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Il sosia (5)


[…]

Tutto doveva essere incominciato con quel fatto dell’uomo anonimo, ma sì. Gli capitava di ricevere messaggi anonimi. Qualcuno li aveva spediti come si sarebbero potuti spedire messaggi nelle bottiglie. A quei messaggi non rispondeva a meno che non si trattasse di domande. “Quanto guadagni? Come spendi i tuoi soldi? Che cosa fai nel fine settimana?”. È incredibile il numero di quesiti che può passare nella mente di una persona, soprattutto se le domande in questione riguardano voi. “Quanti chilometri credi si possano percorrere senza trovare il coraggio di rivelare la consistenza di una farsa alla persona che dici di amare?”. I messaggi di anonimi si infittivano. Come soldi accartocciati nel taschino dei jeans. Perché qui? Perché adesso? Decise che era venuto il momento di chiudere con questa storia. Con il sosia, intende. Così infilò il cappotto, uscì di casa, si diresse a grandi passi verso la casa del sosia. Sapeva che per prima cosa avrebbe detto al sosia “Ma non sei stanco?”

[continua]

“Psicofantaossessioni” di Faraòn Meteosès


Luciano Pagano
su “Psicofantaossessioni” Faraòn Meteosès

Nella sua introduzione scritta per questo libro di versi edito da Lietocolle, Claudio Comandini ci mette subito in guardia sull’ipocrisia e sulla falsa promessa di veridicità insite in tutte le introduzioni. Elucubrazioni autoevisceranti per mettersi in mostra o viatici che sollevano dalla lettura delle stesse poesie? Un discorso che in modo analogo si potrebbe fare con le poesie, i romanzi, in un’infinita rincorsa che come meta finale avrebbe un unico termine, l’onestà intellettuale. Il libro di Stefano Amorese (che in arte utilizza il proprio anagramma eufonico Faraon Meteoses) è un libro che raccoglie la produzione di un autore che come testimoniano i diversi video rintracciabili su Youtube, scrive pensando con attenzione all’oralità della propria produzione. Una caratteristica che potrebbe costituire allo stesso tempo una forza o un limite. Una forza perché la poesia, legata alla performatività del proprio autore, dona un’espressività del risultato che utilizzato con assiduità appaga degli sforzi, anche in termini di espressione. Un limite perché una volta viste, ascoltate e eseguite dal vivo, le poesie per conservare la stessa tenuta devono essere eccezionali. Come ad esempio lo sono quelle di Mariangela Gualtieri. Le assonanze e i rimandi vocali all’interno dei testi sono molti. I componimenti sottendono una vulcanica protervia compositiva, i più riusciti sono ottimi spartiti. Basta leggere poesie come “Verso il Bo”, “L’alternativa” o ancora “KM 1999” per accorgersi che dietro alle intenzioni di coinvolgere la poesia in tutti i sensi ci sia dell’altro. Anzitutto un forte sentimento di critica nei confronti della società delle convenzioni, non solo ritmiche, con le quali siamo abituati a confrontarci. Queste poesie aiutano a risvegliare i sensi del lettore dall’intorbidimento. Può la poesia una rivoluzione? Una materia così ostica eppure sempre capace di rinnovarsi nella sfrontatezza del sapersi proporre, può rivelarsi ancora in qualcosa di interessante, nuovo? Mi vengono in mente certi versi del pasoliniano “Trasumanar e organizzar”, così forti e prepotenti da cercare il bisogno dell’essere detti, malgrado così privi di musicalità, tutti senso e sensazione che non c’è mai abbastanza tempo per raccontarlo, il tempo. Stefano Amorese, poeta, musicista e performer riesce nell’intento di dare materia di canto a un tempo sfuggente, e lo fa senza sbavature “sulla spalla e la cervice del bombardiere/precipitato sulla puleggia/del tuo condilo occipitale, femminile cerniera/che chiude il solco del dente/del crotalo canilicolato, secreto digerente/di un veleno esfoliante/che picchietta la ghiandola,/sul pelo incarnato nel tuo segreto/placcato da squame nella tua formula incognita/di grado secondo”. Un dettato che è in cerca di una soluzione e che resta in armonia con il suono e con il senso dell’invettiva. Ha suoni e talento da vendere, Stefano Amorese, che malgrado la dichiarata latitanza di Virgilio, come dice in una poesia, possiede gli anticorpi per affrontare il mare magnum della poesia di un tempo post-avanguardista. Per lettori curiosi.

Psicofantaossessioni, Faraòn Meteosès
Lietocolle, 2007, €10

Mostra Mercato dell'Editoria Siciliana. Concorso Città di Sortino


Associazione Culturale Pentelite

XIII Mostra-Mercato dell’Editoria Siciliana
Sortino (SR) 03-04-05 ottobre 2008

Concorso Letterario Nazionale “Città di Sortino”

Nell’ambito della XIII Mostra-Mercato dell’Editoria Siciliana che si svolgerà in Sortino (SR) dal 03 al 05 ottobre 2008, l’associazione culturale Pentelite, con il patrocinio del Comune di Sortino, indice per l’anno 2008 il concorso letterario nazionale “Città di Sortino”.

REGOLAMENTO

Art. 1) Il concorso è suddiviso in tre sezioni, è aperto a tutti per opere inedite, senza limiti di età.
A) Racconto breve, max 5 cartelle (12,000 battute circa), in lingua italiana, a tema libero,
in cinque copie stampate di cui una sola firmata, completa delle generalità dell’Autore
con scheda bio-bibliografica dello stesso.
B) Poesia in lingua italiana, (una sola poesia, a tema libero, compresa in una cartella) in cinque copie stampate di cui una sola firmata, completa delle generalità dell’Autore con scheda bio-bibliografica dello stesso.
C) Poesia in dialetto siciliano, (una sola poesia, a tema libero, compresa in una cartella) in cinque copie stampate di cui una sola firmata, completa delle generalità dell’Autore con scheda bio-bibliografica dello stesso.
Art. 2) Le opere dovranno essere inviate presso la tipografia Tumino, via Carlentini 3/A, 96010 SORTINO (SR), entro il 30 giugno 2008. Farà fede il timbro postale. Se si vuole partecipare a più sezioni, occorre spedire le opere in buste separate (una per ogni sezione). Ogni autore partecipando si assume la responsabilità sull’autenticità delle stesse.
Art. 3) Non è prevista alcuna tassa di lettura ma trattandosi di un concorso organizzato nell’ambito di una fiera del libro si chiede, allo scopo di incentivare l’editoria siciliana, che ogni concorrente acquisti un libro edito in Sicilia, inviando euro 15,00 insieme alla busta con il testo. Per quanti non avranno la possibilità di venire in Fiera a scegliere il libro, codesta organizzazione provvederà a selezionarne uno e a spedirlo al recapito del concorrente.
Art. 4) Il comitato di lettura formato dagli scrittori Morena Fanti, Salvo Zappulla, dalle prof.sse Oriana Gazzè, Teresa Gigliuto e dal poeta Marco Scalabrino, selezionerà cinque opere finaliste per ogni sezione che verranno pubblicate nel libro “Pentelite” (insieme a scritti di autorevoli personaggi del mondo della cultura), giunto alla sua tredicesima edizione, edito da un editore siciliano partecipante alla Fiera. La pubblicazione delle opere non comporta diritti d’autore in quanto Pentelite non viene messo in vendita ma dato in omaggio ai nostri collaboratori e a operatori culturali.
Art. 5) Le opere finaliste verranno affidate ad una giuria popolare di trenta lettori, i quali avranno il compito di votare le tre opere vincitrici. Il conteggio dei voti riportati (ogni lettore selezionerà un’opera) avverrà giorno 04 ottobre 2008, alle ore 19.00 nella Biblioteca del Comune di Sortino. Le buste consegnate dai trenta lettori verranno aperte in pubblico. Nome, cognome e professione dei trenta lettori verranno pubblicati nel volume “Pentelite”.
Art. 6) Il primo classificato per ogni sezione riceverà un premio in libri di Euro 50,00 più 5 copie di Pentelite. Tutti i finalisti riceveranno in omaggio 5 copie di Pentelite.
Ogni partecipante autorizza il trattamento dei propri dati personali ai sensi del Decreto Legislativo 30 giugno 2003 n. 196
Art. 7) Per ogni altro aspetto non contemplato nel bando fanno fede le vigenti norme di legge. Per ogni controversia legale è competente il Foro di Siracusa.

Per ulteriori informazioni telefonare al 3336981694 o scrivere al seguente indirizzo: salvozappulla1[chiocciola]virgilio.it

Il Segretario, Vito Tumino
Il Presidente, Salvo Zappulla

(in foto un particolare della più grande necropoli d’Europa, a Sortino)

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Se non c'è altra via.


Elisabetta Liguori
Se non c’è altra via.
su “Recinto di porci” di Andrea Simeone

Il primo romanzo di Andrea Simeone è una storia di confine: cronometra tempi, circoscrive umori, segnala perimetri, ridimensiona orizzonti.
Il confine dell’adolescenza nei primi anni novanta, quello dell’amicizia, quello della provincia vulcanica intorno a Napoli, quello del carcere, quello del Male nel suo insieme. Ciascuno di questi contorni, all’interno di questo testo narrativo, risulta netto e circoscrivibile e l’effetto è volutamente claustrofobico e certo. Una condanna che va ben oltre la durata delle sue duecento pagine circa e che, ripercorrendo all’incirca un quinquennio, si sofferma a colpire principalmente quattro soggetti privilegiati. I loro giorni più leggendari.
In ogni amicizia ci sono pochi giorni fondamentali, infatti, pochi che condizionano il resto, pochi eventi cardine intorno ai quali finiscono per ruotare intere esistenze. Tutti gli anni che verranno dopo (se verranno o anche se non verranno), faranno comunque riferimento a quei primi per diventare cemento, motivazione, ricordo, e dunque leggenda. Succede sempre così, soprattutto per le amicizie nate in giovinezza. Che ci sia Napoli o Milano a far da scenografia non conta poi tanto. All’inizio.
Anche per i 4 amici immaginati da Andrea Simeone in questo suo romanzo d’esordio quello che rileva è l’inizio. Ciro è il capo, Vinicio è il più sballato, Gaetano è quello con la camorra dentro casa, Domingo è il diverso, quello di buona famiglia. Per le dimensioni epiche della loro amicizia da diciottenni il luogo non conta, se non per la lingua, il risicato dizionario a disposizione, i sapori, i mezzi. È nel momento iniziale che s’insinua l’attitudine all’amore, che si formano i sogni e la prima valutazione del sé. Ovunque la giovinezza è tale. Ovunque l’inizio è più forte e rende ugualmente intollerabile il dolore che segue.
La verità specifica della terra rileva invece quando si tratta di misurare le prospettive future di quella stessa amicizia. Napoli diventa puro inferno quando si guarda al futuro. Pur nella sua provincia vasta, nel suo paesaggio blu e selvatico, nel suo cielo a nuvolaglie varie, gonfie e grasse, Napoli sa trasformarsi in un buco nero, uno sgabuzzino, una galera, un recinto di porci. E sa farlo rapidamente.

” Io so che quelli della camorra fanno mangiare i cadaveri ai maiali” iniziò Vinicio” perché i maiali ci mettono niente a mangiare tutto, anche le ossa, cazzo. Mica sono animali così belli. Sono delle bestie. E io sono contento che li squartano, cazzo. Una volta, quando ero ragazzo, entrammo con mio cugino in un recinto di porci, e questi quasi non staccavano una mano a mio cugino, e metà culo a me. Sono proprio dei pezzi di merda” (pag. 23)

L’identificazione è strumentale. Questi quattro ragazzi sono come quei maiali: piccoli, rumorosi, puzzolenti maiali che si guardano intorno per capire quale parte del mondo azzannare, come sopravvivere, come farsi rispettare. Ma c’è ben poco da mordere. La provincia che Simeone descrive senza mezzi termini è esattamente quella che i lettori hanno gradualmente cominciato a conoscere. Molta buona narrativa negli ultimi anni ha avuto voce partenopea. Voci diverse per stili, ma contigue per contenuti. E non è solo letteratura, non è solo reportage, per quanto dettagliato, a volte è cronaca di tutti i giorni, orrore reale, sempre più vicino, sempre più attinente.
Eppure, nonostante ci sia sempre meno ignoranza intorno e su Napoli, la provincia di cui narra Simeone, coi toni di un neorealismo delicato e giovane, riesce ugualmente ad apparire assurda. Qui tutto ancora ci sorprende: le regole illogiche, gli esiti imprevedibili, la violenza disumana persino all’interno di un carcere, il fato demoniaco.
Sì, il fato. Il nesso causale, le lusinghe cronometriche del destino, la miccia esplosa, il punto di non ritorno sono temi che nel romanzo d’esordio di Andrea Simeone ritornano di frequente sotto la forma di capricciosi interrogativi.
A parte la levità delle prime scazzottate tra ragazzi, le zuffe, i denti spezzati, le manate in faccia o le pacche sui culi delle femmine, dal momento in cui le armi fanno la loro comparsa al centro della scena il timbro narrativo di Andrea Simeone si fa efficacemente tragico e alieno. È come se la brutalità debordasse all’improvviso e se ne perdesse irrimediabilmente il controllo. Un’idra ignobile prende il sopravvento sugli eventi e suoi loro protagonisti, aggredendo il lettore e spingendo la vicenda dentro un’area asfissiante, quanto inattesa. Così la morte chiama la morte e il lettore procede dritto verso il capolinea.
In questo romanzo dunque mi pare di poter individuare ben due recinti, due circonferenze tra loro tangenti ed egualmente crudeli. La prima contiene le attese dell’adolescenza, i suoi giochi d’illusione e potere astratto. La seconda imprigiona la gente nel suo territorio e ne azzera le risorse. L’incontro dei quattro ragazzi con il Male (in questo caso rappresentato da una vecchia cassa colma di armi) comporta il superamento del primo confine e il conseguente ingresso a pieno titolo nella seconda circonferenza.
Qui, nel secondo recinto i maiali non vivono, ma urlano.
Nel recinto dei porci l’unico varco sembra offerto da un’ipotesi d’amore. È la lentigginosa Rosita l’unico varco possibile. Quello apparente. Cruda e sola, con orecchie e fiuto da bracco. Un’animale anche lei.

Lei alzò lo sguardo, e Ciro ebbe un mancamento: gli stava guardando dentro, in un modo che nessuno aveva mai fatto.”Lo sai cosa è successo ieri.”. parlava a bassa voce, e lui non capì se si trattasse di una domanda o di una affermazione. “Mi dispiace” fu l’unica cosa che riuscì a dire. Lei tirò fuori dalla tasca la sua lettera. ” Certe volte le persone credono di dover fare delle cose per piacere agli altri. Lo sai?” lui annuì, ma senza capire. (pag.94)

Andrea Simeone sceglie d’ infrangere quel segno unico come si fa con le vetrine. Un colpo secco, e poi ancora altri, ma senza capire. Con un fiore di proiettili, fa la sua vita in mille pezzi inutili. Una vita di vetro vicino ad una vecchia pompa di benzina. Un capitolo per chiudere il varco. Per inseguire la china. La scena così descritta dall’autore ha insieme la forza della tragedia e della metafora. Dopo, chiuso quel varco di vetro, pare davvero non esserci altra via.
Un romanzo nichilista quindi, che nega ogni libertà di scelta? Non mi pare. Un romanzo per condannare, al contrario. Un romanzo che non perde di vista incastri casuali e responsabilità. Un romanzo che racconta le scelte possibili. A mio avviso è nel paesaggio che Andrea Simeone nasconde l’ansito di ogni scelta: nelle strade, nello sguardo di Rosita, nel suo seno pasoliniano che il tempo fa mutare di poco. Nella bellezza. Il fato, ammesso che esista, si serve sempre di piccole scelte e di piccoli uomini. Anche questi ragazzi, come i personaggi comprimari intorno a loro, compiono le loro scelte. Lo fanno rumorosamente, confusamente, ma lo fanno. Riproducono modelli indotti, trame note, ma scelgono. Agiscono secondo la lingua dei luoghi e della famiglia, poiché non sono né porci né burattini. Quel che il narratore svela a mio avviso, con una malinconia dilagante, capitolo dopo capitolo, non è solo la fatale inerzia campana, quindi, un’ inerzia per così dire doc, ma gli esiti tragici di scelte fatte troppo presto in assenza di respiri spaziosi, di dignitose alternative. Andrea Simeone narra quello che i suoi occhi hanno visto e il paesaggio che disegna misura da sé, quasi naturalmente, l’enorme coraggio richiesto fuori da certe anguste porcilaie dell’orgoglio e del sangue. E riesce a raccontare, nello stesso momento e con le stesse parole, quello che è stato e quello che sarebbe potuto essere.

Recinto di porci, Andrea Simeone, peQuod, 2007, pp. 160, €13

"Il passaggio". Maria Zimotti


Maria Zimotti
Il passaggio

Le metamorfosi dei figli vanno da sé.

Non le guardo, facendo solo il cambio degli armadi
estenuante lotta dei vestiti che non riescono a stare dietro

alle loro cellule che si moltiplicano

Non le foto mi hanno dato il senso
che mio figlio è ormai un uomo

che per sempre se ne è andato quel bambino
come le sue tutine date via

Solo quel suono

qualche giorno fa quando sentivo
in una casa impregnata dall’odore

tipico del pannolino misto a pastafissan
a latte in polvere. Quel suono

del bambino che piangeva.

Il richiamo senza parole, musica
che contiene, lo so, il principio di tutte le parole

il principio di tutto l’amore.

Nostalgia di un amore più facile
perchè lui era parte di me

e lo vorrei rifare per la serenità
che dà il pianto di un bambino

con l’odore tipico di pastafissan latte e pannolino

Ora lui ha amori suoi
nascosti nell’oblio dell’i-pod

Non posso che dargli qualche carezza di notte
quando più assomiglia a quel bambino

e solo perchè incosciente si arrende al mio tocco

o forse perchè nei suoi sogni ancora io ci sono
in quella memoria ancestrale del suo primo vagito

il suo abbandono mi fa meno male così
ma sono film che si fanno le mamme

sempre alla ricerca di bravi bambini

Racconti da paura.


Luciano Pagano
Racconti da paura.

