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"per gioco, per scherzo, per una volta, per provare"


Claudio Prima, Emanuele Coluccia e Simone Giorgino al FondoVerri

Prosegue la rassegna “Le mani e l’Ascolto”, il Settimo appuntamento della rassegna di parole e suoni che il Fondo Verri organizza presso la sua sede in Via Santa Maria del Paradiso a Lecce, per il settimo anno consecutivo, con il patrocinio del Comune di Lecce, venerdì 4 gennaio, dalle ore 20.00. In scena Claudio Prima all’organetto diatonico ed Emanuele Coluccia al pianoforte. Due voci musicali sodali di numerose avventure di ricerca e di suoni che si confrontano sui tasti. Gioco improvvisativo, arie mediterranee, tempi ska, jazz e canzoni nel loro repertorio che ha radici nei Manigold e germogli recenti nell’esperienza straordinaria della Banda Adriatica. La spazio della poesia è di Simone Giorgino con il suo Asilo di mendicità (Besa Editrice). Voce da bar, densa di colori che accoglie versi per dirli. Una poesia viva tesa nell’ascolto per essere vivi, presenti: “per gioco, per scherzo, per una volta, per provare”.

(in foto Claudio Prima)
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Dichiarazione Universale dei Diritti Umani – Una cover


Dichiarazione Universale dei Diritti Umani – Una cover
di Orodè

Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cui testo completo è stampato nelle pagine seguenti. Dopo questa solenne deliberazione, l’Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, al fine, di pubblicare e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali dell’Organizzazione Internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. Il testo ufficiale della Dichiarazione è disponibile nelle lingue ufficiali delle Nazioni Unite, cioè cinese, francese, inglese, russo e spagnolo.

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI
Cover – Riadattamento all’ambiente

Preambolo?

Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono in qualche modo e sono dotati di un corpo evidente e di tanta, quasi infinita ignoranza.

Articolo 2
Ad ogni individuo spetta davvero poco che sia suo, amato, interessante aldilà delle chiacchiere. Con incredibili e forse genetiche distinzioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica e di altri generi, di origine nazionale e sociale, di ricchezza, di nascita e di altra condizione.

Articolo 3
Ogni individuo è un’illusione. Forse arriverà a vivere abbastanza nonostante la confusione generale, le insicurezze sul lavoro e le ingiustizie dei ricchi e dei potenti.

Articolo 4
La schiavitù e la tratta degli schiavi sono state mascherate, in questi regimi democratici. Pare che nessun individuo possa essere tenuto in schiavitù. In realtà, ci sono solo prostituzione e mercenari, pochissimi uomini liberi, pochissime donne libere.

Articolo 5
Tutti coloro che non accettano la lobotomia imposta dal regime democratico verranno puniti senza che gli altri se ne accorgano.

Articolo 6
Solo gli individui lobotomizzati possono aver diritto al riconoscimento della loro personalità giuridica, ma non è sicuro…

Articolo 7
La legge è un libro letto con discriminazione. Chiunque voglia far rispettare l’ordine e dominare il Caos viene eliminato. In poche parole, i ricchi e i potenti sanno come far leggere il libro della legge ai giudici.

Articolo 8
Ogni individuo ha diritto ad una teorica possibilità di ricorso a competenti tribunali contro altri che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti da qualche tavola della legge. Tuttavia gran parte di questi ricorsi si disperderà in un mare di codici e codicilli o cadrà in prescrizione.

Articolo 9
La legge fa quel che può, come in guerra fa il fuoco amico.
Beati i poveri perché riceveranno il fuoco amico.

Articolo 10
Ogni individuo ha diritto ad un’equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale che sarà indipendente e imparziale a seconda del caso.

Articolo 11
1. La legge è così ridicola in mano agli uomini. Non lo sarebbe di più in bocca agli squali. La legge, a parte le chiacchiere e le procedure verso i poveri cristi, è come un pacchetto di fish & crock.
2. La legge è in mano a uomini che non hanno risolto il loro destino. La legge è nelle mani di lobotomizzati ed incute timore a cittadini anch’essi lobotomizzati.

Articolo 12
Ogni individuo ha diritto ad essere travolto dal destino e dalla storia.

Articolo 13
1. Ogni individuo è buono solo se sa far muovere gli ingranaggi del regime di turno (vedi democratico) e se paga al suddetto regime fino al 50% dei propri guadagni, sottoforma di tasse per ogni movimento- esclusa solo la tassa per l’aria da respirare, al momento. Ad oggi, l’aria è gratis. Affrettatevi a consumarla che per domani non si sa.
2. Tutti i pesci piccoli che pagano le tasse risultano essere delle brave persone.

Articolo 14
1. Ogni individuo ha il diritto di cercare un angolo di mondo in cui la lobotomia non esiste ma questo è davvero difficile perché il regime è subdolo ed utilizza strategie di marketing convincenti.
2. Il Regime si nasconde sugli scaffali.

Articolo 15
Ogni individuo è segnato dal luogo in cui nasce. Alcuni nascono ed ingrassano per tutta la vita.
Altri nascono e vengono sterminati per discorsi sulle diverse etnie o per degli studi che dimostrano la necessità di continenti poveri, affamati o per malattie.

Articolo 16
Uomini e donne anziché pensare ad amarsi devono sposarsi per essere ancor più vittime del regime e sottostare definitivamente alle leggi. La famiglia è imposta come nucleo naturale e fondamentale della società, di questa società che ha appeso il cervello e l’anima al chiodo. È ora di andare oltre la famiglia. È ora di diventare uomini e donne. La famiglia è un legame che facilita la lobotomia.

Articolo 17
1. Ogni individuo è ingannato col discorso della proprietà personale. In realtà sono necessarie pochissime cose. Quattro mura e un tetto per difendersi dagli avvoltoi e dagli sciacalli, un po’ di cibo, quanto più tempo possibile e musica, tanta musica.
2. I poveri tuttavia sono detestati dal regime perché sono poveri.

Articolo 18
1. Ogni individuo ha diritto ad una libertà di pensiero, di coscienza e di religione che considerino la lobotomia. Una vera fede, una vera mente, un vero amore non sono desiderati dal regime perché arrestano i ritmi di produzione e la pace delle pance dei ricchi e dei potenti.
2. quindi si deve fare tutto di nascosto!

Articolo 19
Se qualcuno, nonostante l’abominio e il potere del Caos che ci ingloba, ha la grandezza di avere delle opinioni vere e valide sarà molestato fino all’eliminazione fisica.

Articolo 20
Solo i lobotomizzati hanno diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.

Articolo 21
1. Per quanto riguarda la volontà popolare e il governo. C’è da chiedersi- come per l’uovo e la gallina- chi sia nato prima.
2. Poi c’è da chiedersi come si possa parlare ancora di libertà di pensiero e di scelta se si ammette la lobotomia generale.

Articolo 22
Ogni individuo, in quanto membro di questa società, ha diritto alla povertà, al precariato, nonché alla morte bianca e alla violenza, mentre in tv campeggiano le brutte facce dei potenti, sempre più brutti, maleducati, presuntuosi ed inutili.

Articolo 23
1. Ogni individuo ha diritto al lavoro che non c’è. Bisogna che se lo inventi quindi! Altrimenti che muoia!
2. Per quanto riguarda i contadini, poiché respirano ancora aria pura devono essere pagati pochissimo. Per esempio: un quintale d’uva deve costare di meno di una bottiglia di vino. E così via…

Articolo 24
Chi crede di aver diritto al riposo e allo svago è un irresponsabile, non vuole nemmeno quei due soldi che gli spettano.

Articolo 25
Ogni individuo pare essere nato per garantire gli eccessi dei ricchi e dei potenti, come sempre è stato, e dei loro eredi. Sono state fatte delle grandi lotte e sono stati fatti alcuni grandissimi sogni, ora tutto pare essere riassorbito dal nulla. Il male ed il bene sembrano indistinguibili. Le tavole della legge ci sono state rotte nell’ano dai potenti e dai violenti.

Articolo 26
1. Ogni individuo ha diritto all’istruzione perché il lavaggio di cervello dev’essere garantito.
2. Prima di pensare al reale sviluppo della personalità si deve pensare al ruolo che si deve avere in questa società come ingranaggio- il più remunerato possibile.

Articolo 27
Ogni individuo forse non nascerà mai.

Articolo 28
Ogni individuo ha diritto ad un lavaggio di cervello tale che né la storia né l’inutilità di questa carta straccia- con su scritto Diritti Umani- lo possa far pensare davvero.

Articolo 29
1. Tutte le scimmie, tulle le brutte facce, tutti i cuori deboli e quelli violenti. Tutti. Sono solo degli illusi. La ruota passa e ci schiaccia. Poveri noi, se non vogliamo davvero perdere tempo e parlare di denaro, di calcio. Poveri noi, stressati dalla macchina dei regimi. Poveri noi soprattutto se abbiamo capito. Ma poveri nell’anima tutti i violenti e i potenti. Solo la bellezza può dare senso al mondo!
2. Morendo s’impara!

Articolo 30
1. L’articolo 30 vorrebbe farci credere che niente e nessuno può farci violenza, distruggendo uno di questi cosiddetti diritti. Naturalmente è aria fritta!
2. Siamo tutti potenziali vittime di un programma di stato!

Ps. Per il resto cerchiamo nell’ano!!!

(foto Radioactive Cats, Sandy Skoglund, 1980)

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Felice 2008!!!


basso impero


Enrico Pietrangeli
su “Basso impero” di Claudio Comandini

Questo romanzo d’esordio di Claudio Comandini è ambientato nell’hinterland di un’ ex provincia ormai logora di troppi eventi o, altrimenti, svanita tra ricordi di dolce vita. Nel cuore di quello che un tempo fu, nonostante tutto, anche impero, si anima, accanita e puntuale, una penna (o tastiera che si voglia) pronta a scandagliare ricercando ogni possibile riferimento ormai inesistente nel suo essere licenziosa e irriverente. Una scrittura canalizzata in un fondo, quello di un Basso Impero che, attraverso secoli ricolmi d’intrighi e cortigiane, si avvicenda ancora, longevo e implacabile, espletandosi in tutto il suo più infimo degrado. Siamo agli sgoccioli del Novecento, corre l’anno 1994 e l’Italia conosce il suo primo governo Berlusconi. Comandini, per l’occasione, trova due date intense ed evocative per meglio rimarcare la sua narrazione, quella del 25 aprile e quella dell’ 8 settembre: dalla liberazione all’armistizio. Con questa stessa sequenza, traccia principio ed epilogo di tutti gli accadimenti che si susseguono nel suo libro. Sono eventi racchiusi in un diacronico accavallarsi di sequenze che imperversano, ma non a caso, rappresentando una stagione rissosa, persino dolorosa e nondimeno provocatoriamente spassosa. Sono mutamenti che toccano anche luoghi disconnessi nella memoria, davanti una televisione spenta che parla e un calendario senza giorni penzolante sul muro. C’è un bar che anima il tutto insieme alla piccola comunità che vi bivacca intorno. Dentro ci scorrono i personaggi del luogo, con le loro singolari vicissitudini, che si alternano in un comune vivere divenuto inconsulto. Ci sono Ludovico, Porkospin, Cecco lo sciamano, il grande amico Eugenio e le “femmine” che, sebbene qui vengano meno come tematica portante, prendono qua e là il sopravvento, fino ad occupare letteralmente un’intera pagina attraverso i loro attributi più intimi. Attributi dove lasciarsi andare in elucubrazioni mitologico-filosofiche con voluttuosità canzonatorie; cavalcare ardite fantasie per stordirsi nell’esperienza e galoppare, dopotutto, sul “fondo”. Bukowski che fa capolino, ma qui abbondano anche androgeni transessuali. L’amore c’è, mai scritto maiuscolo eppure totale ed incondizionato: è quello sentito per Serena. Ishtar è la loro gatta invalida, trovata in fin di vita, dentro un cassonetto dei rifiuti, sarà lei la loro complice e più diretta testimone. In questo “basso impero dove solo i servi hanno potere” compare, in primis, Jim Morrison, ci parla in greco e scivola sulle labbra “aspirapolvere” delle ragazze “crickcrock”. Mito e mercato post mortem non potevano tralasciare Kubain coinvolgendo persino Hegel ne “l’effettualità come criterio decisivo del farsi della realtà”. Un Basso Impero “maionese globale” dove The end è “l’unica canzone dei Doors da non sembrare datata”, “uovo del mondo alla fase terminale” con qualche turbato sorriso acceso sulle note di On the Sunday of Life dei Porcupine Three o Sunday morning dei Velvet. Stile fluido e intenso, fortemente intellettualistico nel suo essere triviale, ma che non rinuncia a calarsi nel gergo del mondo di cui, in fin dei conti, è parte: “a uno scudo dal collasso”. Tanta foga, rabbia, denuncia, tanto passato prossimo ancora da archiviare, che pulsa di armonioso disordine, materia viva e ancora tutta da plasmare, così scorrono i tanti aneddoti descritti da Comandini. Storia, oltre storielle e inferni personali che si aprono tra chiassosi echi delle risa di amici; fantasmi che, puntualmente, ritornano. La strage di Bologna, in questo libro, potrebbe rappresentare un comune nodo per tutto, tanto nel personale del protagonista quanto nelle più pubbliche faccende di questo paese. La memoria intanto corre, ritorna in Grecia, ai viaggi con Serena e i ricordi di scuola. Tragedia e piacere s’incontrano. Un’amara casualità è quella della notizia dell’attentato sopraggiunta sul primo acerbo piacere di un’eiaculazione, nella più aspra, pungente e vitale poesia adolescenziale.

mini concorso per nuovi scrittori


L’idea è di Camilla Cannarsa. L’immagine che state osservando è il punto di partenza per un mini-concorso indetto dal blog Promesse d’autore (scritti e scrittori del web 2.0), il bando è qui. Si partecipa con un testo breve, interessante il proposito di analizzare la contaminazione con i nuovi linguaggi del web 2.0. Buon cimento a tutti!

