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“Il quarto agente”. Un racconto


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Il seminterrato è umido, questa stanzaccia è incollata alla rimessa di sopra, separata da una botola di compensato e una porta di rame. Con tutti i soldi che buttano via guarda dove cazzo doveva finire. Avanti di due. Eccolo. Ancora due. Avanti. Stop. Ecco un fotogramma dove gli occhi e il volto sono quasi distinti. “Lo abbiamo. È lui” pensò.

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IL QUARTO AGENTE

Il seminterrato è umido, questa stanzaccia è incollata alla rimessa di sopra, separata da una botola di compensato e una porta di rame. Con tutti i soldi che buttano via guarda dove cazzo doveva finire. Avanti di due. Eccolo. Ancora due. Avanti. Stop. Ecco un fotogramma dove gli occhi e il volto sono quasi distinti. “Lo abbiamo. È lui” pensò. Erano sulle sue tracce da molto tempo, lo avevano trovato. Fino a quel giorno ne aveva tolti dal giro almeno trenta dei loro, ecco perché lo cercavano. Nelle squadre organizzate le mansioni venivano divise dal Capitano rispettando l’anzianità, a prescindere dalla motivazione del momento e senza tenere conto dei trascorsi che ognuno di loro possedeva. Tutti erano qualificati per condurre a termine le ricerche. Lui era il più giovane di tutti, nemmeno si era laureato in informatica e già era stato preso nella squadra. Non che gli importasse molto, la cosa più importante erano i soldi, quelli dovevano esserci sempre, come uno stipendio. Malgrado si trattasse dell’elemento più giovane della squadra era quello che dimostrava di meno il suo attaccamento al denaro, al punto che Calcagno diceva che secondo lui lo sbarbatello ci aveva la puzza sotto al naso, magari era figlio di papà e i soldi se li spendeva tutti in un pomeriggio. Calcagno aveva sei figli e una moglie che lo vedeva una volta alla settimana e quando lo vedeva urlava finché non era certa che se ne fosse andato e non lo avrebbe rivisto fino alla settimana successiva. Non avevano ancora capito che lui, anche se era il più giovane, ne sapeva molto di più di ciò che dava a intendere. Aveva trascorso i primi due mesi senza mettere il naso fuori casa, visionando tutte le registrazioni che erano state effettuate nei mesi precedenti al suo arrivo. Doveva mettersi al passo con quello che sapevano i suoi compagni, altrimenti lo avrebbero tagliato fuori da ogni discussione. Prima sapere, poi parlare. Se avesse saputo le cose che sapevano anche loro nessuna differenza d’età avrebbe retto e anche Calcagno poteva starsi zitto. L’evoluzione della tecnologia aveva fornito alla squadra un notevole aiuto. Ogni giorno venivano registrate le “tonnellate”, è così che chiamavamo in gergo i terabyte di file in formato .avi che venivano immagazzinati sugli hard disk dei server ospitati nel seminterrato. C’era bisogno di qualcuno in grado di vedere ore e ore di filmati in modo accurato, senza distrazioni, se possibile al triplo della velocità. Non avevano tempo da perdere. C’era bisogno di un paio di occhi capaci di cogliere ogni minimo particolare. La macchia in un campo colorato, il bavero di una giacca, un segno qualsiasi poteva tramutarsi in segnale. Lui lo avevano preso per via della velocità che aveva nel notare le cose con gli occhi. Manipolare e mandare i video avanti e indietro. “Minchia Capitano! Abbiamo trovato la manna!”, dicevano così. Era vero. In realtà avevano trovato il fesso, l’unico che alla sua età non aveva altro da fare che spendere le sue ore a guardare le tonnellate passare e ripassare sullo schermo anziché giocare con una playstation. La paga, tuttavia, era buona. Su quella nulla da dire. Più di quello che gli avrebbero reso le umilianti e fin troppo saltuarie collaborazioni con l’università. Grazie alla sua scoperta il Capitano avrebbe fatto visita alla cantina prima di ogni previsione. Tutti lo aspettavamo. La visita del Capitano dimostrava che le loro indagini avevano imboccato una svolta. Erano abituati a lavorare nel silenzio e nell’ombra, le loro vittorie erano vittorie nascoste, che nessuno poteva conoscere. La loro non era una squadra di calcio. E pensare che Calcagno dopo la seconda birra sosteneva di aver giocato nella primavera del …………….. e certe volte quando stavano lì sotto chiusi per ore gli venivano in mente gli spogliatoi del campo sportivo. Il segreto della vittoria era nascosto in un quadrato sfocato delle dimensioni di qualche pixel. Al centro del quadrato, sul monitor al plasma, c’era una macchiolina gialla. Si trattava di un particolare. “Fottuto dalla catenella, come gli stronzi”. Dopo avere ingrandito e elevato la risoluzione dell’immagine la inviò al Capitano con una email. Il telefono squillò dopo un minuto. “Tra un’ora tutti nel seminterrato”. L’avrebbero preso mettendo fine alla sua infame carriera. Si alzò. Era il momento che aspettava da tanto. A lui sarebbe toccato il merito della scoperta, forse una promozione nel gruppo. Più soldi. Avrebbero cominciato a guardalo in modo diverso. Rispetto. Rispetto e onore. Quel momento meritava di essere celebrato. Si alzò. Chiuse a chiave la porta, era certo che prima di un’altra mezz’ora non sarebbe arrivato nessuno. Aprì il cassetto e tirò fuori la bottiglia di rum. In tasca aveva quello che due giorni prima era un pacchetto di camel morbide, accartocciato nelle tasche dei pantaloni. Vuoto. Indietro. Venti secondi. Salva con nome. Chiudi. Nel pacchetto c’è una canna anche lei accartocciata. Lui torna davanti alla postazione, sgancia il fermo dello schienale per stendersi. Si accende la canna e alterna una boccata di fumo a un sorso di vecchio. Il Capitano non avrà creduto ai suoi occhi. Domani si scatenerà l’inferno e dopodomani tutti quei computer non serviranno più a nessuno. Lui ha già deciso che cosa farà con i soldi. La crociera nei fiordi norvegesi, quindici giorni in una pensione di Andalsnes. “Ma che minchia vai a fare, non basta tutta l’acqua che ci abbiamo qua, pure la crociera vuoi fare?”. Tum. Tum. “Apri la porta!”. Sono arrivati. In un attimo il seminterrato si riempie, il Capitano è già pronto con gli occhi sbarrati sul monitor, Calcagno resta sulla porta con la posa da buttafuori.”Che schifo. Hai fumato ancora?”. La mano destra del Capitano è già sulla sua nuca. Il rumore differito è quello di uno schiaffone. Altro che promozione. “Dunque l’abbiamo trovato…e bravo pischello, ti facevo più coglione, invece sei bravo bravo, farai strada! Facci vedere su!”. Lui dà un colpetto al mouse, il fermo immagine del video prende il posto dello screen saver con la foto di Papa Giovanni Paolo II presa da una t-shirt. I like the Pope the Pope smokes dope. Il video in questione dura quindici secondi. Si tratta di un estratto da un TG2 dell’anno scorso. Nel servizio in questione viene descritto l’arresto di Giuseppe Nicciardi, il latitante numero tre. Si vede la Croma Blu fare il suo ingresso nel cortile del carcere. Indietro, sulla soglia, un poliziotto si volta verso il portone, per assicurarsi che rimanga chiuso alle spalle dell’auto, una folla di curiosi e giornalisti viene così lasciata in mezzo alla strada, senza più nulla da guardare. I rumori degli scatti chiudono sull’inchiodata dei freni nel cortile. L’auto si ferma. Ne scendono tre uomini con i passamontagna. Il quarto è quello che guida l’auto. “Questa mattina, al termine di un’operazione a vasto raggio che ha veduto impegnati quasi trecento uomini e unità cinofile, Giuseppe Nicciardi è caduto nelle mani delle forze dell’ordine. Nicciardi era latitante dal millenovecentosessantuno. Il suo arresto è frutto della collaborazione tra polizia e arma dei carabinieri“. È il momento. Il quarto agente esce dall’auto. Il servizio si interrompe. “Ecco. Guardi qui. Ci sta un secondo che qualcosa gli prude al collo. È un attimo. Alza il passamontagna fino al mento e zac!…la catenella“. Anni di indagine per questo momento che ispira al Capitano una vertigine simile all’attimo che precede lo svenimento, la pressione del sangue che scende d’improvviso, annuncio che di lì a poco ogni vena inizierà a pulsare di fervore. Vendetta. Vendetta. Vendetta. Il Capitano vede tutta la sua vita passargli davanti. Vede gli anni dell’infanzia in casa con il padre sempre tra i piedi. Vede il via vai di persone in casa che vengono a chiedere favori. Prova il terrore ogni volta che i suoi genitori sentono una volante passare vicino casa e invece si tratta di un’ambulanza come quella volta che uno del piano di sotto si è sentito poco bene. Vede il suo matrimonio. Sembra un film, con Mamma Rosina vestita tutta di bianco. Vede tutta la sua vita e vede anche il giorno in cui suo padre se n’è andato, sette mesi fa, e nemmeno sono potuti andare al funerale perché adesso sono tutti pregiudicati. Vede tutto e pensa che adesso potrà vendicarsi. La vendetta è un piatto che va servito freddo. Non importa chi fosse quell’agente. Forse era il loro comandante oppure si tratta di uno nuovo, uno che non c’entrava nemmeno e si era trovato lì per caso, buttato in quell’operazione. Fatto è che il Capitano dal giorno in cui è morto suo padre ha dato il via alle sue indagini.

Dopo cinque mesi dall’inizio delle loro ricerche ci siamo incontrati, meglio sarebbe dire che mi hanno reclutato. Ho letto il trafiletto sul settimanale di annunci e ho telefonato “cercasi videomaker per montaggi – orario flessibile – fisso garantito”. Sulla mensola, sopra i server, c’è un televisore acceso a volume basso “Chi cazzo è quella?”, mi chiede il Capitano. “Sveva Sagramola”, rispondo. “Sveva che?”. Il Capitano mi assesta un altro ceffone sulla nuca. “Domani qui dentro non deve restarci un cazzo, portati a casa quello che ti serve e poi brucia tutto“. Mi venne in mente di chiedere che cosa ne sarebbe stato della rimessa, evitai di parlare perché sapevo che con il terzo ceffone avrei perso i sensi. Il Capitano mi scrutò in viso, sospirò “non te ne deve fottere della rimessa, brucia tutto, prendi quello che vuoi e parti per quella cazzo di crociera. Qui non servi più“.

Le fiabe di Eliana Forcignanò al FondoVerri.


Fondo Verri a.c.
Presidio del Libro di Lecce
(stagione culturale inverno 2008)
in collaborazione con la Libreria Icaro

Sabato 9 febbraio 2008, ore 19.00
Elisabetta Liguori presenta: Fiabe come rondini raccolta di Eliana Forcignanò (Lupo Editore) – Letture di Mauro Marino

Sabato 9 febbraio 2008, alle ore 19.00, presso il Fondo Verri, Elisabetta Liguori presenta “Fiabe come rondini“, raccolta di Eliana Forcignanò, edita da Lupo con il Fondo Verri.
Tanti modi sono offerti agli uomini per crescere, la fiabe da sempre sono uno di questi. Una strada semplice ed incantevole in cui ogni piccolo eroe senza risposte può cimentarsi coi giganti e uscirne sorprendentemente vivo. Quasi una fede da costruire. Cosa altro c’è, a pensarci bene infatti, al fondo di tutte le religioni del mondo, se non un’ idea come questa? Cosa alla base di ogni forma di spiritualità? Cosa se non il fascino rassicurante di una fiaba per sopravvivere e cambiare? Uno stupore finalmente rassicurante? Il desiderio di soluzione, futuro, pacificazione, meraviglia? La terra di Non so, abilmente raccontata in una delle fiabe di Eliana dal titolo “Le tre bottiglie”, è espressione perfetta della dimensione ambientale e spirituale del Dubbio con la quale tutti, adulti e bambini, siamo oggi chiamati a confrontarci.
E’ sorprendente, ma le fiabe di Eliana, pur non provenendo da antiche tradizioni popolari, raccontano quella ricerca lenta ed affannosa con la levità delle rondini migranti e il fardello dei secoli. Tra le sue pagine il futuro incontra il passato e si riempie di meraviglia e potenziali trasformazioni. Non si deve fare altro che restare ad ascoltare.

