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Addio primarie, addio PD. Sottotitolo: l'ultima volta. Ovvero: svegliatevi


Mauro Marino
Addio primarie, addio PD

Giuro, è l’ultima volta. Poi tolgo il disturbo, sempre che valga qualcosa la considerazione di un cittadino elettore pensante, già iscritto ai DS, “fondatore” del PD con l'”Io ci sono” del 14 ottobre 2007. L’ultima volta, lo giuro, poi mi affiderò a questo “centralismo democratico” di ritorno, all’indirizzo, alla linea o al meno peggio.
È “cosa loro”, dell’apparato politico, della “classe dirigente” – come molto piace dire a qualcuno – scegliere chi dovremo andare a votare nella prossima primavera per rinnovare il “consiglio d’amministrazione” della nostra Provincia.
Il candidato c’è già: l’avvocato, senatore e presidente uscente Giovanni Pellegrino.
Tutti d’accordo, solo piccoli distinguo e qualche richiesta di messa a punto di visibilità.
Il Presidente è riuscito a mantenere unita la compagine, ha garantito la poltrona a quelli che in tempi non lontani si chiamavano i “cespugli”, messi a dimora ma completamente assenti nel territorio.
Anche nell’assise che presiede ha smussato e domato i contrasti garantendosi il rispetto dell’opposizione. Un galantuomo che tutti tirano per la giacchetta, nonostante abbia dichiarato la sua stanchezza, il desiderio di ritirarsi, di godersi la vecchiaia magari regalandoci un buon libro di racconti: la seconda parte del suo “Cavallo Pazzo” sarebbe gradita.
Non può essere che lui. Non c’è altri! Anche D’Alema è dello stesso avviso (e Veltroni? Veltroni che dice? Non è poi lui il segretario eletto? O non conta?).
Sembra che la nostrana “classe dirigente” abbia paura di tentare il cambiamento, di provare a smuovere gli equilibri della ‘pax’ regnante. Non vuole sentirsi orfana di chi la garantisce.
Ma la domanda viene spontanea. Oltre tutto quello che compete la “politica dei politici”, la vita e la quiete del palazzo, qualcosa è cambiato nel Salento?
Di questo si dovrebbe parlare, o no?
L’On. Ria si dice d’accordo sulla ricandidatura, s’è acquietato sul suo scranno alla Camera. Mette dei paletti, non li mette, non capisco il politichese. Ma cosa pensa del Salento del dopo Ria? Il Grande Salento è stata la risposta giusta al “Parco Salento”?
Il Salento è ancora da amare? E’ andato avanti o s’è seduto sulla sua piccola “gloria”?
Ché questo sembra a chi guarda! Un Salento senza guida, senza progetto, senza ordine.
Solo confusione, al di là dei balletti politici, delle conferenze stampa, della moltiplicazione delle Notti e delle notterelle, dei festival, delle rassegne, degli operatori culturali ad uso e consumo di Palazzi e palazzetti nulla è cambiato. Le strade son quelle di cinque anni fa, la segnaletica del Salento d’Amare, del Salento del turismo, dell’arte e della cultura, inesistente. Le beate (e odiate) parole del marketing territoriale sono rimaste parole. I centri storici dei nostri paesi sono ‘abbandonati’ a recuperi senza senso, senza rigore, senza disciplina. I motori dei condizionatori d’aria li ornano al pari degli “inutili” fregi antichi… e poi, e poi, e poi…
Chi doveva guardare lì dove guardano le persone quando vengono qui a guardarci?
Certo non il presidente ma qualche suo assessore sì. Se no a che serve star lì?
La rinuncia alle primarie è la rinuncia del PD alla sua missione rinnovatrice. Addio PD viene da dire! Questi “dirigenti” non si accollano il rischio di doversi confrontare con se stessi e con quello che in questi anni hanno prodotto: rinunciare alle primarie significa rinunciare al dibattito, al confronto con gli amministrati. Non basta un’assemblea degli eletti per verificare la validità di un mandato. Eletti poi un po’ con l’affanno, timorosi di perdere posizioni, privilegi… Il quieto governare non sempre è il buon governare!
A destra non si dice granché. La Senatrice Poli non è interessata alla poltrona (chissà perché!). S’è sentito il nome dell’avvocato Gianni Garrisi e il guerriero De Cristofaro, sui muri della città, vuole liberare il Salento con un significativo svegliatevi!
Già svegliatevi!

PIANETA SELVAGGIO: appunti per un cinema in difesa dell’ambiente


PIANETA SELVAGGIO: appunti per un cinema in difesa dell’ambiente

23-28 settembre 2008
Ingresso libero – ore 18.00
Villa dei Gordiani – Via Prenestina angolo Largo Irpinia

Roma, 25 settembre 2008. Terza giornata di Pianeta Selvaggio: appunti per un cinema in difesa dell’ambiente. Nella cornice di Villa dei Gordiani, sulla via Prenestina, si alternano proiezioni, incontri d’autore, esperimenti teatrali, in collaborazione con ArgoRivista d’esplorazione sulla cultura contemporanea, pubblicata a Bologna e distribuita da Pendragon, il cui numero 13 è una monografia su Madre Natura.

Dalle ore 18 in poi, nell’area Arte del Sogno, sono aperti al pubblico stand per degustazioni eno-gastronomiche, un info point sul risparmio energetico (Sigeim), esposizioni di artigianato e mostre. Per i più piccoli c’è l’animazione con clown, giocolieri ed equilibristi (Banca del Tempo), i laboratori creativi (CEMEA). Le Ciclofficine riunite di Roma sul piccolo schermo MeddleTV presentano Live Bicycle, documentario di Francesco D. Ciani, Federico Gallo (Italia 2006, 55′) dedicato al movimento della critical mass; En route pur la joie – storia di un ecotaxi e di una ciclofficina (Italia-Francia, 2008, 40′), co-prodotto da MeddleTV con la Cooperativa sociale Blow-up, che da anni promuove i risciò-taxi in un più ampio progetto di reinserimento sociale di detenuti ed ex-detenuti.

La redazione romana di Argo propone poi Incontri ravvicinati del primo tipo, ovvero doni poetici e letture silvestri tratti da Dante (Inferno, I c.), Ariosto (Orlando furioso), Calvino (Il Barone rampante), David Foster Wallace (Oblio) e brani estrapolati dal n. 13 (Fabio Orecchini, Stefano Sansoni, Giulio Pompei, Pia Rutigliano). Subito dopo la suggestiva performance teatrale “VoltitraVolti” con Enrico Pulsoni (che disegna dal vivo) e Gianmaria Nerli (voce narrante).

Nell’area Pianeta Selvaggio, alle ore 20.00 verrà proiettato Il Vento fa il suo giro (G. Diritti, Italia, 2005, 110′), storia moderna e nostrana che tratta di identità e frontiera, del difficile equilibrio tra terra e uomo. Seguirà La Natura dei media, presentazione della Monografia sul tema della Natura, con Geraldina Colotti (giornalista) e Valerio Cuccaroni (direttore responsabile di Argo). Conclude Enrico Ghezzi (giornalista) con un blob di filmati, documentari, corti tagliati e cuciti con le Teche Rai dal titolo La concezione e la Rappresentazione della Natura nella Televisione e nel Cinema.

Ufficio Stampa:   Alphaville, alphaville2001@libero.it, 339 3618216
Soylent Green, segreteria@soylent-green.it, 3358206353

Argo: Fabio Orecchini, Responsabile Redazione di Roma,  fabio.orecchini@wanadoo.fr
alivepoetry@hotmail.it

Cell. 339-6374741

Volare oh oh. Cantare oh oh.


Novalis di Giorgio Fontana, anteprima.


In libreria il 24 settembre 2008

Giorgio Fontana

Novalis

Marsilio Editori

pp. 234; 15,00 euro

“All’inizio mi sentii dire questo, che l’idea era una sola: che lo spettacolo è un segreto. Ma i segreti sono impossibili da custodire. Soltanto, si può capire a chi rivelarli”

I segreti vanno rivelati. È questo il vangelo che Alex imparerà sulla propria pelle. Giovane musicista dal passato dolente, di fronte allo sfacelo della sua band e a una famiglia in pezzi, reagisce semplicemente annuendo, accettando ogni cosa secondo un’etica che fa coincidere rabbia e rassegnazione. Una notte però incontra Sara, una ragazza che si prostituisce online e trova amanti scrivendo il proprio numero sulle pareti dei cessi pubblici. È il suo segreto a frantumare il sistema di Alex: come un virus che si espande, come un modo nuovo di bruciare la rabbia. Sara lo introduce a un misterioso ensemble teatrale, il Gruppo Novalis, una specie di setta che pratica una forma d’arte estrema e perversa. E per Alex si riapre una ferita antica. Viene risucchiato nella spirale di un gioco basato sulle debolezze altrui, dove la morte diventa l’unica speranza di gioia, una follia che precipita verso una conclusione radicale. D’ora in poi la sua vita sarà una corsa mentale e fisica per separarsi prima che sia troppo tardi da quell’ossessione, o per viverla fino alle estreme conseguenze.
Novalis è una pillola nera, una ballata dai toni metallici che getta luce su un mondo sotterraneo e notturno: dove però brilla ancora una forma d’innocenza nascosta, al riparo da ogni segreto rivelato. Al riparo da ogni forma di male.

[Il blog di Novalis: http://novalis.blog.marsilioeditori.it/]

Hanno scritto del romanzo d’esordio di Giorgio Fontana:

<<Un romanzo che miracolosamente riesce a essere giovane e non giovanilista, i cui personaggi sembrano rispecchiare davvero i caratteri, fragili, dei loro coetanei reali.>> Matteo B. Bianchi, Linus

<<Scorrevole e ben scritto, il romanzo alterna con talento i piani temporali del presente e del passato>> Ivan Cotroneo, Rolling Stone

<<La sua scrittura densa, assai controllata, lo pone in grado di costruire personaggi credibili, forti, di seguirli tenendo il lettore incollato alla pagina.>> Fulvio Panzeri, La Provincia

Giorgio Fontana è nato a Saronno nel 1981. Dopo la laurea in Filosofia, ha lavorato come libraio, operatore di call center, traduttore freelance e montapalchi. Ha vissuto a Montpellier e Dublino. È condirettore del pamphlet Eleanore Rigby, realtà di spicco nel panorama letterario underground. Ha pubblicato racconti e interventi per numerose riviste cartacee e on line e su antologie. Nel 2007 ha esordito con il romanzo Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori). Vive e lavora a Milano.

http://www.marsilioeditori.it

Solo l'inferno è onesto. Silvia Rosa.


Silvia Rosa
Solo l’inferno è onesto.

” Io mi sento […] Colpevole […]
di aver creduto che il corpo fosse una
prigione e non il bozzolo del cielo”

