identifica con il lettore che ha dentro, in cerca dell’emozione dinanzi al suo primo “C’era una volta”.

pubblicato su  “Il Paese Nuovo”
di Martedì 8 Aprile

Una scena per la mente. Simone Franco. Per una riflessione ulteriore


Il 30 marzo scorso, presso il Teatro Paisiello, è stato rappresentato “Il mulino degli sconcerti”, la prima produzione di Simone Franco, concepita nel 2004 e già circolata in diversi teatri d’Italia. L’idea dello spettacolo è nata in occasione della “Mostra omaggio” dedicata al pittore Gino Sandri, tenutasi a Roma presso il Palazzo delle Esposizioni, nel marzo 2002 e curata dall’architetto Paolo Conti, custode infaticabile delle opere e dei diari dell’artista. Fu allora che Simone Franco venne a contatto con l’opera e con gli scritti di Gino Sandri, decidendo di dare vita a uno spettacolo-evento che rendesse possibile apprezzare a un pubblico più vasto il mondo di Sandri, oltre che venire a conoscenza della sua tragica esperienza. Quella a cui potranno assistere gli spettatori non è altro che il culmine di una tre giorni, uno spettacolo ‘diffuso’ che è allo stesso tempo un omaggio e un’occasione di discussione per tematiche attuali, come quella della psichiatria e delle strutture nate dopo la Legge Basaglia di cui quest’anno ricorrerà il trentennale. Il 28 marzo presso i Cantieri Teatrali Koreja si è tenuta un’anteprima dello spettacolo. Dal 20 marzo presso la libreria Ergot (Piazzetta Falconieri, Lecce) è stato possibile apprezzare le opere pittoriche dell’artista. Il 29 Marzo, presso le Manifatture Knos (Via Vecchia Frigole 34, Lecce) si sono potuti invece vedere filmati che affrontano i temi dello spettacolo, dal versante artistico e da quello documentario. La vicenda di Gino Sandri è la storia di un internamento forzoso con motivazioni politiche, un episodio estremo in cui la sua vita si fa emblema dell’arte come forma di resistenza, oltre che di descrizione della realtà, una vera e propria via di fuga, l’unica di cui disponeva questo pittore durante i lunghi periodi trascorsi nel carcere psichiatrico. Gino Sandri, nato nel 1892 a Rossiglione, vivrà diversi internamenti ‘obbligatori’ per motivi politici, che culmineranno in un internamento definitivo nel 1953, a Roma. Questi periodi svolgeranno un ruolo determinante nella formazione delle opere dell’artista, gli stessi disegni dei degenti saranno fonte di ispirazione. Lo spettacolo del giovane attore leccese, che vive a Roma, si propone di ricostruire frammenti e quadri a partire dai suoi diari e dalle opere di Sandri. Una scena oscura, disadorna, costituisce la stanza della memoria, un antro che è antro amniotico e allo stesso tempo luogo del ricordo. La scena diventa padiglione, cortile, paese. La vicenda di Gino Sandri viene narrata nelle sue diverse fasi, dai giudizi psichiatrici all’atroce esperienza dell’elettroshock, di cui nello spettacolo viene spiegato il funzionamento dal “Dottor Cerletti”. Importante è l’utilizzo delle opere dell’artista, nello spettacolo, accompagnato a quelli che saranno i giudizi dei medici e i referti. Lo spettacolo, diviso in quattro parti, culmina in una scena dove il monologo dell’internato è agito in fondo, in disparte, alternato all’eloquenza dei gesti, laddove nemmeno le parole non possono descrivere l’indescrivibile. L’elemento documentale di questo spettacolo gioca un ruolo importante, come in tutti i progetti di Simone Franco, il suo prossimo spettacolo “Sulle ali della giustizia e della libertà: il volo contro”, è dedicato alla figura del pilota Giovanni Bassanesi. Il teatro di Simone Franco ricostruisce frammenti di realtà in cui il ruolo giocato dalla Storia è determinante. Una scena per la mente nella quale il teatro riesce a restituire ciò che le circostanze hanno negato, il riconoscimento di un grande artista per noi e, per Simone Franco un’ottima prova, conferma di un anno di intenso lavoro che lo porterà a far debuttare il suo prossimo spettacolo in Svizzera, in maggio.

materiali da “Il paese nuovo”

Quest’anno ricorre il trentennale della Legge Basaglia. Ho avuto modo di vedere e lo spettacolo “Il mulino degli sconcerti” e, soprattutto, di vedere i video che vanno a costituire il ‘sostrato’ teorico alla ricerca condotta da Simone Franco nella sua produzione teatrale. La mia prima impressione è che si tratti di un lavoro notevole. Anzitutto per il modo in cui è stata condotta la ricerca, con una puntualità e allo stesso tempo un sapersi mettere sempre in gioco e in discussione da parte del regista dello spettacolo. Un altro elemento importante è costituito dal fatto che, paradossalmente, soltanto vedere come è fatto il teatro dimostra la ‘differenza’ del teatro dalle altre forme di espressione artistica. Il teatro è scrittura e allo stesso tempo è scena, narrazione nel tempo e in luoghi differenti. Tutti elementi che entrano in gioco nel teatro di Simone Franco. Perché allora “Una scena per la mente”? Semplice, perché se dovessi spiegare che cos’è la legge Basaglia a qualcuno, se dovessi far passare quali sono le implicazioni e i retroscena di quanto è accaduto dal 1978 a oggi, ebbene, suggerirei di vedere questo spettacolo, naturalmente in tutte le sue parti, sia quella propriamente spettacolare, che può convivere a sé stante, e sia la parte documentale, i video, i quadri di Gino Sandri. Simone Franco riesce nell’intento di portare sulla scena un monologo ‘esploso’, dove egli si fa interprete di tutti i personaggi della storia, componendo sulla scena i diversi momenti in cui questi interloquiscono tra di loro, senza sovrapposizioni, affastellamenti, ridondanze; lo spettatore all’inizio crede quasi di dovere assistere a una commedia, perché quando si parla di ‘pazzi’ e ‘follia’ la tentazione rassicurante è sempre quella di affrontare gli aspetti ridicoli di una vicenda che invece è terribile. Non accade così. Ciò che accade, dall’inizio alla fine, è di venir risucchiati in un tunnel senza uscita, le cui pareti si fanno via via più strette, finché dell’uomo non resta nulla, un manichino vuoto, senza anima. Diversamente da quanto si potrebbe presupporre, dopo il trattamento degli elettroshock, il presunto malato non si trasforma in un involucro senziente, bensì in un non-involucro privo di qualsiasi risposta nei confronti del mondo. Ci si potrebbe fare qualsiasi cosa. La scelta della maschera del “medico della peste” è emblematica e rimanda a un simbolismo che per tutto lo spettacolo è sottile. Il medico della peste è quel medico che quando crede di stare curando porta il morbo mortale di casa in casa, rendendo possibile un parallelo con il medico dei pazzi, che con gli elettroshock brucia il corpo e l’anima del paziente. Perfino la regia attua l’epoché, una vera e propria sospensione del giudizio su quanto lo spettatore è costretto ad accettare e vidimare, la descrizione della scoperta dell’elettroshock, delle sue prime applicazioni e del passaggio dalla sperimentazione dai maiali ai ‘soggetti’ umani. La vicenda di Gino Sandri è paradigmatica anche perché accade a ridosso del Fascismo, quindi con largo anticipo rispetto al 1978, in un periodo nel quale i pazzi erano ‘alienati’ dalla società, veri e propri ‘alieni’, altri da noi. La scena dinanzi alla Procura, con il giudizio di condanna, costituisce il punto di non ritorno oltre il quale non sarà più possibile ricostruire i frammenti di esistenza di Gino Sandri, oramai relegato alla stregua di una pratica abbandonata, ingestibile da un sistema che lo ha preso, distrutto ed espulso. Simone Franco riesce a rendere la vicenda di Gino Sandri universale, ecco perché il messaggio in essa contenuto travalica il tempo e arriva fino al 1978 e, trent’anni dopo, ai giorni nostri. “Il mulino degli sconcerti” è uno spettacolo che si concede a una lettura su più livelli, e credo che in ciò sia l’elemento più riuscito di una regia che riesce a raccontare una storia individuale e trasportarne il significato fino ai nostri giorni, trasformando in ‘racconto’ il frutto di una ricerca così approfondita.

Giulio Perrone. Un'antologia per raccontare la vostra PUGLIA.


Accogliamo e diffondiamo l’invito di Vincenzo Mastropirro, musicista e poeta, curatore di un’antologia che uscirà per Giulio Perrone Editore, rilanciando a tutti i lettori del nostro sito l’invito di partecipazione.

Nuovo appuntamento poetico, con il progetto Italie dedicato ad una splendida regione ricca di storia e di bellezze naturali come la Puglia a cura di Vincenzo Mastropirro

PUGLIA ovvero Gargano Murgia Salento per una rete di incontri, di vite e di storie che s’intrecciano, di fili che s’annodano in grandi e piccoli luoghi, con la flemma meridionale dove il sole c’è sempre e l’aria è frizzante. Questo succede soprattutto se viviamo in una grande regione. Una regione in movimento, un luogo intriso di luce, odori e sapori unici. Dietro le città che conosciamo, dietro i posti che percorriamo ogni giorno, si nascondono altre piccole realtà che spesso ci sono rimaste estranee. Scovatele con le vostre parole, scavate nel vostro immaginario.

Per partecipare è sufficiente inviare una poesia (in lingua o in dialetto) o un racconto di massimo 3 cartelle (ogni cartella 1800 caratteri) in un unico file word che contenga anche tutti i propri dati personali (nome, cognome, indirizzo, telefono, email) a mastropirro@libero.it

Vita di Isaia Carter, avatar


Lorenzo Geri
Il romanzo di un avatar

Vita di Isaia Carter, Avatar è l’evoluzione narrativa di un’esplorazione su Second Life, originariamente intrapresa con l’idea di scrivere un reportage. Il libro di de Majo e Longo è pregevole anche perché non si occupa di SL come di una metafora della nostra società, anche se dà conto della peculiare forma di consumismo che lì è praticata, non si occupa di sociologia e, nonostante il titolo e il finale “profetici”, non fa del moralismo.

La Vita di Isaia Carter, Avatar descrive magistralmente le sensazioni, le esperienze, l’ilarità, le frustrazioni, le inquietudini esistenziali connesse all’immersione in un ambiente virtuale abitato da esseri umani nascosti sotto un anonimato perfetto, in quella che si può definire come un’ibridizzazione tra una chat e un videogioco. La forma letteraria e lo stile – frasi essenziali, nervose, uso costante del presente indicativo, dialoghi che imitano la tipologia di scrittura utilizzata sulle chat, anche se asciugandola ulteriormente e depurandola di alcuni vezzi poco efficaci sulla carta – si adeguano magistralmente allo scopo. È  la prima volta che mi capita di leggere in  un romanzo una descrizione dei paesaggi virtuali che trasmetta quella sensazione di sottile alienazione ad essi connessa, che è dovuta alla consapevolezza intermittante di esseri immersi in un mondo se non finto certo piatto, nonostante la grafica 3D.

