9 Domande x Oronzo Liuzzi


Caro Oronzo, abbiamo avuto modo di conoscere ed apprezzare la tua produzione poetica, sappiamo che sei anche pittore e che la tua attività di artista non è limitata a questi due campi di espressione, ci hai parlato ad esempio di mail-art. Quale senso assume questa ‘multimedialità’ espressiva nel rapporto con la rete?

Il mio intento è stato quello di sviluppare la creatività tout-court, attraverso l’utilizzo di linguaggi differenti tra loro, accomunati però da linee concettuali parallele. Pittura, performance, poesia, mail-art, poesia visuale, installazioni, libri oggetto, libri d’artista, hanno nel loro insieme contribuito a far in modo che potessi di tastare il terreno dell’arte. All’inizio degli anni ottanta fui animato dall’idea di lanciare in mare bottiglie contenenti poesie. Questo mio nuovo progetto prese avvio a Novoli (Le), partendo dal Laboratorio di Poesia di Enzo Miglietta, per poi continuare presso altre spiagge d’Italia, riscuotendo notevole interesse sia da parte della critica che da parte di coloro che avevano trovato le mie bottiglie. A mio avviso la creatività non ha limiti e confini: l’importante è credere fermamente in quello che si fa, seguendo non le mode bensì gli sviluppi della società.La tua produzione poetica, nel corso dell’ultimo decennio, sembra subire un incremento, hai pubblicato diversi libri, ognuno utilizzando ‘linguaggi’ a loro modo differenti. Fai costante utilizzo di impaginazioni particolari, è forse un modo per rendere comunicanti i due ambiti arte plastica e poesia?

Fin dagli inizi della mia intensa attività artistica e letteraria ho sempre sentito la necessità di sperimentare nuovi linguaggi in progress, tenendo presente la realtà della nostra epoca oltre che la mia realtà fisica e psicologica. Non mi sono mai soffermato sull’idea di “staticità” in quanto l’ho considerata un concetto di morte e non di evoluzione. La vita per me è un continuo movimento, e in movimento devono essere anche le nostre idee. Lo storico della letteratura mondiale e poeta Madison Morrison ha definito la mia poesia “giovanile” proprio perché seguo tecniche e linguaggi contemporanei.

Quali sono i tuoi rapporti con altri artisti pugliese, in Puglia o in Italia, come vivi e come ti relazioni all’ambiente, inteso sia come mondo dell’arte e sia come mondo tout court?

Sono stato sempre aperto al lavoro di gruppo, nell’intento di instaurare una positiva e autentica sinergia. Ho avuto e continuo ad avere un ottimo rapporto con gli artisti pugliesi e non solo. Sono infatti in contatto con artisti di tutto il mondo, con i quali comunico principalmente attraverso l’opera d’arte in sé, che dà la possibilità di intuire, capire e leggere il pensiero di un artista. Vivere nel Sud Italia risulta a volte difficoltoso. Giancarlo Politi ha scritto su Flash Art che gli artisti meridionali sono degli eroi: pochi eventi culturali, disinformazione, ecc. Comunque spero sempre in un grande miracolo.

All’interno della produzione (sterminata) libraria cui assistiamo ogni anno, i tuoi lavori sono riusciti a ritagliarsi uno spazio, cosa consigli a chi si avvicina alla scrittura, all’arte, in una parola, ai giovani che producono e si esprimono in versi e che intendono pubblicare?

Noto il susseguirsi di una letteratura piatta, autobiografica, decadente, ottocentesca, priva di creatività, misera nel linguaggio. Ricordo a tal proposito il contenuto di una lettera inviatami da Gio Ferri, il quale si lamentava dell’attuale realtà poetica. Un consiglio?! Lavorare, documentarsi, informarsi, cercando di proporsi con un proprio linguaggio ed una propria identità poetica, evitando così di far parte di quella grande confusione in cui si trova oggi la letteratura italiana. L’amico Luciano Caruso tenne a sottolineare, nei suoi ultimi scritti, che “l’estraneità dell’avanguardia…è garantita dall’autenticità del suo progetto, lucidamente perseguito, di messa in discussione del mondo stesso secondo il modello libertario offerto dalla pratica estetica, che sempre per sua natura cerca di vincere e superare il limite dell’esistente, attingendo non ad una improbabile egemonia, ma alla propria capacità e propensione al dispendio. Così intesa, l’avanguardia è un severo esercizio, non un ballo sotto il ciliegio o un giro turistico organizzato, e si spiega anche se emergano poche presenze disposte davvero a rischiare”. Pubblicare un libro di poesie?! La grande catena editoriale trascura completamente i giovani. Che fare? Usare la formula dell’autogestione o affidarsi a piccoli editori seri che ti diano la possibilità di far conoscere le tue opere ad un pubblico di amatori e di critici.

Abbiamo la fortuna di parlare con un artista che lavora da decenni, quali sono stati, secondo te, i mutamenti più significativi nell’espressione artistica degli ultimi venti/trent’anni?

L’arte è lo specchio della storia. Horkheimer-Adorno quando parlano di ‘capitalismo culturale’ si riferiscono esattamente allo sviluppo attuale dell’anticultura, all’annientamento della personalità, all’annullamento dei valori anche ideologici. ‘Comprare’ è diventato lo slogan del terzo millennio, l’inganno e il dio denaro principi benefici del nostro sistema sociale. L’arte visiva ha sconfinato il suo territorio scrivendo una nuova storia. La contaminazione ha assorbito gran parte delle ideologie artistiche, mentre il mercato internazionale (americano), ha dettato le sue leggi e le sue regole estetiche. Negli ultimi tempi, con la globalizzazione e con l’intreccio di varie culture antropologiche, l’artista ha rifiutato il lavoro di gruppo o il rapporto col gruppo, scegliendo di vivere sia nel nomadismo, riferendomi ad Achille Bonito Oliva, sia nell’individualismo esasperato.

Cosa ti senti di consigliare e, al contrario, cosa sconsiglieresti ad un giovane pittore?

Giancarlo Politi non fa altro che incitare i giovani artisti ad emigrare a New York, per avere così maggiori possibilità di farsi conoscere, di sviluppare liberi progetti, oltre che di apprendere direttamente un’arte fuori dagli schemi accademici. Prima di tutto, però, c’è bisogno di eliminare determinate barriere mentali che frenano notevolmente la creatività. Poi bisogna informarsi e documentarsi su tutto quello che avviene nell’ambito artistico a livello internazionale, tramite riviste altamente specializzate, Internet o altro, creare scambi di idee e di lavoro con altri operatori del settore – come critici, gallerie, artisti – e non arrendersi mai.

Qual è il progetto artistico cui hai dato vita e al quale sei rimasto più affezionato?
Sono molto affezionato a tutto quello che ho realizzato, in quanto ho sempre creduto fermamente nelle mie idee. Sviluppo continuamente il concetto di autocritica prima di sottoporre le mie opere o i miei scritti al giudizio della gente, cercando di raffinarne la sintesi.

Sempre per restare in tema di ‘multimedialità’ ante litteram, c’è una lettura che ha influenzato il tuo creare visivo e, al contrario, un’immagine che ha influenzato la tua scrittura?

Prima di tutto fotografo l’essere umano nella sua interiorità sia nel bene che nel male. In secondo luogo analizzo attentamente tutte le avanguardie storiche internazionali. Terzo, sono affascinato dal mistero della vita.

Per concludere, quali sono i progetti in cantiere per il 2005?

Insieme all’architetto-artista-gallerista Franco Altobelli ho preparato una mia nuova produzione letteraria sperimentale che uscirà a breve con le Edizioni Spazioikonos di Bari dal titolo “Chat_Poesie”. Inoltre sto lavorando a due ulteriori nuove raccolte di poesie, sempre sperimentali. In riferimento alla mia attività artistica, avendo sviluppato una nuova ricerca, ho iniziato ad intraprendere contatti con alcune gallerie in vista di mostre personali, oltre ad avere progetti collettivi internazionali.

Fabrizio Corselli, una voce progressiva.


Questo intervento è nato grazie all’incontro, non soltanto redazione, con la poesia di Fabrizio Corselli, il quale come noi si dedica con passione alla scrittura. Fabrizio Corselli è nato a Palermo nel 1973, le sue opere parlano da sole e l’autore stesso approfitta delle sue opere per meglio spiegare le sue intenzioni di espressione, tecnica ed emotiva allo stesso tempo. Ecco perchè in questo scritto ho voluto raccogliere le impressioni che suscita in me l’ascolto di questa poesia, rimanendo, quindi, in ascolto delle mie emozioni.
Si dice che nella poesia tutto sia stato scritto, considerazione quotidianamente smentita. La forza della scrittura è proprio questa, la sua necessità di raccontare e raccontarsi attraverso le parole, riuscendo a costruire, per quanto sia possibile, un percorso individuale e ‘attendibile’ a se stessi, prima di tutto. Compito ulteriore può essere quello di costruire un universo, più difficile, eppure di normale ambizione per chi si dedica ai versi. Fabrizio Corselli, questo mondo lo ha costruito, a prescindere da ogni catalogazione critica, a prescindere da ogni giudizio di gusto nei suoi versi si sente la presenza costante di una consapevolezza costruttiva, di un occhio vigile, mediato nello sguardo, costantemente, dal rapporto con musica e arti visive.
La prima sensazione che ebbi, leggendo le sue poesie, fu di (s)concerto, per l’appunto, per l’utilizzo dei vocaboli, che potrebbero ad una prima vista dare un senso di retrodatazione. Lo stesso si dica delle strutture che utilizza Corselli nella costruzione dell sue poesie. Poi, rileggendole, mi sono accorto di una cosa che prima mi era davvero sfuggita, notarla con più calma è stato decisivo per comprendere che quello di quest’autore è un ‘percorso’, accidentato, irto, difficile e senza mezze misure, pur tuttavia un esperimento inconsueto, quello di fare da tramite tra un mondo dove vigono le regole di uno scarto linguistico che diviene subito evidente. L’autore definisce il suo poetare ‘virtuosistico’, dove per virtuosismo si deve intendere non un ‘manierismo’ né tanto meno una lusinga barocca. I versi di Corselli si giocano sull’utilizzo di eccessi della lingua che comunicano una tensione quasi esplosiva, un magma di forze tensoriali che non riescono ad essere trattenute dalla poesia stessa. La parola diviene vibrante. Il termine che mi è venuto in mente per primo, a riguardo della poesia di Corselli, è stato ‘titanismo’. Il verso deve farsi portatore di un epos remoto che per esprimersi necessita tuttavia dell’esistenza quotidiana. Le figure epiche ed eroiche sono spunti che fanno innescare il conflitto. Assieme a queste la seconda componente è la presenza, costante, della musica. L’energia dell’arte e l’energia della musica danno vita a questi versi, dei quali la lettura ad alta voce tende la trama ‘materica’ del contenuto. A questo stile si aggiunga il fatto che questo autore utilizza questi mezzi all’inverosimile, raggiungendo le soglie della visione, componendo in opere organiche il suo pensiero poetico. I suoi lavori sono sempre e puntualmente esplicati, in maniera per nulla didattica, in vere e proprie lezioni sulla genesi dei suoi spazi poetici. Prendiamo ad esempio Lyrhendel, un’opera poetica fantasy (che prende spunto dal mondo di Ambheur-Arél), genere che, dal punto di vista proprio della trattazione poetica, è un genere raramente riscontrabile a questi livelli di ‘perizia’. Ecco come l’autore giustifica l’utilizzo di determinate strutture. “Le strutture inoltre sono continuamente esposte all’imperversare dei tessuti iperbatici che, in qualità di figure di rottura sintattica, predispongono un vellutato tappeto ritmico sul quale scorre e si flette la linea melodica generata dalle assonanze e figure foniche, diluite in questo caso, causando così la formazione di diversi registri timbrici ed euritmici. Il tutto si lega immancabilmente in equilibrio armonico ai referenti ed ai contenuti.” Fabrizio Corselli non nasconde le ragioni ‘musicali’ del suo dettato, anche perché è proprio la musicalità del verso a ‘liberare’ la sua poesia dalla trappola angusta della maniera:

“Dalla divina e sempiterna foggia di colei che il manto accerchia,
tenue si posa, la piega del peplo d’argento
finché solamente vien carpita la forma
di quella duttile materia
che nei miei pensieri ravviso.”

Basta seguire appieno le conseguenze sonore di strofe come questa, così evidenziate.

dAllA dIvInA e sempItERna fOggia di cIlei che il mAnto accERchia,
tenue si pOsa, la pIEga dEl pEplo d’ARgENto
finché solamENte vien cARpita la fORma
di quella duttile materia
che nei miei pensieri ravviso.

Evidenzianto alcune lettere in maiuscolo ho cercato di rendere lo spaccato sonoro si linee che si incrociano, tre per l’esattezza, giocate sull’apertura e sulla chiusura, per l’appunto, sul respiro che durante la lettura viene dato da queste ‘consonanze’.

“Langue la notte, al solo pensiero di perdere del tuo flebile corpo
il proprio costellato manto,
mentre i tenui bagliori
di una lucciola solitaria
offuscan dell’alba
gl’ultimi sogni di umane creature.

Dormienti le nostre chimere,[…]”

Esempio unico nel suo genere, Fabrizio Corselli coniuga tutte i suoi interessi culturali e le sue influenze stilistiche nella direzione del creare. I suoni compongono la tavolozza espressiva di questo autore che per esprimersi sente la necessità di ‘imbrigliare’ in ben determinate regole ogni sua opera. La disciplina imposta non da ma a una ‘traccia’, se vogliamo da un ‘plot’ poetico, che deve rispondere a regole ben determinate, che a loro volta faranno da cornice allo svolgimento del fatto poetico. In questo egli dimostra in alcuni punti una capacità di sintesi più determinata di quanta non se ne possa trovare, di recente, in altre sillogi poetiche, ‘collezioni’ di poesia che vengono fatte intendere come ‘raccolte’. Il ‘raccogliere’ poesia per Fabrizio Corselli, significa attraversare ogni volta un luogo differente, nel quale le regole, gli spazi, le condizioni del poetare, non sono mai identiche al ‘momento’ precedente. L’autore crea (per usare delle parole altrui) un ‘cosmo afroditico’; più in là, E. Giordano (La società delle menti) parla di Corselli come ‘nuovo cantore di Orfeo’. Cosmo, Universo, vocaboli che vengono in mente quando si ha a che fare con un poeta che ‘domina la sua materia prima’, le parole, i suoni. Esiste una sua silloge di “Studi trascendentali”, ispirati a Franz Liszt.

“Ho scelto i Trascendentali per il loro carattere figurativo. Liszt aveva una particolare ossessione per la poesia che ha riversato nella musica ed in particolare in molti pezzi ha elaborato delle figurazioni adatte”

Quindi una scelta di un determinato ambiente ‘sonoro’ in virtù della sua capacità di essere visivamente evocativo.

“Ad esempio per ‘In Excelsis Malis ho usato le tavole del Paradiso Perduto di Milton, o l’angelo caduto di Cabanel. E quando tutto è pronto davanti i miei occhi ecco che la musica arriva e la mia immaginazione anima quelle figure […]”

Prima un esempio di suono che genera figure e poi un esempio di figure che generano suono e sfociano in poesia. Proprio a proposito dell’utilizzo di ‘temi’ e ‘tracce’ compositive ben definite ecco come, ancora, si spiega lo stesso Corselli.

“La struttura non è tutto, devo avere un trasporto emotivo, una forte passione, che io collimo con la musica”vere un trasporto emotivo, una forte passione, che io collimo con la musica”.

Questi elementi fanno di questa poesia una ‘visione’ vera e propria. Della visione c’è per l’appunto il ‘trasporto’, la con-fusione degli elementi in gioco, il saper trasfondere gli stimoli rasentando le soglie del sensibile, non della sensibilità che resta su livelli acutissimi, sensoriali. Ogni parola acquista in questi versi un significato doppiamente grave, in virtù del suo essere ancorata ad un gioco, di far parte di regole e, nello stesso tempo, di riuscire a minare quelle stesse regole per esplosione di senso. Ricondurre ad un senso razionale e ad un discorso logiche questi elementi sembra difficile, malgrado ciò accada in maniera guidata.
Il senso di tensione imposto dalla struttura rischierebbe di divenire angoscioso se non fosse accompagnato ad una pulizia del verso e ad un utilizzo comunque raro di termini ‘alti’, cosa che ci si aspetta da un momento all’altro, leggendo, e che non accade, malgrado invece il tono elevato del ‘sostegno’.
Se dovessi rendere un’idea della poesia di Corselli utilizzando un paragone con un ambientazione musicale autoimponendomi di non attingere a nessuno dei suoi riferimenti ‘manifesti’, né tantomento di attingere al repertorio classico o classico/contemporaneo paragonerei alcune soluzioni ai project album degli anni sessanta-settanta. So che questo paragone ad alcuni potrebbe far accapponare la pelle, ma, ripeto, se volessi spiegare la ‘semplicità’ e la ‘bellezza classica’ di questi versi mi vengono in mente i suoni progressivi, ecco, il costruire universi poetici sonori di questo autore ne fa un ‘poeta progressivo’, in un universo dove l’aspirazione di molti della sua generazione (che è anche la mia) si concretizza nello scavarsi una nicchia all’interno di un dettato medio. Ma la poesia non deve forse creare dal nulla mondi che precedentemente non esistevano, non era (anche) suo compito, quello di fondere in un crogiuolo (e non in un trogolo) tutti i saperi, le sconfitte e le vittore del mondo che ci circonda? Si può rendere la complessità dell’algebra mentale e del verso in modo totalmente comprensibile, come hanno fatto alcuni cantautori che cantautori non sono, perché sono poeti.
Quella di Corselli potrebbe essere a questo punto un’alternativa ad un modo di fare poetico che ha dimenticato quanto può essere ben resa la conflittualità tra pensiero debole e realtà forte, una forza ascensionale poetica per un diffondere orizzontale del verso all’interno di una comunità non soltanto poetica, ma umana:

“A questo punto, io mi chiedo: esiste ancora, in questa società, un futuro Prometeo che riesca a rubare ad un falso mondo il fuoco della ragione… ma ancor più dell’Arte?”.

Teo e i suoi fratelli. Divagazioni da Vito Antonio Conte


1. Dopo il suo esordio poetico (Blues delle 14.30, Luca Pensa Editore), e quasi contemporaneamente alla pubblicazione di una seconda raccolta di versi intitolata ‘Polvere di sesso’, Vito Antonio Conte ha pubblicato il suo primo romanzo, intitolato ‘L’improbabile vera storia di un uomo chiamato Luna’.
L’esordio narrativo di Conte è misurato e gli da la possibilità di delineare e raccordare meglio le sfaccettature che compongono il suo modo di scrivere, perchè un modo, l’autore, sembra averlo individuato.
Le vicende del romanzo, ad eccezione di qualche viaggio o ricordo, sono tutte ambientate nell’Ovest salentino, un Ovest mica tanto selvaggio, abulico, sospeso tra l’incertezza dell’oggi e le mille titubanze per ciò che porterà il domani.
E’ difficile definire Teo come protagonista del romanzo, è infatti protagonista chi prende parte ad un dramma e, soprattutto, rende vive le azioni. A Teo tutto ciò non accade, la storia procede tramite accensioni e successivi spegnimenti di fuochi fatui che sfociano nelle elucubrazioni mentali di Teo. E’ bello notare, tuttavia, che tranne in alcuni passi, la prosa di Conte non sia mai ridondante, né risulti in alcun modo autocmpiacente.
Nelle sue (tre) opere l’autore mette le sue carte in tavola senza timore, le letture che lo hanno influenzato e soprattutto la musica. Già, la musica. Qui la mia lettura deraglia binario e la mia recensione cambia. Perchè? La prima volta che conobbi Vito Antonio Conte fu ad una presentazione di un mio libro, dopo aver discusso per un’ora ci furono domande dai presenti. L’argomento era Celle, la domanda che mi fece Vito era attinente al fatto che nel mio testo non ci fossero suoni, né rumori, né musica; aveva ragione. Questo aneddoto rende ragione dell’importanza che la musica ricopre nella scrittura e nell’universo conoscitivo di questo autore. Questo ‘modo’ diviene evidente nella scrittura delle recensioni e degli interventi di Conte, dove raccolte poetiche e brani di album musicali assumono il medesimo status di importanza, come è giusto che sia quando il livello degli oggetti trattati è simile per qualità. Detto semplicemente, il suo è un modo ‘immediato’ di rapportarsi alla sfera della scrittura, un modo che ricorda vagamente il gioco, un modo inconsueto, avulso da ogni accademismo; ecco perchè Vito Antonio Conte piace, con tutte le riserve ascrivibili all’esordio ed al fatto che di certo, i suoi prossimi lavori, lasceranno più spazio alla storia; piace perchè nell’attuale porzione temporale e incidentale che potrebbe cader sotto al nome di ‘produzione letteraria salentina’, Vito Antonio Conte è una delle poche voci della sua generazione (è nato nel 1961) che hanno deciso di esporsi in modo così fresco, privo di retorica, disincantato.
2. Nel parlare di queste opere traggo un bilancio circoscritto (per ampiezza temporale e di catalogo) delle pubblicazioni dell’editore Luca Pensa, approfitto di questa recensione e deraglio binario una seconda volta.Insieme a Conte, infatti, esistono altri tre autori del catalogo non ancora nutrito di questo editore, sui quali mi voglio soffermare, essi sono Agostino Casciaro, Giovanni Capodicasa e Giovanni Santese. Questi quattro autori, se si ‘esclude per includere’ Antonio Errico, rappresentano un tratto d’unione non consapevole di un ‘momento’ particolare della produzione letteraria di questa provincia/regione (il Salento).
Agostino Casciaro è maestro cartapestaio, notevole la sua capacità di sintetizzare lo ‘spirito della terra’, al di là di lusinghe e armamentari retorico ideologici che gli/ci sono totalmente estranei, il suo non è un desiderio di evocare, quanto di ‘ascoltare’ in meditazione, meditazione operativa, la natura. Ha dato vita ad una serie autoprodotta di pubblicazioni, una rivista intitolata ‘Il foglio della noce marcita’. Se si eccettua il suo ‘La notte dei miracoli’, nonostante sia presente da oramai vent’anni sulla scena dell’azione espressiva di questa regione/ragione, non aveva ancora pubblicato per un editore.
Diverso sotto questo punto di vista l’excursus di un autore come Giovanni Capodicasa. Chi abbia avuto modo di leggere tutti i suoi libri può essersi reso conto della poliedricità espressiva di quest’autore. Poliedricità così spiccata da indurre il pensiero che dietro alla sua produzione non sia rintracciabile un percorso linguistico netto di ricerca netta. Ciò è vero in parte perchè una delle caratteristiche nascoste di Gianni Capodicasa, un pregio, è proprio questo carattere anche per lui di gioco e disincanto, lo stesso che trovo in Vito Antonio Conte, il quale però si fa cogliere più facilmente dalle stasi del pensiero. Interessante è anche il percorso editoriale compiuto da Capodicasa negli ultimi anni, egli ha pubblicato per i tipi di Liberars, Acustica Edizioni, Manni Editori e Luca Pensa. Raccolte di versi (Le ali di Uriel, Liebrars), di racconti, romanzi. Indice di una predisposizione dialogica nei confronti del libro più che dell’opera, degli autori/persone ed editori/persone prima che della funzione sociale nonché economica da loro svolta sul territorio. Indice ulteriore di questo interesse è la partecipazione attiva di Gianni Capodicasa nell’organizzazione dell’annuale manifestazione ‘Città del Libro’ di Campi Salentina, città dove peraltro risiede l’autore e, parallelamente, dell’istituzione dell’Accademia Letteraria Salentina, organo per nulla accademico che raggruma intorno a sé diversi autori leccesi che, vuoi per intenzione o vuoi per congiuntura, sarebbero difficilmente ascrivibili ad altri microsistemi salentini (penso, ad esempio, a Raffaele Polo), dove microsistemi va inteso nel senso di raggruppamenti di affinità.
Giovanni Santese ha invece esordito (solamente e bene) quest’anno, con la raccolta intitolata ‘Amore lavati che ti porto a ballare’ (sempre con Luca Pensa Editore). Le sue poesie sono state e vengono spesso paragonate a quelle di Charles Bukowski, per la crudezza ed il taglio, senza ragione. Senza ragione perchè le poesie di Santese offrono uno sviluppo differente ed il paragone con il grande Chinaski rischia di apparire come una scorciatoia critica, un riferimento che somiglia più ad un riflesso condizionato sul lessico udito, piuttosto che un attento e meditato paragone. Tanto è vero che certi versi di Santese sono ancora più taglienti, e che l’amarezza ed il cinismo di Santese non sono mai deplorevoli (non che lo sia Bukowski). Per non parlare del fatto che i riferimenti e le letture di Santese sono più ‘alte’, ed egli è un attento lettore della poesia altrui, caratteristica difficilmente riscontrabile in altri autori. Il fatto è che le poesie di Santese sono i suoi racconti di vita, e che la sua sensibilità è tutta salentina. Si aggiunga la giustezza del ‘dettato’, né alto (nonostante certi temi trattati) né basso (nonostante certi vocaboli utilizzati), che fa di quest’autore un elemento di raccordo necessario, con una vena ‘materiale’ del fare versi in questa terra.
3.Questi autori, insieme ad altri, rendono la misura di un fenomeno di cui qualche critico letterario dovrà sicuramente azzardare una soluzione, per quanto riguarda la funzione di aggregazione sociale che la letterature e il fare letteratura hanno avuto nel Salento degli ultimi venti anni, cruciale sarà l’analisi delle opere scritte prima ancora del colloquio diretto con gli autori delle stesse, scripta manent. Uno studio del genere potrebbe individuare, ad esempio, il momento esatto in cui il discorso antropologico ha fatto irruzione nelle narrazioni di questa terra. L’operatività letteraria e il fare (circolare) cultura, la produzione, meritano un’analisi che abbia il coraggio di non arrestarsi anche di fronte a risultati dubbi. Ecco perchè più risalto hanno (e avranno) figure di intellettuali che all’operatività sono riuscite anche ad affiiancare buone opere (A. Verri, A. Errico, F. Tolledi, C. A. Augieri, M. Nocera) insieme a coloro che non riuscirono per tempo a dotare di un sistema la propria dirompenza espressiva (C. Ruggeri, S. Toma).
A questi nomi si aggiunga un poeta come Elio Coriano, le cui performance sono (sempre) accompagnate a veri e propri consigli, quasi esortazioni, ad aprire gli occhi nei confronti dello squallore politico del quotidiano, con un consiglio particolare ai poeti, giovani e non, di ‘andare a studiare le opere di storia e i trattati di economia’, piuttosto che le antologie, perchè uno scrittore deve conoscere il mondo che lo circonda., affinchè esso non frani in un crogiuolo insignificante di parole. Torniamo a “L’improbabile vera storia di un uomo chiamato Luna”, l’occasione è stata questa, per discutere insieme a Conte di altri suoi coetanei e colleghi. L’importanza della sua opera, in questo momento, come di quella degli altri autori summenzionati, sta anche nel fatto che, in alcuni di questi lavori è resa un’immagine diversa del Salento, un’immagine che è attuale, ancorata al vissuto cittadino, con la memoria della campagna rurale. Tuttavia, ripeto, a prescindere dai mezzi espressivi dispiegati, il passaggio dalla campagna alla città è compiuto. Da loro in poi, passando da sfumature di contrasto più tenui ed emotive (V.A. Conte, A. Casciaro) fino a culmini conflittuali (Santese, Coriano), si può scrivere in maniera differente.
Questi autori sono spesso in dialogo con la città e la realtà quotidiana, eppure mai come in alcuni di essi lo stesso relazionarsi è altro rispetto ad un agire territoriale non inerte, ben localizzato e contestualizzato. Penso alla Martignano di Elio Coriano, alla Vignacastrisi di Casciaro, alla già detta Campi di Capodicasa, o alla Badisco di verriana memoria o ancora alla Copertino di Maurizio Leo (Il bardo e i Quaderni del bardo). Il non riuscire a comprendere l”attinenza’ del luogo all’autore ha in parte limitato la ricezione di questi autori da parte dell’editoria locale, con poche eccezioni, o forse la mancanza è stata semplicemente una mancanza di perlustrazione. Fortunato, nei tempi passati, un Comi, abitante di Lucugnano. Ogni paese un poeta, solo che a Maglie c’era un Toma, a Caprarica un Verri, a Copertino un Pagano, a Lucugnano un Comi, in una provincia di cento comuni che ha fatto sfiorare alla sua produzione letteraria i vertici del lirismo contemporaneo, quanto meno nella qualità dei risultati, una provincia di micro-macrosistemi letterari e artistici.
4. Cogliendo tutte le componenti (positive e negative) in questo spaccato possibile di autori così contemporanei e così diversi tra loro, soltanto in questo modo, a mio parere, si può comprendere l’importanza di un autore come Antonio Verri, nelle cui opere trovavano ottima confluenza ed equilibrio le dicotomie di spirito/materia, contemporaneo/rurale, forma classica/sperimentazione linguistica, con un anticipo di anni rispettoi ai tempi con cui questi stessi temi, senza essere accompagnati agli stessi risultati, sono comparsi nelle opere di altri autori. Da questa forbice escludo volontariamente la generazione di chi è nato tra la fine degli anni ’60 e quella degli anni ’70, e rimando ad altro o ad altri un giudizio in merito ad esperienze come quella dell’Incantiere. E rimando ad altri una attenta considerazione dei rapporti intercorsi tra l’ambito accademico universitario attorno al quale sono gravitati certi fenomeni, e l’ambito della città, della terra, ricolma di ‘accademie’ teatrali e palestre di cultura.

“L’improbabile vera storia di un uomo chiamato Luna”, Luca Pensa Editore
pp. 112, ISBN 88-89267-28-3, prezzo 8€

3 segnalazioni: Oronzo Liuzzi, Manila Benedetto, Davide D’Elia


Segnaliamo 3 libri di poesia usciti di recente, CHAT_POESIE, di Oronzo Liuzzi, (Edizioni SpazioIkonos), Pelle Sporca, di Manila Benedetto (Besa Editrice) e Al di là dell’apparenza di Davide D’Elia (Libroitaliano).
Oronzo Liuzzi collabora da tempo con musicaos.it, in una sua intervista, comparsa nel numero scorso ci parla del suo modo di intendere l’arte e la scrittura, qualche verso di Chat_Poesie era comparso in anticipo sul questo sito. Ebbene, Liuzzi conferma con questo suo testo che la poesia per lui è un gioco, un gioco serio grazie al quale si possono comunicare pensieri profondi e toccanti, sempre restando in bilico sul filo dello ‘scherzo’. Queste parole non devono essere travisate, il gioco di cui parliamo è il gioco della forma, l’autore ha infatti attraversato negli ultimi anni diverse forme di poesia visiva, pervadendo i suoi versi di un carattere amichevolmente ammonitorio, critico nei confronti della società ma sempre lasciando uno spiraglio aperto per il respiro della speranza (L’albero della vita, Portofranco). Il suo risultato poetico dove queste caratteristiche trovano secondo me un equilibrio più attento è “Nuvole di gomma” (Edizioni Riccardi, 2001). Se nelle sue raccolte precedenti poteva presentarsi un apparente corto circuito visivo/allusivo, in CHAT_POESIE la costruzione è completa, il linguaggio di questo libro è un linguaggio devastato dalle incursioni magmatiche di tutto ciò che ci circonda, le canzoni, la televisione, le chat, i pensieri, la massime, la filosofia. E’ come se l’autore si fosse in sostanza messo da parte per lasciare libero sfogo all’espressione dell’etere, mantenendo tuttavia alta una soglia di attenzione per fare in modo che il non-senso dei miscugli di linguaggi possa essere riconducibile ad un quid poetico. Un bel libro, impreziosito da un segno grafico originale che Oronzo Liuzzi (il quale è anche pittore, non dimentichiamolo) ha tracciato su ogni copertina.

Manila Benedetto appartiene a pieno titolo ad una nuova generazione di autori, quelli nati dopo l’inizio degli anni ’80, alcuni dei quali hanno formulato una scrittura totalmente nuova, trasformando un’apparente irriverenza in stile e riuscendo a rendere, nella materia del loro discorso poetico, l’estrema urgenza del loro dire. Abbiamo già parlato del suo racconto, comparso nel volume “La notte dei blogger” (Einaudi Stilelibero). La domanda molto retorica che voglio farvi è: Princess Proserpina è Manila Benedetto? Anticipo che a me piace lo stile di tutte e due (anche se poi si tratta della stessa persona). Per descrivere questa raccolta mi piace utilizzare il titolo di un libello di Baudelaire, il mio cuore messo a nudo. C’è tutto, c’è il cinismo allegro e irriverente cui siamo abituati leggendo il suo blog, c’è la passione viscerale e verbale che anima la sua scrittura, sempre sincera. Questo è anche il primo Poet Bar dove irrompe, grazie a quest’autrice, la prosa; mi piace leggere ciò come sintomo del fatto che le nuove generazioni di scrittori hanno compiuto un salto ragionato nella volontà di mescolare gli stili, ridefinire le coordinate, mescolare le carte, cercare strade differenti, a volte anche l’inconsueto, se proposto in serie, può risultare scontato. Non è il caso di questa scrittura, dove ogni sezione è ponderata. Questa è la prima tappa (editoriale) del percorso poetico di Manila Benedetto, mi piace pensare che questo libro costituisca anche la risposta ad una domanda “i blogger sono personaggi costruiti, sono soltanto maschere d’autore?”, no, in questi versi non ci sono bugie. Ha ragione Lello Voce, quando definisce ancora turbinosa la cifra stilistica di quest’autrice, quelli che lo stesso definisce lapilli, siamo certi, diverranno fiumi di lava.

