Archivi tag: Luciano Pagano

Viaggio a Panafon


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Maggio: mi manchino pure gli stupidi sciami
di riso mi manchi l’andare i passaggi di coste
nel fresco o non so che non so le mie mani
alla nuca mi siano spettabile tramonto
di fuochi gli eppure di sole
un bel mese può esistere sempre, ma non è maggio
se come maggio intendo
un po’ di fresco, quest’arietta e
quest’ombra industrioso silenzio, solare.
Mastico gli scogli e dico santo vespro.
Più me, più poesia, più dire celeste
sanato dispero. Più me, più puntate sul tavolo
giusto, maggio:
mensile come arridere sfortune arate
al maggese che attende una semina
sporca si spetra nell’ibrido niente di pasto
comando un innesto ed il seme violato
nel cuore di seme frantumo. Impudente. Incanutente.
Incespicante. Manifesto di un’ousia passata,
risolto in un tutto scimunito, comando picchiare.
Comando improperio del gusto,
defungersi è buono, defungersi è meglio che dire bestemmie
e può darsi che il meglio è difforme.
Ballavi nascosta celata e davanti restava
l’arietta gentile, un bel mare, gommoni
e per questi ascoltavi il tramonto di maggio:
ahi maggio, dicevi turismo bestiale…

da “Il volo del calabrone” (Nota introduttiva di Aldo Nove, Postfazione di Gabriele Frasca, a cura de “Gli Ammutinati”, con poesie di Dome Bulfaro, Silvia Cassioli, Matteo Danieli, Luigi Nacci, Adriano Padua, Luciano Pagano, Furio Pillan, Silvia Salvagnini, Christian Sinicco)

L’antologia “Il volo del calabrone” verrà presentata Giovedì 20 marzo alle ore 21.00 a Lissone, presso la Biblioteca Civica in Piazza IV Novembre, 2

La soluzione del precariato?


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Contro la precarietà? Sposare mio figlio o un milionario! Credo che con il suo sorriso se lo possa certamente permettere“. Di Berlusconi ce n’è solo uno. Meno male. L’unica persona che riesce a utilizzare la strategia dello scherzo impunito “…stavo scherzando! Parlavo dei giudici? Ma stavo scherzando! La mia battuta sul kapo nel parlamento europeo? Mancate di senso dell’umorismo! Scherzavo, scherzavo, scherzavo. Un milione di posti di lavoro? Scherzavo.”
La soluzione per la giovane precaria? Sciogliere in bustina paga, magari agitare in piazza.

Apocalisse di Giovanni


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Da oggi potete leggere il mio racconto “Apocalisse di Giovanni” sul “Fronte della comunicazione”, il blog di Stampa Alternativa. Buona lettura.

Le voci, la città. In libreria


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È uscito in libreria “Le voci la città”. Contiene i racconti di David Bargiacchi, Marco Candida, Fosco D’Amelio, Beatrice Furini, Paolo Grassi, Gianmaria Nerli, Luciano Pagano, Laura Pugno, Alessandro Scotti, Catalina Villa, le poesie di Dome Bulfaro, Vincenzo Bagnoli, Laura Lucaccioni, Luigi Nacci, Luigi Pacifico, Adriano Padua, Furio Pillan, Mikica Pindzo, Marco Simonelli, Sara Ventroni e un intervento critico di Andrea Cortellessa. Il mio racconto si intitola “Luoghi d(‘)istruzione”. Approfitto di questo post per ringraziare i due curatori del volume, Gianmaria Nerli e Luigi Nacci, che, in quel di Fiesole, l’anno scorso, hanno reso possibile questo bell’incontro.

I mosaici di Idrusa


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Io ho iniziato il mese di marzo leggendo d’un fiato la silloge “I mosaici di Idrusa”, scritta da Ilaria Seclì e pubblicata su Rivista Pagina Zero. Questa bella sorpresa mi ha confermato un pensiero che avevo da tempo, e cioè dalla lettura del suo esordio “D’Indolenti dipendenze“, il pensiero è semplice: sono e resterò curioso di ogni cosa che scriva questa poetessa. Queste in particolare sono 9 poesie e racchiudono il risultato di una ricerca che va oltre le premesse del suo primo libro. Di certo una delle voci poetiche più interessanti che si possano leggere in questo periodo, tra gli appartenenti alla sua generazione, una voce che ha un suo dettato, una voce che ha un ritmo e possiede un senso delle propria poetica. Riporto una poesia, invitandovi a proseguire la lettura del ebook pubblicato nella collana “Le betulle nane”:

restami qui

fissami in marmoreo equilibrio
sulla punta di un chiodo. impenetrata.
insetto di sant’Eustachio.
ruggine scoperta continuami.
cariatide. crocifissa all’ingiù se vuoi
come Pietro di Masaccio.
una fogna per sterco di piccioni
e cani fammi.
ma restami qui mio Signore.
fammi lavatoio del ‘911
nel giardino spellato dall’arsura.
impagliato. fammi ancora d’ arancio
nell’ora che si allunga e stira.
continua a sfregare con la mano
le asperità che vengono al cerchio.
la tua dafne falla ancora albero
o disusato elettrodomestico
del carsico tuo feudo

Rivedere “Palombella rossa”


Rivedere “Palombella rossa” di Nanni Moretti.

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Gli ebook di Musicaos.it

Può un film girato quasi venti anni fa descrivere con una discreta approssimazione l’attuale situazione politica e la sinistra, oggi? Se il regista è Nanni Moretti e il film in questione è “Palombella rossa” la risposta potrebbe essere un sì. “Palombella rossa”, del 1989, è una delle pellicole che più si addentrano nello studio delle anime e dei fantasmi della sinistra. Nonostante siano trascorsi quasi venti anni dalla caduta del muro di Berlino, nonostante il mercato del lavoro sia stravolto, nonostante siano mutati gli equilibri internazionali, in quella pellicola sono descritti alcuni dei termini di un conflitto di identità. Conflitto che con le prossime elezioni anticipate si cerca di risanare o dirimere, tutto e subito, prima di rischiare la sconfitta delle urne. Michele Apicella, esponente politico della sinistra parlamentare, in seguito a uno scontro avuto con l’auto, è soggetto a un vuoto di memoria. Amnesia. Ciò accade nel giorno in cui la sua squadra di pallanuoto deve affrontare l’avversario temuto, l’Acireale. Il giorno della partita precede il giorno in cui gli italiani si recheranno alle urne. Michele viene prelevato dai compagni di squadra “Già, quale squadra? Di che sport stanno parlando?” è la domanda che si pone Michele durante il tragitto in bus, insieme alla squadra e all’allenatore Mario, impersonato da Silvio Orlando, che fino all’inizio del match ripercorrerà le tattiche e le strategie da adottare contro l’avversario. Nello spogliatoio Michele è assorto. Il mister ha descritto gli schemi anche nella pause dopo il pranzo, al ristorante. Si tratta di un’insistenza che accresce l’ansia nei confronti della partita. Pallanuoto. Michele, leggendo un articolo di un giornale che lui ha scritto, si rende conto di essere comunista. Esclamerà proprio così, Io sono comunista. Michele ha un flashback di quando da bambino si allenava. Tutti i genitori seguivano i bambini, lui era accompagnato agli allenamenti da sua madre. Il padre? Comparirà una sola volta, più in là. Michele, nel passato e nel presente, è smarrito. La mancanza di guida che prova da bambino è la stessa che sente adesso, ora che la memoria va e viene per via dello shock subito, facendo emergere i suoi ricordi a tratti, lucidità, nebbie. Sul bordo della piscina viene avvicinato da due persone che si riferiscono a un gesto che lui ha commesso “martedì scorso”, durante una puntata del programma Tribuna Politica. Comincia a delinearsi uno dei significati della pellicola, quello per cui la piscina è una metafora dello scontro politico, con le sue tattiche, nel conflitto che vede contrapposte le due squadre, compresi colpi bassi e scorrettezze. La descrizione della sinistra operata da Nanni Moretti nelle sue opere ha accompagnato tutte le fasi di evoluzione di questo schieramento politico, dagli esordi ai giorni nostri, fino al Caimano (2006), passando per Caro Diario (1994) e ancora in Aprile (1998). I due avventori che avvicinano Michele si autodefiniscono “puri”, sono ossessivi “noi riceviamo tante lettere a cui non rispondiamo mai”. Michele si allontana. “Il potere dell’opposizione è la lotta”. Questa l’affermazione di allora, pronunciata da un altro avventore, un anziano che si definisce sindacalista. La soluzione per la sinistra consta nel sapere dirigere il potenziale conflittuale, nel dare a esso una forma, dei contenuti e soprattutto una direzione. “Siete un partito da rifare, siete scomparsi, galleggiate a mezz’aria”. Si delinea qui un tentativo di assumere la critica e l’autocritica del comunismo. “Mancate d’identità, avete almeno, tre anime”. Viste oggi, quelle immagini, risultano profetiche; non tanto perché prefiguravano ieri ciò che si sarebbe ripresentato oggi, quanto perché alcuni punti nodali del dibattito interno alla sinistra sono rimasti gli stessi. “Chi siete, siete un partito inutile, innocuo”. Sul piano narrativo e stilistico, ai discorsi politici che tutti gli avventori di Michele Apicella si sentono in dovere di promuovere, fa da contrappeso la partita vera e propria, non più politica, cioè lo scontro tra le due squadre di pallanuoto. È in questo momento, quando fa la sua comparsa l’allenatore dell’Acireale (la squadra avversaria che deve incontrarsi con la squadra allenata da Silvio Orlando), che avviene l’identificazione/parallelo tra politica e partita di pallanuoto, su quel terreno sono contenute le critiche al partito politico, il PC, di allora. Silvio Orlando si perde in tattiche e schemi complicati, bilanciamenti fumosi che non interessano gli stessi giocatori, gli unici due che restano a sentirlo sono Michele, (il politico che ha nostalgia del passato?) insieme al giocatore più giovane (il giovane idealista?). Ciò di cui raccontano queste immagini è il tarlo che si insinua come problema degli anni novanta, il progressivo allontanamento dalla base. L’allenatore avversario non si perde in chiacchiere, è consapevole che sulla carta la sua è la squadra vincente, dileggia gli avversari, addirittura sostiene di non prendere la partita sottogamba, perché altrimenti potrebbero sorgere difficoltà; a quell’affermazione, fatta davanti a una squadra di giocatori stravaccati come gli antichi romani alla sauna, tutti scoppiano in una grassa risata. Quel che bisogna sapere è che non c’è rispetto per gli avversari. L’elemento di punta della squadra avversaria è Imre Budavari, giocatore ungherese, nessuno vuole marcarlo. “Quello che è avvenuto in questi anni è un processo di trasformazione della nostra società.”. Michele comincia a ricordare frammenti del suo discorso televisivo. I due avventori di prima lo incontrano nuovamente, è il crollo. “La questione cattolica si intreccia con la questione del centro, noi dobbiamo lavorare per conquistare il centro, non per farci conquistare dal centro”. Uno dei due avventori dice che “Hanno paura di vincere, loro vogliono stare all’opposizione e moriranno all’opposizione”. Oggi si la questione si ripropone in termini diversi, la sinistra è pronta all’eventualità di condurre un’opposizione extra-parlamentare? Il fenomeno cui stiamo assistendo è lo sgretolamento di alcune vecchie leadership che non sono più in grado di dialogare con il Paese, perché hanno percorso tutte le modalità, le strade, senza risultati accettabili?