Gli autori non si compiacciano di cucire insieme facili pezzi di costume (il sesso virtuale goffamente praticato dal protagonista, ad esempio, è descritto senza compiacimenti) e resistono anche alla tentazione di trasformare il libro in un romanzo fantascientifico o in una parodia di Matrix. La scintilla metaforica che incendia le pagine del libro nasce da un oggetto: la kippah, indossata dal protagonista per caso e per scherzo. Si tratta però di una scelta di look che gli utenti di SL mostrano di non gradire; d’altronde la kippah fuori dall’ambientazione nella quale è stata prelevata, il tempio ebraico, risulta perturbante. Da quell’oggetto nasce la storia sentimentale che anima le pagine del libro, ma anche una isotopia relativa alla ricerca di senso, alla ricerca di Dio, a un profetismo impossibile. Gli autori non si peritano di inserire un tema ostentatamente alto e irrisolto nel contesto di un libro che il lettore si attende se non di evasione, certamente “leggero”. La sfida è vinta perché il libro non stravolge la propria struttura di romanzo/reportage, eppure guadagna molto da questa tensione metaforica. L’ambizione alla catarsi, alla fine del mondo (virtuale), alla rinascita si risolve in una sorta di suicidio che, però, alla fin fine, non è altro che la classica opzione di ogni videogioco: ricominciare da capo la partita dopo il gameover. Su SL è possibile moltiplicare le vite, sucidarsi alle prime difficoltà sentimentali, esistenziali, economiche e rinascere come un nuovo avatar; è possibile volare oltre le complicazioni e le frustrazioni dei rapporti interpersonali. Ma non salvare il mondo (o salvarsi).

Le pagine più belle sono quelle dedicate alla descrizione della seduzione impossibile tentata dal protagonista Isaia nei confronti di un avatar capriccioso e malinconico, Evita. La goffaggine del protagonista è dovuta sia alla sua poca abilità con i comandi (che tradisce forse una scarsa frequentazione con i videogiochi, circostanza che spiegherebbe anche lo sguardo altro del personaggio e degli autori su SL), sia, ed è l’aspetto più affascinante, i limiti assurdi connessi alla virtualità di quel mondo. La frustrazione per il contrasto tra la libertà assoluta di spostamento (si può volare, teletrasportarsi, adagiarsi in fondo al mare o sedere pensosi sul tetto di un grattacielo) e la fissità delle espressioni e dei movimenti degli avatar conduce il protagonista alla ribellione, che, comicamente, si esplica nella scelta di cambiare il proprio corpo in quello di un orso. Più drammaticamente Evita sceglie di cambiare le sue fattezze, di imbruttirsi, eseguendo nel mondo virtuale e perfetto di SL una sorta di chirurgia plastica al contrario. Quest’ultimo apologo, che corrisponda o meno ad un “fatto” realmente “accaduto”, evidenzia, credo, come gli autori  siano riusciti a trasformare la descrizione delle proprie esperienze di interazione con un universo digitale, alienante ma a tratti poetico, in un romanzo all’apparenza  scorrevole e agile, ma in verità contorto e a tratti sofferto, felicemente irrisolto.

“Vita di Isaia Carter, avatar”, di Cristiano de Majo e Francesco Longo,
Laterza, 2008,  9 euro

"Reiki" di Francesca Bonelli


Enrico Pietrangeli
su “Reiki” di Francesca Bonelli

Il Foglio Clandestino nasce come rivista di settore negli anni Novanta e, da allora, di strada ne ha fatta. Spartana nella veste ma piena di consistenti contenuti, a partire dai suoi arguti e coinvolgenti editoriali e un Peter Russell orbitante nella redazione. Storia molto più recente è quella della casa editrice. Ancora pochi titoli nel catalogo, ma tante idee in sviluppo per altrettante collane. Reiki  non si presenta come un manuale, ma attraverso la diretta esperienza della Bonelli che, come presupposto, vuole suscitare curiosità, genesi da dove si espande ogni energia, sia sul piano immanente che su quello spirituale. Coerenza e un “Pensiero Positivo”, già frutto di una tesi dell’autrice, optano per la carta riciclata delineando un prodotto poco ricercato, minimalista e raffinato, impregnato nel gusto retrò d’illustrazioni in effetto dissolvenza, nei colori che riportano agli anni Cinquanta. Sul finire dello scorso millennio, a Bergamo, nasce il casuale incontro con questa pratica, ma poi non più di tanto, per via del fatto che “ogni anima” ha un “progetto ben preciso” da assolvere. Corrispondenze e significati dell’ideogramma Reiki, se attivati, fomentano quell’alchimia che permette all’energia individuale Ki  d’interagire con quella Rei, ovvero quella universale. Chi dà Reiki è un tramite, un “canale di Luce”. Antica, eterogenea e non databile è la tradizione orale dell’utilizzo di questa trasmissione, Usui è colui che ha riportato in evidenza la disciplina in epoca contemporanea. Tutto si basa sull’imposizione delle mani, in un’impostazione gnostica e dualistica, dove solo le energie positive vengono convogliate in “un percorso di benessere”. Armonia nel qui ed ora è un primo obiettivo da conseguire osservandone i principi. Fondamentali e, come tali, ben esposti, in un linguaggio chiaro e diretto, sono i chakra con tutte le loro connessioni, sia sul piano fisico che su quello psichico. Mentre l’aura, ossia quel flusso energetico che ci circoscrive, viene analizzata tra percorsi e aneddoti che vanno dalla tradizione biblica ai tentativi della ricerca scientifica. Riemergono, come da una vecchia soffitta, lo schermo di Kilner ed i successivi studi operati dai russi mantenendo un saldo riferimento di pensiero sull’argomento con Rudolf Steiner, ideatore dell’antroposofia. Due sono i livelli di Reiki, il primo, Shoden, ed il successivo Okuden. Maestro è colui che dedica “completamente la propria vita a questa Via”, ed è questo un ulteriore stadio e con valori iniziatici, dal quale si riceve la consegna dei simboli attraverso mantra segreti. Per attivare un livello si ricorre al Reiju, cerimoniale di apertura ai canali energetici. Interessante è il dualismo grafico e semantico di cui si compone l’ideogramma, oltre a poter essere scritto in due differenti maniere, sta a significare “accettare la spiritualità” come pure “dare la spiritualità”. Perno dei trattamenti, oltre ad una predisposizione del cuore, è quello del posizionamento delle mani. Al Reiki, inoltre, si ricorre anche per l’autotrattamento, pratica fondamentale per migliorarsi nonché per ottimizzare il trattamento rivolto ad altri. Si opera sempre e comunque per il bene della persona. Se il primo livello corrisponde ad un approccio fisico, il secondo si colloca nella mente, presuppone maggiore consapevolezza e responsabilità. Il cammino, dal “qui e ora”, si evolve attraverso i simboli del “Dentro” e dell’ “Oltre” per culminare nel quarto simbolo, quello della “connessione diretta con il Rei, con la Luce, con la Fonte”. Il risvolto filosofico è di stampo buddista: “se cambio io, cambia il mondo attorno a me”, ma le connessioni sono molto più vaste e qua e là sparse nel mondo, dal manicheismo alle eresie albigesi, dagli Esseni ai Bogomili, per citare solo quelle riportate nell’apposito glossario messo a tergo del testo.

Reiki, Francesca Bonelli,
Edizioni del Foglio Clandestino,  €12

Cronache Materane degli anni '70


Giovanni Matteo
su “Cronache Materane degli anni ’70”, di Pino Oliva

Ho conosciuto Pino Oliva ad Altamura, in occasione della presentazione del suo Cronache Materane degli anni ’70, organizzata dai ragazzi del Circolo Arci Todomodo.
Il titolo mi aveva messo un po’ sul chi vive: avevo paura fosse una di quelle graphic novel – reportage un po’ radical chic che spuntano come funghi adesso, ma poi m’hanno messo il volume tra le mani e ho avuto il piacere di scambiare due parole con Pino e non ho potuto che amare la semplicità e la delicatezza del libro e lo sconfinato mestiere e l’affabilità di questo sfaccettato artista che scrivedisegna (ma quando inventeranno per i fumettisti un’espressione tipo “cantautore”?), produce sorprendenti opere digitali e suona il basso e la chitarra negli storici Vastax.
Cronache Materane
, dunque, non pretende di analizzare la realtà lucana del “decennio più lungo del secolo breve”, ma si occupa del suo b-side… Per cominciare, i Sassi quasi non ci sono: domina la (oggi ex) periferia del Rione “Serra Venerdì” e i grandi, con i loro grandi problemi entrano di sguincio nell’obiettivo… A fuoco, invece, i “ragazzini di Viale Europa”, cioè lo stesso piccolo Pino (perché si tratta di un lavoro squisitamente autobiografico), gli amici, i cugini, con le loro scorribande, la scuola, le vacanze, la neve, la vecchia fabbrica abbandonata, il campo di calcio diventato terreno di costruzione, i ramarri, i pantaloni nuovi sporcati di catrame, una stramba canzone di un certo Rino Gaetano…
Lo stile grafico risulta sempre immediato, con soluzioni a volte di forte impatto, a volte di grande eleganza; nelle vignette delle Cronache gli uomini diventano animali antropomorfizzati, ma molto più di Topolino e Pippo: non portano antiquati guanti gialli, ma eskimo e jeans scampanati, hanno cinque dita e proporzioni umane, ma anche delle teste rotonde con pendule orecchie in cima e un buffo muso; più dolce e arrotondato è quello dei ragazzi, più sporgente, da scafato rattone, quello degli adulti.
Per i non murgiani c’è in regalo un corso accelerato di materano: i protagonisti parlano ora un italiano pieno di inflessioni e interiezioni dialettali, ora un dialetto arcaico punteggiato di imprecazioni divertentissime di cui l’autore ha pensato di fornire un esauriente glossario.
È bene ricordare che Cronache Materane degli anni ’70 segue Telline (Cronache Metapontine degli Anni ’70), sempre sul filo della memoria e precede un lavoro sugli anni ’80 che Pino sta diffondendo gratuitamente via e-mail prima di rivederlo e pubblicarlo… Una sorta di work in progress condiviso con i lettori, esperimento che ha già dato ottimi risultati con le Cronache Materane, finite in formato jpeg sui monitor di una moltitudine di fan dei ragazzi di Serra Venerdì sparsi per mezzo mondo. Scoprite voi come entrare nella setta…

Pino Oliva, Cronache Materane degli anni ’70
La Stamperia Edizioni, Matera – 2007

 

Ad Istanbul, tra pubbliche intimità. Enrico Pietrangeli


Alessandro Maria Carlini
su “Ad Istanbul, tra pubbliche intimità.” di Enrico Pietrangeli

Dalla diffusione del geniale epigramma “M’illumino di provvisorio” Enrico Pietrangeli potrebbe conseguire la fortuna letteraria che merita. Indovino un’intera generazione di precari pronta ad appropriarsene. E dello splendido ricordo di un anziano Ungaretti orco del carosello, in molti desidererebbero certo disporre in prima persona, e averlo potuto condividere. Un poeta è anche un conservatore di esperienze mancate da altri: per distrazione, assopimento precoce, o futilità nelle ossessioni.Pietrangeli è una specie d’apocrifo scapigliato. La contiguità di vincoli affettivi, orgasmo, riposo, morte, lo sgomenta, e come dargli torto? Un poeta è anche un nostro troppo simile. Pietrangeli, al pari di Ungaretti, patrono designato della raccolta, ci sa davvero fare con le città in quanto soggetti poetici. Con Roma e Istanbul, perviene a un rapporto vertiginoso di mutua esplorazione in cui forma urbis e forma mentis si conglomerano. La sua personalità letteraria ha qualcosa dello stratificato disordine delle due capitali dell’impero romano. Musicologo per vocazione, Pietrangeli è un poeta rock: non nelle pose, ma perché dalla musica popolare americana ha assorbito quel desiderio incessante e vitale di un altrove. Le varianti circolari e numerabili all’infinito del suo salmo sufi Re Mix, mi è venuta voglia di intonarle: non mi ha trattenuto la prossimità di estranei. Mi convince meno il Pietrangeli d’occasione, del suo Undici Settembre, ad esempio, o il neo futurista che sperimenta l’HTML come infrastruttura sintattico-semantica. Atteggiamenti che stridono col suo peculiare intimismo, il suo alchemico combinare estasi e sfinimento, orrore della morte e cupio dissolvi, esaltazione amorosa e sulfureo risentimento. Il Pietrangeli a nudo in pubbliche intimità nasconde habitus sottopelle. Taluni suoi passaggi possono dapprima sembrare meri riempitivi, acquisendo invece rilievo tornandoci sopra. Sollecitano con amicale premura riletture. Il senso antico e seventies della strofa di cui dispone, distoglie dall’affaticarsi in ricerche genealogiche per restituirgli poeti-fratelli della sua generazione. Laddove altri giocano innocentemente con le parole, Pietrangeli mescola pericolosamente umori. Le sue poesie d’amore si direbbero scritte sul comodino in quei momenti di lucidità altrimenti inattingibile tra il prodigio organico dell’orgasmo e il baratro atavico del sonno. Ci sono sillogi poetiche adatte alla vigilia di una battaglia; raccolte adatte al frammentato otium metropolitano; volumi atti a lenire le disillusioni con i loro poetri [mantengo il lapsus di digitazione] catartici; raccolte da tenere a portata di mano in libreria come un farmaco antisintomatico nel cassetto; altre -ancora- compilate per accompagnarci a lungo nella decomposizione. Ad Istanbul tra pubbliche intimità mi appare indicata per ciascuno di questi usi.