Elisabetta Liguori

il Fondo Verri a.c. è a Lecce
in via Santa Maria del Paradiso 8 nei pressi della Chiesa del Rosario
il nostro numero telefonico è 0832-304522
l’email: marinoma8@fondoverri.191.it

Per le donne in attesa. Leggendo “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella


Elisabetta Liguori
Per le donne in attesa.
Leggendo “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella

Valeria Parrella si cimenta per la prima volta con la forma del romanzo e sceglie caparbiamente di farlo attraversando uno spazio bianco di solitudine.
Sceglie di scrivere di una specifica tipologia d’attesa bianca e femmina.
Uno spazio bianco, quando c’è, lo riconoscono tutti, sia uomini che donne, ma quasi nessuno ha il coraggio di guardarci dentro a fondo. Prima di capire come mai, è forse più opportuno chiedersi qui cosa sia esattamente questo spazio bianco. Come sanno bene anche gli scrittori, che di ogni nuova pagina sfidano proprio il candore, lo spazio tra due elementi grafici è essenziale al fine di mettere in relazione più segni, per guidare occhi e pensiero di chi guarda, per rendere leggibile un testo. O una vita. Maria, la protagonista della storia che Valeria Parrella sceglie di narrare, è ferma e radicale all’interno del suo privato spazio bianco. Uno spazio negativo, un’area esistenziale improvvisamente svuotata di tutto quello che prima l’affollava. Uno spazio nudo che coincide con la sua attesa. Maria è un’ultra quarantenne in bella forma, insegna in una scuola serale, è libera, impaziente, dinamica, culturalmente e socialmente avanti rispetto alla generazione di provenienza, quindi giustamente arrogante. Ed è alla prese con la sua prima figlia.

Io possedevo un’arroganza di fondo. Quell’arroganza mi era venuta dalla fabbrica….La fabbrica non inghiottiva solo chi ci lavorava, ma anche chi campava di essa, chi aspettava la fine dei turni e le sirene per costruirci attorno la giornata, una giornata dopo l’altra. Crescere figlia di operaio negli anni settanta, e poi proprio per questo studiare, intestardirsi sui libri, diventare la generazione dello scarto intellettuale, erano cose che davano una certa arroganza. (pag.57)

Maria, si denuncia sin dalle prime righe: è una donna che non sa aspettare, che non l’ha mai fatto. Neppure sua figlia sa farlo: è nata infatti molto prima del previsto e inevitabilmente precipitata nel limbo delle incubatrici, delle culle termiche, dei prelievi, dei monitor ticchettanti, che dovrebbero aiutarla, ora che è poco più di un feto, a nascere o a morire. Maria non può fare altro che starle vicino fisicamente. Accanto ad una figlia che non conosce, ma che, appena venuta al mondo, ha cancellato istantaneamente l’universo noto fino ad allora, lasciandola sola, nuda e bianca.
Il romanzo comincia proprio da questa improvvisa fatica, da un vuoto apparente, dallo sforzo di concentrazione che ne consegue.

Ho provato. Aspettando la metropolitana per l’ospedale tutti i giorni, ho provato a leggere saggistica. I primi tempi ci sono riuscita, perché non avevo altro se non la mia testa. Ed era una testa molto esercitata sui libri.. La testa si era esercitata così, a fidarsi solo di se stessa. E allora ritornava nell’equivoco di bastarsi da sola ogni volta che si sentiva tradita dalla realtà. ( pag. 7)

Il tema mi punge sul vivo. Una donna di quaranta anni di rado sa aspettare. Gli adolescenti con l’Ipod aspettano, gli studenti con lo zaino alla fermata dell’autobus aspettano, i bambini delle elementari durante la ricreazione aspettano, i vecchi ai giardinetti aspettano. Ma non una quarantenne. Non lei. L’ansia nutre l’età del mezzo come latte dolcissimo la bocca di un neonato rabbioso. Valeria Parrella, classe 1974, sembra saperlo, così che la sua è la storia di una primipara attempata, che sa fortemente di verità.

Ventidue settimane e sei giorni è il limite temporale fissato dal Ministero della Salute oltre il quale è consentito far nascere un prematuro e tentare di salvarlo. Ventidue settimane e tre giorni è invece il termine consentito per interrompere una gravidanza.
C’è uno spazio bianco di tre giorni tra un termine e l’altro, tra l’essere e il non essere, un breve fiato durante il quale è dato scannarsi a preti, vecchie e nuove femministe, giuristi incalliti e scienziati timidi. Un piccolo spazio sempre utile ad assumere nuove consapevolezze, a prescindere dalle declamazioni di principio. Uno spazio astrattamente libero. Un’ occasione.
Oltre questo primo intervallo temporale a volte può dipanarsi, per il prematuro e chi gli sta accanto, un ulteriore e più ampio spazio bianco. Qualcosa di ancora più raro. Un’ulteriore imprevista occasionale attesa, sulla quale di rado si riflette. Un fraseggio temporale che in modo sconosciuto annuncia la vita. Durante questo specifico momento bianco è offerto credito soltanto ad una medicina incerta, al dubbio, alla speranza, alla pietà, stimoli efficaci esclusivamente per coloro che ne subiscano davvero il fascino o ne abbiano la forza.
Intorno a questo abusato concetto di speranza Maria si aggira come un cerbero davanti al confine. Si punisce. Si nasconde. Si dispera. Invidia i vivi quanto i morti.
Finché c’è vita, c’è speranza, così si usa ancora dire, ma quella della sua creatura in incubatrice che vita è? Che vita sarà? Da quale tipo di speranza può essere alimentata?
Maria non sa aspettare, come molte altre donne della sua età è scettica, spaventata. Tenta di farlo, leggendo libri o mettendosi a fumare lente sigarette dentro i finestrini dei bagni pubblici, tra i piccioni e la puzza indolente dei macchinari che, ronzando, bruciano cellule, plastica e alcol.
In questo modo finisce per scoprire frammenti di sé che non conosceva affatto. Ed è una sorpresa per sé e per gli altri. Quella attesa, che molti potrebbero ritenere una circostanza ovvia, diventa per lei l’unica cosa veramente sua, inaspettata e piena e vera.
L’unica cosa che valga la pena insegnare ad altri.
La Parrella racconta la scoperta di questi mesi di femminile attesa con la sua, ormai nota, voce roca, rabbiosa, disillusa, quasi volutamente sciatta. Racconta l’abito, il viso, gli amici, le assenze, gli alunni di questa donna, mentre lo spazio bianco s’allarga su Napoli, la ricopre, la sommerge fino a zittirla. Lo fa con una comicità complice e compassionevole, oltre che dolente. Portando spesso prospettive umane dirompenti.

Io la guardai con un’aria insofferente perché non mi sembrava il caso, bardate come eravamo di mascherina e guanti e con la mente ossessionata dal pigolio dei monitor, che si ricominciasse con il “potrebbero ancora sopravvivere”. Chiaro che fuori, al sole, dentro le macchine, al distributore di caffè, quello che tutti si aspettavano da noi era un sentimento del genere. Ma almeno qui dentro no.

  • Tutto sommato abbiamo avuto un culo enorme.
  • Mina, ma perché?
  • Eh, le altre mamme si sono dovute accontentare dell’ecografia: noi stiamo vedendo tutto dal vivo.

(pag. 29)

Mi par più che giusto chiedersi oggi: cosa ci si aspetta da una donna? Che si senta madre sempre e comunque? O che faccia stentoree rivendicazioni di forza, uguaglianza, libertà, quasi fosse perennemente in corteo con le dita a triangolo? Quando è del corpo che si dispone, è chiaro, ma di un corpo che naturalmente si mescola ai desideri, alla cultura, alla legislazione, all’etica e all’istinto altrui, secondo quali criteri deve modellarsi l’individuale senso di responsabilità? Etica, diritto o scienza? Istinto o più semplicemente casualità del male? O letteratura?
La sua Maria non ha un uomo accanto. Quell’uomo che deve pur esserci stato prima o poi, le appare di frequente in dolci, fuggevoli ricordi. Solo la nascita di quella loro bambina, rinchiusa nel suo spazio di bianca attesa, sembra consentire alla madre la completa ricostruzione del senso del suo rapporto con quell’uomo. La conquista della sua libertà così sta proprio nel prendere coscienza di avere i mezzi per farne a meno.
Maria è una donna complessa, un prisma d’interrogativi che rivendicano il proprio imbarazzo, la propria incapacità, i propri limiti relazionali. Maria è una donna imperfetta, quindi. Esattamente come lo è la bambina che lei ha messo al mondo in fretta e furia. E la sua imperfezione coincide con la sua identità. Questo scrive con caparbietà Valeria Parrella e l’affermazione ha una sua logica, strutturale, narrativa perfezione; mettere al mondo qualcosa/qualcuno è un fatto d’identità. Prima di essere madre o sentirsi tale, si è solo un buco vuoto. Dopo è diverso. Lo sanno bene le donne, soprattutto quelle che invecchiano, ma lo sanno anche le ragazzine che si ritrovano una morula in grembo e non sanno che nome dargli. È da quel buco vuoto che si comincia.
Maria non si aspettava di trovare attraverso quella figlia prematura e inerte una nuova identità, ma invece quell’orribile spazio bianco che le è imposto diventa per lei una lente finalmente capace di modificare la prospettiva delle cose.
Eppure le fa paura. Quella con la quale si confronta Maria non è semplicemente paura della morte, la quale tutto sommato ha una dignità assoluta, riconoscibile e chiara, senza le lusinghe instabili della speranza. Accanto a lei in ospedale c’è la paura altalenante del buio, di una malattia ignota, di un’inabilità imprevedibile, di una solitudine senza confini. Come sarà questa figlia messa al mondo in assenza di scelte? Sarà donna, sarà viva, respirerà da sola, camminerà da sola, avrà pensieri liberi e coscienti? Lei lo sa? È questa la domanda che in corsivo attraversa tutto il romanzo. Interrogativo che la protagonista e la narratrice sembrano rivolgere al lettore. Una specie di retro pensiero che blocca tutti gli altri.
Perché lo spazio bianco è principalmente ignoranza. Una provvisoria angosciante necessaria ignoranza. La bimba prematura nel suo lettino meccanico senza risposte, col suo corpo piccolo come un bottone, rappresenta tutto quello che di sconosciuto può riguardarci e, nello stesso tempo, fornisce a chi lo cerca un cavillo per proteggersi durante il tempo necessario cambiamento e per sfuggire a quella sempre più diffusa sensazione d’inadeguatezza che provano oggi le donne, e forse anche gli uomini, davanti ad un mondo che nemmeno piace loro fino in fondo.
Ecco perché guardare dentro uno spazio vuoto fa tanta paura.
Perché dentro la sosta non c’è nulla e tutto quello che conta sta fuori. E a volte fa male.
Fuori da quello spazio bianco la vita continua anche senza Maria. Quella identità oggettiva che è nelle cose e nell’esistenze altrui si fa sempre più aliena, ma inarrestabile. La Parrella è bravissima nel descrivere la sosta di una donna e l’imperturbabile movimento dello sfondo dietro di lei. Napoli continua la sua corsa. La metropolitana va per suo conto ogni mattina, l’ospedale brulica, così le strade fuori, la scuola serale, la sopraelevata sui palazzi di piazza Ottocalli.
La vita continua uguale a se stessa mentre Maria resta ferma in un corridoio, con indosso sempre lo stesso vestito, con l’impressione netta e tragica che le cose accadono da sé. E l’unica libertà, novella e utile, concessale è proprio quella dell’attesa.

– Lei lo sa?
– La tua non è una domanda e non stai aspettando una risposta.

(pag. 61)

Lo spazio bianco, Valeria Parrella, 2008, Supercoralli, EINAUDI, p. 120, 14.8€, ISBN 8806190962

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Tristano. 104 Anni e non sentirli!