“Al di là dell’apparenza” è l’ultimo libro di cui ci occupiamo in queste brevi segnalazioni, è l’esordio poetico di Davide D’Elia, giovane leccese che vive e lavora a Bari, pubblicato con Libroitaliano. Se l’esordire, posta la convinzione che si possieda una certa volontà di farsi ascoltare e tradurre il mondo in scrittura – dicevo – se esordire è difficile, esordire con un libro di versi è doppiamente difficile. Molto spesso un’opera d’esordio rischia di risultare un colpo andato a vuoto per ragioni che non hanno nulla a che vedere con la scrittura. Ma quali sono gli effetti che cerca un esordiente? La poesia è ricerca, quindi, con una prima raccolta ci si può subito chiedere dove questa ricerca sia stata indirizzata, quali luoghi si siano scandagliati. Davide D’Elia si occupa, principalmente, dell’universo interiore, degli stati d’animo, i suoi, e lo fa con un tono colloquiale, recuperando un parlare medio, non scontato. La premessa maggiore è contenuta nella brevissima introduzione che l’autore stesso scrive, i suoi sono punti di vista, esperienze che non vogliono suggerire verità. Le verità poetiche con le quali si confronta questo primo esperimento sono, soprattutto, il disincanto che si prova di fronte alla bellezza e il desiderio di esprimerlo. Il verso di D’Elia non è ascrivibile ad una tradizione in particolare, nè c’è tra i componimenti un’omogeneità, che va trovata tutta nella voce narrante. In ‘Visione’, ad esempio, il tema iniziale è l’esatta trasposizione del dantesco tanto gentile e tanto onesta pare, in un ‘Quando ti vidi camminare tra la gente/ebbi l’impressione d’averti già veduta’. Il parallelo è rischioso, l’esito è sincero. Le poesie di D’Elia si spendono tra amore espresso e amore ‘ragionato’, dolore sentito e dolore ‘mascherato’, “i pensieri d’amore mai espressi e l’agire mai agito” di cui parla lo stesso autore. Il discorso è così delineato e la scelta di sè come argomento unitario e mai eccedente fa di questo esordio un testo interessante. Ciò che ci aspettiamo, fiduciosi, , da quest’autore, è il passaggio ulteriore, quello della consapevolezza di questo sè-descritto.

Il settimo sigillo, su “L’ultima caccia di Federico Re” di Antonio Errico


Prima di intraprendere un discorso sull’ultima opera pubblicata da Antonio Errico (L’ultima caccia di Federico Re, Manni Editori), è necessario porre una premessa. Questo libro, innanzitutto, non è un romanzo. Del romanzo conserva la forma ‘visiva’, e del romanzo mantiene la promessa di impostazione, di intreccio coerente e sviluppo altrettanto coerente dell’episodio. Per ciò che concerne la scrittura, invece, quest’opera è un poema, appartiene ad un genere difficilmente percorribile e risolto da Antonio Errico in modo lieve (non leggero).
Abbiamo già scritto su “Lo scriba di Càsole” di Raffaele Gorgoni, ci troviamo ad affrontare nuovamente un romanzo storico, il paragone, almeno per la vicinanza spazio-temporale delle pubblicazioni e degli autori è interessante per scoprire il modo che entrambi hanno preferito utilizzare per trattare la materia storica.
Nel romanzo di Errico la vicenda storica di Federico costituisce il pretesto della narrazione, l’autore è interessato alla poliedrica figura di Federico, il Re colto, dedito alla lettura dei trattati sull’arte venatoria e allo studio della filosofia. Il romanzo di Gorgoni individua chiaramente il conflitto con la cultura dell’Islam, traendo le conseguenze dell’impatto dei fattori economici sulle vicende storiche, nella ‘Caccia’ di Antonio Errico, la cultura ed il rispetto della cultura altrui, trovano una proposta concreta nel ‘dialogo’, rappresentato nell’assedio di Gerusalemme. Su questo terreno troviamo le connotazioni differenti di questi due autori, una in cui prevale l’impianto narrativo-storico con intenzioni descrittive (Càsole), l’altro con un debito contratto nei confronti della materia poetica, anch’essa derivata da notizie storiche puntuali, fonti che non vengono troppo profuse se non come riferimento se non in appendice al testo.
Basta scorrere il testo dalla prima pagina per accorgersi, proseguendo la lettura, di come questo gioco di assonanze e rime interne non sia affatto costitutivo di singole parti, le quali magari lascerebbero il posto a segmenti narrativi. No, il romanzo in questione è un impasto linguistico che va goduto ad alta voce. Nel Medioevo il nobile che sentiva l’approssimarsi della sua morte si congedava da mondo intraprendendo da solo il suo viaggio. L’amarezza di alcune meditazioni di Federico è propria di quest’atmosfera “Adesso sono qui, in quest’ora. Solo. Non c’è nessuno intorno, davanti. Nessuno. Sono tutti dietro. Sono tutti distanti. Perduti. In questa battuta Federico è solo”. Siamo alla resa dei conti, cinquantacinque anni, né troppo vecchio né troppo giovane. E’ l’ultima caccia di un uomo che è stato al centro della storia. Se la storia fosse stata un’ellisse allora Federico ne avrebbe occupato uno dei fuochi, l’altro sarebbe stato occupato dalla Preda. Eppure, ripetiamo, la Storia è un pretesto di questa narrazione, un pretesto dichiarato proprio con le parole di un poeta che fece della musicalità il suo dettato, Giorgio Caproni, la strofa è una dichiarazione d’intenti “Leone o Drago che sia/il fatto poco importa./La Storia è testimonianza morta./E vale quanto una fantasia”.
Il refrain poetico torna più volte, con insistenza, dalle pagine introduttive e in maniera più presente nelle prime cinquanta pagine (dissiperò il mio regno/Non ci sarà mai pegno, ed ogni primavera/[…]quando sarà sera, inghiottirà le tracce/[…] quando le minacce, lo spavento-momento/scappare-pesare).
La scrittura di questa ‘favola’ storica procede grazie a questo ‘cuntare’ poetico che in tal senso si fa ritmo della narrazione.
Questo resoconto racchiude il lucido bilancio di ciò che è stato della vita di Federico, fatto da lui medesimo, senza possibilità di dialogo con le figure del passato, con chi accompagnò nel viaggio il Re; egli è ora solo e non ci sono testimoni che possono confermare la sua ricostruzione; la conosciamo noi, perché sono passati secoli, ma non ne è al corrente Federico, che è il protagonista. Ed è lui, adesso, a parlarci in prima persona, siamo in presenza del suo ultimo e consuntivo soliloquio. Gli esiti di questo discorrere sono a volte sconcertanti, recano il terrore moderno del guardare dentro se stessi, una volta per tutte ‘Mi sentivo rinchiuso nel nome di Federico’.
Uno dei punti fermi utili per ricostruire la psiche di questo Re narrato consiste, da parte di Errico, nell’accettazione della vacuità della vita di fronte agli abissi della coscienza, ‘vanitas vanitatum’, gli onori del comando e l’impero sono “una disperata caccia del niente”. Vanità è l’amore che il Re da giovane subisce in un pomeriggio afoso. Federico incontra S. Francesco che lo stupisce con la sua sicurezza e superbia. Il rivolgimento interiore di Federico sulla sua coscienza si risolve in epochè, con esiti che apparentemente possono sembrare discordanti, flussi interiori nei quali irrompe l’io, un io che si fa tutto contemporaneo, odierno, alle prese con i dubbi di un governare che Federico avrebbe desiderato essere un’azione salomonica e saggia. Ma come accorgersi che ciò che è stato fatto è giusto? Che cos’è la giustizia? Il disegno politico fa parte di un disegno divino? Le nostre storie sono parte di una Storia? Come può la Storia essere influenzata dalla microstoria che ognuno di noi vive, ogni giorno, dall’amore, dai turbamenti: “La sorte mi ha fottuto sul finale. Quando sembrava che avessi vinto tutto mi ha fottuto”. Gli esiti e le riflessioni divengono moderne, in questa prosa/poesia, anche nel linguaggio: “Forse siamo soltanto replicanti. Ombre esitanti sulla scena di un giorno soltanto, insignificanti comparse di una trama che nemmeno conosciamo”.
Il bosco di Federico è un luogo mentale, un momento di stasi nel quale ci si è persi, smarrita la strada, smarrito il senso. La descrizione dell’ultima caccia come di un momento cruciale, dove Federico si giocherà il tutto per tutto, un attimo sospeso che viene descritto, sviscerato: “Io sono il sovrano di me stesso, in questo bosco. Non lo sono mai stato prima d’ora, in nessun tempo, in nessun posto. Prima d’ora sono stato il servitore della statua di un sovrano in cui non mi riconoscevo”. L’esperimento di scrittura, condotto a questo modo, riesce nell’impresa di esprimere l’avvicinamento alla ‘caccia’ intesa come momento di un’ipotetica resa dei conti di Federico con tutta la sua vita. (“La caccia che è visione splendente che schiara l’oscura stagione che vivi”).
La caccia di Federico era la ricerca disperata di un senso, una spiegazione logica a tutte le emozioni e le perdite della sua vita di regnante. La sua vita si chiude nello smarrimento di sé. Ricoperto di neve e avvolto nell’oblio di un bosco.
Un miscuglio felice di prosa e poesia insieme, dove il pretesto storico diviene pura analisi del soggetto e dove narratore e narrato si fondono, lo stesso Errico fa interrogare Federico sulla possibilità di racchiudere in parole un destino, sull’ipotesi che una narrazione possa essere contemporanea all’oggetto diveniente della narrazione stessa. Per riuscire in ciò bisogna fare in modo che il tempo del romanzo in questione, storicamente localizzabile, si trasformi in tempo sospeso.
In Cosmopolis (De Lillo, Einaudi), ad esempio, la vicenda narrata è chiusa perfettamente in un arco di tempo di poche ore, ed il protagonista si trova, al termine di una giornata dalle vicende iperreali, assurde e allucinate, faccia a faccia con il proprio destino. La citazione di questo romanzo americano è funzionale per comprendere come sia difficile narrare una vicenda conclusa (la notte del bosco) e racchiusa; il mondo di Federico non esiste, non esiste più la Storia, tutto è filtrato nel sogno/visione/sospensione/racconto.
Questa scelta inusuale si regge sulla creazione di luoghi tramite ripetizione, a volte ossessiva, proprio perché dettata da scelte che si avvicinano alla poesia: “io per stanarti ti farò impazzire”, “io per stanarti incendierò la notte”, “Ora per stanarti ti cercherò col cuore”.
Gli elementi su cui fa affidamento l’Autore per elaborare il dissidio interiore di Federico in chiave contemporanea sono: il rapporto con i propri figlio e con suo padre, Enrico, rapporti nei quali il Re ha fatto prevalere più la ragione di stato che la ragione del cuore, sprofondando nell’amarezza; la passione per la cultura e per il dialogo di culture, di cui si fa argomento per l’assedio di Gerusalemme; il passaggio di consegne di una città grazie alla mediazione filosofica, piuttosto che con lo scontro diretto. Questi sono i momenti di questo romanzo dove si fa chiara l’intenzione di far trapelare un messaggio.
Federico, dopo questo monologo, è solo, la stessa morte non riesce a svelare i suoi segreti. Il lettore tuttavia può intuire di quali fuochi fosse acceso il suo animo.

“L’ultima caccia di Federico Re”, Antonio Errico, Manni Editori, 2005, p. 151, €13,00

“Le ragioni del lavoro intellettuale” sul forum dell’editoria pugliese del 12 marzo a Bari


1. Ci sono cose che ci piacerebbe sentire e cose che abbiamo già sentito. Le prime ci auguriamo di sentirle e faremo in modo che certi discorsi possano nascere, le altre le abbiamo già sentite e sarà utile confrontarci anche su esse. L’editoria è sorretta da discorsi legati strettamente all’economia. Qui ci fermiamo e per il momento non diciamo che l’economia è strettamente legata alla politica. Sappiamo che l’editoria italiana è in crisi, sappiamo che promuovere un libro è un’operazione che va equamente condivisa, negli intenti, tra editore e autore. Sulla quantità più che sulla qualità di questo spartire abbiamo qualcosa da dire, al di là dell’aspetto economico. Una volta che l’autore ha partecipato attivamente nella stampa di un libro, come può sapere quante copie ne vengono tirate, dove vanno a finire, come vengono gestite? Non ci piace sentire che l’editore farà tutto il possibile per la promozione di un volume, perché, in quanto autori di una certa età (al di sotto dei trent’anni) acquistiamo molti più libri di quanto non facciano altre fasce della popolazione e questo per due motivi, innanzitutto siamo più curiosi, siamo voraci e siamo interessati. In secondo luogo ci piace vedere cosa scrivono altre persone della nostra generazione di mezzo o più adulti di noi, per confrontarci, per vedere cosa ci accade intorno, per essere informati sull’attuale stato di evoluzione di quel fenomeno che si chiama ‘scrittura in lingua italiana’. Sappiamo già che i nostri editori fanno tutto il possibile per promuovere le loro opere, lo sappiamo perché ce lo dicono. Dov’è allora il problema? Tutti gli autori che sono intervenuti fino ad oggi in questo dibattito hanno asserito che l’editore deve essere intraprendente. Il concetto di intraprendenza, in senso lato, può essere così applicato: stampare meno titoli ma far fruttare bene i soldi investiti, ad esempio, in pubblicità sul libro, pubblicità di ogni genere, presso riviste che si occupano di cultura, presso testate giornalistiche, presso altri editori, sulla rete, in libreria. O ancora: creare uffici dinamici e interrelati dove le notizie circolino, dove soprattutto si legga anche ciò che viene detto in giro riguardo ad un testo, affidare questi compiti a persone preparate e non a persone che lavoreranno per sei mesi senza contratto per poi andare a finire a lavorare da un’altra parte dopo aver incubato in una casa editrice il loro primo step curricolare. Creare lavoro e far circolare denaro. Si, ma gli editori dicono, il libro non si vende. Eppure le tipografie sono luoghi di produzione eccellente, quando un libro esce di lì dentro, a prescindere da chi ne sia l’editore o l’autore, il libro esce proprio ben fatto, quasi quasi si potrebbe scambiare per il libro di una grossa casa editrice (una delle tre). Perché non si vende? Forse sta scritto male? Impossibile, alcuni titoli sfornati negli ultimi anni da case editrici pugliesi sono eccezionali. Forse non si fa tanto per promuovere il libro? Come è possibile dare vita ad un’economia sostenibile, anche per l’editoria? Gli autori si lamentano che devono sborsare per essere pubblicati e sono costretti a fare ciò perché l’editore non può azzardarsi di stampare duemila copie di tutti i manoscritti (anche soltanto di quelli buoni) che gli vengono inviati. Gli editori si lamentano che non vengono acquistati i libri. Esiste un punto possibile di congiunzione o, quantomeno, un punto in cui o l’autore o l’editore hanno manifestatamente torto? Le spese di produzione di un libro vanno ripartite secondo differenti voci, partiamo dalle spese di produzione. A seconda che il libro venga stampato appoggiandosi presso una tipografia oppure utilizzando macchine digitali esso può avere un costo grezzo differente, che non arriva tuttavia a superare il migliaio di euro per una tiratura di cinquecento copie, le quali a loro volta data l’asfissia congenita del mercato librario pugliese sembrano essere un congruo numero di copie, abbastanza per comprendere se un autore è una schiappa oppure se è un buon esordiente, abbastanza per capire se un investimento è andato a buon fine oppure per accorgersi che appena appena si è riusciti a far fronte alle spese senza perderci. Se poi l’editore si appoggia frequentemente ad una tipografia esterna (ma l’ideale resta avere delle macchine digitali proprie) è naturale pensare che esso possa ottenere sconti sulla produzione quantitativa, nel senso che portando in tipografia più volumi contemporaneamente si può ulteriormente contenere il costo di stampa. Anche per questo motivo le uscite editoriali vanno e sono comunemente programmate con un certo anticipo. Nel capitolo della spesa di stampa ci mettiamo quindi tutte le spese relative alla stampa del volume, alla sua rilegatura, alla stampa della copertina e al suo trattamento/abbellimento eventuale. In sostanza consideriamo chiuso il capitolo relativo al prodotto. In seguito il libro, da oggetto materiale diviene merce acquistando un carattere ideale, il valore aggiunto che da a quest’oggetto l’editore. Il valore che l’editore vuole dare a quest’oggetto è la somma di tutte le peculiarità e le professionalità che sono quotidianamente in gioco nella vita quotidiana di una casa editrice. Tecnici, addetti al settore commerciale, controllori di vendita, ragionieri, impaginatori e grafici, designer, addetti all’ufficio stampa, addetti all’area manoscritti, addetti all’area marketing, redattori, collaboratori etc. Alcune figure professionali non esistono più, i traduttori vengono pagati sul singolo libro tradotto, i correttori di bozze non esistono (e certe volte si notano i risultati della loro assenza). La vita di una casa editrice medio-piccola è fatta di persone che svolgono, se va bene, almeno due mansioni ciascuna, con evidente impossibilità di mantenersi al passo con quanto accade nel mondo esterno. Mi si potrebbe obiettare che non è così, che i collaboratori sono tutte persone serie, che fanno con passione il loro lavoro e che vengono seriamente retribuite. Tuttavia gli editori rendono ragione di un concetto “si vendono più libri -> circola più denaro -> si possono affrontare più serenamente i rischi -> addirittura si può facilmente investire”. Questo concetto che non fa una grinza dal punto di vista ideale fa acqua da tutte le parti quando si scontra con la realtà perché c’è un momento, tra la produzione materiale e quella immateriale, che non viene spesso quantificato, ovvero il ‘lavoro intellettuale’.
2. Quanto costa produrre un oggetto intellettualmente valido, coerente dal punto di vista stilistico, eccezionale come merce di scambio possibile? Un libro non è mai un punto di arrivo. Un libro è l’asintoto di tutti i discorsi che tendono e che partono da esso. C’è un momento nella catena di produzione in cui l’editore fa i conti in tasca all’autore e in tasca a se stesso dimenticandosi di aver a che fare con lavoratori come lui, se il lavoro intellettuale ha senso anche in periodi dove il cervello è un contenitore di repliche, spot e affini. E questo accade anche con chi lavora all’interno delle mediopiccole case editrici. Torniamo al nostro bel libro paragonandolo ad altre merci. Facciamo finta che ad un editore si guasti la macchina, una macchina per la quale ha speso dai nove a quindicimila euro per rimanere nell’ambito delle monovolume (soldi che guadagnerebbe un autore lavorando per un anno al sud essendo molto fortunato). L’editore va dal meccanico per farsi aggiustare la macchina ed il meccanico fa un preventivo di duemila euro. L’editore ingoia il rospo e decide di pagare quella cifra, la macchina gli serve tutti i giorni, non può farne a meno davvero. Qual’è quella persona così stupida da affidare migliaia di euro in mani di altri, oltre che ad affidare una sua opera, senza informarsi e senza chiedere quali risultati otterrà? Qual è quella persona così stupida da mettersi a scrivere e buttare dalla finestra i propri soldi senza sapere se otterrà dei risultati tangibili? Per il suo stile si intende. Perché è di stile che si parlerà a questo forum, o no? Qual è quell’autore così stupido da credere che basterà pubblicare a pagamento un libro perché quest’ultimo si legga o si venda? Eppure ce ne sono tanti, è una questione di stile o c’è o non c’è. Ci avviciniamo alle elezioni, due tornate in meno di un anno e mezzo. A questo forum si toccheranno anche argomenti legati alla politica e la politica è il luogo del conflitto, virtuoso o vizioso, delle classi sociali. Come risponderanno gli editori di fronte alla crescita della scrittura, in quantità e qualità, che non va, sempre, di pari passo con la loro conoscenza (non sempre perfetta ma perfettibile) del territorio in cui operano? Anche questa è politica. Le molte presentazioni, oltre che a far conoscere l’autore e vendere il suo libro, sono le poche occasioni in cui il lettore può chiedere chiarimenti oppure può semplicemente fruire idee in modo gratuito, posto l’assunto che non tutti si possano permettere l’acquisto di un computer con collegamento, oppure l’acquisto di una decina di libri al mese o altro. L’elevazione dello spirito passa anche da queste occasioni. Questa indicazione serve giusto per ricordare agli editori che svolgono un’azione sociale e politica, il libro resta ancora il modo più economico per confrontare le proprie idee e maturarne di nuove, insieme alla lettura dei quotidiani.
3. Tutti al forum, per parlare anche di distribuzione. Se ne sono accorti gli scrittori emergenti, se ne sono accorte le case editrici, se ne sono accorte le librerie, sparse un po’ in tutta Italia, così non si può andare avanti, ci vuole una svolta. Esperimenti alternativi e cooperativi di diffusione del libro sono già in atto. Penso ad esempio al circuito di Interno 4 (presente a Lecce con la libreria/associazione Officine Culturali Ergot), all’esempio dato da AutoriEditori, che, in Veneto, hanno stampato dieci volumi (dello stesso formato e con caratteristiche simili alle prime edizioni di StampaAlternativa, i Millelire) di autori esordienti. Il passo in avanti consiste nella possibilità di leggere online queste opere, scaricabili in formato PDF. Penso all’esperienza di LiberTAS, iniziata nel gennaio dell’anno scorso, che sta viaggiando verso la costituzione di un consorzio di piccoli e medi editori che stanno riuscendo a conquistare i propri spazi. C’è l’esperienza concreta e decennale dei Wu Ming (WuMingFoundation) a dimostrare che la circolazione non a pagamento delle opere non è affatto un’opera gratuita. Si aggiunga che il discorso portato avanti dai WuMing e dalla ‘comunità dei lettori’ è un discorso, oltre che letterario, sociale, politico e orizzontale. Il dibattito tra letteratura e società, autore e lettore è vivissimo. Mediando ciò con opportune riflessioni su autori (basti citare chi ha precorso i concetti di rete come Deleuze e F. Guattari) possiamo comprendere come i concetti di ‘rete’ e di ‘diffusione sulla rete’ siano altro che assommabili al flusso di 0 e 1 che può passare attraverso una banda in ADSL o un telefonino UMTS. La ‘rete’ è altro, la rete è possibilità di creazione di discorsi orizzontali e trasversali, rizomatici, senza mediazioni né provenienti dall’alto né provenienti dal basso. La rete, in una parola, è immagine speculare della cultura di massa, senza l’accezione negativa che può assumere questo vocabolo. La rete è cultura di massa nel momento in cui diviene strumento di interlocuzione/costruzione/scambio, e non ennesima replica di Tele-Visione di informazioni, replica dell’idea di contenuto, un’idea di rete popolare come un’idea di cultura popolare, che oggi è già possibile grazie al libro stampato e alla scrittura. Non stiamo parlando di preistoria, gli editori se ne sono accorti da tempo, se ne sono accorti anche gli scrittori, la parola forum diviene di uso comune per indicare la possibilità di sedersi ad un tavolo e discutere senza ruoli predefiniti, con qualcosa da aggiungere. E la distribuzione, cosa c’entra con tutto ciò? Tra qualche anno forse si potrà discutere ed attuare un modello di distribuzione alternativo che possa essere utilizzato (anche) dagli stessi editori per fronteggiare lo strapotere di alcune catene forti.
4. In un simile scenario potranno essere (anche) affrontati discorsi relativi, per la piccola e media editoria, ad un innalzamento della considerazione di chi svolge un lavoro intellettuale, affinché il costo di un libro, essendo derivato da queste nuove spese ‘aggiunte’ possa essere realmente distribuito e ‘spalmato’ in maniera razionale. Resta ragionevole pensare che l’investimento minimo per affrontare una pubblicazione non scenda al di sotto di una soglia di quattro/cinquemila euro? Certo, ciò è pienamente condivisibile, se l’investimento viene realmente utilizzato per l’obiettivo preposto, la diffusione delle idee, la crescita dello stile, la maturazione dell’autore.

L’abisso dello spettacolo. Andata e ritorno. su “Contro la comunicazione” di Mario Perniola


controlacomunicazioneperniolaMario Perniola inizia il suo ultimo lavoro, “Contro la comunicazione” raccontando tre brevi storielle, indicative dell’atmosfera, forse meglio dire ‘pneumosfera’, della quale si avvolge il mondo della comunicazione. Farò ugualmente anche io, raccontando un aneddoto. Sono stato iscritto alla facoltà di Filosofia di Lecce dal 1995 al 2002, anno in cui mi sono laureato. Nel 1995 i corridoi di Palazzo Parlangeli erano sempre affollati di studenti, si poteva addirittura fumare, praticamente dovunque, e una delle scene più consuete era rappresentata dallo studente/studentessa, seduto/a sui gradini delle scale a chiocciola in puro cemento armato non rivestito, a leggere un libro (Hegel, Feyerabend, Kant). Il nostro professore di Estetica, ogni tanto, si accendeva una sigaretta in aula durante la lezione, mentre quello di Teoretica non alzava lo sguardo dal testo della Gessammelte di Kant, prima leggendo in tedesco e poi traducendo a memoria. Nel 21002, anno in cui ho abbandonato quei corridoi non si poteva più fumare e, gli iscritti al corso di laurea erano una quarantina. Dov’erano finiti tutti gli altri? Forse perduti nel passaggio tra un vecchio un nuovo ed un nuovissimo ordinamento, persi alla ricerca di un metodo che potesse trasformare in lavoro una laurea. Dove si iscrivevano i nuovi diciottenni, freschi di maturità? A SdC. Ed è lì che sono confluiti, insieme ad un cngruo numero di interessati alla materia un altrettanto congruo numero di disinteressati alle facoltà scientifiche (di cui SdC conserva l’aura, per molti e poco convinti, di tecnico esoterismo). Il carattere trasversale di SdC, molto più accattivante della trasversalità di saperi offerta dalla facoltà di Filosofia, ha fatto centro. Fine dell’aneddoto, con l’indicazione che anche a Filosofia c’erano molti studenti parcheggiati. Importante per comprendere come la lettura dfi questo saggio interessi una larga parte di ‘pubblico’, per due motivi. Il più importante è forse quello che in questo testo si tenta di individuare una soluzione che va oltre la critica di uno stato delle cose. Perniola nel suo testo analizza i caratteri distintivi della comunicazione, con esiti che sono centrati :”[…] emerge una differenz rilevante con lo spettacolo: buon attore è chi sa recitare in modo coerente molte parti di una commedia, ma buon comunicatore è chi, pur non interpretandone bene nessuna, riesce sempre ad occupare la scena”. Nell’era della comunicazione il modulo in voga è quello della ‘performance’, e del tentativo consumato di eternizzare l’effimero, in ciò, la comunicazione, anche grazie ad “una catena di ingenui pronti a scrivere la storia dell’ultima idiozia”, compie la sua opera in modo egregio.
Il concetto sosstenuto da Perniola è che la comunicazione, con la scusa di presentare la superficie con tutto il suo sfavillante splendore, nasconde invece un sostrato di oscurantismo, la pretesa e scultorea eternizzazione dell’attimo, comunicazione del nulla. La comunicazione necessita di una soglia d’attenzione da mantenere sempre alta per nascondere il vuoto. Perniola affronta diversi ambiti/accezioni sotto il profilo della comunicazione, il segreto, la violenza, la new economy, ma anche la vita, i valori, la pornografia, il fascismo e altri, fino al termine ‘obliquità’.
La prima parte del testo è dedicata infatti agli aspetti della comunicazione. ne deriverebbe un quadro molto poco confortante se la seconda parte non fosse dedicata all’estetica e alle sue chance di vittoria critica sulla comunicazione. Mario Perniola insegna per l’appunto Estetica presso l’Università Tor Vergata di Roma e presso l’Università di Kyoto. Ma torniamo alla facoltà di SdC, dopo un’attenta analisi comparata di fascismo e comunicazione Perniola parla degli studenti: “Quando una massa enorme di studenti si accalca davanti alle segreterie dei corsi di comunicazione, essa offre uno spettacolo che è indubbiamente più rassicurante delle adunate fasciste, perché non vuole <<credere, obbedire, combattere>> ma sostituire il lavoro col gioco, Thanatos con Eros, la guerra con la pace universale. La mia simpatia è tuttavia piena di mestizia, perché sono destinati a essere gabbati non meno dei loro antenati fascisti”.
A conclusione della prima parte, saremo in sospeso con una domanda: dopo che l’insensatezza della comunicazione viene fatta discendere ed è affiancata all’insensatezza del pensiero occidentale, pervasiva, invasiva, livellante e distruttiva, dopo di ciò, esiste qualcosa che può contrapporsi alla comunicazione? Esiste una superficie altrettanto forte, ma dotata di un’ontologia propria, tale da prevaricare ogni paradosso e resistere allo strapotere del nulla, magari utilizzando mezzi che apparentemente, per alcuni, possono sembrare simili? La risposta sottintesa è un sì, l’affermazione di Perniola è Estetica. L’estetica dispone di tutta una serie di sfaccettature –non ultima la sua storicità, intesa come riflessione su diversi concetti filosofici – che la mettono nelle condizioni di contrapporsi allo strapotere della comunicazione massmediatica. In questo senso va intesa non una sua riscoperta, di cui questo testo non vuole tessere l’incominciamento, bensì una sua attuazione come forma di resistenza e lotta.