Ad Istanbul, tra pubbliche intimità, Enrico Pietrangeli,
Edizioni Il Foglio – 2007 – 10€

lascia cominciare dal principio come l’ABC


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the pit


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Di ritorno dalla visione alle Manifatture Knos e dal dibattito che ne è seguito. La domanda, semplice o complicata, “quand’è che si diventa pazzi” ovvero “a che età?”. Il discorso affrontato dai presenti verte giustamente sulla medicalizzazione, sull’istituzionalizzazione e sull’ospedalizzazione. Tra mancanza di fondi, buoni propositi e isole felici. Già, la provocazione, perché solo ‘isole’, chi le mostra come tali oppure, sono soltanto ‘isole’? Cosa fanno venire in mente le isole. Una signora nota che è venuta pensando che tutti siamo un po’ pazzi, anche se credo che così pensando ce ne andiamo verso una deriva che impedisce di affrontare i problemi con metodo, e non perché ognuno non coltivi la propria pazzia. Un po’ come se si accettasse in modo sottile l’assunto per cui la società in cui viviamo ci impone dei ritmi che dobbiamo sostenere in modo imprescindibile e assoluto, pena la retrocessione in serie B. Arrivederci a domani, al Teatro Paisiello, per “Il mulino degli sconcerti” di Simone Franco.

Trent’anni posson bastare…? 1978-2008 La legge Basaglia ieri ed oggi


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Sabato 29 Marzo alle ore 18.00 presso le Manifatture Knos di Lecce si terrà TRENT’ANNI POSSON BASTARE…?, 1978-2008 La legge Basaglia ieri ed oggi.

Saranno presentati, proiettati e dibattuti alcuni documentari sul disagio mentale realizzati dal 1908 al 1980. Interverranno: Gianfranco Antonucci, Luca Caputo, Paolo Cesano, Simone Franco, Grazia Manni, Luciano Pagano. La manifestazione rientra nell’ambito delle iniziative collaterali allo spettacolo “Il Mulino Degli Sconcerti: Le Memorie Di Gino Sandri” di e con Simone Franco (in scena a Lecce in anteprima il 28 marzo presso i Cantieri Teatrali Koreja e in versione integrale il 30 marzo ore 21 presso il Teatro Paisiello), che prevedono anche dal 21 al 30 marzo alla libreria ERGOT la mostra delle opere del pittore Gino Sandri vittima per motivi politici di internamento manicomiale.

Nel corso della serata saranno proiettati quattro documentari:

La Neuropatologia” (1908) di Roberto Omegna e Camillo Negro: film scientifico in cui Camillo Negro, professore presso l’Università degli Studi di Torino, illustra davanti alla macchina da presa alcuni casi tipici di nevrastenia e patologie del sistema nervoso riscontrabili in pazienti ricoverati presso la Clinica di Neuropatologia di Torino, evidenziando per ognuno i sintomi e la terapia più appropriata. «Il documentario La neuropatologia, prodotto dall’Ambrosio e presentato a Torino il 17 febbraio del 1908 al cinema Ambrosio Biograph di via Po 21 a un pubblico formato in larghissima parte da medici e dai soci della Reale Accademia di Medicina che avevano trasferito la loro sede, per la circostanza, sul lato opposto di via Po: un documentario che fece scalpore e di cui si parlò a lungo, perché mostrava con estrema chiarezza, tanto che “pareva di essere in una clinica”, una lunga e dettagliata serie di “nevropatici d’ogni specie.

Titicut Follies” (1967) di Frederick Wiseman: il crudo documentario di Wiseman sul manicomio di Bridgewater e il suo primo film e il più noto, anche perché clamorosamente, è stato per anni l’unico film americano sottoposto a restrizioni giudiziarie per motivi diversi dall’oscenità o dalla sicurezza nazionale – non poteva essere proiettato in pubblico senza il permesso del Commonwealth of Massachussets – nonostante nessuno dei pazienti ripresi nel film o delle loro famiglie abbia mai fatto causa al suo autore. Il divieto è stato revocato soltanto nel 1991.Titicut Follies è il titolo del musical messo in scena dagli ospiti dell’istituto, le cui scene aprono e chiudono il documentario, a indicare non solo una forte consapevolezza linguistica del film ma anche la paradossale natura di performance attribuita alla malattia mentale all’interno dell’istituzione psichiatrica, che continuamente obbliga i pazienti ad “andare in scena” per osservarli e giudicarli.

I Giardini di Abele” (1968) di Sergio Zavoli: le immagini, tratte da un documentario realizzato da Sergio Zavoli, nel 1968, raccontano la straordinaria esperienza terapeutica condotta dallo psichiatra Franco Basaglia nel manicomio di Gorizia, all’inizio degli anni Sessanta. Si tratta di un’autentica rivoluzione nella psichiatria italiana, che restituisce ai malati un ruolo umano e sociale, tramite una continua comunicazione con chi li cura. L’unità audiovisiva mostra gli addetti ai lavori – infermieri, psicologi e medici – intenti a discutere della validità dell’esperienza di Gorizia e lo stesso Basaglia, che spiega le ragioni del suo metodo terapeutico e svela le contraddizioni sociali che, fino a quel momento, avevano di fatto creato “due distinte psichiatrie”, per i poveri e per i ricchi.

San Clemente” (1980) di Raymond Depardon: Depardon, dopo un lavoro fotografico realizzato nel 1977, torna nel manicomio veneziano, stavolta per girare un film. San Clemente, una fortezza in mezzo al mare, la più inaccessibile, la più separata fra tutte le strutture manicomiali. Lembo di terra pronto a inghiottire nel mare i corpi randagi delle anime perse che dentro vi sono state confinate. Ma è il 1980, tra poco, anch’essa diventerà una fortezza vuota, e sarà un relitto a ricordo della Punizione secolare. La storia europea del manicomio affonda le sue radici molto lontano nel tempo. Adesso quelle mura sono spoglie fatiscenti che all’interno trattengono e nascondono, ormai non più gelosamente, ma quasi offese, l’aggirarsi disancorato degli ultimi pazzi rimasti, brancolanti presenze nel vuoto: i folli, questi fantasmi. Un tale teatro in rovina è lo “spazio a-scenico” dove la cinepresa di Depardon, attraverso il suo perdersi concentrico senza meta senza sosta senza senso, troverà il senso del suo esserci nel riflettere sulla stessa capacità di guardare e nel guardare, sprofondare nell’impossibile resa della realtà del folle, al di là del suo fantasma, della sua apparenza.

Il mulino degli sconcerti


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Domani pomeriggio, alle 18.00, sono alle Manifatture Knos (Via Vecchia Frigole, 34, Lecce) per vedere e parlare dei materiali documentari sulla realtà delle strutture manicomiali, facenti parte degli ‘studi’ per “Il mulino degli sconcerti”, lo spettacolo teatrale di & con Simone Franco, che si terrà al Teatro Paisiello (Lecce) alle ore 21.00 di Domenica 30 Marzo.

Come è che ho cominciato.


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«Comm’aggie accuminciate? Ecco… io ero ‘nu juaglion… ero andato a vedere un grande film. Si trattava di Roma città aperta, chillu grande lavoro di Rossellini. Me n’ero uscito r’o cinema con tutte quelle immagini rint’a cap e tutte quante le emozioni dentro. Mi sono fermato ‘nu mument e m’aggie ritt… “Massimo, da grande tu devi fà ‘o geometra” »

(Massimo Troisi)

Il sosia (6)


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Del suo libro si diceva che era un libro importante, allo stesso modo con cui si definiva “importante” il naso di una donna, per non dire che era grosso, o aquilino, o sproporzionato, come incollato sulla faccia in modo casuale. Un po’ come il naso di Paolo Sesto, il Papa, del quale addirittura si ipotizzava che fosse stato sostituito da un massone. Il suo libro, quindi, possedeva i caratteri del naso importante: era grosso, dava nell’occhio, non si poteva non guardarlo se si capitava nei suoi paraggi.

“L’impasto espressivo che fa l’opera”


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“L’impasto espressivo che fa l’opera” e non solo, è ciò che si propone di indagare Mauro Marino, dalle pagine de “il Paese nuovo”, insieme al fermento e alle espressioni di una terra ‘urgente’, il Salento; aggiungo che sono felice di poter dare il mio contributo a questa avventura. Approfitto per augurare anche io buone feste e buone letture a chi mi segue e chi mi legge sul blog.

Quasi 40 – Il suono dei chilometri


C’è un film, uno dei più belli di Gabriele Salvatores, che si intitola Turné. Fa parte della cosiddetta trilogia, Marrakech Express, Turné, Mediterraneo. Tre film stupendi che descrivono una generazione, quella che negli anni settanta era giovane e che negli anni novanta cominciava ad accorgersi di quello che era il mondo. Ebbene, anche se Mediterraneo è ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale gli attori sono quelli, è come se i personaggi rifinissero un quadro già tracciato; Giuseppe Cederna, Diego Abatantuono, Gigio Alberti, Fabrizio Bentivoglio. Ci si sente così. Quando vedo quei film oggi mi ricordo di quando li ho visti da ragazzo, ed è come se mi prendesse una morsa dentro. C’è una scena, di tutte quelle che non si scordano, che non si scordano più di tutte. È la prima scena di Turné, quando Federico Lolli (Fabrizio Bentivoglio) calca il proscenio per l’audizione che lo porterà nel cast de “Il giardino dei ciliegi” di Gogol. Lo deve giudicare il regista/impresario insieme ad Abatantuono. Lolli entra nel cono di luce, “Ha qualcosa da farmi sentire?”, “Un testo breve, ma è quello che assomiglia di più al mio stato d’animo attuale”. Federico Lolli viene preso per la parte. Il pezzo del monologo non è di Federico Garcia Lorca, come crede il regista, bensì di Mick Jagger. “Come si fa ad affrontare le cose se tutto il mondo è nero?”. Ecco, il testo di “Quasi” dei Tiromancino, ha suscitato in me lo stesso stato d’animo. Ecco perché lo posto qui sotto. -101.