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Ha 104 anni. Ma non li dimostra. È magro. Pesa appena 56 pagine. Si direbbe che l’asciuttezza del suo stile e la precisione nella descrizione degli stati d’animo lo abbiano preservato dall’invecchiamento precoce cui sono soggette le mode letterarie. Di cosa parla quando lo si interroga? Di declino, del transito, del tramonto, come uno zarathustra borghese. Come si chiama? Tristano, romanzo breve di Thomas Mann, che rappresenta un esempio mirabile di come in poco spazio possa essere conclusa un’opera ideale, allo stesso tempo prefigurazione di temi che verranno ampiamente trattati nel capolavoro “La montagna incantata” (1924). Capolavoro è una parola che con Thomas Mann rischia di vedere smussata la propria patina di sensazione. “I Buddenbrook” (1901) un capolavoro che descrive il declino di un’epoca. Il “Doktor Faustus” (1947) un capolavoro nel quale si affronta il tema dell’attuazione di un’utopia ideale. Nel Tristano la vicenda è chiusa nello spazio breve di una casa di cura dal nome emblematico “La Quiete” e nel tempo breve di qualche mese. Il tempo che basta perché una giovane madre affetta da un male alla trachea (Gabriella Klöterjahn) venga accompagnata nella casa di cura dal burbero marito (Klöterjahn) per curare i suoi malanni. Sarà qui che, tra i personaggi presenti, verrà catturata nelle malìe di un debosciato, un intellettuale (Spinell) che stranamente scriveva un sacco di lettere il cui numero di risposte che riceveva non era mai elevato come il numero di quelle che faceva uscire dalla sua stanza. Una di queste lettere tuttavia sarà fatale, quella in cui Spinell spiattellerà in faccia a Klöterjahn tutta la verità sul suo presunto appartenere a uno stadio animalesco e barbarico della vita, dove la cosa più importante sono il denaro e gli affari. Come è giusto che sia Spinell con quella lettera farà un buco nell’acqua, e Thomas Mann approfitta del suo personaggio per dare forma a una critica dell’ideale di pensatore decadente e decadentista, chiuso nella sua torre d’avorio, con la presuzione che nella sua weltanschauung atrofica riesca addirittura a prevedere e cristallizzare in omologazioni i giudizi sulle persone che lo circondano. Il tutto in uno stile asciutto, essenziale, senza pari. Thomas Mann vincerà il Premio Nobel per la Letteratura nel 1929 “principalmente per il suo grande romanzo I Buddenbrook, sempre più riconosciuto come una delle grandi opere della letteratura contemporanea”, un romanzo che di anni ne ha 107 e, se è concesso, ha resistito al declino della classe sociale di cui ha eretto un monumento.

(in foto Thomas Mann e la sua famiglia)

Il personale precario della riabilitazione psichiatrica


Lecce 25 gennaio, 2008
Al Presidente della Regione Puglia
On. Nichi Vendola

Al Commissario Straordinario della Asl Lecce
Dott. Rodolfo Rollo

Oggetto: Richiesta stabilizzazione personale precario della riabilitazione psichiatrica

Il Dipartimento di Salute Mentale area Nord di Lecce comprende 6 Centri Diurni, distribuiti sul territorio aziendale e i laboratori espressivi del Centro per la Cura e la Ricerca sui Disturbi del Comportamento Alimentare: Centro Diurno di Lecce, Centro Diurno di Lequile, Centro Diurno di Campi Salentina, Comunità Socio Riabilitativa Squinzano, Centro Diurno di Galatina, Centro Diurno di Calimera, Laboratori espressivi • Centro per la Cura e la Ricerca sui Disturbi del Comportamento Alimentare di Lecce

per un TOTALE di 30 OPERATORI, per 507 ore settimanali.

I Centri Diurni e i Laboratori espressivi del Centro per la Cura e la Ricerca sui Disturbi del Comportamento Alimentare, rappresentano una realtà imprescindibile nell’attività in rete del DSM per la cura e la riabilitazione, nonché risocializzazione degli utenti. Al loro interno sono attivi laboratori in cui progetti terapeutici-riabilitativi-educativi studiati ad personam, così come le attività creative e culturali, concorrono all’emergere di competenze e potenzialità che stimolano le capacità autorigenerative e alla facilitazione dell’espressione di sentimenti ed emozioni rimossi tramite lo sviluppo delle abilità di problem solving e della creatività.
L’insieme di tali attività, che ha lo scopo di raggiungere gli obiettivi di cura, riabilitazione all’‘essere’ e al ‘fare’, reinserimento sociale e lavorativo è condotto da più di dieci anni dagli operatori convenzionati. Essi, pur con storie personali e forme contrattuali differenti, sin dal 1991, garantiscono con risultati eccellenti, e già documentati, il funzionamento dei suddetti Centri e il raggiungimento della mission assegnata.
Nonostante la loro convenzione con la ASL Lecce sia scaduta lo scorso 31 dicembre 2007, gli operatori continuano, data l’importanza e l’insostituibilità del loro agire, a garantire la continuità del servizio.
Attualmente gli operatori sono in attesa che la Regione Puglia autorizzi la proroga delle convenzioni scadute il 31 dicembre 2007. Nonostante gli sforzi e i sacrifici per garantire ugualmente la continuità della presenza degli operatori nei Centri, tale situazione è fonte di incertezza e preoccupazione non solo per gli operatori ma principalmente per gli utenti e per le loro famiglie.
La difesa dei posti di lavoro degli operatori, quindi, non è solo difesa della singola dignità degli stessi, ma è soprattutto rivendicazione della qualità dell’operare e della legittimazione di una forma innovativa di gestione della salute mentale che valorizza le risorse interne alla ASL e si basa sulla visione dell’utenza come soggetto da non ‘sanitarizzare’.
In tal senso si vuole sottolineare che il lavoro svolto finora dagli operatori in convenzione ha permesso una significativa riduzione dei ricoveri ospedalieri, il che equivale non solo ad un risparmio della spesa sanitaria, ma soprattutto a ‘produrre’ salute e rinnovata ‘qualità’ del vivere.
Si ritiene, pertanto, che sull’esempio di quanto prodotto dalla Giunta Regionale per dare giusto riconoscimento al ruolo degli operatori dell’integrazione scolastica – ex legge 16, 1987 – come previsto dalla legge regionale n.40 del 31 dicembre 2007, comma 38, è necessario un forte impegno istituzionale al fine di dare stabilità contrattuale e lavorativa, nonché operativa, agli operatori dei Centri.
In particolare, stante il percorso di stabilizzazione del personale precario avviato dalla Regione Puglia, si chiede di estendere i benefici di tale percorso agli operatori su citati.
Pertanto, si chiede alla SV, la possibilità di prevedere all’interno del personale della sanità, in particolare per l’area della riabilitazione psichiatrica, un nuovo profilo professionale quale quello dell’operatore artistico-culturale, in cui inquadrare le attività di cura e riabilitazione su riportate.
Fermo restando che le attività finora svolte dagli operatori possono essere comprese nel profilo professionale attualmente previsto dal CCNL di categoria dell’Operatore Tecnico.
Nelle more, si sollecita la proroga della convenzione al fine di non interrompere il servizio offerto agli utenti e di dare copertura contrattuale alle attività che si continuano a svolgere.

Gli operatori della riabilitazione psichiatrica

(dipinto Jean Rustin)

Viva l’Italia.


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“Viva l’Italia, l’Italia che è in mezzo al mare,
l’Italia domenticata e l’Italia da dimenticare,
l’Italia metà giardino e metà galera,
viva l’Italia, l’Italia tutta intera.”

Francesco De Gregori, Viva l’Italia.

Festa del libro e delle culture italiane. 1-2-3 Febbraio a Parigi


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FESTA DEL LIBRO E DELLE CULTURE ITALIANE
PARIGI (MARAIS) 1, 2, 3 FEBBRAIO 2008
ESPACE DES BLANCS MANTEAUX
Con il Patrocinio dell’Università degli Studi del Salento

Da venerdì 1 a domenica 3 febbraio del 2008 si terrà a Parigi la “Prima Festa del Libro e delle Culture Italiane”. La Besa editrice, con il patrocinio dell’Università degli Studi del Salento, partecipa con un suo spazio nell’ambito della manifestazione francese proponendo la presentazione del volume “Danze di corteggiamento e di sfida nel mondo globalizzato” a cura di Eugenio Imbriani e Piero Fumarola,  alla presenza di due personaggi del calibro di Remi Hess e George Lapassade. Il momento di incontro sarà un’occasione di studio di grande rilievo, dove verranno affrontate questioni come danza, musica, tradizione, innovazione, e interazioni dinamiche tra le diverse diverse classi sociali, rispetto a questi fenomeni. Ci si soffermerà sulla figura dell’antropologo che è obbligato a interrogarsi sul senso dell’attesa, dell’ascolto, dove i corpi agenti dei danzatori, si analizzano, si delineano e infine si riallacciano in uno spazio mentale incrociato dove il mondo e le sue contraddizioni si riflettono grazie al supporto di una musica ricca e complessa e di una poesia incessantemente rinnovata, che trova le sue radici nella tradizione del nostro territorio.

L’appuntamento che si terrà domenica 3 dicembre alle 18,00 nella sala Eventi della Fiera in 48 rue vieille du Temple, avrà il titolo “Transe, danza, possessione e musica. Dal Tarantismo alle Danze di corteggiamento a cura di E. Imbriani e P. Fumarola (Besa editrice)”. Incontro dibattito con Remi Hess e George Lapassade, e proiezione del film “La Taranta” di Gianfranco Mingozzi con commento di Salvatore Quasimodo. La “Taranta” è un filmato accompagnato dal commento di Salvatore Quasimodo, che racconta le esperienze di un cineasta appassionato di antropologia. Per oltre vent’anni Gianfranco Mingozzi ha percorso le terre del Salento documentando per primo, nel 1961, con questo cortometraggio il fenomeno del tarantismo.

Introduce Stefano Donno
Scheda del volume

Danze di corteggiamento e di sfida nel mondo globalizzato, a cura di P. Fumarola e E. Imbriani (Nardò, Besa Editrice, 2006).

Nell’universo mobile e fluido della cultura si attuano processi di istituzionalizzazione e codificazione delle forme; ciò non avviene una volta per tutte, e non necessariamente in modo univoco. Il libro vuole indagare su queste dinamiche, riflettendo sui fenomeni della cultura popolare e, in particolare, sulla danza, e sui modi in cui agiscono le politiche nella determinazione dei percorsi e delle scelte destinati ad assumere rilevanza in una panorama che contempla varie possibilità. Chi stabilisce, allora, quali debbano essere i movimenti corretti della capoeira, della pizzica, della danza scherma o del tango, come mai, a lungo, il valzer è stato considerato pericoloso per la salute delle donne, in quali contesti sono stati fissati le norme e i significati del movimento rotatorio dei mistici sufi; e per quali motivi una manifestazione musicale come «La notte della taranta» è avviata a costituirsi in «fondazione»? Sono questi alcuni dei principali argomenti sviluppati sul piano storico come su quello etnografico e sociologico, in uno scenario multiforme e complesso che coniuga situazioni locali con quel che accade nel mondo.

PIETRO FUMAROLA insegna Sociologia delle religioni all’Università di Lecce. Le pratiche della transe e le culture dei movimenti giovanili sono al centro della sua riflessione, nel quadro teorico dell’analisi istituzionale e della ricerca azione.

EUGENIO IMBRIANI insegna Antropologia culturale all’Università di Lecce. Le sue ricerche riguardano particolarmente temi relativi al folklore, alla scrittura etnografica, ai processi di patrimonializzazione delle pratiche culturali.

Relatori coinvolti:

RÉMI HESS è professore presso l’Université de Paris VIII. Ha pubblicato opere di filosofia, sociologia, didattica, analisi delle istituzioni, antropologia della danza, occupandosi in particolare delle danze di coppia. In Italia sono usciti La pratica del diario (Besa, 2001) e Prodursi nella scrittura (Besa, 2005).

GEORGES LAPASSADE, nella sua lunga carriera, si è occupato delle culture nordafricane e afroamericane, con particolare interesse per i temi della transe e della possessione. Ha scritto testi teorici di analisi istituzionale, psico- ed etno-sociologia, contribuendo alla riflessione sulle modalità dell’inchiesta sul campo; ha indagato fenomeni di comunicazione e aggregazione, come l’hip hop. Da molti anni insegna all’Université Paris VIII.

Stefano Donno –  Classe 1975. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Sturm and Pulp” (Lecce, 1998); “Edoardo De Candia, considerazioni inattuali” (Lecce, 1999); il romanzo “Se Hank avesse incontrato Anais” (Lecce, 1999); “Monologo – +” (Copertino, 2001); la raccolta di racconti “Sliding Zone (Lecce, 2002); il saggio “L’Altro Novecento – giovane letteratura salentina dal 2002 al 2004” (Luca Pensa editore, 2004). Collabora con la cattedra di Scienza Politica dell’Università di Camerino.

Chi ha bisogno di Harry Potter?


Elisabetta Liguori
Chi ha bisogno di Harry Potter?

