Archivi tag: News

"Il passaggio". Maria Zimotti


Maria Zimotti
Il passaggio

Le metamorfosi dei figli vanno da sé.

Non le guardo, facendo solo il cambio degli armadi
estenuante lotta dei vestiti che non riescono a stare dietro

alle loro cellule che si moltiplicano

Non le foto mi hanno dato il senso
che mio figlio è ormai un uomo

che per sempre se ne è andato quel bambino
come le sue tutine date via

Solo quel suono

qualche giorno fa quando sentivo
in una casa impregnata dall’odore

tipico del pannolino misto a pastafissan
a latte in polvere. Quel suono

del bambino che piangeva.

Il richiamo senza parole, musica
che contiene, lo so, il principio di tutte le parole

il principio di tutto l’amore.

Nostalgia di un amore più facile
perchè lui era parte di me

e lo vorrei rifare per la serenità
che dà il pianto di un bambino

con l’odore tipico di pastafissan latte e pannolino

Ora lui ha amori suoi
nascosti nell’oblio dell’i-pod

Non posso che dargli qualche carezza di notte
quando più assomiglia a quel bambino

e solo perchè incosciente si arrende al mio tocco

o forse perchè nei suoi sogni ancora io ci sono
in quella memoria ancestrale del suo primo vagito

il suo abbandono mi fa meno male così
ma sono film che si fanno le mamme

sempre alla ricerca di bravi bambini

Racconti da paura.


Luciano Pagano
Racconti da paura.

Copio e incollo estratti di articoli che ho letto di recente, con particolare interesse e attenzione, per una discussione eventuale sullo status e sulla ricezione nell’editoria dell’oggetto racconto nell’editoria con-temporanea. Il primo è comparso sul Corriere della Sera del 23 gennaio 2008, il titolo dell’articolo è “Le nuove vite del racconto breve” e contiene una disamina dell’attuale situazione/atteggiamento della critica, nonché dell’editoria, nei confronti del racconto breve, inteso sia come genere che come prodotto culturale. In questo articolo sono raccolte le opinioni in propositi di Mario Desiati, Andrea Di Consoli e Massimo Onofri, il primo sostiene che «sta prendendo corpo una scrittura ibrida, un misto di narrazione, saggio, inchiesta giornalistica che si presta particolarmente a una raccolta frammentaria, di brevi testi», mentre Andrea Di Consoli sostiene che «spesso i romanzi non sono altro che dilazioni artigianali e volontaristiche di nuclei narrativi brevi, cioè di racconti di poche pagine». Massimo Onofri riconosce l’importanza del racconto in termini di possibilità di sperimentazione, oltre che di incubazione di nuovi talenti e, aggiungo io, per chi già è uno scrittore affermato, di laboratorio per sperimentare «Nella camera iperbarica del racconto il giovane dà il meglio del suo talento”. Molti giovani autori hanno cominciato un proprio percorso dalla pubblicazione di racconti. Nell’articolo vengono presentati esempi, come quello di Stephen King, testimoni di una realtà differente che vede nel racconto un’espressione altra rispetto al romanzo che, per gli esiti, non ha nulla da perdere nel paragone. In tal senso assumono un ruolo differente le reviste di letteratura, che secondo me non stanno affatto languendo. Forse accade il contrario, c’è talmente tanta offerta di letteratura da leggere, pure sulle riviste, che un lettore pigro non riesce più ad adattarsi se non si fa ricercatore e discernitore. Torniamo al racconto. Semplicemente un racconto è un racconto e un romanzo è un romanzo. Oggi, leggendo un articolo comparso sul Domenicale, a firma di Giovanni Pacchiano. L’articolo si intitola “Una monetina per la vita” ed è la recensione del romanzo d’esordio di Valeria Parrella. Non entro nel merito della recensione per quanto riguarda il giudizio sull’opera, che è opinabile. L’articolo si chiude tuttavia con questo paragrafo “Anche la Parrella, come pressocché tutti i giovani scrittori italiani di oggi (pensiamo, ad esempio, a Pietro Grossi), ha il passo giusto per il genere-racconto. Non per il romanzo. Ma Lo spazio bianco ha grazia e stile, senza nessuna prosopopea. Vogliamo aspettarla”. È evidente che se da un lato si cerca di ridare nobiltà a un genere che negli ultimi dieci anni aveva vissuto in un totale stato di abbandono, a meno di non essere lettori seriali di antologie sensazionalistiche su sesso droga & rock’n’roll. Dall’altro c’è l’espressione di un giudizio di valore, come a dire, questa generazione non è in grado di esprimersi nel genere romanzo. Chi non crede nel rinascimento del racconto breve non ha letto ciò che in tali termini è stato prodotto negli scorsi anni. Partiamo dal primo aspetto. È vero che, tranne poche eccezioni, difficilmente una casa editrice pubblica il volume di racconti di un autore esordiente. Minimum Fax, Besa Editrice, Giulio Perrone Editore, Sironi? Perché un editore dalle grandi tirature può essere interessato alla pubblicazione di una raccolta di racconti se essa non risponde a un esigenza bensì è frutto del lavoro di un esordiente? Qualche anno fa abbiamo assistito alla pubblicazione di diversi romanzi nel quale l’idea centrale, al di là del romanzo in sé, era l’idea stessa di romanzo-mondo, adesso è come se stessimo assistendo a una vera e propria inversione di rotta, d’altronde gli stessi romanzi-mondo venivano spesso considerati sul paragone di una produzione d’oltreoceano piuttosto che come espressione di una necessità insita nell’autore o nella letteratura del nostro paese, le etichette sono spesso assicurazioni sul rischio. Che cosa in questa inversione è parte di un discorso editoriale e che cosa è invece parte di un discorso di stile? Facile, chi scrive racconti e romanzi continui a scriverli, al resto ci penseranno i lettori, sarebbe la cosa più facile da dire e da fare. L’importante è che il racconto risponda a livelli qualitativamente elevati di narrazione e stile, permettendo al suo autore di esprimere una realtà concreta ma sempre e soprattutto, un’idea. Il discorso in proposito apre a discussioni interessanti circa la tradizione del racconto e della novella nella letteratura italiana, una tradizione di tutto rispetto che non rischia certo di essere soffocata se non nella mancanza di intraprendenza di nuovi orientamenti. E insieme a Carver, King, Dick, non si possono trascurare le influenze, ad esempio, di un Carlo Emilio Gadda. Nel citato articolo comparso sul Corriere compariva un riferimento ai volumi curati da Pier Vittorio Tondelli, la fucina di Under 25 è stata un ottimo laboratorio, nel quale gli autori avevano uno spazio di espressione differente da quello delle antologie usa & getta. È un segno positivo, preparato da molti anni di lavoro, per dare una possibilità in più a molti autori e, da parte della critica e dell’editoria, un segnale di risveglio, in tutti i sensi. Quando penso alla parola racconto, ancora oggi, mi vengono in mente Lovecraft, Maupassant, Moravia, Poe, Calvino, Kafka, Mann. Certo, l’opinione di Pacchiano è diversa, perché concerne un giudizio di valore implicito nel quale il racconto non è nient’altro se non un ripiego, un fare-di-necessità-virtù di una generazione, che prende atto di un’immagine circostanziata, forse limitata nel tempo. Credo che si tratti di un giudizio riduttivo. Voi?

Il mondo salvato dai ragazzini difficili.


Luciano Pagano
Il mondo salvato dai ragazzini difficili
su “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” di Patrizia Caffiero.

Patrizia Caffiero, leccese di origine, vive e lavora in Emilia. Il suo “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” è uscito di recente da Miraviglia Editore (Reggio Emilia), l’autrice è presente nell’antologia “Quote rosa”, dell’editore Fernandel. Il testo è una via di mezzo tra un resoconto narrato e un diario. Se lo leggiamo come diario la vicenda è individuata tra il settembre del 2003 e il giugno del 2004, ma ciò costituirebbe la riduzione di un lavoro che è molto di più. Le storie raccontate in questo libro si collocano in una zona che potrebbe essere definita di “limbo”. Tanto per cominciare la loro protagonista è una maestra non di ruolo (educatrice non qualificata) che svolge le sue mansioni con bambini negli orari che precedono e che seguono le lezioni, alcuni dei bambini in questione sono bambini difficili. Già questo sarebbe sufficiente per spalancare le porte di riflessioni infinite, dalla condizione degli insegnanti, molto spesso costretti a fronteggiare situazioni al di sopra dei loro mezzi, dei modi e dei tempi che vengono forniti, specie se si pensa che l’età dei bambini con cui hanno a che fare è quella che segue di poco l’infanzia e ogni avvenimento viene in essa amplificato. I media parlano sempre più spesso del mondo dei bambini, purtroppo quando questo mondo è scosso da eventi gravi, solitamente prodotti dal mondo degli adulti. Di recente la fascia d’età dell’infanzia si è ancora più ristretta, sono all’ordine del giorno le notizie riguardanti gang di “bulletti” come vengono spesso definiti dai giornalisti televisivi. Il fatto è che si parla in questi eventi di ragazzi che hanno tra gli 11 e i 13 anni, il che fa molto pensare sulle condizioni dell’ambiente in cui questi ragazzi sono stati costretti a crescere. Le vicende di cui parliamo si sono svolte invece in istituti di istruzione elementare. È ovvio quindi che l’istituzione scolastica viene chiamata ad assumersi un ruolo, oltre che formatore e educatore, anche di salvaguardia della crescita del bambino. Lo sa bene Patrizia Caffiero, costretta a fare i conti e con i ragazzi e con i professori a volte risucchiati essi stessi nella precarietà del loro lavoro alla quale si accompagna una instabile situazione emotiva. Capita che gli insegnanti descritti in questo bel libro a volte dimentichino di stare svolgendo un ruolo importantissimo, dato che hanno a che fare con il futuro del nostro paese, per dare sfogo a ansie e frustrazioni. Allo stesso modo non mancano veri e propri esempi (questi si spera non frutto di finzione) di insegnanti più consapevoli dell’altro bambino che hanno di fronte. La protagonista del libro cerca di fare tutto il possibile per dimostrare che è possibile fare scuola in modo differente e con gli stessi strumenti di partenza, a partire dalle possibilità che la fantasia offre, ancora oggi, per il riscatto dei bambini, anche dopo che questi sono stati letteralmente ‘bollati’ dagli stessi insegnanti. “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” è un libro che a mio parere dovrebbero leggere tutti, non soltanto chi fa l’insegnante o chi ha dei figli, per un motivo semplice, il mondo dell’istruzione negli ultimi venti anni ha subito un cambiamento radicale, tra riforme del sistema formativo, cambiamenti che hanno anche investito il sistema della formazione dei futuri docenti. Chi crede che alla fine i bambini non siano il termine unico si sbaglia, dato che tutto in realtà è studiato per dare un’istruzione ‘superiore’. I bambini guardano il mondo in modo diverso dal nostro, filtrandolo grazie alle informazioni che abbiamo dato loro, e soprattutto con le informazioni che loro stessi hanno reperito se i maestri si sono dimostrati carenti. I bambini hanno il diritto di odiare e chiudersi in se stessi, e ciò diviene dimostrazione della nostra incapacità di comprenderli. Patrizia Caffiero ha uno sguardo attentissimo a cogliere le sfumature di un’età nella quale i bambini si affezionano facilmente e con la stessa facilità possono provare delusioni e sconforti. Questo libro è interessante anche perché cattura la dimensione della scuola come laboratorio delle differenze culturali per bambini che provengono da diversi paese e vivono mondi diversi l’uno dagli altri. Ne suggerisco la lettura perché questo testo ha la capacità di generare interrogativi, e questo già sarebbe un grande merito, a ciò si aggiunga che il libro è scritto con un’ottima cura per descrizioni e dialoghi, come in un documentario in presa diretta, insieme a racconti che ci forniscono il contesto di ciò che accade. Un testo che esula da un cliché cui ci vogliono abituare certe operazioni editoriali dove la scuola viene confusa spesso o solo con una palestra per piccoli umoristi e professori satireschi.

Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te.
Alunni e studenti di scuole bolognesi raccontati da un’educatrice
,
Patrizia Caffiero, Miraviglia editore, perunalira, 2007, €18

Scritture segrete: da Erodoto a Bin Laden. Intervista a Nicola Amato


Bianca Madeccia
Scritture segrete: da Erodoto a Bin Laden. Intervista a Nicola Amato

Dritto al punto con un bel linguaggio pulito ma mai banale. Non si perde in inutili arzigogoli il professor Nicola Amato, massimo esperto italiano di Steganografia e docente universitario di “Scritture segrete” presso l’università di Varese. Vuole essere capito, vuole veramente comunicare. Conversare con lui è estremamente piacevole: possiede al tempo stesso grinta e profondità, competenza e passione, intelligenza viva e curiosità eclettica.

Ascoltarlo mentre parla, è come osservare un giocoliere che fa volteggiare un gran numero di notizie, informazioni, punti di vista che si lasciano dietro una scia preziosa di cibo per la mente.

Professor Amato, ci spieghi cosa sono le “scritture segrete” e come vengono classificate.
Quando parliamo di scritture segrete ci riferiamo ad un tipo di comunicazione scritta che avviene tra due interlocutori, l’emittente ed il ricevente della comunicazione, senza che ci sia una terza persona che ne venga a conoscenza. Dobbiamo però fare una distinzione sostanziale nell’ambito dei sistemi di scrittura occulta. Mi riferisco al fatto che si può operare su due livelli distinti e separati. Uno è quello che vede l’occultamento del contenuto della comunicazione, in cui il testo in chiaro viene trasformato, tramite un procedimento matematico definito algoritmo, in una sequenza di lettere, numeri e simboli, apparentemente casuali ed insignificanti, e solo chi possiede la chiave per decifrare il messaggio riesce a palesarne il significato. Parliamo in questo caso di crittografia.
Un secondo livello, decisamente superiore al primo in termini di sicurezza delle informazioni, opera in modo tale da non limitarsi a celare il contenuto del messaggio come succede per la crittografia, ma nasconde il fatto stesso che i due interlocutori stiano comunicando. Viene occultato, praticamente, il messaggio stesso, l’atto comunicativo. Ci riferiamo in quest’ultimo caso alla steganografia, il cui utilizzo scaturisce dal fatto che in molte circostanze il solo uso della crittografia non è sufficiente. Si pensi per esempio a due persone che vengono sorprese a scambiarsi messaggi cifrati tra loro: indipendentemente dal contenuto del messaggio, il solo fatto che vengano scambiati messaggi cifrati desta ovvii sospetti. Sorge quindi la necessità di utilizzare metodi alternativi per lo scambio di messaggi privati, quali appunto il nascondere il fatto che una qualsiasi forma di comunicazione sia avvenuta.

Lei ha scritto un libro sulla storia della steganografia dal titolo: “La steganografia da Erodoto a Bin Laden”.
Il termine steganografia si riferisce ad una tecnica elusiva della comunicazione che ha origini molto antiche. Nonostante ciò è ancora poco conosciuto, anche se ultimamente é salito alla ribalta dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York. Se ne é parlato a lungo dopo gli attentati perché sembra che i componenti della rete terroristica Al-Qaeda abbiano fatto largo uso della steganografia per comunicare tra loro e tramare attentati. Si tratta in pratica di scrittura nascosta o, meglio ancora, l’insieme delle tecniche che consente a due o più persone di comunicare tra loro in modo tale da nascondere l’esistenza della comunicazione agli occhi di un eventuale osservatore. Il concetto teorico di steganografia, che ha visto nel passato l’utilizzo di tecniche rudimentali e bizzarre ma sempre efficaci, non ha subìto alcuna modificazione nel corso degli anni, pur essendo passata attraverso l’evoluzione tecnologica. Oggi la steganografia consente di nascondere all’interno di file digitali, immagini o suoni che siano, ogni tipo di messaggio segreto. Perché proprio in questo consiste la tecnica moderna: con l’ausilio di software particolare, si prende un’immagine o un file audio e si estraggono alcune unità grafiche minime che la compongono, ossia alcuni pixel nel caso delle immagini, e le si sostituiscono con dei dati, in genere lettere di testo, che comporranno il messaggio che si vuol far passare. Dal momento che certe immagini sono composte da milioni di pixel, la sostituzione di soltanto alcuni di essi non sarà apprezzabile ad occhio.
In definitiva, con la steganografia moderna è possibile inserire all’interno di una immagine un intero documento di Word senza che nessuno se ne avveda. Infatti, mettendo a confronto l’immagine digitale originale con quella in cui si è iniettato un documento di testo, vedremo che sorprendentemente sono perfettamente identiche, sia in termini di risoluzione grafica sia per quello che concerne lo spazio occupato sulla memoria di massa.
Per quello che riguarda il mio libro, diciamo che mi sono trovato anni fa ad affrontare l’argomento steganografia per motivi di studio e ho dovuto appurare che non esistevano libri in italiano che trattavano l’argomento in maniera esaustiva, ma solo testi in inglese. Da qui l’idea di trasformare le mie conoscenze e i miei studi in un libro, uscito qualche mese fa, tuttora l’unico in italiano, che affrontasse la tematica in maniera completa, dalle tecniche più antiche a quelle più moderne utilizzate al giorno d’oggi.

Quindi lei si è trovato nella condizione di dover tracciare una storia delle scritture occulte. Come, dove e quando nascono le prime ‘scritture segrete’?
Il popolo arabo fu il primo ad adottare tecniche di occultamento delle informazioni attraverso la crittografia, che veniva utilizzata in maniera sistematica per proteggere tutti i documenti e gli archivi fiscali, oltre che per i messaggi contenenti delicate questioni statali. Non si era però ancora arrivati a dimostrare con certezza che la crittografia in ambito amministrativo fosse un’abitudine, finché, nel 1987, non venne scoperta l’esistenza di un vero e proprio trattato sull’amministrazione, l’Adab al-Kutab (“Il manuale del segretario”), una cui sezione era interamente dedicata alle tecniche che dovevano essere adottate dai funzionari statali per criptare ogni genere di atto o documento.
Gli arabi, inoltre, non solo introdussero nuove tecniche di cifratura, ma contribuirono a renderne obsolete molte altre. Infatti è proprio a loro che si deve la nascita della crittoanalisi, ovvero la scienza che si occupa di risalire al messaggio originale a partire dal crittogramma, pur non conoscendo la chiave di codifica o informazioni sull’algoritmo usato per occultare il messaggio.

Ma come riuscirono gli arabi a dar vita alla crittoanalisi?
Partirono dal presupposto che un linguaggio è formato da un alfabeto, e che a una qualsiasi lingua corrisponde una determinata distribuzione di frequenza con la quale le lettere si ripetono. Gli studiosi arabi compresero dunque che alcune tecniche crittografiche, come la sostituzione monoalfabetica, potevano essere facilmente attaccate da un’analisi di questo tipo. Individuando i simboli più frequenti nel testo cifrato e in un testo sufficientemente esteso nella lingua con cui si suppone sia stato composto il testo originale, si può procedere per sostituzione, dal simbolo più frequente a quello meno frequente, fino ad arrivare a comporre parole parzialmente comprensibili che possono essere facilmente indovinate.
La più antica descrizione di questo procedimento si deve allo studioso del IX secolo Abu Yusuf ibn Ishaq al-Kindi, noto anche come il Filosofo degli Arabi, che lo descrisse accuratamente nel suo libro “Sulla decifrazione dei messaggi crittati”, e al quale è stato dato il nome di “Metodo di analisi delle frequenze”.
Per meglio comprendere la tecnica di Al-Kindi, facciamo un esempio pratico applicato all’alfabeto italiano. Se esaminiamo una frase in lingua italiana possiamo notare che la lettera piu’ frequente è la “E”, la seconda è la “A”. Premesso ciò, si esamina poi un testo criptato e si determina la frequenza dei caratteri che lo compongono. Se, ad esempio, il carattere più frequente è la “S”, è probabile che si possa sostituire con la “E”, ossia che la “S” del testo cifrato si riferisca alla “E” del testo originale in chiaro, se la seconda lettera più frequente è la “M” è probabile che sia la “A” e così via.