“Le guerre, la globalizzazione, le corporates, il monopolio. Il nucleare, l’energia solare, l’Australia con la sua siccità e Internet, che viaggia veloce e ci tiene vicini, seppur così lontani.
E’ il 2007: accadono cose, come in tutte le grandi epoche, e c’è nell’aria il profumo di rivoluzione. Non di quella armata, no, ma di quella silenziosa, che avviene nel profondo di tutti noi e ci cambia del tutto. E il mondo cambia del tutto.
La rivoluzione industriale è stata così. Non violenta, ma veloce, velocissima.
Tempo fa, ho letto da qualche parte che la maggior parte degli intellettuali e degli artisti migliori viene fuori da periodi come questi; sono quei geni superiori che, in qualche modo, percepiscono un cambiamento e riescono a scriverlo, a dipingerlo o a fotografarlo.
Ecco cosa vi propongo: un mini concorso che abbia come tema l’immagine che accompagna questo post. E’ l’era di internet, della comunicazione breve, rapida, quick. E’ l’era degli acronimi, di Twitter, degli sms; scrivete una cartella di parole, 1800 caratteri spazi inclusi, che vengano fuori dall’osservazione di questa immagine.

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salento's movida


Stefano Donno
su “Salento’s Movida” di Armando Tango

Fortunatamente da qualche anno a questa parte, il mondo delle lettere salentine, contro ogni previsione (Rina Durante scriveva in un suo articolo sulle pagine del Quotidiano, l’impossibilità del Pulp nella piccola città di provincia e poi c’era invece già Maurizio Leo che mixava da tempo ormai, Beat e Pulp in maniera eccezionale) comincia a creare un’identità altra che non è solo Comi, Bodini, Pagano, Toma, Verri, Ruggeri, o la Pizzica, ma non perché non siano necessari a costruire una mappatura del fare poesia e letteratura in queste terre, tra le maglie della sua storia, ma perché ciò che sta emergendo è un desiderio di riscrivere la storia della lettere a queste latitudini. Si poteva mai pensare ad esempio ad un giallo salentino o addirittura al noir? Era tutto in gestazione da queste parti, basti pensare al Delitto di Campi 1 e 2 di Gianni Capodicasa (Luca Pensa editore) e Libreria antica Roma. Il mistero di Taviano (Lupo editore) di Raffaele Polo. Pur non entrando nel merito qualitativo di queste due opere appena indicate, avendo chi più chi meno il diritto di esistenza nell’ambito della storia della letteratura contemporanea salentina, non posso non dire che comincia a strutturarsi un quadro di una geografia letteraria che prima o poi dovrà essere sistematizzata. Ora dopo le sue fatiche letterarie come La Lecce di papà (Eda) e Scusi vuol ballare con me?, (Edizioni del Grifo) a cui collaborai con grande piacere, ecco che Armando Tango, pseudonimo del giornalista leccese Teo Pepe, aggiunge un’altra interessante pubblicazione dal titolo “Salento’s Movida ” edita da Glocal editrice. Un giallo o un noir salentino? Difficile dirlo perché sembra che Tango sia abile ad utilizzare i codici dei due generi narrativi, con grande maestria e talento, conosce i trucchi del mestiere, le sue zone d’ombra, e sa perfettamente dove puntare i riflettori, perché di un’ibridazione equilibratissima tra sceneggiatura e romanzo sembra questo libro, che ti prende e non ti molla più, per ben 241 pagine. E c’è tutto e molto di più in quest’opera, lu sule, lu mare, lu ientu, le notti afose, la Lecce by night, la movida vacanziera e vip di Santa Maria di Leuca e i suoi salotti bene, il caldo torrido, le angoscie, le ansie, le paranoie di un’avventura che comincia a seminare una scia di sangue per un “paperino” – non vi svelerò di cosa si tratta perché se no che sorpresa è – che contiene dati sensibili e scottanti, e che lega i destini dei protagonisti, tutti ben delineati, e con una psicologia tracciata magistralmente in poche battute: Brooke (che ricorda il biondone di Beautiful); Pachi (fotografo very-macho-magnaccia, un clone di Costantino di provincia); il dj Claudio Capace; la nobildonna Adriana Cristofalco, Massimo Bellardoni il commercialista piacione, Pappa personaggio molto simile ad Adriano Pappalardo, e dulcis in fundo Maurizio Costanzo e Maria De Filippi …. Che c’entrano?! Scopritelo da soli ….

Armando Tango, Salento’s Movida, Glocal editrice, p.241, 2007-12-30

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communism, bed & breakfast


Luciano Pagano
su “Communism, bed & breakfast” di Raffaele Gorgoni

Raffaele Gorgoni è autore di due romanzi di ambientazione storica come “Lo scriba di Càsole” e “L’oratorio della peste“, dove i lettori hanno già incontrato la sua capacità di costruire un intreccio interessante attorno a un elemento inconsueto e dove la ricerca e la cultura si rivelavano essere determinanti per la comprensione dell’opera, soprattuto come relazione con l’elemento politico a esse circostante. Un voler chiamare in gioco il lettore oltre lo stesso piacere della lettura. Raffaele Gorgoni, inviato e giornalista Rai, è un raccontatore di storie in reportage puntuali. Più volte, da lettore, mi sono chiesto quanto ci sarebbe voluto (leggi: quanto bisognava attendere) perché lo sguardo del narratore si volgesse alla contemporaneità. La risposta si intitola “communism, bed & breakfast” (cosmografie, 28), una raccolta di cinque racconti editi dalla Besa Editrice, “romanzi da camera” come vengono definiti nella quarta di copertina. Partiamo dal titolo, che si riconnette subito al tema del primo racconto, il protagonista del quale è uno scrittore e intellettuale che dalla città Salentina si è trasferito a Parigi da diversi anni. Capita che due vecchi amici lo invitino a presentare il suo libro a Lecce, il nome della città non compare, ma è come se la lente di ingrandimento posta dall’autore sul Salento sia così vicina al soggetto da non suscitare il bisogno di citazione. Nell’epoca che si attrezza di modernariato e ipertecnologia sono i capelli radi o bianchi che fanno accorgere gli amici che il tempo è passato. Con il tempo è passato anche l’attaccamento a una fede politica, con l’espressione di un dubbio concreto fatta proprio dal protagonista. Il secondo racconto intitolato “Movimento terra”, racchiude in perfetto equilibrio una serie di elementi antropologici e magici che caratterizzano il Salento. Si va dall’aggiramento della 488 per speculazioni & affari grazie all’interessamento dei politici di Roma fino alla magia (macaria) di una ragazza, Assunta, attorno a cui ruota la vicenda. Ernesto ne è vagamente innamorato, innamorato di una malìa non corrisposta ma reciproca. Al termine della lettura ci chiediamo soltanto se nel sogno d’amore e magia è compresa la speculazione edilizia o se questa continui a resistere nella realtà. Già dalla lettura di questi due racconti affiora una caratteristica della scrittura, quella cioè di creare un compartimento nel tempo della vicenda in cui il passato linguistico coesiste nel presente operando un contagio, grazie al linguaggio avviene la creazione di una “velina”, se così si può dire. Certo non si ha l’effetto di rarefazione che si può notare, ad esempio, in un romanzo come “Un refolo di vento” (Salvatore Stefanoni), dove la prima “bicicletta” compare dopo oltre venti pagine, la considerazione è utile per comprendere come Raffaele Gorgoni sia riuscito ottimamente nell’intento di sospensione della credulità nel tempo e negli oggetti. Quello che ci si aspettava da un autore che era capace di trattare la materia storica come si fa con il reportage dell’odierno era che si accostasse alla contemporaneità con gli strumenti della storia, e così è stato, in consapevolezza dell’obiettivo e senza appesantire la narrazione di orpelli metodo-sociologici, usando il pretesto del sogno che al suo svanire riporta al punto di partenza, ma con un sentire differente; come nel racconto del commerciante che decide di non pagare più il pizzo, e lo fa nel modo più plateale possibile, in una terra che accoglie le sue tragedie con un pizzico di ironia e sarcasmo. Il risultato è un libro interessante, dove la tragedia e la commedia si mescolano in crescendo fino al racconto finale che non lascia spazio all’autocommiserazione di una terra, e costituisce allo stesso tempo la conferma di Raffaele Gorgoni come narratore.

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le mani e l'ascolto, 4° appuntamento


Quarto appuntamento della rassegna di parole e suoni “Le Mani e l’Ascolto” che il Fondo Verri organizza, per il settimo anno consecutivo, con il patrocinio del Comune di Lecce.

Domenica 30 dicembre, dalle ore 20.00 l’appuntamento è con il grande repertorio classico. Al pianoforte due giovani esecutori, allievi del maestro Andrea Padova: Davide Milone, eseguirà partiture da Liszt, Prokofiev, Scarlatti, Chopin e Matteo Cataldo da Mendelssohn, Schumann, Brahms, Liszt.

La poesia è affidata a Francesco Rizzo che legge da Incauda venenum, raccolta di versi in uscita per i libri di Icaro. Francesco Rizzo è nato nel 1976 a Galatone, giovanissimo ha frequentato la casa di Ercole Ugo D’Andrea, poeta caro a Mario Luzi e ai fiorentini delle Giubbe Rosse, voce “domestica” della poesia salentina del novecento. Da lui Francesco Rizzo ha assorbito il ritmo quieto ed insieme un desiderio di altra vita, di altro mondo che si assume nel verso. La poesia come orizzonte, meta di un contatto con ciò che non è: con ciò che è eterno: “Di questi giorni una noia m’assale / come graffio d’unghia animale,/ l’ulivo conosce un sentiero / dove una cerimonia di dei annebbia le menti / che son stanche di pensare non so cosa / quale fenomeno e noumeno / quale tormento d’esistenza”.

sono uscita a raccogliere un tuo bacio


Andrea Cati
Poesie inedite

Sono uscita a raccogliere un tuo bacio
i ricordi ghiacciati
nella polvere del tempo
quello che non riesci a raccontarti.
E sei la voce delle notti insonni,
la chiave
e la fessura sbiadita delle mie malinconie.

Sono venuta a riprendermi le gioie e i rimorsi
il figlio che non ho mai partorito
e lo splendore che ci proteggeva
non dico il cuore,
ma una parola avvelenata dalle ore
dal quel silenzio prolungato in fondo agli occhi
curvi
e lucidi nel brodo.

§

Non intendeva misura alle parole
era una pietra lanciata
oltre la staccionata dell’infanzia
il movimento indeciso delle foglie
quando a settembre mute e nude
sanno già il bitume che le aspetta
il becco e la suola fredda dell’inverno,

la saliva avvelenata di un padre,
che là, fermo da secoli,
le fissa e non teme
l’ingiallirsi al proprio dolore,
l’abbraccio a quella cicca
spenta fino a bruciarla.

§

La gente seduta ai bar

Guarda la gente seduta ai bar
così partecipe alla vita
alle file interminabili al di fuori delle poste,
al formoso dondolio delle signore
mentre entrano, pronte e maliziose,
nel “buongiorno” dei macellai.

Guarda com’è breve la durata di una birra
per la gente che seduta al bar
s’abbevera ed accende la Diana,
la foto del nipote nella tasca delle monete.

Un sogno sepolto, mai nato
è in quella vista così severa:
loro non sanno la promessa
che ogni bimbo lascia alla sua terra,
a quei pomeriggi spesi nel volo di una farfalla:

gli uomini che vedi dietro i tavoli del bar
hanno l’intuito esatto per la prossima partita
e se gli chiedi cosa sia “coscienza”
rimangono a guardarti, ad offrirti un’altra birra.