I nostri figli hanno bisogno delle fiabe oggi?
Da donna moderna quale aspiro ad essere, da donna che vuol sentirsi al passo coi tempi, da donna che spesso arranca e questo passo sincopato ancora non lo ha compreso del tutto, io me lo chiedo di frequente. E poi si fa presto a dire fiabe. Quali fiabe? Non tutte le fiabe sono uguali, questo è evidente, sebbene qualcosa le accomuni. E se è vero che certe narrazioni di genere antico sono e restano espressione del Senso dei popoli; se è vero che, come lo stesso Freud sosteneva a proposito dell’Interpretazione dei sogni, esiste un nesso forte tra la psiche degli uomini e le fiabe che l’affollano; se è vero che l’immaginazione fantastica è indotta, frustata o esaltata dal quotidiano, allora la risposta non può che essere positiva.
I nostri figli ne hanno bisogno.
Questa necessità è estendibile a tutte le fiabe del mondo? Vediamo di capirlo.
Io cerco il fantastico. Perché è poi questa la chiave per distinguere ancora oggi la Favola (quella che si limita a raccontare una storia più o meno bene, con una morale più o meno efficace), dalla Fiaba in senso stretto. Il fantastico appunto. Una dimensione dell’altrove impossibile, eppure verosimile. Vicina. E’ di quello stupore convincente che i nostri figli hanno bisogno. Ed io con loro. E tanti come noi. Questo spiegherebbe, almeno in parte, il fascino suggestivo ed il grande successo editoriale della letteratura fantasy, dalla scopa fumante di Harry Potter, all’armadio bidimensionale di Narnia, fino ai draghi sentimentali di Eragon.
Per questa stessa ragione sono lieta che Eliana Forcignanò, giovane giornalista leccese, abbia scelto di esordire in questi giorni con il suo “Fiabe come rondini” per Lupo editore e il Fondo Verri: una scelta che oggi mi appare coraggiosa, quanto necessaria. La scelta della via fantastica, appunto.
La vita delle madri (e dei padri) è spesso costellata di storie di tutti i tipi. Anch’io ne ho cercate e trovate a valanghe in questi ultimi anni, così che ora sono ovunque nella mia casa, aleggiano come spiriti, fuori e dentro i miei farfugliamenti materni, dimorano tutte insieme nella stanza nella quale io continuo a rifugiarmi coi miei bimbi al buio della sera per tentare di avvicinare, con più leggerezza, idee comuni e vaste come quella del futuro, della morte, del dubbio, dell’imperfezione. Ogni volta che al mattino mi avvicino ai letti dei miei cuccioli c’è sempre un sorcio parlante che mi dà il buongiorno, mentre un cavallo alato protesta perché è troppo presto. E persino i quaderni sbuffano nelle cartelle.
Forse anche Eliana vive in una stanza come la nostra. Anche lei, nelle sue storie, racconta di un sé, disperso e fluttuante in universi fantastici, unici e personali.
E lo fa come se avesse un occhio da vecchio e uno da bambino.
Ecco, secondo me, sono proprio così gli occhi dei veri narratori di fiabe. Due occhi opposti. Atemporali. Mi pare che questo abbiano fatto, e continuino a fare ancora oggi, tutti i raccontatori di fiabe: cogliere il mondo attraverso una specie di strabismo onirico e terrestre, così da descrivere le cose che sono state e che saranno, interpretandole secondo le regole di un universo che mai sarà. Non una capacità comune. Forse un difetto di percezione.
Eliana ha questo splendido difetto.
Otto fiabe per diventare adulti, le sue.
Tanti modi sono offerti agli uomini per crescere, la fiabe da sempre sono uno di questi. Una strada semplice ed incantevole in cui ogni piccolo eroe senza risposte può cimentarsi coi giganti e uscirne sorprendentemente vivo. Quasi una fede da costruire. Cosa altro c’è, a pensarci bene infatti, al fondo di tutte le religioni del mondo, se non un’ idea come questa? Cosa alla base di ogni forma di spiritualità? Cosa se non il fascino rassicurante di una fiaba per sopravvivere e cambiare? Uno stupore finalmente rassicurante? Il desiderio di soluzione, futuro, pacificazione, meraviglia? La terra di Non so, abilmente raccontata in una delle fiabe di Eliana dal titolo “Le tre bottiglie”, è espressione perfetta della dimensione ambientale e spirituale del Dubbio con la quale tutti, adulti e bambini, siamo oggi chiamati a confrontarci. In questa storia la maturità arriva non da un padre, da un maestro, da un codice, ma dal mare. La verità qui non è imposizione, violenza, guerra di potere o indottrinamento; è invece riconoscimento dei propri limiti, esercizio di modestia, lunga arrampicata solitaria.
Sono tutti così gli eroi di Eliana: imperfetti.
Il re che non ha risposte per i suoi sudditi, la bambina allergica alla virgola che non può andare a scuola, la fata brutta a cui nessuno dà credito, la donna esageratamente bella che ha paura di perdere la libertà, il sovrano che non sa amare, lo scienziato che non vuole uscire dal suo laboratorio per paura di vivere, l’inquieta Linda che vive in un mondo igienicamente protetto ma fa la pipì nel letto. E molti altri: imperfetti, ma instancabili.
In una società che vuole costruire uomini futuri assoluti, con un Io meravigliosamente gigantesco e cieco, all’interno di famiglie che nutrono i propri figli a pane e perfezione, prepararsi per tempo al fallimento, all’incertezza, accettarla in anticipo come possibilità potrebbe significare assicurarsi una dignitosa sopravvivenza futura, garantirsi un risparmio certo domani sul costo dello psichiatra.
Un risultato importante, io credo.
Ma allora torno a chiedermi: abbiamo bisogno di tutte le fiabe allo stesso modo?
A mio parere, quello che rende una fiaba diversa dalle altre è il fine. La capacità di creare un mondo per un fine. Se un racconto mira al potere, al successo personale, alla suggestione, non può che essere fonte di violenza o artificio, se invece punta alla Felicità, alla trasformazione e alle sue rondini strane, allora, è di certo una buona fiaba. In una delle storie di Eliana la Felicità è una donna malata, che se ne sta, sdraiata ed esanime, ai bordi della città in attesa di essere accolta e riconosciuta da qualcuno. Come tutte le donne, non è una matassa facile da sbrogliare. Una caso interessante ma complicato. Quella donna per guarire cerca l’autenticità dell’Essere. Un’autenticità senza altri fini, quella dimensione cioè concessa a volte solo alla poesia.
È quella Felicità il fine delle fiabe di Eliana. Il loro vanto fuori dal tempo.
È sorprendente, ma le fiabe di Eliana, pur non provenendo da antiche tradizioni popolari, raccontano quella ricerca lenta ed affannosa con la levità delle rondini migranti e il fardello dei secoli. Tra le sue pagine il futuro incontra il passato e si riempie di meraviglia e potenziali trasformazioni. Non si deve fare altro che restare ad ascoltare.

Fiabe come rondini, Eliana Forcignanò, Lupo Editore, p. 96, 2007

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Ci sono stati dei disordini. Luigi Milani


“È passato quasi un anno, ma se ne parla ancora, di quel triste giorno di luglio. Le polemiche non accennano ancora a placarsi. Ci sono state violenze spaventose, in quella città del nord. Un’esplosione di violenza collettiva, ha scritto un illustre commentatore di fatti politici. Molti hanno perso la testa, durante quegli scontri. Oggi leggo che i poliziotti che hanno trascinato fuori dall’ospedale alcuni feriti non dovranno preoccuparsi di nulla. Azioni giustificate dalla situazione, ha stabilito un’inchiesta.”

(da “Ci sono stati dei disordini”, di Luigi Milani)

Il racconto di Luigi Milani, che prende spunti dai fatti di Genova per la narrazione di una storia privata, è liberamente scaricabile da Lulu, se volete leggerlo potete trovarlo qui. Luigi Milani è anche autore di Rockstar, un romanzo, disponibile per l’acquisto su Lulu, nel quale la finzione e la realtà si mescolano ruotando attorno alla vicenda di Kurt Cobain. In “Ci sono stati dei disordini” una donna si trova improvvisamente a fare i conti con il proprio passato prossimo, in un momento di solitudine che gli fa ricordare che cosa è successo, a lei e al suo uomo, durante i fatti di Genova. Il metodo di approccio è simile a quello adottato da Milani nel suo Rockstar, quello cioè di affiancare una vicenda personale a una storia che invece è comune alla maggior parte di noi, nella fattispecie il dramma pubblico del G8. Di Rockstar colpiva la bravura nella rievocazione degli anni novanta, un periodo in cui chi si è trovato a vivere la fase adolescenziale tutto crede fuorché nel fatto che si sia trattato di un periodo oscuro. Il racconto scritto da Milani, ambientato un anno dopo i fatti del luglio 2001, si fa portatore di un messaggio chiaro: la memoria nel tempo e l’amore riescono a non vanificare un’esperienza di vita. Per quanto l’aspetto politico non lasci spazio alla crudezza e alla disillusione per ciò che è accaduto, soprattutto oggi la parola d’ordine è non dimenticare, affinché i ‘disordini’ cui fa accenno l’autore non diventino sinonimo di confusione delle responsabilità.

(Luciano Pagano)

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Luigi Milani è nato a Roma, dove vive e lavora. Scrive di musica e tecnologia da molti anni. In passato è stato coinvolto in fanzine e bbs fumettare, ha fatto il consulente informatico e curato testi di siti Web. In preda alla peggiore hubrys è giunto perfino a spacciarsi per sceneggiatore e consulente tecnico per una società di produzione cinematografica. Di recente si è macchiato di diversi crimini letterari: tra questi il romanzo “Rockstar” e alcuni racconti presenti nell’antologia “XII”, antologia di novelle scritte da dodici autori italiani indipendenti incontratisi in Rete. Fa parte della redazione della rivista letteraria “inutile”, alla quale dona periodicamente alcune perle letterarie di rara inutilità. Collabora con la e-zine letteraria Progetto Babele e il portale JuJol. È autore di un blog molto frequentato, “False Percezioni”. È socio del Gruppo XII.

La dimora dei luoghi. Mimmo Pesare


Libreria Icaro
I libri di Icaro

Incontri in libreria 2008

presentazione del volume

Martedì 29 gennaio 2007, ore 19.00
presso la saletta della Libreria Icaro
Via Liborio Romano

Mimmo Pesare
La dimora dei luoghi
Saggi sull’abitare tra filosofia e scienze sociali

Ed. I libri di Icaro, 2007
Collana “Scritture multimediali”

Discutono con l’autore

Laura Tundo
Direttrice del Dipartimento di Filosofia e Scienze Sociali, Università del Salento
Cristina Caiulo
Architetto, Responsabile regionale Sezione Italiana dell’Union Inter.le des Femmes Architectes (SIUIFA)

Introduce

Angelo Semeraro
Direttore della Collana “Scritture multimediali”

Si ringrazia quanti parteciperanno all’incontro
Il problema dell’abitare, oggi, si avvia a diventare un topos della contemporaneità: avvertire il luogo del proprio vissuto non è solo un tema delle discipline tecniche che studiano l’habitat urbano e domestico ma costituisce anche, e specialmente, una domanda fondamentale delle scienze filosofiche e psicologiche. Da sempre le modalità di residenza dell’uomo e i luoghi abitati sono simbolizzazioni e metafore del rapporto tra sé e il mondo.
I saggi raccolti nel libro, analizzando il concetto di abitare dal punto di vista teoretico della filosofia, della pedagogia, della psicoanalisi e dell’antropologia, tentano l’unificazione dei suoi significati lungo il crinale di una comune ermeneutica dell’abitare che vada nella direzione di una possibile koiné delle scienze sociali e lanciano la proposta secondo la quale sia possibile pensare tale concetto come “metafora attiva” per l’interpretazione dell’umano nel tempo del suo post.
Lo spazio abitativo della dimora rappresenta un’immagine incancellabile dell’animo umano, senza la quale la grammatica della vita affettiva avrebbe probabilmente una struttura completamente diversa e di conseguenza anche gli aspetti cognitivi dell’apprendimento e delle relazioni sociali ne sarebbero interessati. Da qui la convinzione che sia fondamentale “pensare” l’abitare, prima di “praticarlo”, all’interno di una circolarità del sapere e delle interpretazioni che suggerisce una fenomenologia dell’abitare come vero e proprio “sintomo dell’attualità”.

(in foto L’eremo di San Colombano)

Il modo migliore per ricordare la Costituzione? Applicarla.


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Uno spot, in questi giorni, ci ricorda l’anniversario della Costituzione Italiana. Nell’88 vennero stampati, per i suoi quaranta anni di anniversario, dei comodi libercoli che vennero poi distribuiti nelle scuole e nelle case degli italiani. Lo spot di oggi recita “La costituzione, il modo migliore per ricordarla è leggerla”. Nulla da eccepire, pubblicità progresso e comunicazione sociale al massimo grado di intendimento. Forse la frase “Costituzione: il modo migliore per ricordarla è applicarla“, provoca su alcune epidermidi, un certo prurito.