Quasi

Oh mamma ho quasi quarant’anni
che cazzo ho fatto fino adesso

ho avuto il modo ed anche il tempo di cambiare
e l’ho passato a improvvisare
ma mi vuoi bene lo stesso

oh mamma mamma ti ricordi
per me ti preoccupavi spesso
e invece vedi, sono diventato un uomo
mi sposo e faccio un figlio adesso
così lo porti a spasso

e ho avuto culo di non perdermi per strada
e non drogarmi troppo
e se non fosse stato per la musica
magari sarei morto

chissà chissà
tu sai che alla realtà

oh mamma
oh mamma
oh mamma

Oh mamma ho quasi quarant’anni
non me ne sento neanche venti
e ho realizzato che il tempo è maledetto
e si diverte a passare
per vederci cambiare

tu invece mamma resti uguale
anzi mi sembri anche più bella
sono sicuro
che magari tra cent’anni
volerai su una stella
per brillare sulla terra

io nel frattempo continuo a improvvisare
e preoccuparti troppo
anche se sono già passati quarant’anni
non me ne sono accorto

chissà chissà
chissà
chissà come sarà
oh mamma
oh mamma
oh mamma
oh mamma

da “Il suono dei chilometri”, Tiromancino, 2008

IL VOLO DEL CALABRONE. Un progetto di poesia performativa


IL VOLO DEL CALABRONE. Un progetto di poesia performativa
(postfazione di Gabriele Frasca, a cura de “Gli Ammutinati”, Battello stampatore)



È appena uscito

Il volo del calabrone. Un progetto di poesia perfomativa

postfazione di Gabriele Frasca, a cura de “Gli Ammutinati”, Trieste, Battello stampatore, 2008, euro 10.

Testi di:

Dome Bulfaro, Silvia Cassioli, Matteo Danieli, Luigi Nacci, Adriano Padua, Luciano Pagano, Furio Pillan, Silvia Salvagnini, Christian Sinicco.

***

Dalla nota dei curatori:

[…]

Pubblicare l’ennesima antologia non è di certo un esercizio di sopravvivenza, né per chi l’ha scritta, né per chi la leggerà. Il motivo che ci ha spinto a pensarla e a realizzarla è un altro: ci è parso di individuare nella poesia degli ultimi anni due tendenze, se non dominanti perlomeno più aggreganti rispetto alle altre: da una parte un sostanziale arretramento della lingua poetica a bisbiglio prosastico, privo di ritmo, di musicalità; dall’altra parte invece un rinsaldarsi delle posizioni post-avanguardiste attorno a una lingua experimentum, la quale a volte si ri-metricizza rigorosamente, a volte si fa canto, a volte si struttura quasi a simulare il rap. Non stiamo affermando che questi siano i filoni maggioritari o più importanti, sosteniamo soltanto, basandoci sul dato empirico delle nostre esperienze, che a noi queste due linee sembrano oggi nell’atto di venir marcate con più forza, anche grazie a riviste, case editrici, siti internet, blog e festival che prediligono più dichiaratamente l’una rispetto all’altra. Postulata tale visione come base del nostro ragionamento, a noi sembra che manchi l’attenzione verso la linea o l’incrocio di linee che ricercano una zona mediana tra le due sopracitate: un limbo in cui la parola riesca a stare, come un equilibrista, in bilico tra ricerca di senso, costruzione di una visione del mondo e ricerca metrico-prosodica (anche in direzione di nuovi spazi metrici) senza che nessuna di tali tensioni si sacrifichi per far spazio all’altra. Consci della pericolosità del nostro dire, non ci azzardiamo avanti in disquisizioni teoriche che potrebbero ricordare la prosopopea di certi manifesti del passato. Qui non vi sono proclami. Ci siamo sforzati di immaginare quella zona mediana, dopodiché siamo andati alla ricerca di coetanei (nati dopo il 1970) che a nostro personale modo di vedere possano rientrare in quella zona, quindi abbiamo chiesto loro di spedirci dei testi che a loro modo di vedere potessero rientrare in quella zona, infine abbiamo selezionato i loro testi cercando di farli stare nel cuore di quella zona il più possibile. Et voilà: ecco – sarà un caso? – un gruppo di autori che sa anche performare i propri testi!

Il calabrone vola tenendo come rotta la linea che taglia in due parti uguali (ma non per forza superfici fatte solo di angoli retti) quella zona mediana. Il calabrone simboleggia la parola carica di senso e di vitalità che crepitando/risuonando tiene la rotta senza abbandonarla mai: un calo del battito vorrebbe dire caduta/morte, la mancanza di una meta verso la quale volare genererebbe titubanza, cioè temporeggiamento, cioè caduta/morte.

[…]

***

(sopra, particolare della copertina: disegno di Ugo Pierri)

Per info o acquisti, scrivere a:
ilvolodelcalabrone@gmail.com

"Il mulino degli sconcerti" di e con Simone Franco a Lecce (21, 28-29-30 marzo)


scarica qui il programma dettagliato in formato pdf

Viaggio a Panafon


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Maggio: mi manchino pure gli stupidi sciami
di riso mi manchi l’andare i passaggi di coste
nel fresco o non so che non so le mie mani
alla nuca mi siano spettabile tramonto
di fuochi gli eppure di sole
un bel mese può esistere sempre, ma non è maggio
se come maggio intendo
un po’ di fresco, quest’arietta e
quest’ombra industrioso silenzio, solare.
Mastico gli scogli e dico santo vespro.
Più me, più poesia, più dire celeste
sanato dispero. Più me, più puntate sul tavolo
giusto, maggio:
mensile come arridere sfortune arate
al maggese che attende una semina
sporca si spetra nell’ibrido niente di pasto
comando un innesto ed il seme violato
nel cuore di seme frantumo. Impudente. Incanutente.
Incespicante. Manifesto di un’ousia passata,
risolto in un tutto scimunito, comando picchiare.
Comando improperio del gusto,
defungersi è buono, defungersi è meglio che dire bestemmie
e può darsi che il meglio è difforme.
Ballavi nascosta celata e davanti restava
l’arietta gentile, un bel mare, gommoni
e per questi ascoltavi il tramonto di maggio:
ahi maggio, dicevi turismo bestiale…

da “Il volo del calabrone” (Nota introduttiva di Aldo Nove, Postfazione di Gabriele Frasca, a cura de “Gli Ammutinati”, con poesie di Dome Bulfaro, Silvia Cassioli, Matteo Danieli, Luigi Nacci, Adriano Padua, Luciano Pagano, Furio Pillan, Silvia Salvagnini, Christian Sinicco)

L’antologia “Il volo del calabrone” verrà presentata Giovedì 20 marzo alle ore 21.00 a Lissone, presso la Biblioteca Civica in Piazza IV Novembre, 2

Non paghi di leggere!


Vi consiglio di andare qui, per vedere il secondo atto di “The Disney Trap” di Monica Mazzitelli. Il primo lo trovate qui, il video costituisce un esempio perfetto di divulgazione culturale, senza fronzoli, diretto e intelligente, sulle tematiche del copyright/copyleft. Lo hanno veduto più di un milione e settecentomila persone. Cosa aspettate?

La soluzione del precariato?


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Contro la precarietà? Sposare mio figlio o un milionario! Credo che con il suo sorriso se lo possa certamente permettere“. Di Berlusconi ce n’è solo uno. Meno male. L’unica persona che riesce a utilizzare la strategia dello scherzo impunito “…stavo scherzando! Parlavo dei giudici? Ma stavo scherzando! La mia battuta sul kapo nel parlamento europeo? Mancate di senso dell’umorismo! Scherzavo, scherzavo, scherzavo. Un milione di posti di lavoro? Scherzavo.”
La soluzione per la giovane precaria? Sciogliere in bustina paga, magari agitare in piazza.

Il non parlarsi non affratella.


Fondo Verri a.c.
Presidio del Libro di Lecce
(stagione culturale inverno 2008)
in collaborazione con la Libreria Icaro

Venerdi 14 Marzo alle ore 20.o0

“IL NON PARLARSI NON AFFRATELLA”
Leggende africane attorno la figura del Griot
progetto curato da Silvia Lodi e Stefania Mariano

con la collaborazione di Meissa Ndiaye

L’Associazione la Fabbrica dei Gesti ed il dottorato di ricerca in “Etica e Antropologia” dell’Università del Salento presentano venerdi 14 Marzo alle ore 20.00, presso il Fondo Verri di Lecce, la prima parte dello studio teatrale “Il non parlarsi non affratella”, leggende africane attorno la figura del Griot. Il progetto curato da Silvia Lodi, Stefania Mariano in collaborazione con Meissa Ndiaye è interpretato da Egle Calò, Paola Crisostomo, Alessandra De Luca, Annalisa Greco, Irene Tommasi.

Il programma della serata prevede una comunicazione, a cura del dott.Antonio Aresta,. sulla figura del Griot con proiezione di materiali videografici girati in Senegal durante la celebrazione rituale di un battesimo e la proiezione di fotografie dei campi coltivati di Diol Kadd (villaggio del Senegal in cui opera l’associazione di Mandiate N’diaye).

Seguirà la rappresentazione dello spettacolo. Il lavoro si basa sulla pratica del raccontare, spina dorsale comune a tutte le civiltà e fondamenta della” tradizione orale” africana. Importante sono le regole buone che devono passare attraverso la parola. In Africa si attribuisce grande importanza alla parola, alla discussione e al raccontare, è un grosso investimento in socialità. In questo lavoro intendiamo l’azione del raccontare come un tentativo di gettare uno sguardo verso l’altro da sé, verso altri mondi e altri modi di concepire la vita: questo, secondo noi, è uno dei modi possibili per contribuire a promuovere la comprensione tra culture lontane tra loro.

il Fondo Verri a.c.
è a Lecce in via Santa Maria del Paradiso 8 nei pressi della Chiesa del Rosario
il nostro numero telefonico è 0832-304522, l’email: marinoma8@fondoverri.191.it
i nostri blog: http://fondoverri.splinder.com http://leparoledidentro.splinder.com

Ingannevoli passioni. su "Le seduzioni dell'inverno" di Lidia Ravera


Elisabetta Liguori
Ingannevoli passioni. L’ultimo romanzo di Lidia Ravera “Le seduzioni dell’inverno”