Ma basta la pronuncia “mamma”
a smuovere quel crocifisso d’oro
attaccato al proprio collo, a quel calore
che dagli occhi io non vedo eppure ascolto
ogni volta che le guardo
le persone sedute al bar.

§

Oggi è un’accontentarsi
di pigmenti, di piccoli sfarzi
catturati ogni volta
che il passo s’apre
all’ora meno triste
alla preghiera realizzata
quando incontri le sue braccia
così intere – vere –
da illuderti che esista solo lei
o un noi
quando cammini e sostieni il mondo,
ad accostarti perfino alle panche
più isolate, ai tossici di via Petroni.

Ma siamo ancora diffidenti
abbiamo paura:
e quando il respiro si fa debole
e l’asfalto, la notte, e le piazze tremano,
cerchiamo una casa
la lingua del nostro cane
che sondi le ferite più segrete,
ci aiuti a spalancare le finestre
quando è la luce
l’ospite d’eccezione.

§

Spiega l’autunno, l’aprirsi della piazza
calpestata da foglie, da barboni
o ruote abbandonate ai margini

gli amanti decisi verso una stella,
i clacson assoluti, le file silenziose
e le signore più belle

a rapirti da ogni tristezza.

Spiega almeno una porzione di giornata
dove il pensiero s’arrenda
al simultaneo contatto tra due cuori
al fedele germoglìo dell’azzurro:
prometti cura, la stessa cura
che conservi ai tuoi sogni
più reconditi e veri.

Cerca di spiegare la rarità dell’esser qui
quella che ci domina ad ogni respiro,
e non temere se le stagioni
ritorneranno insieme ai dolori
alle speranze invecchiate
come la suola delle tue scarpe:

tutto si ripete affinché la morte
diventi l’estrema dimora sacra
di un sonno che sempre ci veglia,
ci avvisa dell’al di là che aspetta.

§

Un uomo (da) lontano

Oggi sono il bagaglio in quell’aereo,
il disordine che non trovo
per le strade e le case.

E sarò la tromba, il soffio rotondo,
duro di quel bambino.

Oggi lascio questi sogni per le scale
e salgo nel 28
per capire che il mondo non può darsi
solo per intrattenimento
o nei cortocircuiti tra gli sguardi degli sconosciuti.

Ne vale la pena cercare, cercare:
ma cercare cosa?

§

Le noci, i biglietti e un mazzo di chiavi:
una per la porta di ingresso, l’altra per il garage
una sola per l’auto. La tivu accesa
a qualsiasi canale – sopra il primo vero
sguardo fisso e fiero (era la comunione).
L’oroscopo del mese prossimo, la lista delle cose
e le bollette da pagare. Il tramonto infilato in mezzo
ai baffi del gatto e, la sua coda, come una lancetta,
a contare i minuti prima dell’arrivo.

Pensi: “viaggio escluso, sono nove ore al giorno.
Prima almeno ero a due chilometri.
Le chiavi sono sul tavolo e Angela
torna alle 20. Ok, vado e torno.
O rimango?”.

La vita oggi è stata proprio in questi piccoli eventi:
per la prima volta a mensa si serviva pasta al forno
ed un uomo nel bus ha esclamato a gran voce
“ti amo” alla sua bella.
Con gli occhi fissi come in quella foto
“Una mano mi è sembrata passare sul capo,
un’emozione ha vibrato per pochi lunghi attimi”.
La monotonia era il vento che non potevi udire
perché ancora eri seduto.

§

Ma in fondo anche io trascorro le giornate simili ad un cane,
a soddisfare l’eterna fame
di una gioia mai cantata,
incastonato come servo
nella preistoria delle passioni:
a colonizzare la terra degli onori.
E rimango fedele:
incatenato tra le ombre del costume
in tutta questa povertà che non riconosco,
nella ricchezza che non ho mai assaggiato.

Speme di parole con suono


Secondo appuntamento della Rassegna di parole e suoni “Le Mani e l’Ascolto” che il Fondo Verri organizza, per il settimo anno consecutivo, con il patrocinio del Comune di Lecce.

Venerdì, 28 dicembre, dalle ore 20.00 i suoni di Vito Alusi faranno eco e contrappunto ai versi di Elio Coriano. “Speme di parole con suono” il titolo della performance.

Elio Coriano è nato a Martignano (Salento) nel 1955. Poeta ed operatore culturale, insegna Lettere nella scuola media superiore. Calibrate da grande lavoro compositivo le sue numerose pubblicazioni. Scrive una poesia della voce, da sempre attento all’aspetto performativo, “legge e insegue le parole incontrando gli occhi di chi sta intorno, s’avvicina e legge ad alta voce, con tono di sfida, di allerta, di colui che sollecita”. Ecco, i suoi versi sollecitano, sommuovono nella costruzione di una ritualità densa di senso. Forte in lui la critica all’eccedenza del contemporaneo senza nostalgia scrive rivolto ai poeti e a se stesso:

“Renditi inutile a quello che non ti piace, al distorto travestito da chiaro. Per chi mi devo crescere? Per cosa devo crescere? La mia coscienza nutrita a sputi è forte per spargere buone novelle, per seminare i campi arati di semi faticati, di semi faticosi. Renditi inutile dove tutto è spacciato per efficienza, dove lodano gli onesti e fanno affari i furbi. Renditi inutile quando vogliono solo il tuo sangue, le tue mani, la tua lingua, per inquinare libertà e democrazia. Renditi inutile quando ti dicono che devi salvare il mondo, che sei l’unico che può farlo. Forse il mondo non vuole essere salvato”.

link a “Elio Coriano: poesia senza maestri” (Musicaos.it, archivio 2004)

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Canto di natale


Silla Hicks
Canto di natale

Io non ho fede
soltanto una stella
cucita al cappotto
ma Dio non è razza.
Non ho confessioni
che scrostino il pus:
dal cilicio del cuore
mi cola anima sporca
rossa di sangue
infetto di niente
di giorni di notti
di gente di luoghi.
Soltanto adesso
che dopo tanto ti guardo
mentre ridi
e affondi coi denti
piccoli e aguzzi
dentro al mio cuore
allora
finalmente dal cuore
io prego.

POESIAPresente 2008 a Monza


POESIAPRESENTE
vi augura una serena fine del 2007

e vi aspetta

il 9 gennaio 2008
con il primo appuntamento
della nuova stagione poetica in Monza e Brianza
mercoledì 9 gennaio 2008, ore 18.00 Caffè Letterario di Binario 7 MONZA
Inaugurazione della stagione 2008 di PoesiaPresente

si prosegue la sera stessa con
IDA TRAVI: “Poesie per la Musica”
e con Adriano D’Aloia, Paolo Ornaghi
(mercoledì 9 gennaio 2008, h.21.00 – Teatro Binario 7 MONZA)
e poi
mercoledì 16 gennaio 2008, h. 21.00 – Teatro Binario 7 MONZA
PATRIZIA VALDUGA e GIOVANNI RABONI (in video): “La Poesia di Giovanni Raboni” e con Roberta Castoldi, Antonio Loreto
venerdì 1 febbraio 2008, h. 21.00 – Auditorium ORNAGO
“Poetry Slam Monza e Brianza under 35”
mercoledì 6 febbraio 2008, h.21.00 – Teatro Binario 7 MONZA
LELLO VOCE (ospite d’onore) “Poetry Slam Nazionale”

LeManiel'Ascolto_07/08 7a edizione


clicca sull’immagine per leggere il programma completo

intervista a Giorgio Scianna


Stefano Donno
Intervista Giorgio Scianna

Partiamo da una domanda che possa aiutare il lettore a comprendere il “back-stage” del processo creazionale relativo al tuo romanzo d’esordio Fai di te la notte. Qual è stato il tuo progetto iniziale circa il contenuto, la struttura, le vicende da raccontare? Come sei arrivato poi alla redazione finale del tuo lavoro?
Volevo scrivere la storia di un segreto in una famiglia, in una coppia. Di questo segreto, nascosto da un marito dietro una porta, sapevo solo due cose: che si sarebbe aperto nella vita della moglie come una crepa che non si può fermare, e che doveva essere un segreto degno. Un segreto che non svilisse di per sé il loro rapporto. Mi interessava capire come il non detto, le zone franche di ognuno di noi possano esplodere anche se innocui. Lavoravo su questo, su tradimenti e nascondimenti. Più in là ho capito quale dovesse essere il segreto, l’unico possibile. Poi il resto. La fatica più grossa che ho incontrato nella costruzione della struttura e anche nella redazione finale di questo libro, è stata il perfezionare gli incastri, gli snodi e i linguaggi delle tante parti del romanzo.

In copertina c’è una frase che fa riflettere molto: “Non c’è fedeltà che nel tradimento”. E’ una scelta casuale, o una piccola chiave che volutamente consegni al lettore per farlo entrare da subito nel mondo della tua scrittura?
Quella frase è mia. Adam Kasev non esiste. Avevo bisogno di lui solo per quella traccia. Mi piacciono gli ex-ergo ma devono essere precisi e non svelare al tempo stesso. Una chiave, una rotta possibile che il lettore può seguire nel romanzo.

Il tuo romanzo, scritto davvero bene (mi ha ricordato Rami secchi di Mario Soldati), parla di segreti, piccole menzogne in un universo familiare (quello di Sergio, Clara, papà Giò) dove il silenzio, le assenze, la fanno da padroni. Certamente nella vita coniugale, zone d’ombra talvolta ce ne sono più del dovuto e spesso sfociano in amarezze insostenibili. Ma alla fine sembra che tu propenda più ( tra le righe scrivi che la famiglia è un organismo che divora tutto,anche le ferite e che tutto poi digerisce normalizzando e stabilizzando ogni turbamento) verso un elogio del matrimonio. Cosa ne pensi?
Si è parlato di noir per questo libro. Penso che sia qualcosa che riguardi l’atmosfera che c’è in quella piccola casa. E più ancora la costruzione della tensione e della suspense. C’è anche un senso di “incombente”, un’indagine per scoprire la verità di quei segreti, di quei tradimenti. Non è però un noir in senso pieno, anche se il centro del racconto è un mistero il tessuto più profondo del romanzo va alla ricerca di altre strade.

Vivi per una vita accanto a una persona che credi di conoscere e poi scopri, quasi per caso, un suo lato, che mai e poi mai avresti potuto immaginare: Sergio, ha un segreto, vecchio di centinaia e centinaia di anni, che lo rende diverso, tanto da non potersi rivelare alla luce del sole. Ed ecco che inserisci nel plot del tuo romanzo, una specie di giallo, con delle nuances da noir … ce ne potresti parlare?
Tra Clara e Sergio c’è un rapporto profondo: affetto e complicità sono rimasti negli anni. Ma ci sono anche i tanti tradimenti, le tante fughe. In qualche modo ci sarà un superamento, ci sarà un nuovo equilibrio, ma ho qualche dubbio che tutte le ombre si allontanino.

Scendiamo un po’ più nel personale… Ci sono stati autori nell’ambito della letteratura italiana o internazionale, che, diciamo, ti hanno influenzato, o che ti hanno dato qualcosa, ti hanno entusiasmato, fatto crescere?
Ho sempre avuto frequentazioni letterarie molto eterogenee: la letteratura americana contemporanea (Roth, McCarthy Fox per citarne alcuni), alcuni autori mitteleuropei (Bernhard, Kundera, Svevo), tutto l’ottocento (i Karamazov sono la lettura che mi segnato più di ogni altra) e la folla di scrittori israeliani. Spesso faccio sortite nel mondo noir (Bunker e Manchette sono stati compagni di viaggio). L’ultimo vero entusiasmo di fronte a una lettura risale a qualche anno fa: Franzen con le sue Correzioni ha lasciato il segno.

Dove pensi che stia andando il mondo delle lettere oggi? Possiamo archiviare ormai come archeo-semiotica, la parola impegno?
In Italia è difficile trovare una mappa per orientarsi. Gli autori importanti sono monadi, isole distanti per età e mondi. Forse è meglio così. Quanto all’impegno, è ancora difficile capire se ci sarà un effetto Saviano. Quello che è certo è che in giro la richiesta di una letteratura che parli anche di quello che ci sta intorno, anche con forme ibride di narrazione, è più forte che mai.

Giorgio Scianna è nato nel 1964 a Pavia, dove vive. Un suo racconto, Il Juke-boxe, è apparso nell’antologia Anticorpi (Einaudi, 1997). Fai di te la notte, sempre per i tipi di Einaudi, è il suo primo romanzo.

disponibile in libreria


tabula rasa 06

A questo indirizzo potete leggere la lettera editoriale che ho scritto per il nuovo numero di Tabula Rasa. Mentre qui trovate l’indice del numero. Approfitto del mio blog personale per ringraziare tutti quelli che stanno sostenendo e continueranno a sostenere questa rivista, dall’editore ai collaboratori. E i lettori. Grazie.