Come si sono evoluti i sistemi di scrittura occulta dall’antichità ad oggi?
I sistemi di scrittura occulta, in quanto tecniche elusive della comunicazione, sono parte integrante dei processi comunicativi. Intendo dire che la comunicazione non è composta dalle sole interazioni palesi, ma anche dall’occultamento delle stesse. La differenza è che nel primo caso parliamo di comunicazione in chiaro, e quindi fruibile da chiunque vi partecipi, e nel secondo si tratta di una comunicazione in esclusiva tra determinate persone.
Premesso questo, diciamo che le scritture segrete si sono evolute, in perfetta simbiosi con le tecniche della comunicazione, di pari passo con quello che è stato lo sviluppo tecnologico dei mezzi di comunicazione e dei sistemi informatici. La necessità di proteggere le informazioni sensibili con il loro occultamento è rimasta invariata, ha solo adeguato le proprie tecniche attuative in base a ciò che la tecnologia del momento offriva. Oggi, dunque, il binomio comunicazione-informatica è un concentrato di sinergie che rappresenta il mezzo comunicativo moderno. L’evoluzione di entrambe, inoltre, è sempre stata orientata l’una verso l’altra. Infatti, la comunicazione si è evoluta in funzione dello sviluppo tecnologico e, viceversa, le tecnologie informatiche si sono sempre di più adeguate alle esigenze comunicative. Basti pensare a Internet e tutte le possibilità comunicative che ci offre attraverso i siti Web, forum, chat, blog, e-mail, teleconferenze, etc.

Chi oggi può avere interesse a conoscere bene questa materia e a che fini?
In un mondo in cui l’informazione è diventata la materia prima più preziosa, l’importanza di nasconderne la circolazione o di proteggerne la riservatezza è andata via via aumentando; e mentre un tempo poteva essere considerata una precauzione destinata a pochi casi limite, oggi il bisogno di riservatezza è più che mai vicino alla vita di tutti. Ogni giorno telefonate, messaggi di posta elettronica o transazioni di qualunque genere attraversano regioni, paesi, continenti, in luoghi potenzialmente esposti al rischio di intercettazione, con inevitabili conseguenze che possono mettere a repentaglio la nostra privacy. Diciamo quindi che lo sviluppo delle scritture segrete è in uno stadio piuttosto avanzato ed i campi d’applicazione sono molteplici. Si va dalla sicurezza delle informazioni effettuata sia a livello militare sia civile, in ambito bancario ed in tutte quelle occasioni dove si rende necessaria la protezione dei dati. Non è da trascurare inoltre l’utilizzo in campo di protezione del copyright dei file digitali. Un’altra applicazione, infine, é rappresentata dall’associazione sicura di dati. Consiste in una tecnica per cui una filigrana digitale può consentire di inserire informazioni sensibili in un documento, in modo che queste siano associate in modo sicuro al documento stesso; eventualmente, cifrando queste informazioni, si può fare in modo che esse non siano utilizzabili da chi non ne ha il diritto. Questo tipo di applicazione permette, ad esempio, di trattare immagini o registrazioni biomediche come radiografie, tomografie, risonanze nucleari magnetiche, etc., marcandole in modo da poter sempre identificare con sicurezza il soggetto a cui si riferiscono, ma conservando la privatezza delle informazioni sensibili.

Secondo lei, che interesse può avere l’università italiana oggi ad introdurre lo studio delle scritture occulte nei corsi di laurea?
Ritengo che questa scelta sia inevitabile. Il flusso delle informazioni che viaggia attraverso molteplici canali, per questioni legate alla sicurezza delle informazioni stesse, è sempre di più manipolato in maniera tale che il contenuto della comunicazione risulti indecifrabile agli occhi di chi non avrebbe titolo per leggerlo. E’ sorta quindi la necessità, sia in ambito didattico prettamente scientifico sia nel campo dello studio delle scienze della comunicazione, di formare i futuri dirigenti, soprattutto coloro che dovranno agire in ambito comunicativo ad essere in grado a livello cognitivo di interagire, non solo con i sistemi di comunicazione palese ma anche con quelli occulti rappresentati dalle scritture segrete.

Lei professor Amato, è anche un brillante scrittore, giornalista, tecnologo della comunicazione audiovisiva e multimediale, esperto di sicurezza, ci racconta come e quando è nata questa sua passione?
La mia passione per le scritture segrete è una storia lunga. Mi sono trovato ad affrontarla inizialmente per motivi di studio, durante la mia prima laurea in ingegneria informatica. In tale contesto ne ho studiato i risvolti puramente tecnici e relativi alla crittografia e steganografia moderna.
Siccome però sono un curioso per natura, curiosità nel senso di voler approfondire ogni cosa che mi interessa, non mi sono fermato alle basi tecniche ma ho voluto andare a fondo a scovare le basi concettuali delle scritture segrete. Nel corso, poi, di studi relativi alla mia seconda laurea in Tecnologia della comunicazione audiovisiva e multimediale, ho deciso di orientare il mio percorso verso lo studio di tutte le tecniche antiche di scrittura occulta.
Stabilito infine che il mio andava ben oltre il semplice interesse per una materia ma sconfinava nella passione, elemento necessario se si vogliono fare bene le cose, ne ho approfondito ulteriormente gli argomenti.
In qualità poi di esperto in comunicazione, non mi sono voluto fermare alla, seppure non banale, ma pura e semplice comunicazione palese ma sconfinare nelle tecniche di elusione della comunicazione per fare in modo di abbracciare il concetto di comunicazione a 360 gradi. Anche perchè ritengo che le scritture segrete siano parte integrante del processo comunicativo, sia nell’antichità con le varie tecniche che utilizzavano, sia oggi tramite la crittografia e la steganografia.
Per il momento devo dire che i miei studi e la mia passione stanno avendo un successo incredibile. Sono sempre di più le università e gli Enti che mi invitano a tenere conferenze per conoscere le varie tecniche utilizzate, sia in passato che oggi. Non per ultima, scritture segrete sta iniziando a diventare una materia vera e propria all’interno dei corsi di laurea in scienze della comunicazione.

Biografia

Nicola Amato, 44 anni, di Jerago con Orago (VA), è laureato in Ingegneria Informatica, ha conseguito poi una seconda laurea in Tecnologie della Comunicazione Audiovisiva e Multimediale. Frequenta successivamente il Corso di perfezionamento post laurea in Metodi e Tecniche della formazione in rete specializzandosi in Piattaforme tecnologiche per l’e-learning.
Lavora per conto della NATO occupandosi di CIS (Communications and Information System).
E’ docente universitario della materia “Scritture Segrete” nel corso di laurea in Scienze della Comunicazione presso l’università Insubria di Varese.
E’ relatore di numerose conferenze inerenti i sistemi di scrittura occulta e sicurezza informatica presso varie università italiane.
Autore di diversi articoli scientifici, ha scritto tre libri di cui, due saggi dai titoli “Piero Angela” (2005) e “La steganografia da Erodoto a Bin Laden” (2007) editi entrambi da Iuculano Editore di Pavia, ed un romanzo appena uscito dal titolo “Il clochard” edito da Il Melograno di Milano.

D'amore e di cucina.


Luciano Pagano
D’amore e di cucina.

Su “L’orata innamorata. Ricette afrodisiache e narrativa nuda” di Luca Moretti e Antonio Bufi.

Qualche tempo fa, una mattina, mi è successo di vedere in televisione il Grande Cuoco, quello che tutti conoscono, quello che frequenta i salotti e interviene donando i suoi consigli sagaci, saggiando la consistenza dei salami e crogiolandosi tra stagionature di prosciutti e botti di buon vino. Il Grande Cuoco, interrogato dalla presentatrice che gli chiedeva di un’ipotetica relazione tra l’Amore e la Cucina rispondeva accigliandosi, sbottando, rivelando un carattere cui il suo spettatore abituale non è abituato. “Ma come? Una relazione tra l’Amore, o peggio ancora il Sesso e la Cucina? La Cucina è un mestiere che richiede dedizione, arte, soprattutto fatica, sudore, ecco perché i grandi chef sono quasi tutti uomini”. Di fronte a quell’affermazione di Verità ultima, mi ritrassi cambiando canale.
Poi ho avuto l’occasione di leggere “l’orata innamorata”, di Luca Moretti e Antonio Bufi, pubblicato di recente da Coniglio Editore (l’orata innamorata, ricette afrodisiache e narrativa nuda, prefazione di adriano canzian); gli autori sono gli stessi de “l’orata spudorata. Ricette e racconti per salvare il mondo dal cattivo gusto” (2005).
Un libro, questo, ricco di poesia e amore per la cucina, un libro di racconti dove ogni racconto è seguito da una ricetta che a suo modo è protagonista del racconto che la precede. Racconti dove l’amore, il sesso, il tradimento e la cucina sono ingredienti di una vita cruda che diviene saporita, frizzante, con un insospettato e teso finale per ogni racconto.
Una delle caratteristiche più interessanti di questa raccolta a quattro mani sta proprio nel fatto che i suoi autori sono riusciti a comunicare una percezione e un’esperienza sensoriale del gusto, trasmettendo ciò che compete alla loro arte. È difficile a questo punto riuscire a trasmettere un giudizio, solamente letterario, di un testo che si occupa di qualcosa che eccede il letterario, un guaio per chi si occupa di critica, anche perché i racconti sono freschi, divertenti e amari allo stesso tempo.
“Narrativa nuda” è una descrizione che si addice a questo libro, dove l’elemento afrodisiaco è quasi sempre correlato ad un amore clandestino, fatto di attimi sottratti alla bruttezza del mondo. Ma “l’orata innamorata” è molto di più che un semplice libro di ricette, lo stile dei racconti è asciutto, non banale, gli autori dimostrano di essere esperti nel mescolare gli ingredienti, anche quando questi sono i personaggi e le storie, riuscendo nell’arte di chiudere in poco spazio un attimo di vissuto e regalandoci la novità di una scrittura fresca. Nel considerare il proprio rapporto con il cibo gli autori dedicano particolare attenzione alla dimensione spaziale del viaggio, che offre l’opportunità duplice di fare nuovi incontri, d’amore e di cucina. Chiude il testo un glossario essenziale di voci, testi e suggestioni che permettono al lettore si approfondire un percorso che coniuga il gusto della tavola ai piaceri della vita.

“l’orata innamorata”, coniglio editore, i lemming, 5€, p. 64

La sputacchiera e il santo.


Davide Nota
La sputacchiera e il santo

Conosco i luoghi e i tempi che hanno incubato e visto nascere questo «primo vagito» poetico: sono gli squarci notturni di un piccolo paese della Vallata del Tronto, Spinetoli, in provincia di Ascoli Piceno. Sono i suoi bar deserti oppure, il sabato, colmi di una disperata allegria. Sono le sue strade melanconiche, immerse nel silenzio feriale, oppure invase fino all’alba dalle etrusche grida degli ubriachi. Poeta autodidatta, istruitosi da sé alla grande poesia degli eretici del Novecento, da Dino Campana ad Allen Ginsberg, da Jean Genet a Dario Bellezza, da Sergej Esenin a Salvatore Toma, Augusto Amabili si inserisce naturalmente in quella famiglia di poeti e di artisti per cui scrittura altro non può né vuole essere che una solitaria forma di rigetto e assieme sete di vita: «Voleva partire. Mai ci eravamo piegati a sacrificare alla mostruosa assurda ragione…» (Dino Campana).
Parrà certamente di cattivo gusto, nel panorama civilizzato della poesia italiana contemporanea, il riferimento a questo “Non-canone” incivile e irragionevole. Benissimo, perché la poesia di Augusto Amabili nasce con convinzione nel ventre inquieto di questo cattivo gusto. Essa germina con impura innocenza tra le cementizie fronde della “dopo-Storia”, dalle reclusioni casalinghe del dopo-lavoro, in fabbrica, ai riti sciamanici del fine settimana. Conosco bene le bevute e gli abbracci, e le poesie passate o lette, o scritte, a tarda notte nei pressi di un bancone. Conosco la violenta grazia di una fede reinventata in questi luoghi di lacrime e silenzio, la necessità fisiologica di iniziarsi al musicale oltraggio della “poesia impura”. E se il rischio del maledettismo è sempre in agguato, Augusto Amabili sa dribblarlo con disinvoltura, con la grazia con cui, ammettendo che «anche questo è bluffare», alterna a tutta una serie di posture liriche o anche classiche, uno slang informale con cui si rivolge direttamente al lettore: «tu ci sei dentro», «ciao», «troia», «te lo giuro», «per favore», «questo intendo».
La convalescenza è il taccuino personalissimo di questa “iniziazione”, e pure di un “viaggio” (per tornare al nostro Dino Campana, ma anche al Non per chi va di Gianni D’Elia – libro molto amato da Augusto), tra le ombre e gli spettri di una “notte” vissuta ed interiorizzata in quanto “assenza”, “mancanza” e “malattia”; dalle “prime ossessioni” serali alla finale “alba”, che rapisce e pure denuda. Nei gironi di questo piccolo inferno di provincia, Augusto Amabili è il dannato che prende la parola dall’interno di un pantano ardente. Egli così può e sa dimostrarci, per dirla con le parole di Roberto Roversi, che «non sempre nell’inferno c’è soltanto il fuoco». Fuor di metafora, questa plaquette prima è il resoconto interiore di un’esperienza del tutto extra-letteraria: la vita di un giovane uomo nato nel 1976 in un piccolo paese sud-marchigiano e qui disordinatamente cresciuto fra scuole tecniche mal frequentate, lavoro in fabbrica, isolamento e disagio giovanile. La convalescenza è la presa d’atto, poetica e dolente, di questa condizione esistenziale: «molto è dovere, intorno, feste d’ubriachi. / con esse adagio la mia colpa scorre / o corre via con l’origliare dei salvati».
E pure Augusto ama il fango in cui sprofonda. In questa irrisolvibile contraddizione originaria, l’«osceno» «mostruoso» del “reale” viene classicamente ritmato in calchi lirici che, sebbene soggetti a continue frane e smottamenti formali, sanno rendere il materiale poetico – gli umori diretti di un’umanità randagia ed orfana – con una sorta di pre-civile, selvatico, candore. Ha già scritto di questi testi Gianluca Pulsoni: «Pieni di livore compassionevole, secco, bruciante, pieno di errori, di digressioni, di “cadute di stile”, questi versi sono il sangue stillato di una creatura che vive in un marasma di impoeticità, capendo e carpendo tutto: sapendo che ogni gesto è lì!» (Carta sporca, ottobre 2006). Ed è proprio questo magma, questo fiume lavico di umori e di visioni, il segno più intenso che questa neonata poesia, genuina e pure oscura, innamorata e pure sporca, sa donarci. Essa ci offre cioè l’opportunità di sapere quali misteriosi eventi, quali miracoli, possano accadere nel tragitto che separa il «bancone tarmato» di un bar dal distributore delle sigarette: nel «punto dove una sputacchiera / battezzò il santo».
Se prima non lo sapevamo, adesso possiamo saperlo; e di questo dovremmo essere profondamente grati alla poesia di Augusto Amabili.

Un cielo senza repliche. Prossimamente il nuovo libro di Vittorino Curci


Sta per essere pubblicata, presso i tipi di Lietocolle, la raccolta di poesie “Un cielo senza repliche“, di Vittorino Curci. Di certo una delle voci più interessanti, lucide, ferme, nel panorama della poesia di oggi. Se non avete mai letto suoi libri avete perso un’occasione importante, la sua è una poesia che fa pensare. Chi fosse interessato alla mia opinione in merito può leggerla qui

su “La stanchezza della specie

e su “Era notte a Sud“.

Vittorino Curci
UN CIELO SENZA REPLICHE

vittorinocurci_uncielosenzarepliche.png


LietoColle – Collana Aretusa
ISBN 978-88-7848-376-7 € 10,00

per ordinare online cliccate qui

***
Camminamenti (2006-2006), Compagni (2006), Il senso di un’epoca (2006-2007), La parola data (2007) sono le quattro sezioni che compongono la nuova silloge di Vittorino Curci dal titolo “Un cielo senza repliche”. È nelle corde dell’Autore – che ricordiamo è musicista – il ritmo nella scrittura sempre ben scandito, che si tratti di componimenti in versi o in prosa. La radice artistica genera un amalgama di toni modulati con cambiamenti repentini di contenuti e con variazioni di forma. Assoli di punteggiatura – o assenza di questa, iniziali maiuscole e parole interrotte e riprese a capo, sospensioni e pause si susseguono quasi come improvvisazioni di un brano jazz eseguito al sax. Questi testi vibrano di immensa dolcissima nostalgia, o stridono rauchi nella denuncia sociale di un vivere quotidiano difficile, o ancora struggono nella narrazione di un ambiente devastato. Poi tacciono, attoniti, sotto un cielo che non concede repliche.
***

CAMMINAMENTI
(2005-2006)

L’atto simultaneo e ripetuto
Sul piano ingombro
Di cose che ho portato

E noi qui impietriti dal ruolo
Nel punto invalicabile
Avuto in sorte

La sequenza vale più di noi
E rende grande il poco, il possibile
L’intatto giacimento dei verbi

È la furia di un giorno
La verità del braccio, la storia
Dell’uno che diventa due

La nostra personale via d’uscita
Tra cose già viste e altre
Che potrebbero servire

niente più che i pensieri
di una donna sola che pensa…
una che diversamente,
dissimulando,
mi ha insegnato il passo…

Piagnucolava per dare qualcosa al tempo,
l’una per l’altro ansimava ad ogni a capo.
A noi la stanchezza faceva un altro effetto
(per essere chiari, che vuol dire se
una persona che ti odia
in sogno ti accarezza?) e il punto
eravamo noi, acerbi e con segni sui visi,
un paradosso che non riuscivamo a capire.


L’INCONSCIO DI QUESTI UOMINI
mette insieme pezzi e paesi di-
versi, cibi che non saziano, le lunghe frasi
per cercare un senso che non c’è mai,
lo spessore di uno sguardo, macchie,
un fermentare di cose già scritte

se non fosse questo il punto sa-
rebbe questa la casa, ma in che modo
si potrebbe entrare?… perché qui
il tempo involge e ripete la stes-
sa numerazione

qui, nel conteggio
dei respiri e delle pagine, dove
più forti sono le vie del sangue
e le piccole vite, prossime alla storia

UN SOVRAPPIÙ DI ORE
Hanno messo insieme le pietre per fare come gli alberi che crescono verso il cielo.
La luce dietro di loro scompare tra casa e muro in qualcosa di ruvido che uno può soltanto guardare.
Nei sogni è un posto come gli altri. La gioia si capisce dagli occhi, dalla decisione con cui impugnano.
Sì, fare questo perché tutti sappiano che si è fatto qualcosa. Un tramestio di arrivi che li fa sentire più vicini alla leggenda che loro stessi hanno creato.

COMPAGNI
(2006)

LA CASA CHE NON C’È PIÙ
ora
la discesa
verso una città in tre divisa
nemica di se stessa
nella piazza dei santi dove c’era
la guerra la tua pedestre Odissea
le labbra screpolate dal fumo

qui
tu sei stato e sei il primo
l’adolescente impacciato con l’alba
in gola
che in silenzio torna al battesimo

IL GIOCO DEI NOMI

cose a cui penso
invecchiando in un paese che invecchia

E non di meno la invoca per una spartizione e io sono felice per tutto quello che accade. È giusto che lo difenda, noi scarafaggi miniamo il campo. In una lingua segreta volgiamo i fatti al passato.
“Chi era?”
“No, niente… uno che diceva”.
E così, per dovere, ci sono proprio tutti: Convalescenza, Il pastore di anime, L’uomo silenzioso, Intreccio, Hobo, Cambi, Il bevitore d’inchiostro. E Mimì, allievo della privazione, che squarciava i silenzi da tergo.
“Non sono per noi i nomi… non li abbiamo mai avuti”.

IL SENSO DI UN’EPOCA
(2006-2007)

FICTION
Dirsi presto e cominciare dai nomi. Centrato in pieno dal vomito. “Noi stiamo insieme” dice. “Fuori dalle case non è più tempo di piangere. Hanno alzato le bandiere della sproporzione”.
Si toglie tutto alle pance degli alberi e si prende a schiaffi da solo per compiacere il corpo che lo tiene in vita.
“Niente più di questo: il frasario di un tempo storico. Sì, un rompicapo”… “Per ora possiedo le sole iniziali… e potrei tornare indietro di molti anni, alle vicende partigiane che non ricordo… perché è solo quella la fiction che mi piace, una guerra ben fatta sulle colline”… “E quel giorno avevo deciso di essere un commesso viaggiatore… ero stato incerto fino all’ultimo… un venditore di paglie o un commesso viaggiatore”.

