Archivi tag: News

Cronache Materane degli anni '70


Giovanni Matteo
su “Cronache Materane degli anni ’70”, di Pino Oliva

Ho conosciuto Pino Oliva ad Altamura, in occasione della presentazione del suo Cronache Materane degli anni ’70, organizzata dai ragazzi del Circolo Arci Todomodo.
Il titolo mi aveva messo un po’ sul chi vive: avevo paura fosse una di quelle graphic novel – reportage un po’ radical chic che spuntano come funghi adesso, ma poi m’hanno messo il volume tra le mani e ho avuto il piacere di scambiare due parole con Pino e non ho potuto che amare la semplicità e la delicatezza del libro e lo sconfinato mestiere e l’affabilità di questo sfaccettato artista che scrivedisegna (ma quando inventeranno per i fumettisti un’espressione tipo “cantautore”?), produce sorprendenti opere digitali e suona il basso e la chitarra negli storici Vastax.
Cronache Materane
, dunque, non pretende di analizzare la realtà lucana del “decennio più lungo del secolo breve”, ma si occupa del suo b-side… Per cominciare, i Sassi quasi non ci sono: domina la (oggi ex) periferia del Rione “Serra Venerdì” e i grandi, con i loro grandi problemi entrano di sguincio nell’obiettivo… A fuoco, invece, i “ragazzini di Viale Europa”, cioè lo stesso piccolo Pino (perché si tratta di un lavoro squisitamente autobiografico), gli amici, i cugini, con le loro scorribande, la scuola, le vacanze, la neve, la vecchia fabbrica abbandonata, il campo di calcio diventato terreno di costruzione, i ramarri, i pantaloni nuovi sporcati di catrame, una stramba canzone di un certo Rino Gaetano…
Lo stile grafico risulta sempre immediato, con soluzioni a volte di forte impatto, a volte di grande eleganza; nelle vignette delle Cronache gli uomini diventano animali antropomorfizzati, ma molto più di Topolino e Pippo: non portano antiquati guanti gialli, ma eskimo e jeans scampanati, hanno cinque dita e proporzioni umane, ma anche delle teste rotonde con pendule orecchie in cima e un buffo muso; più dolce e arrotondato è quello dei ragazzi, più sporgente, da scafato rattone, quello degli adulti.
Per i non murgiani c’è in regalo un corso accelerato di materano: i protagonisti parlano ora un italiano pieno di inflessioni e interiezioni dialettali, ora un dialetto arcaico punteggiato di imprecazioni divertentissime di cui l’autore ha pensato di fornire un esauriente glossario.
È bene ricordare che Cronache Materane degli anni ’70 segue Telline (Cronache Metapontine degli Anni ’70), sempre sul filo della memoria e precede un lavoro sugli anni ’80 che Pino sta diffondendo gratuitamente via e-mail prima di rivederlo e pubblicarlo… Una sorta di work in progress condiviso con i lettori, esperimento che ha già dato ottimi risultati con le Cronache Materane, finite in formato jpeg sui monitor di una moltitudine di fan dei ragazzi di Serra Venerdì sparsi per mezzo mondo. Scoprite voi come entrare nella setta…

Pino Oliva, Cronache Materane degli anni ’70
La Stamperia Edizioni, Matera – 2007

 

Ad Istanbul, tra pubbliche intimità. Enrico Pietrangeli


Alessandro Maria Carlini
su “Ad Istanbul, tra pubbliche intimità.” di Enrico Pietrangeli

Dalla diffusione del geniale epigramma “M’illumino di provvisorio” Enrico Pietrangeli potrebbe conseguire la fortuna letteraria che merita. Indovino un’intera generazione di precari pronta ad appropriarsene. E dello splendido ricordo di un anziano Ungaretti orco del carosello, in molti desidererebbero certo disporre in prima persona, e averlo potuto condividere. Un poeta è anche un conservatore di esperienze mancate da altri: per distrazione, assopimento precoce, o futilità nelle ossessioni.Pietrangeli è una specie d’apocrifo scapigliato. La contiguità di vincoli affettivi, orgasmo, riposo, morte, lo sgomenta, e come dargli torto? Un poeta è anche un nostro troppo simile. Pietrangeli, al pari di Ungaretti, patrono designato della raccolta, ci sa davvero fare con le città in quanto soggetti poetici. Con Roma e Istanbul, perviene a un rapporto vertiginoso di mutua esplorazione in cui forma urbis e forma mentis si conglomerano. La sua personalità letteraria ha qualcosa dello stratificato disordine delle due capitali dell’impero romano. Musicologo per vocazione, Pietrangeli è un poeta rock: non nelle pose, ma perché dalla musica popolare americana ha assorbito quel desiderio incessante e vitale di un altrove. Le varianti circolari e numerabili all’infinito del suo salmo sufi Re Mix, mi è venuta voglia di intonarle: non mi ha trattenuto la prossimità di estranei. Mi convince meno il Pietrangeli d’occasione, del suo Undici Settembre, ad esempio, o il neo futurista che sperimenta l’HTML come infrastruttura sintattico-semantica. Atteggiamenti che stridono col suo peculiare intimismo, il suo alchemico combinare estasi e sfinimento, orrore della morte e cupio dissolvi, esaltazione amorosa e sulfureo risentimento. Il Pietrangeli a nudo in pubbliche intimità nasconde habitus sottopelle. Taluni suoi passaggi possono dapprima sembrare meri riempitivi, acquisendo invece rilievo tornandoci sopra. Sollecitano con amicale premura riletture. Il senso antico e seventies della strofa di cui dispone, distoglie dall’affaticarsi in ricerche genealogiche per restituirgli poeti-fratelli della sua generazione. Laddove altri giocano innocentemente con le parole, Pietrangeli mescola pericolosamente umori. Le sue poesie d’amore si direbbero scritte sul comodino in quei momenti di lucidità altrimenti inattingibile tra il prodigio organico dell’orgasmo e il baratro atavico del sonno. Ci sono sillogi poetiche adatte alla vigilia di una battaglia; raccolte adatte al frammentato otium metropolitano; volumi atti a lenire le disillusioni con i loro poetri [mantengo il lapsus di digitazione] catartici; raccolte da tenere a portata di mano in libreria come un farmaco antisintomatico nel cassetto; altre -ancora- compilate per accompagnarci a lungo nella decomposizione. Ad Istanbul tra pubbliche intimità mi appare indicata per ciascuno di questi usi.