[nota] Chi fosse interessato all’acquisto di uno dei cinque numeri precedenti può andare qui.

Viaggio a Finibusterrae


Livio Romano
Una lettura di “
Viaggio a Finibusterrae” di Antonio Errico

Del Fenomeno Salento si parla troppo e dei salentini che si parlano addosso francamente non se ne può più. Sembra concordare con questo assunto Antonio Errico che, nel suo ultimo libro, “Viaggio a Finibus terrae” edito da Manni, a pag. 75 urla contro coloro i quali operano reductiones ad unum quando, per stigmatizzare la poetica dei nostri maggiori poeti, invocano un auspicato e mai avvenuto superamento della “nostalgia dei muretti a secco e del mare”. Come se la grandezza dei Bodini, Ercole D’Andrea, Comi, Toma, Verri, De Donno non fosse piuttosto da rintracciare nell’affannosa ricerca linguistica e di senso che ha reso la loro poesia universale.
In questa raccolta di saggi in forma letteraria Errico compie, come promette nel titolo, un viaggio verso quella terra che è anche conosciuta come Fine della Terra. Si tratta di un percorso, tuttavia, che del materiale tragitto per panorami e genti ha molto poco poiché, come quest’autore ci ha abituati a fare (e come è proprio della grande letteratura), le storie le riflessioni argute i bozzetti riversati in queste pagine densissime, pur prendendo a pretesto il reportage letterario e culturale della Terra d’Otranto: non fanno che infine raccontare un landscape che è tutto interiore, privato, a tratti confidenziale.
Errico ribadisce che occorrerebbe guardare al Salento con gli occhi di un forestiero per coglierne il genius loci, per carpire le infinite sfumature di un posto che è anzitutto un “luogo della e per la scrittura” così come Dublino per Joyce o Venezia per Mann. Lembo proteso sul mare come allegoria di confine, di oscillazione fra noto e ignoto, fra terra -consueta, rassicurante, punteggiata di pietre scolpite e palpitanti che fanno un tutt’uno con la scogliera e il terreno calcareo e soffice di cui è costitutita questa “penisola della penisola”- e tessuto connettivo dell’umanità da cui partire per viaggi mitologici, o solo immaginare di farlo.
Dalla prospettiva dello scrittore -per definizione sempre in cerca di vacuum– in definitiva il Salento, rispetto al quale Errico continua a chiedersi “Dov’è?”, è un non-luogo se, come la Bretagna (o, aggiungiamo, la Cornovaglia) è finis terrae in cui la geografia si smaterializza e “le parole confinano da ogni parte con altre parole”. A rafforzare quest’idea del tutto controcorrente che porta avanti l’autore per oltre cento pagine, si diceva, ci sono pietre, dappertutto. Non solo menhir e dolmen e prospetti di chiese di sflogorante barocco belli da mozzare il fiato, che schermano interni viceversa privi di orpelli perché inutili (giacché se Dio non c’è, come i leccesi sanno -avvertiva Bene- tanto vale, dopo lo sfavillio della facciata, varcare la soglia e ritrovarsi dentro ingranaggi inservibili, umili, disadorni). Non è solo la commossa osservazione dei fari che punteggiano la costa, elementi verticali che spezzano la smisurata orrizzontalità della tavola turchina. A pietrificare il paesaggio di Errico -ad allontanarlo, quindi, dagli “intrugli folcloristici” e restituirgli un’identità primigenia, distante anni luce dal sociologicume della destagionalizzazione e del sistema-turismo, dei media partners e degli imprenditori “illuminati” che danno del “collaboratore” agli operai e concionano spaventosamente intorno al “ruolo sociale dell’impresa”- concorrono tutte le zoomate che l’autore opera su singoli scorci di Salento. Dalle chiese sobrie di Galatone, proiezione della vocazione agricola della cittadina, all’aria rarefatta, gonfia di salsedine all’interno della teoria di tempietti gallipolini a picco sul mare. Dall’indimenticabile ripresa della metafora demartiniana delle nuvole che riverberano le navi minacciose dei pirati alla decadente tristezza e agli effluvi solforosi di Santa Cesarea da cui è bene “scappare, se non hai un amore” all’abitazione di Ercole D’Andrea dalla quale il poeta non si staccava mai, luogo di oggetti cari, fonte essi soltanto di ispirazione, alla luce immaginata da Barthes alla fine del tragitto Milano-Lecce: tutto, compresa la luna, converge verso la scarnificazione, la depersonalizzazione del paesaggio. Il che suona come un monito che recupera le parole di Bodini (“Il Sud ci fu padre, nostra madre l’Europa”): l’arte che nasce a queste latitudini si fa universale soltanto quando abbandona le debolezze dell’oleografia e prova davvero ad affacciarsi su quel precipizio minaccioso e allegorico che si apre sul sagrato di Santa Maria di Leuca.
C’è solo un personaggio in carne e ossa, non a caso un forestiero, che, in una notte d’estate, intona il suo canto sinistro dalla cima di un campanile: “Ridi pagliaccio…” che diventa un tormentone per i paesani. È un naufrago elliottiano o, se si vuole, la Mouth bekettiana. La voce dell’assurdo che blatera al vento l’invincibile male di essere al mondo.

Antonio Errico, Viaggio a Finibusterrae, Manni Editori, 2007

[recensione pubblicata su concessione dell’autore]

Corpi d'arco


Fondo Verri a.c.
Presidio del Libro di Lecce
in collaborazione con la Libreria Icaro
natale – capodanno 2007/2008
[ festa? pensar non nuoce! ]

Manigold, Radicanto, Fondo Verri
Di voce in voce

rassegna di poesia e musica etnica d’autore
a cura di Claudio Prima
Venerdi 21 Dicembre
“Corpi d’arco”

Francesco Del Prete e Alessandra Caiulo

Ultimo appuntamento venerdì 21 dicembre, di “” Di voce in voce” rassegna di poesia e musica etnica d’autore curata da Claudio Prima.

Manigold, Radicanto in collaborazione con il Fondo Verri presentano
Tre serate dove le voci si rincorrono in duetti virtuosi, questa la formula della rassegna. Il primo appuntamento giovedì 13 dicembre con “No tengo lugar” interpreti il violoncellista Redi Hasa e la bellissima voce di Maria Mazzotta. Il secondo appuntamento domenica 16 dicembre, “I find my love in Portorico”, omaggio a Pedro Pietri con Claudio Prima all’organetto e la voce recitante di Simone Giorgino.
“Corpi d’arco” con il violino di Francesco Del Prete e la voce Alessandra Caiulo.
Ingresso libero. Inizio ore 21.00.

il Fondo Verri a.c.
È a Lecce in via Santa Maria del Paradiso 8 nei pressi della Chiesa del Rosario
il nostro numero telefonico è 0832-304522
marinoma8@fondoverri.191.it
http://fondoverri.splinder.com
http://leparoledidentro.splinder.com

Il sosia (2)


[…]

Quel che mi chiedevo era semplice. Come aveva fatto il sosia a sostituirmi? Dov’è che avevo sbagliato? Forse la mia indole non era fatta per il mondo. Quando raggiunsi la formulazione di questo pensiero mi sentii spacciato. “Ma come, non sono fatto per il mondo?”. Troppa bontà. Arrivare a credere da soli che il mondo sia un marchingegno così perfetto da non richiedere se non la partecipazione esteriore dell’uomo, accessorio tra gli accessori. Sfrego di spray sopra un muro. Il sosia dunque amava comparire negli stessi luoghi che frequentavo, scegliendo bene i suoi orari e facendo in modo che né io né lui ci potessimo incontrare. “Ma come, non sono fatto per il mondo?”. Questa domanda incessante mi martellava il capo. “A circa cinquanta giorni dalla scomparsa del blogger si verificò un fenomeno strano. Sul suo blog, infatti, cominciarono a comparire nuovi post. Chi li scriveva?”. Mi destai nel letto di soprassalto, impossibilitato a voltarmi dal lato destro, con tutti i miei organi che premevano sul fegato, la bocca impastata. Un incubo. Il peggiore degli incubi. La somma del peggio di ogni incubo.

[continua]

chi vuole intendere…inTenda


LIVELLO 11/8 – Chi vuole intendere…inTenda
LIVELLO 11/8 & casa/laboratorio Albania Hotel

PRESENTANO

Chi vuol intendere…inTenda

II° edizione

15 dicembre 2007 – 06 gennaio 2008
s.s. Lecce/Brindisi – area P.I.P. Surbo (Lecce)
parcheggio Ipermercato

LIVELLO 11/8 “chi vuole intendere… inTenda” prodotto da 11/8 Records e Casa/Laboratorio Albania Hotel, per il periodo 15 dicembre 2007/ 06 gennaio 2008. LIVELLO 11/8 “chi vuole intendere… inTenda” è il primo contenitore che si sia realizzato in terra salentina di spessore internazionale. Offre un programma ricco di attività, dove professionalità ed esperienze si incontrano, per promuovere la collaborazione e l’aggregazione fra artisti esordienti e professionisti, su un medesimo palco attrezzato all’interno di un tendone da circo. Secondo il principio di pari opportunità e dignità artistica, cittadini di ogni età hanno l’opportunità di trovare accoglienza di qualità e cultura.
L’idea è stimolare l’informazione e il dialogo, accentuando l’impatto ed il valore della creatività rispetto al territorio ed alla Comunità locale.
E’ proprio il territorio marginale il nostro luogo. Dopo aver riqualificato, nella prima edizione, il quartiere popolare della periferia leccese, quest’anno andiamo a incontrare culturalmente il luogo della produzione globale. L’obiettivo è drenare il pubblico delle multisale e dei luoghi preconfezionati abituato a delegare le proprie emozioni, per fargli vivere, attivamente e criticamente, l’idea di spettacolo dal vivo.

Direzione artistica a cura di CESARE DELL’ANNA

La programmazione della seconda edizione prevede delle sezioni – intendendole come piccoli festivals nel festival:

Livello electro: che è il genere più seguito dalle nuove generazioni, fino a presentare il top sulla scena mondiale della Dub Elettronica: il produttore e dj viennese Richard Dorfmeister.

Livello Roots – reggae: con il famosissimo artista Britannico – Giamaicano Jah Shaka, the King of Sounds, il pionere del roots, fino ad arrivare alle versioni più moderne con Vibronics e LDM, Raiz e Steela, coinvolgendo le più importanti crew salentine, una fra tutte i Sud Sound System.

Livello Club: con i Dj Cirillo, Ricky Montanari, Ivano Coppola e i più significativi dj’s sulla scena nazionale. Livello world e jazz: con il coinvolgimento dei talenti internazionali Gianluca Petrella (artista Blue Note), Cesare Dell’Anna, Mauro Tre e Marco Bardoscia, ecc.

Livello editoriale con una serata dedicata a Rina Durante e presentazione del testo del giovane talento leccese Federico Mello, edito da Mondadori.

Livello cinema e teatro: con l’attrice Gioia Spaziani, co-protagonista dell’ultimo lungometraggio di E. Winspeare e della fiction televisiva “Il Capo dei Capi” nel ruolo di Ninetta Bagarella. Inoltre, sarà data una particolare attenzione al problema dei migranti e dei rifugiati politici, con lo spettacolo “Il Sale e il Pane“.