MAREZZATURE

Questo è un uomo che legge, fermo e sfinito nei suoi denti, nel suo tempo inarrivabile.
Ce l’avevano su con lui perché, dicevano, era un calco di fedeltà vocale tra parole viste in ogni luogo. E gli avevano dato il nome di un cane e la raucedine di un figlio buono, convinti che non si sarebbe mai smarrito nella chiusa povertà dei fatti.
Tutto quello che ha vissuto
ora non serve.

LA PAROLA DATA
(2007)

VELOCISSIMA STELLA
Un disastro a zero. A mille. Tra parole vicine che non vedo. Sul confine i secchi giuramenti, le credute volte.
Le passioni soffocano dove c’è più aria. La lezione di caldo non ha fatto conquiste ma costruisce il principio delle cose ignorando ciò che è stato.
Per chi scrivo non sa come e quando collasserà il Sole, come si potrà posare uno sguardo compendioso su Estro e Conoscenza.
Per chi scrivo è ora nei fondali di un mare. Nel più calmo, notturno, agosto.

***

Vittorino Curci è nato e vive a Noci, in provincia di Bari. Nel 2005 ha pubblicato con LietoColle “La stanchezza della specie”. Collabora alla rivista Nuovi Argomenti e ai quotidiani Repubblica-Bari e Corriere del Mezzogiorno. Nel ’99 ha vinto il Premio Montale per la sezione “Inediti”.

Ettore Maggi intervista Simone Sarasso


Ettore Maggi intervista Simone Sarasso

Simone Sarasso è un giovane scrittore di Novara che ha dato un bello scossone alla narrativa di genere italiana, che finalmente potrà affrontare a testa alta le critiche e rappresentare davvero, come dovrebbe fare la letteratura noir, la coscienza critica sulla Storia politica e sociale italiana. Dopo aver pubblicato il suo “Confine di Stato” con un piccolo e intelligente editore di Orbetello, Effequ, grazie anche all’apprezzamento di Valerio Evangelisti (che ha scritto “Siamo di fronte a un libro importante e a un esordio strepitoso”) il libro è stato ripubblicato da Marsilio, e sembra avere un notevole successo commerciale. La caratteristica principale di questo libro è che rappresenta qualcosa di assolutamente nuovo nel panorama italiano. Sostanzialmente, pur con le dovute differenze, Sarasso ha compiuto la stessa operazione di James Ellroy in American Tabloid. Uno sguardo duro e impietoso sul nostro passato prossimo, dagli anni Cinquanta ai Settanta, centrato su tre episodi fondamentali, tre misteri del nostro Belpaese (delitto Montesi, morte di Mattei e strage di Piazza Fontana, più la fine di Feltrinelli) svuotandolo di tutta la retorica, e dando un’interpretazione arbitraria, ma verosimile, ai lati oscuri della nostra storia recente, rimasta invischiata in una guerra non dichiarata, che ha sparso molto sangue innocente, ma di cui si sa ancora troppo poco.

Il libro non è certo esente da difetti (troppo legato, stilisticamente e nella costruzione della trama, a Ellroy ma anche ai Wu Ming e ad altri scrittori, mentre Sarasso potrebbe essere ancora più indipendente), troppo schematici alcuni personaggi e anche molti dialoghi non sono all’altezza. Ma nel complesso si tratta comunque di un libro importante.

Ettore Maggi: Come prima domanda, tanto per rimanere sul classico, ti
chiederei di descriverti brevemente: chi sei e che lavoro fai?

Simone Sarasso: Ho quasi trent’anni, sono sposato (nessun figlio e una gatta femmina da mantenere) e per campare faccio l’insegnate di sostegno in una scuola dell’infanzia (so che fa strano, messo vicino a quello che scrivo). Ho lavorato in un’agenzia di stampa e per anni, prima di approdare all’editoria, ho illustrato riviste underground.

In realtà non trovo una grossa contraddizione tra il tuo lavoro e quello che scrivi (ed esistono al riguardo altri esempi illustri). Sotto la descrizione (terribile, ma mai gratuita) degli orrori del Potere, pur in un contesto assolutamente “non politicamente corretto”, si sente pulsare una fortissima tensione morale. Questa mia impressione è stata rafforzata leggendo una tua dichiarazione: “Nei tre episodi di cui parlo nel libro, persone come me, come voi, hanno perso un padre, una madre, una figlia o un fratello. E dopo quasi quarant’anni non sanno ancora perché. È il genere di cose che fa male. E che fa incazzare di brutto. Ecco perché ho creato Sterling e i suoi. Per avere finalmente qualcuno con cui prendermela. E devo dire che un po’ l’incazzatura se n’è andata”. Perciò, ripeto, non vedo contraddizioni tra il lavoro che fai e quello che scrivi. Ma a questo punto ti chiedo: è soltanto per questo che hai scritto questo libro (o questi libri, visto che sarà una trilogia)? E, soprattutto, davvero l’incazzatura se n’è andata?

L’incazzatura è quello che ti fa partire. Poi ti accorgi che costruire storie, oltre che placarti l’arsura delle cose non dette, è un processo entusiasmante. Più scrivi e più impari a farlo. Se riesci ad arrivare in fondo al primo libro, è dura fermarsi. E a ogni cosa nuova che scrivi diventi più esigente, sia come lettore che come scrittore. A metà del secondo romanzo l’incazzatura non se n’è ancora andata. E non credo sarà una passeggiata mandarla via. Però finché mi terrà compagnia credo che i miei lavori manterranno una certa tensione.

Una domanda di rito sarebbe quella riguardante le tue influenze (letterarie, cinematografiche ecc.). Ma dato che nel tuo libro sei talmente esplicito al riguardo (Ellroy, Wu Ming, Genna, Tarantino, Garth Ennis…), rovescio la domanda. Cosa non ti piace, nella narrativa italiana? E in quella estera?

Il mio maestro Giancarlo De Cataldo mi ha insegnato a non parlare mai in pubblico di ciò che detesto (letterariamente parlando): “Limitati a citare quello che t’è piaciuto”, così mi dice.
In genere seguo il consiglio. Però, di fronte alla tua domanda (una sorta di pistola alla tempia), vedrò di sbottonarmi quel tanto che basta per non farmi dei nemici.
Ultimamente, nonostante al suo esordio sia stata veramente una delle collane più rivoluzionarie degli ultimi anni, non mi piace molto la linea editoriale di 24/7 (Rizzoli).
Partirono (un paio d’anni fa) con Genna e Alan Moore e si ritrovarono poco dopo con Muccino, Kunkel e il cantante degli Zero Assoluto.
Kunkuel non mi è piaciuto per nulla. L’ho abbandonato a metà. Classico scrittore newyorchese senza fronzoli. Ma anche senza grosse novità stilistiche. Se proprio devo farmi del male, preferisco le fiction-writers della Grande Mela ai loro colleghi maschi.
Sugli italiani, invece, le critiche sono meno hard core. Nulla da dire sulle doti artistiche di Muccino o degli Zero Assoluto: al cinema e nell’Ipod di mia moglie la fanno da padroni. Sacrosanto.
In libreria, però, non ho letto nulla di nuovo sfogliando i loro romanzi. Vuoi perchè quello di Muccino era scritto a quattro mani (e le mani della Vangelista sono assai più pesanti di quelle del povero Silvio), vuoi perchè quello di Mr. Zero Assoluto era un libro newyorchese de noantri.
Mi rendo conto di non andare d’accordo con un certo tipo di letteratura: proprio non ce la faccio ad appassionarmi. Mentre invece, se mi capita per le mani un SEGRETISSIMO d’annata, pur nella sua semplicistica, ripetitiva schematicità, lo divoro d’un fiato. Che vvo ‘ffa?

In un’altra intervista hai detto che il personaggio di Andrea Sterling, se non ricordo male, non è realistico, e in effetti concordo con la tua affermazione. Dato che il tuo romanzo è ispirato a fatti di cronaca, o meglio, ormai, di Storia, come hai costruito questo personaggio, in mezzo a tanti personaggi ispirati a persone realmente esistite?

La bidimensionalità di Sterling è comune a molti altri personaggi del libro. Il Mago, per esempio. Il colonnello Kurtz, lo stesso Riviera.
Il gioco che faccio, nel mix storia/realtà, è sempre lo stesso: prendo informazioni reali e le racconto esasperandone i toni, acuendo le tinte. È un procedimento fumettistico. Come quando disegni partendo da una foto e a prodotto finito ti accorgi che quello che hai ficcato nella
vignetta, con le ombre e tutto il resto, non assomiglia più alla foto. È qualcosa d’altro. In Sterling il procedimento è sparato alle estreme conseguenze. Se il rendering finale del personaggio lo allontana dal reale, permette di stigmatizzarne il carattere: è come in un film di indiani e cowboy. I
buoni sono i buoni e i cattivi i cattivi.

Non so se tu hai visto il film di Rosi su Mattei, interpretato dal grande Gian Maria Volonté. Nel finale appare (se non ricordo male) anche Mauro De Mauro. Si sono fatte molte ipotesi sulla sua scomparsa. Una è quella legata al golpe Borghese (che, per inciso, è stato progettato in gran parte proprio nella mia città, Genova). Mi ha un po’ stupito che tu non abbia affrontato questo argomento, nel tuo libro. È stata una scelta precisa?

Non ho visto il film di Rosi. Mentre lavoravo a Confine non era facilissimo da reperire. Ho pensato a lungo di interessarmi della scomparsa di De Mauro, ma alla fine ho preferito tenerlo fori dalla mia storia. Vuoi perchè, nella continuity di Confine, avrebbe detto poco dal punto di vista narrativo: il golpe borghese è del ’70. Il primo volume della trilogia ha lo zenith proprio nel 1969 (anche se sbrodola fino ai primi Settanta nell’epilogo), giocarsi una carta come quella del golpe alla fine del primo romanzo sarebbe stato poco fruttuoso. E poi, diciamocelo pure, su De Mauro la vicenda è talmente fosca che avrei dovuto inventare troppo. E all’epoca non mi sembrava un gran bene.

Quindi te ne occuperai nel secondo? In effetti sono molto curioso di sapere quali saranno gli avvenimenti centrali del secondo. Posso tirare a indovinare: Piazza della Loggia, il golpe bianco di Sogno, le BR e il delitto Moro, Ustica, stazione di Bologna, la P2, il delitto Calvi…?

Capirai che non posso sbottonarmi troppo per non rovinare la sorpresa ai lettori. Ad ogni modo posso preannunciarti che si partirà proprio dal Golpe Borghese e che le Br avranno nell’opera un ruolo per nulla secondario. Ma credo che la vera novità saranno i plurimi punti di vista, la varietà di personaggi. Sarà un affresco molto meno a senso unico di CONFINE, che indagherà a fondo le origini del MALE del Paese.

Mi sembra giusto. Quindi, attenderò con ansia il secondo volume. Puoi almeno anticiparci il titolo?

Si chiamerà Settanta e, didascalicamente, coprirà l’intero decennio, dal 1970 al 1980.

se hai trovato il contenuto di questo articolo interessante iscriviti ai feed di musicaos.it

Si vive sospesi tra le aspettative e tra i "le faremo sapere"


riceviamo dalla nostra amica, e segnaliamo:

“Da ragazzina delegavo ai grandi colpe e meriti. Ora che sono cresciuta anche io faccio parte degli adulti, sono una “giovane adulta” che deve metterci del suo. Certo chi di dovere dovrebbe porgere l’orecchio più alle necessità e meno alle filosofie che rimangono solo su carta. Rappresento probabilmente un target di 27enni (o giù di lì) che sono incastrati, in un ingranaggio rotto. Nè un passo avanti nè un passo indietro. All’inizio credevo d’essere io in fondo quella sbagliata, invece mi accorgo che la situazione è ben più grave. la mia laurea mi ha regalato sì spessore e identità, ma poche possibilità lavorativa. Non c’è spazio per i giovani. I “vecchi” sono arroccati nei loro castelli e non consentono equilibrio. La mia formazione ed i miei cv andranno ad incrementare la spazzatura fuori dalle agenzie e dalle aziende, e potrebbe darsi che prima di mettere su famiglia avrò già superato i trenta abbondantemente. Esperienze pseudo lavorative mi hanno delusa. C’è in giro gente che ci marcia sulla categoria dei giovani laureati disoccupati disperati. Siamo una generazione da call center probabilmente, che ha voglia di fare, ma vive in cattività. Ed io ho paura, di incattivirmi pure io e di diventare come quelli che detesto, quelli dei compromessi, delle raccomandazioni. Li vedi ovunque e li trovi ovunque quelli del “basterebbe una spinta, ed io posso presentarti ad un caro amico se vuoi…” Ma non va così. Non deve andare così. Non vogliamo un regalo, solo un’opportunità.”

qui la prosecuzione dell’intervista, messa in onda l’1 febbraio 2008 su StudioAperto

Irene Leo

Le fiabe di Eliana Forcignanò al FondoVerri.


Fondo Verri a.c.
Presidio del Libro di Lecce
(stagione culturale inverno 2008)
in collaborazione con la Libreria Icaro

Sabato 9 febbraio 2008, ore 19.00
Elisabetta Liguori presenta: Fiabe come rondini raccolta di Eliana Forcignanò (Lupo Editore) – Letture di Mauro Marino

Sabato 9 febbraio 2008, alle ore 19.00, presso il Fondo Verri, Elisabetta Liguori presenta “Fiabe come rondini“, raccolta di Eliana Forcignanò, edita da Lupo con il Fondo Verri.
Tanti modi sono offerti agli uomini per crescere, la fiabe da sempre sono uno di questi. Una strada semplice ed incantevole in cui ogni piccolo eroe senza risposte può cimentarsi coi giganti e uscirne sorprendentemente vivo. Quasi una fede da costruire. Cosa altro c’è, a pensarci bene infatti, al fondo di tutte le religioni del mondo, se non un’ idea come questa? Cosa alla base di ogni forma di spiritualità? Cosa se non il fascino rassicurante di una fiaba per sopravvivere e cambiare? Uno stupore finalmente rassicurante? Il desiderio di soluzione, futuro, pacificazione, meraviglia? La terra di Non so, abilmente raccontata in una delle fiabe di Eliana dal titolo “Le tre bottiglie”, è espressione perfetta della dimensione ambientale e spirituale del Dubbio con la quale tutti, adulti e bambini, siamo oggi chiamati a confrontarci.
E’ sorprendente, ma le fiabe di Eliana, pur non provenendo da antiche tradizioni popolari, raccontano quella ricerca lenta ed affannosa con la levità delle rondini migranti e il fardello dei secoli. Tra le sue pagine il futuro incontra il passato e si riempie di meraviglia e potenziali trasformazioni. Non si deve fare altro che restare ad ascoltare.

Elisabetta Liguori

il Fondo Verri a.c. è a Lecce
in via Santa Maria del Paradiso 8 nei pressi della Chiesa del Rosario
il nostro numero telefonico è 0832-304522
l’email: marinoma8@fondoverri.191.it

Per le donne in attesa. Leggendo “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella


Elisabetta Liguori
Per le donne in attesa.
Leggendo “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella

Valeria Parrella si cimenta per la prima volta con la forma del romanzo e sceglie caparbiamente di farlo attraversando uno spazio bianco di solitudine.
Sceglie di scrivere di una specifica tipologia d’attesa bianca e femmina.
Uno spazio bianco, quando c’è, lo riconoscono tutti, sia uomini che donne, ma quasi nessuno ha il coraggio di guardarci dentro a fondo. Prima di capire come mai, è forse più opportuno chiedersi qui cosa sia esattamente questo spazio bianco. Come sanno bene anche gli scrittori, che di ogni nuova pagina sfidano proprio il candore, lo spazio tra due elementi grafici è essenziale al fine di mettere in relazione più segni, per guidare occhi e pensiero di chi guarda, per rendere leggibile un testo. O una vita. Maria, la protagonista della storia che Valeria Parrella sceglie di narrare, è ferma e radicale all’interno del suo privato spazio bianco. Uno spazio negativo, un’area esistenziale improvvisamente svuotata di tutto quello che prima l’affollava. Uno spazio nudo che coincide con la sua attesa. Maria è un’ultra quarantenne in bella forma, insegna in una scuola serale, è libera, impaziente, dinamica, culturalmente e socialmente avanti rispetto alla generazione di provenienza, quindi giustamente arrogante. Ed è alla prese con la sua prima figlia.

Io possedevo un’arroganza di fondo. Quell’arroganza mi era venuta dalla fabbrica….La fabbrica non inghiottiva solo chi ci lavorava, ma anche chi campava di essa, chi aspettava la fine dei turni e le sirene per costruirci attorno la giornata, una giornata dopo l’altra. Crescere figlia di operaio negli anni settanta, e poi proprio per questo studiare, intestardirsi sui libri, diventare la generazione dello scarto intellettuale, erano cose che davano una certa arroganza. (pag.57)

Maria, si denuncia sin dalle prime righe: è una donna che non sa aspettare, che non l’ha mai fatto. Neppure sua figlia sa farlo: è nata infatti molto prima del previsto e inevitabilmente precipitata nel limbo delle incubatrici, delle culle termiche, dei prelievi, dei monitor ticchettanti, che dovrebbero aiutarla, ora che è poco più di un feto, a nascere o a morire. Maria non può fare altro che starle vicino fisicamente. Accanto ad una figlia che non conosce, ma che, appena venuta al mondo, ha cancellato istantaneamente l’universo noto fino ad allora, lasciandola sola, nuda e bianca.
Il romanzo comincia proprio da questa improvvisa fatica, da un vuoto apparente, dallo sforzo di concentrazione che ne consegue.

Ho provato. Aspettando la metropolitana per l’ospedale tutti i giorni, ho provato a leggere saggistica. I primi tempi ci sono riuscita, perché non avevo altro se non la mia testa. Ed era una testa molto esercitata sui libri.. La testa si era esercitata così, a fidarsi solo di se stessa. E allora ritornava nell’equivoco di bastarsi da sola ogni volta che si sentiva tradita dalla realtà. ( pag. 7)

Il tema mi punge sul vivo. Una donna di quaranta anni di rado sa aspettare. Gli adolescenti con l’Ipod aspettano, gli studenti con lo zaino alla fermata dell’autobus aspettano, i bambini delle elementari durante la ricreazione aspettano, i vecchi ai giardinetti aspettano. Ma non una quarantenne. Non lei. L’ansia nutre l’età del mezzo come latte dolcissimo la bocca di un neonato rabbioso. Valeria Parrella, classe 1974, sembra saperlo, così che la sua è la storia di una primipara attempata, che sa fortemente di verità.

Ventidue settimane e sei giorni è il limite temporale fissato dal Ministero della Salute oltre il quale è consentito far nascere un prematuro e tentare di salvarlo. Ventidue settimane e tre giorni è invece il termine consentito per interrompere una gravidanza.
C’è uno spazio bianco di tre giorni tra un termine e l’altro, tra l’essere e il non essere, un breve fiato durante il quale è dato scannarsi a preti, vecchie e nuove femministe, giuristi incalliti e scienziati timidi. Un piccolo spazio sempre utile ad assumere nuove consapevolezze, a prescindere dalle declamazioni di principio. Uno spazio astrattamente libero. Un’ occasione.
Oltre questo primo intervallo temporale a volte può dipanarsi, per il prematuro e chi gli sta accanto, un ulteriore e più ampio spazio bianco. Qualcosa di ancora più raro. Un’ulteriore imprevista occasionale attesa, sulla quale di rado si riflette. Un fraseggio temporale che in modo sconosciuto annuncia la vita. Durante questo specifico momento bianco è offerto credito soltanto ad una medicina incerta, al dubbio, alla speranza, alla pietà, stimoli efficaci esclusivamente per coloro che ne subiscano davvero il fascino o ne abbiano la forza.
Intorno a questo abusato concetto di speranza Maria si aggira come un cerbero davanti al confine. Si punisce. Si nasconde. Si dispera. Invidia i vivi quanto i morti.
Finché c’è vita, c’è speranza, così si usa ancora dire, ma quella della sua creatura in incubatrice che vita è? Che vita sarà? Da quale tipo di speranza può essere alimentata?
Maria non sa aspettare, come molte altre donne della sua età è scettica, spaventata. Tenta di farlo, leggendo libri o mettendosi a fumare lente sigarette dentro i finestrini dei bagni pubblici, tra i piccioni e la puzza indolente dei macchinari che, ronzando, bruciano cellule, plastica e alcol.
In questo modo finisce per scoprire frammenti di sé che non conosceva affatto. Ed è una sorpresa per sé e per gli altri. Quella attesa, che molti potrebbero ritenere una circostanza ovvia, diventa per lei l’unica cosa veramente sua, inaspettata e piena e vera.
L’unica cosa che valga la pena insegnare ad altri.
La Parrella racconta la scoperta di questi mesi di femminile attesa con la sua, ormai nota, voce roca, rabbiosa, disillusa, quasi volutamente sciatta. Racconta l’abito, il viso, gli amici, le assenze, gli alunni di questa donna, mentre lo spazio bianco s’allarga su Napoli, la ricopre, la sommerge fino a zittirla. Lo fa con una comicità complice e compassionevole, oltre che dolente. Portando spesso prospettive umane dirompenti.