Il modo è cambiato, la consapevolezza da parte dei cittadini nei confronti di alcuni temi (l’ambiente, l’economia, il lavoro, la partecipazione) sono cresciute. Ecco che i “circoli” sono una parola che Silvio Berlusconi ha messo nel suo dizionario appena ha compreso l’importanza dell’identificazione con il suo elettorato. A ciò contribuisce la continua propaganda che viene effettuata sui mezzi di comunicazione Mediaset. C’è un’apposita rubrica del TG4 dove le persone vengono intervistate sul caro-prezzi nei mercati rionali. I toni con cui la Destra accusa il Governo dei Sedici Mesi sono simili a quelli che si potrebbero utilizzare contro un governo che ha appena fatto ritorno dalla guerra. La pressione fiscale è aumentata, sono stati scoperti alcuni grandi evasori. Dov’erano le telecamere del TG4 tra il 2000 e 2006, gli anni che hanno preparato e fatto montare il caro-vita? Gli aumenti dei prezzi non sono iniziati ieri. Dov’erano i sondaggi? I governi di Silvio Berlusconi sapevano? Certo.
“Perché sei diventato comunista? Perché penso che sia giusto. Uno. Perché non ti senti isolato. Perché sei con altre persone che credono come te in certe cose. Le vivono come te. Con te. Sei parte di un movimento che va avanti in tutto il mondo. Vedi cos’è questa realtà e cerchi di trasformarla. Perché ami l’umanità e siccome ami quella vera fai in modo che venga fuori”. A parlare così è il Michele di quindici anni prima, 1974. Umanità. Umanesimo della sinistra. Attenzione ai problemi dell’uomo, della persona, prima di quelli della società, dell’economia, della ferrea logica dello sviluppo. Oggi un discorso simile non sembra plausibile. Quello di cui c’è bisogno è una ripresa che vada di pari passo con i problemi della persona, in primis quello dell’occupazione e dei salari. Quando l’amico di Michele gli ricorda di come, da ragazzi, hanno preso a botte un ‘fascista’, Michele è inorridito, non può credere che sono stati capaci di ciò. La virulenza della lotta politica non può resistere come cifra caratteristica del porsi. Il Partito Democratico, insieme al Popolo delle Libertà, giocano su un terreno che elegge il fair play a regola di condotta. La “fusione fredda” tra il partito di Silvio Berlusconi “Forza Italia” e quello guidato a Gianfranco Fini “Alleanza Nazionale”, e il gioco delle alleanze in Sicilia, hanno dimostrato che è difficile fare accettare una politica a tavolino, che non tenga conto delle alleanze sul territorio e del consenso degli elettori. Mai come oggi sembra che la cosa più difficile sia proprio fare la conta dei voti in anticipo. Lo stesso Pier Ferdinando Casini ha ammesso in una recente intervista televisiva che in Sicilia non si poteva non agire a questo modo. Una franchezza che fa paura perché dimostra un attaccamento a certi modi di fare politica che difficilmente possono essere sradicati, laddove hanno fino a oggi costituito la norma. È come se una delle nuove differenze debba essere quella di ‘fare le cose alla luce del sole’. Le alleanze vanno cercate e ribadite a questo modo. Chi accetta è dentro, chi non accetta è fuori. È la crisi. Michele si ricorda di quando ha incominciato a nuotare. Voleva cambiare sport. Si tuffa nella vasca, non riconosce gli schemi. Dopo un po’, in azione, ha paura dell’acqua alta “C’è l’acqua alta al centro“. Non riesce ad avanzare. Michele ha il terrore di tuffarsi e, una volta tuffato, ha paura dell’acqua alta. Finalmente si decide, attraversa il centro, un avversario gli ruba la palla con agilità. Non bisogna abbandonarsi ai dubbi, alle angoscie, alle incertezze. C’è una giornalista che cerca di ottenere delle delucidazioni sulle ultime settimane di campagna elettorale da Valentina, la figlia di Michele, interpretata da Asia Argento. Il giorno dopo ci saranno le elezioni. Il giornalismo parla un linguaggio superficiale. La giornalista che lo intervista, impersonata da Mariella Valentini, estrae un Bignami, un ipotetico bignami con la storia del PC. “Che sensazione ha essere in un partito ormai al tramonto?”. Nel famoso intervento di martedì un giornalista prende il suo orologio, lo mostra a Michele, dice che il suo orologio ha due quadranti, uno dei quali è regolato sull’ora di New York, “oggi, anche il suo orologio è regolato sull’ora americana?”. La risposta del Michele di allora “Non posso che ribadire il riconoscimento dell’adesione dell’Italia alla Nato” può confrontarsi con un passo del programma del neonato PD “Il PD è per il rafforzamento dell’amicizia e della collaborazione nazionale e europea con gli Stati Uniti.”. Michele non è d’accordo con chi crede che il Capitalismo abbia dimostrato di essere in grado di risolvere le sue contraddizioni. Tuttavia esistono dati oggettivi per cui il non allineamento a certe posizioni porta a un’esclusione dell’Italia dalla politica estera. Il timore di oggi si accompagna ai dati di crescita di altri paesi, come la Spagna, e di arretramento dell’economia del nostro paese. Michele scaraventa a terra un cattolico. “Io sono felice che tu esisti tu sei felice che io esisto?”. Michele Apicella risponde deciso “No”. Un tiro di Budavari è così forte da spaccare la traversa della porta. La partita si arresta. La giornalista prosegue nel suo dialogo a senso unico con Michele Apicella. È la dimostrazione che la realtà politica è fluida non solo per chi ne partecipa, ma anche per chi tenta una descrizione di essa. Rivelando che non soltanto è ridicolo pensare che possa esistere un bigino del PC, ma che lo stesso dibattito si sposti da un’area pratica a un’area concettuale, dove le “parole sono importanti”. Le parole sono le cose. Bisogna trovare quindi una descrizione che sia in grado di contenere la ‘cosa’ descritta. Michele, alla vista di una scena del Dottor Zivago alza il pugno sinistro. “Mai godersi nulla se prima non c’è stata una fatica”. Michele è un politico che viene assalito dai frammenti dei discorsi. “Il problema è il silenzio.” Il cattolico presenta a Michele un guru/teologo che gli ha cambiato la vita. Anche l’allenatore dell’Acireale ha un suo guru, è un maestro di yoga. Un altro aspetto che dell’ideologia che viene qui rappresentato è quello del deus ex-machina, un politico che si faccia portatore delle istanze del proprio partito, con l’altra faccia della medaglia, il rischio di vedersi trasformati in icona. L’arbitro della partita trova in uno psicanalista l’uomo della sua vita. Al fianco di Silvio Orlando c’è Remo Remotti, l’uomo che ha cambiato la sua vita, interrogato “Dicci qualcosa?” non dirà nulla. Gli avventori che compaiono all’inizio, quelli che continuano a portare dolci a Michele, lo avvicinano ancora, dopo che lui ha commesso un fallo, chiedono a Michele con insistenza di “fare i nomi e i cognomi”. Michele è stato espulso. Michele non si sposta dalla sua posizione. Dagli spalti parte un coro “Michele è finita, l’hai persa la partita”. Ecco che cosa ricorda la torta a Michele, da bambino aveva rubato una torta ed era stato spedito in collegio dalla famiglia. Si tratta di un sogno. È in pantofole in strada. “Noi dobbiamo essere insensibili, noi dobbiamo essere indifferenti alle parole di oggi. Chi parla male pensa male e vive male, bisogna trovare le parole giuste”. Michele incontra lo stesso ragazzo fascista a cui aveva appeso un cartello al collo, insieme ad altri manifestanti. Ne scaturisce un’acquisizione per cui Michele ammette di essere uno schematico. Silvio Orlando, l’allenatore, urla troppo, viene espulso anche lui. Si lamenta con l’arbitro per la sua corruzione. L’arbitro, deputato a far sì che vengano rispettate le regole, è un “cane”. Bisogna inventare un linguaggio nuovo, una vita nuova. Michele continua a rimuginare il senso travisato dell’intervista che ha appena concesso alla giornalista. “Se io traduco quello che ho in testa in una forma semplice, io fallisco…Bisogna pensare tutto, prevedere tutto…Un concetto, appena viene scritto, ecco subito che diventa menzogna….non bisogna fare un uso criminale delle parole”. Il terremoto politico avvenuto negli anni novanta, del quale la discesa in campo di Silvio Berlusconi, altro non è che una scappatoia, volge forse al termine, con la completa trasformazione della sinistra italiana. “Proviamo a recuperare, un goal alla volta”, dice Silvio Orlando. Nel 1991 ne “Il portaborse” di Daniele Lucchetti (con Nanni Moretti attore protagonista), descriveva la corruzione della politica. “Palombella rossa” contiene una descrizione dei temi che agitavano la sinistra di allora, alcuni dei quali sono gli stessi che chiedono una risposta oggi. Una delle differenze è semplice, sono passati venti anni, e certi problemi forse si danno già per risolti in maniera scontata. Forse alcuni problemi sono sorpassati. Sembra che soltanto oggi ci si stia accorgendo di quella che oramai è sulla bocca di tutti con la parola di “Casta”, a maggior riprova del fatto che i due governi precedenti, e non tanto l’ultimo governo Prodi, hanno mediaticamente ottuso i sensi.

L’arbitro non concede un rigore lampante. La giustizia non sanziona. Silvio Orlando grida “Assassini!”. Lo psicologo suggerisce all’arbitro come comportarsi. Chi decide la giustizia non possiede lo spirito necessario per decidere. A un certo punto il ragazzo cattolico torna alla carica di Michele Apicella insieme al suo guru sudamericano, che enuncia una verità che molto si addice allo scontro odierno, in termini di grande coalizione “Siamo cattolici, religiosi, sportivi. Ma non buoni contro cattivi, buoni contro buoni. Così i buoni fanno goal. Ogni goal è un silenzio.”. Mentre dai bordi del campo i due avventori, quelli che lo hanno disturbato continuamente con profferte di torte, gli gridano che lui è un egoista, che pensa solo a se stesso, Michele ha la palla di un goal, il secondo che segna in pochi minuti. Non può perdersi in sterili pensiero socio-analitico-filosofici, deve segnare, è con l’acqua alla gola, tira, mette a segno. La piscina è una metafora del mondo in cui viviamo. A dieci secondi dalla fine la squadra di Michele è sotto di un goal. Viene finalmente assegnato un rigore, sull’8 a 9. Michele chiede una possibilità, può farcela, chiede a Mario (Silvio Orlando) di battere il rigore. Remo Remotti, il guru di Silvio Orlando, dà il suo consenso. In questa fase nessuno assume su sé la responsabilità delle proprie scelte, tutti si affidano alla decisione di una persona più grande “Valentina ce l’ho fatta. Batto il rigore, vinciamo il campionato”. Michele batte il rigore, troppo presto, l’arbitro non ha fischiato. “Ma quanti anni sono che parlo da solo. E non hai pietà tu di me”. Michele viene colpito da un avversario. “Cosa vuol dire ripensare le ragioni di fondo di una forza che vuole ripensare la società?”. Michele è pronto al secondo tiro, dal pubblico parte un fischio, Michele tira e sbaglia. Anche questo è un falso tiro. Siamo, finalmente, al terzo tentativo. Michele lascia la palla a galleggiare, esce dalla piscina. Tutti vengono attratti magneticamente verso il televisore dove nel frattempo il Dottor Zivago è giunto all’ultima scena. Tutti conoscono quella scena. È un film già visto. Visto e rivisto. Malgrado le regole del gioco siano cambiate, malgrado un tentativo, e un altro e un altro ancora, tutti sono bloccati dalla scena finale, quella del tram, in cui Lara si allontana dalla scena e Zivano tenta invano di raggiungerla. Gli spettatori del film incitano insieme, finché Zivago non scende dall’autobus. Urla di tutti. I presenti gettano le sedie per terra, tirano calci, pugni. Il film, visto e rivisto, delude sempre. “Ma dove vuole andare questo PC?”.

In risposta alla domanda postagli durante la Tribuna Politica avviene l’episodio chiave del film. Michele Risponde così “Come dovrebbe fare? L’alternativa democratica mi sembra qualcosa di fisiologicamente maturo, utile, per il nostro paese, perché voi non ritenete possibile questo, perché voi non ritenete possibile il partito comunista al governo, cos’è che non va, cosa c’è che non va, il programma? Cosa dobbiamo fare, ancora? Noi dobbiamo guardare al nuovo, noi dobbiamo aprire le porte del partito a tutti, ai giovani, alle donne, ai lavoratori, ai movimenti, noi dobbiamo dire Venite! Venite nel partito, prendetelo, Vediamo insieme cosa possiamo fare, Questo Sentimento Popolare Nasce Da Meccaniche Divine, è un rapimento mistico e sensuale, mi imprigiona a te, dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri, non accontentarmi di piccole gioie quotidiane, fare come un eremita, che rinuncia a te”. Il discorso di Michele si scioglie nel canto di “E ti vengo a cercare”. La scena ritorna al presente, Michele continua a cantare, questa volta sta per battere il rigore decisivo della partita, dagli spalti anche gli spettatori cominciano a cantare “E ti vengo a cercare”, di Franco Battiato, in coro. Il rigore non è più importante. I nuotatori cantano, “Questo secolo è oramai alla fine, saturo di parassiti senza dignità, mi spinge solo ad essere migliore con più volontà…cercare l’uno al di sopra del bene e del male…essere un’immagine divina di questa realtà…Acireale! Acireale! Acireale”. Tutto il pubblico si alza in piedi. Michele viene risucchiato in ipotesi assurde sul terzo rigore “se io guardo a destra il portiere pensa che tiro a sinistra, ma io tiro veramente a destra…a destra, a destra, guardare a destra, devo guardare a destra e tirare a destra, il portiere mi lascia spazio a sinistra, no, forse è meglio a sinistra…” Michele tira e sbaglia. Gli spalti si riversano in acqua. La partita è persa. È perso l’appuntamento con la conferma della storia che si ripete su se stessa (Zivago), è persa la battaglia da parte di chi adotta la tattica dell’arrovellamento cerebrale distante dalla pratica (Mario – Silvio Orlando). “Se io avessi tirato veramente a destra”. Michele continua a ripensare al rigore, si dice, “torniamo a quel momento”. In chiusura, domina la nostalgia. I padri che incitano all’inizio sono sostituiti dalle madri che asciugano i capelli dopo la doccia, a tutti i bambini, negli spogliatoi. “Sono trent’anni che sto dentro l’acqua, stai attento all’acqua”. La morale è contenuta nelle ultime parole, dove la parola pallanuoto può essere sostituita dalla parola ‘politica’: “Io m’aspettavo di più…m’aspettavo di più dalla vita, di più, e meglio. Anche se questa pizza qui, lo spogliatoio. Ecco il motivo per cui per venticinque anni ho giocato a pallanuoto, che è uno sport che poi non mi piace nemmeno tanto, però, queste trasferte, i pullman, gli autogrill, il pubblico che ti insulta, che ti sputa addosso, i calci degli avversari, beh, tutto questo è bellissimo”. Michele è confuso, guida l’auto, esce fuori di strada per una seconda volta. Non si è fatto nulla. Un sole rosso sorge, tirato su un impalcatura, funge da scenografia per una probabile festa, mentre il sole rosso sorge, il Michele bambino ride. Cosa è cambiato e, soprattutto, cosa è rimasto ancora intatto nella sinistra?