Sabato 15 dicembre 2007 : ore 21,00 : inaugurazione
GirodiBanda
Cabossa Dj Set
Luca Morino (Mau Mau) Afro Funk

Domenica 16 dicembre 2007: ore 22,00 : Raiz + Steela roots-dub

Martedì 18 dicembre 2007: ore 22.00 : Dj Set SUPER FUNK: LoZio Dj e Tuppy B Dj

Mercol. 19 dicembre 2007: ore 22,00 : Vibronics– UK

the future sound of dubRoots/Reggae/Dub

+ LDM Linea di Massa Sound SystemRoma

Giovedì 20 dicembre 2007: ore 20,00 : incontro d’autore – “dedicato a Rina Durante”

Ass.ne Culturale Casello 13: introduce Massimo Melillo

ore 22,30 : Ixindamix Londra

Electro Family Circus – Breack Beat – Drum & Bass

Venerdi 21 dicembre 2007: ore 23,00 : Circo Loco/DC10 (Ibiza): Cirillo Dj

DJ’s C. Carpentieri, F. Santoro, Pepper

Sabato 22 dicembre 2007: ore 16,00 : Tribù dei Sempreallegri – spettacolo bambini

ore 18,00 : incontro con le produzioni artistiche indipendenti

il costo dell’indipendenza come ricerca di contenuti e come agire produttivo: Esperienze, successi e incazzature”

ore 21,00 : teatro “Il Pane e il Sale”

con Gualtiero Bertelli e La Compagnia delle Acque

ore 22,30 : Winter Party a cura di Cool Club

+ presentazione almanacco Cool Club

Domenica 23 dicembre 2007: ore 16,00 : Tribù dei Sempreallegri – spettacolo bambini

ore 22,00 : Dance Hall:

Full Squad, Bleizone, Boom Da Bash

Lunedi 24 dicembre 2007: ore 24,00 : ALF07 + Tarantavirus electro world

DJ Santorini

Martedì 25 dicembre 2007 : ore 22,30: Pooglia TribeRagga Hip Hop DJ GGD (Soud Sound System)

Mercol. 26 dicembre 2007: ore 22,30: Black Sun EmpireUK Electro Dub/Drum & Bass

Dj Mike, Insintesi, Dj Rumba

Giovedì 27 dicembre 2007: ore 21,30: incontro d’autore: Federico Mello

“L’Italia spiegata a mio nonno” ed. Mondadori

ore 22,30: Invasian Krew Killah

Mc Spex – leading vocalist Asian Dub Foundation + Dj Vader UK – Drum’n Bass Project

MIDIHANDS – talenti creativi pugliesi riatterrano sulla loro terra

Istall-azioni

Venerdi 28 dicembre 2007: ore 23,00: Party Re»Vox DJ:

Ricky Montanari, Ivano Coppola

DJ’s JOYFULL FAMILY (C. Carpentieri, G. Nemola, C. Perulli), F. Santoro, Pepper

Sabato 29 dicembre 2007: ore 17,00: Vanjuska Moj – Nando & Maila – Bologna – spett. Bambini

ore 22,00 Jah Shaka – reggae internazionale UK/Jamaica

Domenica 30 dicembre 2007 : ore 16,00: Tribù dei Sempreallegri – spettacolo bambini

ore 20,30: Enzo Petrachi folk + Vasquez: Folk Selection

Lunedì 31 dicembre 2007: ore 23,00 Capodanno con OPA CUPA balkanjazz

DJ set electro/world C. Dell’Anna – D. Sorge

Martedì 01 gennaio 2007 : ore 22,30: DJ Set Rachid Sannane – Marocco/Italia

Mercoledì 02 gennaio 2008: ore 22,00: Zina + guests magreb/italia world

Giovedì 03 gennaio 2008: ore 21,00: Teatro con Gioia Spaziani

in “Anna Cappelli”di A. Ruscello regia di V.M. Saggese

ore 23,00: Gianluca Petrella meets

Marco Bardoscia Quartet jazz

Venerdi 04 gennaio 2008: ore 22,00: Richard DorfmeisterAustria

DN3 – Dell’Anna/Nemola/Tre – electro free jazz

DJ’s C. Spata, C. Carpentieri, F. Santoro, Pepper

Sabato 05 gennaio 2008: ore 16,00: spettacolo bambini la Tribù dei Sempreallegri

ore 22,30: Cristal Distortion

Electro Family Circus – Breack Beat – Drum & Bass – UK

Domenica 06 gennaio 2008: ore 16,00: spettacolo bambini Kukulà

il circo più piccolo del mondo

con e di Giuseppe Semeraro e la Tribù dei Sempreallegri

ore 22,30: Sud Sound System

Rankin Lele/Marina/Papa Leu reggae

LIVELLO BAMBINI

Tutti i sabato e domenica alle ore 16,00: spettacoli per bambini.

LIVELLO CINEMA con la partecipazione di: Alessandro Piva, Pippo Mezzapesa, Simone Salvemini selezione dal Brindisi International Film Festival, Mattia Epifani e Mario Rugge, Kama, Festival del Cinema Europeo, Barbara Chiarello, Big Sur – Cinema del Reale.

proiezione videominuto, cortometraggi, documentari, cinema di notte;

LIVELLO COMUNICAZIONE progetti grafici come esperienza espressiva di comunicazione, intesa in maniera sociale o critica. La libera interpretazione al progetto “Livello 11/8” ha dato vita alle cartoline per una collezione: Con la partecipazione di Lorenzo Bassano, Adriano Nicoletti, Marcello Moscara. Allestimenti a cura di Max Licci Martinez.

11/8 Records

11/8 Records etichetta indipendente di edizioni e produzioni musicali del Salento che produce, grazie alle sale di registrazione di cui è dotata, prodotti discografici di particolare pregio artistico e numerose manifestazioni, tese al recupero sociale di situazioni a rischio.

Casa/ Laboratorio Hotel Albania

Hotel Albania è l’idea della multicultura intesa in senso artistico, per dare una voce a coloro che si avvicinano all’arte come forma di aggregazione sociale, di studio e sviluppo di nuove tendenze.

Da dodici anni promotrice di molteplici progetti interculturali di recupero delle tradizioni artistiche.

Info: 11/8 Records: tel. +39.0832.305693 – +39.347.8157272

albaniahotel@11-8records.com

www.11-8records.com www.myspace/com.undiciottavi

gilles deleuze – l'abécédaire


18 Dicembre 2007, 20:30
gilles deleuze – l’abécédaire

cenacolo filosofico politico

Astragali Teatro
via candido,23, lecce

Martedì 18 Dicembre alle ore 20,30 Astràgali Teatro presenta il primo di una serie di appuntamenti musicali, teatrali e poetici che ci accompagneranno fino alla fine dell’anno.
“Gilles Deleuze L’Abécédaire- cenacolo politico- filosofico” è, infatti, il titolo della prima di queste serate che si terranno nella sala teatrale di Astràgali in via Giuseppe Candido, 23 a Lecce, un modo per incontrare e aprire un dibattito sul pensiero di Gilles Deleuze, uno dei più controversi ed eretici intellettuali del Novecento.
Per farlo, Astràgali ha deciso di utilizzare una delle opere più rappresentative del grande filosofo francese, “L’Abécédaire” appunto, una lunga intervista di otto ore fatta nel 1988 e pubblicata postuma, per volontà dello stesso Deleuze.
Si partirà, dunque, dalla visione di frammenti tratti da “L’Abécédaire” e dalla loro discussione per poi indagare i capisaldi del pensiero del filosofo francese.
Gilles Deleuze, nato a Parigi nel 1925 e morto suicida nel 1995, è stato promotore di una pratica filosofica concepita come continua creazione di concetti in costante dialogo con il Fuori del pensiero, affiancando alla sua attività intellettuale quella di militante politico.
“L’Abécédaire” corrisponde perfettamente all’esigenza di Deleuze, come lui stesso afferma, di “essere visto col suo respiro”, ossia alla necessità, che deve muovere qualsiasi ricerca, di partire dallo studio del fare, di occuparsi delle cose nel loro concreto divenire. L’importanza dell’Abécédaire risiede proprio nel suo essere anch’esso un rizoma -concetto caro a Deleuze- cioè un sistema proliferante, capace però di raggiungere la maggiore limpidezza e chiarezza espositiva possibile.Il risultato è una disarmante testimonianza di pensiero.
L’appuntamento di martedì 18 Dicembre ad Astràgali Teatro sarà dunque un modo per alternare alla visione di frammenti de “L’Abecedaire” la loro aperta discussione e aprire all’ interrogazione critica del pensiero di Deleuze, in un’atmosfera simposiale.
Gli appuntamenti della settimana organizzati da Astragali proseguiranno mercoledì 19 dicembre con una serata dedicata a Pier Paolo Pasolini “Alle mura del Tempo” a cura di Luca Carbone e giovedì 20 con una serata di musica e poesia con Mauro Tre e Fabio Tolledi dal titolo “Concerto per Carla Petrachi”.

con fabio tolledi
antonio borruto

(You’ve two years left to trust me)…innesto su Maurizio Leo


maurizioleo.jpg

***** (You’ve two years left to trust me)…innesto su Maurizio Leo *****

…mentre da noi cosa succede? Negli anni in cui la Beat Generation era approdata in Italia e spopolava in America. Allen Ginsberg che legge a Milano davanti ad una folla di persone in un parco. Oggi i poetry slam rappresentano la tendenza, festival di poesia e di filosofia, festival di creazione. Il pubblico acclama la poesia, cerca i poeti, scova gli scrittori fin dalla tenera età, prima ancora che abbiano il tempo di vivere le cose che raccontano. Lo diceva Twain del perché non avrebbe mai scritto di viaggi sulla luna, semplicemente perché non avrebbe mai potuto metterci piede, sulla luna; come scusa può essere accettata. La Beat Generation, però, non è nata con l’intenzione di creare una mitologia, è nata senza intenzioni oltre quella di una scrittura che parlasse della/alla vita, né è fuoriuscita una nuova Epica Americana. Il Moloch di Ginsberg è il mostro-società che nel controllo e nel dominio trita tutto e non lascia nulla, l’alcool e la droga, fonti di espansione per viaggi neuronali e risorse inesauribili per le casse dello stato e dell’anti-stato, dell’industria e del controllo. Quel che resta sono storie che devono essere scritte per restare e poi milioni di altre vite bruciate come teste di fiammiferi brillano e si spengono bruciando le dita di chi vuole afferrarne troppa, di luce. Mentre da noi cosa succede? Altre geografie, altre mitografie. Non si attende la risposta di una rivista che intende pagarci un racconto a parola. Non si prende a calci l’astinenza dentro pagine rilegate. Alcuni scrittori presso queste latitudini confrontano i preventivi dei tipografi che con l’avvento del digitale hanno le mani sempre meno sporche e la prontezza di velocisti sulla richiesta di anticipi, nel caso che qualche scrittore (o editore) tiri un bel bidone e non si faccia più vedere. Gli scrittori di queste geografie occupano uno qualunque dei cento paesi (la provincia dei cento paesi) e sono esperti in comunicati, produzioni, presentazioni e nanoeditoria, dove microeditoria e media editoria sono faccende già grandi, che presuppongono segretari, corridoi, stanze, attese e mezze voci che si inseguono. Lo scrittore/editore, promotore di se stesso e di altri, in luoghi dove i centri sociali hanno avuto una storia puntuale, collocabile in un arco di tempo preciso, e poi sono stati lasciati abbandonati, svuotati, smantellati. E noi, dove siamo? Rischiamo di leggere quel che vogliono ‘loro’, di guardare quel che vogliono ‘loro’ e di essere informati di ciò che scelgono ‘loro’, fino a diventare uno schermo bianco sul quale possono imprimere ogni cosa, ‘loro’. Perché lo scrittore deve trovare il tempo di avere idee che siano sue, e non di qualcun altro, prese in prestito, e nel frattempo deve (r)esistere come persona, fuori dalla pagina scritta. Restano i sogni e le visioni che piombano impensati, quando capita, nel traffico, al telefono, davanti ad un bicchiere mezzo stanco e mezzo sveglio. Ogni momento è buono perché la mente sia altrove con metodo, il metodo della scrittura. Così le nostre mitografie si arricchiscono, le storie si allacciano a persone, persone proprie di un corpo, una voce. Esplosioni che riescono a sganciarsi dall’orizzonte degli eventi del buco nero, che tutto trattiene, perfino la luce dei fiammiferi più grandi. Bagliori che sanno operare con maestria senza avere il tempo di diventare maestri, oppure maestri nel loro lavoro, l’opera di limatura. Il ritmo della diffusione di un testo, a queste latitudini, fa di una ristampa un lieto evento. C’è chi è abituato, c’è chi invece vede nell’esaurimento delle scorte un parallelo dell’esaurimento nervoso di energia, perché il mercato è vasto e saturo, certe volte i lettori bisogna scovarli e quando non ci si riesce con le buone i libri vanno regalati, perché a volte dare un libro è una questione di pudore, quando nessuno lo cerca. E Jack Kerouac? Che senso ha frugare tra i fantasmi e proprio i fantasmi della Beat, che oramai sono fantasmi della storia? I fantasmi ritornano quando hanno qualcosa da ricordare, ci intimano di prendere una condotta differente, i fantasmi dei padri ci rincorrono nei sogni e i sogni, anche gli incubi, sono belli. È bella la musica di Parker, perché è arte, ed è bruttissima la sua vita, come è bruttissima la verità. La scrittura arriva dopo, dopo tutto il resto, dopo la vita. Le parole rimangono lì se non circolano, se non sono dette, se non sono contrabbandate. In questo ‘siamo tutti concorrenti’. Quello di alcuni scrittori è concorso di colpa nel prendere persone ignare e farle diventare lettori. Quest’operazione è vista di buon occhio da alcuni soltanto se va bene. Ciò accade perché a certe latitudini nella scrittura si vive non tanto una libertà di mercato (ovunque) ma una libertà dal mercato. Una libertà che permette di essere scrittori e filosofi anche al riparo da certe logiche che all’arte sono sempre andate strette. Nel momento in cui si chiude l’ultimo verso di una poesia il primo della prossima scalpita, un romanzo stampato e due nel cassetto. La poesia viaggia su fibra nervosa e ottica facendosi beffe di internet. Cioran parla di un suo amico come del filosofo ‘sans ouvre‘. Il filosofo senza opera. Lo scrittore senza opera, al di là di ogni opera. Sono i personaggi di Kerouac e della Beat Generation. Scrittori di romanzi esasperati e senza alcuna coscienza. La critica secerne metodo, categoria, confronto. Io produco metodo, categoria e confronto. Dopodiché sogno per conto mio. Questa notte ho sognato un compagno di viaggio con cui ho diviso molto e che un giorno mi diede una poesia fotocopiata, ridemmo in università di un gazebo oblungo, di come si poteva essere così fuori per scrivere certe cose, sicuramente scriteriati. Le ultime voci lo danno in Toscana, agricoltore o contadino, meglio di chi non crede che la terra abbia qualcosa da regalare. E noi? A noi cosa succede, cosa succede a mischiare la scrittura con la vita? You’ve two years left to trust me.