Io la guardai con un’aria insofferente perché non mi sembrava il caso, bardate come eravamo di mascherina e guanti e con la mente ossessionata dal pigolio dei monitor, che si ricominciasse con il “potrebbero ancora sopravvivere”. Chiaro che fuori, al sole, dentro le macchine, al distributore di caffè, quello che tutti si aspettavano da noi era un sentimento del genere. Ma almeno qui dentro no.

  • Tutto sommato abbiamo avuto un culo enorme.
  • Mina, ma perché?
  • Eh, le altre mamme si sono dovute accontentare dell’ecografia: noi stiamo vedendo tutto dal vivo.

(pag. 29)

Mi par più che giusto chiedersi oggi: cosa ci si aspetta da una donna? Che si senta madre sempre e comunque? O che faccia stentoree rivendicazioni di forza, uguaglianza, libertà, quasi fosse perennemente in corteo con le dita a triangolo? Quando è del corpo che si dispone, è chiaro, ma di un corpo che naturalmente si mescola ai desideri, alla cultura, alla legislazione, all’etica e all’istinto altrui, secondo quali criteri deve modellarsi l’individuale senso di responsabilità? Etica, diritto o scienza? Istinto o più semplicemente casualità del male? O letteratura?
La sua Maria non ha un uomo accanto. Quell’uomo che deve pur esserci stato prima o poi, le appare di frequente in dolci, fuggevoli ricordi. Solo la nascita di quella loro bambina, rinchiusa nel suo spazio di bianca attesa, sembra consentire alla madre la completa ricostruzione del senso del suo rapporto con quell’uomo. La conquista della sua libertà così sta proprio nel prendere coscienza di avere i mezzi per farne a meno.
Maria è una donna complessa, un prisma d’interrogativi che rivendicano il proprio imbarazzo, la propria incapacità, i propri limiti relazionali. Maria è una donna imperfetta, quindi. Esattamente come lo è la bambina che lei ha messo al mondo in fretta e furia. E la sua imperfezione coincide con la sua identità. Questo scrive con caparbietà Valeria Parrella e l’affermazione ha una sua logica, strutturale, narrativa perfezione; mettere al mondo qualcosa/qualcuno è un fatto d’identità. Prima di essere madre o sentirsi tale, si è solo un buco vuoto. Dopo è diverso. Lo sanno bene le donne, soprattutto quelle che invecchiano, ma lo sanno anche le ragazzine che si ritrovano una morula in grembo e non sanno che nome dargli. È da quel buco vuoto che si comincia.
Maria non si aspettava di trovare attraverso quella figlia prematura e inerte una nuova identità, ma invece quell’orribile spazio bianco che le è imposto diventa per lei una lente finalmente capace di modificare la prospettiva delle cose.
Eppure le fa paura. Quella con la quale si confronta Maria non è semplicemente paura della morte, la quale tutto sommato ha una dignità assoluta, riconoscibile e chiara, senza le lusinghe instabili della speranza. Accanto a lei in ospedale c’è la paura altalenante del buio, di una malattia ignota, di un’inabilità imprevedibile, di una solitudine senza confini. Come sarà questa figlia messa al mondo in assenza di scelte? Sarà donna, sarà viva, respirerà da sola, camminerà da sola, avrà pensieri liberi e coscienti? Lei lo sa? È questa la domanda che in corsivo attraversa tutto il romanzo. Interrogativo che la protagonista e la narratrice sembrano rivolgere al lettore. Una specie di retro pensiero che blocca tutti gli altri.
Perché lo spazio bianco è principalmente ignoranza. Una provvisoria angosciante necessaria ignoranza. La bimba prematura nel suo lettino meccanico senza risposte, col suo corpo piccolo come un bottone, rappresenta tutto quello che di sconosciuto può riguardarci e, nello stesso tempo, fornisce a chi lo cerca un cavillo per proteggersi durante il tempo necessario cambiamento e per sfuggire a quella sempre più diffusa sensazione d’inadeguatezza che provano oggi le donne, e forse anche gli uomini, davanti ad un mondo che nemmeno piace loro fino in fondo.
Ecco perché guardare dentro uno spazio vuoto fa tanta paura.
Perché dentro la sosta non c’è nulla e tutto quello che conta sta fuori. E a volte fa male.
Fuori da quello spazio bianco la vita continua anche senza Maria. Quella identità oggettiva che è nelle cose e nell’esistenze altrui si fa sempre più aliena, ma inarrestabile. La Parrella è bravissima nel descrivere la sosta di una donna e l’imperturbabile movimento dello sfondo dietro di lei. Napoli continua la sua corsa. La metropolitana va per suo conto ogni mattina, l’ospedale brulica, così le strade fuori, la scuola serale, la sopraelevata sui palazzi di piazza Ottocalli.
La vita continua uguale a se stessa mentre Maria resta ferma in un corridoio, con indosso sempre lo stesso vestito, con l’impressione netta e tragica che le cose accadono da sé. E l’unica libertà, novella e utile, concessale è proprio quella dell’attesa.

– Lei lo sa?
– La tua non è una domanda e non stai aspettando una risposta.

(pag. 61)

Lo spazio bianco, Valeria Parrella, 2008, Supercoralli, EINAUDI, p. 120, 14.8€, ISBN 8806190962

se hai trovato il contenuto di questo articolo interessante iscriviti ai feed di musicaos.it

Tristano. 104 Anni e non sentirli!


thomasmannconlasuafamiglia.jpg

Ha 104 anni. Ma non li dimostra. È magro. Pesa appena 56 pagine. Si direbbe che l’asciuttezza del suo stile e la precisione nella descrizione degli stati d’animo lo abbiano preservato dall’invecchiamento precoce cui sono soggette le mode letterarie. Di cosa parla quando lo si interroga? Di declino, del transito, del tramonto, come uno zarathustra borghese. Come si chiama? Tristano, romanzo breve di Thomas Mann, che rappresenta un esempio mirabile di come in poco spazio possa essere conclusa un’opera ideale, allo stesso tempo prefigurazione di temi che verranno ampiamente trattati nel capolavoro “La montagna incantata” (1924). Capolavoro è una parola che con Thomas Mann rischia di vedere smussata la propria patina di sensazione. “I Buddenbrook” (1901) un capolavoro che descrive il declino di un’epoca. Il “Doktor Faustus” (1947) un capolavoro nel quale si affronta il tema dell’attuazione di un’utopia ideale. Nel Tristano la vicenda è chiusa nello spazio breve di una casa di cura dal nome emblematico “La Quiete” e nel tempo breve di qualche mese. Il tempo che basta perché una giovane madre affetta da un male alla trachea (Gabriella Klöterjahn) venga accompagnata nella casa di cura dal burbero marito (Klöterjahn) per curare i suoi malanni. Sarà qui che, tra i personaggi presenti, verrà catturata nelle malìe di un debosciato, un intellettuale (Spinell) che stranamente scriveva un sacco di lettere il cui numero di risposte che riceveva non era mai elevato come il numero di quelle che faceva uscire dalla sua stanza. Una di queste lettere tuttavia sarà fatale, quella in cui Spinell spiattellerà in faccia a Klöterjahn tutta la verità sul suo presunto appartenere a uno stadio animalesco e barbarico della vita, dove la cosa più importante sono il denaro e gli affari. Come è giusto che sia Spinell con quella lettera farà un buco nell’acqua, e Thomas Mann approfitta del suo personaggio per dare forma a una critica dell’ideale di pensatore decadente e decadentista, chiuso nella sua torre d’avorio, con la presuzione che nella sua weltanschauung atrofica riesca addirittura a prevedere e cristallizzare in omologazioni i giudizi sulle persone che lo circondano. Il tutto in uno stile asciutto, essenziale, senza pari. Thomas Mann vincerà il Premio Nobel per la Letteratura nel 1929 “principalmente per il suo grande romanzo I Buddenbrook, sempre più riconosciuto come una delle grandi opere della letteratura contemporanea”, un romanzo che di anni ne ha 107 e, se è concesso, ha resistito al declino della classe sociale di cui ha eretto un monumento.

(in foto Thomas Mann e la sua famiglia)

Pulp, tanto Pulp, mai abbastanza.


Luciano Pagano
su “Saxophone Street Blues” di Hector Luis Belial

Credo che non ci sia nulla di più bello, per chi sia appassionato di scrittura e cultura, dell’avere la possibilità, il coraggio e la sfrontatezza di dare vita a una casa editrice. Il fascino del mondo dell’editoria e l’oggetto libro si annidano con molta probabilità nei meandri inconsci di tutti coloro che hanno cominciato a scrivere. Ci vuole una buona dose di azzardo. Dunque, “Viva Las Vegas”, che oltre a essere il titolo dell’uscita inaugurale – un’antologia di racconti – suona come il migliore degli auguri, per una casa editrice, “Las Vegas Edizioni“, che prende il nome dalla città dell’azzardo per eccellenza e che esce con tre titoli, tra i quali l’opera seconda di Marco Candida. “Saxophone Street Blues” è un romanzo breve scritto da Hector Luis Belial. “Saxophone Street Blues” è un luogo dove tutto può accadere. Un nulla cosmico alla portata del primo tassista a servizio dell’ultimo uomo in fuga. Un territorio ultrapsichico dove avviene un omicidio terribile. Non sappiamo molto dell’autore di questo libro, non più delle informazioni che lui stesso vuol farci rinvenire sul suo blog dandy e imaginifico. La lingua con cui è scritto questo romanzo è la cosa che colpisce di più, stordire è forse un verbo che si addice al testo, senza posa. L’etichetta di PULP è quanto di più abusato e travisato possa darsi nei tentativi di approcci alla critica letteraria. Un racconto in salsa Lovecraftiana con flebili indizi di Edgar Allan Poe, magari con un vicolo da Jack lo squartatore? PULP. Un romanzo, così come potevano essere gli ispirati e terribili (inteso nel senso positivo di scuotenti) esordi di giovani autori negli anni ’90? PULP. Un genere che travalica le decadi e giunge intatto ai giorni nostri non può che richiedere continue contaminazioni. Quella tra cinema e letteratura è di certo quella cui si attinge più spesso, preludio di quello che avviene e avverrà nelle commistioni con i mondi del videogame o del web 2.0. Quel senso di stordimento riesce a creare quella sospensione per cui si dimentica la provenienza di genere soprattutto nelle pagine iniziali nelle quali avviene un processo di presa a ritroso della vicenda per avviare la narrazione. Per questo motivo il romanzo, al termine della lettura, ha stuzzicato corde molto più simili a quelle cui si può accedere con la lettura di un fumetto di Moore & Lloyd, oppure la visione di altre opere di genere come Seven o Fight Club; a ciò si aggiunge la colonna sonora, ovvero i pezzi che l’autore fa ‘suonare’ durante la lettura di “Saxophone Street Blues”. C’è molto del Easton Ellis di American Psycho. Ecco dunque un buon romanzo. Si possono individuare i padri ispiratori – tutti rigorosamente under 50 – di questa scrittura, tenendo per certo che lo stile di Hector Luis Belial si allontana anni luce dalla sciatteria cui ci avevano abituato certi epigoni del pulp. Alla piacevole lettura spero segua un altro libro firmato – ma forse è meglio presupporre targato – Hector Luis Belial…e se si trattasse di una Unofficial Biography, in pieno stile anglosassone?

Saxophone Street Blues, Hector Luis Belial
Las Vegas Edizioni, I Jackpot, 2007, Torino, pp. 135, €10

Il personale precario della riabilitazione psichiatrica


Lecce 25 gennaio, 2008
Al Presidente della Regione Puglia
On. Nichi Vendola

Al Commissario Straordinario della Asl Lecce
Dott. Rodolfo Rollo

Oggetto: Richiesta stabilizzazione personale precario della riabilitazione psichiatrica

Il Dipartimento di Salute Mentale area Nord di Lecce comprende 6 Centri Diurni, distribuiti sul territorio aziendale e i laboratori espressivi del Centro per la Cura e la Ricerca sui Disturbi del Comportamento Alimentare: Centro Diurno di Lecce, Centro Diurno di Lequile, Centro Diurno di Campi Salentina, Comunità Socio Riabilitativa Squinzano, Centro Diurno di Galatina, Centro Diurno di Calimera, Laboratori espressivi • Centro per la Cura e la Ricerca sui Disturbi del Comportamento Alimentare di Lecce

per un TOTALE di 30 OPERATORI, per 507 ore settimanali.

I Centri Diurni e i Laboratori espressivi del Centro per la Cura e la Ricerca sui Disturbi del Comportamento Alimentare, rappresentano una realtà imprescindibile nell’attività in rete del DSM per la cura e la riabilitazione, nonché risocializzazione degli utenti. Al loro interno sono attivi laboratori in cui progetti terapeutici-riabilitativi-educativi studiati ad personam, così come le attività creative e culturali, concorrono all’emergere di competenze e potenzialità che stimolano le capacità autorigenerative e alla facilitazione dell’espressione di sentimenti ed emozioni rimossi tramite lo sviluppo delle abilità di problem solving e della creatività.
L’insieme di tali attività, che ha lo scopo di raggiungere gli obiettivi di cura, riabilitazione all’‘essere’ e al ‘fare’, reinserimento sociale e lavorativo è condotto da più di dieci anni dagli operatori convenzionati. Essi, pur con storie personali e forme contrattuali differenti, sin dal 1991, garantiscono con risultati eccellenti, e già documentati, il funzionamento dei suddetti Centri e il raggiungimento della mission assegnata.
Nonostante la loro convenzione con la ASL Lecce sia scaduta lo scorso 31 dicembre 2007, gli operatori continuano, data l’importanza e l’insostituibilità del loro agire, a garantire la continuità del servizio.
Attualmente gli operatori sono in attesa che la Regione Puglia autorizzi la proroga delle convenzioni scadute il 31 dicembre 2007. Nonostante gli sforzi e i sacrifici per garantire ugualmente la continuità della presenza degli operatori nei Centri, tale situazione è fonte di incertezza e preoccupazione non solo per gli operatori ma principalmente per gli utenti e per le loro famiglie.
La difesa dei posti di lavoro degli operatori, quindi, non è solo difesa della singola dignità degli stessi, ma è soprattutto rivendicazione della qualità dell’operare e della legittimazione di una forma innovativa di gestione della salute mentale che valorizza le risorse interne alla ASL e si basa sulla visione dell’utenza come soggetto da non ‘sanitarizzare’.
In tal senso si vuole sottolineare che il lavoro svolto finora dagli operatori in convenzione ha permesso una significativa riduzione dei ricoveri ospedalieri, il che equivale non solo ad un risparmio della spesa sanitaria, ma soprattutto a ‘produrre’ salute e rinnovata ‘qualità’ del vivere.
Si ritiene, pertanto, che sull’esempio di quanto prodotto dalla Giunta Regionale per dare giusto riconoscimento al ruolo degli operatori dell’integrazione scolastica – ex legge 16, 1987 – come previsto dalla legge regionale n.40 del 31 dicembre 2007, comma 38, è necessario un forte impegno istituzionale al fine di dare stabilità contrattuale e lavorativa, nonché operativa, agli operatori dei Centri.
In particolare, stante il percorso di stabilizzazione del personale precario avviato dalla Regione Puglia, si chiede di estendere i benefici di tale percorso agli operatori su citati.
Pertanto, si chiede alla SV, la possibilità di prevedere all’interno del personale della sanità, in particolare per l’area della riabilitazione psichiatrica, un nuovo profilo professionale quale quello dell’operatore artistico-culturale, in cui inquadrare le attività di cura e riabilitazione su riportate.
Fermo restando che le attività finora svolte dagli operatori possono essere comprese nel profilo professionale attualmente previsto dal CCNL di categoria dell’Operatore Tecnico.
Nelle more, si sollecita la proroga della convenzione al fine di non interrompere il servizio offerto agli utenti e di dare copertura contrattuale alle attività che si continuano a svolgere.

Gli operatori della riabilitazione psichiatrica

(dipinto Jean Rustin)

Festa del libro e delle culture italiane. 1-2-3 Febbraio a Parigi


parigi_festadellibro.jpg

FESTA DEL LIBRO E DELLE CULTURE ITALIANE
PARIGI (MARAIS) 1, 2, 3 FEBBRAIO 2008
ESPACE DES BLANCS MANTEAUX
Con il Patrocinio dell’Università degli Studi del Salento

Da venerdì 1 a domenica 3 febbraio del 2008 si terrà a Parigi la “Prima Festa del Libro e delle Culture Italiane”. La Besa editrice, con il patrocinio dell’Università degli Studi del Salento, partecipa con un suo spazio nell’ambito della manifestazione francese proponendo la presentazione del volume “Danze di corteggiamento e di sfida nel mondo globalizzato” a cura di Eugenio Imbriani e Piero Fumarola,  alla presenza di due personaggi del calibro di Remi Hess e George Lapassade. Il momento di incontro sarà un’occasione di studio di grande rilievo, dove verranno affrontate questioni come danza, musica, tradizione, innovazione, e interazioni dinamiche tra le diverse diverse classi sociali, rispetto a questi fenomeni. Ci si soffermerà sulla figura dell’antropologo che è obbligato a interrogarsi sul senso dell’attesa, dell’ascolto, dove i corpi agenti dei danzatori, si analizzano, si delineano e infine si riallacciano in uno spazio mentale incrociato dove il mondo e le sue contraddizioni si riflettono grazie al supporto di una musica ricca e complessa e di una poesia incessantemente rinnovata, che trova le sue radici nella tradizione del nostro territorio.

L’appuntamento che si terrà domenica 3 dicembre alle 18,00 nella sala Eventi della Fiera in 48 rue vieille du Temple, avrà il titolo “Transe, danza, possessione e musica. Dal Tarantismo alle Danze di corteggiamento a cura di E. Imbriani e P. Fumarola (Besa editrice)”. Incontro dibattito con Remi Hess e George Lapassade, e proiezione del film “La Taranta” di Gianfranco Mingozzi con commento di Salvatore Quasimodo. La “Taranta” è un filmato accompagnato dal commento di Salvatore Quasimodo, che racconta le esperienze di un cineasta appassionato di antropologia. Per oltre vent’anni Gianfranco Mingozzi ha percorso le terre del Salento documentando per primo, nel 1961, con questo cortometraggio il fenomeno del tarantismo.

Introduce Stefano Donno
Scheda del volume

Danze di corteggiamento e di sfida nel mondo globalizzato, a cura di P. Fumarola e E. Imbriani (Nardò, Besa Editrice, 2006).

Nell’universo mobile e fluido della cultura si attuano processi di istituzionalizzazione e codificazione delle forme; ciò non avviene una volta per tutte, e non necessariamente in modo univoco. Il libro vuole indagare su queste dinamiche, riflettendo sui fenomeni della cultura popolare e, in particolare, sulla danza, e sui modi in cui agiscono le politiche nella determinazione dei percorsi e delle scelte destinati ad assumere rilevanza in una panorama che contempla varie possibilità. Chi stabilisce, allora, quali debbano essere i movimenti corretti della capoeira, della pizzica, della danza scherma o del tango, come mai, a lungo, il valzer è stato considerato pericoloso per la salute delle donne, in quali contesti sono stati fissati le norme e i significati del movimento rotatorio dei mistici sufi; e per quali motivi una manifestazione musicale come «La notte della taranta» è avviata a costituirsi in «fondazione»? Sono questi alcuni dei principali argomenti sviluppati sul piano storico come su quello etnografico e sociologico, in uno scenario multiforme e complesso che coniuga situazioni locali con quel che accade nel mondo.

PIETRO FUMAROLA insegna Sociologia delle religioni all’Università di Lecce. Le pratiche della transe e le culture dei movimenti giovanili sono al centro della sua riflessione, nel quadro teorico dell’analisi istituzionale e della ricerca azione.

EUGENIO IMBRIANI insegna Antropologia culturale all’Università di Lecce. Le sue ricerche riguardano particolarmente temi relativi al folklore, alla scrittura etnografica, ai processi di patrimonializzazione delle pratiche culturali.