Luciano Pagano

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Alcune considerazioni su "Hitler" di Giuseppe Genna


Luciano Pagano
Alcune considerazioni su “Hitler” di Giuseppe Genna

Mi ero accostato alla lettura di questo romanzo con un’unica cautela, quella di capire se questo fosse davvero, come annunciato dall’autore del medesimo, il primo romanzo su Hitler. Durante la lettura mi sono accorto di condividere appieno il giudizio. Non esiste un punto della biografia di Hitler dove tutto ha avuto inizio, giustificare un inizio significherebbe forse ammettere che senza quell’inizio la vita di Hitler sarebbe stata simile a quella di molti altri. Non è così. Hitler, come racconta Giuseppe Genna, nella disamina delle fonti e delle riviste di antisemitismo dozzinale, è letteralmente circondato dal sentimento antisemita della Germania del suo tempo. Ogni antisemita è un Hitler in potenza, un pensiero che non offre redenzione. La scrittura di Hitler è distante da quella del romanzo precedente, Dies Irae. In quest’ultima opera Genna ha trovato una soluzione differente che non cede nulla all’esagerazione linguistica, che non esorbita. Tanto la materia gli offriva possibilità di onirismo strabordante, tanto la lingua è trattenuta in un periodare netto. Costruito per quadri, delinea la scena in modo succinto. Mai eccessivo. Gli unici momenti che eccedono il limite imposto sono momenti lirici, nei quali ciò che viene narrato a un certo punto trascende, ci si affida alle parole di T. S. Eliot, Mario Luzi, alle similitudini dantesche. Alcuni degli episodi, quello della lotteria, sono presenti anche nel romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt (“La parte dell’altro”, E/O), in questi episodi è come se in modo sottile si cercasse di lanciare una sfida al pensiero dell’eterno ritorno del male, che cosa sarebbe accaduto se? Sono ipotesi che vengono smentite in modo puntuale, Hitler ha voluto tutto ciò che ha fatto, ogni suo passo era compiuto per assecondare un’idea abominevole di grandezza che non conosceva limite. Fino al racconto degli eventi che narrano l’ascesa del potere tutto il male che emana da questa figura è circondato dalla luce di un bagliore accecante, creato da tutta la corte di cui Hitler si circonda, che annienta tutto ciò che cerca di avvicinarsi al nucleo primordiale e personale di questa non-persona. Se Hitler fosse il personaggio di un romanzo potremmo scrivere che le cose gli vanno bene finché tutti i suoi sogni di dominio si concentrano su qualcosa che è esterno a sé. Quando il suo potere si involve su se stesso declina nella sconfitta. Giuseppe Genna fa incontrare Hitler, di sfuggita, con Sigmund Freud. “L’altro” Hitler di Schmitt si recherà dal medico scopritore della psicoanalisi per farsi curare dagli svenimenti che gli procurano le visioni dei corpi nudi delle modelle, presso l’Accademia dove è riuscito a iscriversi passando l’esame. Questo è un altro punto che assume un significato teorico importante. L’incontro cioè tra l’uomo che ha dispiegato il male, sentimento irrazionale per eccellenza, con chi invece ha cercato di ricondurre le pulsioni ancestrali di ogni individuo in un sistema di interpretazioni, analisi, diagnosi e cura. Quest’incontro può cambiare la storia? No. Ancora una volta la risposta è un secco no. Perfino la psicoanalisi è arrivata in ritardo, così come è arrivato in ritardo, a giochi già in corso, chi governava i paesi europei nel periodo in cui l’astro di Hitler ascendeva indisturbato. Si pensi all’analisi di Erich Fromm contenuta ne “L’anatomia dell’aggressività umana”. Ogni analisi psicologica, in tal senso, è un riduzionismo. Ogni spiegazione arriva tardi, quando non serve più. L’unico modo di fermare il male era quello di fermarlo sul terreno irrazionale della sua forza, con la guerra. Con un gesto altrettanto potente e maligno, come un assassinio o con un attentato. Ma è troppo presto, in fondo Hitler non è ancora nessuno, e l’autore del romanzo ce lo presenta così come è, un giovane che cova astio esponenziale. Sono diversi i momenti in cui l’autore ci accompagna, fermandosi e discutendo con il lettore, per fare riflettere sulla figura che si sta componendo in un affresco rapido, non frettoloso. Sappiamo quel che dovrà accadere, come i condannati che conoscono la pena che verrà loro inflitta, così da spettatori di una Storia già scritta è come se chiedessimo di non procrastinare l’attuazione della pena. La vicenda storica in cui Hitler si muove è storia universale, il fine, il bunker, il termine, il 1945, lo Sterminio. Durante la lettura succede che si percepisca una sorta di ipervisione di un finale che è già lì, apparecchiato, pronto per essere narrato. Cos’è che sfugge da questo quadro? L’evento peggiore, quello che avrà più ripercussioni nella storia e nel pensiero dei nostri giorni, non c’è, viene accennato, se ne parla per approssimazioni. La tragedia del popolo ebraico, la soluzione finale. Uno degli assunti principali del romanzo è contenuto in epigrafe “è fatto e divieto agli ebrei di concedere a Hitler vittorie postume”. Quando Hitler cadeva già c’era chi pensava a come spartirsi l’Europa, così racconta Giuseppe Genna. Il romanzo narra la vita di una non-persona con la quale non può esserci identificazione, il messaggio è tuttavia chiaro, qualora dovesse sorgere un processo identificativo c’è una parte di quella storia, l’Olocausto, che non potrà mai essere soggetta a revisione. E che occupa una parte a sé, nel finale, dal corpo del romanzo. Anche perché in “Hitler”, per quanto l’autore abbia scritto di un uomo che viene definito come la non-persona, vengono raccontati i fatti che sono accaduti. La non-persona non si produce in non-azioni ma in azioni spropositate, che non tengono conto della realtà in cui accadono, emblematici a riguardo i giudizi che Hitler esprime in materia di cose che gli sono del tutto sconosciute o che conosce sommariamente. È quindi apprezzabile che la parte finale sia così costituita, con un infittirsi di citazioni; come a sottolineare che romanzare la storia è possibile (e qui non si è certo davanti a un primo tentativo) ma riscrivere la storia sottoponendola a revisioni narratologiche, quello no, non si può fare. Il romanzo di Giuseppe Genna secondo me non cede una virgola a retoriche di nessun genere. Himmler, Göring, Speer, Eva Braun, Stalin, Mussolini, sono tutti succubi di Hitler, una non-persona che si è spinta nell’attuazione del crimine peggiore dell’umanità. Leggendo “Hitler” il lettore di Giuseppe Genna si accorge che un libro del genere poteva essere scritto e in questo modo soltanto dal Miserabile Autore, uno dei pochi attualmente in grado di descrivere il delirio trasmettendo la febbre. A ciò si aggiunge il dato storico, frutto di ricerca minuziosa, che bilancia la narrazione senza farsi sopraffare da questo ‘motore immobile’ del male. Non c’è proprio nulla che ‘faccia la differenza” tra ciò che sarebbe potuto non accadere e ciò che è stato, neppure la rapidità di anni in cui viene apparecchiato il disastro, né il fatto che tutti i segnali, tutte le avvisaglie, vengono rintracciate nell’inesorabile abulia di un popolo. Il 12 settembre del 1919, Adolf Hitler prende la parola in una riunione del DAP, il partito dei lavoratori. Da quel giorno in poi acquista la consapevolezza che tutti i suoi deliri micromegalomaniaci, curati e cresciuti in un paese che versa nella crisi, coincidono con il desiderio della massa, la maggior parte delle persone di cui si circonda. È l’inizio, per Adolf Hitler, l’eterno inizio, e per il mondo è l’inizio della Fine.
Da quel momento in poi saranno determinanti le amicizie altolocate e le relazioni con gli antisemiti nel mondo, si faranno avanti da soli, da oltreoceano, come Henry Ford, per ricoprire d’oro la Caria Umana, il nulla che ha la tracotanza inusitata di raccontare loro come vorrebbero che fosse il mondo nuovo, l’orripilante visione, il mondo senza ebrei. Alcuni fermo immagine: Jesse Owens che taglia il traguardo, i cadaveri di ebrei gettati nelle fosse comuni, mentre si muovono ancora, le lettere dei soldati tedeschi dal fronte della disfatta sovietica, la comparsa nella vicenda di Winston Churchill. Questo “Hitler”, se letto come un libro di storia, perfino nei punti più ‘imaginifici’ – per intenderci quelli dove vengono descritte le incursioni del “Lupo” – non si discosta di molto dallo stile di certi storici, che condiscono con narrazioni le descrizioni di fatti documentati e frutto di ricerca; credo che Giuseppe Genna fosse consapevole del fatto che sarebbe stato facile, nella scrittura di questo romanzo, cedere alle lusinghe della retorica; in alcuni punti si verifica il contrario, cioè che l’autore potrebbe approfittare della sua condizione di Dominus per calcare la mano, cosa che non si verifica, non c’è sadismo, ma neppure commiserazione. L’autore non arretra di una virgola dalla sua posizione, ed è un bene, anche per il frutto che ne deriva, cioè un ottimo romanzo. C’è un momento in cui un soldato tedesco durante la ritirata, incappa nei cadaveri lasciati durante l’avanzata, si chiede se siano potuti essere loro gli artefici di ciò. Ecco, il delirio della potenza era così terribile che soltanto una sconfitta poteva riportare lo sguardo sulla propria coscienza. Questo libro secondo me fornisce ottimi spunti per la lettura della realtà storica. La parola d’ordine, dall’inizio alla fine, è Memoria.

“Hitler”, Giuseppe Genna,Mondarori, €20

Il sosia (5)


[…]

Tutto doveva essere incominciato con quel fatto dell’uomo anonimo, ma sì. Gli capitava di ricevere messaggi anonimi. Qualcuno li aveva spediti come si sarebbero potuti spedire messaggi nelle bottiglie. A quei messaggi non rispondeva a meno che non si trattasse di domande. “Quanto guadagni? Come spendi i tuoi soldi? Che cosa fai nel fine settimana?”. È incredibile il numero di quesiti che può passare nella mente di una persona, soprattutto se le domande in questione riguardano voi. “Quanti chilometri credi si possano percorrere senza trovare il coraggio di rivelare la consistenza di una farsa alla persona che dici di amare?”. I messaggi di anonimi si infittivano. Come soldi accartocciati nel taschino dei jeans. Perché qui? Perché adesso? Decise che era venuto il momento di chiudere con questa storia. Con il sosia, intende. Così infilò il cappotto, uscì di casa, si diresse a grandi passi verso la casa del sosia. Sapeva che per prima cosa avrebbe detto al sosia “Ma non sei stanco?”