Copio e incollo estratti di articoli che ho letto di recente, con particolare interesse e attenzione, per una discussione eventuale sullo status e sulla ricezione nell’editoria dell’oggetto racconto nell’editoria con-temporanea. Il primo è comparso sul Corriere della Sera del 23 gennaio 2008, il titolo dell’articolo è “Le nuove vite del racconto breve” e contiene una disamina dell’attuale situazione/atteggiamento della critica, nonché dell’editoria, nei confronti del racconto breve, inteso sia come genere che come prodotto culturale. In questo articolo sono raccolte le opinioni in propositi di Mario Desiati, Andrea Di Consoli e Massimo Onofri, il primo sostiene che «sta prendendo corpo una scrittura ibrida, un misto di narrazione, saggio, inchiesta giornalistica che si presta particolarmente a una raccolta frammentaria, di brevi testi», mentre Andrea Di Consoli sostiene che «spesso i romanzi non sono altro che dilazioni artigianali e volontaristiche di nuclei narrativi brevi, cioè di racconti di poche pagine». Massimo Onofri riconosce l’importanza del racconto in termini di possibilità di sperimentazione, oltre che di incubazione di nuovi talenti e, aggiungo io, per chi già è uno scrittore affermato, di laboratorio per sperimentare «Nella camera iperbarica del racconto il giovane dà il meglio del suo talento”. Molti giovani autori hanno cominciato un proprio percorso dalla pubblicazione di racconti. Nell’articolo vengono presentati esempi, come quello di Stephen King, testimoni di una realtà differente che vede nel racconto un’espressione altra rispetto al romanzo che, per gli esiti, non ha nulla da perdere nel paragone. In tal senso assumono un ruolo differente le reviste di letteratura, che secondo me non stanno affatto languendo. Forse accade il contrario, c’è talmente tanta offerta di letteratura da leggere, pure sulle riviste, che un lettore pigro non riesce più ad adattarsi se non si fa ricercatore e discernitore. Torniamo al racconto. Semplicemente un racconto è un racconto e un romanzo è un romanzo. Oggi, leggendo un articolo comparso sul Domenicale, a firma di Giovanni Pacchiano. L’articolo si intitola “Una monetina per la vita” ed è la recensione del romanzo d’esordio di Valeria Parrella. Non entro nel merito della recensione per quanto riguarda il giudizio sull’opera, che è opinabile. L’articolo si chiude tuttavia con questo paragrafo “Anche la Parrella, come pressocché tutti i giovani scrittori italiani di oggi (pensiamo, ad esempio, a Pietro Grossi), ha il passo giusto per il genere-racconto. Non per il romanzo. Ma Lo spazio bianco ha grazia e stile, senza nessuna prosopopea. Vogliamo aspettarla”. È evidente che se da un lato si cerca di ridare nobiltà a un genere che negli ultimi dieci anni aveva vissuto in un totale stato di abbandono, a meno di non essere lettori seriali di antologie sensazionalistiche su sesso droga & rock’n’roll. Dall’altro c’è l’espressione di un giudizio di valore, come a dire, questa generazione non è in grado di esprimersi nel genere romanzo. Chi non crede nel rinascimento del racconto breve non ha letto ciò che in tali termini è stato prodotto negli scorsi anni. Partiamo dal primo aspetto. È vero che, tranne poche eccezioni, difficilmente una casa editrice pubblica il volume di racconti di un autore esordiente. Minimum Fax, Besa Editrice, Giulio Perrone Editore, Sironi? Perché un editore dalle grandi tirature può essere interessato alla pubblicazione di una raccolta di racconti se essa non risponde a un esigenza bensì è frutto del lavoro di un esordiente? Qualche anno fa abbiamo assistito alla pubblicazione di diversi romanzi nel quale l’idea centrale, al di là del romanzo in sé, era l’idea stessa di romanzo-mondo, adesso è come se stessimo assistendo a una vera e propria inversione di rotta, d’altronde gli stessi romanzi-mondo venivano spesso considerati sul paragone di una produzione d’oltreoceano piuttosto che come espressione di una necessità insita nell’autore o nella letteratura del nostro paese, le etichette sono spesso assicurazioni sul rischio. Che cosa in questa inversione è parte di un discorso editoriale e che cosa è invece parte di un discorso di stile? Facile, chi scrive racconti e romanzi continui a scriverli, al resto ci penseranno i lettori, sarebbe la cosa più facile da dire e da fare. L’importante è che il racconto risponda a livelli qualitativamente elevati di narrazione e stile, permettendo al suo autore di esprimere una realtà concreta ma sempre e soprattutto, un’idea. Il discorso in proposito apre a discussioni interessanti circa la tradizione del racconto e della novella nella letteratura italiana, una tradizione di tutto rispetto che non rischia certo di essere soffocata se non nella mancanza di intraprendenza di nuovi orientamenti. E insieme a Carver, King, Dick, non si possono trascurare le influenze, ad esempio, di un Carlo Emilio Gadda. Nel citato articolo comparso sul Corriere compariva un riferimento ai volumi curati da Pier Vittorio Tondelli, la fucina di Under 25 è stata un ottimo laboratorio, nel quale gli autori avevano uno spazio di espressione differente da quello delle antologie usa & getta. È un segno positivo, preparato da molti anni di lavoro, per dare una possibilità in più a molti autori e, da parte della critica e dell’editoria, un segnale di risveglio, in tutti i sensi. Quando penso alla parola racconto, ancora oggi, mi vengono in mente Lovecraft, Maupassant, Moravia, Poe, Calvino, Kafka, Mann. Certo, l’opinione di Pacchiano è diversa, perché concerne un giudizio di valore implicito nel quale il racconto non è nient’altro se non un ripiego, un fare-di-necessità-virtù di una generazione, che prende atto di un’immagine circostanziata, forse limitata nel tempo. Credo che si tratti di un giudizio riduttivo. Voi?

Il mondo salvato dai ragazzini difficili.


Luciano Pagano
Il mondo salvato dai ragazzini difficili
su “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” di Patrizia Caffiero.

Patrizia Caffiero, leccese di origine, vive e lavora in Emilia. Il suo “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” è uscito di recente da Miraviglia Editore (Reggio Emilia), l’autrice è presente nell’antologia “Quote rosa”, dell’editore Fernandel. Il testo è una via di mezzo tra un resoconto narrato e un diario. Se lo leggiamo come diario la vicenda è individuata tra il settembre del 2003 e il giugno del 2004, ma ciò costituirebbe la riduzione di un lavoro che è molto di più. Le storie raccontate in questo libro si collocano in una zona che potrebbe essere definita di “limbo”. Tanto per cominciare la loro protagonista è una maestra non di ruolo (educatrice non qualificata) che svolge le sue mansioni con bambini negli orari che precedono e che seguono le lezioni, alcuni dei bambini in questione sono bambini difficili. Già questo sarebbe sufficiente per spalancare le porte di riflessioni infinite, dalla condizione degli insegnanti, molto spesso costretti a fronteggiare situazioni al di sopra dei loro mezzi, dei modi e dei tempi che vengono forniti, specie se si pensa che l’età dei bambini con cui hanno a che fare è quella che segue di poco l’infanzia e ogni avvenimento viene in essa amplificato. I media parlano sempre più spesso del mondo dei bambini, purtroppo quando questo mondo è scosso da eventi gravi, solitamente prodotti dal mondo degli adulti. Di recente la fascia d’età dell’infanzia si è ancora più ristretta, sono all’ordine del giorno le notizie riguardanti gang di “bulletti” come vengono spesso definiti dai giornalisti televisivi. Il fatto è che si parla in questi eventi di ragazzi che hanno tra gli 11 e i 13 anni, il che fa molto pensare sulle condizioni dell’ambiente in cui questi ragazzi sono stati costretti a crescere. Le vicende di cui parliamo si sono svolte invece in istituti di istruzione elementare. È ovvio quindi che l’istituzione scolastica viene chiamata ad assumersi un ruolo, oltre che formatore e educatore, anche di salvaguardia della crescita del bambino. Lo sa bene Patrizia Caffiero, costretta a fare i conti e con i ragazzi e con i professori a volte risucchiati essi stessi nella precarietà del loro lavoro alla quale si accompagna una instabile situazione emotiva. Capita che gli insegnanti descritti in questo bel libro a volte dimentichino di stare svolgendo un ruolo importantissimo, dato che hanno a che fare con il futuro del nostro paese, per dare sfogo a ansie e frustrazioni. Allo stesso modo non mancano veri e propri esempi (questi si spera non frutto di finzione) di insegnanti più consapevoli dell’altro bambino che hanno di fronte. La protagonista del libro cerca di fare tutto il possibile per dimostrare che è possibile fare scuola in modo differente e con gli stessi strumenti di partenza, a partire dalle possibilità che la fantasia offre, ancora oggi, per il riscatto dei bambini, anche dopo che questi sono stati letteralmente ‘bollati’ dagli stessi insegnanti. “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” è un libro che a mio parere dovrebbero leggere tutti, non soltanto chi fa l’insegnante o chi ha dei figli, per un motivo semplice, il mondo dell’istruzione negli ultimi venti anni ha subito un cambiamento radicale, tra riforme del sistema formativo, cambiamenti che hanno anche investito il sistema della formazione dei futuri docenti. Chi crede che alla fine i bambini non siano il termine unico si sbaglia, dato che tutto in realtà è studiato per dare un’istruzione ‘superiore’. I bambini guardano il mondo in modo diverso dal nostro, filtrandolo grazie alle informazioni che abbiamo dato loro, e soprattutto con le informazioni che loro stessi hanno reperito se i maestri si sono dimostrati carenti. I bambini hanno il diritto di odiare e chiudersi in se stessi, e ciò diviene dimostrazione della nostra incapacità di comprenderli. Patrizia Caffiero ha uno sguardo attentissimo a cogliere le sfumature di un’età nella quale i bambini si affezionano facilmente e con la stessa facilità possono provare delusioni e sconforti. Questo libro è interessante anche perché cattura la dimensione della scuola come laboratorio delle differenze culturali per bambini che provengono da diversi paese e vivono mondi diversi l’uno dagli altri. Ne suggerisco la lettura perché questo testo ha la capacità di generare interrogativi, e questo già sarebbe un grande merito, a ciò si aggiunga che il libro è scritto con un’ottima cura per descrizioni e dialoghi, come in un documentario in presa diretta, insieme a racconti che ci forniscono il contesto di ciò che accade. Un testo che esula da un cliché cui ci vogliono abituare certe operazioni editoriali dove la scuola viene confusa spesso o solo con una palestra per piccoli umoristi e professori satireschi.

Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te.
Alunni e studenti di scuole bolognesi raccontati da un’educatrice
,
Patrizia Caffiero, Miraviglia editore, perunalira, 2007, €18

Scritture segrete: da Erodoto a Bin Laden. Intervista a Nicola Amato


Bianca Madeccia
Scritture segrete: da Erodoto a Bin Laden. Intervista a Nicola Amato

Dritto al punto con un bel linguaggio pulito ma mai banale. Non si perde in inutili arzigogoli il professor Nicola Amato, massimo esperto italiano di Steganografia e docente universitario di “Scritture segrete” presso l’università di Varese. Vuole essere capito, vuole veramente comunicare. Conversare con lui è estremamente piacevole: possiede al tempo stesso grinta e profondità, competenza e passione, intelligenza viva e curiosità eclettica.

Ascoltarlo mentre parla, è come osservare un giocoliere che fa volteggiare un gran numero di notizie, informazioni, punti di vista che si lasciano dietro una scia preziosa di cibo per la mente.

Professor Amato, ci spieghi cosa sono le “scritture segrete” e come vengono classificate.
Quando parliamo di scritture segrete ci riferiamo ad un tipo di comunicazione scritta che avviene tra due interlocutori, l’emittente ed il ricevente della comunicazione, senza che ci sia una terza persona che ne venga a conoscenza. Dobbiamo però fare una distinzione sostanziale nell’ambito dei sistemi di scrittura occulta. Mi riferisco al fatto che si può operare su due livelli distinti e separati. Uno è quello che vede l’occultamento del contenuto della comunicazione, in cui il testo in chiaro viene trasformato, tramite un procedimento matematico definito algoritmo, in una sequenza di lettere, numeri e simboli, apparentemente casuali ed insignificanti, e solo chi possiede la chiave per decifrare il messaggio riesce a palesarne il significato. Parliamo in questo caso di crittografia.
Un secondo livello, decisamente superiore al primo in termini di sicurezza delle informazioni, opera in modo tale da non limitarsi a celare il contenuto del messaggio come succede per la crittografia, ma nasconde il fatto stesso che i due interlocutori stiano comunicando. Viene occultato, praticamente, il messaggio stesso, l’atto comunicativo. Ci riferiamo in quest’ultimo caso alla steganografia, il cui utilizzo scaturisce dal fatto che in molte circostanze il solo uso della crittografia non è sufficiente. Si pensi per esempio a due persone che vengono sorprese a scambiarsi messaggi cifrati tra loro: indipendentemente dal contenuto del messaggio, il solo fatto che vengano scambiati messaggi cifrati desta ovvii sospetti. Sorge quindi la necessità di utilizzare metodi alternativi per lo scambio di messaggi privati, quali appunto il nascondere il fatto che una qualsiasi forma di comunicazione sia avvenuta.

Lei ha scritto un libro sulla storia della steganografia dal titolo: “La steganografia da Erodoto a Bin Laden”.
Il termine steganografia si riferisce ad una tecnica elusiva della comunicazione che ha origini molto antiche. Nonostante ciò è ancora poco conosciuto, anche se ultimamente é salito alla ribalta dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York. Se ne é parlato a lungo dopo gli attentati perché sembra che i componenti della rete terroristica Al-Qaeda abbiano fatto largo uso della steganografia per comunicare tra loro e tramare attentati. Si tratta in pratica di scrittura nascosta o, meglio ancora, l’insieme delle tecniche che consente a due o più persone di comunicare tra loro in modo tale da nascondere l’esistenza della comunicazione agli occhi di un eventuale osservatore. Il concetto teorico di steganografia, che ha visto nel passato l’utilizzo di tecniche rudimentali e bizzarre ma sempre efficaci, non ha subìto alcuna modificazione nel corso degli anni, pur essendo passata attraverso l’evoluzione tecnologica. Oggi la steganografia consente di nascondere all’interno di file digitali, immagini o suoni che siano, ogni tipo di messaggio segreto. Perché proprio in questo consiste la tecnica moderna: con l’ausilio di software particolare, si prende un’immagine o un file audio e si estraggono alcune unità grafiche minime che la compongono, ossia alcuni pixel nel caso delle immagini, e le si sostituiscono con dei dati, in genere lettere di testo, che comporranno il messaggio che si vuol far passare. Dal momento che certe immagini sono composte da milioni di pixel, la sostituzione di soltanto alcuni di essi non sarà apprezzabile ad occhio.
In definitiva, con la steganografia moderna è possibile inserire all’interno di una immagine un intero documento di Word senza che nessuno se ne avveda. Infatti, mettendo a confronto l’immagine digitale originale con quella in cui si è iniettato un documento di testo, vedremo che sorprendentemente sono perfettamente identiche, sia in termini di risoluzione grafica sia per quello che concerne lo spazio occupato sulla memoria di massa.
Per quello che riguarda il mio libro, diciamo che mi sono trovato anni fa ad affrontare l’argomento steganografia per motivi di studio e ho dovuto appurare che non esistevano libri in italiano che trattavano l’argomento in maniera esaustiva, ma solo testi in inglese. Da qui l’idea di trasformare le mie conoscenze e i miei studi in un libro, uscito qualche mese fa, tuttora l’unico in italiano, che affrontasse la tematica in maniera completa, dalle tecniche più antiche a quelle più moderne utilizzate al giorno d’oggi.

Quindi lei si è trovato nella condizione di dover tracciare una storia delle scritture occulte. Come, dove e quando nascono le prime ‘scritture segrete’?
Il popolo arabo fu il primo ad adottare tecniche di occultamento delle informazioni attraverso la crittografia, che veniva utilizzata in maniera sistematica per proteggere tutti i documenti e gli archivi fiscali, oltre che per i messaggi contenenti delicate questioni statali. Non si era però ancora arrivati a dimostrare con certezza che la crittografia in ambito amministrativo fosse un’abitudine, finché, nel 1987, non venne scoperta l’esistenza di un vero e proprio trattato sull’amministrazione, l’Adab al-Kutab (“Il manuale del segretario”), una cui sezione era interamente dedicata alle tecniche che dovevano essere adottate dai funzionari statali per criptare ogni genere di atto o documento.
Gli arabi, inoltre, non solo introdussero nuove tecniche di cifratura, ma contribuirono a renderne obsolete molte altre. Infatti è proprio a loro che si deve la nascita della crittoanalisi, ovvero la scienza che si occupa di risalire al messaggio originale a partire dal crittogramma, pur non conoscendo la chiave di codifica o informazioni sull’algoritmo usato per occultare il messaggio.

Ma come riuscirono gli arabi a dar vita alla crittoanalisi?
Partirono dal presupposto che un linguaggio è formato da un alfabeto, e che a una qualsiasi lingua corrisponde una determinata distribuzione di frequenza con la quale le lettere si ripetono. Gli studiosi arabi compresero dunque che alcune tecniche crittografiche, come la sostituzione monoalfabetica, potevano essere facilmente attaccate da un’analisi di questo tipo. Individuando i simboli più frequenti nel testo cifrato e in un testo sufficientemente esteso nella lingua con cui si suppone sia stato composto il testo originale, si può procedere per sostituzione, dal simbolo più frequente a quello meno frequente, fino ad arrivare a comporre parole parzialmente comprensibili che possono essere facilmente indovinate.
La più antica descrizione di questo procedimento si deve allo studioso del IX secolo Abu Yusuf ibn Ishaq al-Kindi, noto anche come il Filosofo degli Arabi, che lo descrisse accuratamente nel suo libro “Sulla decifrazione dei messaggi crittati”, e al quale è stato dato il nome di “Metodo di analisi delle frequenze”.
Per meglio comprendere la tecnica di Al-Kindi, facciamo un esempio pratico applicato all’alfabeto italiano. Se esaminiamo una frase in lingua italiana possiamo notare che la lettera piu’ frequente è la “E”, la seconda è la “A”. Premesso ciò, si esamina poi un testo criptato e si determina la frequenza dei caratteri che lo compongono. Se, ad esempio, il carattere più frequente è la “S”, è probabile che si possa sostituire con la “E”, ossia che la “S” del testo cifrato si riferisca alla “E” del testo originale in chiaro, se la seconda lettera più frequente è la “M” è probabile che sia la “A” e così via.

Come si sono evoluti i sistemi di scrittura occulta dall’antichità ad oggi?
I sistemi di scrittura occulta, in quanto tecniche elusive della comunicazione, sono parte integrante dei processi comunicativi. Intendo dire che la comunicazione non è composta dalle sole interazioni palesi, ma anche dall’occultamento delle stesse. La differenza è che nel primo caso parliamo di comunicazione in chiaro, e quindi fruibile da chiunque vi partecipi, e nel secondo si tratta di una comunicazione in esclusiva tra determinate persone.
Premesso questo, diciamo che le scritture segrete si sono evolute, in perfetta simbiosi con le tecniche della comunicazione, di pari passo con quello che è stato lo sviluppo tecnologico dei mezzi di comunicazione e dei sistemi informatici. La necessità di proteggere le informazioni sensibili con il loro occultamento è rimasta invariata, ha solo adeguato le proprie tecniche attuative in base a ciò che la tecnologia del momento offriva. Oggi, dunque, il binomio comunicazione-informatica è un concentrato di sinergie che rappresenta il mezzo comunicativo moderno. L’evoluzione di entrambe, inoltre, è sempre stata orientata l’una verso l’altra. Infatti, la comunicazione si è evoluta in funzione dello sviluppo tecnologico e, viceversa, le tecnologie informatiche si sono sempre di più adeguate alle esigenze comunicative. Basti pensare a Internet e tutte le possibilità comunicative che ci offre attraverso i siti Web, forum, chat, blog, e-mail, teleconferenze, etc.

Chi oggi può avere interesse a conoscere bene questa materia e a che fini?
In un mondo in cui l’informazione è diventata la materia prima più preziosa, l’importanza di nasconderne la circolazione o di proteggerne la riservatezza è andata via via aumentando; e mentre un tempo poteva essere considerata una precauzione destinata a pochi casi limite, oggi il bisogno di riservatezza è più che mai vicino alla vita di tutti. Ogni giorno telefonate, messaggi di posta elettronica o transazioni di qualunque genere attraversano regioni, paesi, continenti, in luoghi potenzialmente esposti al rischio di intercettazione, con inevitabili conseguenze che possono mettere a repentaglio la nostra privacy. Diciamo quindi che lo sviluppo delle scritture segrete è in uno stadio piuttosto avanzato ed i campi d’applicazione sono molteplici. Si va dalla sicurezza delle informazioni effettuata sia a livello militare sia civile, in ambito bancario ed in tutte quelle occasioni dove si rende necessaria la protezione dei dati. Non è da trascurare inoltre l’utilizzo in campo di protezione del copyright dei file digitali. Un’altra applicazione, infine, é rappresentata dall’associazione sicura di dati. Consiste in una tecnica per cui una filigrana digitale può consentire di inserire informazioni sensibili in un documento, in modo che queste siano associate in modo sicuro al documento stesso; eventualmente, cifrando queste informazioni, si può fare in modo che esse non siano utilizzabili da chi non ne ha il diritto. Questo tipo di applicazione permette, ad esempio, di trattare immagini o registrazioni biomediche come radiografie, tomografie, risonanze nucleari magnetiche, etc., marcandole in modo da poter sempre identificare con sicurezza il soggetto a cui si riferiscono, ma conservando la privatezza delle informazioni sensibili.

Secondo lei, che interesse può avere l’università italiana oggi ad introdurre lo studio delle scritture occulte nei corsi di laurea?
Ritengo che questa scelta sia inevitabile. Il flusso delle informazioni che viaggia attraverso molteplici canali, per questioni legate alla sicurezza delle informazioni stesse, è sempre di più manipolato in maniera tale che il contenuto della comunicazione risulti indecifrabile agli occhi di chi non avrebbe titolo per leggerlo. E’ sorta quindi la necessità, sia in ambito didattico prettamente scientifico sia nel campo dello studio delle scienze della comunicazione, di formare i futuri dirigenti, soprattutto coloro che dovranno agire in ambito comunicativo ad essere in grado a livello cognitivo di interagire, non solo con i sistemi di comunicazione palese ma anche con quelli occulti rappresentati dalle scritture segrete.