Relatori coinvolti:

RÉMI HESS è professore presso l’Université de Paris VIII. Ha pubblicato opere di filosofia, sociologia, didattica, analisi delle istituzioni, antropologia della danza, occupandosi in particolare delle danze di coppia. In Italia sono usciti La pratica del diario (Besa, 2001) e Prodursi nella scrittura (Besa, 2005).

GEORGES LAPASSADE, nella sua lunga carriera, si è occupato delle culture nordafricane e afroamericane, con particolare interesse per i temi della transe e della possessione. Ha scritto testi teorici di analisi istituzionale, psico- ed etno-sociologia, contribuendo alla riflessione sulle modalità dell’inchiesta sul campo; ha indagato fenomeni di comunicazione e aggregazione, come l’hip hop. Da molti anni insegna all’Université Paris VIII.

Stefano Donno –  Classe 1975. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Sturm and Pulp” (Lecce, 1998); “Edoardo De Candia, considerazioni inattuali” (Lecce, 1999); il romanzo “Se Hank avesse incontrato Anais” (Lecce, 1999); “Monologo – +” (Copertino, 2001); la raccolta di racconti “Sliding Zone (Lecce, 2002); il saggio “L’Altro Novecento – giovane letteratura salentina dal 2002 al 2004” (Luca Pensa editore, 2004). Collabora con la cattedra di Scienza Politica dell’Università di Camerino.

Chi ha bisogno di Harry Potter?


Elisabetta Liguori
Chi ha bisogno di Harry Potter?

I nostri figli hanno bisogno delle fiabe oggi?
Da donna moderna quale aspiro ad essere, da donna che vuol sentirsi al passo coi tempi, da donna che spesso arranca e questo passo sincopato ancora non lo ha compreso del tutto, io me lo chiedo di frequente. E poi si fa presto a dire fiabe. Quali fiabe? Non tutte le fiabe sono uguali, questo è evidente, sebbene qualcosa le accomuni. E se è vero che certe narrazioni di genere antico sono e restano espressione del Senso dei popoli; se è vero che, come lo stesso Freud sosteneva a proposito dell’Interpretazione dei sogni, esiste un nesso forte tra la psiche degli uomini e le fiabe che l’affollano; se è vero che l’immaginazione fantastica è indotta, frustata o esaltata dal quotidiano, allora la risposta non può che essere positiva.
I nostri figli ne hanno bisogno.
Questa necessità è estendibile a tutte le fiabe del mondo? Vediamo di capirlo.
Io cerco il fantastico. Perché è poi questa la chiave per distinguere ancora oggi la Favola (quella che si limita a raccontare una storia più o meno bene, con una morale più o meno efficace), dalla Fiaba in senso stretto. Il fantastico appunto. Una dimensione dell’altrove impossibile, eppure verosimile. Vicina. E’ di quello stupore convincente che i nostri figli hanno bisogno. Ed io con loro. E tanti come noi. Questo spiegherebbe, almeno in parte, il fascino suggestivo ed il grande successo editoriale della letteratura fantasy, dalla scopa fumante di Harry Potter, all’armadio bidimensionale di Narnia, fino ai draghi sentimentali di Eragon.
Per questa stessa ragione sono lieta che Eliana Forcignanò, giovane giornalista leccese, abbia scelto di esordire in questi giorni con il suo “Fiabe come rondini” per Lupo editore e il Fondo Verri: una scelta che oggi mi appare coraggiosa, quanto necessaria. La scelta della via fantastica, appunto.
La vita delle madri (e dei padri) è spesso costellata di storie di tutti i tipi. Anch’io ne ho cercate e trovate a valanghe in questi ultimi anni, così che ora sono ovunque nella mia casa, aleggiano come spiriti, fuori e dentro i miei farfugliamenti materni, dimorano tutte insieme nella stanza nella quale io continuo a rifugiarmi coi miei bimbi al buio della sera per tentare di avvicinare, con più leggerezza, idee comuni e vaste come quella del futuro, della morte, del dubbio, dell’imperfezione. Ogni volta che al mattino mi avvicino ai letti dei miei cuccioli c’è sempre un sorcio parlante che mi dà il buongiorno, mentre un cavallo alato protesta perché è troppo presto. E persino i quaderni sbuffano nelle cartelle.
Forse anche Eliana vive in una stanza come la nostra. Anche lei, nelle sue storie, racconta di un sé, disperso e fluttuante in universi fantastici, unici e personali.
E lo fa come se avesse un occhio da vecchio e uno da bambino.
Ecco, secondo me, sono proprio così gli occhi dei veri narratori di fiabe. Due occhi opposti. Atemporali. Mi pare che questo abbiano fatto, e continuino a fare ancora oggi, tutti i raccontatori di fiabe: cogliere il mondo attraverso una specie di strabismo onirico e terrestre, così da descrivere le cose che sono state e che saranno, interpretandole secondo le regole di un universo che mai sarà. Non una capacità comune. Forse un difetto di percezione.
Eliana ha questo splendido difetto.
Otto fiabe per diventare adulti, le sue.
Tanti modi sono offerti agli uomini per crescere, la fiabe da sempre sono uno di questi. Una strada semplice ed incantevole in cui ogni piccolo eroe senza risposte può cimentarsi coi giganti e uscirne sorprendentemente vivo. Quasi una fede da costruire. Cosa altro c’è, a pensarci bene infatti, al fondo di tutte le religioni del mondo, se non un’ idea come questa? Cosa alla base di ogni forma di spiritualità? Cosa se non il fascino rassicurante di una fiaba per sopravvivere e cambiare? Uno stupore finalmente rassicurante? Il desiderio di soluzione, futuro, pacificazione, meraviglia? La terra di Non so, abilmente raccontata in una delle fiabe di Eliana dal titolo “Le tre bottiglie”, è espressione perfetta della dimensione ambientale e spirituale del Dubbio con la quale tutti, adulti e bambini, siamo oggi chiamati a confrontarci. In questa storia la maturità arriva non da un padre, da un maestro, da un codice, ma dal mare. La verità qui non è imposizione, violenza, guerra di potere o indottrinamento; è invece riconoscimento dei propri limiti, esercizio di modestia, lunga arrampicata solitaria.
Sono tutti così gli eroi di Eliana: imperfetti.
Il re che non ha risposte per i suoi sudditi, la bambina allergica alla virgola che non può andare a scuola, la fata brutta a cui nessuno dà credito, la donna esageratamente bella che ha paura di perdere la libertà, il sovrano che non sa amare, lo scienziato che non vuole uscire dal suo laboratorio per paura di vivere, l’inquieta Linda che vive in un mondo igienicamente protetto ma fa la pipì nel letto. E molti altri: imperfetti, ma instancabili.
In una società che vuole costruire uomini futuri assoluti, con un Io meravigliosamente gigantesco e cieco, all’interno di famiglie che nutrono i propri figli a pane e perfezione, prepararsi per tempo al fallimento, all’incertezza, accettarla in anticipo come possibilità potrebbe significare assicurarsi una dignitosa sopravvivenza futura, garantirsi un risparmio certo domani sul costo dello psichiatra.
Un risultato importante, io credo.
Ma allora torno a chiedermi: abbiamo bisogno di tutte le fiabe allo stesso modo?
A mio parere, quello che rende una fiaba diversa dalle altre è il fine. La capacità di creare un mondo per un fine. Se un racconto mira al potere, al successo personale, alla suggestione, non può che essere fonte di violenza o artificio, se invece punta alla Felicità, alla trasformazione e alle sue rondini strane, allora, è di certo una buona fiaba. In una delle storie di Eliana la Felicità è una donna malata, che se ne sta, sdraiata ed esanime, ai bordi della città in attesa di essere accolta e riconosciuta da qualcuno. Come tutte le donne, non è una matassa facile da sbrogliare. Una caso interessante ma complicato. Quella donna per guarire cerca l’autenticità dell’Essere. Un’autenticità senza altri fini, quella dimensione cioè concessa a volte solo alla poesia.
È quella Felicità il fine delle fiabe di Eliana. Il loro vanto fuori dal tempo.
È sorprendente, ma le fiabe di Eliana, pur non provenendo da antiche tradizioni popolari, raccontano quella ricerca lenta ed affannosa con la levità delle rondini migranti e il fardello dei secoli. Tra le sue pagine il futuro incontra il passato e si riempie di meraviglia e potenziali trasformazioni. Non si deve fare altro che restare ad ascoltare.

Fiabe come rondini, Eliana Forcignanò, Lupo Editore, p. 96, 2007

se hai trovato il contenuto di questo articolo interessante iscriviti ai feed di musicaos.it

Ci sono stati dei disordini. Luigi Milani


“È passato quasi un anno, ma se ne parla ancora, di quel triste giorno di luglio. Le polemiche non accennano ancora a placarsi. Ci sono state violenze spaventose, in quella città del nord. Un’esplosione di violenza collettiva, ha scritto un illustre commentatore di fatti politici. Molti hanno perso la testa, durante quegli scontri. Oggi leggo che i poliziotti che hanno trascinato fuori dall’ospedale alcuni feriti non dovranno preoccuparsi di nulla. Azioni giustificate dalla situazione, ha stabilito un’inchiesta.”

(da “Ci sono stati dei disordini”, di Luigi Milani)

Il racconto di Luigi Milani, che prende spunti dai fatti di Genova per la narrazione di una storia privata, è liberamente scaricabile da Lulu, se volete leggerlo potete trovarlo qui. Luigi Milani è anche autore di Rockstar, un romanzo, disponibile per l’acquisto su Lulu, nel quale la finzione e la realtà si mescolano ruotando attorno alla vicenda di Kurt Cobain. In “Ci sono stati dei disordini” una donna si trova improvvisamente a fare i conti con il proprio passato prossimo, in un momento di solitudine che gli fa ricordare che cosa è successo, a lei e al suo uomo, durante i fatti di Genova. Il metodo di approccio è simile a quello adottato da Milani nel suo Rockstar, quello cioè di affiancare una vicenda personale a una storia che invece è comune alla maggior parte di noi, nella fattispecie il dramma pubblico del G8. Di Rockstar colpiva la bravura nella rievocazione degli anni novanta, un periodo in cui chi si è trovato a vivere la fase adolescenziale tutto crede fuorché nel fatto che si sia trattato di un periodo oscuro. Il racconto scritto da Milani, ambientato un anno dopo i fatti del luglio 2001, si fa portatore di un messaggio chiaro: la memoria nel tempo e l’amore riescono a non vanificare un’esperienza di vita. Per quanto l’aspetto politico non lasci spazio alla crudezza e alla disillusione per ciò che è accaduto, soprattutto oggi la parola d’ordine è non dimenticare, affinché i ‘disordini’ cui fa accenno l’autore non diventino sinonimo di confusione delle responsabilità.

(Luciano Pagano)

*******
Luigi Milani è nato a Roma, dove vive e lavora. Scrive di musica e tecnologia da molti anni. In passato è stato coinvolto in fanzine e bbs fumettare, ha fatto il consulente informatico e curato testi di siti Web. In preda alla peggiore hubrys è giunto perfino a spacciarsi per sceneggiatore e consulente tecnico per una società di produzione cinematografica. Di recente si è macchiato di diversi crimini letterari: tra questi il romanzo “Rockstar” e alcuni racconti presenti nell’antologia “XII”, antologia di novelle scritte da dodici autori italiani indipendenti incontratisi in Rete. Fa parte della redazione della rivista letteraria “inutile”, alla quale dona periodicamente alcune perle letterarie di rara inutilità. Collabora con la e-zine letteraria Progetto Babele e il portale JuJol. È autore di un blog molto frequentato, “False Percezioni”. È socio del Gruppo XII.

La dimora dei luoghi. Mimmo Pesare


Libreria Icaro
I libri di Icaro

Incontri in libreria 2008

presentazione del volume

Martedì 29 gennaio 2007, ore 19.00
presso la saletta della Libreria Icaro
Via Liborio Romano

Mimmo Pesare
La dimora dei luoghi
Saggi sull’abitare tra filosofia e scienze sociali

Ed. I libri di Icaro, 2007
Collana “Scritture multimediali”

Discutono con l’autore

Laura Tundo
Direttrice del Dipartimento di Filosofia e Scienze Sociali, Università del Salento
Cristina Caiulo
Architetto, Responsabile regionale Sezione Italiana dell’Union Inter.le des Femmes Architectes (SIUIFA)

Introduce

Angelo Semeraro
Direttore della Collana “Scritture multimediali”

Si ringrazia quanti parteciperanno all’incontro
Il problema dell’abitare, oggi, si avvia a diventare un topos della contemporaneità: avvertire il luogo del proprio vissuto non è solo un tema delle discipline tecniche che studiano l’habitat urbano e domestico ma costituisce anche, e specialmente, una domanda fondamentale delle scienze filosofiche e psicologiche. Da sempre le modalità di residenza dell’uomo e i luoghi abitati sono simbolizzazioni e metafore del rapporto tra sé e il mondo.
I saggi raccolti nel libro, analizzando il concetto di abitare dal punto di vista teoretico della filosofia, della pedagogia, della psicoanalisi e dell’antropologia, tentano l’unificazione dei suoi significati lungo il crinale di una comune ermeneutica dell’abitare che vada nella direzione di una possibile koiné delle scienze sociali e lanciano la proposta secondo la quale sia possibile pensare tale concetto come “metafora attiva” per l’interpretazione dell’umano nel tempo del suo post.
Lo spazio abitativo della dimora rappresenta un’immagine incancellabile dell’animo umano, senza la quale la grammatica della vita affettiva avrebbe probabilmente una struttura completamente diversa e di conseguenza anche gli aspetti cognitivi dell’apprendimento e delle relazioni sociali ne sarebbero interessati. Da qui la convinzione che sia fondamentale “pensare” l’abitare, prima di “praticarlo”, all’interno di una circolarità del sapere e delle interpretazioni che suggerisce una fenomenologia dell’abitare come vero e proprio “sintomo dell’attualità”.

(in foto L’eremo di San Colombano)

27 Gennaio 2008. Il Giorno della Memoria della Shoah


0)

da rassegna.it

1) “Nell’anno centoquarantacinque, il quindici di Casleu il re innalzò sull’altare un idolo. Anche nelle città vicine di Giuda eressero altari e bruciarono incenso sulle porte delle case e nelle piazze. Stracciavano i libri della legge che riuscivano a trovare e li gettavano nel fuoco. Se qualcuno veniva trovato in possesso di una copia del libro dell’alleanza o ardiva obbedire alla legge, la sentenza del re lo condannava a morte. Con prepotenza trattavano gli Israeliti che venivano scoperti ogni mese nella città e specialmente al venticinque del mese, quando sacrificavano sull’ara che era sopra l’altare dei sacrifici. Mettevano a morte, secondo gli ordini, le donne che avevano fatto circoncidere i loro figli, con i bambini appesi al collo e con i familiari e quelli che li avevano circoncisi. Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicenda per non mangiare cibi immondi e preferirono morire pur di non contaminarsi con quei cibi e non disonorare la santa alleanza; così appunto morirono. Sopra Israele fu così scatenata un’ira veramente grande.” (1 Maccabei, 1, 54-64)

 

2) “La memoria della memoria, questa espressione sembrerebbe una “battuta” assurda o uno slogan pubblicitario. E sarebbe davvero tale, se la memoria consistesse nell’apertura di un nostro archivio segreto (individuale o collettivo, poco importa) per riportarne alla luce informazioni preziose che la trascuratezza o, peggio, la volontà di dimenticare, avrebbero tentato di occultare.
Ma non è necessariamente così.La memoria è un possente strumento per capire e per rispondere alle sollecitazioni del presente. La guerra nei Balcani, il Medio Oriente in fiamme, il minacciato “scontro di civiltà” dimostrano che l’odio fra le genti e le stragi degli innocenti non sono una pura e semplice eredità di un passato sogno di incubi; e allora, alle nostre menti si affaccia la domanda angosciata: ma sarà sempre così, anzi, sempre più così?La risposta implicita che abbiamo dato a questa domanda fino a questo momento era di concludere che la Shoah fosse stata a tal punto mostruosa da risultare incomprensibile con i comuni strumenti della mente umana, che fosse stata, in una parola, “follia”, sia pure follia criminale: follia degli uomini, follia di un intero popolo, follia di Hitler. E, come tale, almeno per coloro che credono nella razionalità di fondo dello spirito umano, irripetibile. Tanto da giustificare l’autentico giuramento con il quale si concludevano tutte le nostre manifestazioni: “Mai più”.
Sentiamo però che questo modo di affrontare la memoria non è più sufficiente. Perché la nostra premessa non è scevra da critiche; la memoria non è, infatti, un supporto magnetico cui attingere dati ma è una funzione attiva della nostra mente, che sa in partenza a quale tipo di dati rivolgere la propria attenzione e quali, invece, trascurare; che sa in partenza quali sono i problemi che deve affrontare e, spesso, ha già formulato, se non proprio un giudizio definitivo, almeno delle ipotesi di risposta; e cerca “nella memorie” quei dati che possono confermare o respingere il giudizio stesso.Possiamo dunque indicare dei cosiddetti “valori” che sono in realtà giudizi dei quali siamo già forniti a priori e che orientano il nostro modo di scavare in profondità nella memoria? Certamente, sì.Il primo dei nostri valori si chiama civiltà ed esso significa il procedere del consorzio umano dalla legge del trionfo del più forte a quella del supporto per i più deboli, dalla soppressione del rivale o di quello che si ritiene possa soltanto chiedere alla società senza nulla dare, al principio della solidarietà. Il secondo valore significa valorizzare la varietà umana, la ricchezza delle “altre” culture, delle altre lingue, delle altre Fedi. Esso significa la libera circolazione delle idee, senza opporvi ostacoli, neppure economici.Il terzo valore, infine, indica il dialogo, il confronto, la trattativa, come unici strumenti che possono risolvere i contenziosi umani, proibendo, come reato, qualsiasi ricorso alla violenza.”Memoria” significa allora scavare nel passato in modo selettivo, per cercarvi non tanto le gesta degli eroi sui campi di battaglia quanto gli esempi di solidarietà e di cooperazione; esempi forse rimasti nell’ombra ma non per questo meno rilevanti, forse al contrario. È questa infine quella Memoria che può diventare uno strumento di fiducia nel domani. È questa che ci accingiamo a celebrare.”

Prof. Amos Luzzato
tratto dal sito
dell’
Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
.
3) Documentazione per conoscere tratte da Olokaustos.org:
La legislazione tedesca contro gli ebrei, Le leggi razziali in Italia, Istruzioni per il concentramento e lo sterminio.

Nymphaea Armonyshow


Domenica 27 gennaio, 20.30
Nymphaea Armonyshow

Sprofonderei sin d’ora
nell’umida quiete
di quei boschi
specie nel sottobosco
ninfale che
bagnando nutre

(Rosemily Paticchio per Nimphaea)

Chiusura della mostra fotografica di Rossella Venezia
Visioni poetiche di Rosemily Paticchio
Performance di danza di Lea Venezia
Videoproiezione “Nimphaea”
________
Aperitivo
*****
NYMPHAEA, IL RITORNO ALLA NATURA
Domenica 27 gennaio alle 20.30, presso il Circoletto di Lecce in via delle Bombarde 13/b, nei pressi di Porta Napoli, si svolgerà la serata conclusiva della mostra di opere fotografiche di Rossella Venezia, risultato di un’originale esperienza fotografica, con espedienti digitali e tecniche che decantano tutta la naturalezza della corporeità femminile; un lavoro poliedrico che indirizza gli sguardi verso argomenti che oggi interessano tutto il mondo femminile e non solo.
Il messaggio prioritario che questo intervento vuole trasmettere coincide, infatti, con la riscoperta della vera naturale bellezza, che scaturisce principalmente dall’interiorità, e con l’esaltazione di un certo aspetto di leggiadria femminile che è del corpo ma soprattutto dell’anima. Ciò consente di sganciarsi dalla pesantezza dei soffocanti schemi mentali che tanto influenzano l’esistenza “sociale” di ognuno di noi. Solo in questo modo è possibile recuperare la piacevolezza dell’essere se stessi, e non falsi burattini di una società certamente molto difficile e complessa, che rende schiavi di un’immagine artificiosa. In particolare, si fa riferimento a problemi legati all’estetica, che spingono molte donne e adolescenti a situazioni d’insicurezza psicologica a causa della propria forma fisica, a volte con conseguenze drammatiche o persino fatali.
L’allestimento fotografico sarà accompagnato dalla performance di danza della danzatrice Lea Venezia, video-performance, e testi di poesia contemporanea a cura di Rosemily Paticchio.