Dome Bulfaro

Un taglio di luce abbagliante le incideva la pelle avvizzita.
Camminando svelta per la strada sparecchiata d’Agosto, una verga di luminosità pura e assoluta, a picco, lambiva il suo grembo rinsecchito, attraversandola tutta, senza proiettare intorno nessun cono d’ombra. Nessuna zona nera dove rifugiarsi, per scampare all’immagine nitida del suo corpo, scomposto in lembi luccicanti di carne giallognola. Una sensazione di immobilità faticosa la colse all’improvviso. Come fosse inchiodata all’asfalto, che pareva liquefarsi sotto gli affilati raggi solari di Mezzogiorno. Eppure stava quasi correndo, verso il portone di casa.
L’odore del suo sudore era così penetrante che restava a lungo nell’aria, come una nebbiolina acre e nauseabonda. In bagno si sbottonò la camicetta di cotone bianca, si sfilò la gonna ampia, tolse il reggiseno consumato e le mutande, che all’altezza dell’ombelico le avevano tratteggiato una linea zigrinata e violacea. Dalla specchiera i suoi seni cadenti, marchiati dalle grosse areole sfatte, ghignavano raggrinziti. I capelli radi appiccicati alla spaziosa fronte avevano un colore indefinito, untuosi e spolverati da scaglie di forfora grassa. Voltò le spalle a se stessa riflessa a metà, ed entrò nella doccia. Si insaponò strofinandosi con vigore, insistendo soprattutto sulle cosce flaccide e spugnose, sulla pancia prominente e sul viso.
Ma la bruttezza non si lava via. Lei lo sapeva bene.
Avvolta in un vecchio accappatoio si sdraiò sul letto. L’aspettava. Con l’orecchio teso cercava il rumore dell’ascensore che si arrampicava al piano, e lo sbattere della porta accanto alla sua. La musica dei passi di Doriana, di rientro dalle vacanze.
Sul comodino c’era il libro che le aveva regalato, con una dedica scritta in blu “A Marisa, Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo!”. Tutte le poesie di Manganelli. Lo aprì a caso. Pagina numero 73. Lesse il primo verso “Non tenterò più di risolvere…“. Scandendo bene ogni parola, recitò ad occhi chiusi: “Non tenterò più di risolvere le contraddizioni del mio sangue in un’esistenza funzionale: né di catalogare il mio disordine in archivi razionali; propone diversi più esaurienti sillogismi l’onesta dialettica della lenta malattia: imparo a memoria una imprevedibile chiarezza dentro il mio corpo che decade.
Il ventilatore frullava roteando da una parte all’altra della camera. Marisa si frugò tra le gambe, scorrendo lentamente le dita lungo il contorno spelacchiato del suo sesso, fino al vertice tenero di sé, che prese a pulsare lievemente. Un fremito di sterile piacere la scosse. E poi di nuovo quella sensazione di immobilità soffocante, e una tristezza di piombo che le sgocciolò nelle ossa. Pensò che certo Doriana non conosceva l’infinita solitudine di un corpo abbandonato all’indifferenza e all’incuria del tempo, che sfigura e deforma, crudele. Lei sì, invece. Ci conviveva ormai da anni, desiderando con ostinata disperazione di essere sfiorata da una carezza, stretta in un abbraccio. Toccata, dalle mani calde di un altro essere umano, ché la sottraessero all’involucro opprimente di se stessa, restituendola alla vita. Certe notti insonni ascoltava attenta, al di là della parete, Doriana che faceva l’amore. Immaginava di trovarsi al suo posto. Sognava di essere lei. Giovane e bella. Amata.
La prima volta che l’aveva vista, quell’Autunno, era rimasta colpita dall’inusuale bellezza del suo volto: due vivaci occhi di cioccolata dall’espressione fiera, il naso sottile e lungo, le labbra impigliate in un perenne broncio infantile, il mento piccolo e un poco appuntito, in una cornice vaporosa di capelli corvini. Inclinava la testa da un lato, quando rideva. E profumava di vaniglia. Con una voce fresca e allegra, davanti alla buca delle lettere nell’atrio del palazzo, si era presentata: “Buongiorno! Sono la nuova inquilina del quarto piano, mi chiamo Doriana.”
Dopo quell’incontro Marisa aveva cercato ogni occasione per conversare con la ragazza, per rubarle parole che, come pezzi di un puzzle, pazientemente raccoglieva, ordinava, metteva insieme, finché l’esistenza di quella sconosciuta le divenne familiare e prese ad appassionarla più della propria, squallida e grigia. Aveva bisogno di sapere tutto di lei. A volte, con urgenza, suonava il campanello. Una scusa qualsiasi, e le entrava in casa. Doriana era una farfalla colorata che si agitava leggera tra il tavolo e le sedie: “Ti preparo un caffé…Ah, non sai che cosa mi è successo oggi a scuola…Ma tu come te la cavi con quelle arpie nevrotiche delle mamme dei tuoi? Io, guarda, un giorno di questi ne mando a stendere qualcuna. Ma che cavolo…c’hanno dei comportamenti che neanche i figli di sette anni…” Maestrina appena laureata, al primo impiego, le chiedeva spesso dei consigli. Allora, come si fa con una bimba dagli occhioni sgranati di curiosità, Marisa raccontava una favola sempre nuova. Quello che in più di venticinque anni di lavoro avrebbe dovuto imparare, se essere una buona Professoressa di italiano in una scuola media le fosse interessato davvero qualcosa. Non gliene importava nulla, invece. Quei quattro ragazzini impertinenti non si meritavano niente di niente. Pensavano che fosse una stupida, che non si accorgesse dei soprannomi offensivi che le affibbiavano, delle risatine quando entrava in classe, delle smorfie che mimavano fra loro ad imitare la sua faccia?
“Brutta scrofa!”, s’era sentita sputare con veemenza da un suo allievo, esasperato dall’ennesimo ‘insufficiente’ che, in verità godendo assai, con le mani tozze gli aveva ricamato sul registro. Lo sciocco s’era fatto sospendere e la bocciatura, probabile per via dei brutti voti, era diventata sicura a causa di quello sfogo. A seguito di quell’episodio, sui muri dell’edificio scolastico era comparsa una scritta in verde: “La Ferri è una racchia puzzolente”. Il Preside aveva definito l’accaduto “gravissima mancanza di rispetto”, accalorandosi tutto in una noiosa ramanzina circa il “vergognoso atteggiamento di chi denigra una persona per il suo aspetto fisico”, e con voce un poco stridula e teatrale gesto della mano levata verso il cielo, aveva avvertito gli studenti, convocati in assemblea straordinaria nella palestra dell’Istituto, “della pericolosità di certe discriminazioni”. E a concludere, dopo un greve silenzio, aveva aggiunto sospirando: “cari ragazzi, non si giudica qualcuno dall’apparenza fisica…ci sono cose più importanti…valori…”
Marisa scoprì le gengive in un acido sorriso. Ipocrita, sussurrò girandosi su un fianco a cercare il mulinello d’aria fredda che il ventilatore alzava ora alla sua sinistra. Proprio lui parlava, lui che a cinquant’anni suonati aveva piantato la moglie per mettersi con l’amica ventenne della figlia. Lui, che con atteggiamento paterno non perdeva occasione di chiacchierare con le quattordicenni più procaci, sogguardando lascivo le loro scollature, il vortice voluttuoso dei loro ombelichi esposti generosamente, la carne florida e immacolata delle loro natiche, debordanti dai pantaloni strizzati, sode e rotonde come il più gustoso dei frutti proibiti.
Un’amara riflessione le corrucciò d’un tratto l’angolo della bocca, appuntandosi in una ruga verticale tra le due sopracciglia. Tutto si riduce infine a questo. Al banale gioco perverso del “guardare e non toccare”. I corpicini delle giovanissime resi oggetti di desiderio, ambiguamente impacchettati in succinti e provocanti abiti all’ultima moda, offerti alla vista degli adulti, a cui si vieta di possederli, ma non di usarli. L’avvenenza inquietante dei corpi di plastica delle pubblicità, levigati e perfetti, senza odore né sapore, senza anima e senza età, troneggianti su giganteschi cartelloni sospesi a mezz’aria, ammiccanti dalle riviste patinate, prestanti e tonici nelle movenze da marionetta in televisione. Idealizzati e irraggiungibili. Da venerare, come nuovi Dei, feticci e simboli di un’epoca visionaria d’ombre e di fantasmi, di schermi ipertecnologici dietro cui nascondersi, avvicinandosi virtualmente per essere ancora più distanti. Guardarsi e non toccarsi, nella metropolitana gremita o di Sabato pomeriggio negli affollati centri commerciali. Corpi che si scontrano, senza incontrarsi mai. Impenetrabilità delle loro scorze molli solo in superficie. Scrigni inaccessibili invece, monadi di solitudine feroce, frammenti di un’umanità impossibile da ricomporre. Aggrappati ‘agli appositi sostegni’ per non correre il rischio di farsi male, perdendo l’equilibrata posa di statue immote, o al carrello della spesa per colmare di inutilità l’abisso di vuoto che si apre in ogni gesto. Non toccare e non guardare i corpi segnati dalla malattia, relegati in asettiche celle numerate di macroscopici alveari, lontani, rimossi, come la parola più autentica inscritta nel sangue…il dente della morte che rosicchia la carne, paziente…e ci salva …Il mio corpo come una prigione, orribile… Nessuno preme sul mio corpo cercando il denso suono del mio piacere…liberandomi…
Immagini di rosee nudità si affastellarono nella mente affievolita di Marisa. Confuse orge di labbra spalancate come gallerie buie, di mani chiuse in pugni serrati, di cosce umide di saliva, di membri minacciosi che svettavano da nere praterie di peli attorcigliati, di occhi svuotati, e poi il cadavere enfiato di sua madre nella chiesa gelida e le sue scarpe lievi di bambina, l’urlo di dolore annegato nel segno della croce, la risata turchina di Doriana e il cuore che danza di vita e batte, batte forte, batte rumoroso.
Si svegliò di soprassalto. Da quanto dormiva? Il muro tremò un’ultima volta. Doriana era ritornata e stava picchiando, batteva contro la parete. S’alzò di scatto, si disfò dell’accappatoio e si rivestì in fretta, corse in cucina, prese il sacchetto poggiato in un angolo e fu davanti alla sua porta.
“Bentornata! Stamattina sono stata al supermercato e ho pensato di portarti del pane…qualcosa da mangiare …”
“Marisa! Ciaooo! Ma Grazie… non dovevi disturbarti! Sei sempre così gentile! Vieni, entra, non guardare il casino. Stavo attaccando un quadretto che ho comprato in vacanza…ti piace? Non ho saputo aspettare, lo volevo appendere subito, non è carino?”
“Molto… si adatta bene anche all’arredamento.”
“Vero? Lo dicevo io! E guarda qua: un’altra pazzia…questo mese mi sa che devo chiedere i soldi ai miei per l’affitto, ho speso un patrimonio!”
Dal borsone riverso sul divano estrasse un lungo vestito di seta cremisi, con le spalline tempestate di strass, accostandoselo addosso. Marisa deglutì sentendosi raschiare la gola. Pensò che lei non aveva mai indossato niente di simile in tutta la sua vita.
“Volevo mettermelo domani per il compleanno di Giacomo…Però, uffa… va accorciato, no?”
“Posso farlo io, se vuoi. Provatelo con le scarpe. Mi servono solo degli spilli per prendere la misura.”
Poco dopo Doriana, con la pelle imbrunita e le spalle scoperte, al centro della stanza, fasciata nella morbida stoffa rossa, sorrideva di gratitudine. Marisa abbracciava la scatolina del cucito e l’ammirava. Tentò goffamente di chinarsi per afferrare l’orlo dell’abito, ma il suo corpo l’ingombrava. Si ribellava sempre, sempre, come fosse stato altro da lei. Doriana notò che faticava ad abbassarsi. Allora avvicinò una sedia e agile, tirandosi su il vestito fino a svelare le ginocchia, ci salì sopra, traballando sui tacchi dei sandali di vernice nera, “così sei più comoda…”.
Persino i suoi piedi erano incantevoli. Con le piccole dita appena arcuate e le unghie come zuccherini bianchi. Le stava raccontando del mare, ma Marisa sentiva solo un fruscio in cui nessuna parola era più distinguibile. Provava l’impulso irrefrenabile di afferrarle una caviglia, di morderle il polpaccio, di toccarla e stringerla a sé, fino ad essere una sola persona con lei, fino ad essere lei.
“Ma che cosa stai facendo?” La voce dura come uno schiaffo la ferì inaspettatamente. Incrociando gli occhi della ragazza colmi di ribrezzo, smise di accarezzarla, umiliata dal suo rifiuto, sentendo crescere dentro di sé una collera cieca. In una frazione di secondo, con una spinta violenta, scaraventò Doriana a terra. Distesa e inerme, così vulnerabile e fragile, era ancora più bella, insostenibilmente bella. Marisa si mosse come un automa verso l’acciaio rilucente del martello dimenticato sul tavolo, lo impugnò e prese a colpirla furiosamente. Infieriva con tutte le sue forze. Con ogni colpo voleva toglierle via quella grazia ingombrante e inutile, che odiava e al tempo stesso avrebbe desiderato per sé, voleva rimuovere il guscio del suo corpo ed arrivare alla polpa vivida di lei.
Quando fu esausta si fermò ansimante, accucciata nel sangue accanto al corpo senza vita di Doriana. Si accorse solo allora che la mano destra della giovane era scampata alle terribili lesioni inflitte, conservando intatta la sua forma delicata. Se la portò alle labbra baciandola, succhiando avidamente quel tepore. Dalle profondità più recondite del suo essere baluginò il ricordo lontanissimo del calore di un abbraccio assoluto, di un amore incondizionato, di uno sguardo che non s’era mai fermato alla laidezza della sua figura, ma che era andato oltre, l’aveva trovata, accolta, l’aveva posseduta completamente. L’incontro perfetto di due corpi, fusi insieme in uno, indistinti in un respiro. Uno dentro l’altro. Mamma…Mormorando quel nome Marisa provò una tristezza inconsolabile, impastata di smarrimento e rabbia. Perché mi hai abbandonato, mamma? Mi ha lasciata sola e avevi giurato di non farlo mai. ‘Staremo sempre insieme’, dicevi. Bugiarda. Menzogna e tradimento…solo questo esiste…E solitudine…non c’è rimedio alla solitudine…alla condanna di questo corpo che ci separa e ci imprigiona… divorato dal tarlo della morte… Doriana, amore? Non mi rispondi? Perché non mi vuoi, perché?
Marisa fissava l’anellino d’argento nell’anulare di Doriana. Voleva piangere, ma non ne era più capace. Quella mano fra le sue divenne pesante come un macigno. La sentiva bruciare, come fosse divorata dal fuoco. Riafferrò il martello, contrasse i muscoli del braccio e le si avventò contro percuotendone ritmicamente le nocche. Con una voce roca, che non le parve più sua, biascicò adagio: “Rinuncia alla mano dell’amica, la sosta assurda della mano nel giro di altre dita: solo l’inferno è onesto…Nega l’elusiva sosta di un dialogo di frode, segna con l’unghia…il segno della fine. Sdràiati nel centro dell’inferno, riconosci i confini del girone astratto, conclusivo. Non cedere ai cattivi sillogismi d’una divinità qualunque: solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno…
Quando smise di ripetere l’ultimo verso della poesia, di quel corpo massacrato restavano solo brandelli. Allora, con sgomento, si rese conto che di Doriana non rimaneva più niente.

(photo by flyzipper)

In Vino Veritas. Poetry Slam.


Dal 23 settembre alle ore 21.00 nel cuore del centro storico leccese, tra le vie dei locali notturni, l’associazione culturale C-arte ed il pub La Movida organizzano incontri d’arte con degustazione vino dal titolo “In vino veritas”, gli appuntamenti con cadenza bisettimanale vedranno partecipare in un match di parole e versi,  denominato Poetry Slam, poeti salentini e non, i quali giudicati da una giuria di qualità composta da: Anna Palmieri, Mauro Marino e Francesco Manigrasso, gareggeranno per conquistarsi una pregevole bottiglia di vino. Coordinerà e arbitrerà l’incontro Luca Nicolì.

Il Poetry Slam nasce nel 1984 a Chicago da un’idea di Marc Smith ed è sostanzialmente una gara di poesia in cui diversi poeti si alternano nel leggere i propri versi. Un modo nuovo di proporre la poesia e di ri/strutturare i rapporti tra il poeta e il suo pubblico.  Lo slam, il cui dilagante successo ha investito da qualche anno anche l’Italia, è l’arte che permette di proporre in modo nuovo e coinvolgente la poesia ad un pubblico giovane e, al contempo, di riformulare i rapporti fra la poesia e il suo pubblico.
Lo slam riafferma che la voce del poeta e l’ascolto del suo pubblico fondano una comunità in cui la parola, il pensiero, la critica, il dialogo, la polemica e insieme la tolleranza e la disponibilità all’ascolto dell’altro sono i valori fondamentali. Testimonia, quindi, l’indispensabilità e l’adeguatezza della poesia alla società contemporanea, soprattutto se svincolata dai libri e dalle logiche esclusivamente scolastiche.