Lei professor Amato, è anche un brillante scrittore, giornalista, tecnologo della comunicazione audiovisiva e multimediale, esperto di sicurezza, ci racconta come e quando è nata questa sua passione?
La mia passione per le scritture segrete è una storia lunga. Mi sono trovato ad affrontarla inizialmente per motivi di studio, durante la mia prima laurea in ingegneria informatica. In tale contesto ne ho studiato i risvolti puramente tecnici e relativi alla crittografia e steganografia moderna.
Siccome però sono un curioso per natura, curiosità nel senso di voler approfondire ogni cosa che mi interessa, non mi sono fermato alle basi tecniche ma ho voluto andare a fondo a scovare le basi concettuali delle scritture segrete. Nel corso, poi, di studi relativi alla mia seconda laurea in Tecnologia della comunicazione audiovisiva e multimediale, ho deciso di orientare il mio percorso verso lo studio di tutte le tecniche antiche di scrittura occulta.
Stabilito infine che il mio andava ben oltre il semplice interesse per una materia ma sconfinava nella passione, elemento necessario se si vogliono fare bene le cose, ne ho approfondito ulteriormente gli argomenti.
In qualità poi di esperto in comunicazione, non mi sono voluto fermare alla, seppure non banale, ma pura e semplice comunicazione palese ma sconfinare nelle tecniche di elusione della comunicazione per fare in modo di abbracciare il concetto di comunicazione a 360 gradi. Anche perchè ritengo che le scritture segrete siano parte integrante del processo comunicativo, sia nell’antichità con le varie tecniche che utilizzavano, sia oggi tramite la crittografia e la steganografia.
Per il momento devo dire che i miei studi e la mia passione stanno avendo un successo incredibile. Sono sempre di più le università e gli Enti che mi invitano a tenere conferenze per conoscere le varie tecniche utilizzate, sia in passato che oggi. Non per ultima, scritture segrete sta iniziando a diventare una materia vera e propria all’interno dei corsi di laurea in scienze della comunicazione.

Biografia

Nicola Amato, 44 anni, di Jerago con Orago (VA), è laureato in Ingegneria Informatica, ha conseguito poi una seconda laurea in Tecnologie della Comunicazione Audiovisiva e Multimediale. Frequenta successivamente il Corso di perfezionamento post laurea in Metodi e Tecniche della formazione in rete specializzandosi in Piattaforme tecnologiche per l’e-learning.
Lavora per conto della NATO occupandosi di CIS (Communications and Information System).
E’ docente universitario della materia “Scritture Segrete” nel corso di laurea in Scienze della Comunicazione presso l’università Insubria di Varese.
E’ relatore di numerose conferenze inerenti i sistemi di scrittura occulta e sicurezza informatica presso varie università italiane.
Autore di diversi articoli scientifici, ha scritto tre libri di cui, due saggi dai titoli “Piero Angela” (2005) e “La steganografia da Erodoto a Bin Laden” (2007) editi entrambi da Iuculano Editore di Pavia, ed un romanzo appena uscito dal titolo “Il clochard” edito da Il Melograno di Milano.

D'amore e di cucina.


Luciano Pagano
D’amore e di cucina.

Su “L’orata innamorata. Ricette afrodisiache e narrativa nuda” di Luca Moretti e Antonio Bufi.

Qualche tempo fa, una mattina, mi è successo di vedere in televisione il Grande Cuoco, quello che tutti conoscono, quello che frequenta i salotti e interviene donando i suoi consigli sagaci, saggiando la consistenza dei salami e crogiolandosi tra stagionature di prosciutti e botti di buon vino. Il Grande Cuoco, interrogato dalla presentatrice che gli chiedeva di un’ipotetica relazione tra l’Amore e la Cucina rispondeva accigliandosi, sbottando, rivelando un carattere cui il suo spettatore abituale non è abituato. “Ma come? Una relazione tra l’Amore, o peggio ancora il Sesso e la Cucina? La Cucina è un mestiere che richiede dedizione, arte, soprattutto fatica, sudore, ecco perché i grandi chef sono quasi tutti uomini”. Di fronte a quell’affermazione di Verità ultima, mi ritrassi cambiando canale.
Poi ho avuto l’occasione di leggere “l’orata innamorata”, di Luca Moretti e Antonio Bufi, pubblicato di recente da Coniglio Editore (l’orata innamorata, ricette afrodisiache e narrativa nuda, prefazione di adriano canzian); gli autori sono gli stessi de “l’orata spudorata. Ricette e racconti per salvare il mondo dal cattivo gusto” (2005).
Un libro, questo, ricco di poesia e amore per la cucina, un libro di racconti dove ogni racconto è seguito da una ricetta che a suo modo è protagonista del racconto che la precede. Racconti dove l’amore, il sesso, il tradimento e la cucina sono ingredienti di una vita cruda che diviene saporita, frizzante, con un insospettato e teso finale per ogni racconto.
Una delle caratteristiche più interessanti di questa raccolta a quattro mani sta proprio nel fatto che i suoi autori sono riusciti a comunicare una percezione e un’esperienza sensoriale del gusto, trasmettendo ciò che compete alla loro arte. È difficile a questo punto riuscire a trasmettere un giudizio, solamente letterario, di un testo che si occupa di qualcosa che eccede il letterario, un guaio per chi si occupa di critica, anche perché i racconti sono freschi, divertenti e amari allo stesso tempo.
“Narrativa nuda” è una descrizione che si addice a questo libro, dove l’elemento afrodisiaco è quasi sempre correlato ad un amore clandestino, fatto di attimi sottratti alla bruttezza del mondo. Ma “l’orata innamorata” è molto di più che un semplice libro di ricette, lo stile dei racconti è asciutto, non banale, gli autori dimostrano di essere esperti nel mescolare gli ingredienti, anche quando questi sono i personaggi e le storie, riuscendo nell’arte di chiudere in poco spazio un attimo di vissuto e regalandoci la novità di una scrittura fresca. Nel considerare il proprio rapporto con il cibo gli autori dedicano particolare attenzione alla dimensione spaziale del viaggio, che offre l’opportunità duplice di fare nuovi incontri, d’amore e di cucina. Chiude il testo un glossario essenziale di voci, testi e suggestioni che permettono al lettore si approfondire un percorso che coniuga il gusto della tavola ai piaceri della vita.

“l’orata innamorata”, coniglio editore, i lemming, 5€, p. 64

La sputacchiera e il santo.


Davide Nota
La sputacchiera e il santo

Conosco i luoghi e i tempi che hanno incubato e visto nascere questo «primo vagito» poetico: sono gli squarci notturni di un piccolo paese della Vallata del Tronto, Spinetoli, in provincia di Ascoli Piceno. Sono i suoi bar deserti oppure, il sabato, colmi di una disperata allegria. Sono le sue strade melanconiche, immerse nel silenzio feriale, oppure invase fino all’alba dalle etrusche grida degli ubriachi. Poeta autodidatta, istruitosi da sé alla grande poesia degli eretici del Novecento, da Dino Campana ad Allen Ginsberg, da Jean Genet a Dario Bellezza, da Sergej Esenin a Salvatore Toma, Augusto Amabili si inserisce naturalmente in quella famiglia di poeti e di artisti per cui scrittura altro non può né vuole essere che una solitaria forma di rigetto e assieme sete di vita: «Voleva partire. Mai ci eravamo piegati a sacrificare alla mostruosa assurda ragione…» (Dino Campana).
Parrà certamente di cattivo gusto, nel panorama civilizzato della poesia italiana contemporanea, il riferimento a questo “Non-canone” incivile e irragionevole. Benissimo, perché la poesia di Augusto Amabili nasce con convinzione nel ventre inquieto di questo cattivo gusto. Essa germina con impura innocenza tra le cementizie fronde della “dopo-Storia”, dalle reclusioni casalinghe del dopo-lavoro, in fabbrica, ai riti sciamanici del fine settimana. Conosco bene le bevute e gli abbracci, e le poesie passate o lette, o scritte, a tarda notte nei pressi di un bancone. Conosco la violenta grazia di una fede reinventata in questi luoghi di lacrime e silenzio, la necessità fisiologica di iniziarsi al musicale oltraggio della “poesia impura”. E se il rischio del maledettismo è sempre in agguato, Augusto Amabili sa dribblarlo con disinvoltura, con la grazia con cui, ammettendo che «anche questo è bluffare», alterna a tutta una serie di posture liriche o anche classiche, uno slang informale con cui si rivolge direttamente al lettore: «tu ci sei dentro», «ciao», «troia», «te lo giuro», «per favore», «questo intendo».
La convalescenza è il taccuino personalissimo di questa “iniziazione”, e pure di un “viaggio” (per tornare al nostro Dino Campana, ma anche al Non per chi va di Gianni D’Elia – libro molto amato da Augusto), tra le ombre e gli spettri di una “notte” vissuta ed interiorizzata in quanto “assenza”, “mancanza” e “malattia”; dalle “prime ossessioni” serali alla finale “alba”, che rapisce e pure denuda. Nei gironi di questo piccolo inferno di provincia, Augusto Amabili è il dannato che prende la parola dall’interno di un pantano ardente. Egli così può e sa dimostrarci, per dirla con le parole di Roberto Roversi, che «non sempre nell’inferno c’è soltanto il fuoco». Fuor di metafora, questa plaquette prima è il resoconto interiore di un’esperienza del tutto extra-letteraria: la vita di un giovane uomo nato nel 1976 in un piccolo paese sud-marchigiano e qui disordinatamente cresciuto fra scuole tecniche mal frequentate, lavoro in fabbrica, isolamento e disagio giovanile. La convalescenza è la presa d’atto, poetica e dolente, di questa condizione esistenziale: «molto è dovere, intorno, feste d’ubriachi. / con esse adagio la mia colpa scorre / o corre via con l’origliare dei salvati».
E pure Augusto ama il fango in cui sprofonda. In questa irrisolvibile contraddizione originaria, l’«osceno» «mostruoso» del “reale” viene classicamente ritmato in calchi lirici che, sebbene soggetti a continue frane e smottamenti formali, sanno rendere il materiale poetico – gli umori diretti di un’umanità randagia ed orfana – con una sorta di pre-civile, selvatico, candore. Ha già scritto di questi testi Gianluca Pulsoni: «Pieni di livore compassionevole, secco, bruciante, pieno di errori, di digressioni, di “cadute di stile”, questi versi sono il sangue stillato di una creatura che vive in un marasma di impoeticità, capendo e carpendo tutto: sapendo che ogni gesto è lì!» (Carta sporca, ottobre 2006). Ed è proprio questo magma, questo fiume lavico di umori e di visioni, il segno più intenso che questa neonata poesia, genuina e pure oscura, innamorata e pure sporca, sa donarci. Essa ci offre cioè l’opportunità di sapere quali misteriosi eventi, quali miracoli, possano accadere nel tragitto che separa il «bancone tarmato» di un bar dal distributore delle sigarette: nel «punto dove una sputacchiera / battezzò il santo».
Se prima non lo sapevamo, adesso possiamo saperlo; e di questo dovremmo essere profondamente grati alla poesia di Augusto Amabili.

Ettore Maggi intervista Simone Sarasso


Ettore Maggi intervista Simone Sarasso

Simone Sarasso è un giovane scrittore di Novara che ha dato un bello scossone alla narrativa di genere italiana, che finalmente potrà affrontare a testa alta le critiche e rappresentare davvero, come dovrebbe fare la letteratura noir, la coscienza critica sulla Storia politica e sociale italiana. Dopo aver pubblicato il suo “Confine di Stato” con un piccolo e intelligente editore di Orbetello, Effequ, grazie anche all’apprezzamento di Valerio Evangelisti (che ha scritto “Siamo di fronte a un libro importante e a un esordio strepitoso”) il libro è stato ripubblicato da Marsilio, e sembra avere un notevole successo commerciale. La caratteristica principale di questo libro è che rappresenta qualcosa di assolutamente nuovo nel panorama italiano. Sostanzialmente, pur con le dovute differenze, Sarasso ha compiuto la stessa operazione di James Ellroy in American Tabloid. Uno sguardo duro e impietoso sul nostro passato prossimo, dagli anni Cinquanta ai Settanta, centrato su tre episodi fondamentali, tre misteri del nostro Belpaese (delitto Montesi, morte di Mattei e strage di Piazza Fontana, più la fine di Feltrinelli) svuotandolo di tutta la retorica, e dando un’interpretazione arbitraria, ma verosimile, ai lati oscuri della nostra storia recente, rimasta invischiata in una guerra non dichiarata, che ha sparso molto sangue innocente, ma di cui si sa ancora troppo poco.

Il libro non è certo esente da difetti (troppo legato, stilisticamente e nella costruzione della trama, a Ellroy ma anche ai Wu Ming e ad altri scrittori, mentre Sarasso potrebbe essere ancora più indipendente), troppo schematici alcuni personaggi e anche molti dialoghi non sono all’altezza. Ma nel complesso si tratta comunque di un libro importante.

Ettore Maggi: Come prima domanda, tanto per rimanere sul classico, ti
chiederei di descriverti brevemente: chi sei e che lavoro fai?

Simone Sarasso: Ho quasi trent’anni, sono sposato (nessun figlio e una gatta femmina da mantenere) e per campare faccio l’insegnate di sostegno in una scuola dell’infanzia (so che fa strano, messo vicino a quello che scrivo). Ho lavorato in un’agenzia di stampa e per anni, prima di approdare all’editoria, ho illustrato riviste underground.

In realtà non trovo una grossa contraddizione tra il tuo lavoro e quello che scrivi (ed esistono al riguardo altri esempi illustri). Sotto la descrizione (terribile, ma mai gratuita) degli orrori del Potere, pur in un contesto assolutamente “non politicamente corretto”, si sente pulsare una fortissima tensione morale. Questa mia impressione è stata rafforzata leggendo una tua dichiarazione: “Nei tre episodi di cui parlo nel libro, persone come me, come voi, hanno perso un padre, una madre, una figlia o un fratello. E dopo quasi quarant’anni non sanno ancora perché. È il genere di cose che fa male. E che fa incazzare di brutto. Ecco perché ho creato Sterling e i suoi. Per avere finalmente qualcuno con cui prendermela. E devo dire che un po’ l’incazzatura se n’è andata”. Perciò, ripeto, non vedo contraddizioni tra il lavoro che fai e quello che scrivi. Ma a questo punto ti chiedo: è soltanto per questo che hai scritto questo libro (o questi libri, visto che sarà una trilogia)? E, soprattutto, davvero l’incazzatura se n’è andata?

L’incazzatura è quello che ti fa partire. Poi ti accorgi che costruire storie, oltre che placarti l’arsura delle cose non dette, è un processo entusiasmante. Più scrivi e più impari a farlo. Se riesci ad arrivare in fondo al primo libro, è dura fermarsi. E a ogni cosa nuova che scrivi diventi più esigente, sia come lettore che come scrittore. A metà del secondo romanzo l’incazzatura non se n’è ancora andata. E non credo sarà una passeggiata mandarla via. Però finché mi terrà compagnia credo che i miei lavori manterranno una certa tensione.

Una domanda di rito sarebbe quella riguardante le tue influenze (letterarie, cinematografiche ecc.). Ma dato che nel tuo libro sei talmente esplicito al riguardo (Ellroy, Wu Ming, Genna, Tarantino, Garth Ennis…), rovescio la domanda. Cosa non ti piace, nella narrativa italiana? E in quella estera?

Il mio maestro Giancarlo De Cataldo mi ha insegnato a non parlare mai in pubblico di ciò che detesto (letterariamente parlando): “Limitati a citare quello che t’è piaciuto”, così mi dice.
In genere seguo il consiglio. Però, di fronte alla tua domanda (una sorta di pistola alla tempia), vedrò di sbottonarmi quel tanto che basta per non farmi dei nemici.
Ultimamente, nonostante al suo esordio sia stata veramente una delle collane più rivoluzionarie degli ultimi anni, non mi piace molto la linea editoriale di 24/7 (Rizzoli).
Partirono (un paio d’anni fa) con Genna e Alan Moore e si ritrovarono poco dopo con Muccino, Kunkel e il cantante degli Zero Assoluto.
Kunkuel non mi è piaciuto per nulla. L’ho abbandonato a metà. Classico scrittore newyorchese senza fronzoli. Ma anche senza grosse novità stilistiche. Se proprio devo farmi del male, preferisco le fiction-writers della Grande Mela ai loro colleghi maschi.
Sugli italiani, invece, le critiche sono meno hard core. Nulla da dire sulle doti artistiche di Muccino o degli Zero Assoluto: al cinema e nell’Ipod di mia moglie la fanno da padroni. Sacrosanto.
In libreria, però, non ho letto nulla di nuovo sfogliando i loro romanzi. Vuoi perchè quello di Muccino era scritto a quattro mani (e le mani della Vangelista sono assai più pesanti di quelle del povero Silvio), vuoi perchè quello di Mr. Zero Assoluto era un libro newyorchese de noantri.
Mi rendo conto di non andare d’accordo con un certo tipo di letteratura: proprio non ce la faccio ad appassionarmi. Mentre invece, se mi capita per le mani un SEGRETISSIMO d’annata, pur nella sua semplicistica, ripetitiva schematicità, lo divoro d’un fiato. Che vvo ‘ffa?

In un’altra intervista hai detto che il personaggio di Andrea Sterling, se non ricordo male, non è realistico, e in effetti concordo con la tua affermazione. Dato che il tuo romanzo è ispirato a fatti di cronaca, o meglio, ormai, di Storia, come hai costruito questo personaggio, in mezzo a tanti personaggi ispirati a persone realmente esistite?

La bidimensionalità di Sterling è comune a molti altri personaggi del libro. Il Mago, per esempio. Il colonnello Kurtz, lo stesso Riviera.
Il gioco che faccio, nel mix storia/realtà, è sempre lo stesso: prendo informazioni reali e le racconto esasperandone i toni, acuendo le tinte. È un procedimento fumettistico. Come quando disegni partendo da una foto e a prodotto finito ti accorgi che quello che hai ficcato nella
vignetta, con le ombre e tutto il resto, non assomiglia più alla foto. È qualcosa d’altro. In Sterling il procedimento è sparato alle estreme conseguenze. Se il rendering finale del personaggio lo allontana dal reale, permette di stigmatizzarne il carattere: è come in un film di indiani e cowboy. I
buoni sono i buoni e i cattivi i cattivi.

Non so se tu hai visto il film di Rosi su Mattei, interpretato dal grande Gian Maria Volonté. Nel finale appare (se non ricordo male) anche Mauro De Mauro. Si sono fatte molte ipotesi sulla sua scomparsa. Una è quella legata al golpe Borghese (che, per inciso, è stato progettato in gran parte proprio nella mia città, Genova). Mi ha un po’ stupito che tu non abbia affrontato questo argomento, nel tuo libro. È stata una scelta precisa?

Non ho visto il film di Rosi. Mentre lavoravo a Confine non era facilissimo da reperire. Ho pensato a lungo di interessarmi della scomparsa di De Mauro, ma alla fine ho preferito tenerlo fori dalla mia storia. Vuoi perchè, nella continuity di Confine, avrebbe detto poco dal punto di vista narrativo: il golpe borghese è del ’70. Il primo volume della trilogia ha lo zenith proprio nel 1969 (anche se sbrodola fino ai primi Settanta nell’epilogo), giocarsi una carta come quella del golpe alla fine del primo romanzo sarebbe stato poco fruttuoso. E poi, diciamocelo pure, su De Mauro la vicenda è talmente fosca che avrei dovuto inventare troppo. E all’epoca non mi sembrava un gran bene.

Quindi te ne occuperai nel secondo? In effetti sono molto curioso di sapere quali saranno gli avvenimenti centrali del secondo. Posso tirare a indovinare: Piazza della Loggia, il golpe bianco di Sogno, le BR e il delitto Moro, Ustica, stazione di Bologna, la P2, il delitto Calvi…?

Capirai che non posso sbottonarmi troppo per non rovinare la sorpresa ai lettori. Ad ogni modo posso preannunciarti che si partirà proprio dal Golpe Borghese e che le Br avranno nell’opera un ruolo per nulla secondario. Ma credo che la vera novità saranno i plurimi punti di vista, la varietà di personaggi. Sarà un affresco molto meno a senso unico di CONFINE, che indagherà a fondo le origini del MALE del Paese.

Mi sembra giusto. Quindi, attenderò con ansia il secondo volume. Puoi almeno anticiparci il titolo?

Si chiamerà Settanta e, didascalicamente, coprirà l’intero decennio, dal 1970 al 1980.