Ad Istanbul, tra pubbliche intimità, Enrico Pietrangeli,
Edizioni Il Foglio – 2007 – 10€

IL VOLO DEL CALABRONE. Un progetto di poesia performativa


IL VOLO DEL CALABRONE. Un progetto di poesia performativa
(postfazione di Gabriele Frasca, a cura de “Gli Ammutinati”, Battello stampatore)



È appena uscito

Il volo del calabrone. Un progetto di poesia perfomativa

postfazione di Gabriele Frasca, a cura de “Gli Ammutinati”, Trieste, Battello stampatore, 2008, euro 10.

Testi di:

Dome Bulfaro, Silvia Cassioli, Matteo Danieli, Luigi Nacci, Adriano Padua, Luciano Pagano, Furio Pillan, Silvia Salvagnini, Christian Sinicco.

***

Dalla nota dei curatori:

[…]

Pubblicare l’ennesima antologia non è di certo un esercizio di sopravvivenza, né per chi l’ha scritta, né per chi la leggerà. Il motivo che ci ha spinto a pensarla e a realizzarla è un altro: ci è parso di individuare nella poesia degli ultimi anni due tendenze, se non dominanti perlomeno più aggreganti rispetto alle altre: da una parte un sostanziale arretramento della lingua poetica a bisbiglio prosastico, privo di ritmo, di musicalità; dall’altra parte invece un rinsaldarsi delle posizioni post-avanguardiste attorno a una lingua experimentum, la quale a volte si ri-metricizza rigorosamente, a volte si fa canto, a volte si struttura quasi a simulare il rap. Non stiamo affermando che questi siano i filoni maggioritari o più importanti, sosteniamo soltanto, basandoci sul dato empirico delle nostre esperienze, che a noi queste due linee sembrano oggi nell’atto di venir marcate con più forza, anche grazie a riviste, case editrici, siti internet, blog e festival che prediligono più dichiaratamente l’una rispetto all’altra. Postulata tale visione come base del nostro ragionamento, a noi sembra che manchi l’attenzione verso la linea o l’incrocio di linee che ricercano una zona mediana tra le due sopracitate: un limbo in cui la parola riesca a stare, come un equilibrista, in bilico tra ricerca di senso, costruzione di una visione del mondo e ricerca metrico-prosodica (anche in direzione di nuovi spazi metrici) senza che nessuna di tali tensioni si sacrifichi per far spazio all’altra. Consci della pericolosità del nostro dire, non ci azzardiamo avanti in disquisizioni teoriche che potrebbero ricordare la prosopopea di certi manifesti del passato. Qui non vi sono proclami. Ci siamo sforzati di immaginare quella zona mediana, dopodiché siamo andati alla ricerca di coetanei (nati dopo il 1970) che a nostro personale modo di vedere possano rientrare in quella zona, quindi abbiamo chiesto loro di spedirci dei testi che a loro modo di vedere potessero rientrare in quella zona, infine abbiamo selezionato i loro testi cercando di farli stare nel cuore di quella zona il più possibile. Et voilà: ecco – sarà un caso? – un gruppo di autori che sa anche performare i propri testi!

Il calabrone vola tenendo come rotta la linea che taglia in due parti uguali (ma non per forza superfici fatte solo di angoli retti) quella zona mediana. Il calabrone simboleggia la parola carica di senso e di vitalità che crepitando/risuonando tiene la rotta senza abbandonarla mai: un calo del battito vorrebbe dire caduta/morte, la mancanza di una meta verso la quale volare genererebbe titubanza, cioè temporeggiamento, cioè caduta/morte.