Questa volta non vorrei raccontare una trama.
Davanti ad un romanzo come questo, vorrei poter parlare di passione. Di quella di ieri, di quella di oggi. Di passione e di equivoci. Parlare cioè di quello che di mio o di altri, forse di universale, mi è parso di riconoscere dentro il nuovo romanzo di Lidia Ravera, ” Le seduzione dell’inverno” edito da Nottetempo: una storia che racconta abilmente le attuali conseguenze dei fraintendimenti amorosi.
Un buon romanzo, a mio avviso, nasce sempre da un’idea forte, una specie di intuizione quasi fastidiosa. Tale idea si nutre dell’osservazione e attraverso quella, nel bene e nel male, genera atmosfere, personaggi, eventi. A volte anche in maniera casuale. Se l’idea iniziale è davvero forte, il romanzo che ne deriva andrà lontano e sarà sempre possibile, per ciascun lettore e in ogni tempo, riconoscere, tra le altre da quella germinate, l’idea principale. In questo romanzo si conciona di umane corrispondenze, intese come frutti diversi di un diverso fraintendimento. Un po’ tutte le relazioni umane, infatti, si fondano su un malinteso, sull’efficace elaborazione di un’ immagine che risente della soggettività di entrambe le parti coinvolte, e che per questo produce cambiamenti continui e variabili. Ecco in sintesi l’idea prodromica alla storia messa in scena da Lidia Ravera, il suo romanzo incubato.
Tutto comincia in una casa: stanze caotiche che sembrano fuggire dagli oggetti o dalle quali gli oggetti stessi sembrano voler fuggire. La casa di un uomo solo, descritta esattamente come le donne sono solite immaginarla. Sudiciume e stratificarsi di detriti su detriti, tra i quali nulla lascia intuire un cambiamento imminente. A questa casa viene fatto il dono di una donna. Non dirò qui come, perché il come riguarda la trama ed è terreno impervio adatto solo al lettore. Non voglio entrarci. Dirò invece di questa donna, perché lei è l’idea prodromica. Una cameriera: tale la donna si dichiara, come tale si veste, come tale agisce, pur restando fuori da ogni schema noto sin dalla sua prima apparizione. Già la sua presenza, prima ancora della sua vista, impone ai luoghi un prurito nuovo e diverso. La tavola imbandita, un pentola che brontola sul fuoco, profumi indefiniti che evocano l’infanzia, musica impegnativa, stanze ritornate alla luce. Tutto questo, un mattino qualunque, precipita il padrone di casa in un’ansia imprevista, lasciando presagire una presenza aliena e un’armonia nuova da metabolizzare. Lui è un editor ultraquarantenne, algido, capelli sale e pepe, grande cultura, ma sguardo incupito, disilluso, avvezzo alla solitudine. Un matrimonio sbagliato alle spalle, nessun figlio, solo alcune esperienze recenti con quelle che lui chiama “Opere Prime”, cioè giovani scrittrici debuttanti, acerbe, vogliose di successo e credito. Il rigore chirurgico con il quale la Ravera descrive i suoi personaggi è strumentale al corretto svilupparsi dell’idea di partenza. Il profilo del protagonista maschile è, infatti, netto, la sua immagine riflessa nello specchio ha contorni compiuti, costituiti da mille dettagli che raccontano sapientemente un’intera generazione. Quella generazione così ben cantata dalla Ravera anche in altri suoi romanzi, quella delle scoperte e delle rivolte, quella dell’intelletto appassionato, quella che aveva mandato Flaubert a memoria. Quello descritto non è più lo stesso uomo, ormai, ma un freezer, da tempo relegato all’inverno emotivo più rigido, sia nella cura di sé, che in quella delle relazioni con gli altri. Cosa potrà mai far cambiare idea ad un uomo così? Da cosa o da chi potrà mai essere veramente sorpreso e animato un uomo deluso, ormai stabilmente planato nel suo inverno sentimentale? Sarebbe scontato chiedere ausilio all’amore, immaginare una passione autentica, se pur letteraria, capace di rimettere in movimento la partita e cancellare gli effetti di una sorta di “collettiva epocale anestesia”, come la stessa Ravera definisce la cifra stilistica degli anni che viviamo. Ma l’autrice non si accontenta dell’amore. Il romanzo trabocca di accorate definizioni del cuore e le sue maniere, ma il tema fondante l’intero plot narrativo non è semplicemente l‘amore, quanto i suoi necessari molteplici artifici.
Quella che l’autrice mette in scena, dunque, è proprio quella chiamata ancora oggi The comedy of errors, ma lo fa con i toni della truffa e della disperazione. Per mettere in atto una vera rivoluzione sentimentale, infatti, ci vuole una sorta di sorprendente e articolata epifania. Una donna epifanica, appunto. La donna immaginata dall’autrice è dunque molte cose insieme. Serva, femmina, donna, mentore, complice silenzioso. Una rappresentazione strutturata per piani e punti di vista. Non è mai chiaro infatti se questa donna menta o dica il vero; cosa riveli e cosa taccia; fino a che punto finga e perché, quanto sia reale la luce che sembra le si accenda negli occhi. Dinanzi ad una donna come questa, che sa di casa, di desco, di odorose mura domestiche, che edifica familiarità laddove prima era il deserto e che lascia intravedere altri mondi senza svelarli del tutto, senza imporli, ci si aspetterebbe la stesura immediata di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Invece tutto evolve verso la passione e il contrasto. Lei cucina splendidamente, legge Perec, parla francese, ascolta musica classica, veste notturni abiti da sera. Ha un’età indefinibile, modi riservati e biondi, eloquio raffinato e schivo. Rivela profili quasi inconciliabili con quelli propri di una colf, ma che illuminando la casa finiscono per illuminare anche chi la abita, inducendo stati di grazia e benessere. Un personaggio così si presta splendidamente al tormento amoroso, ma anche all’equivoco, all’infingimento, all’autosuggestione, che è elemento imprescindibile della passione stessa. La creazione di un personaggio come questo consente all’autrice di giocare a piacimento con le categorie tradizionali, coi ruoli maschili e femminili, con gli schemi ai quali ogni giorno nonostante tutto, siamo ancora costretti, ribaltandoli, finalmente contaminandoli.
Il romanzo racconta, in un crescendo altamente sensuale, questo evolvere della mente, del cuore e del corpo, con cadenze che a volte si tingono di giallo, in altri di erotico cinismo.

“La gabbia si apre e l’ego prende aria.”

E’ così che solitamente prende forma la passione: partendo principalmente da sé. Rompendo gli argini e rovesciandosi sul mondo. Quell’editor glaciale vede in questa donna, spuntata fuori dal nulla col suo bravo grembiulino e la crestina inamidata, tutto quello di cui lui ha bisogno. Vede un nuovo se stesso.
Lei di contro recita accortamente la sua parte, rivestendo posizioni femminili e maschili nello stesso tempo. In parte soddisfa le aspettative, in parte sfugge. Tutto s’incastra perfettamente: sogni, desideri, immagini, bisogni. La Ravera, infatti, è splendida nella descrizione di questa donna/uomo, che ha della donna il potere del corpo e la conoscenza, mentre dell’uomo le regole psichiche, i codici primitivi, gli impulsi. Pennella così i tratti di una giocatrice matura, di una regista esperta e di un’attrice navigata, che sa come farsi contenitore accogliente dell’altrui proiezioni, che sa di quale materia sono fatte le emozioni e sa come usarle. Regina della casa e del letto, fatta di vetro trasparente, è in grado di raccoglie tutta la luce all’esterno, brillando di tutto e del contrario di tutto.
Con una regina così è inevitabile lo scacco al re, come si evince dalla copertina del libro. Nel momento dell’innamoramento la narrazione sale di tono, diventa trionfale, una sorta di inno alla gioia. Il giudizio morale è sospeso e il rischio si eleva insieme alla posta in gioco. Finalmente il Sentire! I personaggi, l’editor, la sua giovane amante, la sua ex moglie, gli amici, la misteriosa cameriera, che fino ad allora erano stati elementi di un insieme omogeneo, membri diversi di uno stesso gruppo, diventano unici, ciascuno a suo modo. Perché è vero: l’amore ti estrae dal mucchio. Ti fa sentire unico e irripetibile. Ti trasforma in un eroe solitario ed illogico. Offre alle strade che percorri abitualmente un’enfasi epica, emozionale, altissima, prima sconosciuta. Ti sveglia in un letto nuovo e importante. Forse è un inganno, un gioco d’azzardo, ma accade. E ne abbiamo bisogno. Così come una donna di servizio che, per le ragioni le più varie, voglia essere amata, sarà in grado di altissime prestazioni, questa illusione è l’unica ragione per cui chi ama o crede di amare diventa capace di grandi cose. Chiedersi se stia amando davvero e perché, di chi sia la colpa o il merito, a volte può essere fuorviante.

Le seduzioni dell’inverno, Lidia Ravera, Nottetempo, 2008, €14

AMOUR FOU. Quarta edizione della rassegna "Keep Cool" organizzata da Coolclub


sabato 15 marzo – dalle 22.30
Manifatture Knos – Lecce
Ingresso 5 euro
Info
www.coolclub.it3394313397

AMOUR FOU

Prosegue la quarta edizione della rassegna Keep Cool, organizzata da Coolclub, che ospiterà anche Les fauves, El Ghor, Amari. Grande attesa per l’esibizione di Tom Verlaine

Sabato 15 marzo alle Manifatture Knos di Lecce con il concerto degli Amour Fou prosegue la quarta edizione di Keep Cool organizzata dalla Cooperativa CoolClub, con la direzione artistica di Cesare Liaci. La rassegna, realizzata in collaborazione con Nokia Trends Lab, Istanbul Cafè, Manifatture Knos e MusicClub, sarà chiusa dal concerto acustico (domenica 13 aprile a Lecce) di Tom Verlaine, leader dei Television, e Jimmy Rip.

Gli Amour Fou nascono dall’incontro fra Alessandro Raina (cantautore ed ex voce dei Giardini di Mirò), Cesare Malfatti (La Crus, The Dining Rooms), Leziero Rescigno (Soul Mio) e Luca Saporiti (Lagash). Folgorati dalla vicenda personale di una coppia di ex amanti i quattro musicisti iniziano a scrivere un disco ispirato a una storia vera di amore/odio, lungo una stagione che attraversa quarant’anni di cronaca italiana, fra pop, rock e canzone impegnata. Il risultato è un album che porta in grembo il cantautorato italiano in un viaggio fra Londra, Parigi e Berlino. Una scrittura che omaggia Battisti, Tenco, Radiohead, Notwist e Blonde Redhead.

“Senza timore di apparire forzatamente “colti” abbiamo fatto nostro un concetto diffusissimo nella cultura francese, semplicemente perché è il più efficace per definire precisamente una delle tante manifestazioni dell’amore nella storia, forse la più diffusa”, spiega il cantante Alessandro Raina. “L’amour fou è stato celebrato in tantissime opere non solo francesi, al di là di quelle omonime di Rivette e Breton, e nel nostro piccolo abbiamo cercato di aggiungere un contributo in più, sicuramente attualizzato ma al contempo molto legato a una stagione già passata. Questo disco è nato a sprazzi, trovando la sua identità solo verso la fine, quando ci è parso chiaro che sia musicalmente che narrativamente il tutto andava a comporre un piccolo affresco. Le canzoni sono uscite molto velocemente, e credo che questo sia dovuto da un lato all’aver trovato in fretta una modalità efficace per esprimere tanto il mio immaginario quanto il colore della mia voce (che ad oggi non è certo versatilissima) e dall’altro alla chiarezza di intenti che io e Leziero abbiamo sempre mantenuto nel comporre e arrangiare i brani”.

Venerdì 21 Marzo si torna all’Istanbul Cafè di Squinzano, in collaborazione con Nokia Trends Lab, la programmazione prosegue con il concerto degli Amari. L’attesissimo nuovo album degli Amari, simpatica band elettro funk un po’ bolognese e un po’ udinese, sì chiama “Scimmie d’Amore” (Riotmaker/Warner). Gli Amari nascono nel 1996 dall’idea malsana di Pasta e Dariella di vedere cosa potevano ricavare dall’hip hop se lo tormentavano un po’. Con un campionatore e parecchio spleen adolescenziale, i due iniziano una gavetta fatta di cassettine e concerti: funziona, si fanno un po’ conoscere e stringono amicizia con i 21, con i quali nel 1999 pubblicano “Il Contingente”, sguardo cattivello sull’hip hop. http://www.myspace.com/gliamari

Venerdì 4 aprile ancora all’Istanbul Cafè con i Canadians, in collaborazione con Nokia Trends Lab. Romanticismo da primo bacio. Melodie per il ballo scolastico di fine anno. Coretti da spiaggia. Ritornelli ammiccanti ed appiccicosi. I Canadians suonano con l’intento di costruire un pop colmo di canzonette adolescenziali e storie da college. Nati a Verona dalle ceneri degli Slumber, abbinano un’intensa attitudine chitarristica ad una perfetta padronanza dell’immaginario indie. http://www.myspace.com/canadianstheband

Questa quarta edizione di Keep Cool si chiude domenica 13 aprile al Db d’essai di Lecce con il concerto di Tom Verlaine affiancato da Jimmy Rip. In apertura spazio a Federico Fiumani, in versione “confidenziale”. Il nome di Tom Verlaine immediatamente rimanda alla New York di metà-fine ’70, a quel rinascimento di cui il dinoccolato e acuto chitarrista è stato tra i più luminosi protagonisti. E l’ombra lunga di quella golden age of rock si estende fino ai giorni nostri, facendo sì che ancora oggi egli continui ad essere un’icona per le generazioni più recenti di ascoltatori e musicisti (troppi da citare gli attuali debitori della sua lezione). I brani sono bozzetti in cui la chitarra del newyorchese più che ricamare tratteggia, gioca con pause e silenzi, riempie di calore i vuoti, crea paesaggi tra soundtrack e musica ambientale, concedendosi di quando in quando escursioni esotiche e vezzi blues. Fin troppo facile scomodare la musica per film o il Brian Eno più suggestivo, ma Verlaine si muove proprio su questi territori, dando la possibilità alla sua sei corde di svelare il suo lato più oscuro e talvolta claustrofobico. Nella sostanza, il leader dei Television supera la tentazione “pop” per abbracciare una sorta di cantautorato improvvisato, dove le canzoni diventano quadretti quasi impressionistici in cui sono le tessiture strumentali a farla da padrone, piuttosto che la melodia o la scrittura in sé; si prediligono tinte soffici e calde piuttosto che schitarrate e atmosfere spiccatamente “rock”, relegate al ruolo di intermezzo o raccordo. In sintesi, tanta classe d’altri tempi, sfoggiata con il solito piglio da splendido outsider, da musicista di classe, irrimediabilmente “trasversale” e, per questo, unico.