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Si vive sospesi tra le aspettative e tra i "le faremo sapere"


riceviamo dalla nostra amica, e segnaliamo:

“Da ragazzina delegavo ai grandi colpe e meriti. Ora che sono cresciuta anche io faccio parte degli adulti, sono una “giovane adulta” che deve metterci del suo. Certo chi di dovere dovrebbe porgere l’orecchio più alle necessità e meno alle filosofie che rimangono solo su carta. Rappresento probabilmente un target di 27enni (o giù di lì) che sono incastrati, in un ingranaggio rotto. Nè un passo avanti nè un passo indietro. All’inizio credevo d’essere io in fondo quella sbagliata, invece mi accorgo che la situazione è ben più grave. la mia laurea mi ha regalato sì spessore e identità, ma poche possibilità lavorativa. Non c’è spazio per i giovani. I “vecchi” sono arroccati nei loro castelli e non consentono equilibrio. La mia formazione ed i miei cv andranno ad incrementare la spazzatura fuori dalle agenzie e dalle aziende, e potrebbe darsi che prima di mettere su famiglia avrò già superato i trenta abbondantemente. Esperienze pseudo lavorative mi hanno delusa. C’è in giro gente che ci marcia sulla categoria dei giovani laureati disoccupati disperati. Siamo una generazione da call center probabilmente, che ha voglia di fare, ma vive in cattività. Ed io ho paura, di incattivirmi pure io e di diventare come quelli che detesto, quelli dei compromessi, delle raccomandazioni. Li vedi ovunque e li trovi ovunque quelli del “basterebbe una spinta, ed io posso presentarti ad un caro amico se vuoi…” Ma non va così. Non deve andare così. Non vogliamo un regalo, solo un’opportunità.”

qui la prosecuzione dell’intervista, messa in onda l’1 febbraio 2008 su StudioAperto

Irene Leo

Per le donne in attesa. Leggendo “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella


Elisabetta Liguori
Per le donne in attesa.
Leggendo “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella

Valeria Parrella si cimenta per la prima volta con la forma del romanzo e sceglie caparbiamente di farlo attraversando uno spazio bianco di solitudine.
Sceglie di scrivere di una specifica tipologia d’attesa bianca e femmina.
Uno spazio bianco, quando c’è, lo riconoscono tutti, sia uomini che donne, ma quasi nessuno ha il coraggio di guardarci dentro a fondo. Prima di capire come mai, è forse più opportuno chiedersi qui cosa sia esattamente questo spazio bianco. Come sanno bene anche gli scrittori, che di ogni nuova pagina sfidano proprio il candore, lo spazio tra due elementi grafici è essenziale al fine di mettere in relazione più segni, per guidare occhi e pensiero di chi guarda, per rendere leggibile un testo. O una vita. Maria, la protagonista della storia che Valeria Parrella sceglie di narrare, è ferma e radicale all’interno del suo privato spazio bianco. Uno spazio negativo, un’area esistenziale improvvisamente svuotata di tutto quello che prima l’affollava. Uno spazio nudo che coincide con la sua attesa. Maria è un’ultra quarantenne in bella forma, insegna in una scuola serale, è libera, impaziente, dinamica, culturalmente e socialmente avanti rispetto alla generazione di provenienza, quindi giustamente arrogante. Ed è alla prese con la sua prima figlia.

Io possedevo un’arroganza di fondo. Quell’arroganza mi era venuta dalla fabbrica….La fabbrica non inghiottiva solo chi ci lavorava, ma anche chi campava di essa, chi aspettava la fine dei turni e le sirene per costruirci attorno la giornata, una giornata dopo l’altra. Crescere figlia di operaio negli anni settanta, e poi proprio per questo studiare, intestardirsi sui libri, diventare la generazione dello scarto intellettuale, erano cose che davano una certa arroganza. (pag.57)

Maria, si denuncia sin dalle prime righe: è una donna che non sa aspettare, che non l’ha mai fatto. Neppure sua figlia sa farlo: è nata infatti molto prima del previsto e inevitabilmente precipitata nel limbo delle incubatrici, delle culle termiche, dei prelievi, dei monitor ticchettanti, che dovrebbero aiutarla, ora che è poco più di un feto, a nascere o a morire. Maria non può fare altro che starle vicino fisicamente. Accanto ad una figlia che non conosce, ma che, appena venuta al mondo, ha cancellato istantaneamente l’universo noto fino ad allora, lasciandola sola, nuda e bianca.
Il romanzo comincia proprio da questa improvvisa fatica, da un vuoto apparente, dallo sforzo di concentrazione che ne consegue.

Ho provato. Aspettando la metropolitana per l’ospedale tutti i giorni, ho provato a leggere saggistica. I primi tempi ci sono riuscita, perché non avevo altro se non la mia testa. Ed era una testa molto esercitata sui libri.. La testa si era esercitata così, a fidarsi solo di se stessa. E allora ritornava nell’equivoco di bastarsi da sola ogni volta che si sentiva tradita dalla realtà. ( pag. 7)

Il tema mi punge sul vivo. Una donna di quaranta anni di rado sa aspettare. Gli adolescenti con l’Ipod aspettano, gli studenti con lo zaino alla fermata dell’autobus aspettano, i bambini delle elementari durante la ricreazione aspettano, i vecchi ai giardinetti aspettano. Ma non una quarantenne. Non lei. L’ansia nutre l’età del mezzo come latte dolcissimo la bocca di un neonato rabbioso. Valeria Parrella, classe 1974, sembra saperlo, così che la sua è la storia di una primipara attempata, che sa fortemente di verità.

Ventidue settimane e sei giorni è il limite temporale fissato dal Ministero della Salute oltre il quale è consentito far nascere un prematuro e tentare di salvarlo. Ventidue settimane e tre giorni è invece il termine consentito per interrompere una gravidanza.
C’è uno spazio bianco di tre giorni tra un termine e l’altro, tra l’essere e il non essere, un breve fiato durante il quale è dato scannarsi a preti, vecchie e nuove femministe, giuristi incalliti e scienziati timidi. Un piccolo spazio sempre utile ad assumere nuove consapevolezze, a prescindere dalle declamazioni di principio. Uno spazio astrattamente libero. Un’ occasione.
Oltre questo primo intervallo temporale a volte può dipanarsi, per il prematuro e chi gli sta accanto, un ulteriore e più ampio spazio bianco. Qualcosa di ancora più raro. Un’ulteriore imprevista occasionale attesa, sulla quale di rado si riflette. Un fraseggio temporale che in modo sconosciuto annuncia la vita. Durante questo specifico momento bianco è offerto credito soltanto ad una medicina incerta, al dubbio, alla speranza, alla pietà, stimoli efficaci esclusivamente per coloro che ne subiscano davvero il fascino o ne abbiano la forza.
Intorno a questo abusato concetto di speranza Maria si aggira come un cerbero davanti al confine. Si punisce. Si nasconde. Si dispera. Invidia i vivi quanto i morti.
Finché c’è vita, c’è speranza, così si usa ancora dire, ma quella della sua creatura in incubatrice che vita è? Che vita sarà? Da quale tipo di speranza può essere alimentata?
Maria non sa aspettare, come molte altre donne della sua età è scettica, spaventata. Tenta di farlo, leggendo libri o mettendosi a fumare lente sigarette dentro i finestrini dei bagni pubblici, tra i piccioni e la puzza indolente dei macchinari che, ronzando, bruciano cellule, plastica e alcol.
In questo modo finisce per scoprire frammenti di sé che non conosceva affatto. Ed è una sorpresa per sé e per gli altri. Quella attesa, che molti potrebbero ritenere una circostanza ovvia, diventa per lei l’unica cosa veramente sua, inaspettata e piena e vera.
L’unica cosa che valga la pena insegnare ad altri.
La Parrella racconta la scoperta di questi mesi di femminile attesa con la sua, ormai nota, voce roca, rabbiosa, disillusa, quasi volutamente sciatta. Racconta l’abito, il viso, gli amici, le assenze, gli alunni di questa donna, mentre lo spazio bianco s’allarga su Napoli, la ricopre, la sommerge fino a zittirla. Lo fa con una comicità complice e compassionevole, oltre che dolente. Portando spesso prospettive umane dirompenti.

Io la guardai con un’aria insofferente perché non mi sembrava il caso, bardate come eravamo di mascherina e guanti e con la mente ossessionata dal pigolio dei monitor, che si ricominciasse con il “potrebbero ancora sopravvivere”. Chiaro che fuori, al sole, dentro le macchine, al distributore di caffè, quello che tutti si aspettavano da noi era un sentimento del genere. Ma almeno qui dentro no.

  • Tutto sommato abbiamo avuto un culo enorme.
  • Mina, ma perché?
  • Eh, le altre mamme si sono dovute accontentare dell’ecografia: noi stiamo vedendo tutto dal vivo.

(pag. 29)

Mi par più che giusto chiedersi oggi: cosa ci si aspetta da una donna? Che si senta madre sempre e comunque? O che faccia stentoree rivendicazioni di forza, uguaglianza, libertà, quasi fosse perennemente in corteo con le dita a triangolo? Quando è del corpo che si dispone, è chiaro, ma di un corpo che naturalmente si mescola ai desideri, alla cultura, alla legislazione, all’etica e all’istinto altrui, secondo quali criteri deve modellarsi l’individuale senso di responsabilità? Etica, diritto o scienza? Istinto o più semplicemente casualità del male? O letteratura?
La sua Maria non ha un uomo accanto. Quell’uomo che deve pur esserci stato prima o poi, le appare di frequente in dolci, fuggevoli ricordi. Solo la nascita di quella loro bambina, rinchiusa nel suo spazio di bianca attesa, sembra consentire alla madre la completa ricostruzione del senso del suo rapporto con quell’uomo. La conquista della sua libertà così sta proprio nel prendere coscienza di avere i mezzi per farne a meno.
Maria è una donna complessa, un prisma d’interrogativi che rivendicano il proprio imbarazzo, la propria incapacità, i propri limiti relazionali. Maria è una donna imperfetta, quindi. Esattamente come lo è la bambina che lei ha messo al mondo in fretta e furia. E la sua imperfezione coincide con la sua identità. Questo scrive con caparbietà Valeria Parrella e l’affermazione ha una sua logica, strutturale, narrativa perfezione; mettere al mondo qualcosa/qualcuno è un fatto d’identità. Prima di essere madre o sentirsi tale, si è solo un buco vuoto. Dopo è diverso. Lo sanno bene le donne, soprattutto quelle che invecchiano, ma lo sanno anche le ragazzine che si ritrovano una morula in grembo e non sanno che nome dargli. È da quel buco vuoto che si comincia.
Maria non si aspettava di trovare attraverso quella figlia prematura e inerte una nuova identità, ma invece quell’orribile spazio bianco che le è imposto diventa per lei una lente finalmente capace di modificare la prospettiva delle cose.
Eppure le fa paura. Quella con la quale si confronta Maria non è semplicemente paura della morte, la quale tutto sommato ha una dignità assoluta, riconoscibile e chiara, senza le lusinghe instabili della speranza. Accanto a lei in ospedale c’è la paura altalenante del buio, di una malattia ignota, di un’inabilità imprevedibile, di una solitudine senza confini. Come sarà questa figlia messa al mondo in assenza di scelte? Sarà donna, sarà viva, respirerà da sola, camminerà da sola, avrà pensieri liberi e coscienti? Lei lo sa? È questa la domanda che in corsivo attraversa tutto il romanzo. Interrogativo che la protagonista e la narratrice sembrano rivolgere al lettore. Una specie di retro pensiero che blocca tutti gli altri.
Perché lo spazio bianco è principalmente ignoranza. Una provvisoria angosciante necessaria ignoranza. La bimba prematura nel suo lettino meccanico senza risposte, col suo corpo piccolo come un bottone, rappresenta tutto quello che di sconosciuto può riguardarci e, nello stesso tempo, fornisce a chi lo cerca un cavillo per proteggersi durante il tempo necessario cambiamento e per sfuggire a quella sempre più diffusa sensazione d’inadeguatezza che provano oggi le donne, e forse anche gli uomini, davanti ad un mondo che nemmeno piace loro fino in fondo.
Ecco perché guardare dentro uno spazio vuoto fa tanta paura.
Perché dentro la sosta non c’è nulla e tutto quello che conta sta fuori. E a volte fa male.
Fuori da quello spazio bianco la vita continua anche senza Maria. Quella identità oggettiva che è nelle cose e nell’esistenze altrui si fa sempre più aliena, ma inarrestabile. La Parrella è bravissima nel descrivere la sosta di una donna e l’imperturbabile movimento dello sfondo dietro di lei. Napoli continua la sua corsa. La metropolitana va per suo conto ogni mattina, l’ospedale brulica, così le strade fuori, la scuola serale, la sopraelevata sui palazzi di piazza Ottocalli.
La vita continua uguale a se stessa mentre Maria resta ferma in un corridoio, con indosso sempre lo stesso vestito, con l’impressione netta e tragica che le cose accadono da sé. E l’unica libertà, novella e utile, concessale è proprio quella dell’attesa.

– Lei lo sa?
– La tua non è una domanda e non stai aspettando una risposta.

(pag. 61)

Lo spazio bianco, Valeria Parrella, 2008, Supercoralli, EINAUDI, p. 120, 14.8€, ISBN 8806190962

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Pulp, tanto Pulp, mai abbastanza.


Luciano Pagano
su “Saxophone Street Blues” di Hector Luis Belial

Credo che non ci sia nulla di più bello, per chi sia appassionato di scrittura e cultura, dell’avere la possibilità, il coraggio e la sfrontatezza di dare vita a una casa editrice. Il fascino del mondo dell’editoria e l’oggetto libro si annidano con molta probabilità nei meandri inconsci di tutti coloro che hanno cominciato a scrivere. Ci vuole una buona dose di azzardo. Dunque, “Viva Las Vegas”, che oltre a essere il titolo dell’uscita inaugurale – un’antologia di racconti – suona come il migliore degli auguri, per una casa editrice, “Las Vegas Edizioni“, che prende il nome dalla città dell’azzardo per eccellenza e che esce con tre titoli, tra i quali l’opera seconda di Marco Candida. “Saxophone Street Blues” è un romanzo breve scritto da Hector Luis Belial. “Saxophone Street Blues” è un luogo dove tutto può accadere. Un nulla cosmico alla portata del primo tassista a servizio dell’ultimo uomo in fuga. Un territorio ultrapsichico dove avviene un omicidio terribile. Non sappiamo molto dell’autore di questo libro, non più delle informazioni che lui stesso vuol farci rinvenire sul suo blog dandy e imaginifico. La lingua con cui è scritto questo romanzo è la cosa che colpisce di più, stordire è forse un verbo che si addice al testo, senza posa. L’etichetta di PULP è quanto di più abusato e travisato possa darsi nei tentativi di approcci alla critica letteraria. Un racconto in salsa Lovecraftiana con flebili indizi di Edgar Allan Poe, magari con un vicolo da Jack lo squartatore? PULP. Un romanzo, così come potevano essere gli ispirati e terribili (inteso nel senso positivo di scuotenti) esordi di giovani autori negli anni ’90? PULP. Un genere che travalica le decadi e giunge intatto ai giorni nostri non può che richiedere continue contaminazioni. Quella tra cinema e letteratura è di certo quella cui si attinge più spesso, preludio di quello che avviene e avverrà nelle commistioni con i mondi del videogame o del web 2.0. Quel senso di stordimento riesce a creare quella sospensione per cui si dimentica la provenienza di genere soprattutto nelle pagine iniziali nelle quali avviene un processo di presa a ritroso della vicenda per avviare la narrazione. Per questo motivo il romanzo, al termine della lettura, ha stuzzicato corde molto più simili a quelle cui si può accedere con la lettura di un fumetto di Moore & Lloyd, oppure la visione di altre opere di genere come Seven o Fight Club; a ciò si aggiunge la colonna sonora, ovvero i pezzi che l’autore fa ‘suonare’ durante la lettura di “Saxophone Street Blues”. C’è molto del Easton Ellis di American Psycho. Ecco dunque un buon romanzo. Si possono individuare i padri ispiratori – tutti rigorosamente under 50 – di questa scrittura, tenendo per certo che lo stile di Hector Luis Belial si allontana anni luce dalla sciatteria cui ci avevano abituato certi epigoni del pulp. Alla piacevole lettura spero segua un altro libro firmato – ma forse è meglio presupporre targato – Hector Luis Belial…e se si trattasse di una Unofficial Biography, in pieno stile anglosassone?

Saxophone Street Blues, Hector Luis Belial
Las Vegas Edizioni, I Jackpot, 2007, Torino, pp. 135, €10

il racconto ulteriore


Enrico Pietrangeli
su “Il racconto ulteriore” a cura di Flavio Ermini

Il Racconto ulteriore, “antecedente all’intelligibilità” nella contrapposizione di un tempo mitico alla desolante contemporaneità di una terra già esplorata da Eliot, è un progetto che vede Flavio Ermini coordinare dei pensatori nel “gesto narrativo”. L’ “inquietudine dell’imprevedibile” ci ha condotto verso false certezze allontanandoci dal vero senso della tradizione, dall’origine. Dal chaos, nello stesso gesto della creazione sussiste ancora, inalterata, l’energia per una prospettiva ulteriore, devoluta a un sapere autentico, non più reso asettico, e considerato nel suo originario contesto organico. Bonnefoy lo fa attraverso una possibile variante per la cacciata dal giardino. Un punto in cui il tempo non ha avuto ancora inizio, dove l’immediato e il mediato, opportunamente affrontati da Vitiello nell’episodio finale, sono ancora “erranza nell’eterno” e prendono forma col giorno, nell’esperienza, tra l’eco di un flauto, mediando dolore e speranza. Prima o dopo divengono l’intangibilità del tempo dove l’archetipo, riflesso nella forma, si tramanda nel mito, restando impresso tra luci e ombre. Nel tema della leggenda primordiale resta ancorato anche Félix Duque, è quella indigena della foresta e del suo lago, mentre, a poca distanza, si consuma “l’imminente fine di questo mondo”, tra disastri ecologici e notiziari flash sul terrorismo. Quella di Labarthe è un’Allusione all’inizio migratoria, iniziatica ed incentrata sulla comunicativa, in un viaggio che ci vede dubitare e disperderci, ricominciare: possibile metafora della stessa vita. L’arcangelo, con Antonio Prete, dalla sua sostanza di luce, viene a contatto col tempo e la disgregazione della materia. Vive con rammarico i suoi fallimenti, la distrazione di una colpa ancestrale. E’ questa la prima delle Tre storie sul tempo e l’apparenza, quale “impossibile somma d’infiniti vuoti” nell’epilogo della sera: lo scorgere finalmente il sorriso di una bimba ricongiunta al suo gatto. Articolato e dettagliato è il ritratto ginevrino di Roberta De Monticelli che, traversando memorie e riflessioni, approda su più acquietanti sogni in una “fragorosa e sporca” piazza toscana. Spinoza, l’ottico, tanto ebreo quanto eretico, con Tagliapietra lo ritroviamo che si diletta coi ragni e sarà specchio di una risata che è dio, vittima e carnefice nelle vesti di un Benjamin portato al martirio, ancora immerso nella lettura di Ethica. Uno Spinoza che ricorre anche con Vitiello, ricordandoci “che ogni definizione è negativa” e che, con Jean Luc Nancy, ci riporta a quel “sentiamo e sperimentiamo il nostro essere eterni”. Interessante il contesto in cui si sviluppa Diario, “fluttuante in un’incerta intemporalità” che va dal 4 al 10 novembre 2002. Realizzato per conto della rivista Parallax, vede qui la sua versione italiana dopo essere stato tradotto in inglese. Il marionettista di Givone, unitamente al racconto di Tagliapietra, è, a mio parere, tra gli episodi più centrati, almeno in relazione all’intento narrativo preposto. Tutto il fascino e la magia dello spettacolo dei burattini viene rilevato allontanando lo spettro di un demiurgo dietro le quinte, restituendoci personaggi con un’anima sottesa ad un filo tramite cui comunicare, finanche a recepire “dal basso” “le sollecitazioni sceniche”. Ironico ed incisivo giunge Carlo Simi che, attraverso l’antica e collaudata formula del dialogo, ci trasporta nel mondo delle fiabe che preannunciano ciclicità atemporali. Con Donà ci si addentra in tematiche che includono risvolti psicologici, mentre con Gargani si abbandona il filone narrativo soltanto per meglio sviscerarlo con esiti che, personalmente, trovo convincenti, soprattutto per quell’ “indissolubile legame” tra “etica e scrittura” ricordato anche attraverso il monito di Wittgenstein: “non possiamo scrivere qualcosa di vero se non siamo veri”. Riportare la figura dell’intellettuale ad un suo più connaturato baricentro rendendogli la giusta attenzione, a partire dall’operato scientifico e politico, potrebbe essere un varco aperto da questo libro, poiché in queste condizioni, come Gargani stesso afferma, “non c’è da sorprendersi che fenomeni mafiosi si estendano all’ambito dell’organizzazione della cultura e del mondo accademico”

Il racconto ulteriore, a cura di Flavio Ermini,
Moretti e Vitali, 2006, 18€

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Chi ha bisogno di Harry Potter?