27 Gennaio 2008. Il Giorno della Memoria della Shoah


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da rassegna.it

1) “Nell’anno centoquarantacinque, il quindici di Casleu il re innalzò sull’altare un idolo. Anche nelle città vicine di Giuda eressero altari e bruciarono incenso sulle porte delle case e nelle piazze. Stracciavano i libri della legge che riuscivano a trovare e li gettavano nel fuoco. Se qualcuno veniva trovato in possesso di una copia del libro dell’alleanza o ardiva obbedire alla legge, la sentenza del re lo condannava a morte. Con prepotenza trattavano gli Israeliti che venivano scoperti ogni mese nella città e specialmente al venticinque del mese, quando sacrificavano sull’ara che era sopra l’altare dei sacrifici. Mettevano a morte, secondo gli ordini, le donne che avevano fatto circoncidere i loro figli, con i bambini appesi al collo e con i familiari e quelli che li avevano circoncisi. Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicenda per non mangiare cibi immondi e preferirono morire pur di non contaminarsi con quei cibi e non disonorare la santa alleanza; così appunto morirono. Sopra Israele fu così scatenata un’ira veramente grande.” (1 Maccabei, 1, 54-64)

 

2) “La memoria della memoria, questa espressione sembrerebbe una “battuta” assurda o uno slogan pubblicitario. E sarebbe davvero tale, se la memoria consistesse nell’apertura di un nostro archivio segreto (individuale o collettivo, poco importa) per riportarne alla luce informazioni preziose che la trascuratezza o, peggio, la volontà di dimenticare, avrebbero tentato di occultare.
Ma non è necessariamente così.La memoria è un possente strumento per capire e per rispondere alle sollecitazioni del presente. La guerra nei Balcani, il Medio Oriente in fiamme, il minacciato “scontro di civiltà” dimostrano che l’odio fra le genti e le stragi degli innocenti non sono una pura e semplice eredità di un passato sogno di incubi; e allora, alle nostre menti si affaccia la domanda angosciata: ma sarà sempre così, anzi, sempre più così?La risposta implicita che abbiamo dato a questa domanda fino a questo momento era di concludere che la Shoah fosse stata a tal punto mostruosa da risultare incomprensibile con i comuni strumenti della mente umana, che fosse stata, in una parola, “follia”, sia pure follia criminale: follia degli uomini, follia di un intero popolo, follia di Hitler. E, come tale, almeno per coloro che credono nella razionalità di fondo dello spirito umano, irripetibile. Tanto da giustificare l’autentico giuramento con il quale si concludevano tutte le nostre manifestazioni: “Mai più”.
Sentiamo però che questo modo di affrontare la memoria non è più sufficiente. Perché la nostra premessa non è scevra da critiche; la memoria non è, infatti, un supporto magnetico cui attingere dati ma è una funzione attiva della nostra mente, che sa in partenza a quale tipo di dati rivolgere la propria attenzione e quali, invece, trascurare; che sa in partenza quali sono i problemi che deve affrontare e, spesso, ha già formulato, se non proprio un giudizio definitivo, almeno delle ipotesi di risposta; e cerca “nella memorie” quei dati che possono confermare o respingere il giudizio stesso.Possiamo dunque indicare dei cosiddetti “valori” che sono in realtà giudizi dei quali siamo già forniti a priori e che orientano il nostro modo di scavare in profondità nella memoria? Certamente, sì.Il primo dei nostri valori si chiama civiltà ed esso significa il procedere del consorzio umano dalla legge del trionfo del più forte a quella del supporto per i più deboli, dalla soppressione del rivale o di quello che si ritiene possa soltanto chiedere alla società senza nulla dare, al principio della solidarietà. Il secondo valore significa valorizzare la varietà umana, la ricchezza delle “altre” culture, delle altre lingue, delle altre Fedi. Esso significa la libera circolazione delle idee, senza opporvi ostacoli, neppure economici.Il terzo valore, infine, indica il dialogo, il confronto, la trattativa, come unici strumenti che possono risolvere i contenziosi umani, proibendo, come reato, qualsiasi ricorso alla violenza.”Memoria” significa allora scavare nel passato in modo selettivo, per cercarvi non tanto le gesta degli eroi sui campi di battaglia quanto gli esempi di solidarietà e di cooperazione; esempi forse rimasti nell’ombra ma non per questo meno rilevanti, forse al contrario. È questa infine quella Memoria che può diventare uno strumento di fiducia nel domani. È questa che ci accingiamo a celebrare.”

Prof. Amos Luzzato
tratto dal sito
dell’
Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
.
3) Documentazione per conoscere tratte da Olokaustos.org:
La legislazione tedesca contro gli ebrei, Le leggi razziali in Italia, Istruzioni per il concentramento e lo sterminio.

Attore Opera Viva. Dal 31 gennaio a Lecce.


Associazione Culturale
FondoVerri/TeatroBlitz

Il TeatroBlitz/Fondo Verri riprende il lavoro sulla formazione dell’attore.
Riaprono le iscrizioni per partecipare al Laboratorio Teatrale“Attore Opera Viva”, diretto dall’attore-regista Piero Rapanà e promosso dal TeatroBlitz/Fondo Verri. Il corso è rivolto ad un massimo di 10 partecipanti che vogliano avvicinarsi al mestiere dell’attore in un lavoro pratico sulle tecniche e i modi del fare teatrale. Un percorso di ricerca e sviluppo delle capacità espressive, percettive e creative del proprio essere corpo/voce, per acquisire gli strumenti necessari per creare la propria “opera”, avvicinarsi ad essere ” autore/attore”. Dal gesto al movimento, dal respiro al canto, dal silenzio alla parola, dall’idea alla costruzione , un lavoro sull’ascolto, sulla percezione e scoperta delle capacità fisiche-sensoriali, e un approccio alla dizione, drammatizzazione, recitazione e messa in scena, queste le materie di lavoro per 4 mesi di laboratorio

Il corso avrà inizio il 31 Gennaio, con frequenza bisettimanale ogni martedì e giovedì dalle 19,30 alle 22.00.
Le adesioni per partecipare al laboratorio sono aperte sino al 30 Gennaio e devono essere comunicate al n° 0832.304522 o fondoverri@tiscali.it.

TeatroBlitz/FONDO VERRI
Via S. Maria Del Paradiso n.8 Lecce
telefax 0832.304522 fondoverri@tiscalinet.it

Stefano De Matteis e l'editoria nel Sud. Intervista di Andrea Di Consoli


Dopo quasi un anno di fermo (il tempo di cambiare promotore, e aumentare il numero delle uscite) “L’ancora del Mediterraneo” e “Cargo“, le sigle editoriali napoletane, tra le principali del Sud, tornano fra qualche giorno in libreria. Dopo aver fatto esordire scrittori come Saviano, Pascale, Lucente e Zaccuri, e dopo aver pubblicato libri di Berardinelli, Naldini, Cederna, Fofi e Niola, si prevede un anno molto ricco per la piccola casa editrice campana.
Il direttore e fondatore delle sigle è Stefano De Matteis, nato nel 1954 a Napoli e formatosi, sin dal 1977, a Milano, lavorando da Feltrinelli, da Garzanti e, dal 1985 al 1992, con Mario Spagnol della Longanesi.
Nel 1992 De Matteis decise di ritornare a Napoli, dove prima ha fondato una rivista con Gustav Herling (“Dove sta Zazà”), poi ha collaborato a “Il mulino” e alla pugliese “Argo”, fino a fondare, nel 1999, “L’ancora del Mediterraneo” (“Cargo” nascerà, da una costola de “L’ancora”, nel 2005).

De Matteis, perché nel Sud Italia non è mai nata un’editoria forte, a carattere industriale?
Primo, perché al Sud non c’è mai stata una vera imprenditoria di mercato. Secondo, perché l’editoria non è mai stata vista come un’attività remunerativa, ma semplicemente come qualcosa che rientrava nei lussi dell’assistenza istituzionale. Quindi non si è mai costituita un’imprenditoria che lavorasse sulla cultura. Non a caso a Napoli c’è San Biagio dei librai, invece non esiste un San Biagio degli editori. La storia editoriale meridionale è soprattutto una storia di tipografie e di librai.

Quali sono, a suo avviso, le principali sigle editoriali del Sud?
Ovviamente “Laterza” e “Sellerio”.

Può l’editoria di progetto avere un legame forte con il proprio tempo?
Certo che può, sia per quel che riguarda L’Italia, sia per il Sud in particolare. Noi, per esempio, abbiamo anticipato quello che poi è capitato a Scampia, oppure il problema dell’immondizia.

Quali sono i principali problemi della piccola editoria di progetto?
Il problema principale della piccola editoria è saper creare un rapporto diretto con il lettore, nel senso che c’è un rapporto difettoso con i lettori, che adesso sta migliorando tramite internet, ma siamo il paese che spende meno su internet, perché non c’è un rapporto fiduciario con questo strumento e con le carte di credito. E poi c’è stato un grande cambiamento in libreria. Le librerie “grandi spazi”, come tutti sanno, smerciano soprattutto i famosi “non libri” per il famoso “non pubblico”.

Cosa significa fare l’editore a Napoli?
La difficoltà è questa: se tu apri un’impresa al Nord, le banche ti guardano come una persona interessante; se tu apri un’impresa al Sud, le banche ti guardano come un “mariuolo”. Noi abbiamo iniziato con capitali privati, non ci siamo mai seduti a nessun tavolo politico o di spartizione culturale, non abbiamo mai voluto nessun vantaggio dalle istituzioni e dall’università. Questa scelta ci è costata molto cara. Solo quest’anno, per la prima volta, faremo un accordo con la Regione Campania, perché pubblicheremo “Questa corte condanna. Spartacus, il processo al clan dei casalesi”, libro a cura di Maurizio Braucci e Marcello Anselmo. In questo caso l’accordo con la Regione è stato interessante, perché permetterà di distribuire il libro nelle scuole, dove verrà fatto un lavoro capillare sull’educazione alla legalità.

Il pubblico dei lettori è peggiorato in questi ultimi anni?
Assolutamente no. C’è stata però una forbice che si è molto divaricata tra quelli che leggono molto e quelli che leggono un solo libro all’anno.

I promotori hanno una grande responsabilità?
E certo che ce l’hanno, perché devono posizionare bene i libri, fare un braccio di ferro con il libraio, sempre meno motivato. Il libraio purtroppo non è più il consulente dei lettori, ma è uno che riempie le schede e sposta i libri. Un tempo il libraio consigliava, era una figura di riferimento per l’editore. Oggi, con la rotazione che c’è, i librai fanno solo lo spelling sul computer per vedere se un libro c’è o non c’è.

La piccola editoria è anche un luogo di improvvisati e di cialtroni?
Sicuramente. Ci sono alcuni come me che vengono dall’editoria “pura”, e molti che usano il surplus dei loro guadagni, fatti in altro modo, decurtandoli dalle tasse, e li investono in piccole case editrici. Mantengono quindi in vita una struttura dove non c’è un progetto forte. Se si prende invece Fanucci, e/o, Donzelli, e via a scendere fino a “L’ancora”, c’è un’identità tra imprenditore, ideatore e sistema editoriale. In molti casi, invece, c’è un’estraneità completa.

Ci sono anche speculazioni?
Penso proprio di sì. Ci sono situazioni dove si fanno grossi investimenti, non sempre trasparenti, per costruire marchi che possano funzionare a livello di mercato.

Quali sono le caratteristiche di un’editoria indipendente di progetto?
L’editoria di progetto costruisce un percorso sui tempi lunghi. L’editoria di speculazione, invece, è fatta di improvvisazioni che lasciano ben poco. C’è una tempistica che è completamente diversa, quando fai un’editoria di progetto, perché ti costringi ogni giorno a immaginare il futuro.

E’ rilevante l’editoria a pagamento? E come la giudica?
Purtroppo credo che sia molto rilevante, soprattutto quella che si appoggia all’università, in specie al Sud. Questo tipo di editoria, al di là di qualsiasi ragionamento etico e culturale, non mi piace per due motivi: primo, perché si crea una ridondanza di mercato, perché s’intasano le librerie con prodotti mediocri; secondo, perché si creano una miriade di sigle editoriali senza nessuna credibilità.

Chi sono i nemici dell’editoria di progetto?
I nemici sono tutti quelli che fanno non libri, non cultura, e che non insegnano a leggere. Il vero nemico, come suole dirsi, è la moneta falsa.

Quali sono le differenze tra “Cargo” e “L’ancora del Mediterraneo”?
“Cargo” è un marchio nuovo nato nel 2005. Fino ad ora vi abbiamo pubblicato 15 titoli (tra gli altri, Arenas, Grass, Goytisolo), mentre solo nel 2008 ne faremo altri 15. “Cargo” pubblica esclusivamente narrativa straniera, e la direttrice editoriale è Milena Ciccimarra. “L’ancora del Mediterraneo” manterrà la collana “Le gomene”, che pubblicherà libri di attualità e pamphlet, la collana “Odisseo”, che farà gli esordienti e i narratori italiani, e “Gli alberi”, che sarà la collana della saggistica “pura”.