***** Nel gennaio del 2004 ebbi la possibilità di scrivere l’introduzione per una riedizione del libro di Maurizio Leo intitolato “Dogmaginazione”. Ristampa di un libro smarrito e non più ristampato. Purtroppo quel libro non è stato riedito. Nel frattempo l’editore Lupo ha pubblicato un’antologia delle poesie di Maurizio Leo. Oggi mi sembra cosa opportuna pubblicare sul blog l’intervento che scrissi nel 2004, dal titolo “(You’ve two years left to trust me)…innesto su Maurizio Leo.

icaro, sei anni di voli, 19 dicembre, Lecce


Icaro Libreria
sei anni di voli
[ natale 2007 ]

Mercoledì 19 dicembre 2007
presso la saletta della Biblioteca Caracciolo di Lecce (Fulgenzio)
dalle ore 19:30.

Sarà presentato il libro
“Che si racconta alle sorgenti del Nilo?”
di Don Stanislas Ngendakumana

Mercoledì, 19 dicembre 2007, dalle ore 19:30, nella saletta della Biblioteca Caracciolo presso la Chiesa di Fulgenzio in via Imperatore Adriano a Lecce. Sarà presentato il libro “Che si racconta alle sorgenti del Nilo?” di Don Stanislas Ngendakumana, raccolta di fiabe e di racconti africani realizzato dall’associazione “Un Bambino per Amico” Onlus con il patrocinio del Comune di Lecce per i tipi dell’editore Icaro.
Alla presentazione interverranno: Enrica Verderamo, presidente dell’associazione “Un Bambino per Amico” Onlus, Paolo Perrone, Sindaco di Lecce, Don Stanislas Ngendakumana, autore del libro, Don Denis Kibangu Malonda, Coordinatore Nazionale Africani francofoni in Italia c/o Fondazione Migrantes, Anna Maria Pensa, docente di Pedagogia presso l’Università degli Studi di Tor Vergata, coordina l’incontro Mauro Marino.
Attraverso forme allegoriche che privilegiano gli animali incarnanti vizi e virtù degli uomini, le favole suggeriscono atteggiamenti e comportamenti improntati alla prudenza, alla laboriosità, alla gratitudine, alla solidarietà. Questo genere letterario di antiche origini affonda le sue radici nel folklore di gran parte delle culture del mondo e trasferisce,dalla tradizione orale alla forma scritta, pillole di saggezza popolare, che ritroviamo identica a qualsiasi latitudine. Su questa linea si è mosso e a lavorato Don Stanislas Ngendakumana, unendo alla sua missione di sacerdote quella di appassionato raccoglitore di narrazioni.

Leggere i racconti africani è come spalancare gli occhi sul mondo.

Un mondo pieno di meraviglie e di magiche scoperte: storie, a volte lievi a volte più grevi, di uomini, donne e bambini, di animali e di paesaggi lontani, raccontati da una voce che, ad ascoltarla bene, somiglia a quella di tutti i papà e le mamme, i nonni e le nonne che continuano a dedicare un po’ del loro tempo ai più piccoli, ma anche ai più grandi. Raccontare è un atto antico che sa di buono, che profuma di saggezza e di tenerezza, che accompagna e aiuta la crescita e risulta essere, a tutti gli effetti, uno strumento educativo di alto valore. Raccontare è tempo per sé, per aiutarsi a capire che la vita, anche quando è tortuosa, va vissuta con coraggio e con forza, con entusiasmo e generosità.

saluto ante litteram, Giovedì 20 Dicembre


Il Gruppo Opìfice saluta il 2007 cucinando per i cagliaritani un minestrone letterario da leccarsi le orecchie. In attesa del salotto post litteram che si terrà a Bologna dal 27 Gennaio al 9 Giugno 2008, ecco a voi il saluto ante litteram, praticamente un NON spettacolo messo in piedi in due giorni da quel genio incompreso che porta il nome di Joaquime De La Insegna.
saluto ante litteram (praticamente prima del salotto post litteram)
minestrone letterario cucinato dal Gruppo Opìfice

Giovedì 20 Dicembre, h. 21.00
Sandy Pub, Via Malta, Cagliari

Ingredienti primo tempo:Andrea Mascia legge Entropia in una tazzina di caffé (brani)
Aventino Loi legge La notte non dormo (racconto)
Carlo Corsale legge Steven Gorelick, Piccolo è bello grande è sovvenzionato (brani)
Joaquime legge la Bibbia (quasi tutta)
Fabio Medda legge Monaco-Praga (racconto)
Simone Olla
legge Come Sergio da Toilet 11 (racconto)
Simone Belfiori
legge Giorgio Gaber, L’America (monologo)

:: PAUSA SIGARETTA ::

ingredienti secondo tempo:

laGabbia delDisonore (cenni)
Fabrizio Bolognesi legge Luce fredda di Luigi Brasili (racconto)
Michele Ferraro legge John Barth, L’opera galleggiante (brani)
Mattia Piano
legge XXX (racconto)

terra/terre. racconti inediti sparsi (presentazione ufficiale)Giovanni Curreli legge Un anno pieno di soddisfazioni del Chierico Vagante (oroscopo)

Fumetti live a cura di Luca Congia

Le musiche saranno – manco a dirlo – di Simone Belfiori che si circonderà dei migliori musicisti presenti nella scena underground monserratina.

(A fine serata Decimo Cirenaica saluterà gli amici prima della partenza per le Americhe, dove finalmente troverà la mamma perduta, per citare un racconto che ha cambiato la storia letteraria degli ultimi vent’anni almeno.)

***
La serata è organizzata in collaborazione con:
Officine Enrico Cocco, manutenzioni e aggiustamenti vari
Ombrelli Mascetti, quando passeggiare sotto la pioggia diventa un titolo nobiliare
Guanciali Fiore, dormire e mangiare sano

Per una civiltà di memorie.


liebe.jpg

Per una civiltà di memorie.
Su “Visite inattese” di Stefano Cristante

La poesia filosofica, o la poesia del pensiero, è quella poesia che si interroga sulla flessione dell’io lirico, sul ripiegamento in se stesso dell’io poetante. Davanti a poesie di questo genere l’unica estroflessione notevole è il fatto stesso che la poesia sia in apparenza l’unica traccia accreditabile della presenza di questo io. La poesia è uno sperimentare allo stesso modo in cui l’esperimento, in fisica, viene condotto per certificare l’esistenza di un qualcosa che si presupponeva esistere e che sotto gli occhi dei più – non è. La prima impressione che ho avuto leggendo “Visite inattese” di Stefano Cristante è stata quella di una vicinanza alla poesia di cultura e meno al culto della poesia. La prima sezione, intitolata “Tipi di cose”, costituisce una sorta di tipigrafia degli affetti, luoghi distanti nel passato dove osservare quel che è stato senza rimpianto. Colpiscono le descrizioni del paesaggio, un assente noto nella media della nuova produzione lirica. È nei modi di articolare la poesia dinanzi al paesaggio che possiamo scoprire il rapporto del poeta con se stesso prima ancora che con il suo ambiente, un paradosso che è possibile soltanto in poesia. C’è il rapporto dell’autore con una terra d’adozione “Abitare è amare questa terra/per quante vie di fuga mi regala”. “Tipi di vento”, “La pioggia di tutti”, e la bella “2 stagioni +2” partecipano di un sentire nel quale la poesia di Stefano Cristante si astrae rapida dal poetese: “tutto è verde, brilla, risplende/la luce rimbalza esotica sui davanzali/si accresce col verde/si espande, sovrana,/regina-pupilla della tua verde mente”. Termini come il vento, la nebbia, la pioggia, i rami, le foglie, sono comparse rarefatte, segnali di oggetti tangibili, presenti. L’impressione è di un libro che è sunto della propria esperienza intellettuale e diviene il presente di una gnoseologia per frammenti, suggerimenti. Nella sezione intitolata “Anatomie” c’è una poesia “Storie senza tempo”, dove i versi danno forma, in un cantilenare ritmico, a una riflessione sul passato che si intreccia al presente. In questi versi sono ricchi i richiami al mito e alla fondazione della società civile, è come se le memorie di quest’ultima venissero chiamate in causa con l’intenzione di concedere alla lirica la possibilità di esprimere ciò che il tempo annienta, sotto forma di conflitto per la pura sopravvivenza. Vi può essere lotta per la sopravvivenza (struggle for life) nella vita di ogni giorno, dalla grecia antica a oggi, tuttavia nella poesia diviene consistente la voce del riscatto (ad esempio in Minotauro, e in Problemi di stirpe e etnia…). La poesia di Stefano Cristante desidera realizzare ciò che le fotografie non riescono a realizzare, perché testimoni di un posto giusto preso nel momento sbagliato. Non a caso “Il poemetto” occupa la parte centrale dell’opera, esso è infatti il componimento nel quale vengono impegnati tutti gli accordi presenti nelle altre sezioni. Il contrasto tra le civiltà e il desiderio di fuga, sono termini a quo della poesia di Cristante e non, come si potrebbe errare in letture improvvisate, termini ad quem; qui non c’è l’anelare di Rimbaud a chiudere i conti con l’occidente per finire i suoi giorni da esploratore in Africa. L’esplorazione razionale e in versi cui si dedica l’autore di “Visite inattese” è una rivisitazione delle “Amenità” del nostro tempo, continuamente in bilico tra ragione e rivoluzione “Oh, l’ipotenusa! L’ipotenusa è quel tratto che dall’ombra del pino attraversa paesi e contrade e si tuffa dentro le spighe gonfie di chicchi gialli e arancio e li oltrepassa giudiziosa, su e in poco tempo geme d’entusiasmo nel provare l’abbraccio del mare” (da Escursioni). La poesia si assume il rischio del ripensamento, “Fa’ come sai e come si deve./Riesuma la Musa. Il gatto si assuma/il rischio delle fusa.”. Sembra che la conclusione di questo libro conceda, così come la dedica “A chi non sa amare”, la critica al cuore dello stesso sistema che con versi si cerca di scardinare, la poesia dell’esteriorità commossa e dell’occasione di fronte alla riflessione del poema naturale. Una sorta di Lucrezio contemporaneo, autore di un poema umano della conoscenza così come poteva essere concepito in epoca pre-cristiana, periodo in cui non c’era uno iato così forte tra scienza e poesia. In “Visite inattese” c’è questo tipo di poesia, che recupera una dimensione di indagine conoscitiva del mondo e dell’uomo. La tradizione e il passato giocano un ruolo importante finché servono, appena prima di divenire pesantezza e impedire il volo.