[continua]

“Psicofantaossessioni” di Faraòn Meteosès


Luciano Pagano
su “Psicofantaossessioni” Faraòn Meteosès

Nella sua introduzione scritta per questo libro di versi edito da Lietocolle, Claudio Comandini ci mette subito in guardia sull’ipocrisia e sulla falsa promessa di veridicità insite in tutte le introduzioni. Elucubrazioni autoevisceranti per mettersi in mostra o viatici che sollevano dalla lettura delle stesse poesie? Un discorso che in modo analogo si potrebbe fare con le poesie, i romanzi, in un’infinita rincorsa che come meta finale avrebbe un unico termine, l’onestà intellettuale. Il libro di Stefano Amorese (che in arte utilizza il proprio anagramma eufonico Faraon Meteoses) è un libro che raccoglie la produzione di un autore che come testimoniano i diversi video rintracciabili su Youtube, scrive pensando con attenzione all’oralità della propria produzione. Una caratteristica che potrebbe costituire allo stesso tempo una forza o un limite. Una forza perché la poesia, legata alla performatività del proprio autore, dona un’espressività del risultato che utilizzato con assiduità appaga degli sforzi, anche in termini di espressione. Un limite perché una volta viste, ascoltate e eseguite dal vivo, le poesie per conservare la stessa tenuta devono essere eccezionali. Come ad esempio lo sono quelle di Mariangela Gualtieri. Le assonanze e i rimandi vocali all’interno dei testi sono molti. I componimenti sottendono una vulcanica protervia compositiva, i più riusciti sono ottimi spartiti. Basta leggere poesie come “Verso il Bo”, “L’alternativa” o ancora “KM 1999” per accorgersi che dietro alle intenzioni di coinvolgere la poesia in tutti i sensi ci sia dell’altro. Anzitutto un forte sentimento di critica nei confronti della società delle convenzioni, non solo ritmiche, con le quali siamo abituati a confrontarci. Queste poesie aiutano a risvegliare i sensi del lettore dall’intorbidimento. Può la poesia una rivoluzione? Una materia così ostica eppure sempre capace di rinnovarsi nella sfrontatezza del sapersi proporre, può rivelarsi ancora in qualcosa di interessante, nuovo? Mi vengono in mente certi versi del pasoliniano “Trasumanar e organizzar”, così forti e prepotenti da cercare il bisogno dell’essere detti, malgrado così privi di musicalità, tutti senso e sensazione che non c’è mai abbastanza tempo per raccontarlo, il tempo. Stefano Amorese, poeta, musicista e performer riesce nell’intento di dare materia di canto a un tempo sfuggente, e lo fa senza sbavature “sulla spalla e la cervice del bombardiere/precipitato sulla puleggia/del tuo condilo occipitale, femminile cerniera/che chiude il solco del dente/del crotalo canilicolato, secreto digerente/di un veleno esfoliante/che picchietta la ghiandola,/sul pelo incarnato nel tuo segreto/placcato da squame nella tua formula incognita/di grado secondo”. Un dettato che è in cerca di una soluzione e che resta in armonia con il suono e con il senso dell’invettiva. Ha suoni e talento da vendere, Stefano Amorese, che malgrado la dichiarata latitanza di Virgilio, come dice in una poesia, possiede gli anticorpi per affrontare il mare magnum della poesia di un tempo post-avanguardista. Per lettori curiosi.

Psicofantaossessioni, Faraòn Meteosès
Lietocolle, 2007, €10

Racconti da paura.


Luciano Pagano
Racconti da paura.

Copio e incollo estratti di articoli che ho letto di recente, con particolare interesse e attenzione, per una discussione eventuale sullo status e sulla ricezione nell’editoria dell’oggetto racconto nell’editoria con-temporanea. Il primo è comparso sul Corriere della Sera del 23 gennaio 2008, il titolo dell’articolo è “Le nuove vite del racconto breve” e contiene una disamina dell’attuale situazione/atteggiamento della critica, nonché dell’editoria, nei confronti del racconto breve, inteso sia come genere che come prodotto culturale. In questo articolo sono raccolte le opinioni in propositi di Mario Desiati, Andrea Di Consoli e Massimo Onofri, il primo sostiene che «sta prendendo corpo una scrittura ibrida, un misto di narrazione, saggio, inchiesta giornalistica che si presta particolarmente a una raccolta frammentaria, di brevi testi», mentre Andrea Di Consoli sostiene che «spesso i romanzi non sono altro che dilazioni artigianali e volontaristiche di nuclei narrativi brevi, cioè di racconti di poche pagine». Massimo Onofri riconosce l’importanza del racconto in termini di possibilità di sperimentazione, oltre che di incubazione di nuovi talenti e, aggiungo io, per chi già è uno scrittore affermato, di laboratorio per sperimentare «Nella camera iperbarica del racconto il giovane dà il meglio del suo talento”. Molti giovani autori hanno cominciato un proprio percorso dalla pubblicazione di racconti. Nell’articolo vengono presentati esempi, come quello di Stephen King, testimoni di una realtà differente che vede nel racconto un’espressione altra rispetto al romanzo che, per gli esiti, non ha nulla da perdere nel paragone. In tal senso assumono un ruolo differente le reviste di letteratura, che secondo me non stanno affatto languendo. Forse accade il contrario, c’è talmente tanta offerta di letteratura da leggere, pure sulle riviste, che un lettore pigro non riesce più ad adattarsi se non si fa ricercatore e discernitore. Torniamo al racconto. Semplicemente un racconto è un racconto e un romanzo è un romanzo. Oggi, leggendo un articolo comparso sul Domenicale, a firma di Giovanni Pacchiano. L’articolo si intitola “Una monetina per la vita” ed è la recensione del romanzo d’esordio di Valeria Parrella. Non entro nel merito della recensione per quanto riguarda il giudizio sull’opera, che è opinabile. L’articolo si chiude tuttavia con questo paragrafo “Anche la Parrella, come pressocché tutti i giovani scrittori italiani di oggi (pensiamo, ad esempio, a Pietro Grossi), ha il passo giusto per il genere-racconto. Non per il romanzo. Ma Lo spazio bianco ha grazia e stile, senza nessuna prosopopea. Vogliamo aspettarla”. È evidente che se da un lato si cerca di ridare nobiltà a un genere che negli ultimi dieci anni aveva vissuto in un totale stato di abbandono, a meno di non essere lettori seriali di antologie sensazionalistiche su sesso droga & rock’n’roll. Dall’altro c’è l’espressione di un giudizio di valore, come a dire, questa generazione non è in grado di esprimersi nel genere romanzo. Chi non crede nel rinascimento del racconto breve non ha letto ciò che in tali termini è stato prodotto negli scorsi anni. Partiamo dal primo aspetto. È vero che, tranne poche eccezioni, difficilmente una casa editrice pubblica il volume di racconti di un autore esordiente. Minimum Fax, Besa Editrice, Giulio Perrone Editore, Sironi? Perché un editore dalle grandi tirature può essere interessato alla pubblicazione di una raccolta di racconti se essa non risponde a un esigenza bensì è frutto del lavoro di un esordiente? Qualche anno fa abbiamo assistito alla pubblicazione di diversi romanzi nel quale l’idea centrale, al di là del romanzo in sé, era l’idea stessa di romanzo-mondo, adesso è come se stessimo assistendo a una vera e propria inversione di rotta, d’altronde gli stessi romanzi-mondo venivano spesso considerati sul paragone di una produzione d’oltreoceano piuttosto che come espressione di una necessità insita nell’autore o nella letteratura del nostro paese, le etichette sono spesso assicurazioni sul rischio. Che cosa in questa inversione è parte di un discorso editoriale e che cosa è invece parte di un discorso di stile? Facile, chi scrive racconti e romanzi continui a scriverli, al resto ci penseranno i lettori, sarebbe la cosa più facile da dire e da fare. L’importante è che il racconto risponda a livelli qualitativamente elevati di narrazione e stile, permettendo al suo autore di esprimere una realtà concreta ma sempre e soprattutto, un’idea. Il discorso in proposito apre a discussioni interessanti circa la tradizione del racconto e della novella nella letteratura italiana, una tradizione di tutto rispetto che non rischia certo di essere soffocata se non nella mancanza di intraprendenza di nuovi orientamenti. E insieme a Carver, King, Dick, non si possono trascurare le influenze, ad esempio, di un Carlo Emilio Gadda. Nel citato articolo comparso sul Corriere compariva un riferimento ai volumi curati da Pier Vittorio Tondelli, la fucina di Under 25 è stata un ottimo laboratorio, nel quale gli autori avevano uno spazio di espressione differente da quello delle antologie usa & getta. È un segno positivo, preparato da molti anni di lavoro, per dare una possibilità in più a molti autori e, da parte della critica e dell’editoria, un segnale di risveglio, in tutti i sensi. Quando penso alla parola racconto, ancora oggi, mi vengono in mente Lovecraft, Maupassant, Moravia, Poe, Calvino, Kafka, Mann. Certo, l’opinione di Pacchiano è diversa, perché concerne un giudizio di valore implicito nel quale il racconto non è nient’altro se non un ripiego, un fare-di-necessità-virtù di una generazione, che prende atto di un’immagine circostanziata, forse limitata nel tempo. Credo che si tratti di un giudizio riduttivo. Voi?

Il mondo salvato dai ragazzini difficili.


Luciano Pagano
Il mondo salvato dai ragazzini difficili
su “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” di Patrizia Caffiero.

Patrizia Caffiero, leccese di origine, vive e lavora in Emilia. Il suo “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” è uscito di recente da Miraviglia Editore (Reggio Emilia), l’autrice è presente nell’antologia “Quote rosa”, dell’editore Fernandel. Il testo è una via di mezzo tra un resoconto narrato e un diario. Se lo leggiamo come diario la vicenda è individuata tra il settembre del 2003 e il giugno del 2004, ma ciò costituirebbe la riduzione di un lavoro che è molto di più. Le storie raccontate in questo libro si collocano in una zona che potrebbe essere definita di “limbo”. Tanto per cominciare la loro protagonista è una maestra non di ruolo (educatrice non qualificata) che svolge le sue mansioni con bambini negli orari che precedono e che seguono le lezioni, alcuni dei bambini in questione sono bambini difficili. Già questo sarebbe sufficiente per spalancare le porte di riflessioni infinite, dalla condizione degli insegnanti, molto spesso costretti a fronteggiare situazioni al di sopra dei loro mezzi, dei modi e dei tempi che vengono forniti, specie se si pensa che l’età dei bambini con cui hanno a che fare è quella che segue di poco l’infanzia e ogni avvenimento viene in essa amplificato. I media parlano sempre più spesso del mondo dei bambini, purtroppo quando questo mondo è scosso da eventi gravi, solitamente prodotti dal mondo degli adulti. Di recente la fascia d’età dell’infanzia si è ancora più ristretta, sono all’ordine del giorno le notizie riguardanti gang di “bulletti” come vengono spesso definiti dai giornalisti televisivi. Il fatto è che si parla in questi eventi di ragazzi che hanno tra gli 11 e i 13 anni, il che fa molto pensare sulle condizioni dell’ambiente in cui questi ragazzi sono stati costretti a crescere. Le vicende di cui parliamo si sono svolte invece in istituti di istruzione elementare. È ovvio quindi che l’istituzione scolastica viene chiamata ad assumersi un ruolo, oltre che formatore e educatore, anche di salvaguardia della crescita del bambino. Lo sa bene Patrizia Caffiero, costretta a fare i conti e con i ragazzi e con i professori a volte risucchiati essi stessi nella precarietà del loro lavoro alla quale si accompagna una instabile situazione emotiva. Capita che gli insegnanti descritti in questo bel libro a volte dimentichino di stare svolgendo un ruolo importantissimo, dato che hanno a che fare con il futuro del nostro paese, per dare sfogo a ansie e frustrazioni. Allo stesso modo non mancano veri e propri esempi (questi si spera non frutto di finzione) di insegnanti più consapevoli dell’altro bambino che hanno di fronte. La protagonista del libro cerca di fare tutto il possibile per dimostrare che è possibile fare scuola in modo differente e con gli stessi strumenti di partenza, a partire dalle possibilità che la fantasia offre, ancora oggi, per il riscatto dei bambini, anche dopo che questi sono stati letteralmente ‘bollati’ dagli stessi insegnanti. “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” è un libro che a mio parere dovrebbero leggere tutti, non soltanto chi fa l’insegnante o chi ha dei figli, per un motivo semplice, il mondo dell’istruzione negli ultimi venti anni ha subito un cambiamento radicale, tra riforme del sistema formativo, cambiamenti che hanno anche investito il sistema della formazione dei futuri docenti. Chi crede che alla fine i bambini non siano il termine unico si sbaglia, dato che tutto in realtà è studiato per dare un’istruzione ‘superiore’. I bambini guardano il mondo in modo diverso dal nostro, filtrandolo grazie alle informazioni che abbiamo dato loro, e soprattutto con le informazioni che loro stessi hanno reperito se i maestri si sono dimostrati carenti. I bambini hanno il diritto di odiare e chiudersi in se stessi, e ciò diviene dimostrazione della nostra incapacità di comprenderli. Patrizia Caffiero ha uno sguardo attentissimo a cogliere le sfumature di un’età nella quale i bambini si affezionano facilmente e con la stessa facilità possono provare delusioni e sconforti. Questo libro è interessante anche perché cattura la dimensione della scuola come laboratorio delle differenze culturali per bambini che provengono da diversi paese e vivono mondi diversi l’uno dagli altri. Ne suggerisco la lettura perché questo testo ha la capacità di generare interrogativi, e questo già sarebbe un grande merito, a ciò si aggiunga che il libro è scritto con un’ottima cura per descrizioni e dialoghi, come in un documentario in presa diretta, insieme a racconti che ci forniscono il contesto di ciò che accade. Un testo che esula da un cliché cui ci vogliono abituare certe operazioni editoriali dove la scuola viene confusa spesso o solo con una palestra per piccoli umoristi e professori satireschi.

Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te.
Alunni e studenti di scuole bolognesi raccontati da un’educatrice
,
Patrizia Caffiero, Miraviglia editore, perunalira, 2007, €18

D'amore e di cucina.


Luciano Pagano
D’amore e di cucina.

Su “L’orata innamorata. Ricette afrodisiache e narrativa nuda” di Luca Moretti e Antonio Bufi.