Nymphaea

Rappresenta il ritorno alla natura, alla bellezza umana vera e propria.
Senza artificio alcuno…come un bozzolo che aspetta di divenire farfalla, come un girino che lentamente si trasforma si evolve come noi uomini.
Veniamo al mondo, crescendo subiamo metamorfosi, mostrando la nostra immagine, oggi alterata, migliorata, per renderla più gradevole agli occhi di chi l’osserva, per renderci conto poi che dura pochi istanti, il piacere della bellezza che diviene morboso quasi una malattia, ci si rende conto poi che non basta avere canoni prefissati, ma… il piacere d’essere se stessi per non sembrare falsi burattini di una società che ti rende schiavo dell’immagine, siamo uomini non oggetti che si ricostruisco, rimodellano, ma solo esseri umani.
….I bozzoli sfioriranno e avranno l’unicità della bellezza, unica, dissimile per ogni essere vivente.

“La flor más roja” un racconto di Ettore Maggi


Ettore Maggi
La flor más roja

A Gianni-san non piacciono le lame. Dice che sono da infami, e che quando hai una lama in mano, o un’arma qualsiasi, non sei più tu a usarla, ma è lei che ti usa. Gianni-san dice che quando hai una lama in mano puoi fare poco, sei troppo preso dalla volontà di colpire, e ti dimentichi che possono colpire te. Ti dimentichi che possono darti un calcio in un ginocchio, una bastonata, e buttarti giù.
Luciano ride, e dice che se avesse avuto una lama, a Verona, l’anno scorso, non andrebbe in giro con quel ricamo sulla faccia. Ma Gianni-san se ne frega, per lui non è un problema portare una cicatrice sulla faccia. Io credo che in fondo sia contento di averla.
Io ammiro Gianni-san, lui è il mistico del gruppo, infatti lo chiamiamo anche il Monaco. Gianni-san non beve e non fuma, e non mangia carne. Lo ammiro, però la lama ce l’ho, e anche Luciano e Roberto.
Roberto ha sempre anche il suo butterfly, e lo sa usare, lo fa girare in un modo assurdo, ma secondo lui il butterfly serve soprattutto per fare scena. Dice che è un’arma da camorristi, buona per spaventare e graffiare, oppure per ammazzare piantandolo di punta, ma non per combattere.
Io ho due coltelli, uno lo ha fatto mio padre, quando lavorava ancora alla raffineria. La lama proveniva da una valvola di scarico di un camion. Ci sapeva fare mio padre, se avesse fatto l’artigiano invece dell’operaio, chissà…
Ma il coltello di mio padre di solito lo tengo a casa.
Ci troviamo sempre nella nostra piazza, dietro il monumento. Questa è zona nostra. Abbiamo delimitato il territorio con le bombolette e con gli adesivi RedSkin e Sharp. L’altra sera al concerto della Banda Bassotti ne abbiamo presi altri. Io ho quelli con la stella rossa, Ama la musica odia il fascismo, e li ho attaccati anche a scuola ieri.
Mentre li attaccavo è passata la profe nuova, la supplente, quella che viene dal sud. Mi ha visto e ha sorriso. Mi piace, la profe nuova, ha i capelli neri, ricci e lunghi.
A volte la guardo, durante la lezione. Anzi, la guardavo, perché una volta mi ha detto di smetterla di fissarla, e io ho smesso, perché la rispetto. Non è come gli altri stronzi prof, lei è diversa. E poi è una compagna. Lo so, perché aveva la foto del Che sull’agenda.
Uno dei primi giorni mi ha visto la lama, avevo quella di mio padre. Non so perché, di solito non la porto in giro. E lei l’ha vista. Allora non la conoscevo ancora bene, la profe, e pensavo che fosse una stronza come quella che c’era prima, e quando ha visto la lama ho sorriso. Ma lei non si è spaventata. Allora ho capito che aveva le palle. E ho messo via la lama. Però poi lei un po’ di paura di me ce l’aveva lo stesso.
Tutti le dicevano che sono uno skinhead, e lei a vedermi rasato, con la Lonsdale e gli anfibi, mi credeva un bonehead, uno stronzo di skin fascio. Che poi adesso la Lonsdale la portano tutti i fighetti alternativi, ma comunque lei pensava che fossi un nazi di merda.
Un giorno ho visto che leggeva il diario del Che in Bolivia, e mi sono avvicinato.
Anch’io l’ho letto, profe.
Pensavo che fossi uno skinhead
, ha detto lei.
Sono uno skinhead, ho risposto.
Ho indicato le toppe sulle maniche del bomber. Da una parte RedSkin, dall’altra Sharp e Rash.
E lei mi ha chiesto RedSkin lo capisco, ma che significano Sharp e Rash?
Rash significa Red and Anarchist Skin Heads. Sharp invece significa Skin Heads Against Racial Prejudice. Skinheads antirazzisti, se preferisce.
Pensavo che gli skinheads fossero razzisti.
Quello sono i BoneHeads.
Pensavo che tutti gli skinheads fossero nazisti.
Lei crede a tutte le stronzate che dicono in televisione e sui giornali, profe?

Lei ha sorriso, e mi è piaciuto come lo ha fatto.
Hai ragione, ha detto.
Mi dispiace di averla spaventata, profe, quel giorno, con la lama.
Non mi sono spaventata. Quando insegnavo all’altro professionale, giravano coltelli più grossi.

Allora abbiamo iniziato a parlare tutti i giorni, e lei adesso mi presta un sacco di libri. Mi ha prestato di tutto, e di solito di notte resto un’ora a leggere i suoi libri. Quello che mi è piaciuto di più è Omaggio alla Catalogna, di Orwell, parla della rivoluzione spagnola, della guerra con i fascisti, degli scontri tra gli stalinisti e gli anarchici.
Quella parte l’ho capita un po’ meno, perché ci si sparava tra compagni invece di sparare ai fascisti? Ma non ho chiesto niente alla profe, e nemmeno a mio padre. Volevo chiederlo a Gianni-san, ma poi non ho detto niente nemmeno a lui. Alla profe perché non volevo sembrare ignorante, a mio padre perché non so mai se chiedergli qualcosa. A volte penso che mi consideri un coglione. Però mi ha fatto piacere quando mi ha regalato il coltello che aveva fatto. E quando è andato a parlare con la profe e lei gli ha parlato bene di me è rimasto sorpreso. Non ha detto niente, ma è rimasto sorpreso, lo so. Però era contento. Lo so, anche se non ha detto niente.
Una volta la profe mi ha prestato un libro di Hemingway. C’era un racconto che mi è piaciuto, La capitale del mondo. Parlava di un ragazzo spagnolo, un cameriere di Madrid, appassionato di tori e corride. Per scommessa con un altro cameriere, e per dimostrare di non aver paura, finge di essere un matador, con il grembiule, mentre il suo amico lo attacca con una sedia a cui ha legato due coltelli da cucina. La prima volta riesce a schivare, ma la seconda le lame lo feriscono e lui muore dissanguato. Ho raccontato la storia a Luciano, a Michele e a Roberto.
Roberto e Luciano dicono che loro avrebbero fatto lo stesso, invece Michele dice che quel ragazzo del racconto, Paco, era uno stronzo. Secondo lui non è stato coraggioso. Secondo lui solo un coglione muore così, squarciato da una lama legata a una sedia, fingendo di essere un torero.
Stasera, abbiamo trovato una scritta, sul muro di fronte alla nostra panchina: Milanese infame per te ci sono le lame. Sotto c’era un fascio.
A noi non piacciono i milanesi, soprattutto quegli stronzi fighetti che vengono nelle nostre spiagge d’estate, con le moto e le macchine. Però non ci piace nemmeno che qualcuno faccia delle scritte nella nostra zona. Abbiamo cancellato il fascio, ma la scritta abbiamo deciso di lasciarla, anche se Luciano non era d’accordo. Luciano dice che sa chi è stato, a scriverla. Ci sono dei boneheads che frequentano un pub, qua vicino.
Il loro capo è Lupo, uno skin alto e tosto. Pare che lui e Gianni-san fossero amici da ragazzini.
Luciano dice che dovremmo andare a cercarli e fargliela cancellare.
A me sembra una stronzata e gli altri sono d’accordo con me.
Siete tutti senza palle, dice Luciano.
È una stronzata, ripete Gianni-san.
Tu lo dici perché non vuoi metterti contro Lupo, dice Luciano. Lo sappiamo tutti che siete amici. Guardiamo Gianni-san.
Non siamo più amici. Però lo rispetto.
Ma lui è venuto qui a fare quella scritta.
Che cazzo ne sai che è stato lui?
Se non è stato lui, sarà uno dei suoi.
Appunto.
Va bene. Tu non vuoi metterti contro Lupo. Ma voi? Voi siete dei conigli,
dice Luciano.
Vattene a ‘fanculo, dice Michele.
Ci vado anche da solo, dice Luciano.
Tu sei fuori.
Tu invece sei un coniglio.
‘Fanculo. Non devo dimostrarti niente,
dice Michele.
Luciano ci guarda e se ne va. Siete tutti senza palle, grida.
Noi restiamo in silenzio e guardiamo Gianni-san.
Gianni-san è un mito, per me. È il più grande di noi, lavora insieme a Roberto in un magazzino di frigoriferi. Una volta il direttore del magazzino aveva cacciato via una ragazza, e lì sapevano tutti perché. Il direttore le aveva messo le mani sul culo e lei lo aveva preso a schiaffi.
La settimana dopo Gianni-san e Roberto lo hanno aspettato sotto casa, con i caschi integrali. Lo hanno aspettato nel portone, e quando lui è uscito dalla macchina non hanno perso tempo. Calci e pugni da rompergli le costole e il naso. Poi mentre Gianni-san lo teneva, Roberto ha tirato fuori la lama. Lo stronzo si è pisciato addosso, e Roberto gli ha lasciato un ricordo sulla faccia.
Così quando si guarda allo specchio se lo ricorda, dice Roberto, quando lo racconta. Gianni-san invece non dice niente. Sorride, e basta.
Entro a casa, vedo la luce dalla cucina. Mio padre sta guardando la televisione, e bestemmia. Mio padre bestemmia sempre quando guarda la televisione. Lo saluto e lui si volta e mi guarda, poi guarda l’orologio, e bestemmia.
Entro in camera, mi sdraio sul letto e guardo il coltello che ha fatto mio padre. Lo apro e guardo la lama. Lo tengo sempre qua vicino al letto, e lo guardo spesso. La settimana scorsa mio padre è entrato in camera e l’ha visto. Mi ha guardato e mi ha chiesto come andava la scuola, ma ha continuato a guardare il coltello.
Bene, gli ho detto. E al lavoro, come va?
Bene
, mi ha detto, ma so che non era vero. So che vogliono chiudere la fabbrica, anche se lui non ne ha mai parlato.
Poi mi ha chiesto perché tenevo lì il coltello, aperto, come se lo dovessi usare. Ho alzato le spalle. Non sapevo cosa dire, e anche lui è stato zitto.
Lascio il coltello aperto e prendo il libro che mi ha prestato la profe. È un altro libro di Hemingway, Per chi suona la campana. Mi piace, parla della guerra di Spagna anche questo, come quello di Orwell. Alla fine del libro Robert Jordan, l’inglés, come lo chiamano i suoi compagni spagnoli, rimane ferito e protegge la fuga degli altri.
Era tosto, l’inglés, un vero duro. Se vuoi essere rispettato, devi essere duro. Il problema è che se vuoi essere duro, lo devi essere sempre. Questo è più difficile.
Anche la profe è dura. Non si è spaventata quando ha visto la lama. Secondo me un po’ di paura ce l’aveva, ma se la è tenuta dentro. Essere duri è questo, non serve portare una lama in tasca.
A scuola oggi non c’era la profe. Dicono che è malata. Mi dispiace che stia male, e poi avrei voluto vederla, oggi, e parlare con lei. Lei è l’unica profe con cui riesco a parlare. Volevo anche restituirle il libro di Hemingway. Nell’intervallo vedo Michele, e mi viene da chiamarlo Miguel. Sarà che ho letto tutti quei nomi spagnoli. Miguel mi dice che Luciano ieri è andato nel pub dei boneheads.
Che cazzo dici?
Ti dico di sì. Ha rubato un bomber, e dentro c’era una lama.

Andiamo a cercare Luciano. Ha un bomber verde militare con lo scudetto italiano sulla manica destra. Sulla sinistra c’è uno strappo.
C’era una svastica. Quella l’ho tolta e l’ho buttata nel cesso, dice Luciano.
Miguel mi ha detto che c’era una lama, dentro.
Chi cazzo è Miguel?
Lui
, dico indicando Michele.
Luciano mi fissa come se fossi pazzo, poi si guarda in giro e mette una mano in tasca.
Eccolo, dice.
La lama scatta e brilla al sole.
Non si può più dormire, la luna è rossa, rossa di violenza, bisogna piangere i sogni per capire. Non ricordo come continua la canzone, la cantava la Banda Bassotti al concerto, ieri sera, questa canzone, ma non la ricordo tutta.
Sono tosti, quelli della Banda. Romanacci, ma tosti, compagni di quelli duri. I romani non mi piacciono molto, una volta ho conosciuto una ragazza, una che ha lo stesso nome di quel regista romano. Era una stronza, una che se la tirava da alternativa impegnata, ma era una stronza, e poi faceva l’intellettuale, con tutti i suoi amici alternativi ed era più ignorante di me. Invece quelli della Banda Bassotti sono muratori, mica fighetti alternativi che se la tirano da intellettuali, loro fanno i muratori, Avanzi di cantiere, come dicono loro.
Al concerto siamo andati tutti. Io, Gianni-san, Miguel, Luciano e Roberto. Era bello, eravamo tutti compagni, un sacco di skin. In realtà non tutti erano skin, ma stavamo tutti insieme, bevevamo tutti insieme e ballavamo tutti insieme, e non c’è stato nessun casino e quando la Banda ha attaccato Ska Against Racism cantavamo tutti Di che colore è la rabbia che corre dentro le vene, un rosso sangue che ad ogni battito griderà sempre più forte Ska Against Racism!
Mi piace andare ai concerti. Mi piace ballare lo ska. Una volta ho sognato che ballavo a un concerto, suonavano tutti gruppi ska, tutti gruppi tosti, c’era anche la Banda. C’erano tutti i miei amici e c’era anche la profe, e ballava con me.
Chissà come riderà, quando glielo dirò. Riderà, però a me piacerebbe davvero ballare lo ska con lei.
C’era anche un’altra canzone che cantava la Banda, la cantavano in spagnolo, El Quinto Regimiento, una canzone della guerra civile spagnola, e a me mi sono tornati in mente i libri che mi ha prestato la profe, e pensavo a Robert Jordan e a El Sordo, a Pablo e a Pilar, pensavo a Maria, e cantavo Anda Jaleo Jaleo, suena la ametralladora, y el cabrón se va a paseo, e pensavo di assaltare il ponte e mi vedevo ferito, e dicevo agli altri di scappare e sparavo con la mitragliatrice e cantavo Con el quinto, el quinto, el quinto regimiento, madre yo me voy al frente, para la linea de fuego.
Oggi sono stato in biblioteca. Quando sono entrato mi hanno guardato male, c’era la tipa che abita vicino a casa mia, mi ha chiesto se avevo bisogno di qualcosa. Gli ho detto che volevo fare la tessera. Mi ha guardato come se non capisse, allora l’ho ripetuto e lei ha continuato a guardarmi, ma non si è mossa. Stavo per incazzarmi, stavo per dirle Che cazzo vuoi, stronza, non sono degno della tua tessera di merda?
Poi è arrivata un’altra tipa, una vecchia, gentile, mi ha fatto lei la tessera.
Le ho chiesto quanto costava e lei ha sorriso e ha detto Niente, ragazzo, la tessera è gratuita.
Allora le ho chiesto se avevano libri di Fenoglio. Ce ne ha parlato la profe a scuola, e volevo leggere qualcosa. Fenoglio era uno con le palle, ha fatto il partigiano, ha combattuto contro i fascisti. La vecchia gentile mi ha detto che avevano Il partigiano Johnny, La malora e La paga del sabato.
Non sapevo cosa prendere, allora lei mi ha detto Per iniziare leggi La paga del sabato.
Di che cosa parla?, le ho chiesto.
Di un ex partigiano che dopo la guerra diventa un contrabbandiere.
La storia mi piaceva. L’ho preso in mano, e l’ho sfogliato. Poi ho sorriso.
Che c’è? mi ha detto.
Credo che mi piacerà. Il protagonista si chiama Ettore. Si chiama come me, ho detto e la vecchia gentile ha sorriso.
È un bel nome Ettore, ha detto.
La luna stasera è davvero rossa. Miguel è seduto accanto a me nella panchina, Luciano beve una birra. Stasera la lama l’ho lasciata a casa. Abbiamo visto una macchina delle Giacche Blu girare attorno alla piazza, e Gianni-san e Roberto sono andati via. Torneranno più tardi, forse. Ma vorrei che fossero già qui quando vedo i boneheads.
Non sono tanti, solo tre, ma dall’aria dura. Uno si fa avanti. È impossibile non riconoscerlo, è Lupo. Gli altri restano dietro, ci guardano e sorrido. Si sentono sicuri dietro Lupo.
Dov’è Gianni?, dice, e la sua voce è bassa, calma.
Luciano si alza, si pianta davanti a loro, non troppo vicino, e lo guarda.
Non c’è. Che vuoi da lui?
Lo sai quello che voglio.
Gianni non c’entra. Ce l’ho io la lama.
Allora dammela, e finisce lì.

Luciano ci guarda. Miguel annuisce. Io anche. Ma capisco che non può cedere così.
Adesso è mia, dice Luciano. Che mi dài in cambio?
I due boneheads dietro Lupo ridacchiano.
Che figlio di puttana.
Ti ha fregato la lama e vuole anche qualcosa in cambio, Lupo.
Spaccagli il culo, Lupo. Spaccagli il culo a quel rosso di merda.
Rotto in culo bastardo.