Mario Perniola, Contro la comunicazione, Einaudi, 2004

Dizionario anfibio. Considerazioni su “Vita felice di un pesce rosso” di Nicolangelo Barletti


1. Nicola Pagano, uno dei protagonisti di questo romanzo, viene colto nel suo momento di limpida agnizione di ciò che è stata la sua vita, e così Marco, e così Claudia. Le situazioni si presentano con ironia, senza troppi sorrisi, tutto viene visto in modo fotografico, le descrizioni sono precise e istantanee. Il computer gioca un ruolo interessante in questo romanzo, ridotto a puro elettrodomestico necessario al lavoro e al lavorio, ognuno ha a che fare con la sua tastiera, vuoi di un portatile, vuoi di un desktop oppure di una cassa all’interno di un supermercato. Le chat sono ‘noiose’, utilizzate per riempire il tempo libero sottratto alla monotonia dei giorni. Nicola ha compiuto un percorso, fino al momento della narrazione presente, che lo ha visto passare da Potere Operaio alla direzione di ‘Trend’, un ‘cesso patinato’ è l’espressione ricorrente, dove si occupa di decretare il successo o l’insuccesso di lavori teatrali tramite i suoi articoli. Nel mezzo di queste parentesi un episodico passaggio nell’Università, vissuto abulicamente e senza un reale attaccamento per la docenza. Marco è un ballerino, anzi, un danzatore, proveniente dagli ambienti della sperimentazione, dei quali un bel giorno si stufa, accettando la proposta fattagli da un politicante, il quale gli assicura una partecipazione come comprimario ad uno spettacolo con diretta su canale cinque: il rientro di un notissimo ballerino russo. A queste due vicende s’intreccia (nella vita e nella chat) la storia di Claudia, inseguita e inseguitrice, figlia di uno strozzino che ricicla il denaro per conto della mafia. I personaggi di Barletti sono colti tra Lecce, Milano, Roma, sfuggono continuamente alle loro responsabilità, chiusi in quella età di mezzo collocabile tra la fine degli studi universitari e l’ingresso nel mondo degli adulti, e finiscono ognuno con la propria insoddisfazione, anche affettiva che ad esempio in Claudia si traduce nella continua masturbazione. Sono tutti e tre in debole contrasto con una famiglia troppo presente, troppo pressante, troppo ‘salentina’, con l’attaccamento alla festa patronale, ad esempio, che viene descritta (come lo sono tutte le descrizioni di ambienti e materiali in questo romanzo) con minuzia ed esattezza dello sguardo, uno sguardo che comprende il tutto dal particolare, alternando la prima persona all’io narrante e mescolando i piani temporali in un arco che comprende una trentina d’anni.
La narrazione diviene racconto dell’impossibilità di reggere il peso delle situazioni con maturità. Ad un flashback sul passato corrisponde un episodio presente, oppure una serie di flashback ad incastro l’uno subito conseguente del successivo. Una stanza, il monitor di un computer oppure lo schermo fluorescente di un portatile, la solitudine, il silenzio della riflessione, divengono barometro dell’ansia, misura familiare che contrasta con l’abisso, nella fattispecie il saper affrontare degnamente la vita, senza vie di scampo.
2. Ma torniamo allo sguardo dell’autore, che in effetti è più protagonista dei personaggi contenuti nel romanzo. Questo sguardo infatti si sposta da una scena all’altra, spaziando tra i piani del tempo, senza fissarsi sull’inconscio o sulle situazioni degli stessi. Accade il contrario quando il personaggio di turno è faccia a faccia con lo schermo di un computer. La macchina diventa l’unico specchio riconoscibile della coscienza dei personaggi che, invece, conservano nella loro quotidianità un congruo grado di mutevolezza. La stessa disinvoltura e mutevolezza ha l’Autore nel farci passare da una situazione temporale all’altra, con brevi ‘label’ temporali poste all’inizio dei paragrafi. Bisogna tenere precisi a mente quali sono i ‘caratteri’ dei personaggi che sono stati costruiti, così soltanto li si può seguire per tutto il corso della narrazione, la narrazione viene data per ‘assaggi’, a poco a poco delineando un quadro. Rintracciando la linea della vicenda come somma dei piani che si intersecano scopriamo che il padre di Claudia nascondeva un traffico di denaro e riciclaggio, e più avanti invece scopriamo che il tutto era stato orchestrato a monte da…..Questo è soltanto uno dei percorsi che vengono tracciati da Barletti all’interno di quest’opera.
Sembrerebbe strano parlare di ‘romanzo di formazione’ per l’opera di un poco più che sessantenne autore, alla sua prima prova narrativa che allo stesso tempo è di così ampio respiro (più di trecentosessanta pagine), tuttavia l’impressione che si ha è proprio questa; per essere più precisi un romanzo di (in)formazione. Il lettore è informato di quanto è accaduto nel passato dei protagonisti tramite cenni rivelatori, i primi amori, le iniziazioni sessuali con prostitute che abitano in case di campagna dove il marito è nell’altra stanza, esperienze omosessuali preadolescenziali, l’incontro dei personaggi con i movimenti politici, la massoneria, la laurea, l’arrivismo, il turbinoso mondo del teatro, i compromessi con i politici ottenuti col desiderio di uscire dal mondo dei teatri ‘off’ per essere appagati dal plauso del pubblico e da quello del denaro. Da contrappunto fanno le vicende del padre di Claudia, la descrizione della corruzione dei politici locali che si affacciano a Roma ma che a casa loro conducono sporchi giochi, puntualmente in malora e collusi con le mafie locali; il politico non è soddisfatto del suo potere e vuole diventare massone, il ballerino non è soddisfatto della sua funzione univocamente sociale e vuole sfondare, la cassiera non è soddisfatta di come la sua vita sia giunta ad una secca sterile e priva di emozioni. I protagonisti si sfuggono persino in chat, per una lunga parte del romanzo, finché…e anche qui sono d’obbligo i puntini di sospensione, dato che anche questo è uno dei punti dove i fili della narrazione vengono stretti velocemente. Ed è proprio nelle ultime cinquanta pagine che questo libro si fa più acceso, proprio nel momento di più alta tensione dove un’ipotesi di ananke presiede allo scioglimento dalle colpe e la vendetta si compie, dopo le premesse accumulate nel corso della narrazione. Una scelta coraggiosa, quella di Nicolangelo Barletti, narrare gli ultimi trent’anni di una famiglia alto borghese, e allo stesso tempo segnare le tappe con il loro equivalente storico (anni 70 = contestazione, anni 80 = sacracorona, anni 90 = manipulite), il tutto sullo sfondo di questa linea immaginaria che collega Lecce a Roma. Un romanzo che potrebbe essere emblematico se pensiamo a quanti intellettuali o professionisti compirono negli anni sessanta lo stesso tragitto, facendo ritorno o facendo perdere per sempre le proprie tracce. Il computer è il pretesto perché i protagonisti, che per un breve periodo della propria vita vissero negli stessi luoghi, avessero un luogo comune di interazione per portare la storia a compimento; al termine della lettura la convinzione è che il titolo del romanzo si riferisca al fatto, forse, che i protagonisti sono sicuramente ’pesci fuor d’acqua’, fuori da se stessi e assenti alla loro stessa vita, tranne Irene.

Vita felice di un pesce rosso, Nicolangelo Barletti, pp. 375, Manni Editori, 2004, postfazione di Donato Valli

su “D’indolenti dipendenze” di Ilaria Seclì


E’ uscito nella collana dei Poet/Bar, diretta da Mauro Marino, l’esordio poetico di Ilaria Seclì, intitolato “D’indolenti dipendenze” e, come è successo per altri titoli di questa stessa collana (vedi Astremo, Semeraro, Benedetto, Petrelli), siamo qui a chiederci se anche questo volume mantenga le premesse di qualità, sperimentazione e ricerca che sono insite nel lavoro condotto da Mauro Marino e nella sua continua ricettività/ascolto di quanto accade attorno all’arte ed in particolare alla scrittura nella nostra regione. Ebbene quello di Ilaria è sicuramente uno dei prodotti più maturi usciti in questa collana. La maturità è data, in questo caso, dalla delineazione di sé e della sua poesia che la Seclì è riuscita a rendere visibile in questa raccolta. Fermandoci per il momento a questo risultato possiamo dire che qui sono contenute diverse e molteplici direttrici che porteranno altri buoni versi. Sarà compito dell’autrice scegliere di intraprendere una di queste direttrici come percorso, quella più interessante è sicuramente nascosta nel sottile intreccio tra la parola e il suono, la parola detta, sentita, strettamente collegata al suo significato. Mi riferisco all’intreccio di ‘corde’, ‘fiati’, ‘respiri’ cha danno densità a questi versi. L’effetto dell’opera d’arte ben riuscita è quello di provocare un effetto di ritorno. In alcuni testi della Seclì il ritorno è puramente ascrivibile all’utilizzo di alcuni vocaboli (barbari/barbarie, mongole corde, “Di odore di terra di fuoco carne e feto”), mentre in altri all’utilizzo di un ritmo ricorsivo. Dove il richiamo e l’influenza sono più manifesti l’autrice è brava nel accumulare una serie di immagini dense, che fanno sciogliere in soluzione gli elementi ascrivibili a questo effetto. Un’altra caratteristica rintracciabile in questi versi è la stretta connessione, a livello di senso, tra gesto quotidiano inteso come rito e gesto intriso di mistero della ritualità, il percorso dei mesi, il tempo che spazia attraverso il respiro (Quei mesi artigiani preparavano linde bende e resistenti di sepolcro/e le attorcigliavamo – occhi bassi e pazienti – ai tronchi delle viti.). E’ come se in certi versi – ma questa a dire il vero è una caratteristica che permea la poesia di Ilaria Seclì – ripeto, è come se in alcuni punti la parola venga masticata, venga triturata nei minimi rivoli del suono, in modo del tutto musicale, senza mai ammiccare ad un gioco puramente sonoro o privo di densità.
LODE AD ADE è una delle liriche simbolo del sapiente mescolìo che l’autrice sa condurre tra il sangue e la terra, spalmato nei miti delle teogonie (cfr anche “lo squarto di fegato titano”, in Postuma) e delle letterature, che quasi sempre rincorre e chiude in un’immagine finale degna delle migliori catastrofi: “Che lo sposo nell’utero polveroso attende/che mi asciuga il sudore e il liquido voglioso/la terra che mi succhia/e mi riprende”, così accade anche in Quei mesi artigiani : “[…] stirpe barbarica/a cavallo attraversava il paese/e se ne andava.”.
L’esordio di Ilaria Seclì è compiuto. Su più piani e più sensi, ed è compiuto. Lo è perché le tracce di influenze che affiorano in alcuni luoghi sono prontamente sopite da un carico di immagini notevole, lo stesso carico che viene dosato in un incedere ritmico, denso di rime internem proveniente dall’abitudine di leggere ad alta voce i propri versi, ripeterli come ritornelli, fletterli.
Alcune di queste poesie potrebbero essere tranquillamente cantate e ritmate, in particolare per una di queste (mi guarda di sottecchi mi ha riconosciuta) sembra quasi automatico il rintracciarne la trama e l’intelaiatura sonora. Un esordio che ha saputo coltivarsi ed attendere, buona fortuna.

D’indolenti dipendenze, Ilaria Seclì, Poet/Bar, Besa Editrice,
con un intervento di Giovanni Lindo Ferretti e postfazione di Michelangelo Zizzi

Giuseppe Granieri – “Blog generation”


giuseppegranieri_bloggenerationGiuseppe Granieri in “Blog generation” (Laterza, 2005), analizza i mutamenti che sono avvenuti, sotto il profilo tecnologico e sociale, nella percezione dell’informazione, a seguito dell’avvento dei weblog (nel testo) comunemente detti blog. Sono presenti considerazioni sui fenomeni che hanno anticipato il fnomeno negli anni scorsi (liste di discussione, ICQ) dalle quali si passa ad una trattazione seria e scorrevole di due argomenti: come i blog hanno modificato il livello di partecipazione pubblica al mondo dell’informazione e quali sono le strategie che il mondo della comunicazione e quello dell’economia applicano per trarre benefici dai blog. Un’escursione interessante è dedicata a Google, al passaggio da motore di ricerca/banca dati, a strumento di conoscenza, e di alfabetizzazione (reale e virtuale) con sconfinamenti nella semantica del web.
Questi argomenti fanno da premessa allo sviluppo dell’ultimo argomento che verrà toccato nel testo: i weblog ed il rapporto con il mondo della politica.
Qualcosa è cambiato nel mondo dell’informazione e della gestione dei contenuti, le logiche di funzionamento di un blog sono specchio delle logiche dell’editoria. Se un giornale tratta argomenti interessanti vende, viene letto, e così un blog. Se un giornale tratta un argomento di interesse particolare può accadere che attorno ad un tema nasca un ‘passaparola’, che porta altre persone a seguire gli sviluppi di quel tema, e così accade per i blog. Esistono giornali che sono dichiaratamente di parte e schierati, e così i blog. E’ naturale che i punti forti dei weblog vangano messi in evidenza dai punti deboli dell’informazione giornalistica tradizionale (carta stampata, televisione), e che quindi la rivoluzione dei blog sia indice della mancata velocità dei vecchi media nel tenere il passo (paradossalmente) con l’ansia non tanto di ‘essere informati’ quanto di ‘partecipare’ degli individui. Chi può dire che ciò che viene stampato su un giornale è vero o falso? Es soprattutto, di fronte ad una notizia falsa, come si può replicare? Attualmente i blog sono l’unico modo con cui si può creare un’informazione e diffonderla nel tempo più rapido e con il minor costo. In questo saggio vengono anche analizzate le componenti socio-antropologiche dei blogger come gruppo esteso, le regole di funzionamento dei linkaggi, il meccanismo di costruzione di ‘ontologie dei contenuti’. Scemata la fase di transizione, nella quale si è apcalittici o integrati, si giunge finalmente a riconoscere tutte le implicazioni positive di questo mezzo, non per niente i paragoni che Granieri fa con un periodo storico sono quelli che accostano la blogosfera alla polis ateniese. Si certificano mutazioni di costume che si accompagnano a quelle del linguaggio, “to google” diviene un verbo inglese che significa l’azione di raccogliere informazioni, a prescindere dal motore di ricerca utilizzato. La vastità delle informazioni (più di otto miliardi di pagine) e l’incremento continuo del numero di blog che vengono aperti, i quali possono durare o essere chiusi, non fa temere. Il recente progetto di costituire ‘la più grande biblioteca di tutti i tempi’ è indice oltre che della volontà di dare coordinazione ai contenuti razionalizzandone il reperimento anche del fatto che attualmente la tecnologia permette di raggiungere un tale risultato. Di recente è stato proposto un progetto simile, che dovrebbe affiancare quello di Google, da parte del Governo Francese.
Il blog diviene alleato dei giornalisti perché da una possibilità di approfondimento delle notizie e di confronto con i lettori.
Interessanti le analisi di ricaduta sul mondo della politica che vengono fatte dall’autore. Un candidato che voglia utilizzare internet come un altro mezzo di propaganda compie un errore di valutazione e difficilmente trova corrispondenza nell’esito della cabina elettorale. La rete rivela la sua importanza come mezzo di possibile aggregazione sociale proprio nel momento in cui viene abbandonata, Granieri porta l’esempio di come nelle elezioni statunitensi la rete sia il mezzo più semplice per organizzare i gruppi di volontari.
Il pensiero che vuole comunicare l’autore è che internet, come la radio o come la stampa, offre un immenso potenziale di democraticizzazione e di reale compartecipazione alla vita pubblica, anche quando ‘partecipare’ significa criticare il principio di auctoritas, tuttavia anche internet, come gli altri media, è ciò che noi facciamo diventare con l’utilizzo, dove la responsabilità del gradiente di verità di questo sistema è diffusa in modo planetario (nei paesi industrializzati).
Se questa opportunità, dal mondo dell’informazione non trova corrispondenza nel mondo reale rischiamo di fallire in questa scommessa. Se posso comunicare il mio pensiero contemporaneamente a cento milioni di persone, ma impiego mezz’ora per raggiungere il paesino situato di fronte al mio, separato in linea d’aria da dieci chilometri e collegato da una strada impervia, il rischio è quello che anche l’economia che si è andata costruendo sulle informazioni, rischia di non migliorare la qualità della vita, ovvero: le zone disagiate del pianeta potranno essere raggiunte da un segnale ed essere connesse e restare invece unplugged per il resto degli aspetti della loro vita quotidiana.
Il merito di questo saggio – per chi si avvicina alla blogosfera proveniendo da un qualunque ambito/luogo – è quello di far cogliere le implicazioni sociali di un fenomeno che non sempre riceve una copertura adeguata fuori dalle sezioni dedicate al ‘costume’ delle testate. Esistono, è vero, delle eccezioni. Il discorso di Giuseppe Granieri essendo un discorso sull’impatto sociale non può non tener conto di certe deviazioni, quella per cui, ad esempio, quando si parla di rete in termini sensazionalisti si toccano argomenti come la pedofilia. Il fatto è che la rete costituisce uno strumento di comunicazione/collegamento per tutti (chi può accedere) e per ogni tipo di comunicazione, quindi, come con ogni mezzo, il buon senso genera buon senso.

Blog generation, Giuseppe Granieri, Saggi Tascabili Laterza, Laterza, 2005

Com’è dura la vita per un(o) (s)papero. su SPaperopoli di Gianbattista Schieppati


[1]. Finalmente in libreria Spaperopoli di Gianbattista Schieppati. Ma perché ‘finalmente’? Per chi non conoscesse la vicenda di questo romanzo faccio un breve riepilogo e chi è già informato a riguardo può saltare al punto [2] mentre chi non è informato o vuole leggere un’ennesima versione dei fatti può pazientare fino al punto [2]. Tutto parte da Inciquid il periodico de IQuindici, il gruppo di lettori che fa da supporto alla Wu Ming Foundation nel compito di lettura, recensione e critica dei manoscritti ricevuti (tantissimi) e che sulla rivista elettronica intitolata Inciquid, pubblicano racconti, incipit di romanzi, poesie. Attorno questi lettori, nel giro di un anno è nato un consistente movimento di attenzione, da parte dei lettori, degli autori e degli editori, ma soprattutto di scrittori che finalmente possono far leggere i propri manoscritti da dovunque e senza filtri, se una storia è interessante, te lo dicono. Un anno fa il romanzo “Tre uomini paradossali” di Girolamo Di Michele approdava a Einaudi, nel corso di quest’anno sono stati altri gli editori che hanno accolto le proposte fatte dalla repubblica dei lettori e altrettanti romanzi sono stati scelti, non ultimo Spaperopoli. Ed eccoci all’oggetto di questa lettura. Nel suo romanzo Gianbattista Schieppati prende spunto dal mondo di W**t D****y per dare vita e spessore ai suoi personaggi, dopodiché li strappa al loro mondo di carta in bambagia atemporale per calarli in una ben definita e cruda realtà. L’atemporalità dei fumetti di W*lt D*s**y contiene sempre il suo contrario, l’universalità che dell’eterno, di mito immortale, e la multiformità eccessiva del tempo. Pensiamo a T*p*lino e alle storie ambientante in luoghi e tempi differenti. L’operazione dell’autore di questo romanzo è stata semplice, ovvero: prendiamo per assunto che Wa*t D***ey abbia dato vita ad alcuni dei caratteri più forti della contemporaneità. Consideriamo che, a livello del linguaggio, tutti i ‘caratteri’ divengono patrimonio collettivo. Ci stiamo avvicinando ad uno dei noccioli della faccenda. Se, per fare un esempio, to google in inglese significa effettuare una ricerca con un qualsiasi search engine, l’utilizzo di questo verbo nella scrittura dovrà essere accompagnato a questo simbolo ‘®’? E ancora, facciamo un altro esempio di appropriazione indebita, questa volta al contrario. Vi ricordate lo spot di quella nota marca giapponese produttrice di entertainment (la stessa del wal*man) riguardante la sua ultima consolle, dove la parola inglese FUN era accompagnata ai loghi presenti sulla tastiera dei comandi e al marchio ‘®’? Può una multinazionale appropriarsi di una parola/concetto di uso così vasto come fun? Queste considerazioni sono preliminari e necessarie per comprendere lo scoramento da amante tradito che ha provato Gianbattista Schieppati quando ha saputo che non poteva pubblicare il suo romanzo con il titolo che aveva concepito inizialmente, e cioè, in alfabeto fonetico [PAPEROPOLI]. Altrimenti? Altrimenti niente perché quella parola è di proprietà di Wa*t D*i*n*y. Che fine ha fatto Pinocchio (e i suoi rifacimenti infiniti)? E Pudocchio? E Penocchio? E Dracula? E Iakula? Come mai nessuno fa causa al terribile Diaboldik? Bisogna anzitutto cambiare titolo e, eventualmente, cambiare connotati e nomi ai personaggi. Al titolo basta aggiungere una (S), mentre per i connotati si pensa un po’, per adottare infine il metodo già resosi efficace quando il romanzo era ancora un inedito, ovvero chiedere una mano ai lettori tramite un concorso, chiedendo di rifare il trucco ai paperi di W**t D****y. Rispondono in tanti, sul sito di Teatroinverso potete scorrere la galleria dei partecipanti, anche perché i loro paperi, tutti, sono copyleft e quindi qualora qualche lettore avesse intenzione di sceneggiare una storia più bella di tutte le storie mai sceneggiate da W**t D****y utilizzandone qualcuno c’è il via libera per la vostra immaginazione. Viene scelto il disegnatore, Giovanni Matteo, che illustrerà la copertina del romanzo. Quindi, ricapitolando, autore Gianbattista Schieppati, lettori IQuindici e i lettori de IQuindici, editore Valter Casini di Roma. Questo è, a grandi linee (e vi consigliamo di leggere il resoconto che ne ha dato lo stesso autore sul sito de IQuindici), il prologo della vicenda, fino a maggio, mese in cui il romanzo, dato alle stampe, verrà distribuito.
[2]. Già dall’inizio non c’è niente di rassicurante, siamo nel cesso di una stazione, che poi è il ‘monolocale’ provvisorio dove alloggia Spaperino, il protagonista di questo romanzo allucinato. La carta dove sono stampate le vignette è la vita, un fumetto triste, l’unico modo perché sia vissuta senza disperazione è ridisegnandola nella mente, nel disegnare a parole una vita da latrina il romanzo si avvolge sulla sua stessa metafora, un gioco che fin da subito mantiene alta la soglia dell’attenzione. Chi sarà il primo incontro di Spaperino? Naturale, PaperoZione, che gli paga ed effettua la prima marchetta. Mentre PusherDuck è il secondo ed ha un altro ruolo nella vicenda. Abbiamo fatto il nostro ingresso ufficiale in Spaperopoli. Le piastrelle del cesso sono schermi per visioni lisergiche, gli elementi dell’arredamento sanitario si trasformano, ci osserviamo a scrutare le mille sfumature con lo sguardo fisso nello sciacquone della turca. Lo spigolo sotto il lavandino è comodo, ci si può dormire, ricorda “Un divano dai contorni morbidi”, il pretesto per un flashback dall’infanzia di Spaperino.
Si susseguono gli incontri tra il protagonista, che non esce mai dal buco e diversi avventori del suo cesso, i dialoghi aprono squarci sui desideri di rivalsa dei diversi personaggi, su tutto quello che avrebbero potuto fare se, soltanto se. I nervi scoperti fanno un male terribile e ogni tanto cedono. Il dosaggio della prosa di Schieppati è ritmico, l’autore è abile nel fare scoprire al lettore, passo dopo passo, com’è che si trova in quella condizione, com’è che ci è finito e, soprattutto, perché la città è così piena di paperi e gastoni. E’ un gusto amaro che non si può svelare. Il protagonista, in down completo, vede un mondo stravolto, ed è interessante accorgersi di come gli altri personaggi vivano in un mondo reale e, pur non entrando nel merito delle allucinazioni di Spaperino, la loro sia una normalità sufficientemente stravolta. Quindi, insieme all’utilizzo metaforico dei paperi ci sono il paradosso ed il rovesciamento, in virtù dei quali, Spaperino, oltre che ad essere un derelitto è anche un puro e un ingenuo, nonostante tutto. Interessante è accorgersi di come la percezione del tempo fluttui diversamente nella narrazione.
All’inizio del romanzo è privo di coordinate, proseguendo nella lettura alcuni flashback significativi predispongono ciò che è accaduto a Spaperino prima che finisse alla stazione. Sul finire della vicenda, quando la traccia del piano temporale si fa più lucida, anche il lettore prende possesso del personaggio. Dal buco nero si intravede (forse) una strada che possa far scrollare la pena di dosso e/o proseguire in altre direzioni.
L’esordio narrativo di Schieppati è interessante per diversi motivi. In quale città si svolge la vicenda? Non lo sappiamo, Spaperopoli è lo specchio deformato delle metropoli italiane e delle cittadine di provincia, basta salire su un treno come un gastone qualunque o andare in stazione. Spaperino appartiene ad una generazione che ha attraversato la nebbia a cavalcioni di un enduro o di un Ktm (e non ‘una’ Ktm), con l’heavy metal nelle orecchie di un walkm*n, con la paura ed il terrore di crescere , per di più circondati da incresciosi esempi di adulti anch’essi inadatti alla crescita. Interessante il rapporto con la droga, la droga che fa tornare bambini, senza più pensieri, eterni disegni in una realtà di fumetti. Anche qui la monotonia di un già letto (discoteca-ectasy-pasticche-vuoto del giorno dopo-musica a palla) viene fugata, il ricordo delle scene in discoteca aiuta Spaperino nel riprendersi alla sua memoria. La bravura dell’autore, poste le premesse di questa alterazione metaforica possibile, sta nel non infittire di figure la storia, limitandosi a centrare una manciata di personaggi simbolo, in episodi descrittivi di un’umanità deteriore, che però non sembra sentirsi in colpa di nulla, basta avere i propri codici morali, non uccidere o non rubare, anche se per alcuni rubare è permesso finchè non vengono scoperti.
Che colpa può avere Ciccio se è costretto ad elemosinare come può un po’ di amore?
A questo punto soltanto la lettura può dare soddisfazione a tutte queste curiosità, anche perché prima di leggerlo avrete ben chiaro che in Spaperopoli, nuda e cruda, la realtà ci viene restituita su un vassoio di pillole e tramezzini rancidi, con scarafaggi nelle tasche compresi nel servizio. Ricordatevi di non chiedere al protagonista il suo nome, potrebbe farvela pagare. Scherzo, forse sì se fosse stato Paperino, Spaperino al limite vi proporrebbe un baratto.

Spaperopoli, Gianbattista Schieppati – Valter Casini Editore, Roma, 2005

“Il Merda (Visione)” da Petrolio di Pier Paolo Pasolini. Appunti da appunti.


[71e] Lingua dell’inconscio costruita sulla schisi, estetica e rivoluzione della merda. La Giustezza, l’adeguamento al primo modello, quello della ripugnanza. I due Dei renderanno Carlo ‘consapevole’ della Visione.
Gli individui aderenti al modello sono silenti, “la parola è divenuta una parola di pura presenza fisica e mimica”, gli individui siffatti sono epifanie. La Visione che coglie Carlo nei pressi del Colosseo si svolge all’incrocio tra via Tor Pignattara e la via Casilina. Muraglioni di un acquedotto lontani, case nuove in costruzione, cortili e case costruite a mano dai propri abitanti. Sfasamento nella visione, sbavatura che fa intravedere per un attimo la plebe di cenci e più si stabilizza sulla visione odierna, ‘tutti sembrano usciti da un negozio per abbigliamento’. La visione del girone Bruttezza/Ripugnanza, Blue Jeans/Maglietta “Er culo de fora”.
Nel [71f] la visione del ‘rattoppato’, finto ‘povero’, con i pantaloni a zampa e “impeccabile strettezza dei pantaloni alla vita” altrettanto “impeccabile larghezza sotto le ginocchia”. Con un gusto “anarchico e scandaloso almeno quanto legalitario e codificato”. L’elemento isolato e rappresentato in questo girone è il Conformismo. I poveri non hanno raggiunto l’uguaglianza sociale lottando, è stato loro concesso di conformarsi ai ricchi nell’apparenza.
La Visione è profetica, e strettamente attuale nel suo ripresentarsi. L’innalzamento di soglia del livello della tecnologia, nei paesi industrializzati, cresce e in proporzione aumentano i benefici che gli individui/modelli possono trarne in beneficio per vita quotidiana, tuttavia l’innalzamento della soglia di povertà e l’aumento delle famiglie e dei singoli che vivono al di sotto di questa soglia è un dato di fatto. Sono dati di fatto, oggi, l’arresto della crescita, la carenza di investimenti pubblici nella ricerca, la carenza di posti di lavoro, la crescita enorme di pensieri in qualità e densità. Il lavoro, supervisivo e globale, poteva essere inteso come una necessità, lavorare e spendere per lavorare di più e spendere di più, smarrire la propria identità e le proprie aspirazioni nella ‘ciclosi’ del lavoro. Oggi non basta lavorare perché la sottrazione del tempo dell’uomo, destinata al tempo della produzione non è più sufficiente, se n’è smarrito il senso. Il Merda e Cinzia sono “sempre strettamente allacciati”, e ancora “tenacemente abbracciati”, si tengono insieme. Si sostengono.
[71g] Nei gironi precedenti un elemento significava un modello. In questo è assente un modello di riferimento, l’unico modello al quale si può far riferimento in assenza di una storia è la salute, manca anche questo riferimento, in mancanza di un modello qualsiasi la visione è visione d’insania, malattia mentale, disperazione, apatia. Privatizzazione degli ospedali, privatizzazione della sicurezza e privatizzazione delle carceri, ma ‘riconversione delle ex strutture manicomiali”. Il matto, il folle, il nevrotico, lo schizo, sono improduttivi, sono peggiori dei malati che quanto meno alimentano un indotto farmaceutico e paramedico. La nevrosi è improduttività allo stato viscerale, non se ne può ricavare nulla, nemmeno Visione. Non c’è quindi la possibilità di essere felici del poco, il povero non può accontentarsi del nulla.
[71h] I colori della Visione decrescono in tonalità, mantenendosi accesi, in un tempo sospeso indiscernibile, la stagione è una “tarda primavera o un caldo inverno”.
“Il Merda e la sua mecca” giungono ad un semaforo, nemmeno in questo caso i due si slacciano dalla presa. Questa volta il Modello è addirittura fuori del suo tabernacolo, è una sorta di santo laico che sta predicando ai suoi apostoli. Il “Culto della sua imitazione”, il verbo dell’abiura, “certo di avere tutto il futuro dalla sua parte”.
Nella Visione si mescolano elemento religioso (fintamente reale, atteggiamento posticcio) e sessuofobia, ‘froci’, nella visione profetica Pasolini esprime una constatazione amara e rassegnata. Questi che oggi predicano il falso amore, il falso verbo, continueranno a comandare facendo piazza pulita, sostenuti dalla povertà, dalla credulità, dalla capacità affabulatrice del reale costituito. “La pietra giace sulla strada rovesciata”, il richiamo al Vangelo, alla predicazione, agli Atti come esegesi del verbo che non è il verbo, il rovesciamento del falso nel vero.
[71i-71l] Questi due paragrafi sono dedicati al Perbenismo Borghese e alla Dignità Borghese. Il primo è ostentazione di superiorità sufficiente. La seconda è consapevolezza di superiorità. Il perbenismo può essere un atteggiamento di simulazione anche non propriamente borghese. Perché esso è finzione. La dignità, invece, passa per il rifiuto di tutto ciò che è ostentazione superficiale, è abiura della comune ostentazione, è profondità del disprezzo. Essa sfocia nella poiesi di un ‘rango’. Il rango si esprime trasfondendo la propria esistenza in esistenza militare. Con la differenza che il militare non è più il povero che viene inviato come carne da macello sul fronte ma è, per l’appunto, il borghese arricchito che deve consolidare il suo ‘rango’, molto più simile, nell’estrazione/intenzione, ad un giovane delle SS.
Ancora oggi, come negli anni ’70, la maggior parte dei giovani che decide di intraprendere una carriera militare proviene dal sud, la maggior parte di coloro che sono andati in missione prima dei vent’anni, non hanno subito (alcuni sì) grossi traumi, il termine del servizio di leva, il servizio civile. Il militare come professione responsabile e ben retribuita. Il futuro vedrà la presenza di un unico o la coesistenza di quattro o cinque eserciti, privati, guidati da interessi economici e al di fuori dell’ONU? Le aspirazioni del singolo sono smarrite, quand’anche fosse costruito un automa intelligente in grado di combattere dovrà sempre esserci un soldato al comando. Un robot, infatti, non può subire un processo delle responsabilità. Carne da macello.
[71m-71n] Il codice della vigliaccheria ed il codice della tolleranza. La tolleranza infruttuosa e senza dialogo che è tolleranza del costume, dell’ipocrisia. La vigliaccheria e l’accettazione sottomessa dell’esistente così come viene allestito giorno dopo giorno. Anche il modello della tolleranza predica il suo verbo a persone smaniose non di sapere ma ‘essere’, tollerare tutto senza darsi spiegazioni, vivere nel proprio guscio senza uscirne, adorare l’Uovo. I colori di questa visione sono più accesi, dai rossi (amaranto, scarlatto, porpora, rosato) si procede verso l’arancione. Ci stiamo avvicinando alla luce? Nell’edizione di Petrolio, nella pagina che precede l’inizio del romanzo che ‘non comincia’ è riportato un appunto preparatorio, un elenco di opere, tra cui “Dante ultimi canti del purgatorio” e “De Sade 120 giornate [progetto]”. Nietzsche, descrivendo il suo “Al di là del bene e del male” scriveva che chi avesse letto lo Zarathustra avrebbe trovato nell’opera seguente gli stessi pensieri espressi senza utilizzare i mezzi propri della poesia. Qualcosa del genere accade affiancando ‘Petrolio’ a ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma’. L’utilizzo del mito nella descrizione della decadenza e dell’ipocrisia del Palazzo. Un paragone con esiti e intenzioni diverse: il Satyricon di Fellini, un’opera dalla realizzazione monumentale. Fellini, che in fatto di ‘ricostruzioni’ scenografiche onnicomprensive è stato un maestro, avrebbe secondo me filmato una resa più aderente all’immaginifico pasoliniano, più di Pasolini, che ad esempio in ‘Uccellacci e Uccellini’ o in ‘Teorema’ resta fedele ad un dettato realistico. Chi non si ricorda invece di De Filippo inseguito da un donnone gigante sul viale di un notturno romano?
“Il Merda avanza” [71o] “cammina lemme lemme”, attraverso il girone dove il modello incarnato è l’amore-libero, la sua ostentazione narcisistica, e dove il ‘pistolino’, ‘cetrioletto’, ‘zucchina’ e le palle come ‘patatine’, affiorano da pantaloni sempre troppo stretti, un contenimento. Questa forma di ostentazione è mutuata dal periodo precedente a questo, gli anni “non ancora conclusi della secolare miseria sottoproletaria”. Sottoproletariato e Interclassismo sono gli elementi che contraddistinguono la critica di Pier Paolo Pasolini al mondo che verrà, a distanza di (quasi) trenta anni dalla sua morte la crisi di quei modelli ha accelerato il volgersi della situazione nei paraggi della Visione del Merda, non più “Il Merda: (La visione)”. La distanza tra classe politica e base è acuita, trent’anni di televisione al nostro risveglio si sono rivelati essere trent’anni di propaganda, i lavoratori non vengono presi in considerazione proprio oggi che la mobilitazione di grandi masse di persone, per motivi legati all’espressione libera delle proprie opinioni, è divenuta una realtà tangibile, oggi che la cultura si traduce anche in forme non ideologiche di estrinsecazione.
[71p] Pier Paolo Pasolini era consapevole del fatto che il potere si esprime attraverso una lingua (conscia, inconscia o subliminale) che è la lingua del potere, attraversando le parole, immagini, segni. Nel XIII Paragrafo della Visione fanno la loro comparsa le donne e, concomitante ma non in relazione causale, scompaiono gli elementi di bruttezza e ripugnanza. Le donne sono in blue-jeans, “quelle che non hanno i blue-jeans hanno una gonna così corta (i due Dei hanno il pudore linguistico di non nominarla col suo nome corrente […]”.
L’omologazione, l’annientamento e la conseguente adesione passano attraverso le parole, come il potere attraverso i corpi (saint Michel). L’omologazione è solo uno degli indici della mentalità moderna.
[71q, 71r, 71s] Le ragazze spigliate “non sono più di chiesa”, “l’ignoranza del Vaticano è stata per secoli il modello dell’ignoranza del popolo”, un’ignoranza fatta di praticità, oltre il pragmatismo americano, “ebbene, finito il Vaticano, è rimasta la sua ignoranza, in cui, a causa del suo praticismo totalmente irreligioso, è facile per il modello dello Spirito Laico, dal suo tabernacolo, insinuare il verbo dell’edonismo e del materialismo di carattere americano o comunque tipico dell’intera nuova civiltà”.
Il distacco dallo spirito del Vaticano, nella famiglia, viene salutato come segno del benessere e sua ostentazione, laddove la morale di un tempo predicava una certa accondiscendenza/esaltazione dell’afflizione nella miseria, il matrimonio laico invece esprime socialmente il benessere. Incombe tuttavia un’immagine del passato, le case con gli orticelli, Pasolini trasfigura il paesaggio romano Fuori Porta, caratteristico per gli stravolgimenti subiti in quegli anni.
[71t][71u][71v] Il Merda non tradisce la fatica che prova nel sostenere Cinzia con il braccio, si è deterso il sudore e finge sorrisi, quella stretta è irrinunciabile. E’ la volta del Modello del Conformismo, per la seconda volta Pasolini sottolinea l’impermeabilità del sesso femminile nell’accezione dei Modelli, il maschio è disordinato, la donna sistema e recepisce facilmente, per un insito pragmatismo, i modelli. La donna è vas d’elezione.
[71z][72a][72b][72c][72d][72e] Xx xxxxxxx xxxx’xxxxx Xx Xxxx Xxxxx xx xXXxx XxxxXXxxx X XX x XX xxxxx Xx X X xxxxxxxx xxx xxxxxxxxx x xx, xxxxx xxxx xx xx xxx xxx X xxxx xxx xxx xxx x Bolgie xxxxxx! X x x xx x-x-x forse non sarà domani xxxx Xxx xx x Xxxxxx xvedrai vedraixxx xxxX xx XX xxx xxx xxxxxx xxxx x xx xxxxxx non so dirti come e quando xxxxx xxx x x x xxxx Sono una cosa Sola con due Facce xxxxxxxx xxxxxx xx? Xx xxxxxxx! x xx’xxxx x ‘Ricce!’ xxxxxxx x, xxx, xxx? Xxxxx x’xx xxx’x, xxxxxXxxx,xxx!
[72f][72g][73][74] “Ai politici non gliene importa niente dei poveri; agli intellettuali non gliene importa niente dei giovani”. Questa verità è terrificante. E quest’altra lo è ancora di più, il mondo è totalmente parlabile, tutta la realtà potrebbe essere oggetto di un eloquio costante, e le parole che sono emesse attraverso la mediazione di modelli sono “applicazione meccanica di una verbalità”. “L’illusione è quella di conoscere, e quindi parlare, tutto il mondo”.
Il mondo vero divenne favola, il dialetto pure ne è investito: “grigio e puramente informativo, rimodellato sulla lingua”.
Il Merda crolla, i richiami alla Commedia di Dante, dalla nota di passaggio gironi/bolgie, si fanno più evidenti, è il momento di una turbinosa ascensione di Carlo, durante la quale pensa la sua visione e vive tre agnizioni fondamentali. Il carro sul quale è stato trasportato fin dall’inizio raggiunge lo Zenit della sua ascensione, in un punto dal quale può abbracciare tutta Roma con lo sguardo, “la sua forma era quella – anch’essa inequivocabile – di un’immensa Croce Uncinata”.
Carlo tornerà in sé, si avvierà verso casa per imbattersi nella scena finale della Visione, un simulacro recante una ‘misteriosa’ iscrizione, possibile ‘epigrafe di tutta intera la presente opera (‘monumentum’ per eccellenza). Petrolio. L’opera va letta con urgenza, la stessa nella quale venne meditata. Imbocchiamo via C. Colombo e partendo dall’Euresi giungiamo ad Ostia.