[…]

***

(sopra, particolare della copertina: disegno di Ugo Pierri)

Per info o acquisti, scrivere a:
ilvolodelcalabrone@gmail.com

"Il mulino degli sconcerti" di e con Simone Franco a Lecce (21, 28-29-30 marzo)


scarica qui il programma dettagliato in formato pdf

Viaggio a Panafon


santacesarea.jpg

Maggio: mi manchino pure gli stupidi sciami
di riso mi manchi l’andare i passaggi di coste
nel fresco o non so che non so le mie mani
alla nuca mi siano spettabile tramonto
di fuochi gli eppure di sole
un bel mese può esistere sempre, ma non è maggio
se come maggio intendo
un po’ di fresco, quest’arietta e
quest’ombra industrioso silenzio, solare.
Mastico gli scogli e dico santo vespro.
Più me, più poesia, più dire celeste
sanato dispero. Più me, più puntate sul tavolo
giusto, maggio:
mensile come arridere sfortune arate
al maggese che attende una semina
sporca si spetra nell’ibrido niente di pasto
comando un innesto ed il seme violato
nel cuore di seme frantumo. Impudente. Incanutente.
Incespicante. Manifesto di un’ousia passata,
risolto in un tutto scimunito, comando picchiare.
Comando improperio del gusto,
defungersi è buono, defungersi è meglio che dire bestemmie
e può darsi che il meglio è difforme.
Ballavi nascosta celata e davanti restava
l’arietta gentile, un bel mare, gommoni
e per questi ascoltavi il tramonto di maggio:
ahi maggio, dicevi turismo bestiale…

da “Il volo del calabrone” (Nota introduttiva di Aldo Nove, Postfazione di Gabriele Frasca, a cura de “Gli Ammutinati”, con poesie di Dome Bulfaro, Silvia Cassioli, Matteo Danieli, Luigi Nacci, Adriano Padua, Luciano Pagano, Furio Pillan, Silvia Salvagnini, Christian Sinicco)

L’antologia “Il volo del calabrone” verrà presentata Giovedì 20 marzo alle ore 21.00 a Lissone, presso la Biblioteca Civica in Piazza IV Novembre, 2

La soluzione del precariato?


berlusconi2.jpg

Contro la precarietà? Sposare mio figlio o un milionario! Credo che con il suo sorriso se lo possa certamente permettere“. Di Berlusconi ce n’è solo uno. Meno male. L’unica persona che riesce a utilizzare la strategia dello scherzo impunito “…stavo scherzando! Parlavo dei giudici? Ma stavo scherzando! La mia battuta sul kapo nel parlamento europeo? Mancate di senso dell’umorismo! Scherzavo, scherzavo, scherzavo. Un milione di posti di lavoro? Scherzavo.”
La soluzione per la giovane precaria? Sciogliere in bustina paga, magari agitare in piazza.

Il non parlarsi non affratella.


Fondo Verri a.c.
Presidio del Libro di Lecce
(stagione culturale inverno 2008)
in collaborazione con la Libreria Icaro

Venerdi 14 Marzo alle ore 20.o0

“IL NON PARLARSI NON AFFRATELLA”
Leggende africane attorno la figura del Griot
progetto curato da Silvia Lodi e Stefania Mariano

con la collaborazione di Meissa Ndiaye

L’Associazione la Fabbrica dei Gesti ed il dottorato di ricerca in “Etica e Antropologia” dell’Università del Salento presentano venerdi 14 Marzo alle ore 20.00, presso il Fondo Verri di Lecce, la prima parte dello studio teatrale “Il non parlarsi non affratella”, leggende africane attorno la figura del Griot. Il progetto curato da Silvia Lodi, Stefania Mariano in collaborazione con Meissa Ndiaye è interpretato da Egle Calò, Paola Crisostomo, Alessandra De Luca, Annalisa Greco, Irene Tommasi.

Il programma della serata prevede una comunicazione, a cura del dott.Antonio Aresta,. sulla figura del Griot con proiezione di materiali videografici girati in Senegal durante la celebrazione rituale di un battesimo e la proiezione di fotografie dei campi coltivati di Diol Kadd (villaggio del Senegal in cui opera l’associazione di Mandiate N’diaye).

Seguirà la rappresentazione dello spettacolo. Il lavoro si basa sulla pratica del raccontare, spina dorsale comune a tutte le civiltà e fondamenta della” tradizione orale” africana. Importante sono le regole buone che devono passare attraverso la parola. In Africa si attribuisce grande importanza alla parola, alla discussione e al raccontare, è un grosso investimento in socialità. In questo lavoro intendiamo l’azione del raccontare come un tentativo di gettare uno sguardo verso l’altro da sé, verso altri mondi e altri modi di concepire la vita: questo, secondo noi, è uno dei modi possibili per contribuire a promuovere la comprensione tra culture lontane tra loro.

il Fondo Verri a.c.
è a Lecce in via Santa Maria del Paradiso 8 nei pressi della Chiesa del Rosario
il nostro numero telefonico è 0832-304522, l’email: marinoma8@fondoverri.191.it
i nostri blog: http://fondoverri.splinder.com http://leparoledidentro.splinder.com

Ingannevoli passioni. su "Le seduzioni dell'inverno" di Lidia Ravera


Elisabetta Liguori
Ingannevoli passioni. L’ultimo romanzo di Lidia Ravera “Le seduzioni dell’inverno”