Lupo dice ai suoi di stare zitti, ma nemmeno lui può cedere. Luciano risponde agli insulti. Miguel mi guarda. Sta sudando.
Dove cazzo sono Gianni-san e Roberto? Roberto con i suoi nunchaku e il butterfly, Gianni-san con la sua forza.
Lupo si lancia contro Luciano. Uno dei boneheads viene verso di me. È della mia taglia, basso e tozzo. Mi slaccio la cintura e la faccio roteare. Lo colpisco sull’orecchio, ma lui non sente niente. E tira fuori la lama.
Allora ho paura. Mollo la cintura e indietreggio. Miguel si gira e mi guarda, e si prende un cazzotto, ma anche lui sembra non sentirlo, poi finisce a terra e prende calci e pugni dai due boneheads.
Miguel continua a guardarmi. Io indietreggio ancora, poi scappo.
Gianni-san e Roberto sono davanti al portone di casa. Fumano e mi guardano. Sì, guardano me. Perché mi guardano? Perché mi guardano così?
Che cazzo è successo, dice Roberto.
Niente. Non è successo niente.
Non dire stronzate. Che cazzo è successo?
Niente
, ripeto. Non è successo…
Poi vedo gli occhi di Gianni-san. Merda. Perché mi guarda così?
I boneheads… riesco a dire. I boneheads. Lupo e altri due.
Roberto getta la sigaretta e inizia a correre. Gianni-san continua a guardarmi. Non dice niente, non parla, ma i suoi occhi sì. Dicono che sono un coniglio. Dicono che sono un infame. Poi inizia a correre anche lui.
Allora resto solo. Non voglio restare solo. Corro, e mi manca il fiato, le gambe sono di legno, la gola brucia, ma arrivo fino alla piazza.
Miguel e Luciano sono a terra, pestati a sangue. Gli hanno portato via bomber e anfibi. Sentiamo una sirena e arrivano sbirri e ambulanza, ma le Giacche Blu non ci vedono, così possiamo allontanarci.
In silenzio, perché Roberto e Gianni-san non parlano. Ma so cosa stanno pensando. Roberto prende nunchaku e lama, infila il casco, sale sulla vespa dietro a Gianni-san. Io non esisto più, per loro, sono diventato invisibile.
Mi siedo e li guardo mentre si allontanano.
Se va lo mejor de España, la flor más roja del pueblo.
Penso a Robert Jordan. Poi mi alzo e li seguo. Sono scomparsi, ma so dove stanno andando. Li seguo, e inizio a cantare.
Con el quinto, el quinto, el quinto, con el quinto regimiento, madre yo me voy al frente, para la linea de fuego.
Arrivo davanti al pub, Gianni-san e Roberto sono già dentro. Suena la ametralladora, inglés?
Una ragazza urla. I boneheads sono tanti, troppi, ma noi non abbiamo paura, noi siamo lo mejor de España, la flor más roja del pueblo.
Lupo è davanti ai suoi. Guarda Gianni-san, ma non si muove, e nemmeno Gianni-san si muove.
Io cerco di avvicinarmi ai miei amici, alla flor más roja del pueblo, ma un nazi viene verso di me, Anda Jaleo Jaleo, suena la ametralladora. Gli spacco una sedia sulla testa, poi lo prendo a calci, y el cabrón se va a paseo, afferro un’altra sedia e cerco di raggiungere i miei amici, la flor más roja, ma un altro bonehead mi scaraventa contro un tavolo. Urlo, ma non per il dolore, poi mi rialzo, e lui tira fuori una lama.
Gianni-san mi guarda, poi guarda lui, poi me. La mia lama, quella che mi ha regalato mio padre è sul comodino, l’altra chissà dove.
Il bonehead è davanti a me, ma non si avvicina. Se avessi portato la lama di mio padre, adesso la tirerei fuori. Gianni-san mi guarda ancora, tutti ci guardano adesso. Sono fermi e ci guardano. Perché ci guardano così?
Il bonehead continua a guardarmi senza muoversi. Suda, ha la faccia bianca.
Avanti, urlo, dài, vieni! Vieni, cabrón!
Anche i suoi amici lo guardano, lo stanno guardando come Gianni-san e Roberto guardano me. Poi vedo la gamba di legno della sedia che ho sfasciato prima e la prendo. Gianni-san mi ha insegnato a usare i bastoni.
Vieni!, urlo ancora al bonehead, Vieni, cabrón!, ma lui resta fermo. Mi lancio verso di lui, lui si muove e allora lo sento. Sento il freddo del metallo. Sento lo squarcio, lo vedo, e vedo la faccia del bonehead che diventa ancora più bianca e la lama cade a terra.
Uno di loro urla Che cazzo hai fatto? Poi scappano, scappano tutti, anche Roberto. Lupo si ferma un attimo sulla porta, si volta, mi guarda, scuote la testa, poi guarda Gianni-san, ed esce.
Gianni-san è rimasto, si inginocchia vicino a me, e si sporca di sangue anche lui, e mi chiede se mi fa male.
Non mi fa male, non tanto, credevo che uno squarcio così facesse più male. Poi penso al libro della profe. Come faccio, adesso? Si incazzerà se non le restituisco il libro, non me ne porterà altri, e magari non parlerà più con me. E anche la vecchia gentile della biblioteca.
Diglielo, alla profe, che glielo restituisco…
Gianni-san mi guarda, ma non dice niente, o forse sono io che non riesco a sentirlo. Chissà cosa pensa di me, adesso.
Chissà cosa penserà di me Miguel. Chissà se penserà che sono un coglione come Paco o un duro come Robert Jordan.
Chissà cosa penserà di me la profe.
Chissà cosa penserà mio padre.
Chiudo gli occhi e inizio a cantare, la voce mi manca, ma mi sforzo, Anda Jaleo Jaleo, suena la ametralladora, e Gianni-san canta con me, y el cabrón se va a paseo, y el cabrón se va a paseo.

pubblicato su concessione dell’autore
il racconto è tratto da “Il gioco dell’inferno”
di prossima uscita per Besa Editrice

ETTORE MAGGI
è nato a Cagliari da padre genovese e madre sarda, e ha quasi sempre vissuto a Sestri Ponente (Genova). Lavora come tecnico di laboratorio precario nella ricerca scientifica da dodici anni. Attualmente lavora a Milano.

Nel 2003 ha vinto la sezione giovani del Premio Letterario Teramo 2003, presieduto da Walter Pedullà. È presente in diverse antologie di vari editori quali Addictions, Carabà, Ed. Terzo Millennio, Sonzogno e Mondadori (“L’uomo nel cerchio”, “La donna nel ritratto”, “Brividi neri”, “Non siamo stati noi. Racconti sul G8”, “Passi nel delirio”, “Fez, struzzi e manganelli”, “Professional Gun”), sarà ospite anche dell’antologia “Anime nere 2” di prossima uscita con Mondadori. Ha pubblicato un racconto sull’Agenda FNAC 2004 (insieme a C. Lucarelli, A. G. Pinketts, Alan D. Altieri, Alessandra C. e altri autori). Ha tradotto per la casa editrice Alacrán i romanzi Whiskey Sour di J. A. Konrath (2007), Corpus Delicti (2007) di Andreu Martín, Cronache di Madrid in nero (2007) di Juan Madrid. Collabora attualmente con la rivista letteraria M-Rivista del Mistero, con Sonzogno e con la casa editrice Alacrán di Milano. Ha pubblicato su Addictions, Il Foglio Letterario, M-Rivista del Mistero, Cronaca Vera, Confidenze, Il Segnalibro. Ha collaborato con la rivista AltroQuando-ArtVillageMagazine di Bologna nel 1999-2000.
se hai trovato il contenuto di questo articolo interessante iscriviti ai feed di musicaos.it

Attore Opera Viva. Dal 31 gennaio a Lecce.


Associazione Culturale
FondoVerri/TeatroBlitz

Il TeatroBlitz/Fondo Verri riprende il lavoro sulla formazione dell’attore.
Riaprono le iscrizioni per partecipare al Laboratorio Teatrale“Attore Opera Viva”, diretto dall’attore-regista Piero Rapanà e promosso dal TeatroBlitz/Fondo Verri. Il corso è rivolto ad un massimo di 10 partecipanti che vogliano avvicinarsi al mestiere dell’attore in un lavoro pratico sulle tecniche e i modi del fare teatrale. Un percorso di ricerca e sviluppo delle capacità espressive, percettive e creative del proprio essere corpo/voce, per acquisire gli strumenti necessari per creare la propria “opera”, avvicinarsi ad essere ” autore/attore”. Dal gesto al movimento, dal respiro al canto, dal silenzio alla parola, dall’idea alla costruzione , un lavoro sull’ascolto, sulla percezione e scoperta delle capacità fisiche-sensoriali, e un approccio alla dizione, drammatizzazione, recitazione e messa in scena, queste le materie di lavoro per 4 mesi di laboratorio

Il corso avrà inizio il 31 Gennaio, con frequenza bisettimanale ogni martedì e giovedì dalle 19,30 alle 22.00.
Le adesioni per partecipare al laboratorio sono aperte sino al 30 Gennaio e devono essere comunicate al n° 0832.304522 o fondoverri@tiscali.it.

TeatroBlitz/FONDO VERRI
Via S. Maria Del Paradiso n.8 Lecce
telefax 0832.304522 fondoverri@tiscalinet.it

Incipit


Luciano Pagano
Incipit

Dal profondo della terra preme
Nelle vene il sangue
Di padre di madre ogni globulo chiede
Che io ami in eccesso
Sia il bene assoluto che assolve
Per ciò che avete fatto di ciò che non avete fatto
Delle cose visibili in quelle invisibili
Delle cose buone e di quelle ingiuste
Grido che stridulo rende secco
Il rumore della finestra alluminio roveto
In estasi di serrande di serrande un giorno
Hai udito il tuono.

La lettera al padre
Miniata da Kafka pure iniziava
Con queste parole: “Caro Papà”.

(in foto Guglielmo Malato, Famiglia)

Il "teatro totale" di Alfio Petrini


Enrico Pietrangeli
su “Teatro totale” di Alfio Petrini

Titivillus, diavoletto dello spettacolo, si manifesta rendendo fruibili idee integre dalla censura di “monaci medioevali” ed accoglie questo saggio di Petrini nella sua collana Altre visioni, dove prendono forma ulteriori spunti per la didattica del settore. Teatro totale è sintesi e strumento di ricerca, momento d’intersezione delle arti e, al contempo, uno scorcio rinascimentale, prospettiva verso il più antico e connaturato varco predisposto a sincretismi e sinestesie, una pluralità del linguaggio che non può rinnegare le origini, per ricalcare più direttamente il pensiero dell’autore. Quella del teatro totale è, in ogni caso, un’esperienza che vede coinvolto Petrini in un lungo percorso, di cui compare a tergo del libro quella relativa al primo convegno internazionale svoltosi a Roma nello scorso 2001. Attore, regista, drammaturgo, critico e redattore della rivista INscena, l’autore, in questo libro, si avvale dell’introduzione di Giancarlo Sammartano, empatica e gradevolmente romantica nel rivendicare attraverso la scena “un volontario destino”; forse un po’ più riduttiva nel rilevare le vesti di un “apprendista proletario che si fa maestro aristocratico”, un interessante spunto di dibattito s’intravede comunque nella chiusa: “salutare con-fusione di Teatro e Vita”. Petrini guarda alla ricerca senza mai perdere di vista la tradizione, fintanto da ravvisare “una necessità sociale” nella “pluralità del teatro”. “L’unità nella diversità” è il dogma che ne scaturisce. Nel complesso, risulta essere un ottimo compendio generale, sviluppato con pathos e tesi originali che tendono a personalizzarne la fattura. Ripercorrendo le varie strutturazioni del teatro, si approda in maniera più incisiva verso le avanguardie ed il teatro futurista, profondamente rivalutato attraverso la figura di Marinetti, sul quale il silenzio imposto viene additato come preconcetto ideologico sul giudizio artistico. Il paragrafo iniziale dedicato al teatro totale evidenzia subito una prima grande figura, quella di Wagner, il teorizzatore, ma anche quella di Artaud ed il suo “doppio” prende subito consistenza come un inevitabile punto di riferimento per l’intero argomento trattato. Naturalmente sia Stanislavskij che Grotowski sono imprescindibili come eredità del teatro più moderno. Grande rilevanza è riservata alla poesia o meglio a quel “valore aggiunto” inteso a sottolineare che teatro e parole sono strettamente vincolate alla corporeità dell’azione, “parola del non detto”. Se “l’opera d’arte esiste nel suo divenire”, il regista non può far altro che tradirla per amore ed è un “fare poetico” che racchiude il “favoloso possibile” a ricondurlo al nulla, ovvero allo “spazio della creazione”. Beckett e Shakespeare sono quei “cattivi pensieri” indispensabili per scavare oltre e specchiarci nelle nostre eresie barbariche, tasselli pressoché fondamentali nell’espressione della totalità. Un attento sguardo è rivolto alla panoramica delle tecnologie digitali, alla multimedialità ma anche all’intermedialità passando per la pop art, la performance, l’happening e quant’altro ancora fino a reinventare “le regole della visione e della percezione”. Da Fluxus, John Cage e gli anni Sessanta alla più prossima generazione degli anni Novanta, così variegata e composita, sino a quel nuovo teatro che ha tentato di forzare verso un “ritmo cinematografico o da videoclip” giungendo, infine, alle forme cosiddette estreme o eXtreme, quelle dove la crudeltà è esplicita nelle ferite come nel dolore teatralizzati nella live art. Il paragrafo de L’attore me stesso conclude il tutto in un personale riepilogo della diretta esperienza dell’autore che poi è divenuto anche “maestro”. Teatro totale, ovvero la vita e tutte le sue sfumature che, abbattendo la barriera della scena, nel Novecento finiscono col coinvolgere il pubblico in prima persona. Che il teatro si possa confondere nella vita e viceversa, del resto, è cosa ben più remota. Il punto è determinare un’etica che, indubbiamente, è più facilmente accertabile nella rappresentazione, piuttosto che nella confusione. Magari anche in questo caso, perché no, nasce l’esigenza di una “fusione” con quanto l’autore vuole addurre alla luce come indispensabile aspettativa della vita.

Teatro totale, Alfio Petrini , Titivillus, 2006, 14€

questo intervento è comparso
su “Le reti di Dedalus” del mese di gennaio 2008

se hai trovato il contenuto di questo articolo interessante iscriviti ai feed di musicaos.it

 

Stefano De Matteis e l'editoria nel Sud. Intervista di Andrea Di Consoli


Dopo quasi un anno di fermo (il tempo di cambiare promotore, e aumentare il numero delle uscite) “L’ancora del Mediterraneo” e “Cargo“, le sigle editoriali napoletane, tra le principali del Sud, tornano fra qualche giorno in libreria. Dopo aver fatto esordire scrittori come Saviano, Pascale, Lucente e Zaccuri, e dopo aver pubblicato libri di Berardinelli, Naldini, Cederna, Fofi e Niola, si prevede un anno molto ricco per la piccola casa editrice campana.
Il direttore e fondatore delle sigle è Stefano De Matteis, nato nel 1954 a Napoli e formatosi, sin dal 1977, a Milano, lavorando da Feltrinelli, da Garzanti e, dal 1985 al 1992, con Mario Spagnol della Longanesi.
Nel 1992 De Matteis decise di ritornare a Napoli, dove prima ha fondato una rivista con Gustav Herling (“Dove sta Zazà”), poi ha collaborato a “Il mulino” e alla pugliese “Argo”, fino a fondare, nel 1999, “L’ancora del Mediterraneo” (“Cargo” nascerà, da una costola de “L’ancora”, nel 2005).

De Matteis, perché nel Sud Italia non è mai nata un’editoria forte, a carattere industriale?
Primo, perché al Sud non c’è mai stata una vera imprenditoria di mercato. Secondo, perché l’editoria non è mai stata vista come un’attività remunerativa, ma semplicemente come qualcosa che rientrava nei lussi dell’assistenza istituzionale. Quindi non si è mai costituita un’imprenditoria che lavorasse sulla cultura. Non a caso a Napoli c’è San Biagio dei librai, invece non esiste un San Biagio degli editori. La storia editoriale meridionale è soprattutto una storia di tipografie e di librai.

Quali sono, a suo avviso, le principali sigle editoriali del Sud?
Ovviamente “Laterza” e “Sellerio”.

Può l’editoria di progetto avere un legame forte con il proprio tempo?
Certo che può, sia per quel che riguarda L’Italia, sia per il Sud in particolare. Noi, per esempio, abbiamo anticipato quello che poi è capitato a Scampia, oppure il problema dell’immondizia.

Quali sono i principali problemi della piccola editoria di progetto?
Il problema principale della piccola editoria è saper creare un rapporto diretto con il lettore, nel senso che c’è un rapporto difettoso con i lettori, che adesso sta migliorando tramite internet, ma siamo il paese che spende meno su internet, perché non c’è un rapporto fiduciario con questo strumento e con le carte di credito. E poi c’è stato un grande cambiamento in libreria. Le librerie “grandi spazi”, come tutti sanno, smerciano soprattutto i famosi “non libri” per il famoso “non pubblico”.

Cosa significa fare l’editore a Napoli?
La difficoltà è questa: se tu apri un’impresa al Nord, le banche ti guardano come una persona interessante; se tu apri un’impresa al Sud, le banche ti guardano come un “mariuolo”. Noi abbiamo iniziato con capitali privati, non ci siamo mai seduti a nessun tavolo politico o di spartizione culturale, non abbiamo mai voluto nessun vantaggio dalle istituzioni e dall’università. Questa scelta ci è costata molto cara. Solo quest’anno, per la prima volta, faremo un accordo con la Regione Campania, perché pubblicheremo “Questa corte condanna. Spartacus, il processo al clan dei casalesi”, libro a cura di Maurizio Braucci e Marcello Anselmo. In questo caso l’accordo con la Regione è stato interessante, perché permetterà di distribuire il libro nelle scuole, dove verrà fatto un lavoro capillare sull’educazione alla legalità.

Il pubblico dei lettori è peggiorato in questi ultimi anni?
Assolutamente no. C’è stata però una forbice che si è molto divaricata tra quelli che leggono molto e quelli che leggono un solo libro all’anno.

I promotori hanno una grande responsabilità?
E certo che ce l’hanno, perché devono posizionare bene i libri, fare un braccio di ferro con il libraio, sempre meno motivato. Il libraio purtroppo non è più il consulente dei lettori, ma è uno che riempie le schede e sposta i libri. Un tempo il libraio consigliava, era una figura di riferimento per l’editore. Oggi, con la rotazione che c’è, i librai fanno solo lo spelling sul computer per vedere se un libro c’è o non c’è.

La piccola editoria è anche un luogo di improvvisati e di cialtroni?
Sicuramente. Ci sono alcuni come me che vengono dall’editoria “pura”, e molti che usano il surplus dei loro guadagni, fatti in altro modo, decurtandoli dalle tasse, e li investono in piccole case editrici. Mantengono quindi in vita una struttura dove non c’è un progetto forte. Se si prende invece Fanucci, e/o, Donzelli, e via a scendere fino a “L’ancora”, c’è un’identità tra imprenditore, ideatore e sistema editoriale. In molti casi, invece, c’è un’estraneità completa.

Ci sono anche speculazioni?
Penso proprio di sì. Ci sono situazioni dove si fanno grossi investimenti, non sempre trasparenti, per costruire marchi che possano funzionare a livello di mercato.

Quali sono le caratteristiche di un’editoria indipendente di progetto?
L’editoria di progetto costruisce un percorso sui tempi lunghi. L’editoria di speculazione, invece, è fatta di improvvisazioni che lasciano ben poco. C’è una tempistica che è completamente diversa, quando fai un’editoria di progetto, perché ti costringi ogni giorno a immaginare il futuro.

E’ rilevante l’editoria a pagamento? E come la giudica?
Purtroppo credo che sia molto rilevante, soprattutto quella che si appoggia all’università, in specie al Sud. Questo tipo di editoria, al di là di qualsiasi ragionamento etico e culturale, non mi piace per due motivi: primo, perché si crea una ridondanza di mercato, perché s’intasano le librerie con prodotti mediocri; secondo, perché si creano una miriade di sigle editoriali senza nessuna credibilità.

Chi sono i nemici dell’editoria di progetto?
I nemici sono tutti quelli che fanno non libri, non cultura, e che non insegnano a leggere. Il vero nemico, come suole dirsi, è la moneta falsa.

Quali sono le differenze tra “Cargo” e “L’ancora del Mediterraneo”?
“Cargo” è un marchio nuovo nato nel 2005. Fino ad ora vi abbiamo pubblicato 15 titoli (tra gli altri, Arenas, Grass, Goytisolo), mentre solo nel 2008 ne faremo altri 15. “Cargo” pubblica esclusivamente narrativa straniera, e la direttrice editoriale è Milena Ciccimarra. “L’ancora del Mediterraneo” manterrà la collana “Le gomene”, che pubblicherà libri di attualità e pamphlet, la collana “Odisseo”, che farà gli esordienti e i narratori italiani, e “Gli alberi”, che sarà la collana della saggistica “pura”.

Ci dica alcuni titoli in uscita.
Per “Cargo” è in uscita MacPherson, che è un giornalista di guerra americano, che ha scritto un romanzo su una banda di americani che decide di aiutare il presidente a trovare le armi di distruzione di massa in Iraq. Poi uscirà un altro americano di “disinformations”, che si chiama Nick Mamatas, con un libro intitolato “Come mio padre ha dichiarato guerra all’America”. Per “L’ancora” uscirà un reportage sui rom d’Europa di un austriaco, Gauss, che s’intitola “I mangiacani di Svinia”, perché uno dei grandi olocausti del ‘900 è proprio quello dei rom.

Avete anche pubblicato molti libri sui gulag e sui lagoai cinesi.
Adesso facciamo per il “Memento Gulag”, a novembre, la storia di un jazzista russo finito in un gulag. La collana su questi temi si chiama “Un mondo a parte”, in omaggio a Gustav Herling, che è stato, ed è tutt’ora, l’ispiratore de “L’ancora del Mediterraneo”.