Stefano Cristante, “Visite inattese”, Besa Editrice

Le 1000 – blog di Stefano Cristante

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV, Numero 27
“Fermi immagine da un treno che attraversa la prateria”

Adesso tienimi.


su “Adesso tienimi”
Flavia Piccinni

Flavia Piccinni, con “Adesso tienimi” è sicuramente riuscita nell’intento di offrirci uno spaccato veridico di una situazione, quella delle periferie e nella fattispecie di Taranto, comune a molti giovani. Non solo. Con il suo romanzo è riuscita laddove molti altri potrebbero fallire per eccesso di zelo (vedi alla voce: pedanteria) o di intellettualismo. Quest’ultimo elemento, in particolare, risulta evidente. La giovane età dell’autrice, unita ad un’esperienza di scrittura – oltre a diversi racconti questo è oggettivamente il suo secondo romanzo – fanno accorgere il lettore del fatto che la Piccinni conosce le cose che racconta e non le scrive soltanto per scandalizzare. Il ragazzo di Martina è morto da poco, lo scenario in cui si muove la ragazza non è dei più belli, ma lei ci ha fatto l’abitudine e di certo non emerge per buona parte del romanzo, nessun desiderio di riscatto, semmai l’ambizione ad un’atarassia generica dentro cui resistere al mondo, isolati, coltivando le poche cose che offrono una certezza di tranquillità. L’ippodromo, un giro al porto, il tentativo di pensare ad altro, non c’è nessuna intenzione di indagine sociologica, nel romanzo della Piccinni, semmai una sorta di prossemica della sensualità, fatta di descrizioni di sguardi, gesti, piccoli riti, un esempio? La scena in cui la protagonista raggiunge la casa del suo ragazzo prima del funerale. Una altro esempio? I quattro amici che scrivono il loro nome su un lucchetto che poi legheranno a una catena. Il rapporto di Martina con la madre Adriana è da pari. La chiama e la immagina sempre per nome, i suoi genitori le fanno fare quel che vuole, come se non andare a scuola di sabato fosse un delitto, ci si chiede piuttosto perché Martina continui a frequentare, visto l’interesse. È chiaro che lo sguardo di Martina risulta essere quello più lucido e al tempo stesso obiettivo di tutto il romanzo “A volte non capisco perché le famiglie si ostinino ad andare d’accordo, a creare un senso di quiete che non esiste”. La stessa lucidità nei confronti dei professori, che non risparmiano considerazioni ad alta voce “Gli insegnanti sbraitano, fanno domande, commentano, spiegano. Ripetono che le lezioni, anche se obbligatorie, accolgono spesso asini travestiti che farebbero meglio a lavorare nei campi o alle pompe di benzina.” La risposta è forse che la scuola, nonostante tutto, resta l’unico collante sociale rilevante, in ogni condizione, prima dell’ingresso nel mondo del lavoro. Una cosa che viene in mente è che il mondo di “Adesso tienimi” è popolato di arresi che hanno ceduto alla sconfitta anche quando non hanno sperimentato la perdita, professori di liceo arresi all’impossibilità di fare sforzi per migliorare gli studenti, figli arresi difronte all’inadeguatezza di genitori e parenti. Quando la professoressa di greco rivolgerà un’attenzione a Martina, semplicemente per chiederle come sta, ciò costituirà una novità momentanea, la prima volta in tredici anni di scuola dell’obbligo che un professore si interessa di lei. I protagonisti adolescenti di “Adesso tienimi” sono riusciti a individuare il codice di sopravvivenza per la città e per i suoi luoghi, perfino Tamburi che insieme a Paolo VI e Taranto 2 è considerato da tutti una pattumiera, si rivela essere uno dei luoghi più belli, con un mare cristallino che ai Caraibi se lo sognano. La generazione di eBay e degli iPod che si incrocia con problematiche vecchie come il dopoguerra. Il linguaggio e lo stile utilizzati da Flavia meritano un discorso a parte. Anzitutto c’è un’evoluzione sensibile nei confronti delle sue precedenti prove narrative, soprattutto i racconti; acerbi nella lingua anche se già individuati, cioè ognuno caratterizzato dalla resa di uno spaccato di mondo proprio, in miniatura; in “Adesso tienimi” il periodare è preciso, il lettore è spinto a visualizzare rapidamente ciò che accade, lo spazio lasciato al pensiero e alla para-noia è ristretto, teso in un “ciò che è” che è “ciò che accade”, identico a ciò che viene narrato. La gravità delle situazioni non viene certo sminuita da questa rapidità. “Adesso tienimi” è un colloquio con una persona assente, una finzione di monologo costruita con se stessi, chiave di volta di un amore che ci unisce a qualcun altro e, allo stesso tempo, da modo di conoscerci su un ritmo in crescendo che diventa pulsante, fino sciogliere nel finale la sua tensione.

Adesso tienimi, Flavia Piccinni, Fazi Editore

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV, Numero 27
“Fermi immagine da un treno che attraversa la prateria”

 

Come un Ulisse che si è perso.


Come un Ulisse che si è perso.
Su “Mal di mare” di Arcangelo Amodio

arcangeloamodio_maldimare.jpgArcangelo Amodio, brindisino che vive a Londra, con “Mal di mare” è alla sua seconda prova, la prima, un libro di racconti intitolato “Controra” è edito anche esso da Lupo Editore.

C’è tanta commedia in questo romanzo, che sembra dipanarsi come una pellicola on the road, il protagonista di “Mal di mare” di mestiere fa l’anestesista, lavora in una clinica privata, si è appena sposato con la ricca Giovanna. Le premesse sarebbero ottime se non fosse che il viaggio di nozze dei due – è da qui che parte il romanzo – si svolge su una nave che farà una crociera nel Mediterraneo. La nave toccherà diverse isole della Grecia e porterà i nostri fino al confine con la Turchia in un viaggio che si trasformerà da subito in un viaggio a ritroso nel passato, alla ricerca delle tracce lasciate dai propri ricordi. Un viaggio siffatto susciterebbe un paragone con quello più famoso compiuto dal mitico Ulisse, sarebbe bello che sull’ultima spiaggia, nell’ultima scena descritta, la dolce e enigmatica Clio facesse la sua comparsa sulla soglia come una nuova Penelope che ha atteso i suoi dieci anni, tanti sono in effetti gli anni di fidanzamento intercorsi tra il protagonista e Giovanna prima di queste nozze.
Il romanzo presenta il ritorno alla ‘casa’ della propria giovinezza vissuta nel modo più spensierato, come dice l’autore, non sono forse i greci ad avere inventato la nostalgia? Il viaggio, come spesso accade, è il pretesto per fare un bilancio della propria vita, le cose si complicano quando per fare ciò viene scelto il momento meno adatto, il proprio viaggio di nozze. Al protagonista tutte le situazioni sembrano stare strette, la realtà si configura come sequenze di legami e morse che non tengono più, il “mal di mare” che fa da sfondo echeggia quasi una nausea di sartriana memoria. Un momentaneo allontanamento dalla compagnia della crociera condurrà alla ricerca di vie di fuga infinitesimali da un’esistenza che non è più soddisfacente, gli spunti sono offerti anche dagli incontri che effettuerà il nostro, la figura di Henry è di certo la più interessante, rappresentando quell’elemento di razionalità che potrebbe condurre la vicenda ad un esito positivo. Poi c’è Giovanna, che sembra capire fin da subito il ruolo che dovrebbe accettare, quello della moglie che riconosce l’irrequietezza del suo uomo e sa che deve perdonarlo in ogni situazione, anche se in un momento sembra essere stufa di questo gioco, si ribella per affermare la sua unicità nel rapporto. Il timido anestesista sembra recuperare il coraggio man mano che si avvicina la destinazione del viaggio, una vecchia casa abbandonata di cui possiede le chiavi. Il termine del viaggio, per il protagonista, potrebbe portare finalmente ad una decisione frutto di una scelta, ma nel caso di “Mal di mare”, vale la pena lasciare al lettore la soddisfazione di arrivare a capire questa decisione insieme al protagonista.

 

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV, Numero 27
“Fermi immagine da un treno che attraversa la prateria”

 

La terra senza rimorsi.


La terra senza rimorsi.
Su “Era notte a Sud” di Vittorino Curci

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Era notte a Sud“, una S maiuscola nel titolo raccoglie un senso implicito, per una supposizione più da lettore che da critico, per la raccolta di racconti che Vittorino Curci ha pubblicato per Besa Editrice, nella quale vengono rappresentati diversi quadri di varia umanità, collocabili nell’area del sud-est barese. Vittorino Curci è noto al pubblico per la sua esperienza di jazzista e di poeta, con la sua ultima raccolta intitolata “La stanchezza della specie” (Lietocolle Edizioni), ha dato segno tangibile della consapevolezza delle fonti e del suo dettato poetico.
Leggendo questi racconti è come se ci trovassimo di fronte ad un tratteggio d’umanità colta al crepuscolo, spiata dall’arte sapiente di un pittore che vuole congelare il tempo di un respiro, l’attimo di una battuta. Vittorino Curci volge il suo sguardo ad una schiera di persone che forse non costituiranno l’ossatura o il midollo del genere umano, ma ambiscono ad esserne gli arti mobili e laboriosi, le gambe che fuggono rapide, in seconda fila e senza troppo rumore, magari nemmeno tristi per quel po’ di derisione che li contraddistingue.
Nell’ultimo dei racconti contenuti nel volume “Pàbitelé”, è racchiusa una spiegazione della poetica di questa raccolta, come nelle storie di Hrabal, i personaggi di “Era notte a Sud” sono portatori di storie e ricordi, legati al loro luogo di appartenenza che malgrado tutto viene riconosciuto in maniera sottesa e mai nominato invasivamente, costituendone la voce inconsapevole. Il barbiere musicista, il bidello calmo che non tollera gli ‘sfottò’ di un collega e si rende addirittura artefice di una piccola resurrezione, il ragazzino che diventa amico di un mafioso locale sul viale del tramonto. Il lettore si scopre a spiare dal buco di una serratura le esistenze di questi personaggi emblematici, fotografati in un tempo immobile che dell’eternità conserva la magia, resa anche da un linguaggio che riesce a mantenersi poetico, perfino nelle descrizioni di episodi più crudi.
È facile accorgersi del legame strettissimo che c’è tra l’autore e queste storie, non ci troviamo di fronte ad un frutto d’invezione e pura ispirazione; il lettore può cogliere – questo è un punto a favore di questo lavoro minuzioso – il carattere di aderenza epidermica di ogni storia al vissuto dell’autore, che con questo libro si allaccia alla tradizione dei cunti popolari e nello stesso momento sembra dare forma alla malinconia per la distanza di quel mondo dall’oggi. In questo libro c’è un messaggio che ci suggerisce di conservare le nostre storie nel cuore, senza temere i propri ricordi come si temono i fantasmi. “Era notte a Sud” è la trascrizione di un’ipotesi, quella secondo cui uno a uno i ricordi del nostro passato possono essere trasformati nei più forti alleati del nostro presente. In particolare ne risulta un’immagine forte della fanciullezza, da una terra che spesso costringe i suoi figli ad una crescita repentina. La prima impressione, confermata nella lettura, è quella di avere a che fare con una galleria di vinti che a loro modo risultano vincitori, capovolgendo ciò che il destino sembrerebbe aver apparecchiato al loro tavolo e a dispetto del giudizio troppe volte superficiale dei propri paesani; su tutti loro, la notte porterà consiglio.

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV, Numero 27
“Fermi immagine da un treno che attraversa la prateria”

anelli deboli


musicaos_26_small.jpgè online

Musicaos.it
Anno 4 – Numero 26
“Anelli Deboli”

Testi: Luciano Pagano – Protesi, Elisabetta Liguori – La responsabilità del vetro a NYC, Silla Hicks – Un uomo come gli altri, Biagio Salmeri – Poesie, Marco Montanaro – Stretching, Federico Fascetti – Battiti, Riccardo Lionello – L’isola di Crapus, Francesca Roccasalda – La promessa, Marco Gallorini – Ciabatte, Matteo Chiarello – da “Poesie del silenzio”, Martina Campi – Due poesie, Alessadro Milanese – Pausa pranzo, Maria Luisa Fascì Spurio – Francesca non è mai esistita, Flavio Villani – Il medico, Luisa Ruggio – Le amanti adriatiche, Maria Pia Sapenza – Un racconto di eros

Interventi: Luciano Pagano “Gustavo fa un sogno”, su Gustavo di Carlo Bordini – Distruggi il male, vai!, Su “Actarus. La vera storia di un pilota di robot” di Claudio Morici – I lumi irregolari di Neuropa. (Ancora) su Neuropa di Gianluca Gigliozzi – Dickipedia. Su “Philip K. Dick, la macchina della paranoia, enciclopedia dickiana” di Antonio Caronia e Domenico Gallo – Pangrammi dell’esistenza. Su “La mania per l’alfabeto” di Marco Candida – La decostruzione dell’odio. Su “Il legame” di Fabio Omar El Ariny Stefano Donno “In poltrona con Noam Chomsky“, Nano-intervista, Breve scambio di battute via mail rilasciate da Noam Chomsky al curatore dell’intervento il 14/08/2005 – Il matematico impertinente di Piergiorgio Oddifreddi – La poetica di Mirella Floris: canto d’amore e di lotta – “Io sono figlio unico. Intervista ad Antonio Pennacchi” di Simone Olla – Enrico Pietrangeli Su “Disorder” di Gianfranco Franchi – Su “Sopra e sotto” di Roberto Casalena – Su “L’eretico e il cattolico” intervista a Elio Bartolini di Mauro Daltin – Su “Beckett e Keaton: il comico e l’angoscia d’esistere” di Sandro Montalto – Orodè Deoro Vischio Spaziale Reportage del free dancer Orodè Deoro alla casa-museo di Ezechiele Leandro) Bianca Madeccia Roberto Sebastian Matta Echaurren Simonetta Ruggeri “L’acqua e la pietra: il dubbio e la regola” su “L’acqua e la pietra”, di Bianca Madeccia (Lietocolle edizioni) Giacomo Cerrai “Diario inverso” di Lucianna Argentino – “Stato di vigilanza” di Gianfranco Fabbri – Sante Maurizi su “I trovatori” di Gianni D’Elia

Gustavo fa un sogno.