Ci dica alcuni titoli in uscita.
Per “Cargo” è in uscita MacPherson, che è un giornalista di guerra americano, che ha scritto un romanzo su una banda di americani che decide di aiutare il presidente a trovare le armi di distruzione di massa in Iraq. Poi uscirà un altro americano di “disinformations”, che si chiama Nick Mamatas, con un libro intitolato “Come mio padre ha dichiarato guerra all’America”. Per “L’ancora” uscirà un reportage sui rom d’Europa di un austriaco, Gauss, che s’intitola “I mangiacani di Svinia”, perché uno dei grandi olocausti del ‘900 è proprio quello dei rom.

Avete anche pubblicato molti libri sui gulag e sui lagoai cinesi.
Adesso facciamo per il “Memento Gulag”, a novembre, la storia di un jazzista russo finito in un gulag. La collana su questi temi si chiama “Un mondo a parte”, in omaggio a Gustav Herling, che è stato, ed è tutt’ora, l’ispiratore de “L’ancora del Mediterraneo”.

(in foto la bibliochaise, di nobodyandco)

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Un cartello di sei metri dice Tutto Intorno a Te


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“Un cartello di sei metri dice Tutto Intorno a Te
ma ti guardi intorno e invece non c’è niente”

Fango, Jovanotti – Lorenzo Cherubini

A passo d'angelo: l'avventura Untitl.Ed


Presentazione della casa editrice Untitled Editori (Untitl.Ed) e del libro

“A passo d’angelo”

sabato 26 gennaio 2008, ore 19,00
presso la Libreria Icaro, via Liborio Romano 23, Lecce  

A passo d’angelo: l’avventura Untitl.Ed

presentazione della casa editrice Untitled Editori (Untitl.Ed) e del libro “A passo d’angelo

Interverranno:
Anna Maria Palladino (Untitl.Ed)
Mikel Capelli (autore)

Francesco Farina (giornalista)
Untitl.Ed

Untitl.Ed (Untitled Editori) nasce nel 2005, ed è stata la prima casa editrice a pubblicare esclusivamente libri scritti da blogger. L’idea fondante di Untitl.Ed è quella di creare un ponte tra l’autopubblicazione sul web e l’editoria tradizionale. Untitl.Ed sceglie i suoi autori in base a ciò che scrivono quotidianamente in rete, e li sfida a costruire un libro nuovo – su commissione cioè.
Si guarda al blog dunque non come a una vetrina di testi, ma come al vocabolario effettivo dell’autore, dal quale il libro intravisto prenderà impulso e struttura.
I libri Untitl.Ed sono tutti uguali e non hanno il nome dell’autore in copertina: untitled è inteso come de-titolato, ovvero privo di titoli preventivi che autorizzino lo scrittore a scrivere. Untitl.Ed invita pertanto i suoi autori a fare un passo indietro, a rinunciare a trasformarsi in personaggio-autore (costruendo su quest’immagine la fortuna del proprio libro), affidandosi solo alla forza e all’evidenza delle proprie parole scritte. Esattamente come avviene in rete – dove ognuno è relativamente anonimo, ma non per questo meno riconoscibile.

www.untitlededitori.com

A passo d’angelo

“D’angelo” è il passo di chi cammina colloquiando, con se stesso e col mondo. In marcia lungo il Cammino di Santiago: un andare musicale in versi e prosa, energico e pacifico, per dar conto di sé.A passo d’angelo è il settimo libro di Untitl.Ed, il primo della terza “terna” di libri.
Mikel Capelli è un blogger. Il suo indirizzo in rete è www.sghembo.com

salotto post litteram [segni in forme diverse]


salotto post litteram [segni in forme diverse]
rassegna letteraria di Arterìa e Centro Studi Opìfice
Bologna, 27 Gennaio – 25 Maggio 2008

salotto post litteram è la rassegna letteraria che accompagnerà la città di Bologna fino all’estate. Le date in rassegna saranno venti e vedranno alternarsi le migliori energie del panorama letterario italiano, rappresentate da sedici case editrici. Ci saranno incursioni musicali, reading, videoproiezioni, installazioni, fumetti e vignette.

h. 19.30 – Arterìa, Bologna

Domenica 27 Gennaio 2008
Gianmichele Lisai (chitarra)  presenta e accompagna nelle letture Ivano Bariani con “Il precursore” (Sironi editore) e Giorgio Fontana con “Buoni propositi per l’anno nuovo” (Mondadori)

Sabato 2 Febbraio 2008
Kai Zen. Presentazione del libro La strategia dell’ariete e dei progetti di Romanzo totale.
presenti Jadel Andreetto e Bruno Fiorini

Sabato 9 febbraio 2008
Sentieri di (r)esistenza. Reading di Anonima Scrittori

Domenica 10 febbraio 2008
Emidio Clementi, Paolo Fresu e Paolo Nori raccontano Sardinia blues, il nuovo romanzo di Flavio Soriga (Bompiani)

Domenica 17 Febbraio 2008
Davide Bregola, Alessandro Sanna e Gianluca Morozzi presentano il fumetto “Quel diavolo di Nuvolari” (Bloom editore)

Domenica 24 Febbraio 2008
XoMeGap presenta Mutazioni (LAB)

Sabato 1 Marzo 2008
Reading per voce sola. Cristiano Armati in “Rospi acidi e baci criminali”

Domenica 2 Marzo 2008
Fabio Stassi in La esperanza perdida
reading per immagini di repertorio e musica dal romanzo È finito il nostro carnevale (Minimum Fax)

Sabato 8 Marzo 2008
Davide Caforio e Ausonia presentano il fumetto P-HPC (bloom editore)

Domenica 9 Marzo 2008
Gianluca Morozzi e Alberto Sebastiani presentano “Mangiacuore” di Francesca Bonafini (Fernandel)

Domenica 16 marzo 2008
Eduardo Zarelli presenta “Andai, dentro la notte illuminata” di Giancarlo Liviano D’Arcangelo (Pequod edizioni)

Domenica 30 marzo 2008
BIRRA. Bagarre Internazionale Riviste Alternative

Domenica 13 Aprile 2008
Talking, Reading & Music dal libro “Orfani di padre” di Michele Gabbanelli (PeQuod edizioni).
Cristiano Ballarini (music), Davide Bugari (reading), Michele Gabbanelli (talking)

Domenica 20 Aprile 2008
Gianluca Morozzi e Silvia Pingitore presentano “Via Ripetta 218” (Giulio Perrone editore)

Domenica 27 aprile 2008
Zandegu editore presenta il fight-reading di Giampelmo Schiaragola e Loris Righetto : La guida per aspiranti supereroi contro quella delle parole che vale la pena di usare almeno una volta nella vita

Domenica 4 Maggio 2008
Gian Paolo Serino presenta Satisfiction

Domenica 18 maggio 2008
Simone Olla presenta “Italian Fiction” di Michele Vaccari (isbn edizioni)

Sabato 24 maggio 2008
Gianluca Morozzi presenta “Il Buio addosso” di Marco Missiroli (Guanda)

Domenica 25 maggio 2008
Ettore Menguzzo (chitarra), Ferro Guerra (basso) e Lapo Calosi (percussioni)  presentano e accompagnano nelle letture Giuseppe Braga in “Ma tu lo conosci Joyce?” (Sironi editore)

Contatti:
Simone Olla – Ufficio stampa Arterìa
Tel: 051341094
Sito internet: www.opifice.itwww.arteria.bo.it
e-mail: simoneolla@gmail.comufficiostampa@arteria.bo.it

Centro Studi Opìfice – www.opifice.it

Il Centro Studi Opìfice (Cagliari) nasce nel 2002 con l’obiettivo di coniugare pensiero e azione nella pratica metapolitica. L’attività dei 6 opificisti (Simone Olla, Simone Belfiori, Giovanni Curreli, Carlo Corsale, Fabrizio Bolognesi, Joaquime) attraversa la filosofia e l’arte in ogni sua forma: si passa quindi dallo studio su testi alla organizzazione di convegni, dalla produzione di scritti alla presentazione di libri, avendo uno sguardo molto attento nei confronti dei mezzi di comunicazione di massa.

Il portale www.opifice.it vede la luce nel Novembre del 2004 e si divide fra letteratura e musica, filosofia e cinema. Nel 2006 inizia l’avventura radiofonica con Filtro Letterario, programma scritto e musicato da Opìfice per Radio Alzo Zero. La nuova scommessa targata 2008 si chiama ALBUM Europa, progetto di scrittura collettiva che vanta collaborazioni eccellenti.

Arterìa www.arteria.bo.it

Arterìa è un progetto che si propone di aprire degli spazi di partecipazione, interazione sociale e promozione culturale e artistica.
Il locale in Vicolo Broglio, angolo Via San Vitale a Bologna, ha le caratteristiche architettoniche ideali per sviluppare un progetto multiculturale trasversale rispetto alle diverse espressioni artistiche, avvalendosi di tutti gli strumenti della comunicazione.
Le pietre antiche di un palazzo millenario entrano a far parte della scenografia globale di uno spazio che fa dell’interazione di natura e tecnologia la sua caratteristica principale.
Arteria diventa così palcoscenico di concerti dal vivo, dj set, spettacoli teatrali e di danza, mostre e installazioni, proiezioni e rassegne cinematografiche, eventi letterari, culturali e sociali. Si candida quale punto di riferimento per gli artisti e per chiunque sia interessato all’arte nelle sue molteplici forme o a un intrattenimento con contenuti culturali.

Vizi pubblici. Private virtù.


michelegiocaacarteconsimonepokerconkappa.jpg

Ringrazio Simone Giorgino, che sul suo ottimo sito Audiopoesia, legge una delle poesie che ho scritto e a cui sono più legato, Non te. Potete ascoltare la sua lettura qui. Perché sono emozionato? Perché è la prima poesia che ho pubblicato, perché è una delle prime che ho scritto, perché mi fa ricordare di quando andavamo a casa dei poeti e dei maestri salentini (li mesci) con i nostri fascicoli di versi per chiedere un parere o un consiglio, perché l’ho scritta quasi quattordici anni fa e quindi perché mi viene in mente una cosa “cazzo, quanto sbattimento!”.

(in foto, due autori di venenum, un poker d’assi e un kappa)

I poeti non dormono mai. Incontri e letture di giovani e giovanissimi autori


I poeti non dormono mai
Incontri e letture di giovani e giovanissimi autori

I Poeti non dormono mai è un progetto nato da un desiderio comune: riuscire ad ottenere uno scambio tra i migliori giovani poeti dell’intera penisola, attraversando tutte le maggiori città italiane, da Bologna a Milano, a Roma, fino a Napoli e Lecce. Le serate vedranno la partecipazione di poeti, professori e critici letterari, che introdurranno i reading e saranno chiamati ad esprimere pareri in merito ai testi dei poeti coinvolti negli incontri.
I giovani poeti, selezionati dal Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna, leggeranno i propri versi a partire dall’inizio del prossimo anno, confrontandosi con il pubblico e accompagnati dalla musica di diverse band e artisti locali, colpi di scena, cultura e divertimento. Chiunque fosse interessato a partecipare e leggere i propri versi, purché abbia un’età pari o inferiore ai 30 anni, invii  i propri dati e almeno 10 poesie all’indirizzo  poesia@alma.unibo.it.
I più promettenti saranno selezionati dai membri del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e prenderanno parte alle letture.

IBRID@POESIA. L'amore virtuale.


Arti della connessione è il nostro macro-tema



Vogliamo valorizzare le nuove modalità creative del nostro agire comunicativo in rete e dare spazio alle strategie privilegiate della comunicazione in ambienti virtuali – alle quali stiamo dedicando in altri spazi tutta la nostra attenzione analitica – senza dimenticare che l’interazione e l’interattività hanno anche radici nella nostra storia e della nostra cultura.

In questa prospettiva, stare dentro la rete e presentarsi perciò come autori che creano nel virtuale significa anche poter rileggere, reinterpretare e innovare la nostra tradizione culturale e letteraria. In questa direzione il blog, fin dalle sue origini, tende a bruciare le distanze tra scrittura e vissuto, tra linguaggio e vita; lo fa utilizzando nuovi canali espressivi: al tempo stesso comunicativi e facilmente accessibili.

All’interno della rete è sempre possibile individuare, nella nostra scrittura, la trama delle appartenenze, il gioco dei rimandi incrociati, la complessità proliferante dei riferimenti. L’autore, certamente, continua ad esistere, ma la sua identità è, sempre di più, lo specchio abitato da una molteplicità di volti, di vite parallele, di storie, di avvenimenti, di culture. In questa prospettiva vogliamo dare spazio, tramite VOCI DELLA POESIA – IBRID@POESIA, alla poesia virtuale del terzo millennio.
Coordinatore di VOCI DELLA POESIA – IBRID@POESIA è Marco Saya.

IBRID@POESIA. L’amore virtuale è qui.