(in foto la bibliochaise, di nobodyandco)

se hai trovato il contenuto di questo articolo interessante iscriviti ai feed di musicaos.it

A passo d'angelo: l'avventura Untitl.Ed


Presentazione della casa editrice Untitled Editori (Untitl.Ed) e del libro

“A passo d’angelo”

sabato 26 gennaio 2008, ore 19,00
presso la Libreria Icaro, via Liborio Romano 23, Lecce  

A passo d’angelo: l’avventura Untitl.Ed

presentazione della casa editrice Untitled Editori (Untitl.Ed) e del libro “A passo d’angelo

Interverranno:
Anna Maria Palladino (Untitl.Ed)
Mikel Capelli (autore)

Francesco Farina (giornalista)
Untitl.Ed

Untitl.Ed (Untitled Editori) nasce nel 2005, ed è stata la prima casa editrice a pubblicare esclusivamente libri scritti da blogger. L’idea fondante di Untitl.Ed è quella di creare un ponte tra l’autopubblicazione sul web e l’editoria tradizionale. Untitl.Ed sceglie i suoi autori in base a ciò che scrivono quotidianamente in rete, e li sfida a costruire un libro nuovo – su commissione cioè.
Si guarda al blog dunque non come a una vetrina di testi, ma come al vocabolario effettivo dell’autore, dal quale il libro intravisto prenderà impulso e struttura.
I libri Untitl.Ed sono tutti uguali e non hanno il nome dell’autore in copertina: untitled è inteso come de-titolato, ovvero privo di titoli preventivi che autorizzino lo scrittore a scrivere. Untitl.Ed invita pertanto i suoi autori a fare un passo indietro, a rinunciare a trasformarsi in personaggio-autore (costruendo su quest’immagine la fortuna del proprio libro), affidandosi solo alla forza e all’evidenza delle proprie parole scritte. Esattamente come avviene in rete – dove ognuno è relativamente anonimo, ma non per questo meno riconoscibile.

www.untitlededitori.com

A passo d’angelo

“D’angelo” è il passo di chi cammina colloquiando, con se stesso e col mondo. In marcia lungo il Cammino di Santiago: un andare musicale in versi e prosa, energico e pacifico, per dar conto di sé.A passo d’angelo è il settimo libro di Untitl.Ed, il primo della terza “terna” di libri.
Mikel Capelli è un blogger. Il suo indirizzo in rete è www.sghembo.com

salotto post litteram [segni in forme diverse]


salotto post litteram [segni in forme diverse]
rassegna letteraria di Arterìa e Centro Studi Opìfice
Bologna, 27 Gennaio – 25 Maggio 2008

salotto post litteram è la rassegna letteraria che accompagnerà la città di Bologna fino all’estate. Le date in rassegna saranno venti e vedranno alternarsi le migliori energie del panorama letterario italiano, rappresentate da sedici case editrici. Ci saranno incursioni musicali, reading, videoproiezioni, installazioni, fumetti e vignette.

h. 19.30 – Arterìa, Bologna

Domenica 27 Gennaio 2008
Gianmichele Lisai (chitarra)  presenta e accompagna nelle letture Ivano Bariani con “Il precursore” (Sironi editore) e Giorgio Fontana con “Buoni propositi per l’anno nuovo” (Mondadori)

Sabato 2 Febbraio 2008
Kai Zen. Presentazione del libro La strategia dell’ariete e dei progetti di Romanzo totale.
presenti Jadel Andreetto e Bruno Fiorini

Sabato 9 febbraio 2008
Sentieri di (r)esistenza. Reading di Anonima Scrittori

Domenica 10 febbraio 2008
Emidio Clementi, Paolo Fresu e Paolo Nori raccontano Sardinia blues, il nuovo romanzo di Flavio Soriga (Bompiani)

Domenica 17 Febbraio 2008
Davide Bregola, Alessandro Sanna e Gianluca Morozzi presentano il fumetto “Quel diavolo di Nuvolari” (Bloom editore)

Domenica 24 Febbraio 2008
XoMeGap presenta Mutazioni (LAB)

Sabato 1 Marzo 2008
Reading per voce sola. Cristiano Armati in “Rospi acidi e baci criminali”

Domenica 2 Marzo 2008
Fabio Stassi in La esperanza perdida
reading per immagini di repertorio e musica dal romanzo È finito il nostro carnevale (Minimum Fax)

Sabato 8 Marzo 2008
Davide Caforio e Ausonia presentano il fumetto P-HPC (bloom editore)

Domenica 9 Marzo 2008
Gianluca Morozzi e Alberto Sebastiani presentano “Mangiacuore” di Francesca Bonafini (Fernandel)

Domenica 16 marzo 2008
Eduardo Zarelli presenta “Andai, dentro la notte illuminata” di Giancarlo Liviano D’Arcangelo (Pequod edizioni)

Domenica 30 marzo 2008
BIRRA. Bagarre Internazionale Riviste Alternative

Domenica 13 Aprile 2008
Talking, Reading & Music dal libro “Orfani di padre” di Michele Gabbanelli (PeQuod edizioni).
Cristiano Ballarini (music), Davide Bugari (reading), Michele Gabbanelli (talking)

Domenica 20 Aprile 2008
Gianluca Morozzi e Silvia Pingitore presentano “Via Ripetta 218” (Giulio Perrone editore)

Domenica 27 aprile 2008
Zandegu editore presenta il fight-reading di Giampelmo Schiaragola e Loris Righetto : La guida per aspiranti supereroi contro quella delle parole che vale la pena di usare almeno una volta nella vita

Domenica 4 Maggio 2008
Gian Paolo Serino presenta Satisfiction

Domenica 18 maggio 2008
Simone Olla presenta “Italian Fiction” di Michele Vaccari (isbn edizioni)

Sabato 24 maggio 2008
Gianluca Morozzi presenta “Il Buio addosso” di Marco Missiroli (Guanda)

Domenica 25 maggio 2008
Ettore Menguzzo (chitarra), Ferro Guerra (basso) e Lapo Calosi (percussioni)  presentano e accompagnano nelle letture Giuseppe Braga in “Ma tu lo conosci Joyce?” (Sironi editore)

Contatti:
Simone Olla – Ufficio stampa Arterìa
Tel: 051341094
Sito internet: www.opifice.itwww.arteria.bo.it
e-mail: simoneolla@gmail.comufficiostampa@arteria.bo.it

Centro Studi Opìfice – www.opifice.it

Il Centro Studi Opìfice (Cagliari) nasce nel 2002 con l’obiettivo di coniugare pensiero e azione nella pratica metapolitica. L’attività dei 6 opificisti (Simone Olla, Simone Belfiori, Giovanni Curreli, Carlo Corsale, Fabrizio Bolognesi, Joaquime) attraversa la filosofia e l’arte in ogni sua forma: si passa quindi dallo studio su testi alla organizzazione di convegni, dalla produzione di scritti alla presentazione di libri, avendo uno sguardo molto attento nei confronti dei mezzi di comunicazione di massa.

Il portale www.opifice.it vede la luce nel Novembre del 2004 e si divide fra letteratura e musica, filosofia e cinema. Nel 2006 inizia l’avventura radiofonica con Filtro Letterario, programma scritto e musicato da Opìfice per Radio Alzo Zero. La nuova scommessa targata 2008 si chiama ALBUM Europa, progetto di scrittura collettiva che vanta collaborazioni eccellenti.

Arterìa www.arteria.bo.it

Arterìa è un progetto che si propone di aprire degli spazi di partecipazione, interazione sociale e promozione culturale e artistica.
Il locale in Vicolo Broglio, angolo Via San Vitale a Bologna, ha le caratteristiche architettoniche ideali per sviluppare un progetto multiculturale trasversale rispetto alle diverse espressioni artistiche, avvalendosi di tutti gli strumenti della comunicazione.
Le pietre antiche di un palazzo millenario entrano a far parte della scenografia globale di uno spazio che fa dell’interazione di natura e tecnologia la sua caratteristica principale.
Arteria diventa così palcoscenico di concerti dal vivo, dj set, spettacoli teatrali e di danza, mostre e installazioni, proiezioni e rassegne cinematografiche, eventi letterari, culturali e sociali. Si candida quale punto di riferimento per gli artisti e per chiunque sia interessato all’arte nelle sue molteplici forme o a un intrattenimento con contenuti culturali.

I poeti non dormono mai. Incontri e letture di giovani e giovanissimi autori


I poeti non dormono mai
Incontri e letture di giovani e giovanissimi autori

I Poeti non dormono mai è un progetto nato da un desiderio comune: riuscire ad ottenere uno scambio tra i migliori giovani poeti dell’intera penisola, attraversando tutte le maggiori città italiane, da Bologna a Milano, a Roma, fino a Napoli e Lecce. Le serate vedranno la partecipazione di poeti, professori e critici letterari, che introdurranno i reading e saranno chiamati ad esprimere pareri in merito ai testi dei poeti coinvolti negli incontri.
I giovani poeti, selezionati dal Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna, leggeranno i propri versi a partire dall’inizio del prossimo anno, confrontandosi con il pubblico e accompagnati dalla musica di diverse band e artisti locali, colpi di scena, cultura e divertimento. Chiunque fosse interessato a partecipare e leggere i propri versi, purché abbia un’età pari o inferiore ai 30 anni, invii  i propri dati e almeno 10 poesie all’indirizzo  poesia@alma.unibo.it.
I più promettenti saranno selezionati dai membri del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e prenderanno parte alle letture.

"La ragazza sordomuta", di Dora Albanese


Dora Albanese
La ragazza sordomuta

Edith allunga la piccola mano verso il cappotto di uno di quei due signori; il suo corpo si sposta e tira – con un leggero sforzo, quasi impercettibile, tanto che non trattiene nulla tra le mani, nessun lembo di stoffa, nessun bordo di certezza.
– Prendetemi con voi, non vi darò fastidio, sono qui, proprio dietro i vostri corpi, tenuta al caldo dalle vostre ombre tanto cercate, non lasciatemi di nuovo al sole, non spostate il passo di un solo centimetro, avvolgetemi, non girate l’angolo senza prima voltarvi, accorgetevi di me, vi prego, sono a un passo da voi -.
Le ombre dei due signori si dividono, aprendosi come si apre un sipario, lasciando di nuovo Edith al centro del palcoscenico, sotto il sole della grande vetrata dell’orfanotrofio.
La piccola resta ferma con le mani nelle tasche del grembiulino di stoffa a fiori, fatto su misura da suor Diletta – quella che le offrì un abbraccio per coprirla dal freddo dell’abbandono.
Piega la testa rosso rubino verso la spalla destra, mentre il sole sembra non voler tramontare mai dai suoi capelli; piuttosto succhiare, succhiarne tutto il colore, come per trarne energia – mentre i raggi, che le cingono il capo, appaiono come un’aureola infiammata.
Edith s’inginocchia e prega, unisce le mani, puntandole verso il cielo, alza il volto bagnato dal sole – ha sul viso i lineamenti di una giovane madonna, forse la madonna dei boschi, quella madre che, almeno una volta nella vita, ogni uomo ha provato a immaginare.
Due gocce le scivolano pastose dagli occhi, percorrendo la curva del naso, e fermandosi proprio sotto le mascelle.
Ha gli occhi scuri; e il naso, che le cade dritto, si unisce in una punta ottocentesca, che fa appena ombra sui contorni delle labbra superiori, rendendo quasi invisibile il piccolo porro cresciutole proprio là, al centro delle labbra.
Ora una ruga si impone – come fosse una cicatrice – e le divide la fronte a metà.
È triste, di una tristezza che ha trovato nido nella sua cassa toracica, nel suo ventre, in ogni vertebra, come un elemento in più, da non poter mai più eliminare.
Erano già cinque anni che era chiusa in quell’orfanotrofio, cinque anni che aveva smesso di parlare e di sentire.
Sua madre era una cantante, e raccontava sempre a Edith che, se avesse avuto una figlia, l’avrebbe chiamata come il suo idolo, Edith Piaf, e che l’avrebbe fatta diplomare al conservatorio, le avrebbe fatto suonare il pianoforte, le avrebbe messo a disposizione ogni mezzo per poter divenire una cantante affermata; suo padre, invece, era un insegnante di latino, contrario ai discorsi di sua moglie, che destabilizzavano la fanciulla, portandola in un mondo incantato, troppo lontano dalla quotidianità.
Edith, dunque, era in mezzo a due sogni: quelli paterni, che la vedevano dietro una scrivania, ad insegnare latino; e quelli materni, che la vedevano cantare nei migliori locali parigini. Di certo la sua estrazione borghese non l’avrebbe fatta morire di fame, nel caso questi sogni non si fossero avverati, e la piccola ne era consapevole, perciò annuiva senza fatica.
Sua madre – Caterina, italiana d’origine – era una donna giovane, bella, di una bellezza panica, rossa nei capelli e scura negli occhi, longilinea e accattivante nella voce; aveva sposato il suo insegnante di latino per sfida e per capriccio, pentendosene subito dopo – erano troppi gli anni che li dividevano, e troppe le diversità caratteriali.
Suo marito le impedì da subito di andare a cantare nei locali; non era bene che la moglie di un professore di liceo si esponesse in luoghi frequentati da gente così.
È proprio in uno di questi locali – frequentati di nascosto – che conobbe Giorgio, un chitarrista italiano. Non passò una settimana da quell’incontro che i due si innamorarono e decisero di lasciare la Francia e tornare in Italia.
Caterina, dunque, lasciò da parte tutti gli altri sogni, visto che il suo – quello di poter cantare in giro per il mondo, e di poter ritornare nella sua Italia – si stava appena avverando.
Cinque anni addietro abbandonò Edith davanti alla chiesa di Rue de la Fenac – la piccola allora aveva sei anni, ed era già troppo grande per dimenticare il tradimento materno.
Così svanì sua madre, percorrendo un viale alberato d’autunno – memoria senza più lineamenti, perché a rimanere è solo l’essenza. Ci vuole poco tempo per perdere la memoria di un ricordo.
Ad accoglierla fu proprio una monaca, suor Diletta, che poi le fece da balia all’interno dell’orfanotrofio.
Tutti sapevano che Edith era una bambina sordomuta, e tutti, specie i bambini, la evitavano, intimoriti da quell’ambiguità.
Indossava sempre la solita maglia nera con pallini bianchi, scarpette da ginnastica maciullate alle punte, e pantaloni neri corti alle caviglie, di una taglia in meno.
Le famiglie che frequentavano l’orfanotrofio – per scegliere quale giovane orfano prendere con sé – quando incontravano Edith restavano un po’ attoniti; la guardavano, le sorridevano, le dicevano parole dolci, giusto per sentirsi dei benefattori, per conquistare la sua benevolenza.
Gli esseri così incompleti sembra nascondano dei misteri, come fossero sacerdoti o angeli del Purgatorio – e l’uomo teme il silenzio sfingeo, e vorrebbe essere benedetto da questo mutismo contemplativo.
Edith allora li seguiva, con gli occhi e con i piedi; li seguiva e certe volte si aggrappava ai loro cappotti, tirando, come unico gesto di approvazione, ma poi tutti andavano via, spaventati, verso bambini dai colori meno vivaci, con la carnagione limpida e gli occhi del cielo.
Utilizzava la notte, Edith, per sciogliere la lingua dai crampi. Andava in bagno, tappava con una pallina di carta igienica il buco della serratura, e cantava sottovoce le canzoni della sua infanzia, quelle di Edith Piaf, che piacevano tanto a sua madre. E proprio in quei momenti pensava a lei, e a quei sogni rimasti incastrati in un cassetto, a quel padre che non l’aveva mai cercata, e che forse si era rifatto una famiglia. Tutta la rabbia di colpo esplodeva, riempiendole il viso di macchie rosse, annebbiandole la vista, facendola tremare.
Suor Diletta le dava sempre dei tranquillanti prima di andare a dormire – gliel’aveva prescritti la neurologa dell’istituto -.
Nessuna suora sapeva parlarle; solo suor Diletta sapeva farlo, con certi movimenti veloci e sincopati delle mani, con smorfie labiali, e con sorrisi. Alcune monache provavano ad offrirle balocchi, altre si limitavano ad accarezzarle i capelli, ma nessuno era riuscito ad entrare nel suo segreto, a nessuno mai era venuto il sospetto.
Nessuno si preoccupava d’interrompere certi discorsi, quando passava Edith.
Una di quelle notti si sentì morsa dal nervosismo; la lingua le faceva male più del solito, i crampi erano intensi e duravano molto, le orecchie le fischiavano. Aveva appena gettato i tranquillanti nel water, dato la buonanotte alla suora amica, messo la vestaglia, atteso sotto le lenzuola che il sonno arrivasse, ma i dolori erano acuti, le labbra le tremavano, la palpebra destra le pulsava, era in preda a un terrore panico, e non sapeva cosa fare, aveva appena rifiutato di prendere i tranquillanti – quelle pillole la indebolivano, le facevano girare la testa -.
Iniziò a credere di essere diventata pazza, di non avere più nessuna possibilità di salvezza, nessuna via d’uscita dal suo segreto, del quale era diventata prigioniera.
Un segreto che somigliava sempre più a una condanna.
Aprì la finestra della stanza. Vide la brina sugli alberi e sulle foglie, e anche le strade, ricoperte da uno strato sottile di giaccio, brillavano sotto i fanali delle macchine, che improvvisamente rallentavano.
Quella era proprio una di quelle notti fredde e buie quando la luna sembra non arrivi a illuminare tutta la terra. Edith decise di fare un giro nell’istituto, e magari fermarsi a recitare di fronte alla statua di Sant’Anna un atto di dolore, ma una voce, che somigliava a un lamento – sembrava fosse un fantasma che veniva a punire la sua anima menzognera – iniziò a farsi sentire, a penetrare nella mente di Edith.
La fanciulla fu pervasa da un tremore che la bloccò di spalle al muro. Persa e rassegnata, iniziò a pregare a voce bassa; pregava, chiedendo perdono per quelle menzogne, per aver mentito a tutti, anche a suor Diletta – per averle negato ogni parola di ricompensa. E mentre pregava, il lamento si faceva sempre più acuto.
Si accorse, respirando ansiosamente nel silenzio, di una porta socchiusa – era da quella porta che fuoriuscivano i lamenti. Lamenti che nessuno avrebbe mai raccolto, vista la collocazione del ripostiglio. Si affacciò e vide. Dunque nessun fantasma si stava lamentando, ma un bambino, fatto di pelle e di ossa. Un bambino che chiedeva alla suora, che era nella stanza con lui, di lasciarlo in pace, di smetterla di molestarlo. Un bambino di dodici anni – un ragazzo, ormai – che da chissà quanti anni subiva in silenzio le molestie sessuali di quella monaca perversa, che lo costringeva ogni notte a fare l’uomo.
Edith, già molto provata, tirò un respiro, bloccandolo negli addominali, si piegò sulle ginocchia, slacciò i lacci e ne prese uno in mano, diede un calcio alla porta, e gridò, gridò con tutta la forza che aveva in corpo:
“Basta, basta, basta…”.
La suora si voltò; era spaventata da quella figura diabolica, da quel segreto svelato; cercò allora di aggredirla, di soffocare le grida improvvise della bambina. Invece il ragazzo, rannicchiato in un angolo, rivestiva le sue nudità ferite. Edith afferrò la suora dai capelli, la strattonò a terra, e le strinse il laccio in gola, finendola così – finendola tra le urla del ragazzo, e quelle della Madre Superiora che, però, accorse troppo tardi.
Qualcuno gridò al miracolo, quella notte: la sordomuta aveva gridato, la sordomuta aveva sentito.

IBRID@POESIA. L'amore virtuale.


Arti della connessione è il nostro macro-tema



Vogliamo valorizzare le nuove modalità creative del nostro agire comunicativo in rete e dare spazio alle strategie privilegiate della comunicazione in ambienti virtuali – alle quali stiamo dedicando in altri spazi tutta la nostra attenzione analitica – senza dimenticare che l’interazione e l’interattività hanno anche radici nella nostra storia e della nostra cultura.

In questa prospettiva, stare dentro la rete e presentarsi perciò come autori che creano nel virtuale significa anche poter rileggere, reinterpretare e innovare la nostra tradizione culturale e letteraria. In questa direzione il blog, fin dalle sue origini, tende a bruciare le distanze tra scrittura e vissuto, tra linguaggio e vita; lo fa utilizzando nuovi canali espressivi: al tempo stesso comunicativi e facilmente accessibili.

All’interno della rete è sempre possibile individuare, nella nostra scrittura, la trama delle appartenenze, il gioco dei rimandi incrociati, la complessità proliferante dei riferimenti. L’autore, certamente, continua ad esistere, ma la sua identità è, sempre di più, lo specchio abitato da una molteplicità di volti, di vite parallele, di storie, di avvenimenti, di culture. In questa prospettiva vogliamo dare spazio, tramite VOCI DELLA POESIA – IBRID@POESIA, alla poesia virtuale del terzo millennio.
Coordinatore di VOCI DELLA POESIA – IBRID@POESIA è Marco Saya.

IBRID@POESIA. L’amore virtuale è qui.

(immagini tratte da Virtual Love, Desire Inc., Binge, di Lynn Hershman Leeson)