Qualche tempo fa, una mattina, mi è successo di vedere in televisione il Grande Cuoco, quello che tutti conoscono, quello che frequenta i salotti e interviene donando i suoi consigli sagaci, saggiando la consistenza dei salami e crogiolandosi tra stagionature di prosciutti e botti di buon vino. Il Grande Cuoco, interrogato dalla presentatrice che gli chiedeva di un’ipotetica relazione tra l’Amore e la Cucina rispondeva accigliandosi, sbottando, rivelando un carattere cui il suo spettatore abituale non è abituato. “Ma come? Una relazione tra l’Amore, o peggio ancora il Sesso e la Cucina? La Cucina è un mestiere che richiede dedizione, arte, soprattutto fatica, sudore, ecco perché i grandi chef sono quasi tutti uomini”. Di fronte a quell’affermazione di Verità ultima, mi ritrassi cambiando canale.
Poi ho avuto l’occasione di leggere “l’orata innamorata”, di Luca Moretti e Antonio Bufi, pubblicato di recente da Coniglio Editore (l’orata innamorata, ricette afrodisiache e narrativa nuda, prefazione di adriano canzian); gli autori sono gli stessi de “l’orata spudorata. Ricette e racconti per salvare il mondo dal cattivo gusto” (2005).
Un libro, questo, ricco di poesia e amore per la cucina, un libro di racconti dove ogni racconto è seguito da una ricetta che a suo modo è protagonista del racconto che la precede. Racconti dove l’amore, il sesso, il tradimento e la cucina sono ingredienti di una vita cruda che diviene saporita, frizzante, con un insospettato e teso finale per ogni racconto.
Una delle caratteristiche più interessanti di questa raccolta a quattro mani sta proprio nel fatto che i suoi autori sono riusciti a comunicare una percezione e un’esperienza sensoriale del gusto, trasmettendo ciò che compete alla loro arte. È difficile a questo punto riuscire a trasmettere un giudizio, solamente letterario, di un testo che si occupa di qualcosa che eccede il letterario, un guaio per chi si occupa di critica, anche perché i racconti sono freschi, divertenti e amari allo stesso tempo.
“Narrativa nuda” è una descrizione che si addice a questo libro, dove l’elemento afrodisiaco è quasi sempre correlato ad un amore clandestino, fatto di attimi sottratti alla bruttezza del mondo. Ma “l’orata innamorata” è molto di più che un semplice libro di ricette, lo stile dei racconti è asciutto, non banale, gli autori dimostrano di essere esperti nel mescolare gli ingredienti, anche quando questi sono i personaggi e le storie, riuscendo nell’arte di chiudere in poco spazio un attimo di vissuto e regalandoci la novità di una scrittura fresca. Nel considerare il proprio rapporto con il cibo gli autori dedicano particolare attenzione alla dimensione spaziale del viaggio, che offre l’opportunità duplice di fare nuovi incontri, d’amore e di cucina. Chiude il testo un glossario essenziale di voci, testi e suggestioni che permettono al lettore si approfondire un percorso che coniuga il gusto della tavola ai piaceri della vita.

“l’orata innamorata”, coniglio editore, i lemming, 5€, p. 64

Un cielo senza repliche. Prossimamente il nuovo libro di Vittorino Curci


Sta per essere pubblicata, presso i tipi di Lietocolle, la raccolta di poesie “Un cielo senza repliche“, di Vittorino Curci. Di certo una delle voci più interessanti, lucide, ferme, nel panorama della poesia di oggi. Se non avete mai letto suoi libri avete perso un’occasione importante, la sua è una poesia che fa pensare. Chi fosse interessato alla mia opinione in merito può leggerla qui

su “La stanchezza della specie

e su “Era notte a Sud“.

Vittorino Curci
UN CIELO SENZA REPLICHE

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LietoColle – Collana Aretusa
ISBN 978-88-7848-376-7 € 10,00

per ordinare online cliccate qui

***
Camminamenti (2006-2006), Compagni (2006), Il senso di un’epoca (2006-2007), La parola data (2007) sono le quattro sezioni che compongono la nuova silloge di Vittorino Curci dal titolo “Un cielo senza repliche”. È nelle corde dell’Autore – che ricordiamo è musicista – il ritmo nella scrittura sempre ben scandito, che si tratti di componimenti in versi o in prosa. La radice artistica genera un amalgama di toni modulati con cambiamenti repentini di contenuti e con variazioni di forma. Assoli di punteggiatura – o assenza di questa, iniziali maiuscole e parole interrotte e riprese a capo, sospensioni e pause si susseguono quasi come improvvisazioni di un brano jazz eseguito al sax. Questi testi vibrano di immensa dolcissima nostalgia, o stridono rauchi nella denuncia sociale di un vivere quotidiano difficile, o ancora struggono nella narrazione di un ambiente devastato. Poi tacciono, attoniti, sotto un cielo che non concede repliche.
***

CAMMINAMENTI
(2005-2006)

L’atto simultaneo e ripetuto
Sul piano ingombro
Di cose che ho portato

E noi qui impietriti dal ruolo
Nel punto invalicabile
Avuto in sorte

La sequenza vale più di noi
E rende grande il poco, il possibile
L’intatto giacimento dei verbi

È la furia di un giorno
La verità del braccio, la storia
Dell’uno che diventa due

La nostra personale via d’uscita
Tra cose già viste e altre
Che potrebbero servire

niente più che i pensieri
di una donna sola che pensa…
una che diversamente,
dissimulando,
mi ha insegnato il passo…

Piagnucolava per dare qualcosa al tempo,
l’una per l’altro ansimava ad ogni a capo.
A noi la stanchezza faceva un altro effetto
(per essere chiari, che vuol dire se
una persona che ti odia
in sogno ti accarezza?) e il punto
eravamo noi, acerbi e con segni sui visi,
un paradosso che non riuscivamo a capire.


L’INCONSCIO DI QUESTI UOMINI
mette insieme pezzi e paesi di-
versi, cibi che non saziano, le lunghe frasi
per cercare un senso che non c’è mai,
lo spessore di uno sguardo, macchie,
un fermentare di cose già scritte

se non fosse questo il punto sa-
rebbe questa la casa, ma in che modo
si potrebbe entrare?… perché qui
il tempo involge e ripete la stes-
sa numerazione

qui, nel conteggio
dei respiri e delle pagine, dove
più forti sono le vie del sangue
e le piccole vite, prossime alla storia

UN SOVRAPPIÙ DI ORE
Hanno messo insieme le pietre per fare come gli alberi che crescono verso il cielo.
La luce dietro di loro scompare tra casa e muro in qualcosa di ruvido che uno può soltanto guardare.
Nei sogni è un posto come gli altri. La gioia si capisce dagli occhi, dalla decisione con cui impugnano.
Sì, fare questo perché tutti sappiano che si è fatto qualcosa. Un tramestio di arrivi che li fa sentire più vicini alla leggenda che loro stessi hanno creato.

COMPAGNI
(2006)

LA CASA CHE NON C’È PIÙ
ora
la discesa
verso una città in tre divisa
nemica di se stessa
nella piazza dei santi dove c’era
la guerra la tua pedestre Odissea
le labbra screpolate dal fumo

qui
tu sei stato e sei il primo
l’adolescente impacciato con l’alba
in gola
che in silenzio torna al battesimo

IL GIOCO DEI NOMI

cose a cui penso
invecchiando in un paese che invecchia

E non di meno la invoca per una spartizione e io sono felice per tutto quello che accade. È giusto che lo difenda, noi scarafaggi miniamo il campo. In una lingua segreta volgiamo i fatti al passato.
“Chi era?”
“No, niente… uno che diceva”.
E così, per dovere, ci sono proprio tutti: Convalescenza, Il pastore di anime, L’uomo silenzioso, Intreccio, Hobo, Cambi, Il bevitore d’inchiostro. E Mimì, allievo della privazione, che squarciava i silenzi da tergo.
“Non sono per noi i nomi… non li abbiamo mai avuti”.

IL SENSO DI UN’EPOCA
(2006-2007)

FICTION
Dirsi presto e cominciare dai nomi. Centrato in pieno dal vomito. “Noi stiamo insieme” dice. “Fuori dalle case non è più tempo di piangere. Hanno alzato le bandiere della sproporzione”.
Si toglie tutto alle pance degli alberi e si prende a schiaffi da solo per compiacere il corpo che lo tiene in vita.
“Niente più di questo: il frasario di un tempo storico. Sì, un rompicapo”… “Per ora possiedo le sole iniziali… e potrei tornare indietro di molti anni, alle vicende partigiane che non ricordo… perché è solo quella la fiction che mi piace, una guerra ben fatta sulle colline”… “E quel giorno avevo deciso di essere un commesso viaggiatore… ero stato incerto fino all’ultimo… un venditore di paglie o un commesso viaggiatore”.

MAREZZATURE

Questo è un uomo che legge, fermo e sfinito nei suoi denti, nel suo tempo inarrivabile.
Ce l’avevano su con lui perché, dicevano, era un calco di fedeltà vocale tra parole viste in ogni luogo. E gli avevano dato il nome di un cane e la raucedine di un figlio buono, convinti che non si sarebbe mai smarrito nella chiusa povertà dei fatti.
Tutto quello che ha vissuto
ora non serve.

LA PAROLA DATA
(2007)

VELOCISSIMA STELLA
Un disastro a zero. A mille. Tra parole vicine che non vedo. Sul confine i secchi giuramenti, le credute volte.
Le passioni soffocano dove c’è più aria. La lezione di caldo non ha fatto conquiste ma costruisce il principio delle cose ignorando ciò che è stato.
Per chi scrivo non sa come e quando collasserà il Sole, come si potrà posare uno sguardo compendioso su Estro e Conoscenza.
Per chi scrivo è ora nei fondali di un mare. Nel più calmo, notturno, agosto.

***

Vittorino Curci è nato e vive a Noci, in provincia di Bari. Nel 2005 ha pubblicato con LietoColle “La stanchezza della specie”. Collabora alla rivista Nuovi Argomenti e ai quotidiani Repubblica-Bari e Corriere del Mezzogiorno. Nel ’99 ha vinto il Premio Montale per la sezione “Inediti”.

Tristano. 104 Anni e non sentirli!


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Ha 104 anni. Ma non li dimostra. È magro. Pesa appena 56 pagine. Si direbbe che l’asciuttezza del suo stile e la precisione nella descrizione degli stati d’animo lo abbiano preservato dall’invecchiamento precoce cui sono soggette le mode letterarie. Di cosa parla quando lo si interroga? Di declino, del transito, del tramonto, come uno zarathustra borghese. Come si chiama? Tristano, romanzo breve di Thomas Mann, che rappresenta un esempio mirabile di come in poco spazio possa essere conclusa un’opera ideale, allo stesso tempo prefigurazione di temi che verranno ampiamente trattati nel capolavoro “La montagna incantata” (1924). Capolavoro è una parola che con Thomas Mann rischia di vedere smussata la propria patina di sensazione. “I Buddenbrook” (1901) un capolavoro che descrive il declino di un’epoca. Il “Doktor Faustus” (1947) un capolavoro nel quale si affronta il tema dell’attuazione di un’utopia ideale. Nel Tristano la vicenda è chiusa nello spazio breve di una casa di cura dal nome emblematico “La Quiete” e nel tempo breve di qualche mese. Il tempo che basta perché una giovane madre affetta da un male alla trachea (Gabriella Klöterjahn) venga accompagnata nella casa di cura dal burbero marito (Klöterjahn) per curare i suoi malanni. Sarà qui che, tra i personaggi presenti, verrà catturata nelle malìe di un debosciato, un intellettuale (Spinell) che stranamente scriveva un sacco di lettere il cui numero di risposte che riceveva non era mai elevato come il numero di quelle che faceva uscire dalla sua stanza. Una di queste lettere tuttavia sarà fatale, quella in cui Spinell spiattellerà in faccia a Klöterjahn tutta la verità sul suo presunto appartenere a uno stadio animalesco e barbarico della vita, dove la cosa più importante sono il denaro e gli affari. Come è giusto che sia Spinell con quella lettera farà un buco nell’acqua, e Thomas Mann approfitta del suo personaggio per dare forma a una critica dell’ideale di pensatore decadente e decadentista, chiuso nella sua torre d’avorio, con la presuzione che nella sua weltanschauung atrofica riesca addirittura a prevedere e cristallizzare in omologazioni i giudizi sulle persone che lo circondano. Il tutto in uno stile asciutto, essenziale, senza pari. Thomas Mann vincerà il Premio Nobel per la Letteratura nel 1929 “principalmente per il suo grande romanzo I Buddenbrook, sempre più riconosciuto come una delle grandi opere della letteratura contemporanea”, un romanzo che di anni ne ha 107 e, se è concesso, ha resistito al declino della classe sociale di cui ha eretto un monumento.

(in foto Thomas Mann e la sua famiglia)

Pulp, tanto Pulp, mai abbastanza.