Questa volta non vorrei raccontare una trama.
Davanti ad un romanzo come questo, vorrei poter parlare di passione. Di quella di ieri, di quella di oggi. Di passione e di equivoci. Parlare cioè di quello che di mio o di altri, forse di universale, mi è parso di riconoscere dentro il nuovo romanzo di Lidia Ravera, ” Le seduzione dell’inverno” edito da Nottetempo: una storia che racconta abilmente le attuali conseguenze dei fraintendimenti amorosi.
Un buon romanzo, a mio avviso, nasce sempre da un’idea forte, una specie di intuizione quasi fastidiosa. Tale idea si nutre dell’osservazione e attraverso quella, nel bene e nel male, genera atmosfere, personaggi, eventi. A volte anche in maniera casuale. Se l’idea iniziale è davvero forte, il romanzo che ne deriva andrà lontano e sarà sempre possibile, per ciascun lettore e in ogni tempo, riconoscere, tra le altre da quella germinate, l’idea principale. In questo romanzo si conciona di umane corrispondenze, intese come frutti diversi di un diverso fraintendimento. Un po’ tutte le relazioni umane, infatti, si fondano su un malinteso, sull’efficace elaborazione di un’ immagine che risente della soggettività di entrambe le parti coinvolte, e che per questo produce cambiamenti continui e variabili. Ecco in sintesi l’idea prodromica alla storia messa in scena da Lidia Ravera, il suo romanzo incubato.
Tutto comincia in una casa: stanze caotiche che sembrano fuggire dagli oggetti o dalle quali gli oggetti stessi sembrano voler fuggire. La casa di un uomo solo, descritta esattamente come le donne sono solite immaginarla. Sudiciume e stratificarsi di detriti su detriti, tra i quali nulla lascia intuire un cambiamento imminente. A questa casa viene fatto il dono di una donna. Non dirò qui come, perché il come riguarda la trama ed è terreno impervio adatto solo al lettore. Non voglio entrarci. Dirò invece di questa donna, perché lei è l’idea prodromica. Una cameriera: tale la donna si dichiara, come tale si veste, come tale agisce, pur restando fuori da ogni schema noto sin dalla sua prima apparizione. Già la sua presenza, prima ancora della sua vista, impone ai luoghi un prurito nuovo e diverso. La tavola imbandita, un pentola che brontola sul fuoco, profumi indefiniti che evocano l’infanzia, musica impegnativa, stanze ritornate alla luce. Tutto questo, un mattino qualunque, precipita il padrone di casa in un’ansia imprevista, lasciando presagire una presenza aliena e un’armonia nuova da metabolizzare. Lui è un editor ultraquarantenne, algido, capelli sale e pepe, grande cultura, ma sguardo incupito, disilluso, avvezzo alla solitudine. Un matrimonio sbagliato alle spalle, nessun figlio, solo alcune esperienze recenti con quelle che lui chiama “Opere Prime”, cioè giovani scrittrici debuttanti, acerbe, vogliose di successo e credito. Il rigore chirurgico con il quale la Ravera descrive i suoi personaggi è strumentale al corretto svilupparsi dell’idea di partenza. Il profilo del protagonista maschile è, infatti, netto, la sua immagine riflessa nello specchio ha contorni compiuti, costituiti da mille dettagli che raccontano sapientemente un’intera generazione. Quella generazione così ben cantata dalla Ravera anche in altri suoi romanzi, quella delle scoperte e delle rivolte, quella dell’intelletto appassionato, quella che aveva mandato Flaubert a memoria. Quello descritto non è più lo stesso uomo, ormai, ma un freezer, da tempo relegato all’inverno emotivo più rigido, sia nella cura di sé, che in quella delle relazioni con gli altri. Cosa potrà mai far cambiare idea ad un uomo così? Da cosa o da chi potrà mai essere veramente sorpreso e animato un uomo deluso, ormai stabilmente planato nel suo inverno sentimentale? Sarebbe scontato chiedere ausilio all’amore, immaginare una passione autentica, se pur letteraria, capace di rimettere in movimento la partita e cancellare gli effetti di una sorta di “collettiva epocale anestesia”, come la stessa Ravera definisce la cifra stilistica degli anni che viviamo. Ma l’autrice non si accontenta dell’amore. Il romanzo trabocca di accorate definizioni del cuore e le sue maniere, ma il tema fondante l’intero plot narrativo non è semplicemente l‘amore, quanto i suoi necessari molteplici artifici.
Quella che l’autrice mette in scena, dunque, è proprio quella chiamata ancora oggi The comedy of errors, ma lo fa con i toni della truffa e della disperazione. Per mettere in atto una vera rivoluzione sentimentale, infatti, ci vuole una sorta di sorprendente e articolata epifania. Una donna epifanica, appunto. La donna immaginata dall’autrice è dunque molte cose insieme. Serva, femmina, donna, mentore, complice silenzioso. Una rappresentazione strutturata per piani e punti di vista. Non è mai chiaro infatti se questa donna menta o dica il vero; cosa riveli e cosa taccia; fino a che punto finga e perché, quanto sia reale la luce che sembra le si accenda negli occhi. Dinanzi ad una donna come questa, che sa di casa, di desco, di odorose mura domestiche, che edifica familiarità laddove prima era il deserto e che lascia intravedere altri mondi senza svelarli del tutto, senza imporli, ci si aspetterebbe la stesura immediata di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Invece tutto evolve verso la passione e il contrasto. Lei cucina splendidamente, legge Perec, parla francese, ascolta musica classica, veste notturni abiti da sera. Ha un’età indefinibile, modi riservati e biondi, eloquio raffinato e schivo. Rivela profili quasi inconciliabili con quelli propri di una colf, ma che illuminando la casa finiscono per illuminare anche chi la abita, inducendo stati di grazia e benessere. Un personaggio così si presta splendidamente al tormento amoroso, ma anche all’equivoco, all’infingimento, all’autosuggestione, che è elemento imprescindibile della passione stessa. La creazione di un personaggio come questo consente all’autrice di giocare a piacimento con le categorie tradizionali, coi ruoli maschili e femminili, con gli schemi ai quali ogni giorno nonostante tutto, siamo ancora costretti, ribaltandoli, finalmente contaminandoli.
Il romanzo racconta, in un crescendo altamente sensuale, questo evolvere della mente, del cuore e del corpo, con cadenze che a volte si tingono di giallo, in altri di erotico cinismo.