Session guitarist, cantautore, solista, compositore per il cinema e la televisione, direttore musicale e produttore, Jimmy Rip è considerato uno dei più stimati collaboratori da alcuni dei maggiori personaggi del rock, come Willie Nelson, Deborah Harry, Nishat Khan, Rod Steward, Tom Verlaine e Mick Jagger. Con queste credenziali, Rip si è accostato alla sfida creativa più gratificante della sua carriera: la produzione dell’album “Last Man Standing”, contenente 21 brani della leggenda del rock’ n’ roll Jerry Lee Lewis, che celebra l’apice della storica carriera di questo geniale creatore con il coinvolgimento di altri 22 noti artisti: Eric Clapton, B.B.King, Jimmy Page, Neil Young, Mick Jagger, Bruce Springsteen, Willie Nelson, Keith Richards, Kris Kristofferson, Kid Rock, Rod Steward, Toby Keith, George Jones, Don Henley, Buddy Guy, Merle Haggard, Ringo Starr, Ronnie Wood, Delaney Bramlett, Robbie Robertson, Little Richard e John Fogerty. Cresciuto a New York, Rip comincia a suonare la chitarra a livello professionale a 12 anni, ispirato dai primi Rolling Stones e influenzato dalle incisioni di Muddy Waters, John Lee Hooker, Howlin’ Wolf. Dopo anni di perfezionamento, diviene uno dei più apprezzati session guitarist della scena newyorkese. Nei primi anni 80 inizia una lunga collaborazione con il fondatore dei Television, Tom Verlaine. Alla fine degli anni 80, viene ingaggiato per incidere l’album da solista di Mick Jagger “Primitive Cool” e, in seguito, lo affiancherà come direttore musicale e chitarrista nel tour mondiale di supporto. Rip continua poi a comporre canzoni insieme a Mick Jagger, anche per il nuovo album solista del 1993 “Wandering Spirit”. Nel 1997, Rip pubblica un album blues solista intitolato “Way Past Blue”. Da ricordare le ampie collaborazioni con vari artisti, tra cui Rod Stewart, Hall & Oates, Kid Creole, Bette Midler, Patti Smith, Mariah Carey e Deborah Harry. In più, compone e incide colonne sonore per celebri film come “Night at the Golden Eagle” (2002) e “The Big Bounce” (2004), nonché vari specials per History Channel. A inizio 2007 Rip ha festeggiato l’uscita di “Tom Verlaine and Jimmy Rip Music for Experimental Film”, un DVD di musica originale e innovativa acclamato dalla critica, orchestrato per un film muto vintage e costato 9 anni di lavoro.

Federico Fiumani, cantante, chitarrista e scrittore, negli ultimi anni, oltre ad aver continuato a pubblicare album con i Diaframma, si è anche dedicato alla carriera solista. Nel 2006 è uscito “Donne Mie”. Ha inoltre finora dato alle stampe cinque volumi di poesie e pensieri. Recentemente Coniglio Editore ha pubblicato la sua autobiografia. “Brindando coi demoni” dà voce alla sua anima inquieta raccontando avventure inconfessabili e ripercorrendo una vita vissuta al di fuori delle regole. I Diaframma sono uno dei gruppi più rappresentativi della famosa scena fiorentina e italiana degli anni ottanta. Nascono sull’onda inglese del dark-rock decadente, esordiscono dapprima come cover band dei Joy Division, poi, nel 1982, incidono il loro primo singolo, “Pioggia”, accompagnato dal b-side “Illusione ottica”. Nel 1984 esce “Siberia” per l’etichetta indipendente IRA. Nel 1986 la new wave è morta, e “Tre Volte Lacrime” vuole essere un avvicinamento a melodie più solari ed eclettiche rispetto a quelle tenebrose dell’album precedente, con uno dei più fortunati brani di Fiumani, “Marisa Allasio”. Negli anni ’90 i Diaframma continuano su una strada decisamente lontana dal dark-punk dei primi anni, ritornando nel circuito underground con un altalenante successo commerciale. I Diaframma, prodotti dalla Self, ristampano nel 2001 i loro primi lavori, che ormai erano difficilmente reperibili, e inoltre raccolgono in due album (“Albori” e “I Giorni dell’IRA”) le sensazioni che avevano portato alla formazione di uno dei gruppi new wave più importanti nel panorama italiano. Successivamente escono “Live a Big Club 1988″(2002) e nel 2004 “Volume 13” che rimarca fin dal titolo un ruolo di spartiacque, segnando lo spazio tra i precedenti dodici album in studio e i progetti futuri.

“L’idea di fare un tour soltanto con la chitarra”, spiega Fiumani, “nacque per caso alcune estati fa quando, con i Diaframma, ci apprestavamo a suonare a Firenze in quel bellissimo posto che e’ l’Anfiteatro delle Cascine. La grande incognita di tutti i concerti all’aperto e’ il tempo e fin dalla mattina le nuvole si opposero cosi’ tanto che, stremati nel tardo pomeriggio decidemmo di rimandare l’esibizione. Come ogni buon capitano che resta sulla nave fino all’ultimo, rimasi all’Anfiteatro mentre gli altri smontavano gli strumenti e se ne andavano. Verso le nove di sera l’acqua smise di scendere e il clima era fresco e stupendo tanto che molta gente arrivava e mi diceva “dai Federico, facci almeno qualche pezzo”. Quindi salii sul palco e cantai le canzoni proprio come erano nate, solo voce e chitarra acustica. Il risultato? La gente applaudiva; di me ricordo che ero emozionato come poche volte in vita mia. Siccome di emozioni si vive, è nata la voglia di riprovarci, di vivere questa avventura come un esordio pieno di speranze e di entusiasmo”.

Programma

Amour Fou – 15 Marzo – Manifatture Knos di Lecce 5 euro
Amari
– 21 Marzo – Istanbul Cafè di Squinzano (Le) 7 euro
Canadians
– 4 Aprile – Istanbul Cafè di Squinzano (Le) 5 euro
Tom Verlaine
– 13 Aprile – Db d’essai – Lecce 20/15 euroInizio concerti ore 22.30

Ibridamenti. Due poesie.


La nostra redazione ha scelto due delle poesie selezionate per il primo tema “Amore virtuale”, nell’ambito della rassegna proposta da Ibridamenti.

vetro

ci siamo conosciuti
on line
sulla linea di fuoco
tra il mondo di carta
e la carta del mondo
dalla geografia precaria
e gli amori di vetro…
che scalda ore e ore
l’aria chiusa di una stanza
e di aria possiamo gonfiare
fare
sogni di Murano
personaggi fragili
in specchi di Saint Gobain
sebbene viviamo
a Milano
io, tu lassù nel grano,
ma dopo due anni
di treni ombelicali
da quando abbiamo perso
la guerra
perso te
perso me,
guardo ancora la tua casa
col mio occhio di vetro
nell’universo
un gelido satellite
una foto aerea su questo vetro,
perdonami
più vicino di così
non potevo

di Malacconcio


LA PIOGGIA NEL PINETO VIRTUALE

(ciò che è realmente accaduto a D’annunzio)
Taci, Ermione, offri la tua bocca,
schiudi conchiglia, il capo lieve piega
al dolce sguardo, mano che ti prega.
Dimmi che fremi quando tocca l’elsa

il filo ardente, d’umido bagnato,
che questa pioggia, a goccia a goccia, schiude
le labbra, gl’occhi, ancor di voglia nude,
nera pantera dal sorriso ambrato.

Queste tue lacrime gettate piano,
or che l’orgasmo come lampo viene,
sono per me lo stupore lontano,

virtuale la carezza sul mio pene,
il soffio di piacere che s’invola,
il gocciolar dell’acqua che trattiene.

di Marco Pellegrini

potete trovare tutte le poesie e le informazioni sullo stato attuale dell’iniziativa a questo link

Crossing Borders. Orality, Interculturality, Memory Archives and Technology


7th Conference of The International Society for the Oral Literatures of Africa (ISOLA)
Lecce, Italy, 11-15 June 2008
Crossing Borders. Orality, Interculturality, Memory Archives and Technology

Programme

Tuesday 10 June
Arrival of members in Lecce
[University – Buon Pastore, Via Taranto 35]

17-19 Registration
Wednesday 11 June
[Conference Room, Rector’s Office – Chiostro Santa Maria del Carmine]

8.30 Registration
9.30 Opening – Chair: Itala Vivan, Maria Renata Dolce
10.30 Coffee break
11.00 Keynote address – Chair: Hein Willemse (Isola President)
32. Finnegan, Ruth (Open University, UK) – Studying the oral literatures of Africa in the 1960s and today
12.00 Guided tour of Lecce
13.30 Lunch break
[University, Buon Pastore]
15.00 Parallel Sessions 1 – Theory and oral performance
1.1 Chair: Jean Derive
4. Agbajoh-Laoye Oty (Monmouth University, US) – Contesting modernity, decolonizing indigenous spaces: engaging orality and theme in selected African diaspora literature.
8. Akoma, Chiji (University of Pennsylvania, US) – The novel as pepper-soup: stirrings of the oral performance in the New World.
33. Furniss, Graham (University of London SOAS, UK) – On the multiple dimensions of memory in the oral communicative moment.
64. Okpewho, Isidore (Binghamton University, US)- Oral tradition and contemporary society.
1.2 Chair: Antoinette Tidjani
1. Adama, C. Lami (Western Illinois University, US) – Understanding the Igala worldview through their folklore.
5. Agomuo, Vivian (Independent Scholar, Lagos, Nigeria) – Preserving the memories of Igbo culture through festivals.
17. Boscolo, Cristina (University of Mainz, Germany) – Odún: an exploration.
77. Ramagoshi, Refilwe (University of Pretoria, South Africa) – The chicken or the egg, which came first? African beauty pageants.
1.3 Chair: Adetayo Alabi
62. Ogembo, Odongo (Maseno University, Kenya) – The body as a weapon: reflections based on memories of Lwanda Magere.
69. Osai, Jason (Rivers State University, Nigeria) – Inter-world love triangle: contemporary explication of an African legend.
89. Thotse, M.L. (University of Pretoria, South Africa) – “Psatla nkgashana”: African traditional telepathy?
103. Wood, Felicity (University of Fort Hare, South Africa) – The mermaid woman in the 21st century: oral narratives concerning the wealth-giving mermaid woman, the mamlambo, in their modern and contemporary South African context.
1.4 Chair: Françoise Ugochukwu
31. Egejuru, Phanuel (Loyola University, US) – Retrieving and defining critical tools in African orature.
55. Mokobia, Jiff (University of Delta State, Nigeria) – Intertextuality in Achebe’s Things Fall Apart and Arrow of God.
68. Osaaji, Geoffrey Mumia (University of Nairobi, Kenya) – Elements of orality in Ngugi wa Thiong’o’s, Wizard of the Crow.
81. Sangabau, Raymond (Université de Kinshasa, Congo) – Traditional, oral elements and their functions in Achebe’s Arrow of God.
99. Waita, Zachary (Egerton University, Kenya) – Inter-textuality of the oral and written literature in the age of globalization: the case of Ngugi Wa Thiong’o.
17.00 Coffee break