Palco 5. Enrico Martini


Enrico Martini
Palco 5

Palcoscenico del Teatro Giuseppe Verdi di Brindisi

Di nuovo scese la notte sul teatro d’opera e la sonata dei sussurri riprese.
-Chi l’avrebbe detto? Il teatro, il gran teatro d’opera è sopravissuto al crollo! Il palco 5 è distrutto, invece. Ma ora lo restaureranno, ha sentito? Vedrà: sarà un palco meraviglioso, con mille bocche per i suggeritori, spalti a perdita d’occhio. E poi le luci…sì, le luci, con effetti da lasciare a bocca aperta. Ne ho ideato anch’io di nuovi, meravigliosi, sa? E poi le quinte! Lei non può immaginare cosa si celi dietro quelle tende.-
Erik strinse a sé la scopa, struggendosi d’emozione, quasi stesse recitando una di quelle arie d’opera per cui aveva vissuto: la carezzava, la scherniva, abbozzava qualche passo di danza, la traeva a sé e poi la respingeva.
Nel frattempo puliva. Puliva, puliva, puliva. Polvere su questo, polvere su quello.
I corridoi sembravano tappeti farinosi, i saloni piazze di pietra morbida, le trombe delle scale di legno marcio e di taffettà grigio; le stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, i camerini di cipria di eternità e dai camini veniva un olezzo di zolfo e dimenticanza.
Non vedeva altro che polvere. Sembrava impossibile quanta se ne potesse accumulare. C’era uno strato morbido e uniforme. Gli pareva ricordasse quella carta grossa, quasi brufolosa ma soffice al tatto, che si usava per gli inviti per ospiti di rango.
-La signoria vostra è invitata alla prima rappresentazione de “Il Don Giovanni trionfante” all’antico teatro d’opera, presentato nella sua nuova elegante veste.-
Ah! Il suo sogno, il suo desiderio più grande! Vedere la sua opera rappresentata in quel teatro, nella culla stessa dell’arte.
-Il palco 5….il palco 5 sarà perfetto per quella rappresentazione. Basteranno alcuni ritocchi. Ha sentito, no? Vogliono ristrutturare il teatro. Riportarlo al suo antico splendore e il palco 5 sarà il suo fulcro, la gemma più splendente del diadema.-
Ma intanto c’era quella polvere a cui pensare. Doveva darsi da fare o il padrone non lo sarebbe stato a sentire.
Antonio Pironi, il padrone. Se ne raccontavano di storie su di lui, che era un cinico, che gli interessavano solo i soldi, ma Erik sapeva che non era vero. Aveva portato l’opera nel paese e questo genere di arte era diventato l’emblema stesso della città. Quello spazio, senza di lui, sarebbe rimasto solo un prato per ospitare gli acrobati del circo. Sì, certo: forse un teatro d’opera lo aveva arricchito, ma quanti avevano conosciuto la fortuna grazie a lui? E ora poteva essere il turno di Erik. Non più solo un’ombra che si muove dietro le quinte, non più solo un garzone.
Il suo progetto, la sua opera, l’avrebbe fatto. Rifulgere come una nuova stella. Tutti lo avrebbero acclamato
-Vedrà, vedrà. Grideranno il mio nome.-
Se solo questa polvere se ne fosse andata. Eppure, più lavorava, più si impegnava, più gli sembrava che non un solo granello si fosse mosso. Anzi. Sembrava quasi moltiplicarsi, inglobando tutto, nascondendo al mondo le cose, importanti o meno che fossero, sotto un velo di dimenticanza.
Ma ora…Dov’era il suo libretto? Dov’era la sua opera? Anche lei sotto la polvere del palco 5?
Prese fiato.
Con tutto quel lavorare, smuovere spostare, mobili e orpelli pieni di polvere, l’aria si era fatta irrespirabile. Gli sembrava che i suoi polmoni non ricevessero ossigeno da secoli. Quasi fossero anche loro sotto strati di polvere grigia.
-Allora, che ne dice: piacerà?- disse, appoggiandosi ansimante a un pianoforte cabinet.
A quell’uomo in frac piaceva ascoltare i sogni della gente e, se possibile, realizzarli. Non era propriamente un filantropo, ma se faceva una promessa si dannava per mantenerla. Ma nel caso di Erik…
-Temo di no.-
-Come? Eppure l’ha letta. Sa che è una grande opera. L’ha detto anche lei: il mio nome risuonerà sul palco 5!-
-Già, il palco 5. È da quando ti è caduto in testa il soffitto che continui a fissare quel cartello e alla fine ti ci sei affezionato, vero? Quant’è che sei lì? Quaranta? Cinquant’anni?
-Ma cosa dice? Non vede che sono in formissima! Nel fiore degli anni…-
Erik non capiva. Quell’uomo in frac non l’aveva nemmeno guardato.
Era passato oltre, si era chinato e aveva spostato un po’ di polvere, là dove non era ancora stato pulito.
-Già, magro sei magro.-
Tra i calcinacci e pezzi di trave del soffitto caduto, c’era uno cadavere mummificato vestito come Erik, che stringeva al petto un libretto, rannicchiato sotto il tavolo che guardava con la profondità delle sue orbite vuote l’indicazione per il palco 5.
Il volto del ragazzo era terrorizzato. Non poteva essere lui, quello.
Era vivo: aveva pulito quel posto per settimane, in attesa che arrivasse il padrone con i restauratori. C’era solo un po’ di polvere qua e là, ma bastava un colpo di straccio, così…ma quanto tolse la mano, nessuna orma rimase sul pianoforte.
-Non disperarti. Se tu non fossi morto, io avrei realizzato il tuo desiderio e la tua anima sarebbe stata mia. Invece, ora sei libero. Si sono scordati del palco, si sono scordati del teatro. E ora, per tua fortuna, come loro, io mi scorderò di te…-
Quel signore in frac guardò con tristezza l’ultima emanazione di Erik svanire come un fuoco fatuo.

Alle tre di un venerdì pomeriggio, il vecchio portone di accesso al palco 5 venne abbattuto. L’equipe degli operai addetti al restauro aveva cominciato il sopralluogo, per rendersi conto dei danni effettivi ai locali.
-E così tu saresti “la gemma più splendente del diadema”?- disse il capo cantiere. -Sarà una bella sfida riportarti al massimo splendore.-
Non aveva finito di parlare che un urlo squassò la calma che permaneva lì da decenni. Si aspettavano di tutto, ma non di trovarvi un cadavere mummificato di un uomo, probabilmente imprigionato in seguito al crollo di 147 anni prima. Ma la scoperta più sensazionale fu il ritrovamento vicino alla mummia di un libretto d’opera del tempo, che riportava il leggendario “Don Giovanni trionfante”, da tempo oggetto di un vera e propria serie di leggende.
Forse fu proprio per questo clima di mistero che in molti dissero fin da subito di aver visto una figura oscura aggirarsi nel labirinto di botole.
-Capo, ma sei proprio sicuro di non aver notato niente?-
-No, Binelli: io non l’ho visto “quell’uomo in frac ghignare nel buio”…-

§

Undici ballate, undici racconti. Una raccolta di novelle ma anche una compilation musicale. “Songs of Faith and Devotion” prende spunto da undici brani musicali di vari artisti per narrare altrettante storie d’amore. Come suggerisce il titolo, anch’esso preso a prestito da un celebre album dei Depeche Mode, le diverse declinazioni dell’universo amoroso ( fede, devozione, ma anche amore paterno, carnale o ossessivo) si susseguiranno durante la narrazione, portandoci in mondi dove reale e fantastico si sfioreranno, procedendo di pari passo con la colonna sonora, alternando un ritmo lento a uno più sostenuto, in battere e in levare.

Songs of Faith and Devotion” è il primo libro di Enrico Martin, edito da Altromondo Editore

Premio Turoldo 2008. Bando.


Premio David Maria Turoldo
6° edizione – anno 2008

‘Associazione Poiein, con il Patrocinio del Comune di Piateda (So), al fine di favorire lo sviluppo della cultura sulla rete Internet e per suoi scopi di solidarietà sociale, indice un concorso di poesia a tema libero, con le modalità esposte nei punti riportati di seguito.

1.  E’ indetta la sesta edizione del premio di poesia “David Maria Turoldo“, aperta ad artisti di ogni nazionalità e di ogni lingua, purché i testi in lingua straniera o in dialetto, siano accompagnati da traduzione (letterale o poetica).
2. Gli iscritti partecipano con tre testi mai pubblicati prima del 01 gennaio 2008.
Ogni singola composizione non deve superare i 50 versi (vedi nota).
Delle opere già pubblicate in volume o raccolte, sarà espressamente indicata la bibliografia (il volume, la rivista, il quotidiano, i siti Internet sui quali è apparsa).  I vincitori delle precedenti edizioni sono esclusi dalla partecipazione al concorso per i 5 anni successivi, ma possono presentare testi fuori concorso, editi o inediti.
Su specifica richiesta inoltrataci nelle scorse edizioni, l’organizzazione del premio accetta iscrizioni, inoltrate da parenti, di poeti deceduti dopo il 1. gennaio 2002.

Non si accettano opere firmate con pseudonimo o “nome d’arte”, ma soltanto con nome e cognome anagrafici.

La segreteria del premio, in considerazione anche della statura morale e spirituale del poeta al quale il concorso è intitolato, non accetta testi che siano lesivi della dignità personale, delle convinzioni filosofiche, politiche, religiose di chicchessia, della dignità del corpo umano e degli animali (Pulp, porno-erotismi ed espressioni di disprezzo e/o squalifica del corpo).

3.   Ai partecipanti è chiesto, a titolo di donazione, un importo in denaro oscillante da un minimo di € 16 a un massimo a discrezione, in considerazione delle finalità dell’iniziativa.

Tale contributo infatti, dedotti i premi in palio, è destinato allo sviluppo di attività educative e formative nei Paesi poveri, nella convinzione che lo sviluppo dell’istruzione e della cultura è direttamente connessa alla libertà della persona e alla sua auto-realizzazione. Il contributo non è richiesto ai membri dell’Associazione.

L’importo può essere:

a)  versato sul CC. bancario 000035650, Banca Popolare di Sondrio, ABI 05696 CAB 11000CIN “P”, intestato all’Associazione, (IBAN IT27 P056 9611 000)

b)  inviato tramite vaglia postale o assegno bancario non trasferibile a: Associazione Poiein, Via Bonfadini, 38 – 23100 – Sondrio,

c)  in ogni caso indicando nella causale di versamento o nello scritto per posta, la dicitura “partecipazione al Premio Turoldo – 6° edizione”.

4.   Le opere dovranno pervenire, entro il 31 gennaio 2009 in unica copia, a uno dei seguenti indirizzi  (a comodità del partecipante):

–   Indirizzo di posta elettronica  turoldo@poiein.it (come allegato Word o RTF)

–   Associazione Poiein, Via Bonfadini, 38 – 23100 – Sondrio  (con la copia su CD o Floppy Disk);

Si raccomanda vivamente di inviare i testi, se possibile, per posta elettronica o su supporto magnetico in caso di invio postale.  Tale modalità si rende necessaria per evitare possibili errori nella trascrizione dei testi da formato cartaceo a formato elettronico.

L’iscrizione diverrà effettiva all’accertamento del versamento bancario o al ricevimento del vaglia o dell’assegno di cui al punto 3).

Le opere saranno pubblicate per intero sul sito Internet,  www.poiein.it in apposita sezione, man mano che perverranno all’Associazione.   L’atto della pubblicazione equivale all’attestazione che l’autore è iscritto al concorso.  Le opere pubblicate rimarranno di proprietà dell’autore ma faranno parte del sito www.poiein.it sino a che esisterà l’archivio in rete Internet.

5   L’autore dovrà indicare nella lettera di invio o sul messaggio di posta elettronica:

a) cognome e nome, b)  indirizzo completo, c)  numero di telefono, d)  indirizzo di posta elettronica  (se posseduto), f)  breve curricolo  (circa 10 righe), compilando con precisione la scheda allegata al presente bando e allegandola al file contenente le poesie.

6.   Premi – Al primo classificato sarà corrisposto un premio che ammonta a € 1.000.

Un premio speciale, eventualmente cumulabile con il precedente, che ammonterà a € 400, sarà corrisposto all’autore che alla data del 31 dicembre 2007 non avrà ancora compiuto i 25 anni di età e che si sarà meglio classificato fra i partecipanti under 25.

L’organizzazione del premio si riserva di aumentare tali importi o di aggiungere un ulteriore premio ai due in palio, in vista di sponsorizzazioni e patrocini.

I titoli di premiazione di cui al punto precedente possono, a discrezione della giuria,  non essere attribuiti, ma in ogni caso vengono attribuiti gli importi corrispettivi in danaro agli autori che hanno un miglior punteggio nella valutazione della giuria.

7.   La Giuria del premio è composta da poeti e critici il cui nome sarà reso noto appena possibile sulla bacheca elettronica della presente edizione.  La segreteria organizzativa del premio è affidata a Gianmario Lucini.

La proclamazione del vincitore spetta al Presidente della giuria.  Il verdetto della giuria è insindacabile.  Ad ogni partecipante saranno inviate, tramite posta elettronica, la graduatoria finale e le motivazioni della giuria.

I nomi dei vincitori saranno resi noti con comunicato della Giuria in occasione dell’aggiornamento del del sito ai primi di marzo 2008.  I vincitori saranno avvisati per posta elettronica e per telefono.

La cerimonia di premiazione si terrà nel mese di febbraio presso il Centro Multimediale del Comune di Piateda (So), in data che verrà comunicata e con programma che verrà stabilito e pubblicato nella bacheca del concorso.  Gli autori premiati dovranno parteciparvi, pena l’annullamento dell’assegnazione del premio e/o del corrispettivo in danaro, tranne gravi motivi e a discrezione della giuria.

8. Ogni lettore che naviga sul sito, potrà esprimere un giudizio sui testi, con un messaggio che deve essere FIRMATO e inviato all’indirizzo turoldo@poiein.it (specificando ovviamente il nome dell’autore al quale si riferisce la critica inviata).

Non vengono presi in considerazioni giudizi non supportati da argomentazioni (si chiede espressamente di argomentare il “perché” un’opera sia apprezzata o non apprezzata).

9.   Per ogni aspetto formale non espressamente regolamentato, si fa riferimento alle decisioni della giuria, la quale le comunicherà sulla bacheca elettronica del concorso.

Per ulteriori informazioni:

a)   La bacheca del concorso

b)   Gianmario Lucini (0342.200.547 – 338.17.31.774 – gianmario@poiein.it

(preferisce l’uso della posta elettronica)

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Fac-simile della scheda di partecipazione

(copiare, completare e incollare nel corpo del messaggio con l’invio delle opere, sostituendo gli spazi sottolineati con le informazioni richieste)

[Cognome e nome] ____________________________________________________________

[Indirizzo (residenza, CAP, Città)] ________________________________________________

[Data di nascita] __/__/____  [Telefono] _________________  [Cell.] ___________________

[Posta elettronica] ____________@______________

Breve curriculum

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___________________________________________________________________________

Versamento del contributo di € ___,00 tramite: CC bancario,   Assegno non trasferibile,   Posta, Altro (specificare) – [(cancellare le voci non pertinenti)]
La Segreteria, in ottemperanza alle disposizione di Legge, non divulgherà i dati personali se non ai fini dell’allestimento della pagina personale su Internet: nome, cognome, città di residenza, accenno generico alla professione (come nelle precedenti edizioni).  Le informazioni sul curriculum verranno impiegate solo per meglio documentare la presentazione delle opere in graduatoria finale.

"Latitanze". Attuali e prossime venture.


Siamo lieti di segnalare il neo-blog di Mauro Daltin, “Latitanze“, che prende il nome dalla sua raccolta di racconti in uscita presso Besa Editrice. Come sostiene l’autore, “Latitanze” sarà uno spazio dove si parlerà di editoria e scrittura, e dove si racconteranno storie ed esperienze, libri e viaggi. Mauro Daltin è un autore che ha dato molto (vedi alla voce RivistaPaginaZero con Paolo Fichera), in termini di riflessione, scrittura e azione critica dal/per il confine che diventa frontiera. Un in-bocca-al-lupo da parte di Musicaos.it!