(immagini tratte da Virtual Love, Desire Inc., Binge, di Lynn Hershman Leeson)

Il sosia (4)


felicecasorati.jpg

“partono tutti incendiari e fieri
ma quando arrivano sono tutti pompieri”

ascolta qui Ti ti ti ti di Rino Gaetano (1980)

beckett suite per la regia di fabio tolledi


12 Gennaio 2008, 21:00
beckett suite
anteprima nazionale al teatro illiria di poggiardo

poggiardo (le)
teatro illiria

“Sono solo. Nel presente ancora come ero. È inverno. Senza itinerario. Il tempo passa”.
Queste sono le parole finali di “Cosa, Dove” (1983) ultima opera scritta dal grande drammaturgo irlandese Samuel Beckett.
“Cosa,Dove” è anche uno dei sei dramaticules che Fabio Tolledi, regista e direttore artistico di Astràgali Teatro, ha scelto per “Beckett Suite”, l’ultimo spettacolo internazionale di Astràgali che verrà presentato in anteprima nazionale il 12 Gennaio prossimo al Teatro Illiria di Poggiardo.

Astràgali Teatro torna a parlarci al cuore con Beckett. Lo spettacolo ” Beckett Suite”, infatti, per la regia di Fabio Tolledi e musiche originali di Mauro Tre, si terrà il 12 Gennaio a Poggiardo.
L’innovatività di Beckett Suite consiste anzitutto nella scelta del multilinguismo, dal momento che i testi dello spettacolo saranno in italiano e in albanese.
E’ inoltre inusitata la scelta delle opere che sono messe in scena, da parte del regista Fabio Tolledi, per “Beckett Suite”: “dramaticules” meno noti come “Quella volta”,”Improvviso dell’Ohio”,”Non Io”,”Passi”,”Cosa, Dove”,”Quad”.
Nello spettacolo si passerà dalle atmosfere sospese di Quella volta a quelle rarefatte e inquisitorie di “Improvviso dell’Ohio”, dal fiume di parole di “Non io” al dialogo straziane a più voci di “Passi” , dall’ironia pungente e divertita di “Cosa, Dove” al finale di “Quad”., scandito dalla musica e dal silenzio.

L’anteprima assoluta di “Beckett Suite” al Teatro Illiria di Poggiardo, il 12 di Gennaio 2008 per la regia di Fabio Tolledi, sarà essenzialmente un lavoro sulla voce che si piega al suono e sul corpo che diviene esperienza audio-visiva, un transito sul silenzio e sulla fisicità del sentire.

Info 0832 306194, 320-9168440

se il proibizionismo diventa integralismo


Enrico Pietrangeli
su “Cannabis, come perdere la testa e a volte la vita” di Claudio Risé



Quello di Risé è, sicuramente, un libro di cui si è già parlato, tanto da generare subito toni allarmistici in un paese così permeabile come il nostro. La copertina, possibile evocazione del martirio nel chiodo che trafigge la foglia sul legno, è, forse, l’unico spiraglio di compassione per una pianta che, nel corso dei millenni, è stata tramandata come una sorta di “maiale vegetale” per il suo complessivo utilizzo da parte dell’uomo. Non solo droga, se di questo si tratta, ma anche ottime fibre, risorse bio-energetiche a basso costo e applicazioni terapeutiche, nonché importanti risvolti agro-alimentari. Argomenti che Risé, consapevolmente o meno, si guarda bene dall’affrontare. Che la marijuana non sia un semplice ricostituente da prendere indiscriminatamente e senza conseguenze, dovrebbe, a mio parere, essere già una nozione comune a tutti. Se così non fosse allora anche questo libro, nonostante tutto, potrebbe avere un senso, tanto più se rivolto ai giovani. Metterli in guardia, comunque, è sempre un lodevole intento e non andrebbe vanificato dietro un fazioso integralismo proibizionista. Nobile e sacrosanto occuparsi degli adolescenti e tutelarli al meglio, ma perché addossare ogni colpa alla canapa? Perché basarsi su ricerche che, di fatto, risultano controvertibili ed inefficaci? Molti adolescenti, infatti, fanno un uso promiscuo dei più svariati intrugli chimici insieme allo spinello a causa di una politica ancora non in grado di compiere un adeguato distinguo. Altrettanto non marginale, anzi associato, è lo strisciante fenomeno dell’alcolismo giovanile, come Risé stesso non può fare a meno di rilevare. L’equilibrio psico-fisico dei nostri ragazzi è minato a partire da additivi ed inquinamento piuttosto che dal solo uso pregresso di spinelli. Semmai il consumo di cannabis si sovrappone a comportamenti già connaturati nelle psicosi della nostra società. “Disturbi della personalità e dell’umore” sono rilevabili in qualsiasi uso continuativo di sostanze, inclusi farmaci, alcol, tabacco e caffeina, ma anche in condizioni di stress come pure nella carenza di riferimenti. Va da sé poi che alla guida, come durante la gravidanza e, più in generale, negli stadi di crescita, l’uso di sostanze alteranti è non solo altamente sconsigliabile ma anche da interdire in quanto rappresenta un più accertato pericolo per sé e la vita altrui. A partire dalla dichiarazione ONU tanto ostentata nel libro: “nel mondo attuale la cannabis è la droga illecita più prodotta e consumata”, si deduce l’esistenza di droghe lecite; dopo l’esperienza del proibizionismo americano, nessuno pretenderebbe ancora di vietare l’alcol, tanto meno Risé, allora perché lasciare l’erba in mano alla criminalità? Scorrendo la lunga bibliografia riportata a tergo dell’opera, risalta subito il primo testo elencato: Fecondazione, aborto, droga, eutanasia. Trovo comprensibile un non appiattimento su questioni laiche da parte dei cattolici, ma ostinarsi contro la canapa è fuori luogo, tanto più in una religione che prevede l’uso simbolico del vino nell’eucaristia. Anche i cattolici, per lo meno una parte, hanno attraversato il ’68 che, a mio giudizio, non è un’esclusiva di sinistra, e, perché no, sarebbero ben disposti a trattare diversamente l’argomento. Interessanti le note di Marco Pistis, neuro-scienziato che, come riportato nelle pagine del libro, ribadisce che “alcol e cannabis sono due delle droghe più diffuse” e “per molti versi molto simili”. Ma non del tutto, come Risé stesso documenta, noi già possediamo “cannabinoidi endogeni”, mentre la molecola dell’alcol è completamente estranea al nostro corpo. La sezione più avveduta del trattato è, a mio parere, quella più strettamente attinente la “psicologia del maschile” e la “figura paterna”, ma a condizione di depurarla dalla canapafobia caratterizzante l’autore. Qui sono ravvisabili spunti più convincenti e, non a caso, coincidono con le effettive capacità e professionalità dell’autore. L’identificazione della cannabis come strumento di follia e morte, è tipico di culture rigide e moraliste. L’Iran, pur rimanendo, se non un produttore, un importante crocevia internazionale della droga, è arrivato ad eseguire decine di condanne a morte per uso di stupefacenti in un solo giorno. Risulta poco credibile una morte da overdose di spinello, poiché è praticamente impossibile riuscire ad assumere un quantitativo tale da cagionarla; tutt’al più, in quei rari malaugurati casi in cui è maturato qualche fattaccio, la canapa è stata sempre e solo una concausa tra altri fattori determinanti. Verosimile, al contrario, è il coma etilico, spesso sottovalutato, seppure non frequente, ma scientificamente accertato come causa di morte. Sebbene frutto di opinabili statistiche, s’insiste ancora sul concetto che dallo spinello si passi all’eroina, convinzione vecchia oltre quarant’anni e suffragata dal solo nefasto esito proibizionista di lasciare liberi gli spacciatori di manipolare il mercato a loro piacimento. Nelle tematiche di fondo addotte, emerge l’incremento di THC nella canapa sino a toccare punte del 20% rispetto al 3% degli anni Settanta. Una concentrazione del principio attivo tutta a vantaggio degli spacciatori, consente loro, nella diminuzione di massa, d’incorrere in rischi più calcolati incrementandone penetrazione e competitività. Questa è l’evidente conseguenza di “alterne politiche” comunque unidirezionali nel loro intento proibizionistico. Certo è che la droga in mano a talebani e consimili non può che essere alterata a loro piacimento quale ennesima arma da rivolgere contro gli occidentali. Non dimentichiamo, quindi, il terrorismo; i finanziamenti prodotti dalla droga illegale aumentano il rischio dei nostri soldati e le spese per mantenere la pace nel mondo, nonché espongono la nostra sicurezza in prima persona. E Risé riconosce che siamo “assediati dai produttori e commercianti islamici”. I recenti dati rilevati con la Giovanardi-Fini, scampolo di fine legislatura della destra messo sotto la naftalina dalla sinistra, sollecitano l’emergenza. Il proibizionismo sancisce la deriva di un popolo, tanto lo fu un tempo nella trasgressione di tossici distillati clandestini quanto lo è ora nel perseguire una politica che anziché smitizzare ed arginare la droga, di fatto, la favorisce. La questione droga, non dimentichiamolo, va articolata e affrontata su più fronti: regolamentazione, prevenzione e repressione dell’illecito. Se viene meno una di queste componenti, siamo comunque destinati ad un inevitabile fallimento. Impossibile poi non fare i conti con una spesa sanitaria che aumenta e grava su tutti noi. Una sanità costretta a sopravvivere tra la droga illegale è una sanità destinata a spendere sull’imprevedibile e non curare con quanto possibile. La dedica del libro al compianto Muccioli, conduce ad una tradizione che, ai giorni nostri, riporta alla ribalta delle cronache Don Gelmini. Di fatto, purtroppo, continuare ad elargire soldi dei contribuenti a comunità inneggianti all’integralismo proibizionista e che, forse non del tutto a caso, finiscono poi inquisite, non ha portato ad altro che ad estendere il fenomeno e arricchire i trafficanti rendendo il cittadino sempre più povero e in pericolo. E il cittadino comune vuole ordine, non solo una gratuita ed inefficace repressione. Vuole regolamentazione, perché ognuno svolga le sue attività nel luogo più appropriato e nelle modalità predisposte, senza offendere il pudore altrui e, soprattutto, nella legalità e con opportune tasse pagate da tutti, perché è stanco del pusher e della meretrice esentasse! Dopo la lettura di questo libro, non resta che sperare in un dibattito più consapevole. L’augurio è che anche l’antiproibizionismo sia sempre più moderato e meno integralista nell’esigere un altrettanto nociva generica liberalizzazione. Ma la depenalizzazione e la regolamentazione sono vie percorribili, le sole in grado di riportare alla legalità, vista l’entità del fenomeno.
Se riusciremo ad attuarle, tutelando tanto gli interessi sociali quanto il libero arbitrio dell’individuo adulto e consapevole, saremo ancora in grado di tramandare una civiltà e di offrire un futuro.

Claudio Risé, Cannabis. Come perdere la testa, Edizioni San Paolo, 2007

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"per gioco, per scherzo, per una volta, per provare"


Claudio Prima, Emanuele Coluccia e Simone Giorgino al FondoVerri

Prosegue la rassegna “Le mani e l’Ascolto”, il Settimo appuntamento della rassegna di parole e suoni che il Fondo Verri organizza presso la sua sede in Via Santa Maria del Paradiso a Lecce, per il settimo anno consecutivo, con il patrocinio del Comune di Lecce, venerdì 4 gennaio, dalle ore 20.00. In scena Claudio Prima all’organetto diatonico ed Emanuele Coluccia al pianoforte. Due voci musicali sodali di numerose avventure di ricerca e di suoni che si confrontano sui tasti. Gioco improvvisativo, arie mediterranee, tempi ska, jazz e canzoni nel loro repertorio che ha radici nei Manigold e germogli recenti nell’esperienza straordinaria della Banda Adriatica. La spazio della poesia è di Simone Giorgino con il suo Asilo di mendicità (Besa Editrice). Voce da bar, densa di colori che accoglie versi per dirli. Una poesia viva tesa nell’ascolto per essere vivi, presenti: “per gioco, per scherzo, per una volta, per provare”.

(in foto Claudio Prima)
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Il sosia (3)


busterkeaton_5.jpg

…c’è un verme, il verme striscia, benché il verbo strisciare sia patrimonio comune non è così adatto al verme. Non più adatto di quanto non siamo abituati a pensare. Il verme incede lento, con la stessa morbidezza e permeabilità che potrebbe avere una goccia d’acqua. Il verme possiede la stessa capacità di confondersi con l’umido elemento della terra. Il nostro verme arranca, il suo obiettivo senza coscienza sembra essere costituito dal nascondersi nella terra. Occultarsi. Scomparire. Escludersi. Il verme viene disprezzato spesso per la sua somiglianza all’uomo. Invertebrato. Lumbricus medius. Lombrico medio.