“La gabbia si apre e l’ego prende aria.”

E’ così che solitamente prende forma la passione: partendo principalmente da sé. Rompendo gli argini e rovesciandosi sul mondo. Quell’editor glaciale vede in questa donna, spuntata fuori dal nulla col suo bravo grembiulino e la crestina inamidata, tutto quello di cui lui ha bisogno. Vede un nuovo se stesso.
Lei di contro recita accortamente la sua parte, rivestendo posizioni femminili e maschili nello stesso tempo. In parte soddisfa le aspettative, in parte sfugge. Tutto s’incastra perfettamente: sogni, desideri, immagini, bisogni. La Ravera, infatti, è splendida nella descrizione di questa donna/uomo, che ha della donna il potere del corpo e la conoscenza, mentre dell’uomo le regole psichiche, i codici primitivi, gli impulsi. Pennella così i tratti di una giocatrice matura, di una regista esperta e di un’attrice navigata, che sa come farsi contenitore accogliente dell’altrui proiezioni, che sa di quale materia sono fatte le emozioni e sa come usarle. Regina della casa e del letto, fatta di vetro trasparente, è in grado di raccoglie tutta la luce all’esterno, brillando di tutto e del contrario di tutto.
Con una regina così è inevitabile lo scacco al re, come si evince dalla copertina del libro. Nel momento dell’innamoramento la narrazione sale di tono, diventa trionfale, una sorta di inno alla gioia. Il giudizio morale è sospeso e il rischio si eleva insieme alla posta in gioco. Finalmente il Sentire! I personaggi, l’editor, la sua giovane amante, la sua ex moglie, gli amici, la misteriosa cameriera, che fino ad allora erano stati elementi di un insieme omogeneo, membri diversi di uno stesso gruppo, diventano unici, ciascuno a suo modo. Perché è vero: l’amore ti estrae dal mucchio. Ti fa sentire unico e irripetibile. Ti trasforma in un eroe solitario ed illogico. Offre alle strade che percorri abitualmente un’enfasi epica, emozionale, altissima, prima sconosciuta. Ti sveglia in un letto nuovo e importante. Forse è un inganno, un gioco d’azzardo, ma accade. E ne abbiamo bisogno. Così come una donna di servizio che, per le ragioni le più varie, voglia essere amata, sarà in grado di altissime prestazioni, questa illusione è l’unica ragione per cui chi ama o crede di amare diventa capace di grandi cose. Chiedersi se stia amando davvero e perché, di chi sia la colpa o il merito, a volte può essere fuorviante.

Le seduzioni dell’inverno, Lidia Ravera, Nottetempo, 2008, €14

AMOUR FOU. Quarta edizione della rassegna "Keep Cool" organizzata da Coolclub


sabato 15 marzo – dalle 22.30
Manifatture Knos – Lecce
Ingresso 5 euro
Info
www.coolclub.it3394313397

AMOUR FOU

Prosegue la quarta edizione della rassegna Keep Cool, organizzata da Coolclub, che ospiterà anche Les fauves, El Ghor, Amari. Grande attesa per l’esibizione di Tom Verlaine

Sabato 15 marzo alle Manifatture Knos di Lecce con il concerto degli Amour Fou prosegue la quarta edizione di Keep Cool organizzata dalla Cooperativa CoolClub, con la direzione artistica di Cesare Liaci. La rassegna, realizzata in collaborazione con Nokia Trends Lab, Istanbul Cafè, Manifatture Knos e MusicClub, sarà chiusa dal concerto acustico (domenica 13 aprile a Lecce) di Tom Verlaine, leader dei Television, e Jimmy Rip.

Gli Amour Fou nascono dall’incontro fra Alessandro Raina (cantautore ed ex voce dei Giardini di Mirò), Cesare Malfatti (La Crus, The Dining Rooms), Leziero Rescigno (Soul Mio) e Luca Saporiti (Lagash). Folgorati dalla vicenda personale di una coppia di ex amanti i quattro musicisti iniziano a scrivere un disco ispirato a una storia vera di amore/odio, lungo una stagione che attraversa quarant’anni di cronaca italiana, fra pop, rock e canzone impegnata. Il risultato è un album che porta in grembo il cantautorato italiano in un viaggio fra Londra, Parigi e Berlino. Una scrittura che omaggia Battisti, Tenco, Radiohead, Notwist e Blonde Redhead.