Il suo romanzo è roba grossa.


“Il suo romanzo è roba grossa”
Viaggio – a pagamento – nel mondo dei piccoli editori.
di Devis Bellucci

Perfetto. Una prosa orribile proprio come l’avevo sempre desiderata. Per vincere l’insicurezza, mi ero dissipato in errori ortografici sodomizzando per bene la lingua di Dante. Ho riletto la storia assicurandomi che fosse banale, sciatta, con una trama imbarazzante sostenuta da un po’ di sesso descritto male. In una settimana è nato il mio “Troppo azzurro per il cielo”, storia inconcludente che ho scritto lottando col sonno mentre il correttore di word impazziva.
Dopo una ricerca su internet, ho scelto una ventina di piccole e medie case editrici e ho imbastito (male) una sinossi del mio lavoro, impegnandomi a disporre i congiuntivi come capita. Una porcheria, con almeno un tentativo di plagio. Soddisfatto, ho preparato tutti i plichi e li ho inviati alle case editrici.

La prima casa editrice, milanese, sito internet sontuoso, mi risponde dopo un mese via mail. Mi spiegano che il mio lavoro li ha colpiti. Fin qui, può anche starci. La storia è originale, ben scritta, adatta alla loro linea editoriale. Strano perché nel mio romanzo non accade nulla per le cento pagine della sua durata. Mi offrono un contratto di edizione. Rispondo lusingato, dicendo però che non posso andare sino a Milano in tempi brevi a firmare. Non serve, dicono. Basta inviare la copia del contratto firmata via fax. Ed ecco il contratto: pubblicano il mio lavoro nella loro collana più prestigiosa in cinquecento copie, quattrocento delle quali mi saranno recapitate entro tre mesi. Il tutto per un misero contributo di tremila Euro. Le rimanenti cento copie le avrebbero gestite loro, riservandole a giornalisti, televisioni e ai librai che ne avessero fatto richiesta. Incredulo, esterno i miei dubbi, spiegando che non avrei saputo che farmene di tutte quelle copie, e che senza distribuzione il mio bellissimo romanzo non sarebbe arrivato da nessuna parte. Mi rispondono con una mail sarcastica, il cui succo è “abbassiamo la richiesta a tremila Euro”. Io chiedo perché dovrei pagare se il mio lavoro è così straordinario. Loro rispondono che al giorno d’oggi anche Dostoevskij dovrebbe pagare per veder pubblicato “Delitto e Castigo”, è la prassi, sono loro che mi stanno facendo un regalo.

La seconda proposta arriva una decina di giorni dopo, sempre via mail. Il mio romanzo è giudicato “interessante e dai risvolti inaspettati, piacevole alla lettura, ben orchestrato”. Ne sono felice, mi sento bene per tanti complimenti. Segue proposta di pubblicazione. Mi chiedono duemila Euro e verranno stampate trecento copie, cento per me e le rimanenti per i librai, i giornalisti e compagnia bella. Mi spiegano che anche Pasolini ha dovuto pagare la pubblicazione all’inizio della carriera, figuriamoci Daniele Bartolini, cioè il mio pseudonimo.

“Va bene, ha dovuto pagare. Ma voi avete una distribuzione? Il mio libro avrà il codice ISBN, vero? E finite queste copie, che si fa?”. Mi spiegano che reperire il testo sarà facilissimo anche senza ISBN: basterà telefonare alla casa editrice o mandare una email o un fax. Bello. Peccato che non funzioni così: le librerie si rivolgono ai distributori per gli acquisti e sono i distributori che informano le librerie delle nuove uscite. Così facendo nessuno leggerà mai il mio “Troppo azzurro per il cielo” e avrò buttato via un sacco di soldi. Dall’altra parte nessuno ha più niente da dire.

Avevo visto, su un noto quotidiano nazionale, il bando per un premio letterario i cui vincitori sarebbero stati inseriti su un’antologia. Tra l’altro quel bando esce tuttora, almeno una volta alla settimana e alle spalle c’è una poco nota casa editrice fiorentina. Mandai il mio lavoro e mi risposero dicendo che il romanzo era buono e pieno di spunti di riflessione, ed erano “onorati” di poterlo dare alle stampe. Se avevo pronta una foto per la copertina potevo inviarla, unitamente a un file con la mia biografia, ossia “barista dal 1998 ad oggi”. Naturalmente, seimila Euro per cinquecento copie, nessuna distribuzione e partecipazione a non ben specificati premi e concorsi nazionali. “Questa è la prassi per i piccoli autori, si ritenga fortunato”. Mi sentivo fortunato, ma rifiutai. Ma qualcuno aveva letto le panzanate che avevo scritto?

Così arrivò la chiamata da Viareggio. Per la prima volta il contratto aveva una durata temporale – due anni – e non si esauriva con la consegna delle copie a casa mia. Avrebbero stampato le consuete cinquecento copie – dev’essere una cifra concordata – e mi chiedevano duemila Euro di contributo. Questa volta mi avrebbero lasciato solo trenta copie; le altre erano per le librerie “del circondario” che ne avessero fatto richiesta. Su internet scoprii che la casa editrice distribuiva autonomamente in sei o sette librerie locali e morta lì.

Una piccola rivincita l’ho avuta in giugno, quando mi hanno scritto da Roma. Il mio “Troppo azzurro per il cielo” era una storia “sincera e scritta con passione, ironica e di sicuro impatto, tuttavia…” e qui finalmente Dio esiste “si consiglia un editing migliorativo”, dunque qualcuno aveva dato un’occhiata critica al mio romanzo, scritto coi piedi e forte di una sintassi al confine col dialetto bolognese. Mi proposero di stampare il libro in cinquecento copie – non avrei mai detto – chiedendomi quattromila Euro, cinquemila con l’editing, che restava comunque facoltativo, bontà loro. Anche qui il contratto si esauriva con la pubblicazione, veniva promessa ampia diffusione sui media senza specificare chi e come, e la parola distribuzione era un tipo di protesi dentaria. Ho rifiutato a malincuore, perché l’editore, al telefono, andava dicendomi:”Guardi, si fidi di me. Il suo romanzo è roba grossa. Una ritoccata e andrà alla grande”.

Che cosa fare e non fare

Concludendo, “Troppo azzurro per il cielo” è stato accettato dalla quasi totalità degli editori. E poi ci lamentiamo che è difficile pubblicare se sei sconosciuto. È facile, invece: paghi e ti pubblicano qualunque cosa senza nemmeno leggerla, coprendo il merlo di turno con discorsi barocchi e trascurando l’elemento più importante, ossia la distribuzione dei testi. Un editore senza distributore è poco più di una tipografia, e in tal caso il consiglio è di andare direttamente in una bella tipografia e farsi fare un preventivo. Con poche centinaia di Euro avrete fra le mani le vostre dogmatiche cinquecento copie che potrete regalare a giornalisti, amici e amanti sperando nel colpaccio di fortuna. Esistono, grazie a Dio, alcuni piccoli editori, seri e umili, che non chiedono alcun contributo né in denaro né in copie acquistate, ed è su questi che si deve puntare. I loro libri vengono regolarmente distribuiti sia nelle librerie sia sui grandi portali web. Ebbene, nessuno fra questi editori si è azzardato a propormi la pubblicazione del manoscritto indecente che avevo inviato. L’avevano letto e scartato.
È bene ricordare che se un libro è originale e ben scritto, magari due, tre, venti editori vi diranno di no per questioni di marketing, ma prima o poi troverete qualcuno disposto ad investirci i soldi. Sottolineo, però, le due parole: originale e ben scritto. In tal senso, la prima domanda che deve farsi uno scrittore è “Io leggo?”. Perché per scrivere bene bisogna leggere tanto. Tanta poesia e tanta narrativa. Secondo i propri gusti, per l’amor di Dio, perché leggere è prima di tutto un piacere, ma sulla quantità ci sono ben pochi compromessi. Leggendo si impara il gioco e la musicalità delle parole. Un testo è sempre, infatti, pensiero ed estetica. Solo studiando le parole degli altri si può imparare a tracciare una propria strada.
Supponiamo allora di avere terminato la nostra opera e di essere anche dei grandi lettori. A questo punto il passo successivo. Pochi autori sono buoni critici di se stessi, pertanto è necessaria la fase di revisione. Date il vostro testo in mano a diverse persone perché lo leggano. Gente di cui vi fidate, ovviamente, e se possibile con gusti differenti gli uni dagli altri e anche con basi scolastiche differenti. Prima di inviare il testo alla casa editrice, è bene tutelarsi un minimo dal plagio (ipotesi remota, ma non si sa mai). Per depositare il manoscritto si può optare per la data certa postale, per il deposito fiduciario da un notaio o per il deposito opere inedite presso la Sezione OLAF (Opere Letterarie ed Arti Figurative) della SIAE. La scelta dipende dal vostro budget.
Siamo ora pronti per contattare la casa editrice, consapevoli del fatto che ogni editore a pagamento vi dirà che nessuno pubblicherà mai gratis un autore sconosciuto. Bugiardoni, vi diventa lungo il naso. Per fare una bella scrematura, scriviamo da subito; “Non sono disposto a sostenere la pubblicazione né con un contributo economico né con l’acquisto di copie”. Nel mio caso, nessuno avrebbe pubblicato gratuitamente “Troppo azzurro per il cielo” perché semplicemente fa schifo, a partire dal titolo e dal primo paragrafo, che vi risparmio.
E poi che si fa? Si manda il manoscritto? No, si scrive una sinossi, ossia una presentazione allettante del vostro lavoro che non superi la mezza pagina. Con la sinossi ci si gioca tutto. Si deve capire il tema del romanzo, il suo stile, il target a cui è diretto, ma soprattutto si deve cogliere l’originalità del vostro lavoro. Se la sinossi è scritta male… addio pubblicazione, e ce lo meritiamo. In fondo, chi va in libreria e compra un romanzo che non conosce, che cosa fa? Guarda la copertina (ma voi non ce l’avete ancora, un punto di svantaggio) e legge la quarta di copertina. Io ho letto delle bufale pazzesche con delle quarte di copertina incredibili. Mi hanno fregato, insomma, ma hanno saputo fare il loro lavoro. Scritta la nostra sinossi accattivante, mandiamo una bella email in cui dichiariamo la nostra disponibilità ad inviare il manoscritto completo. Naturalmente, per non far la figura dei perditempo, se stiamo proponendo un “giallo” abbiamo appurato che l’editore in questione pubblica libri gialli.

La distribuzione

Quando e se arrivano le proposte di pubblicazione, ricordiamo la caratteristica più importante che deve avere un editore, ossia la distribuzione. Le librerie non contattano praticamente mai le case editrici. Diffidate se uno vi dice: «Fratello mio, ogni libreria d’Italia potrà contattarci per avere il tuo libro». Diffidate non perché l’editore non sia onesto, anzi è onestissimo. Il problema è che le librerie vanno a fare “la spesa” nei magazzini di distribuzione, e quello che trovano prendono. Ci aggiungete che sono i distributori ad informare le librerie delle novità, e se la casa editrice non ha distribuzione le librerie non sapranno nemmeno che il vostro libro esiste, oltre ad aver difficoltà a reperirlo. Quindi, a parità di condizioni, scegliamo l’editore che ha i migliori distributori. Basta chiedere in libreria per sapere quali siano i distributori affidabili. In più, sappiate che solo se un libro è distribuito le librerie hanno l’opzione di renderlo in caso di mancata vendita.
Alcuni vi proporranno di pubblicare il vostro libro in modo che sia acquistabile solo on_line. Ok, se non c’è altro ci accontentiamo, ma sappiate che l’Italia è indietro in queste cose. La gente, se vuole un libro, va in libreria. Certo, lo compra anche su internet, ma lo vede in libreria. È un fatto. Poi conosciamo tutti le tendenze di mercato, la società in movimento, il futuro, il processo di pace… ma vogliamo che il libro sia letto adesso e non tra enne anni con enne tendente a caso. Infine, altro fattore da non trascurare è l’ISBN. Si tratta del codice che identifica a livello internazionale in modo univoco e duraturo un titolo o un’edizione di un titolo di un determinato editore. Oltre a identificare il libro, si attribuisce a tutti quei prodotti creati per essere utilizzati come libro. Se il vostro libro non ha l’ISBN, allora non risulta pubblicato, ma solo “stampato”. Per intenderci: è come se uscisse dalla tipografia e stop, nudo e crudo, e sarà difficilmente reperibile su scala nazionale dalle librerie. Prendete un libro a caso, dateci un’occhiata dietro. Troverete sempre un codice a barre e sopra l’ISBN. Chiedete sempre questo codice. Ovviamente per l’editore ha un costo; è per questo che alcuni editori fuggono lontano mille miglia dall’ISBN.

Per i frustrati, resta un’alternativa. Pubblichiamo il nostro romanzo su internet, in un bel formato .pdf scaricabile gratis da tutti. Non costa nulla e tutti ci possono leggere. Certo, il guadagno è zero, ma tanto a fare gli scrittori si fa la fame – a parte i soliti noti – quindi evitiamo almeno di buttare del denaro. Per quanto mi riguarda, mandatemi pure le vostre sinossi, se volete. Le leggo volentieri e vi dico quel che penso, fingendo di essere il piccolo editore che pubblica per amore di cultura, che investe se ci crede, che non chiede soldi.

§

Devis Bellucci (autore@devisbellucci.it) è nato a Vignola nel 1977. Ha studiato fisica all’università di Modena e Reggio Emilia, dove si è laureato e ha conseguito il Dottorato di Ricerca. Viaggiatore on the road e on the railway “se siamo in Europa”, ha partecipato a diversi campi di volontariato in molti paesi, tra cui l’India, l’Albania, la Bosnia e il Brasile. Nel 2008 ha pubblicato “La memoria al di là del mare” (Giraldi Editore), il suo primo romanzo.

Nel fuoco della scrittura. Biagio Cepollaro.


Sabato 20 settembre, ore 18:00
presso La camera verde
Roma, via Miani 20

Inaugurazione della mostra di pittura e presentazione del libro

Nel fuoco della scrittura

di Biagio Cepollaro

*

La mostra si potrà visitare fino al 17 ottobre dalle ore 17.00 alle ore 23.00, esclusi i lunedì. Di mattina su appuntamento.