17.30 Parallel Sessions 2 – Identity, orality and human rights
2.1 Chair: Uta Reuster-Jahn
40. Idamoybo, Ovaborhene (Delta State University, Nigeria) – Intertextuality and intercontextuality in Ighopha music of Okpe culture: analysis of the track, In What is Good, we Find Evil by Egbikume Azano.
72. Pecoraro, Vito (University of Palermo, Italy) – Le raï : de la culture bédouine à la culture des cités.
102. Willemse, Hein (University of Pretoria, South Africa) – Re-making histories and memories: the South African Cape musicals of David Kramer and Taliep Petersen (1986- 2006).
2.2 Chair: Isidore Okpewho
50. Lombardi-Diop Cristina (American University in Rome, Italy) – Memories of Italian colonialism: writing the silenced voices of history.
79. Rizzà, Laura (University of Bologna, Italy) – Body language: the slave body and the word in African Diaspora literature.
87. Terracciano Alda (Future Histories Archives, UK) – Trading faces: recollecting slavery – a case study on orality and archives in the African Diaspora.
90. Tidjani-Alou, Antoinette (University of Niamey, Niger) – Ancestors from the East, spirits from the West. A panorama of intercultural themes and motifs from the Nigérien Sahel.
2.3 Chair: Itala Vivan
36. Groenewald, Manie (University of the Witvatersrand, South Africa)- Songs about Zuma: orality and context.
44. Krog, Antjie (University of Cape Town, South Africa) – ” a continous cry…” – bearing witness to Homi Bhabha’s “unequal and uneven forces of cultural representation in the contest for political and social authority within the moral world order”.
46. Kunene, Daniel P. (University of Winsconsin, US) – S.E.K. Mqhayi’s Ityala lamaWele, a dramatic presentation of court proceedings in a Xhosa traditional court.
2.4 Chair: Maria Renata Dolce
11. Asante, Yaw (Mount Royal College, Canada)- Orality and Ghanaian identity: Kojo Laing’s Search Sweet Country.
22. Darah, Godini G. (Delta State University, Nigeria) – Memory, history and the politics of national identity in the popular music of the Urhobo of the Niger Delta, Nigeria.
37. Guardi, Jolanda (University of Milan, Italy) – Le dialecte algérien comme moyen d’opposition politique.
83. Sindoni, Maria Grazia (University of Messina, Italy) – The Creole in the Caribbean: how language can create a cultural identity.

Free dinner
[Chiostro Santa Maria del Carmine, Rector’s Office]
21.00 Traditional music and dances of Salento

Thursday 12 June
[University – Buon Pastore, Via Taranto 35]
9.00 Parallel Sessions 3 – Technology and Archives
3.1 Chair: Graham Furniss
3. Adeniran, Morenike Adunni (University of Ibadan, Nigeria) – Mutation of style in trans- generic narrative fiction.
41. Johnson, John W. (Indiana University, US)- Publishing a successful manuscript in the oral epics in Africa series (Indiana University).
80. Roulon-Doko, Paulette (LLACAN-CNRS, France)– Transcrire, traduire et éditer des contes africains.
101. Wasamba Peter (University of Nairobi, Kenya) – The politics of internet and preservation of African oral literature.
3.2 Chair: Tanure Ojaide
12. Azuonye, Chukwuma (University of Massachusetts, US)- Migration of traditions: memory archives for the reconstructon of the history of African oral literature.
14. Baumgardt, Ursula (LLACAN-CNRS, France) – La mise en scène de la littérature orale dans des DVD filmés : l’exemple des contes peuls du Nord-Cameroun.
39. Idamoybo, Atinuke (Delta State University, Nigeria) – The sustenance of Yoruba musical culture through memory archives and technology.
45. Kuitche Fonkou, Gabriel (Inspecteur Ministère Enseignement, Cameroun) – Littérature orale : mémoire technologique, mémoire historique.
65. Onanuga, Cornelius Oluwarotimi (University of Ijebu-Ode, Nigeria) – The apepe traditional musical rendition of Ijebuland: challenges of preservation and continuity.
3.3 Chair: Winnie Nkhuna
24. David, Maserame Hannah (University of Gaborone, Botswana)- Memory archives, technology and the oral arts in Botswana.
51. Makgopa, Mokgale (University of Venda, South Africa)- Transmission and archiving of oral literature through the click of a button.
54. Merolla, Daniela (University of Leiden, Netherlands)- Verba Africana: pilot project on African oral genres and technology.
84. Smith, Pamela J.O. (University of Nebraska, US) – From traditional historical archives to the new technologies of communication: Akínwùmí Ìsòlá and the video explosion.
3.4 Chair: Tal Tamari
23. Dauphin-Tinturier, Anne-Marie (LLACAN-CNRS, France) – Comment structurer un hypermédia ?
29. Dili Palaï, Clément (Ngaunderé, Cameroun/Arras, France) — Oralité et enjeux des TIC au Nord-Cameroun.
42. Kaschula, Russell H. (Rhodes University, South Africa) – Digitizing and technologizing the oral word: the case of Bongani Sitole.
49. Leguy, Cecile (Université de Paris V, France) + Dembélé Alexis (Paris III, France) – Radio locale et dynamique du conte en milieu rural africain : l’expérience d’une rencontre entre conteurs après dix ans d’interventions à Radio Parana (Mali).
11.00 Coffee break

11.30 Parallel Sessions 4 – Intertextuality. from oral to written texts

4.1 Chair: Russell Kaschula
61. Oboe, Annalisa (University of Padua, Italy) – “Survival is in the mouth”: encoding orality in Yvonne Vera’s writing.
66. Opara, Chioma (Rivers State University, Nigeria) – Fleshing out memory: history and politics in Ezeigbo’s The Last of the Strong Ones.
67. Orobello, Ornella (University of Palermo, Italy)- Identity formation in two generations of African women writers: Emecheta and Adichie.
75. Presbey, Gail (University of Detroit, US) – Prophetess Alice Auma Lakwena: interviews and signage.
4.2 Chair: Cécile Leguy
18. Bourlet, Mélanie (LLACAN-CNRS, France)- La mémoire et le rythme. Sur l’oralité des poèmes de Bakary Diallo (1892-1978).
30. Duruoha, S. I. (Rivers State University, Nigeria) – Tapestry of sounds and symbols: meaning, memory and intertextuality in the poetry of Christopher Okigbo.
57. Mweseli W. Monica (University of Nairobi, Kenya) – Okot P’Bitek and the use of oral literature in his written texts.
96. Ugochukwu, Françoise (Open University, UK) – « Aidez-nous à combattre le mal » – l’arme du chant collectif au coeur du conflit biafrais.
4.3 Chair: Mokgale Makgopa
7. Akinyemi, Akintunde (University of Florida, US) – Contemporary Nigerian dramatists and Yoruba oral history.
26. Delfini, Antonella (University of Bari, Italy) – Elements of oral tradition in Uzodinma Iweal’s Beasts of no Nation.
52. Mamet-Michalkiewicz, Marta (University of Silesia, Poland) – Storytelling as the art of seduction: The Thousand and One Nights as intertext in contemporary African literatures.
86. Tamari, Tal ( MALD-CNRS, France) – La littérature française en traduction bambara : l’exemple du Comte de Monte Cristo.
4.4 Chair: Stephen Belcher
6. Aiello Traore, Flavia (University of Calabria, Italy) – Reading Swahili children’s books: orality, education, and interculturality in contemporary Tanzania.
20. Colombo, Laura (University of Verona, Italy) – Des voix des aïeules à Sylvie Vartan: paroles et chants de femmes dans l’Afrique contemporaine.
94. Udo, Daniel G. (University of Uyo, Nigeria) – African oral traditions and the dramatic medium: Amiri Baraka and Femi Osofisan.
95. Udoh, Isaac (Abia State University, Nigeria) – Oral literature and the question of identity in the Niger Delta of Nigeria: a study of J.P.Clark’s The Ozidi Saga.
13.30 Lunch break
[University – Facoltà Lingue, via Calasso 3]

15.00 Workshop with African Italian writers
Chair: Itala Vivan
2. Aden, Mohamed Kaha (Somalia/Pavia, Italy) – Le vie di Mogadiscio / The streets of Mogadishu (Les rues de Mogadichio).
35. Ghermandi, Gabriella (Ethiopia/Bologna, Italy) – In the shade of the shameless branches laden with bright red flowers.
43. Khouma, Pap (Senegal/Milano, Italy) – Mon voyage dans ma troisième langue, l’Italien (My journey through Italian, my third language).
48. Lamri, Tahar (Algeria/Ravenna, Italy) – Il pellegrinaggio della voce / Le pèlerinage de la voix (The voice’s pilgrimage).
17.00 Coffee break
17.30 General assembly
20.15 Bus to social dinner

Friday 13 June
[University – Buon Pastore, Via Taranto 35]
[Room 2]
9.00 Plenary lecture – Chair: Ruth Finnegan
28. Derive, Jean (LLACAN-CNRS, Université de Chambery, France) – Diaspora mandingue en région parisienne et identité culturelle : production de littérature orale en situation d’immigration.
10.00 Coffee break

10.30 Parallel Sessions 5 – New crossings identity

5.1 Chair: Graziella Parati
58. Nfah-Abbenyi Juliana Makuchi (University of North Carolina, US) – African oral narratives and the intercultural immigrant experience of home in the Southern United States.
59. Nkhuna, Winnie (University of Pretoria, South Africa) – New crossings immigration and interculturality in South Africa.
71. Paci, Francesca Romana (University of Eastern Piedmont, Vercelli, Italy) – Italophonic African writers and the heritage of oral literature.
82. Sanou, Alain (Université de Ouagadougou, Burkina Faso) – L’impact des migrations sur la littérature orale bobo.
97. Van Coller, H.P. (University of the Free State, South Africa)- Intertextuality in Hafid Bouazza’s novel Paravion.
5.2 Chair: Juliana Makuchi Nfah-Abbebyi
38. Gueye, Marame (University of East Carolina, US) – Praise Song for the Good Woman: the Influences of islam on Wolof oral poetry.
47. Kuria, Mike (Daystar University, Kenya) – Our narratives, our memories: revisiting the performance of Gitiiro among the Agikuyu of Kenya.
85. Suriano, Maria (University of the Witwatersrand, South Africa) – Oral history, memory and gender: TANU women and the liberation struggle in colonial Tanganyika.
100. Wanjala, Alex Nelungo (University of Nairobi, Kenya) – Elements of the gothic in Grace Ogot’s fiction.
5.3 Chair: Paulette Roulon-Doko
63. Ojaide, Tanure (University of North Carolina, US) – Oral poetic performance in Africa and the African Diaspora: Udje, Battle Rap, and Calypso.
73. Petillo, Mariacristina (University of Bari, Italy) – Trinidadian calypsoes as oral heritage: linguistic and cultural problems.
78. Reuster-Jahn, Uta (University of Mainz, Germany) – Traits of traditional orature in Swahili Bongo Fleva (HipHop) music in Tanzania.
91.Tsaaior, James (University of Ibadan, Nigeria) – The cross-cultural dialogue across the Atlantic dissolving cultural boundaries between Africa and its Diaspora.
5.4 Chair: Nduka Otiono
9. Alabi, Adetayo (University of Mississippi, US) – The trickster and the autobiographer: orality, art, and African cultural production.
13. Ba Alpha Oumarou (LLACAN-CNRS, France) – Les procédés de légitimation du pouvoir dans l’épopée peule du Fouladou.
15. Belcher, Stephen (Independent Scholar, US) – Evolution, orality, and the epic.
34. Gelaye, Getie (Hamburg University, Germany) – Amharic poems preserved in the Fondo Conti Rossini, BNAL in Rome, Italy.
74. Piangatelli, Roberto (Independent Researcher, Brescia, Italy) – “Wahalla don start, Ken don die”. A cry for the death of Ken Saro-Wiwa (E’ cominciato il casino, Ken è morto…).
13.00 Lunch break