“Senza timore di apparire forzatamente “colti” abbiamo fatto nostro un concetto diffusissimo nella cultura francese, semplicemente perché è il più efficace per definire precisamente una delle tante manifestazioni dell’amore nella storia, forse la più diffusa”, spiega il cantante Alessandro Raina. “L’amour fou è stato celebrato in tantissime opere non solo francesi, al di là di quelle omonime di Rivette e Breton, e nel nostro piccolo abbiamo cercato di aggiungere un contributo in più, sicuramente attualizzato ma al contempo molto legato a una stagione già passata. Questo disco è nato a sprazzi, trovando la sua identità solo verso la fine, quando ci è parso chiaro che sia musicalmente che narrativamente il tutto andava a comporre un piccolo affresco. Le canzoni sono uscite molto velocemente, e credo che questo sia dovuto da un lato all’aver trovato in fretta una modalità efficace per esprimere tanto il mio immaginario quanto il colore della mia voce (che ad oggi non è certo versatilissima) e dall’altro alla chiarezza di intenti che io e Leziero abbiamo sempre mantenuto nel comporre e arrangiare i brani”.

Venerdì 21 Marzo si torna all’Istanbul Cafè di Squinzano, in collaborazione con Nokia Trends Lab, la programmazione prosegue con il concerto degli Amari. L’attesissimo nuovo album degli Amari, simpatica band elettro funk un po’ bolognese e un po’ udinese, sì chiama “Scimmie d’Amore” (Riotmaker/Warner). Gli Amari nascono nel 1996 dall’idea malsana di Pasta e Dariella di vedere cosa potevano ricavare dall’hip hop se lo tormentavano un po’. Con un campionatore e parecchio spleen adolescenziale, i due iniziano una gavetta fatta di cassettine e concerti: funziona, si fanno un po’ conoscere e stringono amicizia con i 21, con i quali nel 1999 pubblicano “Il Contingente”, sguardo cattivello sull’hip hop. http://www.myspace.com/gliamari

Venerdì 4 aprile ancora all’Istanbul Cafè con i Canadians, in collaborazione con Nokia Trends Lab. Romanticismo da primo bacio. Melodie per il ballo scolastico di fine anno. Coretti da spiaggia. Ritornelli ammiccanti ed appiccicosi. I Canadians suonano con l’intento di costruire un pop colmo di canzonette adolescenziali e storie da college. Nati a Verona dalle ceneri degli Slumber, abbinano un’intensa attitudine chitarristica ad una perfetta padronanza dell’immaginario indie. http://www.myspace.com/canadianstheband

Questa quarta edizione di Keep Cool si chiude domenica 13 aprile al Db d’essai di Lecce con il concerto di Tom Verlaine affiancato da Jimmy Rip. In apertura spazio a Federico Fiumani, in versione “confidenziale”. Il nome di Tom Verlaine immediatamente rimanda alla New York di metà-fine ’70, a quel rinascimento di cui il dinoccolato e acuto chitarrista è stato tra i più luminosi protagonisti. E l’ombra lunga di quella golden age of rock si estende fino ai giorni nostri, facendo sì che ancora oggi egli continui ad essere un’icona per le generazioni più recenti di ascoltatori e musicisti (troppi da citare gli attuali debitori della sua lezione). I brani sono bozzetti in cui la chitarra del newyorchese più che ricamare tratteggia, gioca con pause e silenzi, riempie di calore i vuoti, crea paesaggi tra soundtrack e musica ambientale, concedendosi di quando in quando escursioni esotiche e vezzi blues. Fin troppo facile scomodare la musica per film o il Brian Eno più suggestivo, ma Verlaine si muove proprio su questi territori, dando la possibilità alla sua sei corde di svelare il suo lato più oscuro e talvolta claustrofobico. Nella sostanza, il leader dei Television supera la tentazione “pop” per abbracciare una sorta di cantautorato improvvisato, dove le canzoni diventano quadretti quasi impressionistici in cui sono le tessiture strumentali a farla da padrone, piuttosto che la melodia o la scrittura in sé; si prediligono tinte soffici e calde piuttosto che schitarrate e atmosfere spiccatamente “rock”, relegate al ruolo di intermezzo o raccordo. In sintesi, tanta classe d’altri tempi, sfoggiata con il solito piglio da splendido outsider, da musicista di classe, irrimediabilmente “trasversale” e, per questo, unico.

Session guitarist, cantautore, solista, compositore per il cinema e la televisione, direttore musicale e produttore, Jimmy Rip è considerato uno dei più stimati collaboratori da alcuni dei maggiori personaggi del rock, come Willie Nelson, Deborah Harry, Nishat Khan, Rod Steward, Tom Verlaine e Mick Jagger. Con queste credenziali, Rip si è accostato alla sfida creativa più gratificante della sua carriera: la produzione dell’album “Last Man Standing”, contenente 21 brani della leggenda del rock’ n’ roll Jerry Lee Lewis, che celebra l’apice della storica carriera di questo geniale creatore con il coinvolgimento di altri 22 noti artisti: Eric Clapton, B.B.King, Jimmy Page, Neil Young, Mick Jagger, Bruce Springsteen, Willie Nelson, Keith Richards, Kris Kristofferson, Kid Rock, Rod Steward, Toby Keith, George Jones, Don Henley, Buddy Guy, Merle Haggard, Ringo Starr, Ronnie Wood, Delaney Bramlett, Robbie Robertson, Little Richard e John Fogerty. Cresciuto a New York, Rip comincia a suonare la chitarra a livello professionale a 12 anni, ispirato dai primi Rolling Stones e influenzato dalle incisioni di Muddy Waters, John Lee Hooker, Howlin’ Wolf. Dopo anni di perfezionamento, diviene uno dei più apprezzati session guitarist della scena newyorkese. Nei primi anni 80 inizia una lunga collaborazione con il fondatore dei Television, Tom Verlaine. Alla fine degli anni 80, viene ingaggiato per incidere l’album da solista di Mick Jagger “Primitive Cool” e, in seguito, lo affiancherà come direttore musicale e chitarrista nel tour mondiale di supporto. Rip continua poi a comporre canzoni insieme a Mick Jagger, anche per il nuovo album solista del 1993 “Wandering Spirit”. Nel 1997, Rip pubblica un album blues solista intitolato “Way Past Blue”. Da ricordare le ampie collaborazioni con vari artisti, tra cui Rod Stewart, Hall & Oates, Kid Creole, Bette Midler, Patti Smith, Mariah Carey e Deborah Harry. In più, compone e incide colonne sonore per celebri film come “Night at the Golden Eagle” (2002) e “The Big Bounce” (2004), nonché vari specials per History Channel. A inizio 2007 Rip ha festeggiato l’uscita di “Tom Verlaine and Jimmy Rip Music for Experimental Film”, un DVD di musica originale e innovativa acclamato dalla critica, orchestrato per un film muto vintage e costato 9 anni di lavoro.