Centro Culturale

»LA CAMERA VERDE«
Via Giovanni Miani, 20, 20/a, 20/b – 00154 Roma
tel. 340.5263877
e-mail: lacameraverde [at] tiscali [dot] it

Lo scherzo infinito.


da domani “L’appeso”


Da domani e per tutta la settimana prossima, in edicola con “Il Corsivo“, potete leggere la quarta è ultima puntata de “Terra senza prezzo”, intitolata “L’appeso”. Nel frattempo l’uccello continua a girare le viti del mondo. Buona lettura.

Spleen di Settembre


Ripesco per caso dal tempo e dalla memoria una poesia e una canzone. La poesia è “Otto spleen“, pubblicata in Venenum (2000). L’mp3 scaricabile è la versione musicata e cantata da Claudio Prima con i Manigold nel 2005, lo trovate qui.

Otto spleen

nessuno acquisterebbe un oggetto
di crisi totale capitale
come due dita nel caffè
di zucchero fa sempre male
pensare sempre di pensare

nessuno apprezzerebbe ciò che vendo
ed il vuoto in cui mi vedi steso
magro come li tuoni orrendo

nessuno può dar retta ai rallentati
agli involuti, il cosmo corre in fretta
rotola verso il punto in cui distanze

sciolgono dentro forma e contenuto
ma il sordo d’oggi
presta l’orecchio al muto
e noi si balla con le imposte chiuse

È finita l’estate. In foto c’è chi legge “Specchio delle mie brame” di Alberto Arbasino (Einaudi, 1974). Di certo non il migliore romanzo di Arbasino, un bel libro toda via. Sabato prossimo in tutte le edicole con “Il Corsivo” esce la quarta e ultima puntata di “Terra senza prezzo”, il racconto lungo/romanzo breve in quattro episodi settimanali che con molta probabilità potrete scaricare da qui tra qualche settimana, nel formato PDF. È stata una bella avventura che con molta probabilità avrà la sua prosecuzione.

Poesie nel cassetto. Edizione 2008.


Musicaos.it riprende le sue pubblicazioni dopo la pausa estiva. Approfittiamo di ciò per segnalare  con piacere un’iniziativa, “Poesie nel cassetto”, che negli ultimi anni sta riscontrando una buona crescita dal punto di vista dell’organizzazione e della qualità dei lavori, la cui selezione è affidata a una giuria di esperti presieduta dal poeta e insegnante Ivan Fedeli. Potete scaricare il bando completo in formato PDF cliccando sull’immagine.

È un tale progresso in giro.


È un tale progresso in giro“, su “Scritto misto” (formato PDF), il CoolClub di Agosto. Buona lettura!

la vostra scrittura è preziosa


Musicaos.it va al mare. Chiunque volesse scriverci o inviare materiale inedito o altro da sottoporre alla lettura lo può fare da qui.

Terra senza prezzo


Da domani, sul settimanale “Il Corsivo“, potrete leggere il mio racconto a puntate intitolato “Terra senza prezzo“. Il numero sarà in edicola per tutta la settimana e anche la settimana di ferragosto. La seconda parte sarà in edicola con il numero in uscita il 23 agosto. L’immagine della copertina è una foto di Bum Key Therapy. Buona lettura.

La poesia in bicicletta: sette tappe con incontri e reading da Messina a Ragusa


Enrico Pietrangeli
Sicilia Poetry Bike – 2008
(dal 2 al 9 agosto)

Decidere di prendere una bicicletta ed iniziare a pedalare verso una meta lontana non è qualcosa che può scaturire soltanto per gioco, conversando tra amici, bensì è quanto può nascere soltanto da una profonda motivazione interiore e dall’incontro con la persona giusta. Nel mio caso era un’idea di quelle che ti ronzano attorno da sempre e poi messa a fuoco tramite un libro letto di recente, opera di gente comune come l’impresa di Massimo Gugnoni e il suo collega, che li ha visti arrivare da Rimini ai Carpazi in Mountain Bike. Ma, inevitabilmente, un’iniziativa del genere non può prescindere, nel nostro caso, dalla poesia, epica e un po’ incosciente ma che consenta ancora di cogliere suggestioni insieme a segni e premonizioni. La Sicilia, con la sua scuola siciliana, Ferderico II e la componente provenzale dei trovatori ci hanno ricondotto al binomio “poesia e viaggio”, in quegli stessi luoghi che hanno visto tanto la genesi della poesia italiana quanto la sua antica vocazione itinerante. Il viaggio, nella fattispecie, qui reincarna una dimensione tradizionale, prossima alle terre attraversate e alla gente incontrata. La poesia, nondimeno, lascia intravedere anche briciole di futurismo, a partire dall’azione intrapresa. Diversi autori hanno lasciato traccia della magia della bicicletta attraverso i loro scritti, ma non è nostra intenzione fare un viaggio attraverso una possibile letteratura ciclistica. Il nostro è un viaggio fatto per mezzo della bicicletta, intesa come alternativa meccanica al cavallo con il ricorso alla sola energia umana. Il tardo e intrepido scapigliato Olindo Guerrini forgiò un interessante neologismo: ciclofobi. Ai tempi del poeta, probabilmente, altro non erano che dei conservatori, quanti prediligevano ancora cavalli e carrozze; oggi potremmo definire altrettanto conservatori quanti intendono restare ancorati nelle logiche del solo petrolio per ogni spostamento. Nell’estate del barile in ascesa libera, insieme a questa impresa, risuona un poetico presagio di cambiamento sempre più necessario e dal volto umano per noi tutti, eco di piazze e di città nel lontano ’73, memoria di un’austerity ancora capace di generare poesia nonostante le incombenti guerre e le minacce economiche. Questo è un viaggio lento, d’altri tempi, intrapreso con la consapevolezza di riconsiderare dimensioni e portata degli spostamenti per una crescita umana ed interiore. La bicicletta è un mezzo con cui misurarsi e degustare un viaggio ben più profondo e allegorico, quello della vita e di tutte le sue inevitabili tappe, momenti dove corpo e macchina sono un tutt’uno divenendo in grado di raggiungere ciò che normalmente riteniamo impossibile. Infine va ricordato che questa impresa, nel suo piccolo, ha contribuito a ridestare interesse ed interazione tra sport ed arte, microimprenditoria e poesia, elementi troppo spesso inutilmente dissociati. Non a caso a Matteo Moraci, poeta e sportivo di recente scomparso che aveva aderito alla manifestazione, viene dedicata la tappa di Messina quale opportuno esempio per noi tutti.

Hai sentito il battito?


Giovanni Padrenostro
Hai sentito il battito?

L’illuminazione della toilette è tenue, ombre ritagliano ampi spazi sulle pareti scalcinate, allungando e distorcendo come candele confuse i loro confini, aprendosi come soffice venatura verso invisibili punti; ho l’impressione di aver strappato gli incubi al mio sonno inquieto.
Il mio viso, abilmente imitato dalla trasparenza dello specchio, è frastagliato da spezzature vitree che restituiscono frammenti, parti separate: un occhio indagatore, un labbro ridotto a sottile linea rosea, una ciglia spezzata.
In mente mi ritornano come echi in corridoi di memoria alcune frasi: Ma chi sei veramente? Sei per caso quel ragazzo bastardo? Oppure quell’altro chiuso e taciturno? O quell’altro ancora estroverso e per i fatti suoi? O no? Sei quel magnifico ragazzo così dolce e sensibile come un grande artista dai mille pensieri?… perché non ti metti alla luce…
Qui c’è poca luce e il mio viso è una scheggia impazzita.
Prendo dalla tasca destra della giacca nera una piccola foto, e mi appaiono i suoi occhi neri e tristi, profondi spazi di solitudine, i capelli corvini, il viso fino e appuntito come una lama che trafigge ma non uccide.
A volte ci sforziamo in vicoli ciechi sbattendo ripetutamente la testa, sperando in una ricompensa che tarda e molto probabilmente non arriverà mai.
Ovunque sei, che tu sia felice.
Il rum che ho bevuto circola nelle vene, ho bisogno di camminare.
Esco dalla toilette e mi avvicino al bancone; chiedo un rum e pera al barista, un tunisino dallo sguardo inespressivo, lo bevo ed esco.
Accendo una sigaretta e alzo lo sguardo verso il cielo, tempestato di grigio, che questa sera accompagna i miei folti pensieri.
Abbasso lo sguardo e appare il mio angelo.
“Dove eri finito?”
“Problemi!” e faccio un segno circolare in testa con un dito.
“Ho finito le sigarette. Vado a comprarle. Vieni con me?”
“Sì!”
Abbandoniamo il brusio che irrimediabilmente inizia ad accumularsi davanti al locale.
Camminiamo con passi lenti e asimmetrici, altalenanti come barche attraccate ad un molo, avvolti dai colori della notte.
Osservo il suo viso dalle mie iridi nere e cupe: i lunghi capelli biondi e lisci, le grandi labbra, gli occhi fulgidi, un piccolo anello che decora il naso, una leggera cicatrice risale dalla parte destra del collo, una cicatrice di cui lei si vergogna un po’ ma che io vorrei baciarle qui, in questo momento mentre mi racconta schegge della sua vita.
All’improvviso piccole ed impercettibili gocce cadono sui nostri vestiti, alcune me le sento addosso come una benedizione, le sento scivolare lentamente tra le trame dei miei capelli.
La mia auto è ad un passo ma mi fermo immobile ad accogliere le lacrime pure del cielo.
“Entriamo in macchina…” mi dice.
Le stille che hanno per un attimo condotto la loro esistenza sulle sponde dei miei contorni, adesso spengono la loro breve e intensa vita sui finestrini della mia auto tratteggiando vaghe linee trasparenti.
“Sembra…come se non volesse smettere…mai…”
“Ti fa paura?”
“Sono qui con te…”
“Potremo far smettere…”
“In che modo?” sorride
I suoi occhi mi fissano a lungo in un profondo eco di luce e fulgore, di fuochi e rose.
“sai… io… noi potremo fare in modo che finisca… a volte…”
Le prendo dolcemente il viso con le mani e la bacio, a lungo.
Il battito della pioggia scema lentamente fino a spegnersi del tutto, volgo lo sguardo sullo specchietto dell’auto e ritrovo la mia immagine.
Accendo la radio, lei si toglie la maglia rossa, ci baciamo; le sfilo il reggiseno, avvicino le mie labbra ai suoi seni rosei e sento il battito del suo cuore, mentre i Modena City Rambles cantano:  “…in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti, mi hai preso per mano portandomi via…”.
La sua mano sopra la mia mentre cambio marcia al motore. I nostri occhi sono lucenti e pieni di speranza. L’odore del suo sesso è impreso sull’atmosfera che si infrange sui vetri e il sapore di pioggia umida che filtra dalle sottili aperture dei finestrini si impregna del suo profumo. Poi, il rumore ruvido dello stridere di copertoni usurati dall’asfalto e il suono metallico di velocità in frantumi spazzano via ogni sapore. Un urlo tagliente come il soffio di una fiamma ossidrica che fora il cuore apre la notte.
Luci confuse e frammentate si mescolano in un tripudio di caos. Ho in bocca il sapore amaro della morte. I suoi occhi sono nascosti. Sono incastrato tra pezzi di alluminio e plastica e sento sparsi sul ventre il peso leggero di resti di vetri spezzati. Allungo la mano verso la mia destra. Solo plastica lacerata. Alcune ombre mi circondano. Sollevo la mano verso la testa, sto perdendo molto sangue. Cerco di uscire ma le gambe non rispondono.
Fuori ci sono lamiere cosparse di colori caldi che graffiano il cemento. L’asfalto è una lava incendiaria di rottami e sangue. Spingo con forza lo sportello dell’abitacolo. Cado per terra. Le ombre si avvicinano. Sento guaire delle sirene. Un brusio impercettibile di voci. Striscio come un lombrico per terra. Cerco di trovare le forze per alzarmi. Qualcuno o qualcosa cerca di fermarmi. Le sirene guaiscono più intensamente. Desisto, sono debole. Cerco i suoi occhi in quella confusione di suoni e ombre ma vedo solo tante scarpe che si muovono lentamente, indecise, sull’asfalto freddo e nero. Figure geometriche in ribellione. Sangue e materia. Le luci dell’autoambulanza illuminano e accecano i miei occhi. Mi sforzo di vedere oltre quella immensa prateria di cuoio e pelle. La pioggia inizia a cadere lentamente. Alcuni uomini con delle barelle escono dall’autoambulanza. La folla si apre, gli uomini vengono avanti. Cerco i suoi occhi e trovo il suo corpo sopra il cofano dell’auto che ci ha tamponato. Mi dà le spalle. Mi ha abbandonato. Il sapore della morte si fa più amaro. Le lacrime di sale scendono toccando il cemento ruvido.
Un medico scuote la testa. Altri uomini cercano di mettermi sulla barella. Non lo sentite questo odore acre. Non ha battito, il suo respiro è nell’aria che ci circonda. Smettetela! Non respirate, non la consumate. La sua anima sta fluttuando tra le fitte luci bluastre della morte. La mettono sulla barella come una cosa, un oggetto guasto e la coprano con un lenzuolo bianco. Adesso cercano di portami via. Il sapore si fa più intenso, sorrido. Presto, i nostri occhi si rifletteranno. Ancora e per sempre, io sentirò il tuo battito.

Un barbiere poco raccomandabile


Da Sabato 2 Agosto, in edicola con il settimanale “Il Corsivo“, in distribuzione nelle edicole di Lecce e di tutto il Salento (infuocato, sfocato, sfoiato, etc. etc.), potrete leggere il mio racconto inedito dal titolo “Il barbiere di Tuglie“. Non anticipo nulla, l’unica cosa che posso aggiungere è che si tratta di una persona a modo, uno che vorreste in casa. Dalla settimana successiva, una novità, pubblicherò il romanzo inedito “Terra senza prezzo”, sempre su “Il Corsivo“, in un appuntamento che terrà compagnia ai lettori per tutto il mese di agosto. Se volete chiedermi informazioni a riguardo potete scrivermi al mio indirizzo di posta elettronica: lucianopagano[chioccia]gmail.com. Vi aspetto in edicola, non di persona, è ovvio.