Luciano Pagano

pubblicato nel marzo del 2005 sul numero 5 “Merda d’autore” di Vertigine. Periodico di letteratura a cura di Rossano Astremo.

La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo mediale, di Gabriele Frasca


1. “La lettera che muore”, di Gabriele Frasca, è un testo che affronta le tematiche ontologiche e statutive della parola trasmessa, dalla parola trasmessa oralmente a quella scritta, affrontando le mutazioni di stato che la parola assume con il reticolo mediale che, beninteso, non è la rete. Gabriele Frasca è poeta, scrittore e insegnante di Letterature Comparate, si è occupato di Teoria della Comunicazione, tema centrale di questo suo saggio.
La ‘lettera’ in questione è costituita non soltanto dalla scrittura, ma dalla comunicazione della ‘letteratura’ in senso lato, letterosfera che prescinde dal supporto su cui compare e con cui viene trasmessa.
Marshall MacLuhan negli anni ’30 era un giovane cui era successo, come ad altri giovani, di ascoltare alla radio i discorsi del Führer. L’utilizzo verbale della propaganda rinveniva un senso della parola, un’inquietante potenza dell’orale; la guerra aveva accelerato un processo che portava alle estreme conseguenze il conflitto tra tecnica e uomo, sul campo dell’espressione: “L’ambiente del dopoguerra fibrillava tutto, nella diffusione mondiale dei media elettrici, di quel traumatico processo di accelerazione” (p. 30). I roghi dei libri sancivano l’avvento di un modello di trasmissione della cultura radiofonica, immateriale, nella quale il mezzo non era più vincolante del rapporto uno a uno (individuo/libro), bensì uno a tutti (trasmittente/ricevente). Posto che noi non diciamo ma ‘siamo detti’, il linguaggio non è qualcosa che noi possediamo, dominiamo, di cui disponiamo. Il linguaggio ci ha, viene tramandato, costituisce un patrimonio genetico anche se non strutturalmente codificato secondo la genetica, di mente in mente, di bocca in bocca, la lingua ci utilizza come supporto per tramandarsi, e, tramandandosi, per evolversi. L’origine tribale del linguaggio è connessa alla funzione di ‘ricordo’, modificazione dell’orientamento di strutture cerebrali nell’ottica di ‘rivivere’ un evento, un monito, un’informazione che fa parte del patrimonio della comunità. In epoche dove la trasmissione della scrittura non era connessa all’utilizzo di supporti facilmente duplicabili e diffondibili il ricordo e la cultura erano orali. Solo con l’invenzione del papiro, con la sua esportazione dall’Egitto alla Grecia, c’è stato l’avvento della ‘letteratura’, quando un messaggio divenne trasmissibile su un supporto capace di divenire merce. Interessante, nel saggio di Frasca, percorrere le tre linee critiche delle fonti utilizzate per comunicare questa evoluzione da una fase ’orale’ ad una fase ‘scritta’ della cultura. Da un lato le vicende di scienziati sul funzionamento e sulla nascita del linguaggio come segno ‘distintivo’ dell’uomo, non la coscienza, bensì il linguaggio e l’organizzazione complessa delle sinapsi, rendono alla nostra specie la possibilità di comunicare. Nel cervello non si stabilisce ‘un’ collegamento, ma sempre differenti tipi di collegamenti, di strutture, un turbinio di relazioni che sfociano in una parola, con percorsi mai univoci e non legati causalmente. Viene in mente la seconda fonte del legame tra ‘discorso’, linguaggio come protesi, incorporazione del discorso. A questa linea si affianca l’impianto teorico della comunicazione, si sta scrivendo di media e trasmissione dei messaggi:

‘I media, tutti i media, a partire dal linguaggio, sono protesi, e le protesi, per funzionare, devono tornare (per quanto estroflesse ed evanescenti siano) a incunearsi, magari con l’ausilio stesso del “dolore”, cioè del “più potente coadiuvante della mnemotecnica”, nella carne’ (p.38).

Questa affermazione, ascrivibile ad un’epoca preistorica, o localizzabile in popolazioni non evolute, tuttavia già verbali, trova riscontro nella nostra società. L’oralità ha un carattere di pervasività che è maggiore rispetto a quello della parola scritta, che presuppone un’attenzione da parte del lettore che deve ‘specchiarsi’ in un testo per riprodurre dentro sé un discorso. Il lettore, in quel momento è mezzo di trasmissione molto più che la pagina che contiene le parole. La nascita della scrittura, una volta uscita dalla cerchia ristretta di sacerdoti e scribi, una volta resa democratica, avviene all’insegna della ‘parassitosi’ della lettera scritta nei confronti della lettera orale. La lettura si pone inizialmente come lettura ad alta voce, come ‘dettato’; esiste una stretta connessione tra verbi che descrivono l’atto del leggere, in greco e in latino, e verbi che hanno a che fare con il ‘dire la legge’, tramandare. Accadrà con l’apostolato/epistolato di San Paolo – mi si passi il secondo termine che nel saggio non viene utilizzato, per tradurre questa dicotomia – che la lettera, l’espistola, diverrà il veicolo di trasmissione del verbo. Nelle intenzioni di San Paolo, come scrive Gabriele Frasca, per attuare un fenomeno di trasmissione/recitazione in pubblico del messaggio, l’epistola è intesa come spartito (con assonanze, ritmi, ritornello) orchestrato e adibito per essere detto in pubblico, con un meccanismo ‘radiofonico’. Infatti le epistole circolarono in un periodo immediatamente precedente alla stesura dei Sinottici, di conseguenza in esse era il messaggio originario. Tuttavia è avvenuto che le epistole – interessante questo passaggio del testo di Frasca – nel tempo hanno perduto questa loro funzione ‘teatrale’, di supporto ad un messaggio che andava comunicato ‘dal vivo’ e si sono cristallizzate, viene in mente di dire, in una ‘liturgia della parola’. Frasca sintetizza questo passaggio come passaggio alla Religione del Libro. Un fenomeno che la vividezza e la contemporaneità delle epistole in contrapposizione alla Torah, cercarono di risolvere. Le Religioni del Libro:

procedono piuttosto da un impasto mediale atto a normalizzare le pratiche entusiastiche legate alla “cultura orale” (p.70).

Il rapporto di Platone con la cultura degli Aedi, quello di San Paolo nella scrittura delle epistole, atte a ‘svegliare’ dalla ‘lettera che muore’, i giudizi contrari alla diffusione del libro individuale a mezzo della stampa tipografica, tutti questi, in sequenza cronologica, sono momenti di frattura, transito, passaggio traumatico da un medium a un altro, verso una trasmissione del messaggio che diviene, di grado in grado fino ai media elettrici, sempre più rapida, evanescente, facilmente fruibile.
In seguito l’autore prende in considerazione la diffusione delle opere su carta pergamenata, e considera come il cambiamento del supporto e il divenire del ‘codice’ come oggetto individuale abbia modificato la costituzione delle opere, facendo nascere, all’interno delle narrazioni la figura del narratore, della cornice, ‘contesto’ entro cui il codice, divenuto teatro autonomo di figure, trova espressione. L’esempio di riferimento è il Decameron di Giovanni Boccaccio. In esso vengono create la dimensione dello spazio e del tempo ritagliate rispetto allo spazio ed il tempo del lettore. Nel Don Chisciotte, invece, viene compiuto un passo ulteriore, la sospensione del tempo, l’autoidentificazione del lettore individuale nelle vicende narrate sotto il punto visuale del personaggio:

E’ l’atto di nascita dell’immaginario moderno, sussunto, in un’adesione volontaria, disincantata, de-identitaria e “a tempo”, da tutti gli eventuali interconnessi come forma stessa possibile, e metastabile, della vita dell’individuo” (p. 133), e ancora “Atto di nascita del romanzo moderno” (p. 136).

Gabriele Frasca ripercorre le vicende del Don Chisciotte nelle sue traduzioni fino all’Inghilterra del XVIII secolo, traccia le influenze che quest’opera ha seminato nel romanzo francese e in quello inglese, con risonanze nella prefazione del Robison Crusoe. Il suo sguardo in seguito si sposta sul romanzo di Laurence Sterne, Vita e opinioni di Tristam Shandy. E’ il momento di una breve riflessione. Questo saggio tramite l’excursus di opere fondamentali della letteratura, evidenzia come queste opere siano riflesso concomitante di profondi cambiamenti dei mezzi di stampa e diffusione della parola. Così come il Don Chisciotte si fa cartina al tornasole dell’affermazione della stampa tipografica, così il Tristam Shandy della diffusione di una stampa avviata a divenire un fenomeno industriale, con l’utilizzo di quotidiani e manifesti. Viene rintracciato un legame profondo tra struttura dell’opera e capacità di trasmissione del mezzo, dove ad un aumento delle possibilità da un versante, ne consegue un adeguamento, anche stilistico e strutturale, all’altro. Ci si chiede, una volta compreso questo processo, quali saranno i mutamenti dell’opera letteraria nell’era digitale, un discorso parallelo, per quanto riguarda i quotidiani a stampa, si potrebbe fare con i blog, considerandoli alla stregua di quotidiani, potenzialmente superiori sotto certi punti di vista (diminuizione dei costi, elevato potenziale di raggiungimento del lettore). Ecco che la letteratura in rete non sembra ancora raccogliere tutte le sfide offerte da questo potenze mezzo, tranne per le opere dichiaratamente e strutturalmente ‘multimediali’, che Frasca ha chiamato in altri punti di questo saggio ‘ibridi’. Sulla rete le informazioni possono raggiungere un grado di pervasività e descrizione del reale talmente elevato da produrre diverse copie, stratificazioni del reale stesso. La carta geografica (informazioni) che descrive l’impero (mondo) è così dettagliata, la sua dimensione è quella dell’impero stesso, la scala non è una ma molteplice e stratiforme. In realtà, data appunto la stratificazione non unitaria ma molteplice della rete, le ‘repliche’ del mondo, le ‘descrizioni’ sono molto più numerose di quando non sia programmabile in ogni progetto di descrizione/narrazione del mondo (romanzo?) o di sue porzioni “non c’è più bisogno di rileggere il mondo, basta costruirlo in scala adeguata” (p. 149) (costruire, non riprodurre).
Una questione per chi si occupa di narrativa e scrittura potrebbe essere questa: e se nell’era delle lettere digitali una delle forme di descrizione più adeguata fosse l’operamondo? E se non bastasse più selezionare porzioni di mondo ma si sentisse il bisogno spontaneo di darne ‘repliche’?:

[…] il mondo immaginario nella fase pervasivamente “periodica” della cultura tipografica (cioè nella sua fase capitalistica e già massmediale) è per davvero il mondo (pp. 160-161).

Siamo giunti così alle soglie dell’era moderna. L’opera di James Joyce nelle sue espressioni più elaborate, l’Ulisse e la Finnegans Wake, si pone a cavallo tra due conflitti bellici. L’informazione e la ‘letteratura’ non sono oramai fenomeni puramente legati al supporto cartaceo, il mondo è diventato a pieno titolo ‘elettrico’. Solo apparentemente, e non a caso, con l’Ulisse sembra doversi necessariamente chiudersi un cerchio, così come nell’Odissea si chiudeva il sipario sul mondo degli Aedi e veniva creato il protagonista (primo) di un nuovo modo di sentire, Ulisse, così in queste due opere di James Joyce si assiste alla completa deflagrazione del linguaggio nel mondo e della letteratura nell’era dell’elettricità e della completa riproducibilità. Nell’Ulisse il quotidiano si fa romanzo, la lettera si fa lettera dal vivo, per l’esattezza il 16 giugno del 1904. La trasformazione è radicale, il passaggio dalla spersonalizzazione della voce, con il grammofono, alla possibilità non solo di delocalizzarla nello spazio e nel tempo, ma anche di frammentarla e montarla, cominciano a rendere superfluo l’adesso dell’emittente.
Degli ultimi due capitoli del saggio di Gabriele Frasca, il penultimo è dedicato all’opera di Beckett e agli esiti radicali di sfruttamento del potenziale espressivo offerto dai nuovi mezzi di trasmissione della parola (radio, televisione); l’ultimo, riepiloga con riflessioni su testi di P. Dick, questioni sollevate dall’inizio, con posizioni scettiche nei confronti della ‘durata’ di una letteratura su carta nell’era della sua iperproliferazione (‘ogni data di edizione è già una data di scadenza’, p.281) ed esiti che non escludono soluzioni: “Occorre avere il coraggio di assumere ciò che va assunto (“ingoiare” la morte), e poi, con altrettanto coraggio, in un’epoca in cui la massiccia dose di informazioni ci arreda costantemente la vita coartandoci al passato “narcisistico” (e giù “tutte le canzoni dei Beatles mai scritte”, diffuse da ogni emittente radiofonica), espellere tutto il resto.” (p.315).

2. In questo saggio sono analizzate le conseguenze che ogni cambiamento del mezzo (tipografico, elettrico, digitale) hanno portato alla struttura e alla genesi di alcune opere cardine della letteratura occidentale; ci siamo anche chiesti quali cambiamenti potrebbero essere apportati, in questo percorso, alla genesi di opere ipoteticamente ‘multimediali. Adesso ci chiediamo se il concetto stesso di opera multimediale potrà uscire mutato dalle riflessioni de “La lettera che muore”. La domanda, precisamente, potrebbe essere posta in questi termini: che forma e che struttura potrebbe avere l’opera che più delle altre rispecchia le innovazioni apportate dall’era digitale, e più preceisamente dall’avvento delle tecnologie di espressione della rete, nella letteratura? La risposta è che l’opera multimediale, l’utilizzo di link tra diversi paragrafi di un’opera tradizionale, l’inserimento di immagini, musica, suoni e altri plugin multimediali potrebbero rendere un’immagine soddisfacente dei supporti particolari di cui si comporrebbe quest’opera.
L’opera totalmente multimediale, come a loro tempo il Don Chisciotte o l’Ulisse, sarebbe un’opera che più rispecchia, in struttura e dinamismo tra i livelli dei contenuti, l’era mediale.
Un’altra ipotesi, tuttavia, è possibile. Tutte le mutazioni della struttura sin qui prese in considerazione da Gabriele Frasca sono mutazioni i cui risultati, per quanto influenzati dai mutamenti del mondo circostante restano sempre risultati impressi, incisi, incuneati nel corpo e nella carne, ‘sulla carta’ (papiro, pergamena, codice, stampa a caratteri, stampa tipografica, stampa industriale, radio, grammofono, incisione e manipolazione della voce, screen). Quale scenario potrebbe prefigurarsi in un’epoca in cui la carta non sarà più il supporto prediletto per la stratificazione della ‘letteratura’? Il passaggio della lettera dalla carta al digitale dello schermo, una volta avvenuto e una volta non più, per l’appunto, un passaggio, può condurre ad altre ‘soluzioni’ di forma e contenuto, le stesse che avvennero nel passaggio a supporti materiali differenti? Poniamo il caso che il nostro quesito, a questo punto, sia di questo tipo: quali modificazioni può subire la struttura di un’opera scritta e stampata su carta dall’avvento dell’era digitale se l’opera stessa abbandona la carta come supporto? E, al contrario, quali mutazioni potrebbe apportare l’era digitale all’opera che resta impressa con inchiostro su carta?
Esistono pubblicazioni, anche recenti, che cercano di replicare al loro interno la struttura orizzontale e rizomatica dei modelli presenti in rete. Potrebbe tuttavia prefigurarsi un altro tipo di esito. Facciamo un passo indietro a quando Gabriele Frasca, in questo saggio, ha descritto la nascita del rapporto tra autore dell’opera e fruitore della stessa. Questo rapporto, in un testo stampato su carta, nasce sotto l’insegna della divulgazione e della ‘creazione’ di alcuni meccanismi, come la sospensione, il narratore, la cornice, il contesto. Il ‘lettore individuo’ legge un’opera e può, eventualmente, rendere partecipe qualcun altro delle idee contenute in quest’opera, come succede ad esempio nella scrittura di una recensione ad un’opera o di una lezione scolastica ispirata dal commento di un testo poetico. La modificazione che la rete può apportare nella scrittura/struttura di un’opera letteraria consiste allora nella ‘condivisione’ di tutti i processi (dalla stesura alla diffusione) dell’opera stessa. La rete facilita e rende possibile un processo che, altrimenti, con l’opera tradizionale, per quanto possibile, sarebbe sempre più lento e limitato nel tempo, il processo di condivisione di un concetto in costruzione. Un esempio di ciò può essere rappresentato dalla scrittura di opere collettive, qualcosa che è accaduto anche in altre epoche della letteratura, un processo di stratificazione che ha portato in maniera ‘popolare’ e meno consapevole alla stesura di opere come l’Iliade, l’Odissea e di cui la Bibbia, ad esempio, è un prodotto già mediato da un’ulteriore stratificazione storica. Ogni ampliamento dei mezzi fornisce nuovi strumenti per interpretare la realtà. L’opera multimediale si configura all’insegna della condivisione. Al di là della capacità nel raccogliere questa sfida da parte degli autori contemporanei, la quantità di informazioni accessibili (ma non necessariamente trattenibili) in rete, potrà generare, in assenza di spirito critico, un overflow cognitivo, un cortocircuito di discorsi interiori, lo stesso che costrinse – come racconta Gabriele Frasca in un passaggio del testo collegando la capacità persuasiva resistente del mezzo vocale – sotto forme di ‘voce’ Mark David Chapman, all’assassinio di John Lennon.

3. Un messaggio di speranza critica, quello di Gabriele Frasca ne “La lettera che muore”. Il reticolo mediale, l’amnio della letteratura, non sembra avere scalfito la capacità della letteratura di cor(t)ocircuitare i discorsi e le scritture, con essi la storia e la memoria; filosofi e scrittori che emergono dalla lettura (Boccaccio, Cervantes, Sterne, Flaubert, Joyce, Beckett, Adorno, Benjamin, Deleuze, Guattari) non hanno smesso di essere significativi e di comunicare, i loro testi di essere frammenti di nastro sovrapponibili e interpretabili, in un processo che, dopo la lettura di questo testo, non possiamo più soltanto credere possibile ‘nonostante tutto’, senza il dubbio plausibile che si possa trattare di un ultimo colpo di coda, il testo di Frasca è trasmesso nella forma tradizionale del libro e al termine della lettura non sappiamo se continuare a fidarci o se questa sensazione residua di dubbio non costituisca l’esito migliore di questa lettura.

La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo mediale, Gabriele Frasca,
Nautilus, Meltemi Editore, 2005, pp. 360, € 25,00, www.meltemieditore.it

Mille di questi anni? su “2005 dopo Cristo” della Babette Factory”


Che cos’è il genio? Fantasia, intuizione,
decisione e velocità di esecuzione”

da Amici Miei (1975)
di Mario Monicelli

 

Le varie anticipazioni comparse in rete e su periodici ci avevano lasciato al progetto di romanzo collettivo “Chi volete che sia il prossimo” della Keaton Factory, dopo due anni di lavoro il risultato, pubblicato da Einaudi il 7 giugno scorso, si intitola “2005 dopo Cristo”, della Babette Factory, nome che riunisce le penne e le menti di Christian Raimo, Francesco Pacifico, Francesco Longo e Nicola Lagioia. Sulla scena incrociano le loro storie in ordine sparso un presentatore televisivo, nato nella televisione, vissutoci fin da bambino e che soltanto al termine della storia diventerà maturo, al punto da accorgersi che non poter essere più un enfant prodige; un altro personaggio (difficile trovargli una qualifica dato che di mestieri e di occupazioni ne ha avute molte) contraddistinto dal nome di un noto giocatore degli anni ’80, e già qui ci è dato modo di comprendere il taglio temporale che è stato scelto dagli autori per questa storia, gli anni scorsi sono congelati, la loro storia è consegnata all’oblio, gli eventi degni di produrre storia sono le trasmissioni televisive, il programma condotto dal protagonista è proprio incentrato sui ‘rifacimenti’ delle trasmissioni televisive più famose degli anni ottanta e novanta. Se dovessi dare una definizione di come viene avvertito il tempo in “2005 dopo Cristo”, direi che la condizione che viene a crearsi è quella di ipertemporalità calata in iperrealtà, quest’anno viene da subito presentato come emblematico. Emblematico, ad esempio, è l’accenno che si fa alle eclissi di sole, creando un’aspettativa degna di un armageddon biblico, la pianificazione dell’omicidio del Premier su uno sfondo simile sembra assumere i toni di un’apocalisse metropolitana. La prima parte del romanzo ha i toni di una storia di spie, a partire dalla costruzione del complotto per uccidere il premier, ordito da un gruppo capeggiato con a capo un esponente della politica, scaltro burattinaio che muove i fili della vicenda, orchestra il delitto, inventa la copertura, mette alla prova il ‘prescelto’ (un perfetto incompetente e paranoico), crea l’ambiente adatto affinchè la ricezione della notizia e lo stesso evento siano accolti dalle persone con risultati mediatici perfetti. C’è Abate, figura inquietante di neo-terro-situazionista, terrorista-pop che nella prima parte della narrazione attira su di sé le attenzioni del lettore, che si chiede, da un momento all’altro, quale sarà il suo ruolo nel complotto, gli autori infatti ce lo presentano come in grado di compiere ogni tipo di azione, dal sequestro di persona all’azione di disturbo. Il lettore che vorrà identificarsi con il terrorista-pop resterà deluso, dopo essersi facilmente innamorato di Ilaria, la giovane giornalista, finirà col vivere a casa sua progettando colazioni, dormendo e consumando rivoluzioni sul suo lap-top, per poi trovarsi sprofondare nel delirio completo. Infine Simone, l’attore sperimentale, personaggio doppiamente importante, capirete il perché leggendo il testo. Uno dei punti forti di questo romanzo sono le descrizioni della società con gli elementi di critica ad essa che sono contenuti nella narrazione. Si parte da un’analisi spietata della realtà creata dal mondo della televisione, la televisione potrebbe sostituire i libri di testo, non come elemento ‘sussidiario’ di approfondimento, bensì mezzo di ‘riscrittura’ della storia nel suo complesso, da Kennedy a Hitler, da Gandhi, per l’appunto, al Premier. La ‘galleria dei personaggi’ è una replica di tic nervosi e televisivi, la citazione della trasmissione dove la citazione del ‘Il gioco delle coppie’ non giunge a caso, “2005 dopo Cristo” è pieno di ‘coppie’, la coppia di registe (omologo femminile degli ideatori di Matrix?), la coppia di cantanti fallite (Paola e Chiara o Kris & Kris?), la coppia terrorista & compagna che si tramuta velocemente in terrorista & nuova compagna, la coppia prescelto & compagna zen, la coppia Pasquale & Pasquale, c’è solo un personaggio che non è in coppia, Simone appunto, lasciato da Barbara all’inizio del romanzo (questione in sospeso possibile riappacificazione). Sul finale, ad un incontro friulano di Forza Italia farà la sua comparsa un bambino, cui Simone dovrà fare da padre provvisorio, per poi essere costretto, in seguito, a prendersi cura di un altro bambino ancora più inerme e bisognoso di cure.
Ci sono due elementi che inverano la fiction di questo romanzo, permettendoci al termine della lettura di tornare al mondo pensando ‘è una storia…ma se accadesse davvero?’. Il primo elemento è voluto e specificato fin dall’inizio, questa storia, malgrado abbia a che fare con nomi, situazioni e personaggi noti del mondo reale, attinge ad essi in quanto ‘repertorio di un immaginario condiviso’. Questa scelta permette di giocare con moduli di realtà, e non stereotipi, con il risultato che la veridicità del racconto si trasforma in possibilità e che la finzione sia sempre in osmosi con la realtà dei fatti, i momenti nei quali si crea il cortocircuito tra i due ambiti (grazie appunto alla ‘condivisione’ con il lettore dell’immaginario) sono i più riusciti.
Chiariamo subito un dubbio, l’immaginario in questione non è semplicemente l’immaginario televisivo passato o presente, in quest’immaginario non troverete soltanto, per fare un esempio, L’Allegro Chirurgo, il Drive-In, le feste Endemol, i Format di Nuova Concezione, il Facoltoso che Diventa Proprietario del Manifesto, elementi cioè che in altre narrazioni fanno parte di una rassegna di Neonostalgie per addicted to eighties, un esempio di utilizzo dell’immaginario per chiudere una storia in due righe: “Quentin e Raul si guardano come due che in un’altra vita sono stati soci in affari. Il primo è fuggito in Svizzera con l’incasso. Al secondo sono rimasti i debiti” (p. 28).
Il secondo elemento, esterno alla narrazione, è puramente legato agli accadimenti della storia recente occorsi nel periodo in esame, e cioè al fatto che l’aprile del 2005 del nostro paese è stato scosso da due altri avvenimenti che sono rimbalzati mediaticamente da una parte all’altra tra schermi televisivi e testate giornalistiche, ovvero la sconfitta del partito del Premier alla tornata elettorale delle Regionali e la morte di Papa Giovanni Paolo II, con la conseguente elezione di Benedetto XVI (in secolo Joseph Ratzinger). Al termine di questo complotto ricostruito al minimo dettaglio ci viene un dubbio, quello cioè per cui l’operazione finale del complotto sia stata bloccata in tempo perché non avrebbe potuto ricevere il risalto mediatico che meritava, con il rischio di rubare spazio interessante (e imbarazzante). Questo secondo elemento, tuttavia, non fa che confermare l’ipotesi per cui gli autori siano riusciti ad astrarre il particolare momento storico creando una storia che funziona al di là del tempo per cui è stata concepita pur avendo bisogno di questo Premier e della nostra storia recente per essere credibile, il Caso Italia, in proposito, resta un’emblema della contemporaneità. “2005 dopo Cristo” racchiude una storia accattivante, un esordio che scorre veloce e moltiplica le domande sulla realtà fittizia che ci circonda, messa lì a bilanciare telegenicamente l’assenza di partecipazione nella vera realtà che ci interessa (vedi recenti carenze di quorum). Chi volete che sia il prossimo?

Audiodrome. Filmica in lingua minore.


“audiodrome non è un sistema, né una struttura organizzata. audiodrome sfugge ad ogni controllo. audiodrome è la connessione casuale dei suoni più disparati. è evento sonoro del mondo circostante. audiodrome è in ogni luogo”

In una Londra grigia, afflitta da una pioggia eterna e fastidiosa, ai limiti della catastrofe naturale, un uomo riesce a trovare una ragione che gli permetterà di elevarsi al di sopra dello squallore in cui versa la sua vita, la sua quotidianità di lavoratore suburbano all’interno di un ufficio, 12 ore al giorno, dalle 8 alle 20, senza sosta.
L’elemento scatenante della vicenda è casuale, un invito per prendere parte gratuitamente ad una mostra che ha come tema centrale la musica. Questo il pretesto di “Audiodrome”, esordio narrativo di Andrea Ferreri, prodotto dalle Rizomaedition a Milano, un testo Nocopyright stampato con licenza Creative Commons. La prosa di Andrea Ferreri è pulita, non ridondante, senza eccedenze. La vicenda si svolge in una città dove i palazzi di notte si trasformano in Babilonie, ogni palazzo una babilonia di diversi piani dove tutto può accadere, dove di notte è difficile restare vivi se non nascondendosi nel proprio appartamento. Il sottotitolo dell’opera “Filmica in lingua minore”, comunica la scelta di narrare in maniera asciutta e descrittiva, coincidente con la scelta di un lessico reale, tangibile, diretto. “Sapevo di essere in anticipo per quel genere di party, ma non riuscivo a resistere, dovevo uscire per forza, avevo la rota ed ero troppo carico per restarmene a casa. Uscito, andai a prelevare un po’ di soldi al bancomat sulla Stanford Street. poi entrai nel primo negozio che trovai aperto e comprai sigarette e ricarica del telefono. Mentre uscivo dal negozio, con la testa bassa, intento a grattare il codice della ricarica, urtai con la testa contro il petto di un omaccione di centodieci, centoventi chili. Lo sentii pesantemente travolgermi. – MERDA! -“
A questo si unisce la presa diretta del racconto, costante punto di vista della narrazione, dall’unione di questi due elementi, lingua aderente alla realtà, senza sbalzi e velocità della ripresa e trasmissione delle immagini, nascono momenti che slittano in dimensioni poetiche: “Pagai il conto e lo salutai. Rimase con lo sguardo torvo, fissato su qualcosa, seduto sullo sgabello, con le gambe rigide e le braccia appese sopra un corpo mortificato. Sembrava un manichino in disuso, buttato in un seminterrato e lasciato morire in una postura scomposta”.
Andrea Ferreri, con il suo esordio, costruisce una dimensione letteraria che non va fuori misura, sicuramente degna d’attenzione, dove innesta le due idee di critica al cinismo della metropoli e pensiero fantascientifico-cerebrale, situando la vicenda in un presente/impresente sospeso, dove Londra, ad un certo punto, svanisce in non-luogo malgrado la puntualità dei riferimenti geografico-verbali. Le vicende del protagonista continuano, ad un certo punto, dopo il suo licenziamento, tutto prende una nuova piega, il suono diventa una costante della sua vita, la nuova interpretazione di esso ed il nuovo porsi nei confronti del vissuto sonoro portano il cambiamento nella sua esistenza. “il suono mi stava cambiando, aveva la forza di farmi fare e pensare cose che precedentemente avrei reputato come vere e proprie pazzie, stavo diventanto come lui, di getto, immediato, senza mezze misure”. Il suono cambia la vita del protagonista, o almeno così intende farci credere l’autore, da questo punto in poi la vicenda, fino al finale, prenderà un’altra dimensione, il suono non è più qualcosa che viene semplicemente percepito, sentito, udito, ascoltato, suonato; il suono diviene così pervasivo da invadere il corpo del protagonista, decidere per lui, fargli provare ogni genere di sensazione attraverso il vissuto sonoro, ripeto, fino al termine della narrazione, dove, tra suono e protagonista non ci sarà più differenza.
Audiodrome è una short novel in cui viene ricostruita un’atmosfera da orrore metafisico, non vediamo cosa accade, possiamo soltanto immaginare che cosa sta succedendo, nulla ci è dato di sentire, le pagine fruscianti nascondono un segreto, la prosa asciutta e scorrevole di Andrea Ferreri e la trama avvincente compiono il resto. Buona lettura.