Elisabetta Liguori
Chi ha bisogno di Harry Potter?

I nostri figli hanno bisogno delle fiabe oggi?
Da donna moderna quale aspiro ad essere, da donna che vuol sentirsi al passo coi tempi, da donna che spesso arranca e questo passo sincopato ancora non lo ha compreso del tutto, io me lo chiedo di frequente. E poi si fa presto a dire fiabe. Quali fiabe? Non tutte le fiabe sono uguali, questo è evidente, sebbene qualcosa le accomuni. E se è vero che certe narrazioni di genere antico sono e restano espressione del Senso dei popoli; se è vero che, come lo stesso Freud sosteneva a proposito dell’Interpretazione dei sogni, esiste un nesso forte tra la psiche degli uomini e le fiabe che l’affollano; se è vero che l’immaginazione fantastica è indotta, frustata o esaltata dal quotidiano, allora la risposta non può che essere positiva.
I nostri figli ne hanno bisogno.
Questa necessità è estendibile a tutte le fiabe del mondo? Vediamo di capirlo.
Io cerco il fantastico. Perché è poi questa la chiave per distinguere ancora oggi la Favola (quella che si limita a raccontare una storia più o meno bene, con una morale più o meno efficace), dalla Fiaba in senso stretto. Il fantastico appunto. Una dimensione dell’altrove impossibile, eppure verosimile. Vicina. E’ di quello stupore convincente che i nostri figli hanno bisogno. Ed io con loro. E tanti come noi. Questo spiegherebbe, almeno in parte, il fascino suggestivo ed il grande successo editoriale della letteratura fantasy, dalla scopa fumante di Harry Potter, all’armadio bidimensionale di Narnia, fino ai draghi sentimentali di Eragon.
Per questa stessa ragione sono lieta che Eliana Forcignanò, giovane giornalista leccese, abbia scelto di esordire in questi giorni con il suo “Fiabe come rondini” per Lupo editore e il Fondo Verri: una scelta che oggi mi appare coraggiosa, quanto necessaria. La scelta della via fantastica, appunto.
La vita delle madri (e dei padri) è spesso costellata di storie di tutti i tipi. Anch’io ne ho cercate e trovate a valanghe in questi ultimi anni, così che ora sono ovunque nella mia casa, aleggiano come spiriti, fuori e dentro i miei farfugliamenti materni, dimorano tutte insieme nella stanza nella quale io continuo a rifugiarmi coi miei bimbi al buio della sera per tentare di avvicinare, con più leggerezza, idee comuni e vaste come quella del futuro, della morte, del dubbio, dell’imperfezione. Ogni volta che al mattino mi avvicino ai letti dei miei cuccioli c’è sempre un sorcio parlante che mi dà il buongiorno, mentre un cavallo alato protesta perché è troppo presto. E persino i quaderni sbuffano nelle cartelle.
Forse anche Eliana vive in una stanza come la nostra. Anche lei, nelle sue storie, racconta di un sé, disperso e fluttuante in universi fantastici, unici e personali.
E lo fa come se avesse un occhio da vecchio e uno da bambino.
Ecco, secondo me, sono proprio così gli occhi dei veri narratori di fiabe. Due occhi opposti. Atemporali. Mi pare che questo abbiano fatto, e continuino a fare ancora oggi, tutti i raccontatori di fiabe: cogliere il mondo attraverso una specie di strabismo onirico e terrestre, così da descrivere le cose che sono state e che saranno, interpretandole secondo le regole di un universo che mai sarà. Non una capacità comune. Forse un difetto di percezione.
Eliana ha questo splendido difetto.
Otto fiabe per diventare adulti, le sue.
Tanti modi sono offerti agli uomini per crescere, la fiabe da sempre sono uno di questi. Una strada semplice ed incantevole in cui ogni piccolo eroe senza risposte può cimentarsi coi giganti e uscirne sorprendentemente vivo. Quasi una fede da costruire. Cosa altro c’è, a pensarci bene infatti, al fondo di tutte le religioni del mondo, se non un’ idea come questa? Cosa alla base di ogni forma di spiritualità? Cosa se non il fascino rassicurante di una fiaba per sopravvivere e cambiare? Uno stupore finalmente rassicurante? Il desiderio di soluzione, futuro, pacificazione, meraviglia? La terra di Non so, abilmente raccontata in una delle fiabe di Eliana dal titolo “Le tre bottiglie”, è espressione perfetta della dimensione ambientale e spirituale del Dubbio con la quale tutti, adulti e bambini, siamo oggi chiamati a confrontarci. In questa storia la maturità arriva non da un padre, da un maestro, da un codice, ma dal mare. La verità qui non è imposizione, violenza, guerra di potere o indottrinamento; è invece riconoscimento dei propri limiti, esercizio di modestia, lunga arrampicata solitaria.
Sono tutti così gli eroi di Eliana: imperfetti.
Il re che non ha risposte per i suoi sudditi, la bambina allergica alla virgola che non può andare a scuola, la fata brutta a cui nessuno dà credito, la donna esageratamente bella che ha paura di perdere la libertà, il sovrano che non sa amare, lo scienziato che non vuole uscire dal suo laboratorio per paura di vivere, l’inquieta Linda che vive in un mondo igienicamente protetto ma fa la pipì nel letto. E molti altri: imperfetti, ma instancabili.
In una società che vuole costruire uomini futuri assoluti, con un Io meravigliosamente gigantesco e cieco, all’interno di famiglie che nutrono i propri figli a pane e perfezione, prepararsi per tempo al fallimento, all’incertezza, accettarla in anticipo come possibilità potrebbe significare assicurarsi una dignitosa sopravvivenza futura, garantirsi un risparmio certo domani sul costo dello psichiatra.
Un risultato importante, io credo.
Ma allora torno a chiedermi: abbiamo bisogno di tutte le fiabe allo stesso modo?
A mio parere, quello che rende una fiaba diversa dalle altre è il fine. La capacità di creare un mondo per un fine. Se un racconto mira al potere, al successo personale, alla suggestione, non può che essere fonte di violenza o artificio, se invece punta alla Felicità, alla trasformazione e alle sue rondini strane, allora, è di certo una buona fiaba. In una delle storie di Eliana la Felicità è una donna malata, che se ne sta, sdraiata ed esanime, ai bordi della città in attesa di essere accolta e riconosciuta da qualcuno. Come tutte le donne, non è una matassa facile da sbrogliare. Una caso interessante ma complicato. Quella donna per guarire cerca l’autenticità dell’Essere. Un’autenticità senza altri fini, quella dimensione cioè concessa a volte solo alla poesia.
È quella Felicità il fine delle fiabe di Eliana. Il loro vanto fuori dal tempo.
È sorprendente, ma le fiabe di Eliana, pur non provenendo da antiche tradizioni popolari, raccontano quella ricerca lenta ed affannosa con la levità delle rondini migranti e il fardello dei secoli. Tra le sue pagine il futuro incontra il passato e si riempie di meraviglia e potenziali trasformazioni. Non si deve fare altro che restare ad ascoltare.

Fiabe come rondini, Eliana Forcignanò, Lupo Editore, p. 96, 2007

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Ci sono stati dei disordini. Luigi Milani


“È passato quasi un anno, ma se ne parla ancora, di quel triste giorno di luglio. Le polemiche non accennano ancora a placarsi. Ci sono state violenze spaventose, in quella città del nord. Un’esplosione di violenza collettiva, ha scritto un illustre commentatore di fatti politici. Molti hanno perso la testa, durante quegli scontri. Oggi leggo che i poliziotti che hanno trascinato fuori dall’ospedale alcuni feriti non dovranno preoccuparsi di nulla. Azioni giustificate dalla situazione, ha stabilito un’inchiesta.”

(da “Ci sono stati dei disordini”, di Luigi Milani)

Il racconto di Luigi Milani, che prende spunti dai fatti di Genova per la narrazione di una storia privata, è liberamente scaricabile da Lulu, se volete leggerlo potete trovarlo qui. Luigi Milani è anche autore di Rockstar, un romanzo, disponibile per l’acquisto su Lulu, nel quale la finzione e la realtà si mescolano ruotando attorno alla vicenda di Kurt Cobain. In “Ci sono stati dei disordini” una donna si trova improvvisamente a fare i conti con il proprio passato prossimo, in un momento di solitudine che gli fa ricordare che cosa è successo, a lei e al suo uomo, durante i fatti di Genova. Il metodo di approccio è simile a quello adottato da Milani nel suo Rockstar, quello cioè di affiancare una vicenda personale a una storia che invece è comune alla maggior parte di noi, nella fattispecie il dramma pubblico del G8. Di Rockstar colpiva la bravura nella rievocazione degli anni novanta, un periodo in cui chi si è trovato a vivere la fase adolescenziale tutto crede fuorché nel fatto che si sia trattato di un periodo oscuro. Il racconto scritto da Milani, ambientato un anno dopo i fatti del luglio 2001, si fa portatore di un messaggio chiaro: la memoria nel tempo e l’amore riescono a non vanificare un’esperienza di vita. Per quanto l’aspetto politico non lasci spazio alla crudezza e alla disillusione per ciò che è accaduto, soprattutto oggi la parola d’ordine è non dimenticare, affinché i ‘disordini’ cui fa accenno l’autore non diventino sinonimo di confusione delle responsabilità.

(Luciano Pagano)

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Luigi Milani è nato a Roma, dove vive e lavora. Scrive di musica e tecnologia da molti anni. In passato è stato coinvolto in fanzine e bbs fumettare, ha fatto il consulente informatico e curato testi di siti Web. In preda alla peggiore hubrys è giunto perfino a spacciarsi per sceneggiatore e consulente tecnico per una società di produzione cinematografica. Di recente si è macchiato di diversi crimini letterari: tra questi il romanzo “Rockstar” e alcuni racconti presenti nell’antologia “XII”, antologia di novelle scritte da dodici autori italiani indipendenti incontratisi in Rete. Fa parte della redazione della rivista letteraria “inutile”, alla quale dona periodicamente alcune perle letterarie di rara inutilità. Collabora con la e-zine letteraria Progetto Babele e il portale JuJol. È autore di un blog molto frequentato, “False Percezioni”. È socio del Gruppo XII.

La dimora dei luoghi. Mimmo Pesare


Libreria Icaro
I libri di Icaro

Incontri in libreria 2008

presentazione del volume

Martedì 29 gennaio 2007, ore 19.00
presso la saletta della Libreria Icaro
Via Liborio Romano

Mimmo Pesare
La dimora dei luoghi
Saggi sull’abitare tra filosofia e scienze sociali

Ed. I libri di Icaro, 2007
Collana “Scritture multimediali”

Discutono con l’autore

Laura Tundo
Direttrice del Dipartimento di Filosofia e Scienze Sociali, Università del Salento
Cristina Caiulo
Architetto, Responsabile regionale Sezione Italiana dell’Union Inter.le des Femmes Architectes (SIUIFA)

Introduce

Angelo Semeraro
Direttore della Collana “Scritture multimediali”

Si ringrazia quanti parteciperanno all’incontro
Il problema dell’abitare, oggi, si avvia a diventare un topos della contemporaneità: avvertire il luogo del proprio vissuto non è solo un tema delle discipline tecniche che studiano l’habitat urbano e domestico ma costituisce anche, e specialmente, una domanda fondamentale delle scienze filosofiche e psicologiche. Da sempre le modalità di residenza dell’uomo e i luoghi abitati sono simbolizzazioni e metafore del rapporto tra sé e il mondo.
I saggi raccolti nel libro, analizzando il concetto di abitare dal punto di vista teoretico della filosofia, della pedagogia, della psicoanalisi e dell’antropologia, tentano l’unificazione dei suoi significati lungo il crinale di una comune ermeneutica dell’abitare che vada nella direzione di una possibile koiné delle scienze sociali e lanciano la proposta secondo la quale sia possibile pensare tale concetto come “metafora attiva” per l’interpretazione dell’umano nel tempo del suo post.
Lo spazio abitativo della dimora rappresenta un’immagine incancellabile dell’animo umano, senza la quale la grammatica della vita affettiva avrebbe probabilmente una struttura completamente diversa e di conseguenza anche gli aspetti cognitivi dell’apprendimento e delle relazioni sociali ne sarebbero interessati. Da qui la convinzione che sia fondamentale “pensare” l’abitare, prima di “praticarlo”, all’interno di una circolarità del sapere e delle interpretazioni che suggerisce una fenomenologia dell’abitare come vero e proprio “sintomo dell’attualità”.

(in foto L’eremo di San Colombano)

Incipit


Luciano Pagano
Incipit

Dal profondo della terra preme
Nelle vene il sangue
Di padre di madre ogni globulo chiede
Che io ami in eccesso
Sia il bene assoluto che assolve
Per ciò che avete fatto di ciò che non avete fatto
Delle cose visibili in quelle invisibili
Delle cose buone e di quelle ingiuste
Grido che stridulo rende secco
Il rumore della finestra alluminio roveto
In estasi di serrande di serrande un giorno
Hai udito il tuono.

La lettera al padre
Miniata da Kafka pure iniziava
Con queste parole: “Caro Papà”.

(in foto Guglielmo Malato, Famiglia)

Il "teatro totale" di Alfio Petrini


Enrico Pietrangeli
su “Teatro totale” di Alfio Petrini

Titivillus, diavoletto dello spettacolo, si manifesta rendendo fruibili idee integre dalla censura di “monaci medioevali” ed accoglie questo saggio di Petrini nella sua collana Altre visioni, dove prendono forma ulteriori spunti per la didattica del settore. Teatro totale è sintesi e strumento di ricerca, momento d’intersezione delle arti e, al contempo, uno scorcio rinascimentale, prospettiva verso il più antico e connaturato varco predisposto a sincretismi e sinestesie, una pluralità del linguaggio che non può rinnegare le origini, per ricalcare più direttamente il pensiero dell’autore. Quella del teatro totale è, in ogni caso, un’esperienza che vede coinvolto Petrini in un lungo percorso, di cui compare a tergo del libro quella relativa al primo convegno internazionale svoltosi a Roma nello scorso 2001. Attore, regista, drammaturgo, critico e redattore della rivista INscena, l’autore, in questo libro, si avvale dell’introduzione di Giancarlo Sammartano, empatica e gradevolmente romantica nel rivendicare attraverso la scena “un volontario destino”; forse un po’ più riduttiva nel rilevare le vesti di un “apprendista proletario che si fa maestro aristocratico”, un interessante spunto di dibattito s’intravede comunque nella chiusa: “salutare con-fusione di Teatro e Vita”. Petrini guarda alla ricerca senza mai perdere di vista la tradizione, fintanto da ravvisare “una necessità sociale” nella “pluralità del teatro”. “L’unità nella diversità” è il dogma che ne scaturisce. Nel complesso, risulta essere un ottimo compendio generale, sviluppato con pathos e tesi originali che tendono a personalizzarne la fattura. Ripercorrendo le varie strutturazioni del teatro, si approda in maniera più incisiva verso le avanguardie ed il teatro futurista, profondamente rivalutato attraverso la figura di Marinetti, sul quale il silenzio imposto viene additato come preconcetto ideologico sul giudizio artistico. Il paragrafo iniziale dedicato al teatro totale evidenzia subito una prima grande figura, quella di Wagner, il teorizzatore, ma anche quella di Artaud ed il suo “doppio” prende subito consistenza come un inevitabile punto di riferimento per l’intero argomento trattato. Naturalmente sia Stanislavskij che Grotowski sono imprescindibili come eredità del teatro più moderno. Grande rilevanza è riservata alla poesia o meglio a quel “valore aggiunto” inteso a sottolineare che teatro e parole sono strettamente vincolate alla corporeità dell’azione, “parola del non detto”. Se “l’opera d’arte esiste nel suo divenire”, il regista non può far altro che tradirla per amore ed è un “fare poetico” che racchiude il “favoloso possibile” a ricondurlo al nulla, ovvero allo “spazio della creazione”. Beckett e Shakespeare sono quei “cattivi pensieri” indispensabili per scavare oltre e specchiarci nelle nostre eresie barbariche, tasselli pressoché fondamentali nell’espressione della totalità. Un attento sguardo è rivolto alla panoramica delle tecnologie digitali, alla multimedialità ma anche all’intermedialità passando per la pop art, la performance, l’happening e quant’altro ancora fino a reinventare “le regole della visione e della percezione”. Da Fluxus, John Cage e gli anni Sessanta alla più prossima generazione degli anni Novanta, così variegata e composita, sino a quel nuovo teatro che ha tentato di forzare verso un “ritmo cinematografico o da videoclip” giungendo, infine, alle forme cosiddette estreme o eXtreme, quelle dove la crudeltà è esplicita nelle ferite come nel dolore teatralizzati nella live art. Il paragrafo de L’attore me stesso conclude il tutto in un personale riepilogo della diretta esperienza dell’autore che poi è divenuto anche “maestro”. Teatro totale, ovvero la vita e tutte le sue sfumature che, abbattendo la barriera della scena, nel Novecento finiscono col coinvolgere il pubblico in prima persona. Che il teatro si possa confondere nella vita e viceversa, del resto, è cosa ben più remota. Il punto è determinare un’etica che, indubbiamente, è più facilmente accertabile nella rappresentazione, piuttosto che nella confusione. Magari anche in questo caso, perché no, nasce l’esigenza di una “fusione” con quanto l’autore vuole addurre alla luce come indispensabile aspettativa della vita.

Teatro totale, Alfio Petrini , Titivillus, 2006, 14€

questo intervento è comparso
su “Le reti di Dedalus” del mese di gennaio 2008

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Viola Amarelli


Viola Amarelli
Poesie

Alfabeto

S’affanna, è importante
telefona, scrive
solleciti fili di ragnatela
il saggio, il racconto, la presentazione
polemiche a freddo contando i contatti,
corteggia editori, spia critici e amici
schernisce new entry e le top dei successi,
tra scambi e contratti giurie e recensioni
blandisce, recide, esibisce pulsioni,
la sera è stanchezza
però soddisfatta
in fondo qualcuno lo chiama scrittore.

Quartieri Spagnoli

Magro il palazzo pigiama, la canottiera
nera su nero lungo i quartieri
spande eleganza,
guepiere di pizzo in pieno giugno pallido avorio
incede assorto, le rughe tese, in processione
asceta in cerca della bellezza
intorno il vuoto, nessuno guarda
mentre gli fanno tacito largo
come da sempre,
segno e rispetto
statua vivente sacra a follia.

Senile

La vecchia non riusciva a morire
ogni tanto cambiavano un pezzo
questioni ereditarie ma grazie a dio la memoria
era oramai un oblio.
Con la dentiera in giada e caolino
-sopravvivono spesso le ricche-
lampeggiava sorrisi ai passanti
bisnipoti generalmente, loro raccomandando
di non prender molto sul serio.
La vita alla fine, quella che a lei non riusciva,
non pareva valerne la pena.

Nullius

Oh, i retori della metafisica,
gli agghiacci afasici, le immagini kabuki
o sul versante del pudor composto
artatamente il tono medio basso.
Torniscono fonemi lemuri
ormai del vacuo, degradano
cascame sintagma raffinato
il nulla un tempo ierale.
Incùbe li sovrasta la morte
al singolare, analfabeti e a nascite
e a voglie, eros, immortali
anche a voler trascurare i letti
poi da rifare.