Luciano Pagano
su “Saxophone Street Blues” di Hector Luis Belial

Credo che non ci sia nulla di più bello, per chi sia appassionato di scrittura e cultura, dell’avere la possibilità, il coraggio e la sfrontatezza di dare vita a una casa editrice. Il fascino del mondo dell’editoria e l’oggetto libro si annidano con molta probabilità nei meandri inconsci di tutti coloro che hanno cominciato a scrivere. Ci vuole una buona dose di azzardo. Dunque, “Viva Las Vegas”, che oltre a essere il titolo dell’uscita inaugurale – un’antologia di racconti – suona come il migliore degli auguri, per una casa editrice, “Las Vegas Edizioni“, che prende il nome dalla città dell’azzardo per eccellenza e che esce con tre titoli, tra i quali l’opera seconda di Marco Candida. “Saxophone Street Blues” è un romanzo breve scritto da Hector Luis Belial. “Saxophone Street Blues” è un luogo dove tutto può accadere. Un nulla cosmico alla portata del primo tassista a servizio dell’ultimo uomo in fuga. Un territorio ultrapsichico dove avviene un omicidio terribile. Non sappiamo molto dell’autore di questo libro, non più delle informazioni che lui stesso vuol farci rinvenire sul suo blog dandy e imaginifico. La lingua con cui è scritto questo romanzo è la cosa che colpisce di più, stordire è forse un verbo che si addice al testo, senza posa. L’etichetta di PULP è quanto di più abusato e travisato possa darsi nei tentativi di approcci alla critica letteraria. Un racconto in salsa Lovecraftiana con flebili indizi di Edgar Allan Poe, magari con un vicolo da Jack lo squartatore? PULP. Un romanzo, così come potevano essere gli ispirati e terribili (inteso nel senso positivo di scuotenti) esordi di giovani autori negli anni ’90? PULP. Un genere che travalica le decadi e giunge intatto ai giorni nostri non può che richiedere continue contaminazioni. Quella tra cinema e letteratura è di certo quella cui si attinge più spesso, preludio di quello che avviene e avverrà nelle commistioni con i mondi del videogame o del web 2.0. Quel senso di stordimento riesce a creare quella sospensione per cui si dimentica la provenienza di genere soprattutto nelle pagine iniziali nelle quali avviene un processo di presa a ritroso della vicenda per avviare la narrazione. Per questo motivo il romanzo, al termine della lettura, ha stuzzicato corde molto più simili a quelle cui si può accedere con la lettura di un fumetto di Moore & Lloyd, oppure la visione di altre opere di genere come Seven o Fight Club; a ciò si aggiunge la colonna sonora, ovvero i pezzi che l’autore fa ‘suonare’ durante la lettura di “Saxophone Street Blues”. C’è molto del Easton Ellis di American Psycho. Ecco dunque un buon romanzo. Si possono individuare i padri ispiratori – tutti rigorosamente under 50 – di questa scrittura, tenendo per certo che lo stile di Hector Luis Belial si allontana anni luce dalla sciatteria cui ci avevano abituato certi epigoni del pulp. Alla piacevole lettura spero segua un altro libro firmato – ma forse è meglio presupporre targato – Hector Luis Belial…e se si trattasse di una Unofficial Biography, in pieno stile anglosassone?

Saxophone Street Blues, Hector Luis Belial
Las Vegas Edizioni, I Jackpot, 2007, Torino, pp. 135, €10

Ci sono stati dei disordini. Luigi Milani


“È passato quasi un anno, ma se ne parla ancora, di quel triste giorno di luglio. Le polemiche non accennano ancora a placarsi. Ci sono state violenze spaventose, in quella città del nord. Un’esplosione di violenza collettiva, ha scritto un illustre commentatore di fatti politici. Molti hanno perso la testa, durante quegli scontri. Oggi leggo che i poliziotti che hanno trascinato fuori dall’ospedale alcuni feriti non dovranno preoccuparsi di nulla. Azioni giustificate dalla situazione, ha stabilito un’inchiesta.”

(da “Ci sono stati dei disordini”, di Luigi Milani)

Il racconto di Luigi Milani, che prende spunti dai fatti di Genova per la narrazione di una storia privata, è liberamente scaricabile da Lulu, se volete leggerlo potete trovarlo qui. Luigi Milani è anche autore di Rockstar, un romanzo, disponibile per l’acquisto su Lulu, nel quale la finzione e la realtà si mescolano ruotando attorno alla vicenda di Kurt Cobain. In “Ci sono stati dei disordini” una donna si trova improvvisamente a fare i conti con il proprio passato prossimo, in un momento di solitudine che gli fa ricordare che cosa è successo, a lei e al suo uomo, durante i fatti di Genova. Il metodo di approccio è simile a quello adottato da Milani nel suo Rockstar, quello cioè di affiancare una vicenda personale a una storia che invece è comune alla maggior parte di noi, nella fattispecie il dramma pubblico del G8. Di Rockstar colpiva la bravura nella rievocazione degli anni novanta, un periodo in cui chi si è trovato a vivere la fase adolescenziale tutto crede fuorché nel fatto che si sia trattato di un periodo oscuro. Il racconto scritto da Milani, ambientato un anno dopo i fatti del luglio 2001, si fa portatore di un messaggio chiaro: la memoria nel tempo e l’amore riescono a non vanificare un’esperienza di vita. Per quanto l’aspetto politico non lasci spazio alla crudezza e alla disillusione per ciò che è accaduto, soprattutto oggi la parola d’ordine è non dimenticare, affinché i ‘disordini’ cui fa accenno l’autore non diventino sinonimo di confusione delle responsabilità.

(Luciano Pagano)

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Luigi Milani è nato a Roma, dove vive e lavora. Scrive di musica e tecnologia da molti anni. In passato è stato coinvolto in fanzine e bbs fumettare, ha fatto il consulente informatico e curato testi di siti Web. In preda alla peggiore hubrys è giunto perfino a spacciarsi per sceneggiatore e consulente tecnico per una società di produzione cinematografica. Di recente si è macchiato di diversi crimini letterari: tra questi il romanzo “Rockstar” e alcuni racconti presenti nell’antologia “XII”, antologia di novelle scritte da dodici autori italiani indipendenti incontratisi in Rete. Fa parte della redazione della rivista letteraria “inutile”, alla quale dona periodicamente alcune perle letterarie di rara inutilità. Collabora con la e-zine letteraria Progetto Babele e il portale JuJol. È autore di un blog molto frequentato, “False Percezioni”. È socio del Gruppo XII.

Incipit


Luciano Pagano
Incipit

Dal profondo della terra preme
Nelle vene il sangue
Di padre di madre ogni globulo chiede
Che io ami in eccesso
Sia il bene assoluto che assolve
Per ciò che avete fatto di ciò che non avete fatto
Delle cose visibili in quelle invisibili
Delle cose buone e di quelle ingiuste
Grido che stridulo rende secco
Il rumore della finestra alluminio roveto
In estasi di serrande di serrande un giorno
Hai udito il tuono.

La lettera al padre
Miniata da Kafka pure iniziava
Con queste parole: “Caro Papà”.

(in foto Guglielmo Malato, Famiglia)

Ne resterà solo uno. (su Io sono leggenda)


Luciano Pagano
Ne resterà solo uno.
(su Io sono leggenda)

“L’ultimo uomo sulla terra” è il titolo della pellicola girata nel 1964. Come protagonista c’è il famosissimo Vincent Price, che nella sua carriera ha girato qualcosa come 145 film. Il lungometraggio è basato sulla storia di Richard Mateson scritta dieci anni prima, la stessa che ha dato ispirazione al recente “Io sono leggenda”, in uscita nelle sale italiane. Sul pianeta terra non abita più nessuno. Nell’ultima versione cinematografica la morte del genere umano, o meglio, la sua trasformazione, è causata dall’impazzimento di un virus che era partito bene, come cura globale contro un male di per sé incurabile. Il film in bianco e nero ha un fascino differente, più aderente per filologia al testo del romanzo e oltretutto uscito in un epoca particolare, dopo i lunghi successi di film dedicati dagli anni 50 – in clima di Guerra Fredda – in poi alle ‘mutazioni’, un classico da rivedere resta “L’invasione degli Ultracorpi” (1956), basato su una storia pubblicata proprio un anno dopo l’uscita di “Io sono leggenda” di Matheson. In una delle prime inquadrature dove compare Vincent Price viene mostrato il muro dove il sopravvissuto tiene un diario dei giorni che ha trascorso da quando ha ‘ereditato’ la terra (…giorno 1001), il muro somiglia alla parete di una cella, con i mesi e le croci segnate con un pennarello nero. Il mondo è una prigione desolata. L’anno di ambientazione di cui adesso ricorre il quarantennio è il 1968. Essendo il film con Vincent Price datato 1964 e dato che il protagonista vive la vicenda a distanza di 3 anni dall’avvenimento che ha dato il via alla storia, è evidente che chi ha girato la versione del ‘64 ha preferito porre il tutto più a ridosso del proprio presente. Manca, nella versione odierna, il possibile rimando al cinema di genere, con sconfinamenti in pellicole come “Fahreneit 451”, dove le geometrie asettiche delle ambientazioni aiutavano a distanziare la storia narrata in un punto di desolazione-zero. La catastrofe di cui sarà protagonista Will Smith, ambientata nel 2009, trova conclusione nel 2012; lo svolgimento a New York da il pretesto all’agente Smith per ricordare l’ecatombe di Ground Zero, un evento dell’immaginario americano spartiacque tra chi lo ha vissuto e chi no, anche nel futuro cinematostorico, un po’ come il Vietnam e molto più che Pearl Harbor. La regia del ‘64 è di Ubaldo B. Ragona. Vincent Price ha una bella collana d’aglio appesa sulla porta, la puzza di vampiro si sente da un miglio. Nel film di oggi si insiste di più sulla desolazione, complice l’atmosfera di silenzio assoluto che pervade la pellicola, ogni rumore è assente perché dobbiamo restare in allerta. Times Square con le piante che sbucano dall’asfalto è un’immagine che rende bene l’idea di un pianeta abbandonato a se stesso. Quali problemi si pone un sopravvissuto alla catastrofe? Problema numero uno: l’energia. Vincent Price se la cava con un motore a gasolio piazzato nello sgabuzzino sul terrazzo di casa. Will Smith pompa la benzina direttamente a mano. E l’energia elettrica? Negli Stati Uniti del futuro prossimo venturo non si capisce bene da dove questa venga, ampio spazio alle congetture, forse l’energia è fornita dalle centrali termonucleari dove l’uranio garantisce eternità di emissione, probabilmente un Homer Simpson neo-vampiro è il controllore delle centrali, insomma c’è energia in quantità, anche perché il consumatore di energia è uno e solo. Problema numero due: l’intrattenimento. Grazie alla presenza di energia elettrica a sufficienza la giornata di Robert Neville trascorre tra allenamenti su tapis roulant in compagnia del proprio cane, visione di vecchi dvd, corse in auto, partite a golf utilizzando lo skyline di New York come bersaglio. Vincent Price più che padrone del mondo viene presentato come spazzino dell’umanità residuale, a lui spetta l’onere di bruciare i corpi dei vampiri che vengono ammazzati o rimangono stecchiti non si sa come. I vampiri più forti ammazzano i più deboli. Solo con un cane, solo come un cane, Robert Neville ha un laboratorio dove si è attrezzato per studiare una serie di topi affetti dal virus, lì cercherà di scoprire le eventuali cure alla malattia, nel corso della storia riuscirà a catturare un soggetto umanoide femminile e cercherà di farlo guarire. Con un esito più catastrofico (dipende dai punti di vista) rispetto alla versione del ‘64. Se negli anni ‘60 la trasposizione si affidava al tema del vampiro, oggi, in “Io sono leggenda”, i vampiri hanno altri nomi: solitudine, incomunicabilità, guerra tra simili, in una storia che trattando il tema del doppio mutante sembra molto vicina alle tematiche del Jekyll e Hyde di Stevenson. Tanto è vero che fino all’ultimo la sensazione più forte proviene dal pensiero che ognuno di noi, al suo interno, nasconde una parte orribile che potrebbe essere attivata da un virus e che, in modo irreversibile, sconvolgerebbe il nostro comportamento. Il motivo è semplice, il virus più che scatenare la follia omicida dei vampiri è terribile perché ci fa tornare animali, dove l’unica ragione dominante è la non-ragione dell’istinto primordiale alla sopravvivenza. La visione che viene data delle forze dell’ordine e dell’eventuale risposta a un’emergenza epidemica è anch’essa desolante, dall’inizio alla fine, un’interpretazione politica di questa pellicola non cederebbe terreno a un’immagine di potere assoluto del governo sulla vita del singolo. L’esistenza o meno di qualche sopravvissuto, a questo punto, è a dir poco inutile, grande è infatti lo scoramento del protagonista quando è costretto ad accorgersi che di ciò che un tempo si chiamava umanità è rimasto poco. A essere sinceri le passeggiate di Will Smith sono molto simili a quelle che può fare chiunque, oggigiorno, in alcune metropoli deserte di Second Life. L’unico commento musicale, in un film dominato dall’assenza di suoni, è affidato a Bob Marley, culminante nel canto liberatorio dei titoli di coda. Redemption song.