Audiodrome è distribuito a Lecce presso la LIBRERIA ERGOT, in Piazzetta Falconieri
Andrea Ferreri,Audiodrome. Filmica in lingua minore, Rizomaedition, 2005, pp. 72, rizomaedition[at]libero.it

1527, l’anno del Sacco.


Partiamo da una considerazione, quotidianamente siamo informati dai mezzi di comunicazione di tutto ciò che accade nei teatri di guerra del contemporaneo, luoghi dove si combattono conflitti, dove la religione assume un ruolo determinante. La religione in questi casi viene investita di un ruolo che non le compete, la religione è infatti devozione, ritualità del quotidiano, re-ligo attaccamento alle cose, fede; la guerra è invece conflitto armato di interessi politici ed economici; oggi, questi conflitti, sono lontani dall’Europa, o quanto meno possiamo dire che in Europa non vengono combattuti conflitti armati su larga scala tra gruppi religiosi differenti. 500 anni fa non era così. 1527, il romanzo di Andrea Moneti, è ambientato a Roma negli anni che precedono e seguono immediatamente il 6 maggio del 1527. In esso viene narrata, sullo sfondo delle vicende storiche, la storia personale di Heinrich, capitano d’armi teutone. Può essere detto subito e a scanso di equivoci – anche perché 1527, pubblicato nell’aprile del 2005, ha abbondantemente fatto messe di premi letterari e lettori – può essere detto e senza nulla togliere alla godibilità di un testo scorrevole e allo stesso tempo avvicente, il fulcro della narrazione è nello scontro di rapporti di potere differenti. I compagni d’armi di Heinrich sono gli stessi che lo osservano ogni giorno, che lo hanno accompagnato in tutte le battaglie, nelle sconfitte e nelle vittorie; gli stessi, al riparo, grazie alla stima del loro capitano, lo terranno sotto controllo per tutto il corso della narrazione, tendendogli trappole, seminando il suo percorso di accidenti, arrivando perfino a creare occasioni nelle quali Heinrich potrà morire da un momento all’altro. Perché? Lo stratagemma narrativo, che si rivelerà poi incipit e allo stesso tempo soluzione dell’enigma, è uno scritto di Heinrich – è bene non specificare la natura dello scritto affinché non venga rovinato l’effetto di sorpresa della lettura – in questo scritto sono rivelati i sentimenti del capitano nei confronti del suo operato, della religione e del conflitto personale tra individuo e potere, tra dovere di rispettare gli ordini e possibilità di lasciare spazio alla proprio meditazione interiore, gli anni sono quelli più crudi della Riforma, la prospettiva è differente da quella di un altro romanzo ambientato nello stesso periodo, Q di Luther Blissett, differente perché il periodo abbracciato oltre ad essere delimitato, racchiude anche un minor numero di personaggi.
Le categorie mediante cui si possono interpretare i fatti storici sono frutto di processi risolutivi, mutevoli, il fatto – ciò che è accaduto – prima di divenire Storia (se e quando lo diventerà), passa attraverso strati, è notizia, racconto, narrazione, passaparola. Ci si rivolge alla storia, bagaglio inesauribile di storie differenti, per comrpendere il presente. Il periodo del Medioevo, poi, è quello sicuramente più ricco di storie e narrazioni, capovolgimenti e mutazioni, anzitutto perché la sua durata è superiore ai mille anni, inoltre perché di una stessa narrazione esistono molteplici versioni, essendo il periodo in questione totalmente al di fuori della logica di ogni comunicazione di massa. Questo periodo – il romanzo riesce a rendere bene il senso di ‘concitazione’ – vede la città di Roma in pieno Sacco, e, assieme ai saccheggi infiniti e gli sberleffi perpetrati contro l’autorità papale, il prologo di ciò che sarà la devastazione portata dalla peste. A contrastare la peste e la barbarie non è la Storia, ma gli uomini, Heinrich, il capitano d’armi, e Stefano, il medico, conoscitore dei principi dell’alchimia, il cui operare è sorretto da principi filosofici. Stefano salverà Heinrich da morte certa per poi entrare a far parte della sua vita e di sua figlia. Le descrizioni sono realistiche – l’autore è anche collaboratore/curatore di un sito dedicato alla storia medievale – ma non eccessive, la riflessione sulla guerra di allora diviene ottimo specchio per riflettere sulle guerre di oggi. Bellissima la scena dell’agguato teso dagli spagnoli, dove gli archibugi di un tempo echeggiano le armi di oggi, sembra di sentire fischiare i proiettili, l’odore di polvere da sparo, la puzza di bruciato della casa messa a fuoco. La stessa descrizione delle violenze subite dalle malcapitate che le guarnigioni trovavano quando saccheggiavano le case ricordano più le cronache dalla guerra in ex-Jugoslavia. E’ appunto il realismo storico – crudo dove deve essere ma non truculento – che più affascina in questa lettura, del tutto assenti infatti le descrizione tecnico-scientifico-pletorico che affollano i romanzi blockbuster. I dubbi che assillano la mente di Heinrich, non solo stanco di combattere, ma anche desideroso di trovare una risposta alla sequela di morti seminano il percorso del suo esercito di mercenari divengono anche i dubbi del lettore, il secondo nucleo della storia, quello che segue il Sacco di Roma, dà lo spunto per la germinazione di un intreccio nella storia, un thriller dove l’assassino insegue il protagonista, braccandolo fin nel suo giaciglio e celandosi, senza mai farsi scoprire fino al termine della vicenda. 1527 è un libro dove forma e contenuto si equilibrano

“Ognuno di noi può rinascere. Se lo vuole”.
“Rinascere?”.
“Nessuno conosce il proprio futuro, ma ognuno ha sempre una scelta da compiere. Puoi vivere una vita diversa da quella per cui sei stato predestinato. E se ne sei intimamente convinto, fallo. Altrimenti vivrai fino agli ultimi giorni della tua esistenza con il rimpianto”.
“Qualsiasi scalta possa fare, non potrà avere la meglio sulla mia coscienza, per tutto il dolore che ho provocato”.
“La storia intera è dolore, Heinrich. Un dramma senza fine, come una ruota che gira e gira su se stessa. A volte il cielo ha qualcosa di infernale. Il disegno di Dio è imperscrutabile,” messer Stefano si alzò dallo sgabello per ravvivare il fuoco “ma forse è proprio per questo, perché il dolore è potere, che il sorriso è stato sempre visto con sospetto. Chi ride esorcizza il dolore del mondo”, continuò osservando il vortice di scintille che aveva provocato con l’attizzatoio.
“Chi sorride è un po’ più libero”.
“Il potere, invece, non ride mai”.
“questo perché deve perpetuare la sua tristezza, il dolore della storia”.
“Io l’ho conosciuto, il potere. Ho vissuto nelle corti cardinalizie, ho visto sfarzo, orge e lussi sfrenati. Ho visto un Dio simulacro del potere”.
“Un Dio che sa parlare solo di un domani terrifico, di un inferno che incombe. Mai di gioia e letizia. Ma soprattutto un Dio per pochi eletti”, si voltò Heinrich.

Interessante è vedere come la lettura di 1527, assieme alla bella storia raccontata, stimoli dal torpore il lettore, dal sonno di una ragione provocato dalla lettura di complotti fumosi che quando ci va bene affondano le proprie radici a qualche millenio prima di Cristo, e di dietrologie del neorevisionismo televisivo, che mastica la storia per espellerne immagini da schermo al plasma. La storia non sono loro.

Andrea Moneti, 1527. I lanzichenecchi a Roma. Romanzo., Stampa Alternativa, collana Eretica, pp. 300, €12,00

“Ho sognato che qualcuno mi amava” l’esordio narrativo di Maurizio Cotrona


Immaginate per un attimo che tutto debba finire. Che la vita così come l’avete vissuta non vi piaccia, immaginate di non essere più capaci di accontentarvi. Immaginate, però, di non avere braccia e spalle troppo forti per affrontare il cambiamento. Scegliete di vivere seguendo il vostro copione preferito, quello che vi osserva a margine dell’inquadratura, relegati a recitare la battuta meno significante della scena, fate finta insomma che il film della vostra vita non sia per nulla eccitante ma che, tuttavia, voi non siate soli. Siete anzi continuamente circondati di persone che tentano in modo disperato di darvi il loro affetto, madri superpremurose che mi preparerebbero di mangiare qualunque cosa pur di vedervi seduti al loro tavolo, amici che vi scelgono per fare da pendant ad una serata per nulla eccitante. Immaginate che tutto debba finire, un attimo prima dell’esplosione di tutti i sensi vi è dato il modo di cogliere un’istantanea di ciò che è stata la vostra vita, gli incroci dei rapporti familiari e delle relazioni che avete con gli amici, veri o presunti che siano. “Ho sognato che qualcuno mi amava” è l’esatta descrizione di quell’attimo, nel quale tutte le costruzioni incerte sono pronte a crollare al primo alito di vento. I personaggi sono ragazzi, tutti più o meno coetanei, hanno finito di studiare ma non hanno ancora trovato una loro sistemazione nel mondo del lavoro, oppure studiano o ancora lavorano ad una fiera settimanalmente, la cornice è la città inutile e sempre identica, una Taranto che non lascia un solo angolo all’immaginazione di un futuro, almeno prossimo, che sia migliore. Gli scenari sono i pub e le pizzerie che non mancano mai, come non mancano mai le opprimenti comitive, che schiacciano e tolgono all’individualità dei protagonisti la possibilità di esprimersi. Gabriele? Gabriele è ingolfato nel suo corpo, il suo corpo è ingolfato nei suoi abiti, la sua anima, forse la sua anima a forza di essere malmenata fin da piccola da bambini e compagni di scuola (i bambini sanno essere spietati, tutti i bambini, in potenza, sono dei figli di p*****a, con rispetto parlando sia chiaro) è anche lei talmente ingolfata che, quando sono passate alcune pagine dal suo volo non sappiamo se il suo ‘fantasma’ che sfiora i suoi amici sia un fantasma reale o un fantasma di fantasma. Ecco, molta della bravura di Maurizio Cotrona nel tratteggiare personaggi e situazioni sta qui, nel riuscire ad impiegare un tocco così lieve e delicato, tale da farci confondere, per un attimo, e credere che il fantasma sia reale e allo stesso tempo irreale, tutto si gioca su una sfumatura lievissima che soltanto la lettura di “Ho sognato che qualcuno mi amava” può rivelare appieno. Una scelta e un esordio che meritano di essere seguiti. Il libro è suddiviso per capitoli, ognuno dei capitoli mette a fuoco un personaggio, la struttura della storia è semplice ed efficace, ma non facciamo nemmeno in tempo a focalizzare questa semplicità che ecco ancora la stessa sensazione di spleen fare ritorno, questa volta tramite la descrizione degli stati emotivi di una persona che ha perduto totalmente la coscienza e giace distesa in un letto. Ancora una volta la stessa sensazione di pittura con toni differenti, Maurizio Cotrona descrive i sentimenti come quei pittori che su una tela bianca scaraventano una massa indistinta e pesante di colore…bianco, le figure che ne risultano sono rilievi, contorni, protuberanze, dossi. Nessuno, da lontano, potrebbe avere un’idea di ciò che è accaduto, soltanto avvicinandosi a queste storie ci accorgiamo di come ci si può far male nel vivere la quotidianità di un’adolescenza che ambisce a divenire maturità. Christian Raimo, in una nota che accompagna il testo scrive che Maurizio Cotrona “riesce, nella dissolvenza di questo tempo di transizione e smarrimento, a illuminare la complessità della vita umana attraverso storie semplici di amore e abbandono, solitudine e tenerezza, che descrivono l’apparente deserto affettivo contemporaneo come l’anticamera di piccoli incendi dell’anima”. E’ proprio questa zona umbratile, quella in cui vivono i personaggi creati da Maurizio Cotrona, quella zona in cui un bacio rubato è ancora scambiato con l’atteggiamento dei ragazzini che vogliono fare gli adulti e, mancanti di alcun riferimento, devono incominciare da un copione, un deja vu rubato dal cinema, dai racconti dei più grandi, meno dalle confidenze di genitori che sembrano troppo distanti, nati non una, ma forse due generazioni prima dei loro figli. Questa è la prima impressione, confermata nella lettura, che si ha di questo bel libro, un esordio maturo. Che cosa accadrà agli stessi personaggi, quando non avranno più la compassione nè della famiglia e neppure degli amici, quale mondo li attende? Come sarà una realtà da affrontare ad ogni costo, senza scappare via, a denti stretti e senza cercare conferme dagli adulti? Sono convinto che Maurizio sarà dare una risposta altrettanto adeguata anche a questo quesito, nel frattempo, buona lettura.

“Ho sognato che qualcuno mi amava”, sito ufficiale
“Ho sognato che qualcuno mi amava”, Maurizio Cotrona, Palomar, Cromosoma Y, € 12,00

“In un tempo andato con biglietto di ritorno” di Enrico Pietrangeli


“Esistono anche storie normali” è la frase che apre questa recensione. Che cosa vuol dire? Vuol dire che di fronte al dibattito attuale che si è lentamente consumato con l’avvicinamento dell’estate scorsa, dibattito che tasta il polso della temperatura di cui gode la letteratura italiana, secondo me si può fare un passo indietro mantenendo la posizione in avanti. Mi viene in mente il secondo romanzo di Nicola Lagioia, “Occidente per principianti”, dove l’approfondimento del passato di Rodolfo Valentino è il pretesto per creare una notizia che faccia passare i lettori indenni attraverso l’estate, lo scandalo dell’estate, ecco perché per spiegare la lettura di questo romanzo faccio un passo indietro all’articolo su ‘Restaurazione’ di Antonio Moresco, con la speranza che gli interventi (interessantissimi) che si stanno moltiplicando con l’avvicendarsi dell’estate non costituiscano un’ondata, ma, per l’appunto, i prodromi di un dibattito costruttivo, in tal senso l’ultimo intervento di Giulio Mozzi pubblicato su Vibrisse risulta ‘orientativo’. Il lettore è pienamente autorizzato a chiedersi che cosa c’entri tutto ciò con Enrico Pietrangeli e con il suo romanzo, ebbene, nell’intervento citato (quello di Moresco) si faceva cenno all’azione di librai ed editori indipendenti. Enrico Pietrangeli ha pubblicato con uno di questi, “Proposte editoriali”, che si propone come supporto degli autori esordienti con azioni di editing e agenzia letteraria, oltre che di edizione e di diffusione del periodico “Tam Tam”. Ho scritto “esistono anche storie normali”. Questo romanzo è ambientato, come suggerisce il titolo, in due tempi, che corrispondo idealmente all’”andata” e al “ritorno” di un viaggio. Il viaggio in questione è costituito da un nostalgico viaggio attraverso il ricordo, le vicende narrate si situano verso la fine degli anni ’70, sono i tempi del Primo Festival di Poesia di Castel Porziano, quello dove prendono parte anche Dario Bellezza e Cesare Viviani, insieme a poeti come Allen Ginsberg e Evtušenko. Quelle che vengono raccontate sono per l’appunto le storie di quattro ragazzi normali, Lorenzo, Walter, Giorgio e Lucia, la cui vita passa tra happening di quel genere, prime esperienze lisergiche a base di lsd oppure di fumo in arrivo dritto dritto dall’India, portato in Italia da uno degli amici, il primo che ha compiuto questo lunghissimo viaggio alla ricerca di se stesso, di qualche vestito di seta e di qualcosa di buono da fumare per trascorrere i pomeriggi cortissimi, che per l’appunto, tra qualcosa da bere e qualcosa da ingerire si trasformano velocemente in serate e nottate passate a sentire gli amici che suonano cover improvvisate con chitarre e bongo, non mancano nemmeno i chilom che passano da una mano all’altra. L’atmosfera malinconica sottende questo quadro, siamo alle soglie degli anni ’80, i protagonisti di questo romanzo vivono le loro esperienze di riflesso, ascoltano musica progressiva grazie a qualcuno che è stato all’estero ed è tornato con la borsa piena di vinili dai titoli impronunciabili allora, ma che oggi suonano come pietre miliari nella storia della musica, dai King Crimson, ai Police, a seconda dell’atmosfera che va dal paesino dove Lorenzo si rifugia in visita dal padre appena divorziato, alla piazza di Firenze dove incontra Francesca, madre di una sua amica, con la quale nasce un feeling reciproco che dura però il tempo di qualche giorno, con l’avvicinarsi del ritorno a scuola. Il tempo cambia con i mutamenti del costume, la legge sul divorzio, le prime televisioni che entrano nelle case degli italiani, i viaggi in autostop, storie comuni che ancora oggi si replicano, con modalità differenti, tra gli adolescenti, costretti ad una vita che si svolge all’insegna del voler crescere e del voler appropriarsi di tutto, della vita degli adulti in particolare, senza però mettere in gioco la propria responsabilità, mascherando il desiderio di non volersi assumere questo carico con l’incomprensione di genitori distanti; emblematica a riguardo una scena verso la fine del romanzo, i ragazzi sono tutti a scuola in assemblea, si sta discutendo dell’ennesimo corteo, ad un certo punto uno dei ragazzi chiede chi è che ha preso i contatti con gli operai per i quali si sta manifestando, un breve ma simbolico silenzio serpeggia nell’assemblea. La storia di quel periodo è vista così, in transito, fa da sfondo una Roma topica, Ponte Milvio, la Statua di Giordano Bruno, Ostia Lido, il festival dedicato ai film a Massenzio, l’Isola Tiberina. Il romanzo è divertente, giocato sull’ironia che scorre tra i protagonisti, la malinconia prende sul finale, per colpa di alcuni avvenimenti che turberanno un equilibrio sottile, teso tra ciò che è, ovvero la vita di adolescenti in transito, e ciò che appare in superficie per via di stereotipi del mondo che circonda i protagonisti, l’amore libero-la sperimentazione delle droghe-i viaggi psichedelici. La bravura di Pietrangeli sta nel tratteggiare i caratteri, nel fornire un ‘repertorio’ quasi fotografico di un periodo recente della nostra storia politica e di costume, narrando le vite di ragazzi non straordinari, che non hanno fatto nulla di eccezionale se non condurre la propria vita, tra aspirazioni mancate, illusioni, viaggi ed esperienze, in un paese che stava subendo una mutazione sostanziale.

IN UN TEMPO ANDATO CON BIGLIETTO DI RITORNO, Enrico Pietrangeli, PROPOSTE EDITORIALI, ISBN 88-87431-45-0, Pagine: 212 Prezzo: 9 Euro, Management: Valeria Borgia INFOLINE: 3200228959

“Frame”, passaggi nel tempo.


ore infinite come costellazioni e onde
spietate come gli occhi della memoria
altra memoria e non basta ancora
cose svanite facce e poi il futuro

 

Anime Salve
Fabrizio De Andrè

Nel primo intervento contenuto in Frame – Città Europa (giugno 2005, seconda serie, Besa Editrice), Giampaolo Simi scrive di Livorno, “Una piccola città piena di vento”, al termine di questo reportage delle emozioni viene evocata un’immagine, ‘un pomeriggio d’autunno che sembrava quasi l’inizio di una primavera australe”. Quest’immagine, a mio parere, contiene due delle direzioni del vento entro cui si muove questa rivista, il ‘passaggio’ e il ‘transito’, le cose che non sono ciò che appaiono, il secondo sguardo mediato dalla memoria, che si posa sugli oggetti e le relazioni consuete, cercando di vederle in modo differente, forse più vero; ebbene, sono sguardi questi che possono regalare soltanto stagioni come l’autunno e la primavera, con le loro ibridazioni di climi. Anche il ritmo è differente, “Qui, al numero 12 di Via Pelletier, navigatore provenzale, è nato Piero Ciampi, la cui fama postuma è proporzionale a quanto nel suo carattere si rispecchi fedelmente la tendenza al self-sabotage tipica di queste terre tirreniche. Gente d’ingegno che non riesce a farsi furba, che naviga controcorrente anche quando potrebbe giocare sul velluto, bastiancontrari di se stessi anche quando non ce ne sarebbe bisogno”. Emergono le storie, il mausoleo incompiuto di Galeazzo Ciano, Antonicelli precettore scelto dalla famiglia per l’Avvocato Agnelli e primo editore di “Se questo è un uomo” di Primo Levi.
Un numero che si propone di raccontare la materia solida della città a partire dalle storie che essa intreccia con la materia fluida, quel mare che è allo stesso tempo elemento vitale e srumento del viaggio, dello scambio.
E poi l’ex-calciatore che si lamente di come lo spirito sportivo che faceva da collante per società e squadra, si parla del Taranto, il giovane pescatore passato alla malavita, l’operaio di fabbrica, sono i primi personaggi di “dialogo semiserio tra il principe Fabrizio e il Conte Giacomo sull’insularità dei tarentini abitanti moderni et antiqui”, di Girolamo De Michele (autore di “Tre uomini paradossali” e “Scirocco” entrambi pubblicati da Einaudi e da iQuindici). La città cambia i suoi abitanti o, forse il contrario, le abitudini di una popolazione e il tempo stravolgono l’isola-penisola, cambiano le aspettativa, ci si organizza per fronteggiare un degrado materiale con uno, peggiore, dell’anima. De Michele fa comparire una dopo l’altra le sue figure, come spettri che si affacciano a giudicare; da Livorno a Taranto, dal nord-ovest al sud-est. Lo scenario non muta ‘La ricchezza accumulata dalla produzione industriale doveva rifluire tra l estrade e i vicoli della nostra terra: e invece…E per le briciole Taranto ha venduto la sua anima”. Parole forti. Sembrano echeggiare le parole che Capote utilizzava per definire la stessa scrittura, se è vero che essa è una frusta che viene consegnata da und io allo scrittore perchè si flagelli, allora è vero che chi vive situazioni di frontiera come questa ha in serbo una razione doppia. Dopodichè è “L’Engatseur”, di Gilles Del Pappas (un frammento tradotto da Tommaso De Lorenzis), racconto ambientato nella Marsiglia dei pescatori, interessante perchè offre uno squarcio sui ‘codici’, intravediamo che la realtà visibile, quella che finisce nei quadri cubisti e nei racconti, è altra rispetto alla realtà di goni giorno; lo stesso accade per “Il premio” (Fabrizio Demontis), reportage ambientato in Sardegna, più precisamente in una miniera dismessa, oggi divenuta un musero; il “totalitarismo” (come lo definisce acutamente l’autore) non ha ancora attecchito, è ancora un ex-minatore a farci da guida, mentre lì fuori la Sardegna delle brochure non sembra più fare da sfondo; i luoghi dell’archeologia industriale divengono tappe intermedie di una riconversione della produzione dall’industria al terziario, con l’amarezza a fior di labbra, prima o poi questi racconti non saranno più ascoltati dalla viva voce dei manutentori ex-minatori, studenti neo-laureati ci accompagneranno nella nostra visita guidata. Ecco un’altra caratteristica dei “Passages”, nei luoghi di transito ci sono le zone dove l’umanità si rivela, alcuni attendno il nuovo, fermi; altri vogliono vedere per primi che cosa spetta loro nell’immediato futuro, altri ancora eleggono questi luoghi al loro attendere permanente; le fratture tra il vecchio e il nuovo generano racconti. In tal senso il progetto editoriale di Frame è ‘caratterizzato’. Angela Manganaro, ne “I nomi di Palermo”, scrive di un luogo, Mondello a Palermo, dove la trasformazione c’è stata da un secolo, da borgo delle tonnare e località balneare a paese nella città, dove i resti di un passato prossimo giacciono abbandonati: “Fuori dalla tonnara che fu della famiglia Bordonaro oggi ci stanno i ragazzi, sulla spiaggia, seduti sulle panchine. Parlano, bevono, fumano. Dentro c’è un cimitero: quello delle muciare, le antiche barche usate dai pescatori di Vergine Maria per pescare il tonno, che cadono a pezzi. Alcune hanno ricevuto sepoltura dal crollo dell’ultima parte del tetto della tonnara che restava ancora in piedi”.
Il racconto e il reportage ‘salvano’ storie, persone, luoghi, da un oblio certo e miserevole. L’intervento di Irene Angelopulos, dal titolo “Leros, il sole, la luna”, è il secondo a parlarci della realtà di un altro paese, Leros, San Giorgio, in Grecia, chiusura di un manicomio; nel mondo globale tutto ciò che splende si rassomiglia. Le storie nascoste conservano le sfaccettature. Il manicomio venne chiuso nel maggio del ’94, persone un tempo definite come non recuperabili vivono oggi in appartamenti con famiglie. Quel che manca ai reclusi è il cielo, sempre.
Di una condizione di schiavitù scrive anche Sandro Chignola, e questa volta la libertà diventa la libertà di un popolo e la nascita della prima repubblica “nera”, quella di Santo Domingo narrata in “Jusque dans la couleur des hommes…”). C’è un ‘passaggio’ che sembra sintetizzare quanto letto, fino a questo momento, nelle prime sezioni di questa rivista: “Le storie che si muovono sull’acqua non conoscono solo un’andata e un ritorno. Si spostano seguendo il filo dei racconti. Galleggiano. Circolano. Descrivono inarrestabili derive.”.
Oppure, come scrivono la stessa Angelopulos e Flavio De Marco: “L’isola rappresenta, per la sua peculiarità geografica, un topos letterario e cinematografico”, sarà interessante provare queste idee, rodarle. Forse anche a questo allude il sottotitolo di Città-Europa; le esperienze di confine, quelle rappresentate da chi si affaccia al mare, sono comuni a chi voglia intendere le metropoli come isole, le regioni come arcipelaghi di un sistemaeuropa che, volenti o nolenti, dopo aver colonozzato mezzo mondo fino a due secoli orsono, rischia di essere fagocitato e colonizzato; le isole sono sacche di resistenza del senso e del significato, isole, non riserve, perchè le riserve sono circondate da steccati, le isole, dal mare, un fluido che oggi è la comunicazione, la tradizione, il cambiamento, il flusso, la rete, la Storia. Attraversre la storia come ha fatto il popolo ebraico, seguendo un percorso che si intreccia con le ‘storie’ d’Europa, le storie dei popoli e del pensiero, mutare restando uguali, conservarsi sapendo cambiare; nel racconto scritto da Tommaso De Lorenzis, dal titolo “Le Piste del Sogno di Sefarad”, incontriamo ù, tra gli altri, Mosè Maimonide e Spinoza.
Otranto è uno dei luoghi d’Italia dove più ricca e particolare è stata la commistione culturale italo-greca. L’episodio dei Martiri (1480) rappresenta molto più che un evento storico puntuale e isolato, indicatore di equilibri nel Mediterraneo poco prima che culminasse il declino del ruolo egemone delle Repubbliche Marinare; esempio di come un episodio accaduto al margine della Storia possa farsi rivelatore dei conflitti che percorrono un’area così vasta. L’altra faccia di Otranto è il monastero di Casole, il centro di diffusione della cultura, dei manoscritti, irradiatisi in tutta Europa. In seguito il Salento, Gallipoli, Nardò, semineranno martiri, Giovanni Barba e Federico Martelloni, ottimi osservatori di questo fenomeno, cercano di sintetizzare i risultati di un lavoro più vasto e duraturo in un intervento intitolato “Guerra di civiltà”.
Periclis Nearchou è autore di “Cipro: l’isola divisa”, dove il racconto del mito di Afrodite si collega alla contemporaneità di un’isola che è simbolo permanente della coesistenza di due civiltà sullo stesso suolo, oggi che la Turchia, amministrativamente ed economicamente entrerà a far parte dell’Europa, salda alle sue radici, avamposto del mondo arabo.
In conclusione, la ricchezza di questo arcipelago di storie è evidente. La conformazione della penisola italica costituisce un implicito invito all’esser-gettati nel Mediterraneo, tr apiù culture; Lampedusa, Otranto, ancora nel XXI secolo sono punti di approdo, linee di fuga, passages. Quasi seicento anni fa, sul finire ‘ufficioso’ del Medio Evo, ottocento martiri, un eccidio che ancora oggi suonerebbe come ‘terrificante’, basti pensare a quali conseguenza ha prodotto nell’immaginario collettivo e nell’attuale immaginario politico un episodio come l’”11 settembre”, in termini di produzioni narrative, documentarie e filmiche. Questo numero di Frame fornisce una costellazione di punti di vista ed esperienze, un coagulo mediterraneo di storie. Sarebbe interessante se questa forma di progetto potesse essere estesa ad altre zone circoscritte, quelle normalmente attraversate dai ‘corridoi’, passati e odierni. Come si legge nell’editoriale “Le immagini non sono mai corredo o appendici: sno solo altre storie”, istantanee e ipotesi di viaggio, approfondimenti.
Il contenuto degli articoli è copyleft, l’osservatorio permanente della rivista è ospitato sul blog http://framemagazine.splinder.com.

Frame – Città Europa, Seconda Serie, giugno 2005, Besa Editrice, €6,50

Vittorino Curci, il canto infaticabile.