[continua]

Felice 2008!!!


basso impero


Enrico Pietrangeli
su “Basso impero” di Claudio Comandini

Questo romanzo d’esordio di Claudio Comandini è ambientato nell’hinterland di un’ ex provincia ormai logora di troppi eventi o, altrimenti, svanita tra ricordi di dolce vita. Nel cuore di quello che un tempo fu, nonostante tutto, anche impero, si anima, accanita e puntuale, una penna (o tastiera che si voglia) pronta a scandagliare ricercando ogni possibile riferimento ormai inesistente nel suo essere licenziosa e irriverente. Una scrittura canalizzata in un fondo, quello di un Basso Impero che, attraverso secoli ricolmi d’intrighi e cortigiane, si avvicenda ancora, longevo e implacabile, espletandosi in tutto il suo più infimo degrado. Siamo agli sgoccioli del Novecento, corre l’anno 1994 e l’Italia conosce il suo primo governo Berlusconi. Comandini, per l’occasione, trova due date intense ed evocative per meglio rimarcare la sua narrazione, quella del 25 aprile e quella dell’ 8 settembre: dalla liberazione all’armistizio. Con questa stessa sequenza, traccia principio ed epilogo di tutti gli accadimenti che si susseguono nel suo libro. Sono eventi racchiusi in un diacronico accavallarsi di sequenze che imperversano, ma non a caso, rappresentando una stagione rissosa, persino dolorosa e nondimeno provocatoriamente spassosa. Sono mutamenti che toccano anche luoghi disconnessi nella memoria, davanti una televisione spenta che parla e un calendario senza giorni penzolante sul muro. C’è un bar che anima il tutto insieme alla piccola comunità che vi bivacca intorno. Dentro ci scorrono i personaggi del luogo, con le loro singolari vicissitudini, che si alternano in un comune vivere divenuto inconsulto. Ci sono Ludovico, Porkospin, Cecco lo sciamano, il grande amico Eugenio e le “femmine” che, sebbene qui vengano meno come tematica portante, prendono qua e là il sopravvento, fino ad occupare letteralmente un’intera pagina attraverso i loro attributi più intimi. Attributi dove lasciarsi andare in elucubrazioni mitologico-filosofiche con voluttuosità canzonatorie; cavalcare ardite fantasie per stordirsi nell’esperienza e galoppare, dopotutto, sul “fondo”. Bukowski che fa capolino, ma qui abbondano anche androgeni transessuali. L’amore c’è, mai scritto maiuscolo eppure totale ed incondizionato: è quello sentito per Serena. Ishtar è la loro gatta invalida, trovata in fin di vita, dentro un cassonetto dei rifiuti, sarà lei la loro complice e più diretta testimone. In questo “basso impero dove solo i servi hanno potere” compare, in primis, Jim Morrison, ci parla in greco e scivola sulle labbra “aspirapolvere” delle ragazze “crickcrock”. Mito e mercato post mortem non potevano tralasciare Kubain coinvolgendo persino Hegel ne “l’effettualità come criterio decisivo del farsi della realtà”. Un Basso Impero “maionese globale” dove The end è “l’unica canzone dei Doors da non sembrare datata”, “uovo del mondo alla fase terminale” con qualche turbato sorriso acceso sulle note di On the Sunday of Life dei Porcupine Three o Sunday morning dei Velvet. Stile fluido e intenso, fortemente intellettualistico nel suo essere triviale, ma che non rinuncia a calarsi nel gergo del mondo di cui, in fin dei conti, è parte: “a uno scudo dal collasso”. Tanta foga, rabbia, denuncia, tanto passato prossimo ancora da archiviare, che pulsa di armonioso disordine, materia viva e ancora tutta da plasmare, così scorrono i tanti aneddoti descritti da Comandini. Storia, oltre storielle e inferni personali che si aprono tra chiassosi echi delle risa di amici; fantasmi che, puntualmente, ritornano. La strage di Bologna, in questo libro, potrebbe rappresentare un comune nodo per tutto, tanto nel personale del protagonista quanto nelle più pubbliche faccende di questo paese. La memoria intanto corre, ritorna in Grecia, ai viaggi con Serena e i ricordi di scuola. Tragedia e piacere s’incontrano. Un’amara casualità è quella della notizia dell’attentato sopraggiunta sul primo acerbo piacere di un’eiaculazione, nella più aspra, pungente e vitale poesia adolescenziale.

mini concorso per nuovi scrittori


L’idea è di Camilla Cannarsa. L’immagine che state osservando è il punto di partenza per un mini-concorso indetto dal blog Promesse d’autore (scritti e scrittori del web 2.0), il bando è qui. Si partecipa con un testo breve, interessante il proposito di analizzare la contaminazione con i nuovi linguaggi del web 2.0. Buon cimento a tutti!

“Le guerre, la globalizzazione, le corporates, il monopolio. Il nucleare, l’energia solare, l’Australia con la sua siccità e Internet, che viaggia veloce e ci tiene vicini, seppur così lontani.
E’ il 2007: accadono cose, come in tutte le grandi epoche, e c’è nell’aria il profumo di rivoluzione. Non di quella armata, no, ma di quella silenziosa, che avviene nel profondo di tutti noi e ci cambia del tutto. E il mondo cambia del tutto.
La rivoluzione industriale è stata così. Non violenta, ma veloce, velocissima.
Tempo fa, ho letto da qualche parte che la maggior parte degli intellettuali e degli artisti migliori viene fuori da periodi come questi; sono quei geni superiori che, in qualche modo, percepiscono un cambiamento e riescono a scriverlo, a dipingerlo o a fotografarlo.
Ecco cosa vi propongo: un mini concorso che abbia come tema l’immagine che accompagna questo post. E’ l’era di internet, della comunicazione breve, rapida, quick. E’ l’era degli acronimi, di Twitter, degli sms; scrivete una cartella di parole, 1800 caratteri spazi inclusi, che vengano fuori dall’osservazione di questa immagine.

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salento's movida


Stefano Donno
su “Salento’s Movida” di Armando Tango

Fortunatamente da qualche anno a questa parte, il mondo delle lettere salentine, contro ogni previsione (Rina Durante scriveva in un suo articolo sulle pagine del Quotidiano, l’impossibilità del Pulp nella piccola città di provincia e poi c’era invece già Maurizio Leo che mixava da tempo ormai, Beat e Pulp in maniera eccezionale) comincia a creare un’identità altra che non è solo Comi, Bodini, Pagano, Toma, Verri, Ruggeri, o la Pizzica, ma non perché non siano necessari a costruire una mappatura del fare poesia e letteratura in queste terre, tra le maglie della sua storia, ma perché ciò che sta emergendo è un desiderio di riscrivere la storia della lettere a queste latitudini. Si poteva mai pensare ad esempio ad un giallo salentino o addirittura al noir? Era tutto in gestazione da queste parti, basti pensare al Delitto di Campi 1 e 2 di Gianni Capodicasa (Luca Pensa editore) e Libreria antica Roma. Il mistero di Taviano (Lupo editore) di Raffaele Polo. Pur non entrando nel merito qualitativo di queste due opere appena indicate, avendo chi più chi meno il diritto di esistenza nell’ambito della storia della letteratura contemporanea salentina, non posso non dire che comincia a strutturarsi un quadro di una geografia letteraria che prima o poi dovrà essere sistematizzata. Ora dopo le sue fatiche letterarie come La Lecce di papà (Eda) e Scusi vuol ballare con me?, (Edizioni del Grifo) a cui collaborai con grande piacere, ecco che Armando Tango, pseudonimo del giornalista leccese Teo Pepe, aggiunge un’altra interessante pubblicazione dal titolo “Salento’s Movida ” edita da Glocal editrice. Un giallo o un noir salentino? Difficile dirlo perché sembra che Tango sia abile ad utilizzare i codici dei due generi narrativi, con grande maestria e talento, conosce i trucchi del mestiere, le sue zone d’ombra, e sa perfettamente dove puntare i riflettori, perché di un’ibridazione equilibratissima tra sceneggiatura e romanzo sembra questo libro, che ti prende e non ti molla più, per ben 241 pagine. E c’è tutto e molto di più in quest’opera, lu sule, lu mare, lu ientu, le notti afose, la Lecce by night, la movida vacanziera e vip di Santa Maria di Leuca e i suoi salotti bene, il caldo torrido, le angoscie, le ansie, le paranoie di un’avventura che comincia a seminare una scia di sangue per un “paperino” – non vi svelerò di cosa si tratta perché se no che sorpresa è – che contiene dati sensibili e scottanti, e che lega i destini dei protagonisti, tutti ben delineati, e con una psicologia tracciata magistralmente in poche battute: Brooke (che ricorda il biondone di Beautiful); Pachi (fotografo very-macho-magnaccia, un clone di Costantino di provincia); il dj Claudio Capace; la nobildonna Adriana Cristofalco, Massimo Bellardoni il commercialista piacione, Pappa personaggio molto simile ad Adriano Pappalardo, e dulcis in fundo Maurizio Costanzo e Maria De Filippi …. Che c’entrano?! Scopritelo da soli ….

Armando Tango, Salento’s Movida, Glocal editrice, p.241, 2007-12-30

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communism, bed & breakfast


Luciano Pagano
su “Communism, bed & breakfast” di Raffaele Gorgoni

Raffaele Gorgoni è autore di due romanzi di ambientazione storica come “Lo scriba di Càsole” e “L’oratorio della peste“, dove i lettori hanno già incontrato la sua capacità di costruire un intreccio interessante attorno a un elemento inconsueto e dove la ricerca e la cultura si rivelavano essere determinanti per la comprensione dell’opera, soprattuto come relazione con l’elemento politico a esse circostante. Un voler chiamare in gioco il lettore oltre lo stesso piacere della lettura. Raffaele Gorgoni, inviato e giornalista Rai, è un raccontatore di storie in reportage puntuali. Più volte, da lettore, mi sono chiesto quanto ci sarebbe voluto (leggi: quanto bisognava attendere) perché lo sguardo del narratore si volgesse alla contemporaneità. La risposta si intitola “communism, bed & breakfast” (cosmografie, 28), una raccolta di cinque racconti editi dalla Besa Editrice, “romanzi da camera” come vengono definiti nella quarta di copertina. Partiamo dal titolo, che si riconnette subito al tema del primo racconto, il protagonista del quale è uno scrittore e intellettuale che dalla città Salentina si è trasferito a Parigi da diversi anni. Capita che due vecchi amici lo invitino a presentare il suo libro a Lecce, il nome della città non compare, ma è come se la lente di ingrandimento posta dall’autore sul Salento sia così vicina al soggetto da non suscitare il bisogno di citazione. Nell’epoca che si attrezza di modernariato e ipertecnologia sono i capelli radi o bianchi che fanno accorgere gli amici che il tempo è passato. Con il tempo è passato anche l’attaccamento a una fede politica, con l’espressione di un dubbio concreto fatta proprio dal protagonista. Il secondo racconto intitolato “Movimento terra”, racchiude in perfetto equilibrio una serie di elementi antropologici e magici che caratterizzano il Salento. Si va dall’aggiramento della 488 per speculazioni & affari grazie all’interessamento dei politici di Roma fino alla magia (macaria) di una ragazza, Assunta, attorno a cui ruota la vicenda. Ernesto ne è vagamente innamorato, innamorato di una malìa non corrisposta ma reciproca. Al termine della lettura ci chiediamo soltanto se nel sogno d’amore e magia è compresa la speculazione edilizia o se questa continui a resistere nella realtà. Già dalla lettura di questi due racconti affiora una caratteristica della scrittura, quella cioè di creare un compartimento nel tempo della vicenda in cui il passato linguistico coesiste nel presente operando un contagio, grazie al linguaggio avviene la creazione di una “velina”, se così si può dire. Certo non si ha l’effetto di rarefazione che si può notare, ad esempio, in un romanzo come “Un refolo di vento” (Salvatore Stefanoni), dove la prima “bicicletta” compare dopo oltre venti pagine, la considerazione è utile per comprendere come Raffaele Gorgoni sia riuscito ottimamente nell’intento di sospensione della credulità nel tempo e negli oggetti. Quello che ci si aspettava da un autore che era capace di trattare la materia storica come si fa con il reportage dell’odierno era che si accostasse alla contemporaneità con gli strumenti della storia, e così è stato, in consapevolezza dell’obiettivo e senza appesantire la narrazione di orpelli metodo-sociologici, usando il pretesto del sogno che al suo svanire riporta al punto di partenza, ma con un sentire differente; come nel racconto del commerciante che decide di non pagare più il pizzo, e lo fa nel modo più plateale possibile, in una terra che accoglie le sue tragedie con un pizzico di ironia e sarcasmo. Il risultato è un libro interessante, dove la tragedia e la commedia si mescolano in crescendo fino al racconto finale che non lascia spazio all’autocommiserazione di una terra, e costituisce allo stesso tempo la conferma di Raffaele Gorgoni come narratore.

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