La magia della "Terra Bianca"


Angela Plati
La magia della “Terra Bianca”

Le leggende della valle di Vitalba raccontano che Federico I Barbarossa, in vecchiaia, si ritirò nel castello di Lagopesole. Leggende e storicità lo indicano afflitto da una deformità congenita ilare: orecchie allungate e puntute. Un imperatore, non poteva essere soggetto al ludibrio dei sudditi, le persone da temere devono essere perfette, per la qual ragione era un problema anche la semplice rasatura. La capigliatura doveva sempre rimanere fluente affinché coprisse la deformità. Non potendo contare sul  silenzio dei barbieri, questi venivano puntualmente eliminati, compiuta la loro opera. Se ne salvò uno, giovane e scaltro. Preservò la vita e, a modo suo, il segreto. Il semplice termine “segreto” induce alla divulgazione. È destino di questo vocabolo. Ci si sente sempre onorati di venirli a sapere e la clausula di doverlo custodire porta a tenerlo sulla punta della lingua. Essere, poi, a conoscenza di quelli di persone ricattabili investe d’autorità. Il giovane barbiere, scampato all’agguato, non resistette alla necessità di sfogarsi: scavata una profonda buca nelle campagne di Lagopesole vi gridò dentro, con tutta la forza che aveva in corpo, il segreto dell’imperatore. E il segreto non morì in quella buca. Vi crebbero delle canne che, agitate dal vento, diffusero la notizia ai quattro angoli della terra come una canzone: “Federico Barbarossa tène l’orecchie all’asinà a a a a …”! I ritornelli  lucani hanno continuato ad evocare la leggenda nei canti popolari. Potrebbe, tuttavia, non essere affatto una leggenda. La mensola in forma di testa maschile scolpita sul donjon del castello sopra il suo ingresso è una testa coronata, con due grandi orecchie a punta in bella vista, in cui la tradizione riconosce ancora una volta il nonno di Federico II.
Una luce intensa appare e scompare in prossimità del Castello nelle notti di luna piena. Il suo chiarore si diffonde per tutta la campagna accompagnato da lamenti e singhiozzi disperati. Si tramanda che questa luce sia di Elena degli Angeli, sposa felice di Manfredi di Svevia, in cerca del marito, dei figli e della loro felice esistenza, ad un certo momento troncata. Nelle stesse notti, negli angoli della campagna non raggiunti da essa e dalla luce lunare, si aggira lo stesso Manfredi, all’oscuro della presenza della moglie. Infelice quanto lei, vaga avvolto in un mantello verde su di uno splendido cavallo bianco. Si cercano vanamente, nel tentativo di ricongiungersi e ritrovare la felicità nello stesso posto che li ha visti vivere amorosamente. Un desiderio dannatamente impossibile.
Leggende e storicità del Castello Rosso.
La Basilicata ha tanti segreti da svelare. Storie irrisolte che la fanno definire dall’antropologo Ernesto De Martino “magica terra lucana”. Di recente, uno spontaneo passaparola ha scatenato la ricerca del “Santo Graal” nelle Basiliche Lucane, meta dei ritiri spirituali dei Templari. Secondo la maggior parte delle fonti storiche, il “Santo Graal” è il calice di Gesù dell’ultima cena anche usato per raccogliere il suo sangue dopo la Crocifissione, custodito dai Cavalieri Templari e mai ritrovato. “Il Codice Da Vinci”, discusso successo editoriale di Dan Brown, ha riportato l’argomento all’attualità.  Per quanto contestato, il suo libro ha acceso i riflettori su un’incognita, dando la possibilità agli appassionati di trovarvi una risoluzione. La bellezza dei libri è proprio quella di incuriosire le menti, nutrirle, sfamarle. Soddisfarle.
Cattedrali fra Dolomiti in un comune svettare verso il Cielo. Kilometri  di silenzio. Un silenzio fatto per preghiere raccolte. In una terra povera da sempre non ci si risparmia in devozione, perché tutto ciò che si riesce a produrre, da tanta caparbia aridità, è miracolo e lode al Signore. Solo la Lucania poteva ricevere segreti e conservarli. In silenzio.
Terra che ha visto il passaggio di martiri.
Innocenti e fedeli sino alla morte ad una Chiesa che, in principio, non ebbe la forza di proteggerli dall’inquisizione di Filippo IV il Bello e poi si asservì allo stesso, i Templari non si piegarono d’avanti a torture o roghi, nonostante potessero comprarsi la libertà. Fino alla fine martiri della Verità, cristiani migliori del Papà Clemente V e dei suoi cardinali. Non confessarono mai la loro ereticità, né mai sono rinvenute prove. Il desiderio di libertà è più forte di ogni abnegazione. È una naturale propensione. Rinunciarvi sino al sacrificio della vita, per non tradire il voto di ubbidienza, è, per molti, al di sopra di ogni umana comprensione. Nonostante ciò, nessun Templare venne meno alla regola.
Ritengo Papa Clemente V un’icona delle contraddizioni medievali. Pontefice, nonostante che per carattere, per condizioni di salute e per sfacciati interessi personali, non fosse all’altezza della carica papale, tanto meno in un periodo di profondo fervore religioso.  Accusato dalla storia di simonia, è noto per aver inaugurato il periodo della cattività avignonese.  È lo stesso che Dante collocò nel IX girone infernale. Bertrand de Got, diventato Pontefice senza neanche essere cardinale, iniziò il suo papato sotto cattivi auspici. Durante il corteo per la  sua incoronazione a Lione, morirono 12 uomini per la caduta di un muro che colpì lui stesso.  Carlo di Valois, fratello del re, gli riconsegnò la tiara rotolata nella polvere. Sia lui che Filippo IV ebbero, poi, una morte orribile.
I Templari sono gli unici ai quali non è stato rivisto il processo d’inquisizione nonostante i ritrovamenti di numerose testimonianze a loro favore, da  ricerche laiche.  Giovanna D’arco, già dopo 40 anni dal suo rogo, fu canonizzata  Santa. È stato, tra gli altri, rivisto il processo di Galileo Galilei. Al contrario, i Templari, che non sguainarono la spada come Calvino, gli albigesi e gli ugonotti, cruentamente dissenzienti e tuttavia supplicati di perdono da Papa Paolo VI, e che rimasero sino in fondo servitori della Chiesa, non sono ancora per Essa argomento di dibattito. Il loro ordine non è mai più stato reinstaurato, al contrario di quello dei gesuiti ripristinato con un decreto di Pio VII che abrogò quello di Clemente XIV.
L’ordine dei Templari, in realtà, non aveva avuto amici neanche nel periodo del loro massimo fulgore. Gli altri due ordini, i Cavalieri Teutonici e i Gerosolimitani, assistettero in silenzio al loro sterminio, nonostante il loro intervento potesse essere determinante. Dissidi politici ed economici, specialmente in Terra Santa. I Gerosolimitani si mostrarono, comunque, i più cavallereschi. A Chinon, in prigione, contattarono il gran maestro dei Templari, Molay, per offrire il loro sostegno. Molay rifiutò, considerando già tutto perduto. I Gerosolimitani  si ritirarono in nome della prudenza. Se si fossero schierati troppo apertamente dalla parte degli sventurati Templari, sarebbero stati sospettati di difendere, in fondo, se stessi. La Chiesa è da sempre accusata d’interessi economici ed è palese come questa motivazione  sia stata motivo di divisione al suo interno. I Templari, divenuti ricchissimi, persero tutti i loro averi per la cupidigia di Filippo IV, senza alcun intervento a loro favore da parte di chi, apparentemente svolgeva il loro stesso servigio, in realtà mirava ugualmente a conquiste del tutto temporali.
Ad accoglierci nella terra bianca, però, non sono stati i Templari, dissolti nella loro storia, ma proprio le Dolomiti Lucane. Dalla superstrada che percorre la valle del Basento, ripide e tortuose strade conducono a Castelmezzano e Pietrapertosa, i due paesi sorvegliati dai torrioni rocciosi del parco Gallipoli – Cognato. È elemento distintivo dei paesi lucani sorgere sui pendii.

…una catena di guglie di rocce arenarie,
profondamente incisa nella gola scavata
dal rio Caperino, svetta irta ed aspra
nella valle sinuosa del Basento tra
Albano e Campomaggiore.
La natura è un tempio dove pilastri vivi
mormorano a tratti indistinte parole;
l’uomo passa tra le foreste di simboli che
l’osservano con sguardi famigliari.

Charles Baudelaire

Bellissime, aspre, selvagge. Spoglie e suggestive. Segrete, nella loro apparente nudità ricche di flora e fauna scomparsa altrove.
La cucina lucana ha sapori estremamente decisi come l’asprezza della sua terra inondata di sole. Il maiale ne è il protagonista indiscusso. In genere magrissimo, produce un prosciutto di consistenza asciutta e nervosa che i lucani amano insaporire in modo piccante. Ce ne parlavano già gli storici Varrone e Cicerone, ma anche Apicio e Marziale, della “luganega”  aromatizzata con pepe nero e peperone rosso dal gusto aggressivo che si mangia fresca, arrostita o fritta, oppure la si fa seccare e affumicare, o ancora la si mette sott’olio. Le  soppressate e i capocolli hanno un gusto introvabile, mentre la “pezzenta”, il salame dei poveri fatto dagli scarti della macellazione minutamente tritati, aromatizzato con dosi generose di aglio e pepe, è la specialità culinaria che caratterizza la regione. Mi darà ragione chi ha assaporato questi salumi accompagnati con l’Aglianico del Vulture, l’intenso vino rosso locale. È particolarissimo. Rosso, se invecchiato con riflessi arancioni. Di sapore fresco e armonico, in sintonia col suo profumo delicato. La loro prelibatezza è ulteriormente esaltata se accompagnati col pane di Matera, unico per la sua fragranza. Anche questo si contraddistingue per l’introvabilità in altre zone. È di sola semola, in forme di grandi dimensioni, capace di mantenere intatto il suo sapore anche per alcuni giorni.
La cucina lucana è un’accogliente tavola umile e infuocata.  L’assoluto, indiscusso, protagonista è il peperoncino, nelle accezioni dialettali diavulicchiu, frangisello, pupon o cerasella. Iniziato ad adoperare, il suo sapore forte e deciso fa sembrare sciapiti tutti i piatti che non lo contengono.  Miscelare sapientemente le spezie per esaltare i piatti più poveri è nato come una necessità ed è diventato gusto. Fra tutte, il peperoncino, anche quello fritto nell’olio, è l’ingrediente immancabile nel “pranzo del contadino” che per natura o per usanza era tenuto ad essere “bue di giorno e toro di notte”.  Gli si affidava anche la cura della malaria. Il peperoncino, senza alcun dubbio, è l’incontestato spirito di Lucania.
L’unicità della calda cucina lucana, basata sulla sapiente unione di cibi semplici e genuini, ha come specificità l’uso del rafano, il tartufo dei poveri, e dei lampascioni, una cipolletta selvatica. Usato è l’olio d’oliva, mentre quasi sconosciuto è il burro.
Termino con un’ultima citazione, culturale e culinaria, per onorare la Lucania: Orazio nella VI satira parla della “zuppa lucana” di ceci e porri.
La regione Lucania è, alla fin fine, una fucina di sorprese, coglibili da chi non si ferma alle scarne apparenze.

"Il finimento del Paese" di Ermes Dorigo


“Bello, intenso, con splendidi passaggi e paesaggi, duro e anche scorbutico, ma è quello che ci vuole”, così Claudio Magris definisce sinteticamente Il finimento del Paese di Ermes Dorigo (edizioni Kappa Vu, Udine, prezzo di copertina 15 euro), che è accompagnato anche da due scritti di Mario Rigoni Stern e Marosia Castaldi.

La narrazione de Il finimento del paese di Ermes Dorigo si apre come una carnica “Conversazione in Sicilia”. Il protagonista, Italico Deodati, nelle cui sembianze si è tentati di vedere un alter ego dell’autore, torna al paese natale, dove gira per le strade e fa incontri e intavola discussioni. Senonché ben presto la conversazione si sposta in interiore hominis, secondo una tipologia del romanzo contemporaneo che parte dal dostojesvkiano Romanzo del sottosuolo e, in Italia, da Uno, nessuno e centomila di Pirandello.

Un romanzo che narra anche il farsi della narrazione, coinvolgendo il lettore, come un investigatore, a seguire le varie tracce e a tirare i fili di un raccontare apparentemente frammentario, anche per il plurilinguismo, pluristilismo e commistione dei generi che lo connota, in realtà sostenuto da un solido impianto costruttivo. Più che un protagonista, Italico Deodati, abbiamo un personaggio centrale, in bilico tra essere e non essere, che ritorna nella sua terra, la Carnia, che ha la stessa precaria identità; ormai homeless, alloggia in una stanza d’albergo, dal nome metaforico, Roma, che permette sia di ripercorrere criticamente la cultura locale sia di metaforizzare la condizione dell’Italia contemporanea, rivisitata, anche in forme paradossali, nella sua contraddittoria storia novecentesca.

Con l’aiuto di Camunio, Mindonio e Memo, personificazioni dell’istinto, della ragione e della memoria, Italico riscopre la sessualità – sereno e trasparente erotismo di un caleidoscopio di figure femminili, alcune, indimenticabili, come Arlette. Una serie di repentini movimenti psicologici e culturali, che trasportano il lettore a Budapest, Zurigo, Trieste, Bosnia, inserendo il problema dell’identità nazionale italiana in un contesto internazionale, attraversando Urbino, il simbolo della bellezza e del civismo passato, creando una forte frizione tra antica bellezza civile e l’odierno degrado del Paese. Un romanzo local-globale, in cui il tema dell’identità individuale e collettiva viene affrontato con forte impegno etico-civile, problematicamente e senza indulgenze folkloriche e localistiche, anzi, con una scrittura, che sorprende continuamente il lettore con repentini cambiamenti e impasti diversi di registri, di ritmi e di generi. Un romanzo tragicomico, intenso e beffardo, disperato e sarcastico, enigmatico e ingenuo come la vita. Un romanzo che incuriosisce il lettore fin dall’inizio, in quanto si apre con una Prefazione del Ghost-writer, per cui ci si pone la domanda: ma il romanzo chi l’ha scritto: Dorigo, Italico o il Ghost? Oppure tutti e tre insieme? Chi è il Ghost? L’ispirazione, una forza superiore, che utilizza lo scrittore per i suoi fini? Il lettore partecipa, quindi, sollecitato nella sua intelligenza critica, anche ad un romanzo parallelo: la favola magica e tragica della creazione letteraria, che alla fin fine rappresenta il farsi e disfarsi degli interrogativi esistenziali, che si pongono tutti gli uomini e che lo scrittore racconta nelle sue forme e dal suo punto di vista.

Un triplice ‘finimento’, dunque: come fine, termine di un’idealità d’Italia; come briglie, guida, reggimento politico; come ornamento, ricchezza artistica e spirituale, sempre presenti come contraltare del degrado e della massificazione attuale: il Bello non come mero evento estetico, ma come fattore di incivilimento e cultura, la qualità della polis, la nostalgia della quale è simboleggiata dalla presenza costante della/e piazza/e, oggi vuota/e, un tempo luogo di incontro, di scambio comunicativo, di civile costruttivo confronto.