C’è una voce poetica che oggi si muove, a Sud del minimalismo, mescolando radici antiche e umori contemporanei e vivissimi, è la voce poetica di Vittorino Curci. Una voce che per esprimersi prende il respiro di cui necessita un’onda lunga e quieta per giungere a riva. Chi abbia studiato un minimo di fisica sa che un oggetto posto sulla cresta di un’onda compie un movimento verticale, ascendente e discendente, senza spostarsi; l’intima natura dell’onda è una metafora che secondo me è propria di questi versi. Uno dei temi dominanti di questa raccolta sembra essere proprio il movimento in assenza di movimento, il mutamento di stato senza mutamento apparente delle condizioni, “perchè tutto si ripeta/d’inverno al grido di una sola parte/tra danze già spente e azioni che sfumano oltra il segno”(p.23), oppure “la stasi apparente in cui pensiamo/che il mondo riposi”(p.29), o ancora “Il Il dettame impietrito di uomini e donne trapassati” (p. 25).
“La stanchezza della specie”, edito da Lietocolle, raccoglie versi scritti tra il 2000 e il 2005, il libro è diviso in quattro sezioni (Astemie, Fedora, Tutti fermi e Dopo l’assalto), che seguono la scansione temporale in sequenza.
Ivano Ferrari, nella sua raccolta del 1999 intitolata “La franca sostanza del degrado” (Einaudi) scriveva questi due versi: “E in punta di sonno passa/l’ora della specie”; proprio in quell’anno Vittorino Curci vinceva il Premio Montale nella sezione inediti. L’accostamento tra i due autori non è casuale, entrambi per comunanza di esperienze o per pura vicinanza anagrafica, sembrano agira nella zona dei bilanci, sempre nella stessa raccolta Ferrari aggiunge “Il mondo non esploderà/le metafore resteranno popolate d’illusioni/l’impeto generazionale gelerà a gennaio/come la barba, senza novità”.
Il desiderio di preservare un mondo da un attacco linguistico, concedendo la possibilità di (r)esistere al di fuori del parlato onnivoro, per divenire oggetto di descrizione poetiva, in modo non coercitivo; è come se il poeta entrasse in una stanza dove gli attrezzi da lavoro sono appoggiati, descriverli rievoca il loro uso, così per tutto, e il lavorìo che si accompagna all’esistenza, ma guai a credere che il dettato del poeta possa valere di più, si sente qui l’amarezza di un distacco che il poeta per primo vorrebbe annientare, “La lingua che ho rubato per voi//per le vostre bocche asciutte, contadini.[…] usate pure l’infinito/per scansare le insidie dei verbi. Fino a che non sarà consumato/l’anno non potrete sbagliare:/quello che uno apre e l’altro chiude/produrrà la stessa ombra”(p.94).
Ci sono passaggi dove echeggia l’influenza di Paul Celan, e dove si nota che i versi di Vittorino Curci costruiscono sottraendo spazio al vuoto e al silenzio, come in “Vecchie polaroid”: “Sei smarrito. I pensieri si rincorrono sulla discesa del tempo,/ verso dove stai andando”, “la radice sbalza ogni legge muovendo le labbra per dire Rosa Rana Duna, qualcosa che sembrava una poesia e che adesso al bubio, sui lembi del vestito, gli piacerebeb ricordare. Una sfilza che diventa monosillabi, roba inventata, arida”(p.73), “i nomi che la mano inchioda”.
Difficile trovare autori capaci di sostanziare una tale concisione e maturità, ed è normale, dato il livello raggiunto in “La stanchezza della specie”, che tale maturità siua accostabile a fonti e influenze altrettanto alte, dall’Eliot-Brodskij de “Scolorivi con imbarazzo perchè mostravi/al cielo di Bisanzio i tuoi panni sporchi”(p.53), fino ai segni di Alvaro Mutis, senza nessuna pretesa di creare una mitologia poetica, con la naturalezza di un pensiero che mantiene ben saldo a terra e vicino alla terra il suo baricentro, “pensieri sbozzati/nel nome di colui che apprende e sanguina” (p. 53), spirito e corpo. La stessa eco che si rintraccia nella veloci descrizioni, fatte da serie di oggetti in sequenza che si mescolano alle stesse sensazioni: “combinazione abrasa, caffè bollente, candore delle ferite, bulbo argentato, fessura circondata di bianco” (p. 28).
Nella sua raccolta precedente “Sospeso tra due solitudini estreme” (Ed. Bosco delle noci), Vittorino Curci rintracciava nell’Altro un’ipotesi di interlocuzione, plausibile per quanto distante e a senso unico, senza riscatto nè nei confronti della società: “Lo so che tutti è impossibile uomo bianco//Migrare nei verbi al Passato è sortilegio e stella[…] un aggettivo che canta vittoria/e annoda i fili dal basso”, nè tantomeno del divino “Dio ci ha lasciati senza musica/ siamo stati ingiusti, non abbiamo/scongiurato la repellenza dell’opera”, in altri luoghi il poeta utilizza un “lui”, manichino di comodo per dialogo e considerazioni, non figura reale. Ne “La stanchezza della specie” l’anelito del divino sembra essersi quasi dileguato. Malgrado l’aura di disincanto che pervade i modi di questa poesia, il senso, il significato è ricco di speranza, una speranza così sottile, tale da farci stare sempre in allerta: “il progresso ammansisce le prime file chiassose,/non possiede mai interamente/il poeta di cui parlano/ci ha lasciati ai margini del silenzio/e ora sprofonda con finti eserghi”(p.67); nei primi due versi è chiaro il monito morale del poeta, negli ultimi due esso viene esteso ai ‘poeti di mestiere’, sembra che il suo messaggio sia questo: la scrittura salva, ma non è detto che per il fatto di scrivere noi siamo salvi.
Soltanto la maturità dell’esperienza artistica, non solo scritturale, può dare adito all’espressione di una poesia (anche) morale, che, altrimenti, risulterebbe posticcia e didascalica. Vittorino Curci, ne “La stanchezza della specie” è testimonia un’esaustione del contemporaneo cui la poesia può e deve riparare “C’è il silenzio, e io nel silenzio/con questa voce e una lingua non fatta” (p. 87).
In altre poesie della raccolta (vedi Resistenza alla luce) vengono toccati altri temi nucleari e urgenti della poesia di Vittorino Curci, il contemporaneo: il vivente è manifestazione di un’epifania reale, tangibile, necessaria, senza riferimento al dato di fatto non c’è nemmeno poesia come trasfigurazione morale del dato stesso; e questa è una delle migliori lezioni di poesia che potevamo ricevere, buona lettura.

Libro, romanzo, condivisione. 7 domande alla Babette Factory


Abbiamo raggiunto la Babette Factory nelle persone di Nicola Lagioia e Francesco Longo, disponibili a farsi portavoce di alcuni quesiti agli altri scrittori del gruppo. Ecco come ci hanno risposto

1 sulle testate giornalistiche e sui blog si discute dello stato in cui versa il romanzo in lingua italiana, molto spesso l’anamnesi sul romanzo sfocia in un’anamnesi sul romanziere, in sostanza c’è chi dice che il tempo dei Calvino e dei Pasolini sia passato, credete che ciò sia anche dovuto ai mutamenti avvenuti nel mondo dell’editoria?

FL Azzardo un’ipotesi. Il male del romanzo oggi non ha come cura un ritorno a Pasolini o Calvino. Credo anzi che attorno alle loro figure siano cresciute le forze centrifughe che hanno allontanato dal romanzo: i ‘pasoliniani’ hanno trascurato il romanzo per una scrittura di impegno sociale; i ‘calviniani’ hanno prediletto lo stile della pagina (della frase o del paragrafo), rinunciando (o perdendo di vista) l’ampiezza della struttura che fa scrivere un romanzo vero.

NL Forse con gli anni Ottanta e Novanta il romanzo ha cominciato a riprendersi quello che gli anni Settanta (dagli esperimenti dell’oulipo in giù) avevano creduto di strappargli, soprattutto il concetto di storytelling. Una sorta di ritorno al figurativo che però sia consapevole delle precedenti spinte centrifughe. Credo che più che l’editoria il problema è: dove sta andando il mondo. I salutari (quando lo erano) disordini degli anni Sessanta e Settanta sono stati soppiantati da un inquietante, scintillante desiderio di ordo ad unum a cui il genere romanzo non può rimanere insensibile. Ecco perché da “I fiori blu” o (al contrario) da “Petrolio” si passa poi a opere come “Underworld”.

2 Ti viene in mente il nome di un autore degli anni ’60-’70 che meriterebbe più attenzione?

FL Mi vengono in mente solo singoli romanzi, non autori.
NL Si può parlare di situazione molto interessante, di grossa vitalità, di buoni risultati. E del fatto che la nostra “Montagna incantata” non l’abbiamo ancora scritta. Spero che arrivi presto.

3 la ‘predisposizione al lavoro di gruppo’ è un elemento necessario nel bagaglio di strumenti di un narratore (non solo in fase di scrittura), che cosa vuol dire per voi ‘condivisione’?

FL La letteratura è sempre esistita grazie agli autori singoli, ma penso anche che Omero è il primo scrittore collettivo della storia. Condivisione vuol dire rinunciare a qualcosa per un fine che spesso non è neanche a portata di vista.
NL Un’occasione in più per il confronto continuo e, dunque (la porta stretta attraverso cui ogni scrittore dovrebbe periodicamente passare) per mettersi in discussione.

4 Una domanda per il prossimo futuro: la stesura di “2005 dopo Cristo” vi ha impegnati, se non erro, per circa due anni, il nome “Babette Factory” legherà indissolubilmente Lagioia-Raimo-Pacifico-Longo, oppure la Factory, potrà accogliere altri nomi, magari dalla ‘crew’ di Minimum Fax?

FL Indissolubilità è una delle mie parole preferite, ma Babette Factory non ha ancora ricevuto nessun sacramento. Siamo al fidanzamento: è tutto possibile.
NL Già. Puntiamo più su una possibile futura urgenza di metterci di nuovo a raccontare una storia tutti insieme piuttosto che sulla stesura di piani quinquennali.

5 Esiste un racconto dei Wu Ming, intitolato “Benvenuti a ‘sti frocioni“, dove tra le altre cose si raccontano le peripezie, questo forse è il termine più eufemistico, cui si incappa quando l’industria vuole appropriarsi di un prodotto intellettuale (in quel caso “Q”), se qualcuno vi proponesse di trarre un film da “2005 dopo Cristo” quali sono le 2 cose da cui non dovrebbe prescindere per rendere una versione il più possibile aderente a quanto da voi scritto?

FL Il finale dei personaggi deve restare tragico. Dovrebbe essere un film con un forte senso del sacro.
NL A meno che non porti le firme di David Lynch, di Hayao Miyazaki, di Charlie Kaufman, di Ciprì e Maresco, temo il cinema più di ogni cosa: la Waterloo di ogni vero processo creativo. Quindi, per una possibile versione cinematografica di “2005 d.C.” l’importante secondo me non sarebbe l’aderenza alla trama o allo spirito del libro, ma la sensibilità artistica di regista, sceneggiatori, attori ecc. – anche nel tradire l’originale.

6 L’autore collettivo “Babette Factory” da quali autori si sente più influenzato e per chi, invece, non vorrebbe mai essere scambiato?

FL Andiamo d’accordo su DeLillo, certo Foster Wallace, Roth.
NL Evitando di sparare a zero su autori viventi (ma solo perché potrebbero ancora scrivere un capolavoro) scelgo di tornare alla prima domanda e ricomincerei a parlare di Pasolini e Calvino.

7 Infine, per tornare all’oggi, ai temi del vostro romanzo ed in particolare al protagonista, dopo l’approvazione della legge sulla riforma della giustizia, c’è qualcosa che vi sentireste di suggerire a Raul Cabrini?

FL
Raul ti potevi tenere stretto Roberta. (Ora dimostra la tua innocenza, esci di prigione che non ti chiami mica Andy Dufresne. Torna a Manila in viaggio di nozze.)
NL Raul, la prossima volta che cerchi di vendermi un appartamento ricordati perlomento di dirmi anche delle ipoteche.

Epigonia


“Epigonia”

epigonia.jpg

questi che il ferro e il fuoco fanno usi
fendere verso voi persi ad abusi

non vogliono che esprimere una lingua
loro fino al tumore che l’impingua

recitano una parte al suono di un motivo
fragile vita priva di scorta al rivo

di sangue che li trova abbandonati
dopo sia incenso e soste e per commiati

generici come sempre il morto attira
su sé cordoglio e manca o dov’è la folla

quando spira

Ed ecco io video. Apocalissi con figure, in movimento.


“Ed ecco io video”

Un Predicatore americano, sullo schermo, sta parlando dell’imminente ritorno di Cristo sulla terra. Segue un breve resoconto della predica online, al quale tento di avvicinare alcune riflessioni sul cortocircuito tra escatologia e millenarismo. Suggerisco, dopo la lettura, la visione del video, spero tuttavia di essere riuscito a condensarne in maniera ottimale il contenuto.
L’intenzione del Predicatore è quella di mostrare il panorama completo delle profezie contenute all’interno della Bibbia. In pratica, oggi stiamo vivendo un periodo quieto, per i fedeli e per la chiesa, nel quale soltanto in apparenza stiamo continuando a vivere la nostra vita all’insegna del fancazzismo più sfrenato. Sta per avvicinarsi infatti un periodo di tribolazione, in questo periodo tutti i fedeli sono prossimi all’incontro con Cristo, il che mi pare essere un buon giro di parole per dire che tutti stiamo per morire, non solo, il Predicatore sostiene che nei prossimi sette anni avverrà la più grande delle tribolazioni, dopodiché il Cristo tornerà sulla terra. Mi preoccuperei di meno se tutto ciò fosse vero. Ma la cosa si fa interessante, il Predicatore dice che tutto ciò è in accordo con quanto scritto sulla Bibbia. Mi domando cosa abbia mangiato questa persona nel pranzo del giorno in cui, dopo sonni tormentati e risvegliandosi nel tardo pomeriggio, oltre ad una serie discreta di flatulenze, ha partorito questa nuova visione del mondo. Ad uso e consumo di noi mortali, è naturale. Un breve spot interrompe questa anticipazione, si tratta della pubblicità di un tour, un viaggio che ognuno di noi può fare spendendo qualche centinaio di dollari. Il comune mortale, prima che sia giunta la notte della grande tribolazione potrà visitare Patmos, Istanbul, la Roma dei papi e di San Pietro. Segue, dopo lo spot del viaggio organizzato, e poi quello delle pubblicazioni editoriali dedicate all’interpretazione delle profezie millenaristiche. Mi viene da pensare che questi predicatori ogni due o tre anni dilazionino il giorno fatidico nel quale cominceranno i sette anni di fine del mondo, così da vuotare le casse, svendere le copie rimaste, ricominciare daccapo. Deve essere un mercato fiorente. ‘Quando leggerete queste cose, capirete che Gesù è prossimo’.
La puntata in questione è dedicata all’11 settembre. Il Predicatore ci spiegherà l’importanza di questo evento se letto nell’ottica dei prossimi anni – in termini di avverarsi delle profezie bibliche – non solo, ci mostrerà i passi della Bibbia nei quali si parla degli attacchi alle Torri Gemelle. Con rispetto parlando, Let us go.
Il Predicatore non è stupido, parte da considerazioni geografiche, bacchetta alla mano e mappamondo sulla scrivania. Negli Stati Uniti d’America vive un settimo della popolazione mondiale, questo è il primo dato che si premura di affermare. Il secondo dato consiste nel fatto che la maggior parte del petrolio del pianeta è conservato dall’altra parte (rispetto agli States) del globo, in medio oriente. Un Predicatore, questo, che dimostra di conoscenza degli ultimi venti anni di storia contemporanea. Il succo del discorso iniziale è questo, nella Bibbia è previsto che, a causa del petrolio, tutto l’ovest si sposterà verso l’est, l’attenzione del mondo sarà rivolta all’est, all’oriente, la fonte citata è Zaccaria 5. Il Predicatore tentenna, la sua voce è convinta, il tono è sicuro, l’andamento, tuttavia, è zoppicante. Qualcosa mi dice che stia mentendo su qualcosa, c’è una forzatura. Nella Bibbia si parala di malvagità, il Predicatore dice che la malvagità è un modo come un altro per definire il denaro, il libero scambio, il commercio; non mi sembra di capire, sto ascoltando un americano tuonare contro il libero mercato e la globalizzazione, il che sarebbe plausibile, un Predicatore televisivo si scaglia contro mammona all’indomani dell’undici settembre. Zaccaria parla di due donne che avevano ali come di cicogna, le due donne andranno dalle Torri Gemelle (impero americano) per prendere la malvagità e la ricchezza e portare a Shinar, ex-Babilonia, Iraq per intenderci; le due donne porteranno lì la ricchezza e costruiranno un palazzo. Vado in cerca delle tracce dell’Efa (come dice la Diodati), o Ephah come dice il Predicatore. Trovo niente meno che l’Apocalisse, e la Babilonia Commerciale. La descrizione di Babilionia, così come è scritta nell’Apocalisse, fa troppo gola per non essere paragonata a New York. Ed è lì che va a parare il Predicatore, è ovvio, Apocalisse 18 vs. 11 Settembre. Spot pubblicitario numero due, nel quale si vende un calendario, un chart, un calendario/grafico che ci permette di riconoscere l’approssimarsi della fine del tempo – in anticipo – è ovvio.
Ed ecco il colpo scenico del Predicatore, il suo tocco da maestro. Al contrario di Sodoma e Gomorra, Babilonia ha sempre goduto di ottima salute anche nei momenti in cui il signore la vedeva dall’alto con occhi torvi. Babilonia la grande, Babilonia la prosperosa, il Predicatore dice che Babilonia non è stata mai distrutta, tanto è vero che io ci sono stato nel 1963, nel 1971, e di recente, nel 1980, Babilonia, of course, non è affatto New York, la cui descrizione calza meglio a quelle contenute nei testi sacri, Babilonia è l’Iraq, ecco perché le profezie sono veritiere e la Bibbia non è affatto da cogliersi in senso metaforico. La Bibbia è un romanzo neorealista la cui trama abbraccia quasi quattro millenni, e, ai giorni nostri, siamo prossimi al termine della vicenda…almeno così è scritto. Saddam Hussein, in accordo con quanto scritto sulla Bibbia e fermo restando che Babilonia non è stata mai distrutta, da anni e anni sta conducendo quella che è la Costruzione della Seconda Babilonia. Follia pura. Saddam quindi non stava in realtà alimentando il suo potere personale sulle spalle degli abitanti di uno dei paesi in potenza più ricchi del pianeta, Saddam stava costruendo la Seconda Babilonia, in accordo con quanto scritto sulla Bibbia. Le guerre di religione, così ripudiate e affibbiate a chi sta dall’altra parte del mediterraneo (per noi) e del globo (per gli americani), sono fomentate anche in patria, cos’altro vuol dire il Predicatore se non che la nostra missione contro l’Iraq poggia su basi che le sono fornite da una doviziosa interpretazione delle sacre scritture, di fronte alle quali, tutti quanti, dobbiamo inchinarci? Alcuni brandiscono la spada e il corano, altri brandiscono la spada e la Bibbia, non cambia nulla, chi li sta a sentire si accorge che hanno ragione, che le loro parole sono fondate, che tutto era scritto. Tutte le guerre sono state già scritte. Un modo come un altro per gettare fumo negli occhi degli ignoranti. Dimenticavo di aggiungere che per tutta la durata della prima parte della predica, dietro al Predicatore c’è uno schermo al plasma con un fermo immagine raffigurante un peplum ambientato a Babilonia. L’immagine materiale che il Predicatore intende trasmettere assume un ruolo-chiave nell’esegesi. Vengono letto, di seguito, alcuni passi di Geremia, nei quali sono contenuti due tipi di concetti, il primo, che Babilonia verrà inesorabilmente distrutta, delenda Babylon, il secondo concetto è che verranno distrutte pietre angolari che sono pietre angolari, vite che sono vite, palazzi che sono palazzi; nulla in tutto ciò è metafora, ciò che non è stato ancora distrutto al giorno d’oggi lo sarà. I palazzi di Babilonia crolleranno, avvolti nelle fiamme e vampate terribili, fino agli ultimi due versi di Geremia 51. Ma se Geremia sostiene che Babilonia verrà distrutta e non risorgerà mai (premessa maggiore) e se il Predicatore televisivo sostiene che Babilonia non è mai stata distrutta prima d’oggi (premessa minore) allora stiamo assistendo alla distruzione di Babilonia (Iraq). Non ci sono dubbi, secondo il Predicatore stiamo vivendo la fine, siamo sull’orlo del compimento della profezia. Terzo Spot. Vi ricordate di quando vedevate la televisione tutti insieme, come una buona famiglia cristiana? Rimpiangete quei giorni? Ma dai! Da oggi c’è 1-888-SKY-ANGEL, la rete di programmi religiosi di intrattenimento e divulgazione, cartoni animati, video musicali, programmi di approfondimento, al costo di 9$ al mese per 36 canali, giusto il prezzo di una small pizza (in corrispondenza di questo advertise nello spot si vede una mamma che mangia una fetta di pizza insieme alla bambina, in piedi davanti al classico bancone della cucina americana, quella con il bricco di caffè sciacquato dietro le spalle). Domanda: il Predicatore è a conoscenza del fatto che per sintonizzarsi su SKY ANGEL al cliente fedele basta possedere una parabolica da 18”? Quarto spot. Ancora il tour nei luoghi dell’impero cristiano cattolico apostolico romano, che quindi intuisco essere la fonte primigenia del sostentamento economico di questi predicatori. Ci stiamo avvicinando al clou, con Daniele 2, 34-35 e 44, tutti sapete di cosa stiamo parlando se parliamo di un gigante dalla testa d’oro e i piedi d’argilla. Il signore farà sorgere un regno indistruttibile che nessuno potrà intaccare o attaccare, anzi, sarà proprio questo regno a soggiogare tutti gli altri. La profezia è ambigua e duale, il Predicatore è abile a questo punto nel non citare né l’uno (gli Stati Uniti d’America – il Bene) né l’altro regno (l’Iraq di Saddam Hussein). Mi sono dimenticato di dire che la trasmissione in questione risale al 25 settembre di quest’anno, quindi non è frutto del parto malato di menti predicatrici che si sono arrovellate su queste tematiche dopo l’11 settembre, questo video illuminista viene trasmesso dopo che la guerra è stata iniziata, dopo che sullo svolgimento della stessa a livello planetario chiunque ha avuto modo di farsi e vedere crescere diverse opinioni, dopo l’arresto e il processo a Saddam Hussein. Il segreto della profezia cela il perché del mantenimento, in ottima salute, di Babilonia. Babilonia potrà essere distrutta soltanto dalla seconda venuta di Cristo. Difatti siamo giunti alla profezia più importante di tutte, quella contenuta nel capitolo diciotto dell’Apocalisse; questa profezia è importante perché il suo contenuto sarà realtà proprio poco tempo prima della seconda venuta di Gesù Cristo. La prima caduta di Babilonia, senza troppi spargimenti di sangue è avvenuta nel 539 avanti Cristo per mano dei Persiani. Quella cui stiamo per assistere (o già assistendo?) sarà (è?) la seconda. Dopo quest’ultima profezia il Predicatore riporta il discorso in zone geografiche e semantiche attuali, torna a parlare di petrolio, il linguaggio e i termini utilizzati in diversi racconti profetici, la terminologia ship, shipmaster, fanno pensare quasi alle petroliere, sappiamo che sono queste grandi navi a trasportare il petrolio. “(18,17) E tutti i capitani, tutti i passeggeri e i naviganti e tutti quanti commerciano per mare se ne staranno da lontano (18,18) e, vedendo il fumo del suo incendio, grideranno: <<Quale città era simile alla grande città?>>. (18,19) E si getteranno della polvere sul capo e grideranno, piangendo e facendo cordoglio, dicendo: <<Ahi! Ahi! La grande città in cui tutti coloro che avevano navi sul mare si erano arricchiti della sua magnificenza, perché è stata devastata in una sola ora!”. Il fatto che i naviganti e tutti quanti commerciano per mare se ne staranno lontano viene collegato, nella nuova profezia, all’embargo. Il Predicatore chiede alla sua spalla, per supportare l’ipotesi che anche gli eventi di cui parla l’Apocalisse siano eventi che stanno accadendo oggi sotto i nostri occhi, “ma come facevano tutti coloro che avevano navi sul mare ad essersi arricchiti della sua magnificenza, se non commerciando in oil?(petrolio)”. Tutto torna. La logica e la scientificità dell’aderenza tra realtà del testo e realtà del mondo è suggerita dalla serietà trasmessa dal Predicatore e dalla sua spalla, il primo, poco oltre la quarantina (Mr. Phillip Goodman), è quello con la parlantina sciolta, il secondo, più anziano non fa che confermare quanto sostiene il primo, tutti e due hanno una Bibbia formato A4 davanti a loro, la sfogliano, la leggono, saltano da un libro all’altro. Al termine dell’intervento viene proposto l’acquisto di un libro-reportage da Babylon (Bagdad). God bless you, vi invitiamo alla seconda parte dello speciale che andrà in onda la prossima settimana, e ricordate che our goal is to reveal the truth of scripture as it pertains to the second coming of Jesus Christ.

§

Digressione. Il contenuto della rivelazione sin qui esposta è facilmente visibile in rete, non solo, i testi sui quali si basa l’intera rivelazione, oltre naturalmente alla storia degli ultimi anni, sono con molta probabilità già presenti in casa vostra, nella Bibbia (Antico e Nuovo testamento). Proprio nell’inserto settimanale del Sole24Ore uscito domenica scorsa un articolo di Gianfranco Ravasi era dedicato alla Bibbia nel suo significato di testo religioso unito alla sua importanza come testo letterario. La Bibbia intesa non soltanto come libro dei libri ma anche come storia delle storie, miniera di narrazioni cui hanno attinto i popoli d’Oriente e, in virtù della diffusione planetaria del Cristianesimo, anche i popoli d’Occidente. E’ innegabile, malgrado l’abisso ideale che separa l’Antico dal Nuovo Testamento, il ruolo che questo testo ha avuto e continua ad avere nella storia della diffusione della cultura presso i popoli nelle diverse epoche, l’immaginario collettivo si è da sempre nutrito delle narrazioni e delle storie bibliche. La Bibbia di Gutenberg ha contribuito alla diffusione della lettura come fenomeno individuale, forse dando un input decisivo al fenomeno dell’autodidassi lettoriale e autoriale. Lo stesso Martin Lutero tradusse e diffuse le favole di Esopo, segno che ai tempi della Riforma la Bibbia era strumento di trasmissione di una consapevolezza di sé al cospetto del mondo.

§

Il delirio profeto-statunitense descritto non è affatto inedito. Non si tratta di una novità, la paranoia che connette i fatti che accadono oggi in Medio-Oriente con l’Apocalisse non si tratta di un fenomeno che segue all’undici settembre. Un film più di tutti sembra raggiungere il livello paranoideo del Predicatore menzionato pocanzi, addirittura una produzione angloitaliana degli anni settanta, laddove l’addirittura è giustificato dalla presenza nello stesso film di calibri come Kirk Douglas, Adolfo Celi e Robert Caine, forse la pellicola in questione non ha meritato l’Oscar, tuttavia in una storia della cospirazione paranoica connessa ai racconti relativi alla fine del mondo un posticino se lo ritaglia. Questa pellicola, in anticipo/sintonia di 30 anni, con il delirio neotestatunitense è stata impressa in Inghilterra, e si intitola “Holocaust 2000” (con Kirk Douglas, Robert Caine, Adolfo Celi).
Basta leggere la trama prima ancora di vedere il film per accorgersi di quante pulsioni si addensino attorno a questo oggetto-paranoico:

“L’industriale Robert Caine vuol costruire in un paese del Terzo Mondo una centrale termonucleare di inaudita potenza, ma anche mostruosamente pericolosa. Si oppongono al progetto sua moglie Eva, il capo dell’opposizione dello Stato che ospiterà l’impianto, uno scienziato, un medico e un sacerdote che nella centrale identifica una delle “bestie” dell’apocalisse. Quando costoro vengono eliminati in circostanze oscure, Caine, dapprima incredulo, si convince che il suo progetto è voluto dal Maligno, dall’Anticristo, per la distruzione dell’umanità. Scopre anche grazie al defunto medico che l’Anticristo si è incarnato in suo figlio Angel. Decide allora di ucciderlo ma viene immobilizzato e condotto in una clinica per malati di mente dove rischia la morte. Riuscito a fuggire, raggiunge la sua compagna, la giornalista Sara Golan che gli ha appena dato un figlio e con la donna e il bambino si rifugia in un lontano paese. Assunta la direzione dell’impresa Angel è ormai libero di realizzare il suo progetto che dovrà essere attuato al compimento del suo trentatreesimo anno. Come vogliono le profezie, però, il figlio che Sara ha dato a Robert è destinato a contrastare i piani del Maligno.”

Il film è disseminato (più esatto sarebbe dire profuso) di citazioni dal libro dell’Apocalisse, una delle visioni che rimane più impressa è quella dello stabilimento petrolifero che emerge dai flutti e si trasforma nella bestia dalle molte teste.

Il regista di questo anti-capolavoro si chiama Alberto De Martino, lo stesso cognome del ben più famoso antropologo e studioso, Ernesto De Martino, che proprio ad un testo postumo ripubblicato nel 2002 da Einaudi e intitolato “La fine del mondo”, raccoglieva anni di ricerche e riflessioni sul tema delle apocalissi culturali. L’edizioni in questione altri non è che una ristampa dell’edizione del 1977, in pratica lo stesso anno in cui fu girato Holocaust 2000. Proprio da questo testo estraggo un frammento (260.3) nel quale viene delineata con lucidità estrema la differenza tra l’escatologia delle scritture nella quale c’è speranza, e l’escatologia della contemporaneità, dalla quale ogni forma residua di speranza è scomparsa:

“Nella vita religiosa dell’umanità il tema della fine del mondo appare in un contesto variamente escatologico, e cioè o come periodica palingenesi cosmica o come riscatto definitivo dei mali inerenti alla esistenza mondana: si pensi per esempio al Capodanno delle civiltà agricole, ai movimenti apocalittici dei popoli coloniali nel secolo XIX e nel XX, al piano della storia della salvezza nella tradizione giudaico-cristiana, ai molteplici millenarismi di cui è disseminata la storia religiosa dell’occidente. In contrasto con questa prospettiva escatologica, l’attuale congiuntura culturale dell’occidente conosce il tema della fine al di fuori di qualsiasi orizzonte religioso di salvezza, e cioè come disperata catastrofe del mondano, del domestico, dell’appaesato, del significante e dell’operabile: una catastrofe, che narra con meticolosa e talora ossessiva accuratezza il disfarsi del configurato, l’estraniarsi del domestico, lo spaesarsi dell’appaesato, il perder senso del significante, l’inoperabilità dell’operabile.
Senza dubbio l’attuale congiuntura culturale dell’occidente non si esaurisce in questo tema disperante e disperato, e anche quando se ne lascia sfiorare o toccare o addirittura investire con soffio di tempesta reagisce variamente al suo mortale richiamo […]”

Lo spunto per la collezione di queste note deriva dalla considerazione che l’interesse per la fine e della sua descrizione nascondono le modalità di cui si nutre l’uomo per vivere il presente. A ciò si aggiunge che, se ad esempio nel caso di De Martino l’antropomitografia poteva costruirsi soprattutto su fonti letterarie oltre che sulla ricerca antropologica, oggi non esiste più una religione o qualche religione, bensì migliaia di movimenti, alcuni dei quali millenaristi; oggi, forse, si possono azzardare ipotesi di natura stratigrafica sulla consistenza dei fenomeni culturali, ognuno con ricezione diversa perché somma di quanto veicolato anche da fonti spurie (la Bestia di Holocaust 2000 come raffigurazione della Bestia nell’Apocalisse di Giovanni). Esempi di narrazioni che si rincorrono, che anticipano oppure descrivono in contemporanea alimentandosi di un cortocircuito che non è più vissuto come alterità, o addirittura arrivano postume di due millenni rispetto a quanto accaduto. Essendo la veridicità di ogni discorso in discussione, ciò che si vede sarà ciò che si ottiene, compresa la fine del mondo.

Fonti

Per la rivelazione della profezia, ovvero Il secondo ritorno di Cristo
http://video.google.com/videoplay?docid=458579566498649741&q=11%2F9

dalla Bibbia i libri di
– Zaccaria, 5
– Daniele, 2
– Geremia, 51
– Apocalisse, 18


e poi

– Ernesto De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi prima ed. 1977, 2002.
– Holocaust 2000 regia di Alfredo De Martino, con Kirk Douglas, Robert Caine, Adolfo Celi, Agostina Belli, Simon Ward


Filmografia apocalittica

The Horn Blows at Midnight (1945)
Late Great Planet Earth by Hal Lindsey (1970)
666 by Salem Kirban (1970)
A Thief in the Night (1972)
The Omen (1976)
God Told Me To (1977, a.k.a. Demon)
A Distant Thunder (1977)
Damien: Omen II (1978)
The Number of the Beast (197?)
The Number of the Beast by Robert Heinlein (1979)
Fear No Evil (1980)
The Apple (1980)
The Final Conflict (1981)
Image of the Beast (1981)
The Prodigal Planet (1983)
The Seventh Sign (1988)
Child of Darkness, Child of Light (1991)
Omen IV: The Awakening (1991)
The Servants of Twilight (1991)
The Rapture (1991)
The Bible Code by Michael Drosnin (1997)
The End of Days (1999)

La rete dei desideri che si incrociano


La rete dei desideri che si incrociano

tratto da Tabula Rasa, numero 4, (Besa Editrice, Novembre 2005),
informazioni su Besa Editrice, iQuindici, Musicaos.