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"Carni paesane" di Giovanni Matteo


Luciano Pagano
Selvaggio a chi?

su “Carni paesane” di Giovanni Matteo

Nel novembre del 2004 al gennaio del 2006, sulle pagine elettroniche di Musicaos.it, venne pubblicato “Carni paesane” di Giovanni Matteo, una serie di storie disegnate ambientate in Salento negli anni ’80. Perché riproporre il fumetto quest’oggi, a così breve distanza e in un formato differente? Tanto per cominciare perché anche se a soli due anni di distanza e anche se sullo stesso sito, “Carni paesane” è un insieme di storie che vanno lette nel loro insieme, con le duecento tavole in bianco e nero in formato pdf. Giovanni Matteo oltre che a essere pittore e musicista è un artista eclettico che utilizza il suo tratto per raccontare storie. Un altro esempio della sua bravura di sceneggiatore, anche esso scaricabile gratuitamente da Musicaos.it, è “Mignotta“, liberamente ispirato a un soggetto cinematografico scritto da Pier Paolo Pasolini (pubblicato nella raccolta Alì dagli occhi azzurri). Le storie di “Carni Paesane” sono ambientate a Serragliano, comune immaginario della provincia salentina, così simile alle decine e decine di paesini che si affastellano come semi di sesamo sulla crosta di un pane arrugginito. Sono raccontati con realismo e crudeltà i giorni di Pero e Carlo, dove ogni cosa nella vita si rimpicciolisce, così piccola da finire più veloce nello stantuffo di una siringa, piccoli mafiosi, piccoli faccendieri, piccoli politici, piccoli delinquenti. Difficile compiere tentativi di fuga da una realtà simile, dove lo squallore e la desolazione della droga sono niente se paragonati allo squallore circostante. Se proprio un viaggio deve esserci, tanto vale fare il corriere e approfittare dell’occasione. La poesia di Giovanni Matteo e il suo sguardo, tuttavia, sono in ogni luogo, e traducono una storia dove i reietti meritano un posto in paradiso, senza accorgersi di nulla. Il linguaggio è un dialetto basso, mescolato all’italiano, con espressioni che non richiedono difficoltose traduzioni. “Carni Paesane” è una delle tante fotografie che potevano essere scattate da queste parti quando la generazione dei nati negli anni settanta muoveva i primi passi nell’adolescenza. Che dire quindi di un Riccetto che si incontra a braccio con Pompeo? La bravura di Giovanni Matteo sta nell’aver colto quei motivi dell’ambiente del Sud che tanto rischiano di rimanere stereotipi se vissuti passivamente, senza l’energia che può imprimere una narrazione; la parrocchia barocca con le statue infinite, le campagne desolate, i motorini, i video poker, la nonna che prepara la crostata super-calorica, i collassi chimici e i recuperi sul limite dell’overdose, il tutto sotto lo sguardo vigile delle forze dell’ordine che viaggiano nelle campagne del paese alla velocità media di 20 km/h. Buona visione!

Il sosia (3)


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…c’è un verme, il verme striscia, benché il verbo strisciare sia patrimonio comune non è così adatto al verme. Non più adatto di quanto non siamo abituati a pensare. Il verme incede lento, con la stessa morbidezza e permeabilità che potrebbe avere una goccia d’acqua. Il verme possiede la stessa capacità di confondersi con l’umido elemento della terra. Il nostro verme arranca, il suo obiettivo senza coscienza sembra essere costituito dal nascondersi nella terra. Occultarsi. Scomparire. Escludersi. Il verme viene disprezzato spesso per la sua somiglianza all’uomo. Invertebrato. Lumbricus medius. Lombrico medio.

[continua]

communism, bed & breakfast


Luciano Pagano
su “Communism, bed & breakfast” di Raffaele Gorgoni

Raffaele Gorgoni è autore di due romanzi di ambientazione storica come “Lo scriba di Càsole” e “L’oratorio della peste“, dove i lettori hanno già incontrato la sua capacità di costruire un intreccio interessante attorno a un elemento inconsueto e dove la ricerca e la cultura si rivelavano essere determinanti per la comprensione dell’opera, soprattuto come relazione con l’elemento politico a esse circostante. Un voler chiamare in gioco il lettore oltre lo stesso piacere della lettura. Raffaele Gorgoni, inviato e giornalista Rai, è un raccontatore di storie in reportage puntuali. Più volte, da lettore, mi sono chiesto quanto ci sarebbe voluto (leggi: quanto bisognava attendere) perché lo sguardo del narratore si volgesse alla contemporaneità. La risposta si intitola “communism, bed & breakfast” (cosmografie, 28), una raccolta di cinque racconti editi dalla Besa Editrice, “romanzi da camera” come vengono definiti nella quarta di copertina. Partiamo dal titolo, che si riconnette subito al tema del primo racconto, il protagonista del quale è uno scrittore e intellettuale che dalla città Salentina si è trasferito a Parigi da diversi anni. Capita che due vecchi amici lo invitino a presentare il suo libro a Lecce, il nome della città non compare, ma è come se la lente di ingrandimento posta dall’autore sul Salento sia così vicina al soggetto da non suscitare il bisogno di citazione. Nell’epoca che si attrezza di modernariato e ipertecnologia sono i capelli radi o bianchi che fanno accorgere gli amici che il tempo è passato. Con il tempo è passato anche l’attaccamento a una fede politica, con l’espressione di un dubbio concreto fatta proprio dal protagonista. Il secondo racconto intitolato “Movimento terra”, racchiude in perfetto equilibrio una serie di elementi antropologici e magici che caratterizzano il Salento. Si va dall’aggiramento della 488 per speculazioni & affari grazie all’interessamento dei politici di Roma fino alla magia (macaria) di una ragazza, Assunta, attorno a cui ruota la vicenda. Ernesto ne è vagamente innamorato, innamorato di una malìa non corrisposta ma reciproca. Al termine della lettura ci chiediamo soltanto se nel sogno d’amore e magia è compresa la speculazione edilizia o se questa continui a resistere nella realtà. Già dalla lettura di questi due racconti affiora una caratteristica della scrittura, quella cioè di creare un compartimento nel tempo della vicenda in cui il passato linguistico coesiste nel presente operando un contagio, grazie al linguaggio avviene la creazione di una “velina”, se così si può dire. Certo non si ha l’effetto di rarefazione che si può notare, ad esempio, in un romanzo come “Un refolo di vento” (Salvatore Stefanoni), dove la prima “bicicletta” compare dopo oltre venti pagine, la considerazione è utile per comprendere come Raffaele Gorgoni sia riuscito ottimamente nell’intento di sospensione della credulità nel tempo e negli oggetti. Quello che ci si aspettava da un autore che era capace di trattare la materia storica come si fa con il reportage dell’odierno era che si accostasse alla contemporaneità con gli strumenti della storia, e così è stato, in consapevolezza dell’obiettivo e senza appesantire la narrazione di orpelli metodo-sociologici, usando il pretesto del sogno che al suo svanire riporta al punto di partenza, ma con un sentire differente; come nel racconto del commerciante che decide di non pagare più il pizzo, e lo fa nel modo più plateale possibile, in una terra che accoglie le sue tragedie con un pizzico di ironia e sarcasmo. Il risultato è un libro interessante, dove la tragedia e la commedia si mescolano in crescendo fino al racconto finale che non lascia spazio all’autocommiserazione di una terra, e costituisce allo stesso tempo la conferma di Raffaele Gorgoni come narratore.

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fermi immagine da un treno che attraversa la prateria


Anno IV. Numero 27. Fermi immagine da un treno che attraverso la prateria“. È questo il titolo del numero che inaugura il passaggio da musicaos.it a musicaos.it – blog. Alcuni di voi se ne saranno già accorti visitando il sito nell’ultima settimana, le pubblicazioni della nostra rivista sono ricominciate dopo pausa di lavoro durata quasi cinque mesi. Ho sempre concepito il “fare rivista” come identico al “fare ricerca”, un binomio inscindibile che negli ultimi tempi ci ha dato davvero molte soddisfazioni (leggi: belle cose lette e da leggere). Una rivista tuttavia è molte riviste. Una rivista ad esempio è materiale da leggere, selezionare, pubblicare; oltre ai testi da recensire e ai rapporti con i collaboratori, tanti. La cosa più bella è accorgersi che l’interesse nei confronti delle riviste e dei siti di letteratura è sempre più attento e critico. Il 2 gennaio del 2004 iniziavano le pubblicazioni di musicaos.it. Gli autori che hanno pubblicato sul sito sono tantissimi, quelli che hanno esordito da queste pagine altrettanti. Da tre anni prosegue la collaborazione osmotica con la rivista Tabula Rasa (Besa Editrice), conferma che la qualità – se c’è – può essere portata fuori dalle strette & infinite pareti digitali di uno schermo. Perchè, dunque, “Fermi immagine”? Per lo stesso motivo da cui è scaturito il sottotitolo della nostra rivista “uno sguardo su poesia e letteratura”. Il fermo immagine è la cattura di uno sguardo. Mi diverte pensare che il passaggio tecnico da una piattaforma statica a una dinamica sia accompagnato all’idea di poter fermare gli attimi con più frequenza e attenzione, potendo seguire la scrittura da vicino. L’indirizzo per inviarci i vostri materiali, testi, proposte, è alla pagina dei contatti. Cercheremo di mettere a frutto di lettori e autori tutte le cose che abbiamo imparato in questi quattro anni che sono trascorsi. Nel frattempo, buone feste!

Luciano Pagano

disponibile in libreria


tabula rasa 06

A questo indirizzo potete leggere la lettera editoriale che ho scritto per il nuovo numero di Tabula Rasa. Mentre qui trovate l’indice del numero. Approfitto del mio blog personale per ringraziare tutti quelli che stanno sostenendo e continueranno a sostenere questa rivista, dall’editore ai collaboratori. E i lettori. Grazie.

[nota] Chi fosse interessato all’acquisto di uno dei cinque numeri precedenti può andare qui.

Il sosia


Il giorno successivo mi fermai al solito posto. Con una differenza. Anziché proseguire nel mio cammino decisi di attendere l’arrivo del sosia. O meglio. L’arrivo della persona che secondo me aveva deciso di recitare la parte del mio sosia. Vedere con i miei occhi era l’unico modo che avevo di accorgermi se quello che diceva la gente era vero. Non ci crederete. Non ci ho creduto nemmeno io. Se qualcuno venisse a dirmi oggi “ciò che hai visto era verità” allora sarei il primo a non credere a me stesso. Così è stato. Il sosia entra dalla parte sinistra dell’inquadratura passando davanti all’edicolante dove mi rifornisco ogni settimana. Il sosia saluta l’edicolante che ricambia il saluto in modo affettuoso, come mai aveva fatto con me. Il sosia prosegue nel suo cammino, penso, forse si sta dirigendo verso la mia auto. Invece no. Il sosia attraversa la strada per entrare nella ricevitoria dove tre volte alla settimana vado a giocare la mia schedina del superenalotto, senza vincere nulla. Il sosia esce fuori con un sorriso sornione stampato sul viso, come se avesse in tasca un’ipoteca sulla vittoria. Incredibile a dirsi. Non riesco a capacitarmi di quello che vedono i miei occhi. Continuo a non credere. L’unico sistema filosofico che potrebbe venirmi in soccorso in questo momento è quello si Berkeley, ma sì, quello che coniò il motto esse est percipi, che tanto odiavo – perché non lo comprendevo – al liceo, e che adesso mi si manifesta in tutto il suo nitore. Il sosia esiste. Da quel momento non decido nemmeno più di seguirlo. Se c’è un sosia che mi assomiglia e che viene scambiato per me quando giunge in determinati luoghi, tanto vale incrociare le dita e sperare che il mio sosia si comporti bene. Da quel giorno ho preso a considerare il mio sosia come un padre può considerare un figlio disgraziato, “va bene, è nato, speriamo che non vada in giro per il mondo a far troppo danno”. Il sosia da quel giorno diviene la scusa della mia negligenza galoppante. Quando il telefono mi squilla e non mi va di rispondere chiamo in causa il Sosia, mi dico, “forse è di lui che cercano”. Certe volte mi arrivano dei messaggi in una delle mie caselle postale dove alcuni collaboratori stretti o addirittura semplici conoscenti, cercano notizie, all’inizio credo che siano interessati a me, soltanto ad una lettura attenta mi accorgo che non posso rispondere alle loro richieste perché mi mancano i frammenti di raccordo tra i discorsi che mi accennano. Come se un Sosia si sia messo tra me e loro incontrandosi in modo del tutto autonomo. Il sosia è quieto. Non mi perseguita. Si limita ad esserci. Il telefonino vibra sul tavolo. Il brusio è inconfondibile. “Numero privato”, deve essere lui. Finalmente è giunta l’ora della resa dei conti. È vero “possiamo incontrarci?”, “chi è lei, che cosa vuole?”, “ma come, ti sembra questo il modo di rispondermi? Non aspettavi anche tu questo momento?”.

[continua]

“Il pane sotto la neve”. Lebensqualität.