§

Viola Amarelli, tirrenica di nascita e di elezione, ha pubblicato con diverso eteronimo ricerche storiche ed economiche. Sul versante poetico si segnalano gli e-book “Encausto” (2004) e “Notizie dalla Pizia” nella collana Ekesy di Vico Acitillo,124 e la raccolta “Fuorigioco” (2007) per Edizioni Joker. Suoi testi sono disponibili in rete su “Poiein” ed “Erodiade”. Hanno scritto di lei Antonio Fiori, Raffaele Piazza (qui e qui). Suoi versi tratti da “Notizie dalla Pizia” sono stati interpretati dalla poetessa performer Rita Bonomo e possono essere ascoltati su OboeSommerso (qui)

 

Nerone oltre la leggenda


Enrico Pietrangeli
su “Nerone oltre la leggenda”

La Ugo Magnanti editore è una piccola casa editrice presente sul territorio pontino e dedita a stampe rigorosamente limitate e molto curate. Anzio, città natale del più discusso imperatore romano, è anche lembo costiero che si approssima all’editore della contigua Nettuno attraverso una complessa e tuttora avvincente ricerca che viene condotta sull’argomento. Yves Perrin, segretario della Sociètè Internazionale D’Etudes Nèroniennes, nella prefazione chiarisce subito che “esistono due Neroni, quello degli studiosi e quello dei non specialisti”. L’immagine convenzionale è quella di un “folle dedito alle orge, spietato matricida e uxoricida”. In queste pagine emerge una figura contrastata, denigrata ed esaltata, amata e odiata, fintanto da rendere la stessa storia più umana; frutto di ricerca ed imparziale dedizione vissuta con autentico pathos. Dopo la morte dell’ultimo dei Giulio-Claudi, Tacito osserva che “era stato reso pubblico un segreto di Stato: potersi creare un imperatore fuori di Roma”. Per molti anni furono in tanti a crederlo ancora vivo e pronto a tornare, diversi furono coloro che presero il suo nome in prestito o a pretesto. Di fronte all’evidenza della sua morte, c’è chi non rinunciò a credere che un giorno sarebbe persino resuscitato rendendo a tutti giustizia. Di giustizia a lungo si occupò in vita Nerone, determinato nel consolidare un potere assoluto, di svolta per quel che sarà la successiva iconografia del tardo impero, sempre più minacciato tanto nelle sue faccende interne quanto nelle pressioni esterne esercitate sui confini. Tra i vari filoni etimologici sulle leggende divampate, ci si addentra in due tradizione pagane, l’una favorevole e l’altra contraria a Nerone. Postuma è quella avversa dei cristiani, sviluppatasi nel corso del III° secolo, che lo presenta come un persecutore in una fosca visione apocalittica. Inoltre sussiste un’ulteriore tradizione ostile di stampo giudaico, che si origina intorno alla distruzione del tempio di Gerusalemme. Con l’umanesimo e la proiezione interpretativa della verosimiglianza storica, l’argomento s’inizia a discernere più attentamente. Taluni studiosi contemporanei giungeranno alla conclusione che i primi cinque anni del regno furono un modello di saggezza, umanità e lungimiranza. Politica estera di mantenimento, garantismo ante-litteram, riforme fiscali ed economia programmatica caratterizzarono questo periodo nonostante i prevedibili crescenti conflitti tra il monarca e l’apparato aristocratico senatoriale. Gerolamo Cardano, autore de L’Elogio di Nerone, resta un opportuno esempio tra quanti, su questo fronte, si sono spinti anche oltre. Tra le probabili cause dell’incendio di Roma, risaltano le condizioni di sovraffollamento urbano, l’impegno di Nerone a condurre i soccorsi in prima persona, il fanatismo di taluni cristiani che vedevano nella libertina Roma dei tempi la bestia dell’apocalisse da estirpare nei flagelli della carestia, della morte e del fuoco. Di fatto Nerone, al contrario di certi successori, non mise mai in atto una politica anticristiana limitandosi a processare le frange ritenute colpevoli del solo incendio. Paolo di Tarso, già presente a Roma e noto alle autorità, non venne neppure inquisito. Un imperatore amato dalla plebe romana ma anche nell’antica Lione, ovvero Lugdunum, per la ricostruzione avvenuta dopo l’incendio. A proposito di ricostruzioni, la Domus Aurea resta d’esempio, nelle descrizioni tramandate, non solo per gli sfrenati e dispendiosi lussi, ma anche per la modernità e le soluzioni integrative. L’artista Nerone esordisce in pubblico a Napoli, coronando poi le sue ambizioni durante il lungo e dispendioso soggiorno in Grecia, dove finirà col distogliersi completamente dalla realtà politica. Lungo spazio è lasciato alle congiure che si susseguiranno, fallendo anche ingenuamente, nel volgere al termine del regno, a cominciare da quella di Pisone fino all’ascesa di Galba, avvenuta imprevedibilmente nell’ormai critica ed irreversibile situazione di dispendio e declino psicofisico di Nerone. L’ultimo capitolo è un excursus sulle messe in scena nel corso dei secoli, ma qui, probabilmente, occorreva scrivere un secondo tomo. Un imperatore la cui sensibilità artistica non ha giovato molto e a cui la creazione artistica, indubbiamente, sembrerebbe essersi pressoché ininterrottamente ispirata. In sostanza, se già il persistere troppo nell’arte non conduce mai, bene che vada, a proficui frutti, dovendo gestire un potere, non può che condurre ad enormi sciagure.

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Io sto alla poesia come mia madre all'aspirapolvere


Giovanni Santese
10 Poesie



Io sto alla poesia come mia madre all’aspirapolvere

Avevo
non senza fatica
trovato la chiave
per scardinare riserve pregiudizi
e invidie (che non si sa mai).
Avevo
non senza fatica
ravanato fra l’humus di parole
sparse nei fogli disposti
a raggiera
fra il pavimento e la scrivania.
Avevo
non senza fatica
allontanato la confezione tentatrice
di antidepressivi
sciolti nella vodka
prima che nel mio sangue.
Avevo
non senza fatica
legato insieme parole eterne
(avrei scoperto poi)
che lette d’un fiato
potevano stordire il cervello
prima di sciogliersi nel sangue.
Avevo
non senza fatica
creato parole immortali
(avrei scoperto poi)
e pure mia madre quando aprì
la porta
ebbe modo di farmi notare:
“Pensa alle cose serie meglio
che la poesia non ha mai dato da mangiare
a nessuno.
Tieni, passa l’aspirapolvere che fai una cosa utile!”
Per la prima volta ho faticato a darle torto.


Commiserie

Entrava
con l’arroganza
e con
gli orpelli consueti
stentava l’italiano
e la sincerità
“Tu dai soldi per latte
lui fame”diceva
indicando il bambino
che intanto trafficava
sotto il banco dei dolci
e dei soldi.
“io no soldi”risposi
“se vuoi mangiare dare panino
e un latte bambino”
preso da una forte crisi
d’identificazione (un po’ comune
invero)
“sei stronzo…
bastardo che la morte sia
per te un sollievo….
per la vita che ti aspetta.”
Ribattè lei in un italiano
perfetto.

27 ottobre 1996
A CLAUDIA RUGGERI

La luce di poche stelle
segna il limine oscuro
tra il davanzale e il solco profondo
nella tua anima.
E’ una vertigine che cresce
e offusca e divora
che spinge all’urgenza del verso
che sia forte, riconoscibile, devastante.
E’ una musica che accompagna
i tuoi piedi scalzi
che ti fa girare in tondo
giro giro tondo
giro intorno al mondo.
E’ ancora vertigine urgenza
che ti fa pensare ai tuoi versi
e ti lancia nella tua ultima danza semiotica.
” volli/ il folle volo delle streghe/volli”


Alla corsa dei cavalli

Penuria
di pecunia
la pelle
ruvida sotto i rivoli
di sudore
i numeri
scorrono veloci
dentro i cristalli
liquidi
Il respiro aumenta
avvicinandosi l’arrivo
insieme ai santi
di tutto il paradiso.


Apparenza e facciata

Le porte dei sinonimi
si aprirono
alla creatività dei singoli
per sciolinature
che si volevano perfette

Le porte delle scuole
ludico-creative
si aprirono
per insegnare a essere bambini
o ad opporre l’aggettivo
al verbo

Le porte della politica
si aprirono
al sociale in difesa della forma
del politicamente corretto
i ciechi dunque non vedenti
i sordi non udenti
i paralitici diversamente abili
si aggiunsero poi
i bidelli operatori scolastici
gli spazzini operatori ecologici

Domani
qualcuno aprirà ancora
quelle porte
vorrà arricchirle della beneficenza pubblica
resa mediatica
da studiosi di marketing
accenderà pozzi in Africa
filmerà i sorrisi
dei bambini più poveri
del mondo intero
lui
sarà quello in disparte
appena dietro il gruppo

Poi
verranno loro
i turisti giapponesi
ai quali le porte
si apriranno
i flash dei loro scatti
illumineranno le tante
cornici vuote ma lucide
tenute ben spolverate
i loro scatti
fermeranno la forma
impressa con la pressa
delle pari opportunità
respireranno l’aria linda
delle pari dignità
mentre qualcuno
sarà ben attento
con i piedi
a tenere nascosta
la polvere
e le incrostazioni
negli angoli
o sotto profumati tappeti.

P.E.

Dialogo principiato, abbandonato e mai ripreso con Antonio Verri

Perché vedi Antonio
ad uno scrittore capita, di trovarsi di fronte una campagna arida,di parole, estesa fin dove posano gli occhi, polverosa e sbrindellata quanto basta (e se non capita è perché non si è scrittori), matta e spessa ad assorbire i raggi dell’ispirazione, del tumulto, dell’abbrivio poetico potente quanto serve ad arare di solchi immortali tanta arsura spianata.

perché vedi Antonio
in quei momenti, in quei momenti là dico,è bello (o utile, dico) avere un alter ego, che parli per noi, che come un menestrello riunisca in uno spartito parole vuote apparentemente senza senso, ma che assumono leggendole una musicalità strabiliante, un alter ego insomma…con panni d’arlecchino, la faccia impiastricciata di neve e di farina, al lieve andare sbandando la figura, mima, sorride, fa boccacce..oh grandioso figlio del nulla, ma…è stefan, è stiffan l’inventore, il solitario impostore, lo svagato cercatore di lucchi, l’eterno pellegrino suasore, il sognatore cocente, babelico, fumoso..ma è proprio galateo questo mago che viene, questo diavolicchio che cresce come il timo..tira una parola dietro l’altra, simula uno squilibrio, continua il gioco..è tanto preso, però, che il tutto spesse volte gli sfugge di mano: ecco, allora è qualcosa di divino, piroettante, aristocratico (per usare i suoi suoni), allora nient’altro che parole, neologismi, accettazione propria, doppie, elisioni, d’una musicalità strana, umorale, faticante..(da parte, la mar: istigazione a movimenti lenti, riflessivi,a godere del tempo, istigazione al tabulare, all’intrico di fatterelli, numeri, folletti, cuoricini..istigazioni, istigazione alla cabala..) oh no, guatarazzi no, scalcioni puttenosi, minnàculi spersi, sguanci, ronze, parse, pizzi, gustose pasticche, quaresimali, mustocciomini, non v’è più alto mondo di questo vigneto,cellule serrate, rami a stella familiare..; e sotto questo vigneto, vi dico, è luce, è luce che pressa sul gran vuoto, che arrotonda l’idiozia dei caseggiati – questi che sono cristalli, questi che sono sorde caccole di luce, cadute in terra, diventate costoni pali treni, muntagne staziose, burri, corpi di luce melampina, croste graalitiche, varicellose, foolmoni e sarsi ferrosi,cloache..sono diventati

perché vedi Antonio
se la paura di dare mortal sospiro aguzza l’ingegno e rende impavidi quel lunghissimo secondo di agonia celeste, innocuo il dolore, arioso il corpo e leggero, come parole posate sulle nuvole e con le nuvole lasciate andare, o ancora se dato mortal sospiro io continuo a parlarti fusse ca fusse ca su nu pocu fessa?

perché vedi Antonio
io direi poco umilmente- datemi un fonema e vi racconterò il mondo-mentre tu
da come arrotoli la lengua di pesce, sembri dire, mio stiffan, l’ordito d’o mundo è intrigante, l’òrrito delle cose di voialtri è sconvolgente, perciò i miei scoppi di vuoto, perciò le finezze malianti, le rughe color croco, lo stupore profondo, smemorante, le cische caddenti, i frisi festonnati..perciò perciò s’arrischia la lengua, quando spunta s’arrotonda- fummi, corsieri, busti, corpetti- è di un biancore a pois, gelide chiazze, tepori rosati, petaccio però: che sia petazzo, sfiziomio, che lascimpiedi la tremolante cassarmonica, che tutto scoperchi, tutto sprofondi in una nuova scia sotterra, che porti con se la mia metà faccia, qualche foca che ho per troppo fuoco, per veluscio, per vinetto..che porti via tutto ‘nsomma, che porti di me quel che vi ho detto, che scivoli senza arresto senza fondo

perché vedi Antonio
se dall’evoluzione della specie l’uomo, somiglia sempre meno a se stesso… allora
io tanto fervore non lo capisco, questa ostinazione a voler salvare i poeti dalle fiamme dell’inferno più inferno della terra, questo voler liberare i poeti dal loro impegno di buffoni di corte, dalla malasorte, con quell’ondeggiare fra la vita e la morte, ma poi ..a noi che ce ne frega, noi sappiamo come è iniziato tutto..e come andrà a finire tutto questo..perché noi vediamo all’orizzonte che corre, già corre la tila corre…e noè noè galleggia, non s’accorge ma perde consonanti, gemendo, tondeggia..e la tila intanto corre e corre…la luce stupirà…stupirà i suoi occhi…e i miei così vergini di luce…che corra dunque… che corra questa scia, che giri sul giro della terra..che scinda, che scanni se vuole, porti erva di taglio e, nelle isazze gli sfinimenti di un dio vendicativo, che ama le fòffule e i miraggi, corbelle frottole appannaggi..cantate cantastorie cantate, mimate cavalieri mimate le imprese dell’orzo bollito, suonate suoni suonatori suonate suoni non trasportabili in codici tipografici

perché vedi Antonio
o animale favoloso, o mio sperso, gnorreo, ciciarroso, o dolloso, o dolloso mio vecchio sogno che consumo in una città di boati o beoni, in un tempo che non tollera più buffonerie…ma pitto, farro, sbarro…cazzo…buffonerie saranno.

Eccome.

Nota: liberamente tratto e ispirato da ” Il Fabbricante Di Armonia- Antonio Galateo ” di Antonio Verri

P.E.


Dissoluzione dissolvente

Ero a un passo dalla poesia di peso
-se posso dare un peso al passo della poesia-
quando una nuvola oscurava il cielo
rubando il passo alla poesia di peso
-se posso dare un peso al passo della poesia.-
Così mi ritrovai
da – solo un passo dalla poesia di peso
-se posso dare un peso al passo della poesia-
da – un verso che l’umano sentire oltrepassa
al vuoto di una nuvola che passa.


Oh Desdemona!

Fu
il giorno primo
di quel mese
che alle pene d’amor
m’opposi
e
all’idillio che la notte
mi destava
fine posi.
A rallentare il cuore
che batteva con tedio
m’aiutò la chimica
a porre rimedio.
Immobile la barca
di Caronte resterà
e
se Ade nel suo regno
m’aspetta…
aspetterà.

L’araldo

Parlava a bocca pienal’araldo
negli occhi della platea
si accompagnava a Nietzsche
durante l’antipasto
gli occhi puntati degli astanti
a sorreggere parole nuove
bene impostate scandite a colpire
nel giusto cuore
il lavoro dei figli la pensione dei padri
una casa per tutti per tutti l’ascolto
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma si spiegava bene
durante il primo
chiedeva a Proust della sua ricerca
e consigliava a tutti di decidere
da che parte stare
facendo notare che la sua strada
era l’unica percorribile
perché spianata da lui personalmente
e dalla sua mole imponente
“che presto sarò Presidente
e avrò ai miei piedi la gente”
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma si faceva capire bene
viveva di parole e la gente le ascoltava
la sua retorica era nota a tutti
dava ai ciechi l’illusione di vedere
ai poveri la certezza del pane
alle madri il latte per i figli
prometteva pani e pesci
a chi gli chiedeva semplicemente dell’acqua
non risparmiandosi mai quando
c’era da distribuire una buona parola di conforto
non era un materialista
tanto che nulla può essergli attribuito
ma le parole quelle si
sono rimaste nel cuore della gente
e quel modo gentile di sussurrarle
con la mano sul cuore
e il tono mesto proprio delle persone sensibili
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma sapeva bene cosa dire
agli assetati l’acqua
agli affamati parlava del pane
ai disoccupati di come li aiuterebbe un lavoro
capiva bene le disgrazie
e le plasmava con parole che
lui ben conosceva e che
liberava accendendo la speranza
ridando la vita a chi altrimenti
sarebbe morto
non perdeva occasione per aumentarsi
diminuendo con pervicacia
chiunque gli fosse contro
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma sapeva cosa dire
poco prima della frutta
ebbe modo di confermare
che Berto per vincere il suo “Male oscuro”
si era aiutato con le pastiglie di litio
aveva una risposta per ogni domanda
e quando risposta non c’era lui
la inventava
di lui si diceva fosse nato per fare politica
di quelli come lui in Italia
si dice siano “forgiati per la politica”
Parlava a bocca piena
l’araldo
ma sapeva cosa dire
anche quando gli elettori stanchi
di vederlo mangiare
gli si rivoltarono contro negandogli il voto
Qualcuno gli sentii dire
“sono quarant’anni che faccio politica
qualche incarico il partito me lo darà comunque
e la farò pagare a questi ingrati”

Parla ancora a bocca piena
l’araldo
la vita sembra non gli abbia
insegnato nulla
“quello che semini raccogli”
“quando pensi che la gente sia stupida…”
“non fare mai il passo più lungo della gamba”
Ma è la saccenteria la pienezza di se
quell’arroganza spesso fuori posto
e con persone umili
ad avergli dato il colpo più forte
quel luogo comune che ormai da tempo
gira negli ambienti intellettuali e politici
della Città, e cioè:
“E’ l’unico politico in Italia
che viene pagato
purchè (basta che) non faccia niente”

L’araldo
appunto.

Dei ventenni è il mondo

Si crede all’amoreterno
che non muore mai
a ventanni
si deve credere.
Sale la luna
prima che sia sera
a ventanni
e la si vede con chiarezza
il sangue ribolle
si odia con forza
e non c’è posto al mondo
che resista
a ventanni.
La luce acceca
e il vento libera i capelli
a ventanni
si sente il sangue ribollire
per le ingiustizie
si lotta per uno sconosciuto
e si vince
a ventanni
non esiste causa
che non sia la nostra
trionfi della fierezza
possiamo farci carico
del peso del mondo interno
e non ne sentiremmo la fatica
ne siamo certi
a ventanni.
Si sposano le cause
le più derelitte
le più sballate
le più lontane
le più contrarie
perché a ventanni
il nervo è scoperto
e vibra forte ché l’impeto si plachi.
È per questo
che vi prego
giovani ventenni
lasciate stare le vostre playstation
il vostro cazzeggiare
da nullapensanti obliqui
i vostri vitabassa
e i concerti dei negramaro
e svegliatevi
cominciate a muovervi
nei vostri ventanni
magari potreste
spaccare qualcosa
anche solo per capire
cosa significhi
porre rimedio.
Spaccate cazzo.
Spaccate.