Era estate quando misi piede qui.


Era estate quando misi piede qui. Ed ora io finirò e lei non sentirà mai più la mia voce, a meno di non incontrarci ancora da qualche parte, il che, considerato il verosimile stato della nostra salute, ritengo sia poco probabile. Perché sto per alzarmi, no, non sono seduto, perché sto per andare, così come mi trovo, con le cose che ho indosso dritto davanti a lei, se questo può dirsi stare dritto, con nemmeno uno spazzolino in tasca per lavarmici i denti, mattina e sera, o un soldo nel mio borsellino per comprarmi una brioscia nella calura del mezzogiorno, e senza una speranza, un amico, un proposito, una prospettiva, o un cappello sulla testa con cui ossequiare le gentili signore e i signori, e così percorrerò il vialetto meglio che posso fino al cancello, per l’ultima volta, nella luce grigia del primo mattino, e con un cenno d’addio giungerò sulla dura strada e di là sul duro marciapiede, spiengendo il piede buono in avanti al meglio delle mie possibilità, mentre l’incolto polveroso ligustro mi sfiorerà la guancia, e via così, avanti, col calore in aumento, sulla mia progressiva fiacchezza, finché qualcuno avrà pietà di me, o Dio avrà misericordia di me, o meglio ancora entrambe le cose, o in mancanza di queste fino a quando non cadrò incapace di rialzarmi durante la marcia e verrò preso in custodia, annerito dall emosche, da un agente in transito, lasciando lei qui al mio posto, con in prospettiva tutto ciò che ho alle mie spalle, e tutto ciò che m’aspetta, ah! tutto ciò che m’aspetta. Era estate.

Samuel Beckett, Watt

Elisa Davoglio legge Claudia Ruggeri.


Riceviamo e segnaliamo grazie a Bianca Madeccia questa clip, nella quale la poetessa Elisa Davoglio (autrice dell’esordio poetico “Olio burning” per Giulio Perrone Editore) legge versi di Claudia Ruggeri. Della stessa autrice, su Musicaos.it (Anno 1, Numero 5, Maggio 2004), potete leggere il testo de “Il Matto” e vederne la sua prima edizione su rivista.

Il Talismano (Stephen King). Mathieu Ratthe.


Il Talismano” Demo Scene, è basato su una storia scritta da Stephen King e Peter Straub. Il mio obiettivo principale nel creare quest’opera è quello di dimostrare le mia capacità come regista ai produttori che detengono i diritti della storia: STEVEN SPIELBERG. La scena è stata girata in due giorni.”

Mathieu Ratthe
della Matt Ratt Productions

Al presente non si comanda


Daniela Rindi
Al presente non si comanda

Tu mi piaci, io ti piaccio, forse mi ami, forse ti amo. Si, ci amiamo. Vado a comprarti un anello così ci fidanziamo. Ci sentiamo meravigliosamente innamorati. Passano un paio d’anni e ti porto un altro anello, più costoso e ci sposiamo. Facciamo subito un figlio, bello, intelligente e, perché no, già ricco.

Il figlio ci riempie di soddisfazioni: è il primo della classe, suona due strumenti e vince sempre un sacco di medaglie nello sport. A che serve un figlio se non a questo? Ne siamo proprio orgogliosi, mica ce ne vergogniamo. Allora meglio due, così facciamo scopa, oltre che a scopare.

Questa volta è una femmina, perché la coppia mista ci vuole, è più completa. Formiamo un’ incantevole famiglia felice. Anche lei è bella, intelligente, un po’ meno ricca, perché una parte se l’è già presa il fratello. Il maschio ci costa un po’ di più, ma io lavoro sodo per non far mancare nulla a nessuno. Anche lei da tante soddisfazioni, altrimenti che gusto c’è.

Compriamo anche un cane, quello della pubblicità che insegue i rotoli di carta igienica, è simpatico, è bello e poi ce l’hanno tutti.

I figli crescono, si sposano, fanno figli a loro volta e noi diventiamo nonni, oltre che vecchi. Ci divertiamo ad andare ai giardinetti con loro, da soli è un po’ noioso. Giochiamo ai bravi nonni e così abbiamo un tornaconto: non veniamo sbattuti all’ospizio.

C’è tanta considerazione così e a noi ci piace. Poi uno dei due muore, forse io, forse tu, magari assieme. Se muori prima tu, io non mi consolo e deperisco ogni giorno di più, fino a raggiungerti in breve nella fossa.

Se muoio prima io, tu deperisci lentamente fino a raggiungermi nella tomba di famiglia. Chi prima, chi dopo che importa, finiamo insieme comunque. Se però ci spegniamo all’unisono è meglio, nessuno dei due deperisce o soffre.

Veniamo seppelliti insieme, meglio cremati. Lasciamo tutti i risparmi di una vita, anzi due, ai figli. Si spendono tutto fino all’ultimo centesimo e poi ricominciano da capo, loro.

Noi non abbiamo più problemi, abbiamo tutta l’eternità davanti… se esiste, altrimenti finisce tutto così e buonanotte.

Richard Lange & Mogwai


Alessandro Milanese
Richard Lange & Mogwai

Chiariamo subito una cosa.
Richard Lange e i Mogwai non centrano un cazzo l’un con l’altro.
E’ una casualità.
Una stupida concidenza.
Lange è uno scrittore americano, classe 61.
Il suo Come morti è una raccolta di racconti brevi, fulminanti, uscita per Einaudi stile libero.
La copertina e le note della Sebold mi hanno incuriosito e ho donato i miei 16 euro alla graziosa e gentile, non che sorella minore di un mio amico, commessa della mia libreria amica.
I suoi “io” non hanno quasi mai un nome, quasi mai un età, sono lasciati liberi di rovinarsi e rovinare la vita, o quello che è rimasto, degli altri.
Sono maschi che vivono arrampicati sul valico che divide il successo dalla rovina.
Luoghi ai margini, da cui si vede la scintillante scritta di Hollywood ma non si tocca mai con mano.
Bar ricettacoli di reietti e storie di ordinario disordine.
Storie spezzate e riattaccate con mezzi di fortuna, piccole crepe a cui basterebbe un pelo di stucco che tarda ad arrivare.
Piccoli lieti fine non definitivi, sottili come un foglio di carta che si può piegar al vento da un momento all’altro.
Sensazioni vere, con del sangue, non quello splatter di horror da quattro soldi ma quello pompato dai nostri cuori.
Pompare, visto anche il volume e il grado di saturazione dei loro distorsori è un verbo che ben si avvicina al gruppo scozzese Mogwai.
Era un po’ che non mi ci ri-infilavo dentro.
E’ bastato un cd masterizzato di un paio di anni fa, una raccolta di registrazioni alla bbc.
Un cd con una piccola storia.
Una persona, quello che a modo mio avrei definito un amico.
MI porta il cd, mi fa un piccolo ma gradito regalo.
Passa il tempo, cambiamo lavoro e zone.
Lo rincontro in una serata in cui il conto al ristorante si era impennato a causa di qualche bottiglia di troppo.
E’ seduto davanti a dei capelli biondi che immagino femminili.
Parlano, sembra concentrato.
Decido di rompere leggermente i coglioni e comincio un tiro mirato di piccole patatine.
Ci mette un po’ a capire da dove arriva il tiro, ma nel mentre rimane da solo senza nessuno con cui conversare.
Mi aspetto un sorriso complice e un saluto da una persona che non vedo da mesi.
Mi arriva una minaccia.
“Ma che cazzo fai?”
“Che cazzo ti tiri?”
“Cosa cazzo ne sai di quella li?”
“Hai visto l’hai fatta scappare con le tue stronzate”
Rimango sorpreso per il tono, per la sensazione che ancora una parola sbagliata e saremmo passati alle mani.
Me ne faccio una ragione, chiedo scusa giusto per allontanarmi e lasciarlo da solo al suo astio figlio chissà di cosa.
Comunque sia non ci penso più nel momento che grazie al mio fidato itunes preparo una bella compilation da 80 minuti di Mogwai da spararmi a volume adeguato mentre leggo Lange
Per i feticisti la prima canzone è la datata new path to helicon fatta live negli studi più famosi di tutto il regno unito.
Leggo un paio di racconti belli, decisi, concisi.
Poi passo oltre e ci casco dentro, del tutto.
Il racconto si chiama Ogni bellezza è lontana.
Dalla prima pagina capisco che la cosa si fa seria.
Volo le pagine.
Il protagonista è un vero perdente, non una macchietta.
Non un personaggio alla ricerca di una sua personale riuscita.
Semplicemente qualcosa di così sbagliato da essere tremendamente perfetto e reale.
Si mette con una minorenne, Lana.
Si innamora o pensa di farlo.
Sparita lei si accanisce coi suoi genitori.
Tormentandoli.
Si guadagna denunce e giretti in centrale.
Si costruisce un paranoico castello di carte, in cui alcuni vietnamiti sono assoldati da Lana a dai suoi per ucciderlo.
Vedi musi giualli ovunque e sente crescere l’inevitabile resa dei conti sotto il sole della california sbagliata, quella sua e dei suoi compari di lavoro.
Uno spaccio aperto 24 ore su 24 tra giornali caramelle.
Caramelle dolci, di quelle che ti staccano tranquillamente col passare del tempo porzioni di palato, gengiva per gengiva.
Dolci come questa Dial: revenge.
Uno dei pochi pezzi dei nostri amici di Glasgow in cui non esplode niente, in cui per una volta sono la voce e una chitarra acustica a farla da padrone.
Mentre mi congratulo con me stesso per la stesura della scaletta Lange fa tramite il suo protagonista un perfetto fermo immagine della situazione.

Non mi diceva mai che mi amava, ma non lo diceva a nessuno.
Il nostro rapporto stava diventando qualcosa di speciale.

Potevo baciarla con la lingua e toccarle le tette, e una volta me lo ha strofinato da sopra i pantaloni della tuta.

Era più giovane di me.

Una cosa al limite della legalità.

Otto anni di differenza non sono così tanti, ma se sapeste.

Non mi pare di aver mai raggiunto le sue vette di stupidità.

Si ubriacava e mi vomitava in macchina con tutto che l’avevo avvertita.

Scriveva alle rockstar e andava in depressione perché non rispondevano alle sue lettere.

I genitori stravedevano per me.

A ripensarci, mi sa che erano contenti di sbolognarla a qualcuno.

Siamo stati insieme tre mesi e ventidue giorni.

In queste righe c’è tutto, va a dire il niente.
Una piccola prefazione di un finale pirotecnico.
Essenziale e perfetto nella sua ovvietà.
Il nostro eroe ormai posseduto dalla sua paranoia che organizza un regolamento di conti in piena regola.
Da appuntamento alla sua amata, ai killer vietnamiti, e ai suoi genitori.
Troverà solo e naturalmente una piccola abitazione di suburbia piena zeppa di sbirri in assetto anti sommossa.
Lui, la sua auto, ed una pistola ad aria compressa.
E mi piace immaginare che, durante il conflitto unilaterale a fuoco, risuoni da qualche casa vicina la parte più sonica e rumorosa di Christmas steps.
Quella cavalcata elettrica che sembra non finire mai, ma che svanisce di colpo avvicinandosi al corpo del nostro eroe trivellato di colpi veri, e che lo culla ancora un po’ mentre sospira la sua amata Lana.

Dentro gli occhi. Un racconto di Silvia Rosa.