Federico Fiumani, cantante, chitarrista e scrittore, negli ultimi anni, oltre ad aver continuato a pubblicare album con i Diaframma, si è anche dedicato alla carriera solista. Nel 2006 è uscito “Donne Mie”. Ha inoltre finora dato alle stampe cinque volumi di poesie e pensieri. Recentemente Coniglio Editore ha pubblicato la sua autobiografia. “Brindando coi demoni” dà voce alla sua anima inquieta raccontando avventure inconfessabili e ripercorrendo una vita vissuta al di fuori delle regole. I Diaframma sono uno dei gruppi più rappresentativi della famosa scena fiorentina e italiana degli anni ottanta. Nascono sull’onda inglese del dark-rock decadente, esordiscono dapprima come cover band dei Joy Division, poi, nel 1982, incidono il loro primo singolo, “Pioggia”, accompagnato dal b-side “Illusione ottica”. Nel 1984 esce “Siberia” per l’etichetta indipendente IRA. Nel 1986 la new wave è morta, e “Tre Volte Lacrime” vuole essere un avvicinamento a melodie più solari ed eclettiche rispetto a quelle tenebrose dell’album precedente, con uno dei più fortunati brani di Fiumani, “Marisa Allasio”. Negli anni ’90 i Diaframma continuano su una strada decisamente lontana dal dark-punk dei primi anni, ritornando nel circuito underground con un altalenante successo commerciale. I Diaframma, prodotti dalla Self, ristampano nel 2001 i loro primi lavori, che ormai erano difficilmente reperibili, e inoltre raccolgono in due album (“Albori” e “I Giorni dell’IRA”) le sensazioni che avevano portato alla formazione di uno dei gruppi new wave più importanti nel panorama italiano. Successivamente escono “Live a Big Club 1988″(2002) e nel 2004 “Volume 13” che rimarca fin dal titolo un ruolo di spartiacque, segnando lo spazio tra i precedenti dodici album in studio e i progetti futuri.

“L’idea di fare un tour soltanto con la chitarra”, spiega Fiumani, “nacque per caso alcune estati fa quando, con i Diaframma, ci apprestavamo a suonare a Firenze in quel bellissimo posto che e’ l’Anfiteatro delle Cascine. La grande incognita di tutti i concerti all’aperto e’ il tempo e fin dalla mattina le nuvole si opposero cosi’ tanto che, stremati nel tardo pomeriggio decidemmo di rimandare l’esibizione. Come ogni buon capitano che resta sulla nave fino all’ultimo, rimasi all’Anfiteatro mentre gli altri smontavano gli strumenti e se ne andavano. Verso le nove di sera l’acqua smise di scendere e il clima era fresco e stupendo tanto che molta gente arrivava e mi diceva “dai Federico, facci almeno qualche pezzo”. Quindi salii sul palco e cantai le canzoni proprio come erano nate, solo voce e chitarra acustica. Il risultato? La gente applaudiva; di me ricordo che ero emozionato come poche volte in vita mia. Siccome di emozioni si vive, è nata la voglia di riprovarci, di vivere questa avventura come un esordio pieno di speranze e di entusiasmo”.

Programma

Amour Fou – 15 Marzo – Manifatture Knos di Lecce 5 euro
Amari
– 21 Marzo – Istanbul Cafè di Squinzano (Le) 7 euro
Canadians
– 4 Aprile – Istanbul Cafè di Squinzano (Le) 5 euro
Tom Verlaine
– 13 Aprile – Db d’essai – Lecce 20/15 euroInizio concerti ore 22.30

Ibridamenti. Due poesie.