Ne resterà solo uno. (su Io sono leggenda)


Luciano Pagano
Ne resterà solo uno.
(su Io sono leggenda)

“L’ultimo uomo sulla terra” è il titolo della pellicola girata nel 1964. Come protagonista c’è il famosissimo Vincent Price, che nella sua carriera ha girato qualcosa come 145 film. Il lungometraggio è basato sulla storia di Richard Mateson scritta dieci anni prima, la stessa che ha dato ispirazione al recente “Io sono leggenda”, in uscita nelle sale italiane. Sul pianeta terra non abita più nessuno. Nell’ultima versione cinematografica la morte del genere umano, o meglio, la sua trasformazione, è causata dall’impazzimento di un virus che era partito bene, come cura globale contro un male di per sé incurabile. Il film in bianco e nero ha un fascino differente, più aderente per filologia al testo del romanzo e oltretutto uscito in un epoca particolare, dopo i lunghi successi di film dedicati dagli anni 50 – in clima di Guerra Fredda – in poi alle ‘mutazioni’, un classico da rivedere resta “L’invasione degli Ultracorpi” (1956), basato su una storia pubblicata proprio un anno dopo l’uscita di “Io sono leggenda” di Matheson. In una delle prime inquadrature dove compare Vincent Price viene mostrato il muro dove il sopravvissuto tiene un diario dei giorni che ha trascorso da quando ha ‘ereditato’ la terra (…giorno 1001), il muro somiglia alla parete di una cella, con i mesi e le croci segnate con un pennarello nero. Il mondo è una prigione desolata. L’anno di ambientazione di cui adesso ricorre il quarantennio è il 1968. Essendo il film con Vincent Price datato 1964 e dato che il protagonista vive la vicenda a distanza di 3 anni dall’avvenimento che ha dato il via alla storia, è evidente che chi ha girato la versione del ‘64 ha preferito porre il tutto più a ridosso del proprio presente. Manca, nella versione odierna, il possibile rimando al cinema di genere, con sconfinamenti in pellicole come “Fahreneit 451”, dove le geometrie asettiche delle ambientazioni aiutavano a distanziare la storia narrata in un punto di desolazione-zero. La catastrofe di cui sarà protagonista Will Smith, ambientata nel 2009, trova conclusione nel 2012; lo svolgimento a New York da il pretesto all’agente Smith per ricordare l’ecatombe di Ground Zero, un evento dell’immaginario americano spartiacque tra chi lo ha vissuto e chi no, anche nel futuro cinematostorico, un po’ come il Vietnam e molto più che Pearl Harbor. La regia del ‘64 è di Ubaldo B. Ragona. Vincent Price ha una bella collana d’aglio appesa sulla porta, la puzza di vampiro si sente da un miglio. Nel film di oggi si insiste di più sulla desolazione, complice l’atmosfera di silenzio assoluto che pervade la pellicola, ogni rumore è assente perché dobbiamo restare in allerta. Times Square con le piante che sbucano dall’asfalto è un’immagine che rende bene l’idea di un pianeta abbandonato a se stesso. Quali problemi si pone un sopravvissuto alla catastrofe? Problema numero uno: l’energia. Vincent Price se la cava con un motore a gasolio piazzato nello sgabuzzino sul terrazzo di casa. Will Smith pompa la benzina direttamente a mano. E l’energia elettrica? Negli Stati Uniti del futuro prossimo venturo non si capisce bene da dove questa venga, ampio spazio alle congetture, forse l’energia è fornita dalle centrali termonucleari dove l’uranio garantisce eternità di emissione, probabilmente un Homer Simpson neo-vampiro è il controllore delle centrali, insomma c’è energia in quantità, anche perché il consumatore di energia è uno e solo. Problema numero due: l’intrattenimento. Grazie alla presenza di energia elettrica a sufficienza la giornata di Robert Neville trascorre tra allenamenti su tapis roulant in compagnia del proprio cane, visione di vecchi dvd, corse in auto, partite a golf utilizzando lo skyline di New York come bersaglio. Vincent Price più che padrone del mondo viene presentato come spazzino dell’umanità residuale, a lui spetta l’onere di bruciare i corpi dei vampiri che vengono ammazzati o rimangono stecchiti non si sa come. I vampiri più forti ammazzano i più deboli. Solo con un cane, solo come un cane, Robert Neville ha un laboratorio dove si è attrezzato per studiare una serie di topi affetti dal virus, lì cercherà di scoprire le eventuali cure alla malattia, nel corso della storia riuscirà a catturare un soggetto umanoide femminile e cercherà di farlo guarire. Con un esito più catastrofico (dipende dai punti di vista) rispetto alla versione del ‘64. Se negli anni ‘60 la trasposizione si affidava al tema del vampiro, oggi, in “Io sono leggenda”, i vampiri hanno altri nomi: solitudine, incomunicabilità, guerra tra simili, in una storia che trattando il tema del doppio mutante sembra molto vicina alle tematiche del Jekyll e Hyde di Stevenson. Tanto è vero che fino all’ultimo la sensazione più forte proviene dal pensiero che ognuno di noi, al suo interno, nasconde una parte orribile che potrebbe essere attivata da un virus e che, in modo irreversibile, sconvolgerebbe il nostro comportamento. Il motivo è semplice, il virus più che scatenare la follia omicida dei vampiri è terribile perché ci fa tornare animali, dove l’unica ragione dominante è la non-ragione dell’istinto primordiale alla sopravvivenza. La visione che viene data delle forze dell’ordine e dell’eventuale risposta a un’emergenza epidemica è anch’essa desolante, dall’inizio alla fine, un’interpretazione politica di questa pellicola non cederebbe terreno a un’immagine di potere assoluto del governo sulla vita del singolo. L’esistenza o meno di qualche sopravvissuto, a questo punto, è a dir poco inutile, grande è infatti lo scoramento del protagonista quando è costretto ad accorgersi che di ciò che un tempo si chiamava umanità è rimasto poco. A essere sinceri le passeggiate di Will Smith sono molto simili a quelle che può fare chiunque, oggigiorno, in alcune metropoli deserte di Second Life. L’unico commento musicale, in un film dominato dall’assenza di suoni, è affidato a Bob Marley, culminante nel canto liberatorio dei titoli di coda. Redemption song.

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Io sono leggenda.


Stefano Donno
su “Io sono leggenda” di Richard Mateson

Il libro di Matheson non è un libro qualunque. Non so se sia un errore o meno lasciarsi prendere dalla voglia di incasellarlo all’interno di un genere letterario, come quello dark ad esempio, perché verrebbero messe fuori due altre categorie come l’horror e il noir, che tutte e due l’autore sintetizza in maniera davvero esemplare. E allora? Lasciamo da parte qualsiasi intento sistematizzante, che in certi casi, e mai come in questo, si rischierebbe di fare gran brutte figure. O peggio uscirsene alla buona con affermazioni del tipo … una splendida metafora del limite sottile esistente tra normalità e diversità. L’orizzonte in cui si muove la vicenda narrata è l’Apocalisse. Per essere più chiari: immaginiamo uno scenario consueto come quello che trascorriamo giorno per giorno, dove gli oggetti, le persone, le cose, i ricordi, le nostre abitudini, il lavoro che svolgiamo per tirare a campare, gli affetti facenti parte non solo del nostro bagaglio interiore, ma anche di quello agito nella realtà, scompaiono improvvisamente. E di tutto quell’universo esistenziale non rimane altro che un sopravvissuto, che scoprirà a sue spese di non essere l’unico! La meccanica narrativa sviluppata da Matheson in “Io sono Leggenda” percorre con grandissima lucidità tutte quelle dinamiche psicopatologiche che fanne parte degli abissi mentali di tutti coloro i quali riescono a sfuggire ad un disastro: sciagura aerea, attacco terroristico, guerra, incidente automobilistico mortale. Poi l’autore lavora ancora di fino, e con grande disinvoltura rappresenta tutte le tecniche di sopravvivenza, che un essere umano può mettere in campo, in un ambiente ostile, pericoloso, dove l’altro è né più né meno che un predatore, con mezzi di sussistenza che diminuiscono copiosamente con il trascorrere del tempo, secondo la legge della darwiniana selezione della specie: il più forte domina, il più debole soccombe. Ma non è così semplice. In base a questa teoria si tratterebbe di eliminare i pesi morti della specie di riferimento, per migliorarne esponenzialmente la qualità, potenzialità, e la produttività. Nello specifico, è in ballo la razza umana, il suo ultimo prodotto. Parliamo di una minaccia che viene dallo spazio? Una guerra termonucleare su scala planetaria? No un batterio ad alto potenziale virale, trasforma gli esseri umani in vampiri. Robert Neville sembra uno di noi, che dopo una giornata di duro lavoro, torna a casa, svolge le sue attività domestiche, del tipo cucina, scopa per terra, ascolta un disco, si siede in poltrona ascoltando musica classica, si concede la lettura di un libro. Mi si potrebbe dire … e allora? Tutto nella norma! Eppure la sua è una vita tutt’altro che normale. Di giorno forse … ma dopo il tramonto…le cose cambiano! Neville è l’ultimo uomo sulla Terra in un mondo completamente popolato da vampiri.
Robert in perfetta solitudine, studia il suo nemico. Ne analizza ogni singolo aspetto, la storia, la leggenda, il mito di questi abomini, e addirittura riesce ad entrare in possesso di un campione di sangue di questi neo-vampiri, e ne studia chimicamente la composizione. Il tutto per raggiungere un unico, fondamentale obiettivo: lo sterminio delle creature delle tenebre. La storia è ambientata nel 1976. In questi giorni esce nelle sale cinematografiche il film con Will Smith, dove l’ambientazione appartiene ai nostri giorni. Sia in un caso che nell’altro rimarremo tutti a bocca aperta!

Io sono Leggenda, di Richard Matheson, Fanucci, pp.224, euro 13

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beckett suite per la regia di fabio tolledi


12 Gennaio 2008, 21:00
beckett suite
anteprima nazionale al teatro illiria di poggiardo

poggiardo (le)
teatro illiria

“Sono solo. Nel presente ancora come ero. È inverno. Senza itinerario. Il tempo passa”.
Queste sono le parole finali di “Cosa, Dove” (1983) ultima opera scritta dal grande drammaturgo irlandese Samuel Beckett.
“Cosa,Dove” è anche uno dei sei dramaticules che Fabio Tolledi, regista e direttore artistico di Astràgali Teatro, ha scelto per “Beckett Suite”, l’ultimo spettacolo internazionale di Astràgali che verrà presentato in anteprima nazionale il 12 Gennaio prossimo al Teatro Illiria di Poggiardo.

Astràgali Teatro torna a parlarci al cuore con Beckett. Lo spettacolo ” Beckett Suite”, infatti, per la regia di Fabio Tolledi e musiche originali di Mauro Tre, si terrà il 12 Gennaio a Poggiardo.
L’innovatività di Beckett Suite consiste anzitutto nella scelta del multilinguismo, dal momento che i testi dello spettacolo saranno in italiano e in albanese.
E’ inoltre inusitata la scelta delle opere che sono messe in scena, da parte del regista Fabio Tolledi, per “Beckett Suite”: “dramaticules” meno noti come “Quella volta”,”Improvviso dell’Ohio”,”Non Io”,”Passi”,”Cosa, Dove”,”Quad”.
Nello spettacolo si passerà dalle atmosfere sospese di Quella volta a quelle rarefatte e inquisitorie di “Improvviso dell’Ohio”, dal fiume di parole di “Non io” al dialogo straziane a più voci di “Passi” , dall’ironia pungente e divertita di “Cosa, Dove” al finale di “Quad”., scandito dalla musica e dal silenzio.

L’anteprima assoluta di “Beckett Suite” al Teatro Illiria di Poggiardo, il 12 di Gennaio 2008 per la regia di Fabio Tolledi, sarà essenzialmente un lavoro sulla voce che si piega al suono e sul corpo che diviene esperienza audio-visiva, un transito sul silenzio e sulla fisicità del sentire.

Info 0832 306194, 320-9168440

se il proibizionismo diventa integralismo


Enrico Pietrangeli
su “Cannabis, come perdere la testa e a volte la vita” di Claudio Risé



Quello di Risé è, sicuramente, un libro di cui si è già parlato, tanto da generare subito toni allarmistici in un paese così permeabile come il nostro. La copertina, possibile evocazione del martirio nel chiodo che trafigge la foglia sul legno, è, forse, l’unico spiraglio di compassione per una pianta che, nel corso dei millenni, è stata tramandata come una sorta di “maiale vegetale” per il suo complessivo utilizzo da parte dell’uomo. Non solo droga, se di questo si tratta, ma anche ottime fibre, risorse bio-energetiche a basso costo e applicazioni terapeutiche, nonché importanti risvolti agro-alimentari. Argomenti che Risé, consapevolmente o meno, si guarda bene dall’affrontare. Che la marijuana non sia un semplice ricostituente da prendere indiscriminatamente e senza conseguenze, dovrebbe, a mio parere, essere già una nozione comune a tutti. Se così non fosse allora anche questo libro, nonostante tutto, potrebbe avere un senso, tanto più se rivolto ai giovani. Metterli in guardia, comunque, è sempre un lodevole intento e non andrebbe vanificato dietro un fazioso integralismo proibizionista. Nobile e sacrosanto occuparsi degli adolescenti e tutelarli al meglio, ma perché addossare ogni colpa alla canapa? Perché basarsi su ricerche che, di fatto, risultano controvertibili ed inefficaci? Molti adolescenti, infatti, fanno un uso promiscuo dei più svariati intrugli chimici insieme allo spinello a causa di una politica ancora non in grado di compiere un adeguato distinguo. Altrettanto non marginale, anzi associato, è lo strisciante fenomeno dell’alcolismo giovanile, come Risé stesso non può fare a meno di rilevare. L’equilibrio psico-fisico dei nostri ragazzi è minato a partire da additivi ed inquinamento piuttosto che dal solo uso pregresso di spinelli. Semmai il consumo di cannabis si sovrappone a comportamenti già connaturati nelle psicosi della nostra società. “Disturbi della personalità e dell’umore” sono rilevabili in qualsiasi uso continuativo di sostanze, inclusi farmaci, alcol, tabacco e caffeina, ma anche in condizioni di stress come pure nella carenza di riferimenti. Va da sé poi che alla guida, come durante la gravidanza e, più in generale, negli stadi di crescita, l’uso di sostanze alteranti è non solo altamente sconsigliabile ma anche da interdire in quanto rappresenta un più accertato pericolo per sé e la vita altrui. A partire dalla dichiarazione ONU tanto ostentata nel libro: “nel mondo attuale la cannabis è la droga illecita più prodotta e consumata”, si deduce l’esistenza di droghe lecite; dopo l’esperienza del proibizionismo americano, nessuno pretenderebbe ancora di vietare l’alcol, tanto meno Risé, allora perché lasciare l’erba in mano alla criminalità? Scorrendo la lunga bibliografia riportata a tergo dell’opera, risalta subito il primo testo elencato: Fecondazione, aborto, droga, eutanasia. Trovo comprensibile un non appiattimento su questioni laiche da parte dei cattolici, ma ostinarsi contro la canapa è fuori luogo, tanto più in una religione che prevede l’uso simbolico del vino nell’eucaristia. Anche i cattolici, per lo meno una parte, hanno attraversato il ’68 che, a mio giudizio, non è un’esclusiva di sinistra, e, perché no, sarebbero ben disposti a trattare diversamente l’argomento. Interessanti le note di Marco Pistis, neuro-scienziato che, come riportato nelle pagine del libro, ribadisce che “alcol e cannabis sono due delle droghe più diffuse” e “per molti versi molto simili”. Ma non del tutto, come Risé stesso documenta, noi già possediamo “cannabinoidi endogeni”, mentre la molecola dell’alcol è completamente estranea al nostro corpo. La sezione più avveduta del trattato è, a mio parere, quella più strettamente attinente la “psicologia del maschile” e la “figura paterna”, ma a condizione di depurarla dalla canapafobia caratterizzante l’autore. Qui sono ravvisabili spunti più convincenti e, non a caso, coincidono con le effettive capacità e professionalità dell’autore. L’identificazione della cannabis come strumento di follia e morte, è tipico di culture rigide e moraliste. L’Iran, pur rimanendo, se non un produttore, un importante crocevia internazionale della droga, è arrivato ad eseguire decine di condanne a morte per uso di stupefacenti in un solo giorno. Risulta poco credibile una morte da overdose di spinello, poiché è praticamente impossibile riuscire ad assumere un quantitativo tale da cagionarla; tutt’al più, in quei rari malaugurati casi in cui è maturato qualche fattaccio, la canapa è stata sempre e solo una concausa tra altri fattori determinanti. Verosimile, al contrario, è il coma etilico, spesso sottovalutato, seppure non frequente, ma scientificamente accertato come causa di morte. Sebbene frutto di opinabili statistiche, s’insiste ancora sul concetto che dallo spinello si passi all’eroina, convinzione vecchia oltre quarant’anni e suffragata dal solo nefasto esito proibizionista di lasciare liberi gli spacciatori di manipolare il mercato a loro piacimento. Nelle tematiche di fondo addotte, emerge l’incremento di THC nella canapa sino a toccare punte del 20% rispetto al 3% degli anni Settanta. Una concentrazione del principio attivo tutta a vantaggio degli spacciatori, consente loro, nella diminuzione di massa, d’incorrere in rischi più calcolati incrementandone penetrazione e competitività. Questa è l’evidente conseguenza di “alterne politiche” comunque unidirezionali nel loro intento proibizionistico. Certo è che la droga in mano a talebani e consimili non può che essere alterata a loro piacimento quale ennesima arma da rivolgere contro gli occidentali. Non dimentichiamo, quindi, il terrorismo; i finanziamenti prodotti dalla droga illegale aumentano il rischio dei nostri soldati e le spese per mantenere la pace nel mondo, nonché espongono la nostra sicurezza in prima persona. E Risé riconosce che siamo “assediati dai produttori e commercianti islamici”. I recenti dati rilevati con la Giovanardi-Fini, scampolo di fine legislatura della destra messo sotto la naftalina dalla sinistra, sollecitano l’emergenza. Il proibizionismo sancisce la deriva di un popolo, tanto lo fu un tempo nella trasgressione di tossici distillati clandestini quanto lo è ora nel perseguire una politica che anziché smitizzare ed arginare la droga, di fatto, la favorisce. La questione droga, non dimentichiamolo, va articolata e affrontata su più fronti: regolamentazione, prevenzione e repressione dell’illecito. Se viene meno una di queste componenti, siamo comunque destinati ad un inevitabile fallimento. Impossibile poi non fare i conti con una spesa sanitaria che aumenta e grava su tutti noi. Una sanità costretta a sopravvivere tra la droga illegale è una sanità destinata a spendere sull’imprevedibile e non curare con quanto possibile. La dedica del libro al compianto Muccioli, conduce ad una tradizione che, ai giorni nostri, riporta alla ribalta delle cronache Don Gelmini. Di fatto, purtroppo, continuare ad elargire soldi dei contribuenti a comunità inneggianti all’integralismo proibizionista e che, forse non del tutto a caso, finiscono poi inquisite, non ha portato ad altro che ad estendere il fenomeno e arricchire i trafficanti rendendo il cittadino sempre più povero e in pericolo. E il cittadino comune vuole ordine, non solo una gratuita ed inefficace repressione. Vuole regolamentazione, perché ognuno svolga le sue attività nel luogo più appropriato e nelle modalità predisposte, senza offendere il pudore altrui e, soprattutto, nella legalità e con opportune tasse pagate da tutti, perché è stanco del pusher e della meretrice esentasse! Dopo la lettura di questo libro, non resta che sperare in un dibattito più consapevole. L’augurio è che anche l’antiproibizionismo sia sempre più moderato e meno integralista nell’esigere un altrettanto nociva generica liberalizzazione. Ma la depenalizzazione e la regolamentazione sono vie percorribili, le sole in grado di riportare alla legalità, vista l’entità del fenomeno.
Se riusciremo ad attuarle, tutelando tanto gli interessi sociali quanto il libero arbitrio dell’individuo adulto e consapevole, saremo ancora in grado di tramandare una civiltà e di offrire un futuro.