[1] Miopie e miraggi.
Di recente il poeta e critico letterario Maurizio Cucchi, in visita nelle Puglie per presentare il suo primo romanzo, ha avuto modo di essere intervistato sul “Corriere del Mezzogiorno” dal poeta e giornalista Enzo Mansueto. Maurizio Cucchi, sempre di recente ha curato/sottoscritto un volume antologico dedicato alla “Nuovissima poesia italiana” per i tipi di Mondadori. L’attenzione critica di Maurizio Cucchi nei confronti della poesia e della lingua italiana, della prima come critico e della seconda come scrittore, è pressocchè indiscutibile. La sua antologia pubblicata nella collana dei Meridiani e curata insieme a Stefano Giovanardi (Poeti italiani 1945-1995), costituisce il secondo tassello di un discorso antologico iniziato da Pier Vincenzo Mengaldo nel 1978 e, allo stesso tempo, si propone come riferimento per una generazione, non soltanto di lettori, cui appartenevano nell’anno in cui fu pubblicata l’antologia “Poeti italiani del Novecento”, bimbi ancora in fasce o addirittura non-ancora-nati; si tratta di quella generazione che comincia oggi ad essere presentata e raccolta in altri progetti editoriali. Con ciò risulta evidente, accostata alla militanza giornalistica di Cucchi, la conoscenza della materia. Ma torniamo all’intervista del Corriere. L’argomento toccato, ad un certo punto, è stato l’esplodere della nuova oralità poetica, dei reading, di movimenti legati alla poesia e alla sua espressione. L’intervistatore chiede un parere su Lello Voce. Cucchi risponde anzitutto chiarendo che questo fenomeno non è affatto recente e poi, molto brevemente, dicendo che se lasciamo la poesia in mano a persone come Voce forse è meglio che andiamo a giocare tutti a pallone.
La bellezza di (certi) giudizi critici si misura, anche, dalla commistione dello stile, della competenza, e della singolarità che i giudizi stessi vogliono racchiudere in maniera apodittica. La sottrazione dell’immagine e il rifiuto da parte dello scrittore, rifiuto programmatico messo in atto ed enunciato ad esempio dai Wu Ming (cfr. Manifesto, da home page di http://www.wumingfoundation.com), il rifiuto da parte dello scrittore di intervenire in argomenti che non gli competono minimamente, che esulano dalla sua poetica, dalla sua ricerca, da tutto ciò che non è scrittura, ebbene questo rifiuto è legittimo. E’ interessante vedere come una posizione così forte (dove la ‘forza’ è un semplice concetto che bilancia la debolezza filosofica cui ci abituano certe descrizioni postmoderne) venga da scrittori che operano (anche) in rete piuttosto che da intellettuali che migrano da uno studio all’altro, parlando di letteratura, della loro ultima fidanzata, del loro piatto preferito o di tutte e tre le cose insieme. Antitetici a queste forme di intellettualismo sono tanto Maurizio Cucchi quanto Lello Voce. Tornando all’esegesi della risposta su Voce espressa da Cucchi, sfruttiamo questo concetto dei Wu Ming, in che modo? Cercando di capire quale aspetto dell’agire culturale di Lello Voce sia passibile della critica cucchiana, che sfocia in un invito a recarci allo stadio, oppure, lama a doppio taglio, a sederci in casa ad osservare gli ottavi di finale della Champions League piuttosto che a leggere un libro o, se ci chiamiamo Lello Voce, a scrivere dei versi.
Il pretesto iniziale è utile per questo, la rete dopo diversi anni non è più il luogo par excellence dell’underground letterario, dei sentieri interrotti e delle pagine scadute, dei siti commerciali delle case editrici, dei forum chiusi, la rete è discussione e qualità, nonché possibilità concreta di far nascere e veicolare discorsi di natura ‘storico-letteraria’, questo articolo presenta alcuni spunti di riflessione in tal proposito.

[2] La prosecuzione della letteratura con altri mezzi.

Il rapporto tra i lettori di poesia e i poeti è cambiato. E’ cambiato allo stesso modo il rapporto tra i poeti e la poesia stessa. E’ questo un periodo in cui uno dei sinonimi più accattivanti dell’agire culturale sulla rete è quello di condivisione. Qualcosa che nasce per essere espresso nasce per essere condiviso. Un incremento della condivisione costruisce le basi per quell’incremento del sapere che rende possibile la conoscenza, sapere è potere. La poesia è un patrimonio letterario e culturale non esclusivamente basato sull’azione della scrittura, il fatto che sia presente sui libri o che sia presente in rete è indifferente. ‘La parola è importante’.
La costituzione di un presupposto canone critico, non sappiamo fino a quando, sarà centrata sul vaglio della produzione cartacea.
Ciò implica che la letteratura poetica, per quanto la poesia ancora dirsi appartenente ad una nicchia, è comunque legata ad un discorso di circolazione dei materiali e quindi anche economico. Un critico letterario difficilmente potrà leggere due o trecento libri al mese, come difficilmente potrà soffermarsi su non più di una decina di testi in modo chiaro e imparziale. A ciò si aggiunga il fatto che spesso la poesia è veicolata il più delle volte su mezzi di indiscutibile pregio manifatturiero, edizioni a tiratura limitata, stampe che per alcuni editori specializzati non superano le cento/duecento copie di tiratura, cinquecento nel migliore dei casi. In poche parole certe ‘zone’ della produzione letteraria poetica letteraria sono situate all’esatto opposto di ciò che la rete rappresenta in termini di capacità di raggiuntimento del lettore. Edizioni limitate si ritagliano uno spazio nella marea di libri stampati (più di centomila all’anno); ‘contenuti’ sul web convivono sullo stesso plateux orizzontale (leggi anche ‘di orizzonte’) tra miliardi di pagine in rete. Il che significa, agli antipodi, che quando un libro di versi riesce a giungere nelle mani del lettore, in Italia, si grida ancora al miracolo. Questa situazione era lucidamente descritta in un libro comparso per Pratiche Editrice nel 1981, il libro in questione era “Sulla poesia. Conversazioni nelle scuole”, tra gli autori ospitati e interrogati dagli studenti delle scuole c’erano, anche, Andrea Zanzotto e Maurizio Cucchi. Era chiaro, già allora, che il numero di lettori/acquirenti della poesia non era per niente considerevole.
Lo stesso Cucchi rispondeva così alla domanda “Quante copie sono state vendute delle sue opere?”:

Il Disperso, pubblicato da Mondadori, ha avuto una tiratura di 2.000 esemplari, che poi vengono più o meno venduti, di cui 100-200 vengono distribuiti gratis a critici, amici, ecc. e gli altri che figurano venduti sono in libreria, o nelle biblioteche. In Italia si può calcolare che un libro di poesi di autore vivente pubblicato da un grosso editore venga letto – salvo gli addetti ai lavori – da 500 persone su circa 60 milioni di abitanti. Le cose sono peggiorate dal ’56 ad oggi dal momento che la tiratura media di un testo poetico rimane di 2.000 copie ed essendo aumentato il numero di abitanti è evidente che la diffusione della poesia è diminuita.
Si dice nei rotocalchi che il cantautore è un poeta; ho il massimo rispetto per i cantautori, però la poesia è un’altra cosa, richiede un altro tipo di lavoro, un altro senso della parola. La facile riproducibilità delle opere di poesia toglie al mestiere di poeta molto del prestigio sociale e della importanza economica in confronto, per esempio, a quello del pittore.” (il corsivo è mio).

Ecco un’altra affermazione su cui si può ulteriormente riflettere. Quanti hanno scoperto le opere di Villon o Edgar Lee Masters, per fare un esempio, grazie all’ascolto dei dischi di Fabrizio De André? Certo è vero, le eccezioni confermano le regole. Tuttavia, quando si parla di “prestigio sociale” mi vengono in mente una serie di immagini evocative, Dante Alighieri che passeggia e viene additato come una persona che ha realmente compiuto un viaggio nell’Oltretomba è un esempio di immagine evocativa.
Emblematico a riguardo l’atteggiamento di Mario Luzi, nei confronti di Fabrizio De André, in un intervento intitolato proprio “Fabrizio De André, la chanson come letteratura” (5 novembre 1997, ora in “Mario Luzi. Una voce dal bosco”, Nuova Iniziativa Editoriale S.p.a., 2005) esordiva così “Caro De André, sono invecchiato nella quasi totale ignoranza del suo talento e me ne scuso”, per poi riconoscere il forte valore sociale e letterario dell’opera del cantautore, nel quale riconosceva evidentemente un’identità di percorso civile, a prescindere dall’iscindibilità di testo e musica, tuttavia tentando di leggere quei testi dotati di intrinseca ritmicità. Un’esortazione, certo, rivolta da uno dei poeti più rappresentativi del secolo ad uno dei suoi cantanti più espressivi; se proprio vuol darsi una regola che scinda la musica dalla poesia ‘letteraria’ lo chansonnier de “La guerra di Piero” è certamente l’eccezione che confermerebbe quella regola.
Venti anni fa, in Italia, il paragone possibile tra cantautori e poeti. Oggi, la ritrosia, per alcuni, nel riconoscere come buoni i risultati poetici di certi movimenti che nascono e utilizzano la rete, che, a scanso di equivoci, non è ‘additivo’ della poesia, semmai veicolo possibile, non tanto perché non ci sia della qualità in certi discorsi, ma forse perché alcuni discorsi risultano scomodi e non funzionali alla letteratura della distanza (Poesia Italiana) perché troppo vicini alla vita.

[3] Nella frattura il percorso

Eppure è proprio all’interno di questa frattura (tra cantautori e poeti ieri, e tra scrittori in rete e scrittori fuori dalla rete, non semplicemente intesa come supporto) che si è delineato un percorso di continuità tra gli anni sessanta e oggi, nel mentre che è in atto una discussione sull’affrancamento/oltrepassamento del Gruppo ’63. Aldo Nove è stato curatore di un’antologia intitolata Covers, nella quale venivano presentati testi di canzoni tradotti in italiano da poeti. L’antologia “ma il cielo è sempre più blu” reca come sottotitolo “album della nuova poesia italiana”. La commistione di linguaggi, già in atto, diviene una scelta programmatica. Non ‘antologia’, né tuttavia ‘collezione’ di testi. Con un rimando alla lingua inglese si dà una versione non tanto di ‘collection’, quanto di ‘compilation’ della poesia italiana di oggi, rendendo ragione di un movimento ampio di resa della poesia al pubblico. Gli stessi curatori vengono sono definiti come peejays, ‘deejay della poesia’, ‘poetry jammer’. Jamming & Slamming. Il fenomeno, al di là del suo valore documentario e letterario, può essere interpretato in duplice chiave. Una critica più superficiale potrebbe definire, questo, come un tentativo di ‘svecchiare’ la poesia, avvicinandola a quante più persone possibile. Questa interpretazione, se accettata come univoca, presupporrebbe che la poesia in genere sia un corpus agonizzante al cui capezzale si affannano nei modi più impensati medici, alchimisti e fattucchieri. Secondo me questi sono veicoli che non servono a ringiovanire, ma a confermare le origini della poesia, la poesia come canto, la poesia come narrazione lirica di ciò che accade, la poesia come tentativo difficilissimo e impervio di descrivere la realtà. Un fenomeno che è nato e si è accompagnato alla poesia dalla sua nascita a oggi. L’ermetismo di Celan non sarebbe comprensibile senza un ancoraggio alla sua condizione storica e biografica.
E’ un tentativo ben riuscito di rendere merito di un travaso oramai in atto tra “poesia e realtà” (vedi Poesie e Realtà ’45-’75, Il pane e le rose, Savelli, Roma, 1977, a cura di Giancarlo Majorino), tra azione e pensiero dell’agire poetico. In un mondo in cui non si è più capaci di ricordare la poesia deve giungere in soccorso, in un mondo dove siamo bombardati da informazioni e da miriadi di linguaggi differenti la poesia può fornire i mezzi per delineare orizzonti di silenzio nel mezzo del frastuono, se necessario con lo stesso frastuono trasmutare il silenzio che ne consegue, l’attimo infinitesimale che passa dalla fine di un verso detto e lo spegnimento del microfono. I musicisti raffinati potranno continuare a sostenere che questa non è propriamente musica, e i poeti altrettanto ortodossi potranno sostenere che non si tratta propriamente di poesia. Resta il fatto che queste produzioni rendono merito di centinaia di altre produzioni simili, in teatro, dove la poesia è disseminata e contaminata, lì anche la lingua muta.

[4] L’antologia negata. ma il cielo è sempre più blu Lello Voce/Aldo Nove

1. Uno dei concetti più interessanti che Lello Voce trasmette durante i poetry slam è il concetto di comunità. Perché veniamo ad ascoltare in un reading un poeta che dice i suoi versi? Per esserne appagati? Perché partecipiamo da spettatori ad una lettura di versi, alla presentazione di un libro, ad un poetry slam? Per essere lì? Non escluso che a volte accada anche questo, ma che cos’è che spinge il lettore all’incontro con chi scrive? Il gesto di acquistare, ricevere, scaricare e leggere un libro è un gesto intimo che presuppone il cercare e, momentaneamente, la soddisfazione del desiderio nell’aver trovato, nell’opera che abbiamo di fronte, una risposta. In inglese e informatica diremmo query, è il meccanismo che ci spinge a vagare casualmente da uno scaffale all’altro di una biblioteca in cerca della risposta ad una domanda interiore. La presentazione di un libro, con l’autore o con un critico oppure con un semplice lettore appassionato che fa da guida, è un momento in cui si crea ‘comunità’, in un reading o in uno slam si raggiungono momenti che possono viaggiare dall’emozione alla repulsione in pochi attimi. Il concetto, tuttavia, è uno: non c’è una persona che parla davanti ad una platea, lo spettatore e l’attore sono sullo stesso livello.
Questa condizione può darsi se ci limitiamo all’ambito della parola scritta, dovunque essa compaia? La risposta è sì, la poesia può, nell’intimità della lettura, divenire lettura di se stessi; eppure l’urgenza di certe situazioni non può rimanere su un foglio di carta. La poesia è una moneta che acquista valore nello scambio continuo, nel non essere più propria (dell’autore) ma altra (di tutti). Questo è uno dei tasselli che compongono l’anima del discorrere-poesia di Lello Voce. Facciamo un passo indietro, al Gruppo ’93, per rintracciare, se c’è, l’origine e la premessa di questo operare:

“Le condizioni per progettare un lavoro poetico non sembrano più date dalla dicotomia tra lingua ordinaria e lingua seconda in cui realizzare lo scarto.
La lingua ordinaria, oggi, è già in partenza estetizzata come comunicazione sociale. Il vecchio detto ‘si fanno più metafore in un giorno di mercato che in cento poesie’ all’interno di una mutazione complessiva delle situazioni e delle modalità comunicative, è diventato una realtà quanto mai pervasiva. Al rapporto norma-scarto potrebbero essere contrapposte diverse strategie di contaminazione” (“Baldus, Mariano Baino, Biagio Cepollaro, Lello Voce, Allegoria e torsione della lingua” in Gruppo ’93. La recente avventura del dibattito teorico letterario in Italia, Piero Manni,1990).

Il presupposto stesso della ricerca poetica andrebbe cercato nell’orizzontalità di un discorso sulla lingua, più che nella sua verticalità. Per quanto la poesia, nei secoli, possa aver attraversato periodi di fruizione legati essenzialmente ad ambiti elitari, perfino nelle corti doveva esservi ‘condivisione’ e, per quanto ristretta, ‘comunità’, il che tuttavia, oggi, non è più possibile. Non può darsi comunità senza dialogo tra i partecipanti e i componenti della comunità perché il dialogo è uno dei presupposti dell’idea stessa di comunità. La poesia non è soltanto una questione di scrittura e di lingua.

“Crediamo nella funzione essenzialmente comunicativa della poesia in quanto lingua e nostro obiettivo è quello di evitare l’afasia derivante dall’enfatizzazione del lavoro sul significante per indagare, attraverso la complessità dei livelli testuali, la complessità del reale”

E prima ancora “[…] la dicotomia insistente sulla centralità del Soggetto o, al contrario, sulla sua disseminazione” verso “una pratica testuale costantemente critica nei confronti dell’io lirico”.
La differenza che viene stabilità è tra poesia per sé e poesia per gli altri, questo sembrerebbe il messaggio. A questo si aggiunge, di recente, Fastblood (i cui testi riuniti sotto il titolo L’esercizio della lingua hanno ricevuto il Premio Delfini di Poesia 2003), l’ultimo lavoro su cd di Lello Voce, dove viene messa in gioco l’idea di brand, con utilizzo degli stessi mezzi dei media per apportare idee differenti, alternative ed contrarie ad una condizione che quelle idee ha generato.

2. La poesia quindi, quando non è soltanto parola scritta, quando è anche ‘discorso’ che travalica i confini della pagina, diviene interlocutrice di alcune logiche. Una delle possibili alterità rispetto alla poesia tradizionale potrebbe consistere nella dichiarazione di queste logiche e di un tentativo di risolverle senza che tutti, il poeta, la lingua, l’azione, ne risultino schiacciati. Le antologie sono state il punto di partenza di questo discorso. I criteri, la scelta dei materiali, la stesura delle schede critiche espellono un lavoro, poi visibile sotto forma di elenco, autori, poesie scelte. Antologia equivale a comunità.
L’antologia “ma il cielo è sempre più blu” è differente, perché dell’antologia tradizionale, o meglio, di alcune cattive antologie, travarica l’impianto di catalogo per innescare il discorso, il suo filo conduttore, nell’impianto visibile dell’antologia. Il progress che ne risulta è esso stesso telaio della proposta editoriale. Perché, dunque, antologia negata?
Rimandiamo al sito di Lello Voce (www.lellovoce.it) per ogni notizia riguardante il difficile percorso editoriale di questa operazione, conclusosi nella sua diffusione dal sito stesso.
Il sottotitolo dell’opera recita “album della nuova poesia italiana”. Lello Voce ha prodotto due testi accompagnati da cd (“I segni i suoni le cose”, Manni e “Farfalle da combattimento”, Bompiani) oltre al già menzionato FastBlood. Mentre Aldo Nove ha curato nel 2001 Covers. Nelle galassie oggi come oggi (Einaudi). Di conseguenza esiste un richiamo sotteso al fatto che i poeti contenuti in questa antologia non possono essere scissi dal loro agire poetico e performativo. Tra gli altri troviamo testi del collettivo torinese Sparajurii, impegnato in laboratori di scrittura, performance di reading e produzione di cd audio, dove viene condotto l’interessante esperimento, se così potremmo definirlo, di mixing poems with music, laddove al posto di musiche originali vengono utilizzati pezzi musicali noti (dai The Doors, fino a Lou Reed, passanto per Brian Eno), con un effetto di risulta straniante, dovuto anche alle tematiche affrontate nei testi. Ma procediamo all’interno del testo.

3. Abbiamo detto che la peculiarità di questo testo è nel telaio, l’antologia è infatti un racconto. Tra una poesia e l’altra, infatti, brevi frammenti di prosa delineano un discorso. Inoltre è interessante la suddivisione tematica in sezioni (le rovine, i ruoli, il lavoro, la discoteca, il sesso, la memoria, la violenza, l’amore, le merci, la lingua, il sogno [vostro]). Le sezioni delineano un catalogo all’interno del catalogo. C’è un testo di Tiziano Scarpa, Il capitalismo straniero, che racchiude in una poesia terribile quello che da venti, forse trent’anni ci è accaduto intorno. L’ansia smodata di un paese che cerca verità e trova televisione. Perché dunque la prosecuzione della letteratura con altri mezzi? Perché la poesia deve essere critica e, attualmente, la rete fornisce il grado di libertà adatto perché la critica sia recepita in modo capillare, come è giusto che sia per tenere il passo con chi è onnipresente e onnicomunicante. E se la realtà diventa più cattiva allora anche le antologie non devono descrivere lo status quo della poesia ma devono farsi portatrici di una proposta differente. Citiamo una poesia di Luciano Erba (in Mengaldo, 1978), intitolata “Le giovani coppie”:

Le giovani coppie del dopoguerra
pranzavano in spazi triangolari
in appartamenti vicini alla fiera
i vetri avevano cerchi alle tendine
i mobili erano lineari, con pochi libri
l’invitato che avev portato del chianti
bevevamo in bicchieri di vetro verde
era il primo siciliano della mia vita
noi eravamo il suo modello di sviluppo.

La linea lombarda si assesta su un’espressione dei moduli del quotidiano in versi, in una circoscrizione del fatto reale tramite descrizioni ‘esatte’, nei suoi esiti più spontanei questa poesia traduce un nuovo-realismo (non neorealismo). Ci vorranno anni per arrivare a raggiungere la stessa cruda spietatezza (vedi Ecce Video, di Valerio Magrelli) del quotidiano che, ad esempio, si ritraccia nei versi di Gabriele Frasca antologicizzati qui da opere già pubblicate. Oggi però sembra che il tentativo più atteso sia quello di tradurre in versi il reale, con tutta la sua insensata mostruosità e, nello stesso tempo, di cercare una soluzione. Lo specchio si è infranto e l’incanto si è rotto. A distanza di cinquant’anni il reale è edulcorato, in altri contesti si cerca una poesia che colmi il divario tra il dopoguerra e l’oggi. Mi vengono in mente certe atmosfere rintracciabili in “Le luci gialle della contraerea” (Mario Desiati, LietoColle), quale forma di impegno può essere attuata, da una generazione che ha vissuto sulla sua pelle virtuale la visione di una guerra reale a distanza? Le nostre case possono essere paragonato a rifugi? Il rifugio è altrove. Alla poesia, con il tramite della rete, si chiede di aderire il più possibile alla realtà. La stessa sete di reale giunge dalle redazioni delle riviste letterarie. Sullo stesso percorso si muovono le voci poetiche dell’agire, seminate in un paese dove il verso è detto e cantato, in teatro e in musica. Aedi cui non spetta il compito di costruire dopo le rovine, ma di rendere possibile la costruzione anche nonostante le rovine.
Ho incominciato questo intervento citando un’intervista di Maurizio Cucchi. Uno dei passaggi di quell’intervista racchiudeva un pensiero scomodo, quasi in contraddizione con quanto sostenuto in precedenza nello stesso luogo.

(E. Mansueto) E che dire di internet: la rete sta erodendo la pagina scritta?
(M. Cucchi) <<Io credo che la pagina sia una casa in affitto. La poesia non è necessariamente parola scritta. Sta nel nostro cervello. Uno può comporre a memoria e ripetere oralmente. La pagina è un luogo, un supporto su cui depositare la parola. La parola è la cosa importante>>. (Corriere del Mezzogiorno, 5 febbraio 2005, supplemente de Il Corriere della Sera).

La parola è importante.

Libri, Ascolti, Visioni.

– Sulla poesia. Conversazioni nelle scuole. Bertolucci Sereni Zanzotto Porta Conte Cucchi. Pratiche Editrice, Parma 1981
– “ma il cielo è sempre più blu”, album della nuova poesia italiana, a cura di Lello Voce e Aldo Nove
Sololimoni, agrumi e testi sui fatti di Genova, a cura di Giacomo Verde e Lello Voce, con “Global Horror Picture Show” di Marco Philopat, Shake Edizioni Underground, 2002
– Gabriele Frasca, La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo mediale, meltemi, Roma 2005
– Mario Luzi, una voce dal bosco. a cura di Renzo Cassigoli con una introduzione di Gianni D’Elia. Nuova Iniziativa Editoriale S.p.A., Aprile 2005
– Fastblood, absolutepoetry, MRF5 ed. mus, e informazioni su www.lellovoce.it
– SparajuriiLive, download da www.sparajurii.com
– Mariangela Gualtieri (Teatro della Valdoca), Michele Sambin (Tam Tam), Roberto Paci Dalò (Giardini Pensili)
– “il detto del morto orale” (CB)

Ben il guerriero


Ben il Guerriero
tratto da Tabula Rasa, numero 4, (Besa Editrice, Novembre 2005),
pp. 300, € 7,00
informazioni su Besa Editrice, iQuindici, Musicaos.

1.
“Sei mai andato da quella verso l’’Hotel Cinque Palle?”, non ci sono andato risposi io, “per me è la più buona di tutte, certo, appena entri la sala è tappezzata di Mussolini, fotografie su fotografie, però la fanno davvero buona”. Discutevamo di pizzerie, qual’era la pizzeria più buona della città, a seconda dei gusti, delle forme e dei tempi di attesa . “In che senso? Ma anche nella sala dove si consuma?”.”Si”.”Vuoi dirmi che uno mangia la pizza e si trova circondato dalla XMAS, i gerarchi e tutto il resto?”. Nemmeno la sera prima avevo visto un film di Russ Meyer un regista del secolo scorso, quello dove un sosia di Hitler viene sodomizzato da un cowboy e finisce divorato da un piranha; quale sarebbe il corrispettivo filmico odierno se Russ Meyer fosse ancora vivo? Domande che frullano in testa quando ho esaurito i miei discorsi improvvisati sulla meteorologia e mi avvento in altri campi dello scibile sapendo che non potrei toccare troppi argomenti e che proprio non mi va di parlare delle splendide performance del Lecce-prime-giornate-di-campionato, quando ogni lunedì è buono perché sul giornale escano titoli del tipo “a un passo dalla Uefa”,”Lecce….Champions?”. Questo venerdì non andrò a cena da Mussolini. Finalmente arrivo a destinazione con il mio collega, dobbiamo riparare un sistema corticale, una cosa semplice, abbiamo fissato l’appuntamento alle dodici così tra una cosa e l’altra tiriamo fino a mezzogiorno e mezza e poi torniamo a casa a mangiare, ognuno a casa sua, così oggi arrivo un po’ prima del solito. Fine settimana, venerdì, due giorni di quiete per lavorare alle mie cose. Prima di tornare a casa passo a comprare le sigarette e chi ti incontro? Ma si, sempre lui, Ben il Guerriero in versione calendario, dietro il bancone. Chiedo un pacco di Pall Mall Rosse. Pago, prendo il resto. Prima di uscire butto un occhio al calendario, Ben in impeccabile completo nero con una vanga in mano, immagino cosa stesse pensando, in quel momento il tabaccaio senza timidezza ‘ne vuole uno? Fanno cinque euro’, esco lasciandolo con un ‘no grazie’. Torno in macchina, caz!, un pacco di MarlBoro, e sì perché a Lecce, se volete un pacco di Pall Mall dovete pronunciare esattamente “PAAL MAALLE” e non “POL MOL”, altrimenti il traduttore fonetico automatico di cui sono abitualmente dotati i neuroni dei tabaccai traduce “MALBORO” e senza alcun problema vi rifila treuroecinquanta di sigarette, prima o poi costeranno come a Londra, così dicono. Va bene, oggi non mi dispiace, una volta tanto si fuma serio. Nel tragitto fino a casa mi chiedo quale sia la cospirazione di oggi, prima il mio collega che mi consiglia di andare a passare il venerdì sera nella pizzeria/nostalgia e poi questo tabaccaio che cerca di farmi passare ogni giorno del prossimo anno, ogni mese per dodici mesi, con una foto trentacinque per cinquanta del beniamino: nessuna cospirazione, sono cose che capitano ogni giorno, anche in edicola. A casa leggo una mail, un amico sta partendo per Bologna, è l’unico posto dove ha trovato un corso post laurea in traduzione che fa al caso suo, dura tre mesi e gli lascia la possibilità di lavorare per mantenersi. “Il traduttore?!?”, ogni volta che ho lavorato presso qualche casa editrice mi hanno sempre fatto fare almeno tre lavori diversi, certe volte mi astraevo, mi osservavo dall’alto, il mio corpo piegato sul tavolo come in un coma fotografico, ‘ma cosa sto facendo? se qualcun altro mi stesse osservando?’, altre volte somigliavo ai cinesi nel circo, quando ero piccolo al circo c’era sempre il numero dei piatti tenuti in rotazione vertiginosa su bacchette alte e flessibili, quando uno stava per smettere di ruotare bisognava dare una carica altrimenti cadeva in terra, il mestiere di traduttore come quello di correttore sono in via di estinzione, il paese è ancora ricolmo di laureati in discipline umanistiche di conseguenza bisogna spremersi al meglio, riuscire a passare con disinvoltura da un tavolo di progettazione ad un tavolo dove i libri dopo essere stati progettati vengono stampati, piegati, impilati, cellophanati e magari anche spediti. Questa era la prima cosa che mi veniva in mente pensando al mio amico che voleva fare il traduttore, ce lo siamo detti, il traduttore puro come il poeta puro non esistono, se non altro a Bologna, seconda città leccese, troverai quel che cerchi, c’è posto per tutti, siamo autarchici. Mi addormento. Penso a quella parola. Ma l’ho detta sul serio? Ho detto ‘autarchici’? Questo pomeriggio filerà liscio come ogni venerdì pomeriggio, tutti hanno fretta di chiudere pensando sabatodomenica e a come lo passeranno, domattina sarò in qualche ipermercato a fare la spesa per una settimana insieme alla mia ragazza.

2.
– Hanno portato via il gorgonzola – che cosa vuol dire, non vuol dire niente ‘hanno portato via il gorgonzola’, sarà finito, è mezzogiorno, sai che il sabato mattina negli hard discount è la stagione delle cavallette. La mia ragazza non ne vuole sapere. Siamo immobili davanti al banco frigo, sezione latticini ed affini, con lei che vuole convincermi che prima o poi, prima della chiusura, qualcuno verrà a riempire gli scaffali vuoti e potremo ritornare a casa felici con il nostro gorgonzola. Cerco di farle cambiare idea, “vedi, in fondo non è che sia così importante, questa settimana salteremo due pranzi a base di gorgonzola, niente gnocchi di patate al gorgonzola, non succede nulla, cosa vuoi che succeda?”. Aspetto una risposta affermativa, mi aspetto un segnale, qualcosa del tipo “va bene, hai ragione, in fondo che cosa ce ne importa, sono solo due etti di formaggio”. Mentre aspetto una risposta il mio occhio vaga per il supermercato, nessuna signora carina, il corridoio dove siamo io e lei è deserto, continuo a vagare, sento qualcosa alle spalle, mi giro verso lo scaffale di fronte, pasta legumi e cornflakes, osservo un pacco di pasta, leggo l’etichetta, non voglio credere ai miei occhi, ‘pasta balilla’. Prendo la mia ragazza per un braccio, lei crede che sia la solita scenata, non ha capito nulla, andiamo alla cassa paghiamo e usciamo. Alla cassa il commesso non batte ciglio, prende i prodotti e prima ancora che io abbia fatto in tempo a sistemarne uno nella busta lui me ne scaglia un altro, ci guardiamo, non capisce, non voglio farmi capire, prima di pagare lo faccio attendere finchè l’ultima delle mie merci non è inserita nell’apposita busta. Sul suo camice nero c’è una macchia, sembra cenere, eppure negli ipermercati è vietato fumare, è vietato ovunque.

3.
Il fine settimana è anche l’unica occasione che mi è rimasta per andare dal barbiere ad aggiustarmi i capelli. Quando avevo venti anni, non molto tempo fa, nemmeno troppo poco, insomma quando potevo permettermelo portavo i capelli lunghi, sempre lunghi, finchè un giorno non decisi di farmi un doppio taglio alle tempie, per sentirmi più leggero, alla fine la testa alleggerita cominciava a piacermi, ‘troppi capelli troppi pensieri’, così mi rapai a zero senza pensarci due volte. Adesso ho raggiunto un punto di equilibrio, circa una volta al mese, di sabato, vado dal barbiere a farmi radere e per un’aggiustatina.
Entro da Lino. La bellezza di questo luogo è disarmante, non c’è nulla, nemmeno la musica nell’aria, l’unico ronzio è prodotto da un condizionatore d’aria che sta sempre acceso, anche d’inverno, qui dentro si può fumare. Quotidiani stropicciati sulle poltrone, cinque del pomeriggio, tutto ciò che deve accadere è già accaduto, la mattina con i caffè portati dal garzone ai primi clienti e scene simili, mi siedo in poltrona, Lino si gira e mi chiama, il mio turno è subito. Mi guardo allo specchio mentre il mio collo viene circondato da un asciugamano, le prime volte deve essere stato differente. Ne sono certo, le prime volte succedeva qualcos’altro, mi ricordo che Lino mi chiedeva che taglio preferivo, addirittura prendeva delle riviste, sempre le stesse, che teneva nascoste nell’armadietto insieme alla schiuma da barba e alle lozioni, sfogliava velocemente uno di questi giornali usurato e stropicciato dall’uso, poi, cambiava idea come un michelangelo davanti alla pietà rondanini, si fermava un altro secondo e alla fine mi mostrava una foto. Prima deve essere stato così. Non mi ricordo quando è successo, non ricordo nulla. Lino estrae un rasoio da un cassetto, mi dice “tutti quelli che vedi in giro hanno tre, al massimo quattro di lame…questo rasoio ne ha cinque, qui a Lecce Provincia lo usiamo soltanto in due, io e mio cognato di Maglie”.
Il rasoio di Lino non mi spaventa, la mia testa è cosparsa di schiuma, uno strato sottile, circa due centimetri. Dopo due minuti sono rasato a zero, non so più se la mia testa è calda per via di tutti i pori e follicoli che sono stati passati al filo di cinque lame oppure perché la superficie della mia calotta subisce d’improvviso il calore delle lampadine, entrambi i motivi mi sembrano spiegazioni decenti. Faccio uno squillo alla mia ragazza “dove sei?”. E’ in un negozio di scarpe, non è molto lontano. Vado io.