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Non sono riuscito a trovare un titolo migliore per questo post, anche considerando il fatto che tre giorni fa a Lecce ha nevicato, certo poca neve rispetto a tutta quella che è caduta in questi giorni e che ha bloccato mezza Italia. Perché il pane sotto la neve, come la splendida opera scritta da Antonio Verri? Ieri, in un’inchiesta dai toni allarmati, allarmanti e allarmistici del TG4, una donna al mercato nei paraggi di Milano diceva che il pane costa 6,50€ al chilo. Esattamente un terzo rispetto al costo del capoluogo della nostra provincia, Lecce. Nel frattempo Lecce è 83sima nella classifica stilata dal Sole24Ore, in crescita di sette posizioni rispetto all’anno scorso. Non ho mai creduto alle classifiche, né a quelle di libri che si fanno a fine anno e nemmeno a quelle della qualità della vita. Che volete farci, anche questa è Lebensqualität.

Per una civiltà di memorie.


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Per una civiltà di memorie.
Su “Visite inattese” di Stefano Cristante

La poesia filosofica, o la poesia del pensiero, è quella poesia che si interroga sulla flessione dell’io lirico, sul ripiegamento in se stesso dell’io poetante. Davanti a poesie di questo genere l’unica estroflessione notevole è il fatto stesso che la poesia sia in apparenza l’unica traccia accreditabile della presenza di questo io. La poesia è uno sperimentare allo stesso modo in cui l’esperimento, in fisica, viene condotto per certificare l’esistenza di un qualcosa che si presupponeva esistere e che sotto gli occhi dei più – non è. La prima impressione che ho avuto leggendo “Visite inattese” di Stefano Cristante è stata quella di una vicinanza alla poesia di cultura e meno al culto della poesia. La prima sezione, intitolata “Tipi di cose”, costituisce una sorta di tipigrafia degli affetti, luoghi distanti nel passato dove osservare quel che è stato senza rimpianto. Colpiscono le descrizioni del paesaggio, un assente noto nella media della nuova produzione lirica. È nei modi di articolare la poesia dinanzi al paesaggio che possiamo scoprire il rapporto del poeta con se stesso prima ancora che con il suo ambiente, un paradosso che è possibile soltanto in poesia. C’è il rapporto dell’autore con una terra d’adozione “Abitare è amare questa terra/per quante vie di fuga mi regala”. “Tipi di vento”, “La pioggia di tutti”, e la bella “2 stagioni +2” partecipano di un sentire nel quale la poesia di Stefano Cristante si astrae rapida dal poetese: “tutto è verde, brilla, risplende/la luce rimbalza esotica sui davanzali/si accresce col verde/si espande, sovrana,/regina-pupilla della tua verde mente”. Termini come il vento, la nebbia, la pioggia, i rami, le foglie, sono comparse rarefatte, segnali di oggetti tangibili, presenti. L’impressione è di un libro che è sunto della propria esperienza intellettuale e diviene il presente di una gnoseologia per frammenti, suggerimenti. Nella sezione intitolata “Anatomie” c’è una poesia “Storie senza tempo”, dove i versi danno forma, in un cantilenare ritmico, a una riflessione sul passato che si intreccia al presente. In questi versi sono ricchi i richiami al mito e alla fondazione della società civile, è come se le memorie di quest’ultima venissero chiamate in causa con l’intenzione di concedere alla lirica la possibilità di esprimere ciò che il tempo annienta, sotto forma di conflitto per la pura sopravvivenza. Vi può essere lotta per la sopravvivenza (struggle for life) nella vita di ogni giorno, dalla grecia antica a oggi, tuttavia nella poesia diviene consistente la voce del riscatto (ad esempio in Minotauro, e in Problemi di stirpe e etnia…). La poesia di Stefano Cristante desidera realizzare ciò che le fotografie non riescono a realizzare, perché testimoni di un posto giusto preso nel momento sbagliato. Non a caso “Il poemetto” occupa la parte centrale dell’opera, esso è infatti il componimento nel quale vengono impegnati tutti gli accordi presenti nelle altre sezioni. Il contrasto tra le civiltà e il desiderio di fuga, sono termini a quo della poesia di Cristante e non, come si potrebbe errare in letture improvvisate, termini ad quem; qui non c’è l’anelare di Rimbaud a chiudere i conti con l’occidente per finire i suoi giorni da esploratore in Africa. L’esplorazione razionale e in versi cui si dedica l’autore di “Visite inattese” è una rivisitazione delle “Amenità” del nostro tempo, continuamente in bilico tra ragione e rivoluzione “Oh, l’ipotenusa! L’ipotenusa è quel tratto che dall’ombra del pino attraversa paesi e contrade e si tuffa dentro le spighe gonfie di chicchi gialli e arancio e li oltrepassa giudiziosa, su e in poco tempo geme d’entusiasmo nel provare l’abbraccio del mare” (da Escursioni). La poesia si assume il rischio del ripensamento, “Fa’ come sai e come si deve./Riesuma la Musa. Il gatto si assuma/il rischio delle fusa.”. Sembra che la conclusione di questo libro conceda, così come la dedica “A chi non sa amare”, la critica al cuore dello stesso sistema che con versi si cerca di scardinare, la poesia dell’esteriorità commossa e dell’occasione di fronte alla riflessione del poema naturale. Una sorta di Lucrezio contemporaneo, autore di un poema umano della conoscenza così come poteva essere concepito in epoca pre-cristiana, periodo in cui non c’era uno iato così forte tra scienza e poesia. In “Visite inattese” c’è questo tipo di poesia, che recupera una dimensione di indagine conoscitiva del mondo e dell’uomo. La tradizione e il passato giocano un ruolo importante finché servono, appena prima di divenire pesantezza e impedire il volo.

Stefano Cristante, “Visite inattese”, Besa Editrice

Le 1000 – blog di Stefano Cristante

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV, Numero 27
“Fermi immagine da un treno che attraversa la prateria”

Il giardino di fuoco


Il giardino di fuoco

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Le sue mani racchiudono i seni in due coppe con una stretta ammiccante. Lo sguardo è altrettanto lascivo. La donna è in ginocchio con le gambe spalancate, poggiate su un pavimento rivestito in moquette. Fuori c’è il sole, tanto sole. Si direbbe un giorno d’estate. Come ho fatto ad arrivare fin qui? Non ricordo. Lei continua a sorridermi ferma, quasi immobilizzata, come se la stessi osservando in un fermo immagine latente. Intuisco che là fuori ci saranno almeno quarantacinque gradi centigradi, le macchine procedono a rilento su un nastro d’asfalto, come se i copertoni schiodassero la superficie della strada all’inizio di ogni giro di ruota e la riincollassero al termine del giro, moltiplicato per quattro ruote, moltiplicato per un centinaio di autovetture che passano in questo tratto di strada ogni venti secondi, velocità sostenuta. Di fronte c’è un albergo, non può essere altro, una costruzione in finto stile liberty. Com’è che sono finito qui? Ora ricordo, avevo finito di leggere la posta elettronica, vagavo nei meandri di google, sono giorni che battendo sulla tastiera questo nome mi esce sempre ogogle, non credo che dislessia sia la parola esatta per descrivere il fenomeno, o forse sì. Il prezzo di un barile di petrolio ha raggiunto i sessantacinque dollari, questa notizia mi fa pensare alle automobili con occhio diverso, come fossero carcasse in movimento venute da un tempo archetipo, me le immagino nei musei tra quindici anni, gdf003.jpgimmagino una copia di me invecchiata che apre il garage, toglie un telo di plastica impolverato dal cofano di un auto, f aun giro settimanale al suo catorcio. Ma che cazzo ci fa la Tour Eiffel là dietro? Alle spalle della pornostar ammiccante, come caduta dall’alto piantandosi nel mezzo dell’albergo, c’è la Tour Eiffel. Ricordo di Venezia. C’è solo un posto al mondo dove l’uomo è stato così coglione da ricostruire Piazza San marco in scala 1:1, Las Vegas, ergo, ci può essere soltanto un luogo dove si può costruire una copia della Tour Eiffel, cioè Las Vegas. Salvo l’immagine e torno al motore di ricerca. Sono pronto a compiere un massacro. Sequestreranno il mio hard-disk cercando le prove della mia colpevolezza, perché il kitsch è terrore, e le azioni volte a contrastare il kitsch, quandanche velate di espedienti attinti alla strategia del terrore, sono benefiche. Scrivo ‘Las Vegas’ ‘Tour Eiffel’, sono fortunato, ecco l’albergo, appartiene alla catena dei Caesar’s Palace, adesso ho bisogno di una mappa dettagliata, così potrò attuare il mio piano devastatorio e cruento. Maps.google.com, inserisco nel campo ‘Las Vegas’, osservo una piantina della città, faccio uno zoom sul viale principale, quello dei casinò e degli alberghi, che oggi si chiamano tutti ‘Resort’, mi vengono in mente immagini nauseabonde che pesco nei ricordi degli anni ottanta, lo stivale gigante, il cow-boy gigante pieno di luminarie da festa leccese, quando il genere umano è vicino al disastro, tutto si riempie di luce, la mia azione di terrore sarà illuminatrice.Eccolo lì, l’albergo si chiama ‘Casino Paris’, passo in modalità satellite, la sagoma della Torre è inconfondibile, ne riconosco i contorni anche da questa stanza. L’ultima foto che mi hanno inviato da Parigi era uscita male, l’angolazione era sfuggita al controllo, forse un incidente, la Tour Eiffel non si vedeva, si vedeva la sua ombra. Qualche giorno fa hanno arrestato un iracheno, nel suo computer portatile hanno trovato le foto scattate da satellite di alcune località italiane, dal suo cellulare nei giorni precedenti al suo arresto erano partire diverse telefonate a numeri italiani e tedeschi. Devo stare attento a come uso il telefono, nessun passo falso, nessuna mossa azzardata. Osservo la foto. Torno ad osservare la mia Camila, è così che si chiama lei, sull’altra finesta. Passo da una finestra all’altra in cerca di un indizio, devo capire dove è stata scattata questa istantanea. Di fronte al ‘Paris’ c’è una piazza enorme, prato inglese e fontane che si illuminano di notte, e un altro albergo, il Bellagio Hotel. Il nome mi fa accapponare la pelle, mi viene in mente Frank Sinatra. Sono nella fase che succede alla scelta dell’obiettivo, questa fase prende il nome di ‘raccolta delle informazioni’. È il momento di visitare il sito da vicino, raccogliere campioni. Il Bellagio Hotel ha soltanto suite. Planimetria delle stanze. Stanze 42-56. Penthouse Room. Enlarge. La moquette è la stessa della foto, identica, la stanza è la numero 46. È qui che Camila si è fatta fotografare, interpreto il segnale. Le vergini non ci attendono in cielo, le vergini che ci aspettano sono arrivate con una taxine – un taxi limousine da undici metri – si sono fatte accompagnare nella loro stanza al settimo piano dell’albergo fingendosi attrici porno, hanno fatto la doccia, hanno indossato una veste di lino bianco intessuta con oro, dopo circa due ore sono state immortalate, faceva da sfondo una ricostruzione esatta della Tour Eiffel. Il messaggio completo è 24 agosto, Parigi. Camila mi accoglierà nella capitale francese, regalandomi due barrette di cioccolata, ‘ne bastano due per far crollare un palazzo di quaranta piani’, ‘oppure per ridurre in cenere un aeroporto di medie dimensioni’ aggiungo. Le cariche esplosive contengono il segreto della nostra mirifica strategia. Le Twin Towers ne erano imbottite fino alle fondamenta, esistono tre ingegneri in tutto il mondo capaci di attuare un piano simile. Noi siamo portatori di messaggi semplici, colombe della pace.

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Chi di voi non ha desiderato, almeno una volta nella sua vita, di vedere crollare un ponte da una distanza ravvicinata, o qualche altra cosa, essere lì mentre cade? È una sensazione indescrivibile, non si può comunicare, il vuoto che ti lascia dentro è sempre più grande dello spazio che viene liberato. Dura un attimo, poi ne vuoi ancora.
Quelli rasi al suolo siamo noi, ci muoviamo al limite e ogni passo allontana il margine del limite di un altro passo. La notizia del rapimento di un funzionario ci riempie di sdegno, dopo poco meno di un anno vengono rapiti dieci funzionari ogni sei mesi. Il crollo di un aereo o il rinvenimento di uno zainetto ricolmo di epslosivo, se inesploso, passa inosservato. La cosa peggiore è che passa inosservato l’inasprimento delle leggi, la chiusura delle frontiere, la limitazione della privacy. Quando ci vorrà perché su google ognuno di noi possa essere localizzato? Qualche anno fa una società vendeva foto prese dal satellite a 87 dollari l’una, credo che il prezzo oggi sia in ribasso, quando io e Camila abbiamo divorziato ho speso una cifra incredibile di euro per farmi arrivare nella casella postale le foto scattate al tetto di casa sua, la vetrata limpida da cui ogni giorno potevo vederla stesa nel letto, prima del risveglio. Utilizziamo questi strumenti da anni.
Adesso il tempo è maturo. Quel che ci attende, lì fuori, è un giardino di fuoco.

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[Si ringrazia Rachel Aziani, nella parte di Camila e la direzione dell’Albergo Paris di Las Vegas, per la cessione gratuita della stanza n. 46, il racconto tratto da Vertigine_6, “Politicamente scorretto”]

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