15.00 Parallel Sessions 6 – Orality and performance
6.1 Chair: Hein Willemse
21. D’Abdon, Raphael (University of Udine, Italy) – Building a continuum: spoken word movement and the re-production of oral culture in post-apartheid urban South Africa.
53. Martino, Pierpaolo (University of Bari, Italy) – Transnational metamorphoses of African orality: L.K. Johnson’s dub poetry.
70. Otiono, Nduka (University of Alberta, Canada) – Tradition and secondary orality: new Nigerian performance poets and the search for new idioms of expression.
92. Tsenôngu, Moses Terhemba (Benue State University, Nigeria) – Technological verdicts in Tiv oral poetry: the emergence of Golozo as the greatest poet of his time.
6.2 Chair: Francesca Romana Paci
10. Aresta Antonio (University of Salento, Lecce, Italy) — Wolof griot from Senegal: between tradition and change.
60. Nyitse Mbaiver Leticia (Benue State University, Nigeria) – Text and context: a study of poetic practice of Grace and Simeon Tsav.
93. Turner, Noleen (University of KwaZulu-Natal, South Africa) – Fluidity and the oral text – Izihasho amongst the Zulu.
98. Van Niekerk, Jacomien (University of Pretoria, South Africa) – Folktale influence in Afrikaans literature: (mis)recognition, interpretation, negotiation.
6.3 Chair: Oty Agbajoh-Laoye
16. Bornand, Sandra (LLACAN-CNRS, Switzerland) – La secrète revendication d’une sexualité féminine : les chants du marcanda chantés par les captives songhay (Niger).
19. Byaruhanga, Frederick K. (University of California in Los Angeles, US)- African traditional higher education: a misnomer?
56. Motsei, Sara (University of the Free State, South Africa) – Naming of an African child (in particular Sesotho).
76. Rafapa, Lesibana (University of Venda, South Africa) – African traditional oral hymns vis-à-vis universal human spirituality.
88. Tengan, Alexis B. (Independent Researcher, Belgium) – Memory archiving and the ritual art of narrative performance: case study of the Dagara bagr archive project.
17.00 Coffee break
17.30 Closing of conference
[Palazzo Cezzi]
19.30 Poetry reading (Antjie Krog, Natalia Molebatsi) with farewell drinks

Saturday 14 June

9.00 Day excursion to Salento with visit and lunch in Otranto and visit to Galatina

Sunday 15 June
10.00 Coda : Special programme Italo-Senegalese (Introduction : Antonio Aresta)
10.15 Film document (94′) “Keita, l’héritage du griot” (Keita, the griot’s legacy) – Original version in French and Bambara, captions in Italian
12.00 Presentation of project of cooperation between Salento and Senegal and performance on the legend of Sundjata Keita
13.00 Short performance by the Senegalese griot Mandiaye Ndiaye with artists from “La fabbrica dei gesti” (The workshop of mimes)

Apocalisse di Giovanni


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Da oggi potete leggere il mio racconto “Apocalisse di Giovanni” sul “Fronte della comunicazione”, il blog di Stampa Alternativa. Buona lettura.

Le voci, la città. In libreria


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È uscito in libreria “Le voci la città”. Contiene i racconti di David Bargiacchi, Marco Candida, Fosco D’Amelio, Beatrice Furini, Paolo Grassi, Gianmaria Nerli, Luciano Pagano, Laura Pugno, Alessandro Scotti, Catalina Villa, le poesie di Dome Bulfaro, Vincenzo Bagnoli, Laura Lucaccioni, Luigi Nacci, Luigi Pacifico, Adriano Padua, Furio Pillan, Mikica Pindzo, Marco Simonelli, Sara Ventroni e un intervento critico di Andrea Cortellessa. Il mio racconto si intitola “Luoghi d(‘)istruzione”. Approfitto di questo post per ringraziare i due curatori del volume, Gianmaria Nerli e Luigi Nacci, che, in quel di Fiesole, l’anno scorso, hanno reso possibile questo bell’incontro.

L'ultimo poeta


Giovanni Padrenostro
L’ultimo poeta

Sono seduto al tavolo con davanti un bicchiere di whisky; fumo una sigaretta e la macchina per scrivere attende impaziente che le imprimi le mie dita in corpo.
La mente è pervasa da un’unica frase: “il sole è forte e muoio affogando i miei disperati pensieri nel fluire delle tue iridi”.
Questi versi, Marco, li aveva scritti per lei, la sua Isabella, la prima volta in cui i loro corpi si erano amati.
Eravamo proprio seduti qui, in questo locale mentre lui mi raccontava del suo amore.
Ricordo che ad un certo punto entrò nel locale Isabella, si avvicinò a noi con passo lento, aveva il viso stravolto, il trucco scomposto, in disordine.
Si rivolse con gentilezza a Marco pregandolo di tornare a casa, che lei non era niente senza di lui.
Ricordo esattamente le frasi di Marco: “ma cosa cerchi in questo corpo decaduto, questo corpo capace solo di bevute notturne?”.
“L’amore!” rispose lei.
Se ne andarono insieme, abbracciati l’uno all’altra, sembravano un quadro di Munch, la danza della vita.
Marco non lo rividi più, qualche volta incontravo Isabella che mi dava delle poesie chiedendomi di leggerle, di aiutarlo, perché Marco in fondo non era cattivo, era un buon poeta.
Adesso ne ho una in mano è la trascrivo sui miei fogli: “le solide note di colori fuggiaschi/ di seta / di carne / di paura / di noia / nascondono abissi insondati / fragili specchi privi di riflesso /”.
Si racconta che Marco non usciva più da casa, che era impazzito, diventato folle ma io non credevo alle dicerie della gente, e anche se fossero state vere sapevo che aveva un’ uscita di scarto.
Così decisi di andarlo a trovare ma ogni volta che bussavo alla porta di quella piccola casetta in periferia nessuno veniva ad aprire; così decisi di rinunciare.
Isabella, dopo un po’, non si fece più viva, le nuove poesie di Marco le trovavo nella buca della lettere; erano la conferma, la mia conferma che Marco era ancora vivo.
Si raccontava per le strade che Isabella si prostituiva per racimolare soldi per l’eroina.
Si raccontava che Marco aveva l’aids.
Si raccontava che Isabella aveva abortito.
Ecco un’altra bella poesia di Marco: “il bicchiere tondo / sguainati gli occhi nel loro ondeggiare / di ricordi / dov’è la fine? / l’inizio?/”.
Il giorno del loro funerale eravamo poca gente, pochi intimi.
Quel giorno recitai le sue poesie ad alta voce accompagnato dal silenzio fluttuante del cielo limpido.
Si dice che la poesia è morta, se ciò è vero, io forse ho conosciuto l’ultimo poeta.
Lì trovarono abbracciati, consunti dalla fame, sfiancati dalla malattia che li aveva divorati.
L’ Aids aveva colpito, sinuosa e lenta come un serpente e la povertà aveva fatto il resto.
Ora si chiacchiera tanto per le vie, si dice che se la sono cercata, che la rettitudine è l’unica strada giusta, l’unico cammino che evita la morte, come se tutti non fossimo destinati inesorabilmente alla fine.
Si chiacchiera tanto di Isabella e Marco.
A volte si dubita anche che siano esistiti tanto le loro presenze erano impalpabili.
Io, qui, ho tra le mie mani la loro essenza, il loro folle e taciturno amore, la certificazione della loro esistenza, e penso che Marco aveva ragione quando diceva: “il passato è ciò che affiora dalle viscere dei nostri ricordi e c’è sempre una sorta di novità che zampilla, che si aggiunge e si mescola come in una sorte di continuum narrativo; né un inizio né una fine”.

§

Giovanni Padrenostro è nato a Caltagirone (CT) il 29/03/1980. Dopo aver conseguito una laurea triennale in Scienze della Comunicazione alla facoltà di lettere di Catania, mi sono trasferito a Bologna, dove vivo e frequento l’ultimo anno del corso di specializzazione in Cinema, Televisione e produzione multimediale al Dams. Adoro scrivere e leggere, e naturalmente sono un appassionato di Cinema. Gestico un blog personale: Stralci dal grande show (www.barnumg.splinder.com).
Due suoi racconti stanno per uscire in un’antologia per il corso “Scrivere” realizzato dalla scuola Holden e dalla De Agostini, e una raccolta di racconti con la casa editrice “Statale11editrice”.

A Melpignano "il circo capovolto" di Milena Magnani


Comune di Melpignano
Venerdì 7 marzo, ore 19.30
Convento degli Agostiniani

Incontri d’autore

[in collaborazione con il Fondo Verri ]

Sergio Blasi, Antonio Errico e Mauro Marino

presentano

Il circo capovolto
di Milena Magnani (Feltrinelli)
Letture di Piero Rapanà
Musiche di Donatello Pisanello

Venerdì 7 marzo, ore 19.30 a Melpignano presso il Convento degli Agostiniani, per gli “incontri d’autore” Sergio Blasi, Antonio Errico e Mauro Marino presentano Il circo capovolto di Milena Magnani (Feltrinelli). Le letture sono affidate a Piero Rapanà accompagnato all’organetto da Donatello Pisanelli.

Un campo rom all’estremo confine di una città. Si intravedono fabbriche in disarmo, tangenziali, supermercati. Come un villaggio con leggi e lingua proprie, il campo viene visitato episodicamente da polizia, operatori sociali, autoambulanze. C’è un capo naturalmente, burbero, diffidente, violento. Quando arriva l’ungherese Branko, l’accoglienza è fredda: deve restare ai margini fangosi del campo. Eppure a sera gli si fanno intorno i bambini, incuriositi dal suo grosso baule. Vogliono conoscere la sua storia. Ogni sera, fuori dal suo rifugio di lamiere, Branko ne racconta un pezzo. Una storia di circo e di guerra, di acrobati e campi di sterminio. Branko è l’inconsapevole discendente di una dinastia di circensi. Il nonno, tradito da quello che credeva essere un amico nell’Ungheria della Seconda guerra mondiale, ha perso la vita insieme a tutta la sua famiglia in un campo di prigionia. Il padre di Branko, unico sopravvissuto, ha celato al figlio le proprie origini. Ma il passato torna a galla, e Branko ripercorre le orme del nonno.

Scrive Milena Magnani del suo romanzo: “il tema centrale è il
porrajmos, l’olocausto rom, ma anche la possibilità di rivendicare una cultura troppo a lungo dimenticata e offesa. Io l’ho scritto per rendere omaggio a tutti gli artisti nomadi, i funamboli, i saltimbanchi, i musicisti viaggianti che sono scomparsi a Auschwitz Birkenau, a Mathausen, a Bergen Belsen e in tanti altri campi ancora. Ho scritto per loro e per i bambini che oggi giocano nelle acque dei canali, vicino alle baracche, in mezzo alle pance dei lenzuoli stesi. La verità è che si continuano a stabilire linee di confine. Senza aver fatto nulla perchè capiti, ci si trova collocati di qua o di là da una recinzione. Però io dico che si deve provare a camminare sopra la recinzione, calpestandone il filo spinato, in un eterno sconfinamento”.

il Fondo Verri a.c.
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