4.
Questo si che è profumo. Dicono che Coco Chanel abbia realizzato il suo mitico Numero Cinque mescolando non so quante essenze. A quanto pare il potere di questa fragranza, quando fu proposta, non consisteva tanto nel profumo in se stesso, quanto nel fatto che quest’odore nuovo fosse nient’altro che questo: un odore nuovo, sintetico (traslucido, mai visto), inesistente in natura. Entro nel negozio di scarpe e mi sembra di essere un atomo finito in una boccetta di Coco Chanel nel pomeriggio precedente alla scelta della fragranza numero cinque, un attimo prima del mescolìo miracoloso. Ci sono diversi gruppetti seduti o in piedi, tutte coppie composte da commessa & cliente, per terra, vicino ad ognuna di queste coppie giacciono scatole e scarpe, se fossi miope penserei di essere capitato su un set cinematografico. Si filmano le conseguenze di un attacco suicida, tutto è esploso in aria e per qualche coincidenza inspiegabile sono rimaste soltanto le gambe dei cadaveri, gambe di pelle e di cuoio, gambe sventrate fino allo stinco oppure fino all’inguine, gambe insieme alle loro bare di cartone con differenti marche e iscrizioni. La mia ragazza, non potrei immaginare il contrario, sta provando un paio di stivali neri che le arrivano fino al ginocchio. “Con questi sto bene? Mi piacevano anche quelli lì, soltanto che c’era solamente il trentasei”, rispondo che vanno bene quelli, se solo potesse scegliere un altro colore “stai scherzando, sono anni che ho smesso di indossare scarpe colorate, non sono più una bambina, nemmeno tu, pensaci, guardati”. Il tono di quel ‘guardati’ è perentorio. Lei parla con quel tono quando intende portarmi con i piedi per terra risparmiando inutili battute, così assume quel tono e se la cava con una parola. Non riesco a replicare, ha ragione. Il mio paio di Aurora di pelle sono testimoni di questo e di altri smacchi, belle, nere, con un sottile filo bianco che percorre la suola, marziali, eppure così comode, non me le tolgo mai, nemmeno a lavoro, in realtà a lavoro ne indosso un paio diverso, quelle senza il filo bianco e con la suola a tacchetti gommati color marroncino, non potrei presentarmi in ufficio con un paio di scarpe troppo frivole. Chiedo alla mia ragazza se è soddisfatta dell’acquisto, le dico di prepararsi, mi piacerebbe passare da una libreria qualsiasi, giusto una mezzora. I nostri sabatodomenica sono così. La commessa del negozio di scarpe fa scivolare un foglio all’interno della busta insieme allo scontrino, c’è una festa stasera in una discoteca del centro, si tratta di una Commemorazione, un presentimento percorre il mio rachide fino alla base della nuca, spero che gli amici della mia ragazza non mi ci vogliano portare. Non ci penso fino a stasera, non voglio pensarci.

5.
In libreria con la mia ragazza. Non so quale libro acquistare, osservo la copertina di un libro di versi, lo prendo, lo sfoglio un po’, guardo il prezzo, non costa nulla, forse ne vale la pena, no, non ne vale la pena, lascio il libro appoggiato su una pila di best-seller e continuo la mia perlustrazione. Leggo diversi risvolti di copertina “un marinaio abbandona la sua abitazione, in un paese sulla costa dalmata, in cerca di avventure nel mar mediterraneo, dovrà accorgersi, a malincuore che…”, “…e così Roderigo si trova da solo, accerchiato dal nemico e da tutte le sue paure, finchè l’orgoglio non lo spinge a misurarsi con quanto di più terribile è rimasto, con…”, “lui, lei, un intreccio che non può essere descritto se non paragonato a…”. Chiudo ogni libro producendo un rumore secco, una smorfia nauseata mi resta impressa nella mente, sul volto un sorriso da idiota. Compro un dizionario. “Ma questo è il terzo che compri, cosa te ne farai di tutti questi dizionari vuoi dirmelo?”. Cerco rifugio nelle parole, credo che le parole, nel loro germe, contengano una possibile spiegazione di quanto mi sta accadendo intorno, niente di più. Tengo questa considerazione per me. Un commesso si avvicina come un falco pellegrino, uno di quelli che sono scolpiti all’ingresso del municipio o che svettano ancora sul cornicione del palazzo prefettizio. Mi chiede se sono soddisfatto. Non proprio, ma può andare, passo la mano sulla testa, odoro ancora di talco “odore di bimbo”.

6.
Invece devo pensarci, sono costretto a pensarci. “Quale migliore occasione per mettere in mostra i miei stivaloni nuovi?”, così mi ha detto, stivaloni. Davanti a certe affermazioni sono inerme, sono un bruco che cammina sopra un escremento, zampetta dopo zampetta, pensando che prima o poi diventerà farfalla, ma quanto dura mediamente la vita di un bruco? E se non diventerà farfalla, se arriverà alla fine dell’escremento tirando l’ultimo respiro? Non voglio pensarci, invece devo pensarci. Hanno telefonato alla mia ragazza, si sono liberati giusto due posti per la Commemorazione, non possiamo mancare, non dobbiamo mancare, ‘d’altronde’, come dice lei, ‘quando ci capita ancora? L’ultima a cui siamo stati è stata due anni fa, stai diventando noioso, ogni tanto mi va di fare le cose che fanno gli altri, non sono come te io…’. Già, forse è vero.

7.
Vengono a prenderci direttamente da casa, sono due amici della mia ragazza, lavorano nel suo stesso ufficio. Siamo al Flower dopo venti minuti di slalom cittadino da casa nostra fino ai vicoli e ai cunicoli del centro storico. Fuori dal locale ci sono un migliaio di persone, tutti vestiti di nero. La musica ci investe da diverse centinaia di metri. Parcheggiamo la macchina, la Commemorazione inizierà tra una ventina di minuti, ce lo dicono i parcheggiatori abusivi sparsi lungo la strada. Alla fine riusciamo ad entrare. La Festa della Commemorazione si tiene ogni due anni, ecco perché non ci vado sempre, certe volte sbaglio l’anno oppure credo di esserci già stato, può capitare a chiunque. E’ la festa che ricorda attraverso quali vicende il nostro paese riuscì, nel secolo scorso, a raggiungere l’indipendenza dalla ragione, accadde più o meno nel duemila e dodici. Un percorso difficile e tortuoso che condusse le nostre esistenze – noi che ancora non eravamo nati – a divenire ciò che oggi siamo, ammassi di neuroni inscatolati, in corso di continuo rammollimento.

Io avevo letto alcuni libri, da bambino, e mi era capitato di osservare diverse registrazioni video che raccontavano queste vicende. Non ci capivo nulla, mi ricordo personaggi vestiti di blu o nero, carriarmati, altre persone che venivano fucilate o delle quali i corpi mutilati venivano esibiti con allegria, da compagni dei nostri il cui volto era nascosto.
La Commemorazione ricordava tutto questo. Nel bel mezzo della musica tutto divenne silenzioso, comparvero alcune di queste immagini accompagnate ad un sottofondo musicale, poi un altro momento di silenzio ed infine un grande applauso. La faccia di Ben il Guerriero, nero vestito, con il cranio rasato, era proiettata dovunque. Ma come era possibile tutto questo, che cosa era successo? Una parte della mia testa aveva dormito per quarant’anni, cinquanta forse, ancora di più? Eppure avevo meno di trent’anni, continuavo a ripetermelo, credevo di stare vivendo un incubo, eppure fino al giorno prima non mi ero accorto di nulla. In che paese vivevo? Non riuscivo a rispondermi. La mia reazione fu inaspettata, corsi via dal Flower e salii su un taxi.

8.
Le ho risposto al telefono appena un attimo fa, l’ho rassicurata, sei già a casa? Va bene, arriverò anche io, dammi un’ora. Mi faccio scarrozzare ancora un’altra ora in giro per la città, non so cosa voglio, non so se questa città mi appartiene, non so cosa voglio fare da grande, mi sono abituato al peggio senza nemmeno accorgermene, non mi sono accorto di nulla. Lei stava cambiando, la città intorno a me stava cambiando, il paese era cambiato da tempo, nonostante l’ordine fosse in cima ai discorsi di tutti i gerarchi, nonostante in questo torrido inverno degli anni ’50 – secolo due – era fascista – mi sembrasse di aver vissuto una giornata come le altre.

9.
Ritorno a casa. Salgo i tre piani di scale, un gradino alla volta. Domani sarà diverso, non smetterò mai di ripeterlo, contro ogni schermo che replica continuamente il contrario farò tutto il possibile perché ciò non accada. Mi chiedo se sia possibile fare qualcosa per cambiare questa situazione che non mi piace, mi volto verso di lei cercando una conferma, uno sguardo. E’ ancora domenica. E’ già domenica. Ho pensato che potremmo andare in pizzeria, questa sera. Un mio collega me ne ha consigliata una, dice che si mangia davvero bene, l’unica cosa che devo riuscire a sopportare è il gran numero di quadri e fotografie che ritraggono Ben il Guerriero, ce ne sono di ogni dimensione, in tutte le stanze. Il mio collega mi ha spiegato che c’è un trucco semplicissimo, ‘guarda fisso nel piatto dove mangi, resisti finchè hai fame, quando li incontri da solo non voltarti mai per primo’. Non sono d’accordo.

[Si consente la riproduzione parziale o totale di quest'opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.]

Il giardino di fuoco


Il giardino di fuoco

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Le sue mani racchiudono i seni in due coppe con una stretta ammiccante. Lo sguardo è altrettanto lascivo. La donna è in ginocchio con le gambe spalancate, poggiate su un pavimento rivestito in moquette. Fuori c’è il sole, tanto sole. Si direbbe un giorno d’estate. Come ho fatto ad arrivare fin qui? Non ricordo. Lei continua a sorridermi ferma, quasi immobilizzata, come se la stessi osservando in un fermo immagine latente. Intuisco che là fuori ci saranno almeno quarantacinque gradi centigradi, le macchine procedono a rilento su un nastro d’asfalto, come se i copertoni schiodassero la superficie della strada all’inizio di ogni giro di ruota e la riincollassero al termine del giro, moltiplicato per quattro ruote, moltiplicato per un centinaio di autovetture che passano in questo tratto di strada ogni venti secondi, velocità sostenuta. Di fronte c’è un albergo, non può essere altro, una costruzione in finto stile liberty. Com’è che sono finito qui? Ora ricordo, avevo finito di leggere la posta elettronica, vagavo nei meandri di google, sono giorni che battendo sulla tastiera questo nome mi esce sempre ogogle, non credo che dislessia sia la parola esatta per descrivere il fenomeno, o forse sì. Il prezzo di un barile di petrolio ha raggiunto i sessantacinque dollari, questa notizia mi fa pensare alle automobili con occhio diverso, come fossero carcasse in movimento venute da un tempo archetipo, me le immagino nei musei tra quindici anni, gdf003.jpgimmagino una copia di me invecchiata che apre il garage, toglie un telo di plastica impolverato dal cofano di un auto, f aun giro settimanale al suo catorcio. Ma che cazzo ci fa la Tour Eiffel là dietro? Alle spalle della pornostar ammiccante, come caduta dall’alto piantandosi nel mezzo dell’albergo, c’è la Tour Eiffel. Ricordo di Venezia. C’è solo un posto al mondo dove l’uomo è stato così coglione da ricostruire Piazza San marco in scala 1:1, Las Vegas, ergo, ci può essere soltanto un luogo dove si può costruire una copia della Tour Eiffel, cioè Las Vegas. Salvo l’immagine e torno al motore di ricerca. Sono pronto a compiere un massacro. Sequestreranno il mio hard-disk cercando le prove della mia colpevolezza, perché il kitsch è terrore, e le azioni volte a contrastare il kitsch, quandanche velate di espedienti attinti alla strategia del terrore, sono benefiche. Scrivo ‘Las Vegas’ ‘Tour Eiffel’, sono fortunato, ecco l’albergo, appartiene alla catena dei Caesar’s Palace, adesso ho bisogno di una mappa dettagliata, così potrò attuare il mio piano devastatorio e cruento. Maps.google.com, inserisco nel campo ‘Las Vegas’, osservo una piantina della città, faccio uno zoom sul viale principale, quello dei casinò e degli alberghi, che oggi si chiamano tutti ‘Resort’, mi vengono in mente immagini nauseabonde che pesco nei ricordi degli anni ottanta, lo stivale gigante, il cow-boy gigante pieno di luminarie da festa leccese, quando il genere umano è vicino al disastro, tutto si riempie di luce, la mia azione di terrore sarà illuminatrice.Eccolo lì, l’albergo si chiama ‘Casino Paris’, passo in modalità satellite, la sagoma della Torre è inconfondibile, ne riconosco i contorni anche da questa stanza. L’ultima foto che mi hanno inviato da Parigi era uscita male, l’angolazione era sfuggita al controllo, forse un incidente, la Tour Eiffel non si vedeva, si vedeva la sua ombra. Qualche giorno fa hanno arrestato un iracheno, nel suo computer portatile hanno trovato le foto scattate da satellite di alcune località italiane, dal suo cellulare nei giorni precedenti al suo arresto erano partire diverse telefonate a numeri italiani e tedeschi. Devo stare attento a come uso il telefono, nessun passo falso, nessuna mossa azzardata. Osservo la foto. Torno ad osservare la mia Camila, è così che si chiama lei, sull’altra finesta. Passo da una finestra all’altra in cerca di un indizio, devo capire dove è stata scattata questa istantanea. Di fronte al ‘Paris’ c’è una piazza enorme, prato inglese e fontane che si illuminano di notte, e un altro albergo, il Bellagio Hotel. Il nome mi fa accapponare la pelle, mi viene in mente Frank Sinatra. Sono nella fase che succede alla scelta dell’obiettivo, questa fase prende il nome di ‘raccolta delle informazioni’. È il momento di visitare il sito da vicino, raccogliere campioni. Il Bellagio Hotel ha soltanto suite. Planimetria delle stanze. Stanze 42-56. Penthouse Room. Enlarge. La moquette è la stessa della foto, identica, la stanza è la numero 46. È qui che Camila si è fatta fotografare, interpreto il segnale. Le vergini non ci attendono in cielo, le vergini che ci aspettano sono arrivate con una taxine – un taxi limousine da undici metri – si sono fatte accompagnare nella loro stanza al settimo piano dell’albergo fingendosi attrici porno, hanno fatto la doccia, hanno indossato una veste di lino bianco intessuta con oro, dopo circa due ore sono state immortalate, faceva da sfondo una ricostruzione esatta della Tour Eiffel. Il messaggio completo è 24 agosto, Parigi. Camila mi accoglierà nella capitale francese, regalandomi due barrette di cioccolata, ‘ne bastano due per far crollare un palazzo di quaranta piani’, ‘oppure per ridurre in cenere un aeroporto di medie dimensioni’ aggiungo. Le cariche esplosive contengono il segreto della nostra mirifica strategia. Le Twin Towers ne erano imbottite fino alle fondamenta, esistono tre ingegneri in tutto il mondo capaci di attuare un piano simile. Noi siamo portatori di messaggi semplici, colombe della pace.

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Chi di voi non ha desiderato, almeno una volta nella sua vita, di vedere crollare un ponte da una distanza ravvicinata, o qualche altra cosa, essere lì mentre cade? È una sensazione indescrivibile, non si può comunicare, il vuoto che ti lascia dentro è sempre più grande dello spazio che viene liberato. Dura un attimo, poi ne vuoi ancora.
Quelli rasi al suolo siamo noi, ci muoviamo al limite e ogni passo allontana il margine del limite di un altro passo. La notizia del rapimento di un funzionario ci riempie di sdegno, dopo poco meno di un anno vengono rapiti dieci funzionari ogni sei mesi. Il crollo di un aereo o il rinvenimento di uno zainetto ricolmo di epslosivo, se inesploso, passa inosservato. La cosa peggiore è che passa inosservato l’inasprimento delle leggi, la chiusura delle frontiere, la limitazione della privacy. Quando ci vorrà perché su google ognuno di noi possa essere localizzato? Qualche anno fa una società vendeva foto prese dal satellite a 87 dollari l’una, credo che il prezzo oggi sia in ribasso, quando io e Camila abbiamo divorziato ho speso una cifra incredibile di euro per farmi arrivare nella casella postale le foto scattate al tetto di casa sua, la vetrata limpida da cui ogni giorno potevo vederla stesa nel letto, prima del risveglio. Utilizziamo questi strumenti da anni.
Adesso il tempo è maturo. Quel che ci attende, lì fuori, è un giardino di fuoco.

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[Si ringrazia Rachel Aziani, nella parte di Camila e la direzione dell’Albergo Paris di Las Vegas, per la cessione gratuita della stanza n. 46, il racconto tratto da Vertigine_6, “Politicamente scorretto”]

Si consente la riproduzione parziale o totale di quest’opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

Il nome della città.


Il nome della città, Lecce. La città al momento sembra rivestire un ruolo marginale all’inizio di questa storia. Marginali a loro volta saranno i ruoli ricoperti dalle varie figure che, in successione, occuperanno come metafore l’inizio di questo racconto. Lettore, devo ammetterlo, fin qui sei stato buono davvero, così buono che ti posso risparmiare secoli e secoli di giri con motociclette e macchine verso lidi stanchi e noiosi in situazioni e scenari fotocopiati dove il taglio delle figure è identico e il massimo che può permettersi il giovane è bere qualche birra in un bar vicino al mare mentre le zanzare ronzano attorno ai lampioni e tra mezz’ora circa sta per accadere qualcosa che cambierà la vita a tutti quanti, un motorino si ferma all’angolo, uno di noi si avvicina, scambio rituale di euro, adesso possiamo andare al concerto. Ed eccomi adesso, domenica mattina in macelleria, il sole meschino riaffacciarsi per prendere il sudore fin dentro le ossa, astro meschino e immobile. Questa mia allucinazione rimaneva nelle orbite della normalità. Mi ricordavo del periodo in cui avevo sospeso il giudizio e non scrivevo, grande periodo pensavo, pensavo, pensavo. Parlavo poco e scrivevo punto. Lettore mio, non ci crederesti, ero un ragazzetto d’azione. Oggi è paurosa la normalità di questi cani randagi che aspettano di ingollare sotto al sole le fettine semiputride che ho acquistato. Appena uscito mi sembrò quasi di volare, di librarmi nel cielo. Della mia città apprezzo lo stile che mi manca, non il sole che invece mi uccide. Difficile per i suoi raggi toccarmi nello stile. Nessuno dei miei amici mi ha mai condonato l’amore per la pioggia. Posso coprirmi, quando piove. Posso nascondermi, se c’è freddo. Quando fa caldissimo vorrei spellarmi e non posso. Ne risulta un’influenza dello stile. Quella che chiamo un’influenza debole. Chi legge non ci crede. Ma chi legge non crede mai. Se ne sta seduto perché è certificato che leggere in movimento è cosa complicata, grave, solenne, come librarsi nel cielo. Qui non si tratta di lettura. La carenza di stile io la vivo come un dramma, a maggior ragione semmai uno stile c’è stato. È difficile dirlo.

L’uomo delle foreste


L’uomo delle foreste.
Verso un transito poetico che non sia transito celeste.

1. L’ispirazione non esiste, non ci ho mai creduto, se esiste non mi ha mai toccato, non sono stato eletto da questa tangente. Da aspirante scrittore ho scritto ed ho scritto di getto e poi ricomposto, per limatura e senza troppe scuse.
Questi pensieri sono relativi ad uno stato di attraversamento della lucidità, tra un prima e un dopo, nel breve lasso di tempo durante il quale un pensiero si coagula. L’attraversamento non è necessariamente costituito da momenti mancanti, né può risolversi in un quid valido dal punto di visto estetico, rappresentando esso né più né meno che un’esperienza di transito sconvolgente e personale. L’atteggiamento da mantenere potrebbe essere questo: guardo un oggetto, lo osservo, sono quell’oggetto, guardo un oggetto che ora non è più lo stesso, nemmeno io sono più come prima. Un occhio esterno non può certificare. Di certo il transito e l’attraversamento, sono legati al fare, al divenire, al cambiamento.
Il transito può scaturire da più cause. La mia preferita è lo stress, il sovraccarico sensoriale, la somma di tensioni provenienti da diverse sollecitazioni (“State svegli fino a tardi. Accadono strane cose quando siete andati troppo in là, siete stati svegli troppo a lungo, lavorato troppo e siete isolati dal resto del mondo”, Bruce Mau). Il peso di una massa incredibile, stratificata e anonima, costituita da terre, ere geologiche, conflitti mondiali, che si concentrano in un punto. La pressione di più atmosfere che fa divenire diamante un pezzo di legno, carbone, fossile.
Nel momento del transito è raro il fenomeno del comparire a se stessi riuscendo ad autorappresentarsi, in quel momento sono emittente, trasmittente, ricevente, cerco di esserci il meno possibile, il linguaggio dell’incoscienza sarà già abbastanza mediato, storicamente, da ciò che è stato sul mio corpo. L’ispirazione non esiste, il transito è incoscienza al lavoro, resa a detrimento del corpo che fa da schermo, da tela, da foglio di carta bianco non ancora proiettato su qualcosa che poi sarà visibile per tutti, forma dell’intraducibile. La collezione di questi momenti, costituisce un quadro vivido, costruito sull’eccezione. Un suono che rimbomba in latenza, senza turbamenti, per poi esplodere. Dopo? In seguito il transito si costruisce sulla ripetizione. La ripetizione dei gesti corporei e meccanici riconduce a questo stato, ne fa ricordare i momenti con il tentativo disperato di riallacciarsi alla tensione di un non essere, di una twilight zone. La ripetizione dei gesti corporei e meccanici riconduce a questo stato. La concentrazione estenuata fa perdere il controllo del sé, sfocia in transito. La mente come incrocio momentaneo di più direttrici, dette anche voci, la trance è il corpo che prende possesso sulla coscienza esautorando la veglia e sfociando in espressione. Ma anche la coscienza è coscienza corporea, è corpo. Ne “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza”, J. Jaynes ipotizza che in un passato remoto le azioni dell’uomo fossero ‘dettate’,’ispirate’, da agenti esterni (extraterrestri, divinità) e che la coscienza (la voce di dentro) sia nata per sopperire all’improvvisa mancanza di queste presupposte voci di comando, ne sarebbero testimonianza diffusa alcuni passi dell’Iliade comparati a testi di epoca successiva, appartenenti all’Odissea di Omero. Lo stesso avviene nella trattazione dei sogni profetici come fu descritta in epoca classica. Queste spiegazioni nascono dal non volere riconoscere l’incredibile potere cerebrale di sopportazione di tutte le tensioni.
La poesia è altra da sé. Il poeta, lo scrittore, prima di far rientro nella razionalità del progetto sono totalmente ‘fuori’. Ogni fenomeno dispone della propria ‘scimmia’ che fa da mimo alla genesi, all’originario, replicandone la rappresentazione senza appiglio. Il transito può essere mimato, può essere rappresentato ad uso e spavento di chi guarda, ma ciò è valido e succede perfino alle soglie della razionalità, essa pure dispone di ‘scimmie’, il poeta può regredire o arrestarsi, restare scrittore di versi. Fare i conti con i propri momenti transeunti significa fare i conti con un percorrere assiduo il filo teso, conoscere e praticare una follia quotidiana che altri non è se non il disporre di un quantitativo di libertà ed energia eccezionali, che non necessariamente devono confluire in un’opera o in un momento creativo. Quando ciò accade il transito è stato selezionato, il raggio di luce attraverso la fessura dello spettro, nella camera oscura, rimanda bande parallele, monocromatiche, ciò che era un universo multicolore e caotico diviene regola, perfezione.
Trance, transito, accogliere il passaggio, la trasmutazione, la transitorietà, giocare con i frammenti mobili della creazione, lavorare sulle categorie dell’allusione, dell’ammiccamento, del non completamente detto ed espresso.
I critici letterari si confrontano periodicamente sull’idea di fine della letteratura e fine della poesia. Interessante è invece il confronto sull’idea di opera-mondo, romanzo-mondo; il secolo scorso e l’attuale presentano diversi esempi di opere che fagocitano il reale nella sua interezza, opere ruminanti. Dietro di esse, però, c’è un autore mondo il cui corpo è stato completamente attraversato (“Kein Sein ohne Seiendes”, Adorno). Una poetica del transito dirompe maggiormente di una psicologia della scrittura, dandosi in psicosi della scrittura (struttura).
Il sistema nervoso accoglie gli stimoli, gli occhi, la vista, apparati sotto la fronte, direttamente collegati al sistema, il cervello è sede dei pensieri e degli urti, della fratture storiche. Tutto il corpo è sede dei pensieri, il corpomente transeunte è delocalizzato. Le opere che accolgono l’attraversamento ed il delirio sono opere mondo disinnescate dal corpo originario.

Esperienze nel bosco uno.

Attraversare il bosco di notte, compiere a ritroso la stessa strada che si percorre ogni giorno, con la luce del sole, mai fatta nel senso inverso, notte pesta, non si vede nulla, ogni rumore, ogni buca, non è la stessa strada, sembra che sia impossibile fare ritorno, battito del cuore accelerato, fidarsi del proprio ricordo.

Esperienze nel bosco due.

Questa notte ha nevicato, ora ha smesso. Questa mattina da casa all’università, attraverso il bosco. Sette giorni senza parlare con nessuno, nessun contatto con l’esterno, soltanto letture, televisione, radio, scrittura. È proprio necessario attraversare il bosco stamattina? Sì. Andare all’università adesso sarà come visitare un pianeta sconosciuto, fare ritorno. Mi incammino, dopo un chilometro mi accorgo di essere circondato dal bosco innevato, nessun ciclista, nessuno studente. D’un tratto ti viene il timore di aver perso la strada, tutto è bianco, provi ad orientarti con gli alberi ma ti accorgi che in questi mesi non hai mai fatto caso agli alberi, sempre camminando con lo sguardo in terra, il tuo riferimento erano le buche, i segni per terra. Il sangue adesso ti rimbomba nelle tempie, se non troverai una via d’uscita impazzirai e impazzirai se troverai la strada, ecco la strada, non impazzirai.

2. Il transito derivante dalla ripetizione, dall’estenuazione, e quello derivante dall’isolamento, dall’improvviso restringersi del campo visivo, dall’amplificazione di tutto ciò che ci circonda. Esistono persone con cui il transito è stato benevolo e altre che ne sono rimaste atterrite, ma chi può autorappresentarsi definitivamente la successione di stati/stadi mentali di un’altra persona se non vivendo la medesima esperienza? Non ci si può affidare alla psicologia dell’autore per descrivere una sua opera, né si può descrivere il transito come variazione di gradienti chimici e circolazione di fluidi. Non è questo il luogo per decidere se il transito debba accompagnarsi ad una forma espressiva di natura artistica, il transito è una forma di delirio dove attività e passività si confondono.
Ho scritto di getto un libro di circa duecento pagine, un romanzo inizialmente nato da un flusso poetico, della poesia possedeva la forma e per certi versi la materica continuità sonora. L’ho scritto in una ventina di giorni, prima dei quali ero davanti ad una scelta, e insieme a questa scelta avevo abbandonato un periodo notevole di inoccupazione e stress. Credevo di essere agente di quella scrittura, non era così. Quelle pagine si sono scritte da sole ed io ero emittente, mi ricordo del mio stato emotivo e mentale di quei momenti, quasi completamente assente a me stesso. Al termine di questo momento di scrittura e giunto alla fine di ogni pagina mi sentivo bene, il transito era l’attraversamento di un luogo terapeutico, analgesico. Scrivere pensando all’ispirazione è già mancanza di scrittura prima ancora che negazione dell’esistenza di ispirazione. Sette revisioni di quel testo prima che somigliasse ad un oggetto allusivamente narrativo. Mancante da esso la storia, presente in maniera occlusiva la mia precedente storia personale. Le tracce del delirio sono permanenti e quel testo è privo di soggetto attore, di eventuale protagonismo del personaggio, le azioni e gli eventi sono dettati dalla voce, non quella del narratore, nessun dio, bensì da quella dello scrittore che si rivolge all’attore obbligato dalle proprie azioni, da cui il titolo di Motoproprio.

Esperienze nel bosco tre, metafora.

Se fossi stato un fisico sicuramente sarei stato un esperto nello studio dei fluidi. I fluidi. La teoria dei fluidi. La portata di un condotto/è il volume liquido/che passa in una sua sezione/nell’unità di tempo/e si ottiene moltiplicando/la sezione perpendicolare/per la, per la? I miei piedi stanno per essere sommersi dall’acqua del bidet, seduto sulla tavoletta abbassata del cesso, con l’asciugamano appoggiato sulle gambe. Io non lavo i miei piedi, li detergo. Lascio che l’acqua, infiltrandosi nei pori, depuri efficacemente i miei piedi, non devo fare nulla, mi basta restare con i piedi in ammollo, è fatta. Immagino che mi piace restare con i piedi così, riapro il rubinetto. Il mio bidet ha un buco, in alto, quando mi dimentico l’acqua aperta quel buco non riesce ad ingollarne abbastanza, il bidet rischia di esondare d’acqua sul pavimento. Non questa volta, ho deciso per un ricambio di fluido, sono un esperto in materia, stanotte. Regolo il dosatore affinché l’acqua scenda lentamente, adesso l’acqua che filtra in uscita attraverso il buco è pari alla quantità d’acqua che fuoriesce dal rubinetto. Sono entusiasta nell’ammirare gli effetti di questo lento riciclo di fluido che si svolge nel mio bidet. Peccato che l’acqua sia sporca, pensandoci, non mi accorgerei dei moti convenzionali se non intravedessi il movimento di pulviscolo che continua a moltiplicarsi in circonvoluzioni. La sporcizia è testimone galleggiante dell’avvenuta pulizia, si addensa ai bordi. Mi accorgo di un’altra cosa. Alcuni frammenti di sporcizia vengono attratti dal getto di acqua che scroscia dal rubinetto, mentre altri pelucchi vengono risucchiati e portati con sé dall’acqua che defluisce nel buco. Mi accorgo subito di questo fenomeno e mi dico ‘scelgono dove andare a finire’. Mi ricordano Paolo e Francesca, ributtati di continuo nella bufera. Ho elaborato finemente una teoria, lavandomi i piedi un giorno sì e uno no; quando torno a casa troppo tardi e non ho voglia di farmi la doccia, allora mi lavo i piedi, così quando mi corico sotto le coperte non mi addormento terrorizzato, ebbene, la mia teoria è questa: la sporcizia che viene ributtata in circolo è più intelligente di quella che viene risucchiata nel buco, il primo corollario della teoria era ovvio, anche il più piccolo granulo di pulviscolo possiede una certa capacità decisionale. E io nel buco non ci finisco. Asciugo i miei piedi, li infilo nelle pantofole, mi lavo i denti. Dinamica di corpi in movimento. Mi è difficile, in questo momento, ragionare la mia vita in termini differenti o troppo distanti dallo scambio di fluidi. La mia vita è respiro, anche quando inalo tonnellate di polveri e carboni, tutto si riduce in pulviscolo, tosse. Alcuni dei miei l’altra mattina stavano facendo volantinaggio, tra due sabati mobilitazione, ma da cosa? Sono tre mesi che siamo mobilitati. Prima o poi la lettera arriva a tutti. Lo dice anche Carlo. Carlo è il più giovane degli studenti con cui divido l’appartamento, dietro Porta Nuova, quarto piano, scale, ringhiera, ballatoio, a quest’ora non mi vengono in mente più di quattro parole, piano, ringhiera, scale, ballatoio gocciolante. Gennaio.

3. L’ispirazione non esiste, non ci ho mai creduto, se esiste non mi ha mai toccato, non sono stato eletto da questa tangente. Da aspirante scrittore ho scritto ed ho scritto di getto e poi ricomposto, per limatura e senza troppe scuse. Tuttavia mi sono accorto di come la pratica della scrittura faccia attraversare stati emotivi diversi, faccia bene, come realmente sia possibile attraverso una narrazione concentrare in un luogo contenuto un mondo che, prima di noi, è accaduto. Il transito nella ragione dispiega fenomeni silenti, uno scrittore consapevole ne fa uso per descrivere la sua realtà altrimenti relegata in deliri univoci, cronici, politici e diffusi.

[Luciano Pagano,
Lecce – Gennaio 2005]

Transiti 1

– Claude Ollier, Estate indiana, 1967, Einaudi
– Bruce Mau, “Un manifesto (incompleto) per la crescita”, ArtLab, anno 4 numero 2, Milano, luglio 2002
– Samuel Beckett, Watt, Einaudi, 1998
– Gilles Deleuze e Felix Guattari, L’anti-Edipo, Einaudi, 1975

Transiti 2

– Edouard Schurè, I Grandi iniziati, Rizzoli, 1991
– Terence McKenna, Il nutrimento degli dei. La ricerca dell’albero originale della conoscenza, Libri Urra, Apogeo, Milano, 1995
– Theodor W. Adorno, Teoria Estetica, Einaudi, 1977
– Julian Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, Adelphi

Transiti 3

Lecce, Torino, Saarbrücken

[intervento tratto da “Dissociazione e creatività. La transe dell’artista”
a cura di
Vincenzo Ampolo e Luisella Carretta
prefazione di Georges Lapassade
Campanotto Rifili, agosto 2005, ISBN 88-456-0711-9, €16,00]

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