Silvia Rosa
Dentro gli occhi

Non riuscivo neppure a guardarlo.
Ma guardarlo era ciò che più desideravo al mondo. Attraversare il sentiero del suo corpo, fermarmi all’ombra delle sue ciglia corvine, scivolare con lo sguardo acceso lungo i contorni increspati della sue labbra, che a volte si aprivano improvvise, esplodendo in una risata, come nuvole d’estate in perenne movimento. Seguire le linee precise e definite delle sue mani, ancora sconosciute, osservarne ogni dettaglio. Sostare, con l’avidità dei miei occhi affamati, nell’incavo pulsante di vita e calore del suo collo, che solo raramente si offriva alla vista, libero dal cappio floreale di qualche buffa cravatta, e dalla stretta ostinata del primo bottone della camicia, celeste grigia rosa a righe blu e rosse…Chissà che cosa si celava sotto la carezza ruvida della stoffa. Avrei tanto voluto vedere tutto di lui. E quando dico tutto, intendo proprio tutto. Non mi bastava svelare il segreto della sua pelle, imparare a memoria la geografia dei suoi nei e delle sue piccole cicatrici, conoscere l’involucro guizzante e mutevole del suo sesso. Io volevo andare oltre. Volevo guardarlo dentro. Interiormente.
Non mi fraintendere, Gentile Lettore.
L’espressione “guardare dentro” significa, certo, nell’accezione più comune, conoscere di qualcuno, che ci si presenta dinnanzi, in tutta la cruda verità del suo essere (prima di tutto?) un Corpo, anche ciò che di impalpabile racchiude in sé, i suoi moti interiori: le emozioni, i sentimenti, i pensieri. Insomma, sapere chi è davvero.
Ecco no, io non cercavo di cogliere l’essenza di quell’uomo. Io volevo vedere minuziosamente ogni particella di materia vivida e sanguigna, che componeva lo splendido e desiderabile arabesco della sua figura. Volevo schiudere, come fosse un guscio vellutato e fragile, la sua carne d’oliva, che proteggeva il regolare scorrere -sordo e ottuso- della Vita al suo interno.
Bramavo di scrutare il fluire del suo sangue denso e vischioso nel lume delle arterie e delle vene bluastre, cunicoli tesi e circolari e avviluppati intorno agli organi e dentro, dentro di loro. Guardare il movimento ritmato che scuoteva il suo cuore, seguire il labirinto delle sue viscere molli, calarmi nei suoi polmoni ed osservare i refoli d’ossigeno trasformarli in palloncini. Volevo guardare com’era il suo cervello, il colore della sua ragione, le strade in cui correva la logica delle sue parole, il rifugio dei suoi ricordi traditi.
Desideravo farlo a brani con il bisturi preciso del mio sguardo implacabile.
Amico Lettore, cerca di comprendermi. Alcune ossessioni baluginano all’orizzonte come devastanti tornado, che spazzano via quel poco che in certe aride terre riesce ad attecchire. E in me il pensiero di lui e del suo corpo di muscoli a fasci compatti, di ossa dal biancore angelico, di umori acri che sgocciolavano, stilla dopo stilla, producendo la misteriosa musica degli abissi marini, di sapori e profumi dolciastri, di cellule invisibili che io volevo passare al vaglio d’un microscopio inesistente, quell’anelito scabroso di lui, aveva allignato come gramigna nella prateria del mio ventre, senza che io me ne rendessi conto. E  quando mi accorsi che non riuscivo a guardarlo senza provare una fitta di spillo all’ombelico e poi un fremito leggero lungo le gambe, allora, fu troppo tardi per scappare. Ero presa nel vortice a spirale della più violenta delle tempeste. Non avevo via di scampo.
Accorto e Savio Lettore, tu, lo so, avrai già capito che una siffatta e insana brama di guardare, possedere completamente con l’umida conchiglia piena degli occhi, un corpo altro da sé, nella sua sincera nudità, in ogni suo caliginoso e segreto anfratto, e poi ancora più giù, più in profondità, più all’interno, altro non è che una perversione, pericolosissima, giacché inevitabilmente, ad un certo punto, quel desiderio smanioso non si soddisfa più con insipidi assaggi lattiginosi che immaginazione e fantasia cuociono lentamente, ma pretende ed esige concretezza di sangue, si affaccia alla coscienza e grida il suo bisogno di voluttà. E chiede carne viva.
Ma io ti giuro, Caro Lettore, non lo sapevo. Mai avrei pensato di ritrovarmi in quella radura devastata dal passaggio impietoso dell’ossessione per un corpo, il suo, da divorare tutto, con le mie pupille impazzite.
In principio pensavo d’essermi semplicemente invaghita di lui. -Lo desidero-, mi dicevo, -tutto qui; quando lo vedrò nudo e sentirò il suo corpo muoversi nel mio, mi dimenticherò di me stessa e dei miei grevi pensieri-, che, invece, sempre più insidiosi ed insistenti mi colavano addosso, di piombo, togliendomi il respiro.
E immaginavo come sarebbe stato sentirlo mio, spiando di sottecchi la più autentica delle espressioni, quella del godimento puro. Tutti gli innamorati vogliono guardare l’oggetto della loro passione. Non c’è nulla di strano, non è vero Saggio Lettore? Non è capitato anche a te?
Però ammetto solo adesso – tardi, purtroppo-, che di notte, nell’abbandono innocente del sonno, presero ben presto a visitarmi sogni insoliti, dai quali mi risvegliavo puntualmente madida di sudore, agitata. No, eccitata. Questa è la parola giusta, che allora non riuscivo ancora a pronunciare.
C’era il suo corpo, che si dava a me, ma io non sentivo niente. Era come se fossi evanescente. Lui era dentro di me, ma io, io non c’ero, non abitavo il mio corpo, apparentemente privo di vita. I miei occhi solamente si muovevano, rapidi. E schizzavano via, all’improvviso, rotolavano sulla sua schiena, che a contatto con essi diventava trasparente. Vedevo allora tutta la complicata architettura del suo organismo e ne rimanevo incantata, iniziando a godere di fronte allo spettacolo della sua sublime perfezione d’animale terrestre, assaporandone ogni fotogramma. Ma poi, d’un tratto, i miei occhi mi tradivano, negandomi il supremo piacere, oscurando l’immagine di quel corpo, che volevo possedere tutto e che invece mi sfuggiva alla vista, sbiadendosi e diventando tutt’uno con lo sfondo grumoso e violaceo del nulla, informe.
A questo punto il sogno diventava un incubo angosciante. I miei occhi non bastavano più a soddisfare la fame di lui. Ritornavo in me, riemergendo dal torpore in cui ero sprofondata, sentendo crescere nella pancia la furia di una rabbia incontrollabile e nelle tempie il fracasso della garrula cantilena dei miei perché. Perché non potevo vedere tutto il suo corpo? Perché non potevo possederne ogni cellula? Perché non potevo scoprirne completamente il Segreto? E ad ogni ‘perché’ seguiva un colpo violento, che sferravo con le mani nude, contro quell’uomo che desideravo da morire. Vedevo i brandelli della sua carne ovunque. Ma non coglievo più l’unicità vibrante del suo esistere, vivendo, nell’integrità estatica del suo corpo inaccessibile. E mi disperavo.
Mio Paziente Lettore, perdonami se ti tedio con queste prolisse descrizioni di macabri incubi. Ma voglio che tu conosca tutta la verità, per giudicarmi, ché non vedi l’ora di farlo, sì, confessa, tu che molto probabilmente non ti sei mai trovato in cella, dietro le sbarre asfittiche dei tuoi stessi deliri, pungolato continuamente dai tuoi pensieri insani, piegato alla schiavitù di un padrone crudele che ti tortura e da cui non puoi scappare. Perché è parte di te.
Lettore, bada bene: io non cerco la tua pietà. Vorrei che tu mi capissi un poco. Dichiarami colpevole, condannami pure, se vuoi. Ma ti prego, salvami.
Qual è il limite da non oltrepassare mai? Dov’è il confine che separa la vittima dal suo carnefice? E il burrone, il precipizio che si apre sul ciglio della strada, così ben nascosto, quasi invisibile? Qual è il punto di non ritorno, superato il quale si è perduti per sempre? Oh, certo, tu, Lettore di buon senso, sapresti rispondere a questi quesiti, vecchi come il mondo, senza alcuna esitazione. Io non ci riuscivo, invece. E infrangevo tutte le regole e i buoni propositi che mi inventavo per non cedere al richiamo di quel seducente corpo, per non cadere nella tentazione di cercarlo con gli occhi. Al tempo stesso avevo paura, non mi fidavo affatto dei miei desideri, che si ribellavano al mio controllo. Decisi di evitare quell’uomo: con tutte le mie forze io dovevo proibire a me stessa di rivederlo. Ma fu tutto inutile. Oramai quell’essere, quel corpo palpitante, era animato dalla linfa della mia ossessione, si annidava nelle mie iridi e le colorava di un intenso nero struggente, mi levava il sonno e la ragione, era al centro esatto di me, mi possedeva tutta. Era così dentro di me da confondersi in me. C’era lui, solamente lui e niente e nessun altro. Nemmeno io c’ero: l’immagine del suo corpo si nutriva di me, e quanto più diventava consistente e spessa tanto più io mi assottigliavo per lasciarle spazio, vulnerabile mi sgretolavo, consumandomi. Lentamente finii quasi col non esistere più. Mangiavo poco e male, senza assaporare nulla. Non dormivo che due o tre ore di fila per notte. Non trovavo la concentrazione necessaria a svolgere le abituali attività quotidiane. Uscivo di casa sempre più di rado. Non frequentavo nessuno. Mentivo costantemente, sulle motivazioni del mio evidente malessere; spergiuravo che si trattava solo di stanchezza.
Sull’altare di un Dio spietato, che avevo creato io stessa, ostinata seguitavo a supplicare, con le ginocchia sbucciate, nei giorni tutti uguali, sospesi ed esposti al davanzale di un’immobile attesa, pregavo che si lasciasse trovare da me, dai miei occhi, oppure che svanisse, cancellando il ricordo della sua figura e restituendomi a me stessa. Offrivo al suo corpo il sacrificio di me.
Ragionevole Lettore, non pronunciare ancora la tua sentenza: no, non ero diventata pazza. Purtroppo, ché la pazzia è un lusso, in certe situazioni. Io rimanevo lucida, consapevole, cosciente dello sfacelo a cui andavo incontro, precipitando sempre più giù in quell’abisso, sul cui margine avevo passeggiato, con la lievità infantile di chi non sa della Morte a cui è promesso.
Non ci sono scuse, né giustificazioni, né attenuanti di alcun genere quando si commette il crimine di annientare una Vita che non ci appartiene. Nemmeno se questa Vita scorre in noi stessi, protetta e inseparabile dalla scorza alchemica del nostro corpo, insensibile alle nostre reticenze, ai nostri dubbi e tormenti, occupata a perpetrarsi, proteiforme e gagliarda. Ma io non avevo altra scelta per liberarmi di quell’uomo, se non quella di violare il sacro veto di non uccidere.
Senz’altro, Scaltro Lettore, tu non saresti mai rimasto impigliato nella ragnatela di filo spinato, che l’ossessione ti tesse intorno, come un sudario funebre. E sagace come di certo sei, non ti saresti illuso che fosse in qualche modo possibile liberarsi dalla trappola immobilizzante di quel pungente ordito. Io no, sognavo la libertà, sfuggire a quel corpo che vedevo ovunque. A qualunque costo.
Quando il tempo si frantuma in pulviscoli di diafani istanti, ogni gesto assume la lentezza e la solennità della Fine. E’ come sgusciare via da sé e dal Mondo e vedersi da lontananze di stelle ultragalattiche. Così io osservavo il rigagnolo di sangue formare una piccola pozza, che si dilatava spaventosamente. Come appartenesse ad un’altra dimensione. Ad un’altra persona. Al corpo di lui, che aveva messo radici nei miei bulbi oculari, ramificandosi dentro di me. Io mi aprivo, affinché dalla feritoia dei miei polsi potessi strapparmi quel germoglio malato, che mi soffocava, come un parassita, annullandomi.
Lettore Caro, forse tu lo saprai già: morire consapevolmente è un’impresa difficile, ma non la più ardua che possa intraprendere un uomo. In effetti, accettare la condizione di condannato a(lla) Vita è assai più faticoso.
Fuori dalla finestra fioccano batuffoli di cotone idrofilo. Si depositano sui tetti, sulle automobili e sui giardini addormentati. Decorano alberi spogli. Coprono col loro candore il fango e il sudiciume stratificato delle nostre grigie strade metropolitane. Lo lavano via, trasformandosi in acqua e defluendo nelle fogne interrate.
Ma sotto lo scrigno di gelo e biancore tutto è in fermento. E’ quasi primavera. Sono a casa, finalmente. Il Dottor D. ha chiuso la mia pratica mesi fa, e la terapia volge al termine, una o due sedute ancora. Niente farmaci. Dormo che è una meraviglia. Sto bene.
Ieri che non nevicava sono uscita, indossavo il mio cappotto preferito, rosso vermiglio. E ho rivisto lui, al solito posto, dove sapevo di trovarlo. Il suo corpo m’è parso così insignificante, uguale a tanti altri. L’ho fissato a lungo. Assomigliava a qualcuno che mi sembrava di conoscere vagamente, ma di cui non ricordavo affatto il nome. Il sorriso, forse, mi era familiare.
Amico Lettore, adesso vedo bene l’ultima frontiera invalicabile, oltre la quale ci si ritrova faccia a faccia con l’Ombra del nemico, che alberga in noi.
Bisogna guardare dentro di sé. E’ qui il più esiziale degli abissi.

questo racconto è comparso anche su “Il sottoscritto“.

La leggenda di domani.


VerbaManent – Presidio del Libro
in collaborazione con il  B&B Chiesa Greca

Pensieri di gelsomino
Percorsi di letture arte e vita

Sabato 26 luglio ore 21.00

Maria Corti
Storie,
La leggenda di domani
(manni editori)

Presenta
Giuliana Coppola

Proiezione video

Occhi negli occhi memorie di viaggio
di Rossella Piccinno

Giardino del Prete
Piazzetta Chiesa Greca, 11  – Lecce

Giovedì 26 luglio alle ore 20.00, presso Il Giardino del Prete in P.zzetta Chiesa Greca, 11- a Lecce ultimo appuntamento della Rassegna: “Pensieri di Gelsomino. Percorsi di letture, arte e vita organizzato dall’associazione Verbamanent- Presìdio del Libro, in collaborazione con il B&B Chiesa Greca.
In questa serata vedremo il video di Rossella Piccinno: “Occhi negli occhi. Memorie di viaggio”; a seguire Giuliana Coppola presenterà due libri di Maria Corti: “Storie” e   l’ultimo inedito editato sempre dalla casa Editrice Manni: “La leggenda di domani”
Il video di Rossella Piccinno: “Occhi negli occhi memorie di viaggio” del 2007, della durata 08′ 20″, ha ottenuto il “Premio miglior documentario turistico, Video Festival Città di Imperia, aprile 2008. Il soggetto del video è di Rossella Piccinno che ne ha curato sia le regia che il montaggio. Il tramonto dorato del sole tra le morbide dune del Sahara è l’incipit di “Occhi negli occhi – memorie di viaggio”, un’opera intima, viscerale, in cui l’autrice si svela offrendo allo spettatore una pagina del proprio diario e invitandolo a guardare. “Occhi negli occhi” è un richiamo alla visione, un tuffo nello sguardo dell’autrice su un altro mondo, l’Africa, e anche l’incontro straordinario con gli occhi di chi da questo mondo ci guarda.
Rossella Piccino
si è laureata al DAMS di Bologna in Cinematografia Documentaria e Sperimentale con una tesi su “Nostra Signora dei Turchi” di Carmelo Bene. Successivamente si è diplomata come Tecnico di Produzioni Video e ha mosso le sue prime esperienze lavorando nei cartoni animati. Nel 2005 debutta alla regia con il cortometraggio “Interno sei” e pochi mesi dopo dirige il documentario “Mauritiana: città-biblioteche nel deserto”, realizzato in collaborazione con la Croce Rossa Italiana, presentato a Venezia durante gli “Italian Doc Screenings 2006”. Attualmente vive e lavora nel Salento, dove si dedica all’ideazione e allo sviluppo di numerosi progetti audiovisivi.

Maria Corti (1915-2002) È stata considerata la signora delle lettere italiane, sia per i suoi fondamentali studi di teoria e di storia letteraria, sia per la sua produzione narrativa, sia infine per la sua attività di critica militante.

Storie” di Maria Corti Protagonista di queste storie è “il tempo, il suo aggrinzarsi in situazioni concrete, il suo vanire nel mito (non manca il tema della modernità, distruttrice di miti), il suo dissolversi nella ciclicità e nella saggezza che l’accoglie e la riflette. C’è, in alcuni di questi racconti, un che di epico”. (Romano Luperini)   
La leggenda di domani” di Maria CortiFra Otranto e Santa Maria di Leuca, Paola, sedicenne orfana milanese, fugge dal convento e chiede ospitalità al pescatore mastro Oronzo; nella sua casa, Paola cresce figlia tra i figli. Arriverà un ingegnere torinese a portarla via, per sposarla, da quella che oramai è la sua terra. Scrive Cesare Segre nella premessa: La polarità Milano-Salento, in cui la protagonista di questo racconto si muove, è una costante della vita e dell’invenzione letteraria della Corti. L’avvio è bellissimo. Sembra che l’autrice si sia innamorata del Salento e abbia cercato di ricrearlo usando le sue parole. La leggenda di domani, oltre ad essere complessivamente un bel pezzo letterario, ci porta nel pieno dell’attività narrativa della Corti, e forse ce ne scopre qualche criterio.Così la Corti continua ad essere maestra anche con questo racconto chiuso in un cassetto.

info: Ambra Biscuso– 3395607242

www.verbamanent.net