Claudio Risé, Cannabis. Come perdere la testa, Edizioni San Paolo, 2007

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Al Caffè del Silenzio di Giorgio Todde


Al Caffè del Silenzio di Giorgio Todde
tra Cagliari e Belvì
9 e 11 Gennaio 2008

www.myspace.com/andreacongia
www.myspace.com/xxxxzzz

www.myspace.com/gitebelle

Mercoledì 9 e Venerdì 11 Gennaio 2008 alle ore 21:00 porterò in scena (con Gianluca Medas) la narrazione musicata dal vivo “Al Caffè del Silenzio di Giorgio Todde” rispettivamente presso il Sandy Ristopub (Via Malta 22, Cagliari) e presso il Caffè Edera (Via Roma 36, Belvì – Nu). Due note sull’autore:

Giorgio Todde vive e lavora a Cagliari. Il romanzo d’esordio Lo stato delle anime (Il Maestrale 2001; Il Maestrale/Frassinelli 2002) inaugura la serie dell’imbalsamatore-detective Efisio Marini, proseguita con Paura e carne, L’occhiata letale e E quale amor non cambia (Il Maestrale/Frassinelli 2003, 2004, 2005). A questa serie, Todde ha accompagnato e accompagna la fabbricazione di singolarissimi romanzi improntati ad un noir metafisico ed esistenziale, pubblicati da Il Maestrale: La matta bestialità (2002), Ei (2004). I suoi libri sono tradotti in Olanda, Francia, Spagna, Germania, Brasile e Russia.

www.edizionimaestrale.com
www.frassinelli.ws

Gli intepreti:

Gianluca Medas
Regista, narratore, scrittore, attore, autore.
Proveniente dalla Famiglia Medas, la più antica famiglia d’arte sarda, Gianluca Medas, dal 1985, si occupa attivamente di tenere in vita la tradizione della famiglia senza trascurare la realizzazione di nuovi progetti che traggono la loro ispirazione dalla cultura popolare.
Di particolare importanza è il progetto Paddori, l’ipotesi di una maschera sarda, che coinvolge tra tutti Fabio Mangolini, docente di Commedia dell’Arte all’Accademia di Recitazione di Madrid e Donato Sartori del Centro Internazionale delle Maschere.
Tra le manifestazioni organizzate, la rassegna Famiglie d’Arte, attraverso la quale porta avanti l’intento di proporre percorsi artistici che valorizzino la tradizione popolare nell’arte, e il recente Festival della Storia.
Dal 1989 si dedica ai Contos, narrazioni su canovaccio, con più di un migliaio di repliche.
In particolare, dal 1999, ogni anno, nel cortile del Comune di Cagliari, durante la festa di Sant’Efisio mette in scena la narrazione de Su Contu de Sant’Efis.
Dal 1998 collabora con la Fondazione Dessì per la realizzazione di spettacoli tratti dalle opere dello scrittore villacidrese Giuseppe Dessì.
Diverse le collaborazioni e i progetti nel mondo della televisione, del cinema e dell’editoria.
Tra le collaborazioni più importanti si ricordano quelle con Danilo Dolci, Otello Sarzi, Enzo Favata, Bepi Vigna, Donato Sartori, Ferruccio Soleri, Giovanni Muriello, Elio (de Le Storie Tese) e i Fratelli Mancuso.

Andrea Congia
Nasce a Cagliari nel 1977. Laureato in Filosofia e laureando in Etnomusicologia presso il Conservatorio di Cagliari. Chitarrista (chitarra classica, baritono e fretless) e autore nelle formazioni musicali sperimentali Nigro Minstrel e Mascherada negli anni 2000-2006.

Da anni prosegue sulla strada della coniugazione di Parola e Musica in collaborazione con diversi artisti. Diversi i titoli che l’hanno visto protagonista in tal senso: Ecate in Flags (2001 – 2007), Ereignis (2004), Delta Slave – Lo schiavo e il Caso (2004 – 2005), Zoe l’accalappiabambini (2005), Atto Unico (2005), I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe (2006), Il segugio, la Notte e l’Inferno Terrestre (2007), Il Canto del Dominatore (2007), Campanas, una lettura di Francesco Masala (2007), Il demonio è cane bianco – di Sergio Atzeni (2007), Passaggio alle Colonne d’Ercole (2007), Memoria del Vuoto – di Marcello Fois (2007), Diavoli di Nuraiò – di Flavio Soriga (2007), La vedova scalza – di Salvatore Niffoi (2007), Il dono di Natale – di Grazia Deledda (2007), Al Caffè del Silenzio – di Giorgio Todde (2008).

Al Caffè del Silenzio
di Giorgio Todde

Una narrazione musicata del vivo dell’ultimo romanzo di Giorgio Todde, Al Caffè del Silenzio, all’insegna del Noir e dell’andirivieni della Memoria e dell’Indagine. Un tortuoso viaggio investigativo dove corpo e psiche si fondono in una misura di follia. Un nuovo capitolo di Amore e Morte, dove la natura umana è forzata, giocata in una partita a scacchi con l’Assurdo e con il Tempo. Una lenta e letteraria rivelazione che, “pagina su pagina”, svela la nostra apparente normalità quotidiana.

Gianluca Medas – voce narrante
Andrea Congia – chitarra classica

Mercoledì 9 Gennaio 2008 ore 21:00
Sandy Ristopub, Via Malta 22 – Cagliari

Menù del Giorno (1) 13 euro
Aperitivo di benvenuto, 1 primo, 1 secondo, 1 contorno o 1 dessert, 1 bibita (0,20 lt)

Menù del Giorno (2) 15 euro
Aperitivo di benvenuto, bistecca di cavallo, 1 contorno, 1 bibita (0,20 lt)
Per informazioni e prenotazioni:
Sandy Ristopub (Gianluca Muggianu) 3473443711 – 3498666578
http://myspace.com/xxxxzzz

Venerdì 11 Gennaio 2008 ore 21:00
Caffè Edera, Via Roma 36 – Belvì (Nu)

Per chi lo desiderasse è anche possibile cenare (Tagliere di salumi e Grigliata mista – 12 euro) e pernottare (con prima colazione – 30 euro) presso il Caffè/Hotel Edera.

Per informazioni e prenotazioni:
Caffè Edera (Bachisio Cadau)
0784629825 – 3467402408
http://myspace.com/gitebelle

un monte di poesia


Un Monte di Poesia
3a edizione

ACCADEMIA VITTORIO ALFIERI
Tiziana Curti,Pro Loco Abbadia San Salvatore, Assessorato alla cultura comune Abbadia San Salvatore, Associazione Culturale accademia Vittorio Alfieri
Indirizzo:
Pro Loco di Abbadia San Salvatore
via Renato Rossano 2
53021 Abbadia San Salvatore (SI)

Email: atondi@terreditoscana.net
Telefono:0577 778324

Info:
http://www.comuneabbadiasansalvatore.it
www.accademia-alfieri.it
http://tizianacurti.spaces.live.com

Sezioni:

– tema libero (adulti)
– tema la montagna
– tema libero (giovani)

Lunghezza opere ammesse: 30 versi
N° 2 poesie in 4 copie
Quota di adesione: 10 euro per ogni sezione scelta ,escluso la sez gionani
Premi:
1° 200 euro coppa e pergamena
2° 3° coppa e pergamena
4° 5° targa e pergamena
per la sezione giovani
1° 100 euro coppa e pergamena
2°3° coppa e pergamena
4°5° targa e pergamena

Premiazione: 12 ottobre 2008 in occasione della festa d’autunno presso il Cinema Teatro Amiata via Matteotti 10 ore 10, e notizie sui risultati verranno comunicate ai partecipanti attraverso la stampa e web, i vincitori saranno avvertiti a mezzo posta, la giuria è composta da esponenti del mondo della cultura e dell’amministrazione locale
Patrocinio – Comune di Abbadia San Salvatore Sponsors Banca Toscana ,Monte dei Paschi di Siena
Note: insieme agli elaborati dovrà essere riportata su un foglio la liberatoria relativa ai dati personali in materia di privacy “io sottoscritto … autorizzo l’uso dei dati personali ai sensi della legge 675/96 in fede … per i minori è obbligatorio il consenso dei genitori e la fotocopia del documento d’identità”

Scadenza 30 giugno 2008

Ettore Maggi intervista Pietro Grossi


Ettore Maggi intervista Pietro Grossi

Pietro Grossi è un giovane scrittore (ha meno di trent’anni, in un paese in cui si è adolescenti fino a quaranta, ormai…) che un pubblicato due libri con Sellerio (Pugni e L’acchito), dopo il lungo Tre racconti lunghi sui quali svetta soprattutto il primo, Boxe. Grossi è, secondo il nostro personalissimo giudizio, il miglior scrittore uscito dalla Holden. Molto gentile e disponibile (senza l’arroganza tipica dei giovani Autori con la A maiuscola. che pensano di cambiare la storia della letteratura, o di alcuni giovani scrittori di genere, che pensano di essere trasgressivi e contro il sistema perché pubblicano storie truculente) ha acconsentito a fare una chiacchierata su scrittura, boxe e altro…

Ettore Maggi: Per iniziare, dato che io collaboro (tra le altre cose) con una rivista di letteratura giallo-noir-poliziesca, ti chiederei se tu apprezzi questi generi, attualmente molto di moda.

Pietro Grossi: E se la risposta fosse negativa? Il fatto è che per essere onesto non leggo granché gialli-noir-polizieschi, ma un passato da legare al genere c’è, e pure piuttosto importante. A nove anni cominciai un romanzo su due ragazzini che scappano di casa ed eventualmente se ne vanno dalla nonna di uno dei due a Napoli, infilandosi poi in una storia di camorra. Visti i successi dell’argomento devo ammettere che l’avevo vista lunga. Due o tre anni più tardi iniziai un altro romanzo ambientato in Florida, che aveva come protagonista un investigatore privato. E se devo pensare al mio primo vero amore come lettore, il nome che balza alla mente è Sam Llewellyn, autore di diversi gialli ambientati nel mondo della vela. Insomma, purtroppo ho iniziato a leggere tardi e sono un lettore lento, dunque finisce che per riprendere il tempo perso il genere passa in secondo piano, ma senza dubbio i primi passi li ho mossi là, a cavallo proprio tra giallo, noir e poliziesco. Chissà che non fosse stato meglio continuare su quella strada.

La tua risposta apre una questione per me fondamentale: il dualismo Letteratura vs. Letteratura di Genere. I rispettivi esponenti continuano a sparlarsi addosso (tranne alcune eccezioni: ad esempio quello che l’ottimo Maurizio Maggiani, vincitore del Campiello e dello Strega, ha detto a proposito dell’importanza della lettura di S. King, nella sua formazione letteraria).
Spesso non è molto convincente quello che viene detto da entrambe le parti: molti Autori con la A maiuscola lamentano la qualità scadente degli autori “di genere”, ma poi non hanno la capacità
di “costruire” storie, mentre molti scrittori di genere rovesciano le accuse, ma effettivamente scrivono male. Ad esempio, adesso c’è questa ondata di noir, che secondo alcuni sarebbe (pretenziosamente) l’unico strumento per descrivere la società moderna, i meccanismi di potere e per recuperare la Memoria Storica ecc. In realtà poi questo succede soltanto per alcuni scrittori, più sensibili (e forse più bravi), come ad esempio Juan Madrid in Spagna e Didier Daeninckx in Francia, mentre spesso, purtroppo, la maggior parte del noir si limita a rappresentare una realtà da Real TV, oppure si preoccupa soltanto di descrivere dettagli morbosi, per accontentare quelli che si fermano davanti agli incidenti.
Cosa pensi di questa contrapposizione?

Diciamo innanzi tutto che questa è una domanda da un milione di dollari, e soprattutto una domanda a cui chiunque può dare una risposta giustificata.
Io in ogni caso sono dell’idea che l’uomo è pervaso dalla debolezza di giustificare il proprio mondo denigrando gli altri. Mi pare in sostanza piuttosto fine a se stesso fare una graduatoria di merito tra Letteratura “vera” e Letteratura di genere, che a mio avviso può anche essere definita di intrattenimento.
Siamo d’accordo: la grande letteratura ci insegna qualcosa del mondo; direttamente o meno quando finiamo un grande libro – grande per noi stessi, beninteso – abbiamo la più o meno consapevole
sensazione che il mondo intorno a noi ha acquistato una piccola ma fondamentale e inaspettata nuova sfumatura. Ma siamo pronti a scommettere qualunque cifra che questo sia in fin dei conti più rispettabile dell’intenzione di travolgere un lettore con una storia appassionante (di qualunque colore essa sia: rosa, gialla, nera o a pallini)?
Insomma: è più importante una vita di qualità o la qualità di vita? Ovviamente siamo qui per porre delle domande e non per dare delle risposte: sono faccende queste che ognuno – con tutta libertà – deve dare a se stesso. E per quanto mi riguarda è proprio questo il bello della letteratura e dell’essere
uomini: la libertà.
Poi diciamocelo, c’è letteratura di genere bella e brutta, allo stesso esatto modo in cui c’è molta più
letteratura scadente che di qualità, e allo stesso modo in cui diversi autori hanno scritto le loro migliori pagine immersi nei loro filoni di genere piuttosto che quando ne uscivano. Ripeto: chi a priori denigra l’uno o l’altro mondo letterario mi fa solo venire il sospetto di doversi riparare
dietro le accuse. Per uscire un attimo dalla letteratura e dare un po’ di credito anche al cinema: se ci penso non sono affatto sicuro che le riflessioni simboliche di Tarkovsky mi abbiano giovato tanto più delle grasse risate di Mel Brooks.

Dato che hai parlato di cinema, chi è il tuo regista preferito?
Anzi, nell’ordine: regista e film preferito, scrittore e romanzo preferito e soprattutto pugile e incontro di boxe preferito… Sono ammesse risposte multiple, ovviamente.

È sempre il vecchio dramma fare delle classifiche: forse è per questo che in Alta Fedeltà se ne gode così tanto. Allora: regista preferito direi senz’altro Kubrick, e devo dire che dopo aver visto al cinema “2001: Odissea nello spazio” di solito metto questo come film preferito: non credo che nessuno sia mai arrivato a significare tanto e al tempo stesso estetizzare tanto in una pellicola. Al secondo posto butterei forse “C’era una volta in America”, o per citare l’amico Antonio Monda “Il Padrino”.
Scrittore e romanzo preferiti è tosta. Non so se ho uno scrittore e un romanzo preferiti. Sicuramente in ogni caso non coincidono. Per quanto riguarda il romanzo mi riparo citando il libro che più mi ha fatto godere nel leggerlo: “Il Conte di Montecristo”, ma per ricalcare il dilemma tra intrattenimento e piacere intellettuale non è certamente quello che più mi ha cambiato. Per quanto riguarda l’autore citerò invece quello che in questo momento ammiro di più e sono più in sintonia: Saul Bellow. Ma è
davvero difficile dire chi è l’autore preferito: sono talmente diversi tra loro che è un po’ come chiedermi se mi amo più la bistecca alla fiorentina o il gelato alla crema: senza entrambi la mia vita sarebbe parecchio più triste. Per quanto riguarda invece pugile e incontro – rischio di essere scontato – non ho un dubbio al mondo: l’incontro è quello tra Alì e Foreman del 1974 a Kinshasa, nello Zaire: nessun match è mai stato scritto dalla vita con maggiore dovizia di epica e colpi di scena; il pugile invece è senz’altro
lo stesso Alì, e per descriverlo non serve dilungarsi molto su quel corpo che danzava sul ring come una libellula, mandando al tappeto uomini ben più grandi e forti di lui: bastano le parole con cui George Plimpton – dopo aver raccontato di un incontro tra Alì e gli studenti di non ricordo quale università, in cui recitò una sua poesia: Me, We (Io, Noi) – chiude il documentario di Leon Gast sullo stesso incontro in Africa: What a fighter he was, what a man! (che pugile era, che uomo!).
L’immagine di Alì che combatte, a 32 anni (se non ricordo male) contro il 26enne Foreman, lento ma dalla potenza devastante, con tutto il pubblico di Kinshasa che lo incita, è qualcosa che non potrò mai dimenticare. Tornando a te, mi sembra di ricordare che hai fatto la Scuola Holden.
Domanda scontata: cosa pensi delle scuole di scrittura? Se riesci a dare una risposta non banale a una domanda così banale (lo confesso), complimenti…

Allora, prendiamola un attimo alla larga. Ieri sono stato a girare in pista con la moto insieme a un mio cugino. Lui tornando e facendo i conti della giornata diceva che aveva voglia le prossime volte di aggiungere qualcosa al semplice girare – garettina, tempi, qualunque cosa – che gli desse uno
scopo più preciso del semplice strusciare i ginocchi in terra. Chiacchierando gli ho detto a un certo punto che si sarebbe prima o poi potuta considerare l’idea di fare un buon corso di guida. Lui mi ha risposto “Mah, non lo so. Se devo essere sincero non vedo granché cosa possano insegnarmi”. “Magari a guidare meglio”, ho detto io. Lui è stato in silenzio un momento, poi ha proseguito:
“Boh sarà anche, ma ormai vado in moto da vent’anni e per dirla tutta mi sa che vado piuttosto bene (anzi, secondo me ha usato l’espressione ho un certo talento), quindi che mi possono insegnare?”
“Se si sapeva cosa ci potevano insegnare non ci si poneva il problema”, ho detto io. Poi abbiamo parlato un altro po’ di questa storia dei corsi e alla fine il succo è stato che andare a un corso non è altro che mettersi in mano a gente che ne sa più di te e che magari ti dà qualche dritta. Ecco, secondo me la questione delle scuole di scrittura sta lì a metà strada tra me e il mio amico: è vero che non si può insegnare a scrivere, che è una faccenda talmente personale che ognuno deve imparare a gestirla per conto suo (dico sempre che è come imparare a suonare uno strumento senza però avere lo strumento: ti devi trovare te i pezzi e montarli e accordarli via via senza sapere mai granché dove stai andando a parare); è vero quindi che nessuno ti può raccattare i pezzi, ma magari trovarti per un po’ in mezzo a gente che un giorno ha avuto le stesse difficoltà e farsi raccontare come le ha risolte non fa male: o se non altro ti fa sentire meno solo.

Hemingway, a chi gli chiedeva cosa fosse necessario fare per diventare uno
scrittore, rispondeva: “Tre cose: leggere, leggere, leggere.” QuaIcuno dice che il problema, in Italia, è che ci sono più scrittori che lettori. Sicuramente ci sono tanti aspiranti scrittori, che magari hanno letto pochino. Forse sarebbe necessario che si insegnasse di più a leggere, che a scrivere… D’altro canto anche insegnare a leggere non è semplice. Che ne pensi?

Diciamo tanto per cominciare che alla maggior parte delle persone che amano scrivere avrei voglia di chiedere perché lo fa, e sono parecchio convinto che a buona parte delle loro risposte saprei attaccare un’attività più adatta e soprattutto più sana. Insomma: il problema del sovrappopolamento di sedicenti scrittori – a cui probabilmente appartengo – non dipende secondo me dal come lo si fa o come lo si impara ma dal perché lo si fa e lo si impara.
Sulla faccenda di leggere e scrivere invece devo purtroppo – e credo per la prima volta – controbattere il primo dei miei maestri da sempre: proprio Hemingway. Per scrivere non basta leggere, per scrivere bisogna imparare a scrivere, e prima di tutto è una faccenda fisica. Mi fa sorridere tra l’altro che sia proprio lui a dire “leggere, leggere, leggere”, lui che ha speso così tanto a trovare dei trucchi e dei metodi e dei riti per trascinare la penna sulla carta o le mani sulla tastiera. La cosa più onesta da dire sul rapporto tra scrittura e lettura è che l’una non esiste senza l’altra – in tutti i sensi – e chiunque intenda isolare uno dei due aspetti azzoppa il discorso e niente più. Non esiste scrivere senza leggere, non esiste scrivere senza ri-leggere; ma non esiste leggere o ri-leggere senza qualcosa che si è scritto sudando e bestemmiando alla cieca per settimane o mesi. È un po’ come stare a domandarsi se una grande storia d’amore vive più di sentimento o di impegno e ragione: chiunque difenda esclusivamente uno dei due aspetti ha buone probabilità di andare presto a gambe all’aria.
Visto che prima ho citato la moto torno sui motori: se l’atto di scrivere è la camera di scoppio, leggere è la benzina, e sfido chiunque a far camminare una ruota senza una delle due.

Credo che tu abbia ragione dicendo che scrivere è una faccenda fisica. Forse questo è il motivo per cui ci sono tanti aspiranti scrittori. Molta gente si culla nell’idea “Scrivo, quindi sono uno scrittore.” La pittura, la scultura, e altre forse d’espressione artistica sembrano più difficili, la scrittura sembra più facile. Certo, quando sento alcuni scrittori lamentarsi, oltre che della fatica mentale di scrivere, anche di quella fisica, mi viene da ricordargli la fatica di un minatore, ma d’altronde è vero: per scrivere ci vogliono costanza, disciplina, allenamento…
Un po’ come la boxe, con le dovute differenze.
Per concludere, quindi, ti farei un’ultima domanda: hai visto Million Dollar Baby, e hai letto i racconti di Felix Toole, da cui è stato tratto il film?

Questa volta sono costretto a essere secco, anche perché per mia fortuna me ne sto per andare a fare qualche giorno di bella barca nell’arcipelago toscano: non ho letto Toole, purtroppo; e sì, ho visto Million Dollar Baby, ma se devo essere sincero, pur amando molto Clint Eastwood soprattutto come regista e amando anche parecchio i film di Boxe, non riesco a farlo entrare tra i film su cui valga la pena spendere troppe parole. In fin dei conti ha quello che un film sulla Boxe deve avere – a parte il gratuito finale strappa lacrime – ma se sei cresciuto vedendo anche solo Rocky e Toro Scatenato il resto scompare quasi tutto in una nebbia monotona e indistinta.

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