Gustavo fa un sogno
su “Gustavo. Una malattia mentale” di Carlo Bordini.

Luciano Pagano

carlobordini.jpgEsistono libri che sono capaci di svolgere una funzione di specchio per i loro lettori, opere dove l’importanza della trama e le vicende dei personaggi passano in secondo piano se paragonati all’elemento ‘perturbante’ che da essi viene risvegliato. È questo il caso di “Gustavo. Una malattia mentale”, romanzo di Carlo Bordini pubblicato da Avagliano Editore (giugno 2006).
Chi fosse interessato ad approfondire l’opera di questo interessante autore romano non può prescindere dalla sua opera poetica, il cui corpus principale è contenuto in Pericolo (Poesie 1975-2001, Manni) e da “Manuela di autodistruzione (Fazi, 1998). Carlo Bordini, in poesia è un autore che sa coniugare l’urgenza del messaggio alla tensione del dettato, senza barocchismi né retorica, “Forse facessi/ il mio vecchio numero di telefono/risponderei/com’ero vent’anni fa/come sei cresciuto mi direbbe/856896” (Poesia scritta di notte).
Nei suoi versi si nascondono pensieri di rara densità, concentrati nel breve tempo di una poesia a volte disarmante nei confronti della realtà di tutti i giorni “Le cose sono buone, sono belle/non danno fastidio, non si muovono./Ci vogliono bene e sono fatte per noi. Le cose sono tutte/un po’ pop, se ci fate/caso, hanno un’aura pop, una/luminosità che si espande/intorno a loro” (Cose). Un’esperienza poetica che colma una cesura necessaria, quella di una generazione sviluppatasi – i nati negli anni cinquanta – a cavallo tra espressione e impegno.
“Gustavo” ci offre qualcosa di più, approfondendo il romanzo quell’introspezione che nelle poesie lasciava più margine all’impegno sul piano concreto e sociale. Siamo di fronte alla storia di un uomo, costruita sull’assenza della protagonista femminile, Marina; l’ossessione del pensiero viene presentata tramite la successione dei momenti di Gustavo nell’appartamento che fa da contenitore della vicenda. Si badi bene, non si tratta di un ‘romanzo da camera’, al protagonista capita di uscire e relazionarsi al mondo, i luoghi, la camera di un albergo, una clinica, una terrazza, sono tutti luoghi dove il sogno si confonde con la realtà; l’allucinazione comincia a prendere il sopravvento nella vita di Gustavo, che comincia a sentire il peso del suo lavoro, cerca di liberarsi la testa in tutti i modi, anelando ad una ‘leggerezza’ in cui i troppi pensieri non lo offuschino. “Non sono niente. Non sono né un’isola, né una madre, né una moglie. Lo sono nel momento in cui lo faccio”. Carlo Bordini ha scelto di rappresentare il suo protagonista con periodi dallo stile asciutto, nei quali non mancano descrizioni minuziose, il lettore che vuole ancorarsi ad  una trama classica è perfettamente libero di seguire la consecutio dei ‘quadri’; l’autore utilizza volutamente alcune deffaillance, (uso di minuscole dopo i punti, periodi sospesi, etc.) rendendo così il lettore partecipe di uno smarrimento incrementale del protagonista. Procedendo nella lettura il senso di angoscia cresce, i fantasmi con cui ha a che fare Gustavo, le ‘teste’, non sono più pensieri fittizi, si tratta di elementi concreti, l’apparente slabbratura della struttura del romanzo cela una lucida coerenza, una compattezza del dettato.
gustavo_carlobordini.gif Il ‘sogno’ è uno degli elementi che compaiono nella mente offuscata di Gustavo, egli incontra una donna irsuta, oppure incontra la donna che era con lui, Marina, ma non si ricorda se questi avvenimenti sono sogni o realtà. I parenti cercano di convincerlo a cambiare casa, cercando un appartamento più piccolo, magari la compagnia di una donna anziana, una ‘zia’, ma lui si innamora di una giovane donna che – come tutta risposta – non verrà più portata in visita a casa sua.
Questi alcuni dei microepisodi che vengono evocati nella narrazione; ci accorgiamo della profonda solitudine in cui versa l’uomo Gustavo, un cerchio che gli viene stretto attorno come un cappio dalle convinzioni e da coloro che lo circondano.
Quel che accade durante la lettura del romanzo di Carlo Bordini è semplice, il lettore dopo qualche pagina fa conoscenza con il personaggio e cerca di rintracciare nel suo carattere qualcosa che di somigliante; ad un certo punto avviene un’osmosi particolare. In “Gustavo” viene raccontato il progressivo e lento scivolare di un uomo nell’alienazione dal mondo, fin nei suoi pensieri più intimi, che si rivelano essere – assieme alle emozioni e ai suoi stati d’animo – i veri protagonisti di questo romanzo. La lettura di “Gustavo” genera nel lettore dei veri e propri meccanismi di proiezione, l’autore ne è consapevole, semina dei segnali nel testo, reiterazioni, accenni, sbavature e sfasature del senso che sono lì per non sfuggire, nemmeno al lettore meno attento, il risultato è che l’ansia e la solitudine del protagonista si trasformano nella solitudine emblematica di ognuno di noi.

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV Numero 26, “Anelli deboli”

I lumi irregolari di Neuropa.


sanmichele.jpgContraddistinto da un impianto filosofico rigoroso, l’incipit di Neuropa (Gianluca Gigliozzi, Luca Pensa Editore, 2005) porta con sé, da subito, IO, protagonista non soggetto. Torno a riflettere su questo romanzo a distanza di due anni, dopo aver conosciuto direttamente l’autore, grazie ad un breve giro di presentazioni in Puglia, tra il giugno e il luglio del 2005. Nel frattempo, tra la gestazione e la pubblicazione, il romanzo ha subito variazioni, la suddivisione in parti è cambiata, da due a tre rispetto al manoscritto che ebbi modo di recensire su musicaos.it nel dicembre del 2004.
Cosa accadrebbe se la modernità si fosse costituita, dall’età dei Lumi a oggi, non sul principio della ragione bensì su quello della follia? Che cosa intendiamo quando diciamo ‘modernità’? Questi due quesiti sono costituenti della scrittura di Neuropa, la loro soluzione è l’azzardo che si propone inizialmente l’autore, Gianluca Gigliozzi.
La storia è anche luogo di scontro dei pregiudizi, quello ad esempio che vorrebbe il Medio Evo come un’età oscura, e che legge nell’Illuminismo un’età gloriosa; ma la storia, per l’appunto, è interpretazione. Cosa dire ad esempio se il Medio Evo in questione è quello di un Sant’Alberto, o di un Dante, un periodo che prima ancora della scoperta dell’America vedeva l’Europa percorsa dai fremiti della ragione, del dibattito e della disputa? Certo, la differenza considerevole è data dal fatto che nel Medio Evo l’esistenza era in bilico, poche persone avevano una aspettativa di vita più lunga della moltidudine, pochissime potevano frequentare le altrettanto poche Università; ce n’erano centinaia di migliaia che conducevano un’esistenza d’inferno. Ecco forse una delle conquiste della modernità, la centralità del Soggetto-Io nella storia. La contrapposizione Io-Dio scorre nelle prime pagine di Neuropa. La modernità potrebbe non essere una conseguenza dell’era che l’ha preceduta, così come potrebbe essere giunto il momento di oltrepassare lo stallo della post-modernità. Il livello delle fonti di Neuropa è duplice. Il primo livello è quello delle fonti letterarie, da Sterne a Swift, da Rabelais a Quevedo, Sade, Rousseau, Diderot, fonti le cui radici affondano per l’appunto nella genesi della modernità. Ad una seconda lettura, tuttavia, si possono leggere altre tematiche a noi contemporanee, l’utilizzo del romanzo storico è infatti un pretesto linguistico, una ‘maniera’. Neuropa non è, a mio parere, ascrivibile al genere del ‘romanzo storico’, etichetta che a quest’opera farebbe poco bene, basti l’esempio dei due autori che vengono citati fin dalla quarta di copertina, cioè Swift e Sterne; così come il “Tristam Shandy” o i “Viaggi di Gulliver” sono molto di più che semplici romanzi, nell’impianto e nello stile.
Neuropa è un romanzo contemporaneo – così è la filosofia in esso dispiegata – ambientato in un tempo storicizzato. Con un ottica ‘scentrata’ a questo modo può così contenere e discorrere una tematica così urgente come la fondazione del moderno, ragione o follia? Parlare del passato per descrivere l’oggi, scoprire i conflitti tellurici, i nervi che agitano il pensiero; l’invenzione narrativa è il secondo asso nella manica di Gianluca Gigliozzi. La poesia (intesa come creazione) è anche la possibilità di creare dei mondi alternativi, dove le ipotesi di fondo, gli assiomi indimostrabili sono altri.
Certo, se lo spirito con cui va inteso Neuropa è quello della contemporaneità, l’impianto è quello del romanzo, la storia è presente, la trama è questa, un folle, chiuso nel carcere insieme al Marchese De Sade, gli fa da aiutante per apparecchiare spettacoli ‘comici’, commedie umane sul cui ‘palcoscenico’ entrano i personaggi della storia, della filosofia e della scienza dei secoli immediatamente attigui al diciottesimo. Gigliozzi travolge il romanzo di formazione, nella fattispecie la formazione di Io, la cui sete di conoscenza viene confusa con la follia, il desiderio di conoscere l’invisibile viene dissolto a suon di bagni freddi nel College di Charenton, dai suoi genitori, poco dopo aver compiuto il dodicesimo anno di età. Si tratta nientemeno che di un manicomio. La nascita dei sistemi di reclusione, coercizione e rieducazione in Europa è contraddistinta dalla comunanza di folli e criminali; il Potere della Ragione si accompagna al terrore per il suo contrario, i neuropatici sono oggetto di segregazione e bersaglio, i Lumi azzerano la considerazione di cui aveva goduto fin dal Medio Evo la figura del ‘fool’, che nell’immaginario critico romantico costituiva un residuo, un personaggio che in virtù della sua follia poteva avere accesso libero alla verità così come alla non-verità, “[…] essendo le cose quelle che fingono di stare sotto il dominio di chi le fa o le usa o ne gode – in realtà essendo queste cose nient’aòtro che il dominio delle cose stesse su quelli che credono di godere, usarle, farle […]” (p. 19).
Un romanzo dunque che si interroga sul conflitto tra Potere e Soggetto, la matrice foucaultiana è evidente, almeno quanto evidenti sono i referenti letterari in Neuropa: “[…] le parole sono cambiate, ma solo per mantenere l’illusione che siano cambiate, ma solo per mantenere l’illusione che siano cambiate anche le cose – perché le parole e le cose adesso non possono più vedersi faccia a faccia – altrimenti finirebbero in frantumi come vetri […]” (p. 21).
Il grande scisma d’Occidente, quello tra le parole e le cose ha avuto inizio, secondo il Sade/personaggio e amimco di Io, quando il sole ha ‘smesso’ di girare attorno alla Terra, ed essa non è più il centro dell’universo; da quel giorno nemmeno tutti li Io sono centri, bensì corpuscoli atomici in balìa del mondo che si manifesta contro di essi, tradotto ed espresso in parole.
Io non si accontenta di ‘rappresentare’ la storia, Io è nella storia, la sua lingua è onnivora, evocatrice, creatrice. La vis comica dell’autore investe la materia, tutte le storie che scorrono tra le pagine sono segnate dal conflitto tra Potere e Io, tanti singoli Io fanno addirittura un Popolo, la miseria è dovunque, persino il Veltro deve improvvisare le sue vesti e poi partire come un Don Chisciotte a raccogliere i fondi per fondare la Castiglia. Il romanzo storico può essere affrontato in modi diversi, ci sono autori che prediligono un’esatta ricostruzione, fitta di riferimenti alla storia e ricca di descrizioni, la lingua può essere la lingua dell’oggi calata nell’ambientazione contemporanea. Ci sono romanzi dove l’autore invece cede alla tentazione di ricotruire un ambiente linguistico, dove far agire i propri personaggi. Neuropa è il romanzo del romanzo moderno, con vere e proprie nuances nei lumi irregolari della critica culturale contemporanea, da Uwe Johnson a Witold Gombrowicz, da Antonio Lobo Antunes a Carmelo Bene. [Continua]

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV Numero 26, “Anelli deboli”