La nostra redazione ha scelto due delle poesie selezionate per il primo tema “Amore virtuale”, nell’ambito della rassegna proposta da Ibridamenti.

vetro

ci siamo conosciuti
on line
sulla linea di fuoco
tra il mondo di carta
e la carta del mondo
dalla geografia precaria
e gli amori di vetro…
che scalda ore e ore
l’aria chiusa di una stanza
e di aria possiamo gonfiare
fare
sogni di Murano
personaggi fragili
in specchi di Saint Gobain
sebbene viviamo
a Milano
io, tu lassù nel grano,
ma dopo due anni
di treni ombelicali
da quando abbiamo perso
la guerra
perso te
perso me,
guardo ancora la tua casa
col mio occhio di vetro
nell’universo
un gelido satellite
una foto aerea su questo vetro,
perdonami
più vicino di così
non potevo

di Malacconcio


LA PIOGGIA NEL PINETO VIRTUALE

(ciò che è realmente accaduto a D’annunzio)
Taci, Ermione, offri la tua bocca,
schiudi conchiglia, il capo lieve piega
al dolce sguardo, mano che ti prega.
Dimmi che fremi quando tocca l’elsa

il filo ardente, d’umido bagnato,
che questa pioggia, a goccia a goccia, schiude
le labbra, gl’occhi, ancor di voglia nude,
nera pantera dal sorriso ambrato.

Queste tue lacrime gettate piano,
or che l’orgasmo come lampo viene,
sono per me lo stupore lontano,

virtuale la carezza sul mio pene,
il soffio di piacere che s’invola,
il gocciolar dell’acqua che trattiene.

di Marco Pellegrini

potete trovare tutte le poesie e le informazioni sullo stato attuale dell’iniziativa a questo link

Crossing Borders. Orality, Interculturality, Memory Archives and Technology


7th Conference of The International Society for the Oral Literatures of Africa (ISOLA)
Lecce, Italy, 11-15 June 2008
Crossing Borders. Orality, Interculturality, Memory Archives and Technology

Programme

Tuesday 10 June
Arrival of members in Lecce
[University – Buon Pastore, Via Taranto 35]

17-19 Registration
Wednesday 11 June
[Conference Room, Rector’s Office – Chiostro Santa Maria del Carmine]

8.30 Registration
9.30 Opening – Chair: Itala Vivan, Maria Renata Dolce
10.30 Coffee break
11.00 Keynote address – Chair: Hein Willemse (Isola President)
32. Finnegan, Ruth (Open University, UK) – Studying the oral literatures of Africa in the 1960s and today
12.00 Guided tour of Lecce
13.30 Lunch break
[University, Buon Pastore]
15.00 Parallel Sessions 1 – Theory and oral performance
1.1 Chair: Jean Derive
4. Agbajoh-Laoye Oty (Monmouth University, US) – Contesting modernity, decolonizing indigenous spaces: engaging orality and theme in selected African diaspora literature.
8. Akoma, Chiji (University of Pennsylvania, US) – The novel as pepper-soup: stirrings of the oral performance in the New World.
33. Furniss, Graham (University of London SOAS, UK) – On the multiple dimensions of memory in the oral communicative moment.
64. Okpewho, Isidore (Binghamton University, US)- Oral tradition and contemporary society.
1.2 Chair: Antoinette Tidjani
1. Adama, C. Lami (Western Illinois University, US) – Understanding the Igala worldview through their folklore.
5. Agomuo, Vivian (Independent Scholar, Lagos, Nigeria) – Preserving the memories of Igbo culture through festivals.
17. Boscolo, Cristina (University of Mainz, Germany) – Odún: an exploration.
77. Ramagoshi, Refilwe (University of Pretoria, South Africa) – The chicken or the egg, which came first? African beauty pageants.
1.3 Chair: Adetayo Alabi
62. Ogembo, Odongo (Maseno University, Kenya) – The body as a weapon: reflections based on memories of Lwanda Magere.
69. Osai, Jason (Rivers State University, Nigeria) – Inter-world love triangle: contemporary explication of an African legend.
89. Thotse, M.L. (University of Pretoria, South Africa) – “Psatla nkgashana”: African traditional telepathy?
103. Wood, Felicity (University of Fort Hare, South Africa) – The mermaid woman in the 21st century: oral narratives concerning the wealth-giving mermaid woman, the mamlambo, in their modern and contemporary South African context.
1.4 Chair: Françoise Ugochukwu
31. Egejuru, Phanuel (Loyola University, US) – Retrieving and defining critical tools in African orature.
55. Mokobia, Jiff (University of Delta State, Nigeria) – Intertextuality in Achebe’s Things Fall Apart and Arrow of God.
68. Osaaji, Geoffrey Mumia (University of Nairobi, Kenya) – Elements of orality in Ngugi wa Thiong’o’s, Wizard of the Crow.
81. Sangabau, Raymond (Université de Kinshasa, Congo) – Traditional, oral elements and their functions in Achebe’s Arrow of God.
99. Waita, Zachary (Egerton University, Kenya) – Inter-textuality of the oral and written literature in the age of globalization: the case of Ngugi Wa Thiong’o.
17.00 Coffee break

17.30 Parallel Sessions 2 – Identity, orality and human rights
2.1 Chair: Uta Reuster-Jahn
40. Idamoybo, Ovaborhene (Delta State University, Nigeria) – Intertextuality and intercontextuality in Ighopha music of Okpe culture: analysis of the track, In What is Good, we Find Evil by Egbikume Azano.
72. Pecoraro, Vito (University of Palermo, Italy) – Le raï : de la culture bédouine à la culture des cités.
102. Willemse, Hein (University of Pretoria, South Africa) – Re-making histories and memories: the South African Cape musicals of David Kramer and Taliep Petersen (1986- 2006).
2.2 Chair: Isidore Okpewho
50. Lombardi-Diop Cristina (American University in Rome, Italy) – Memories of Italian colonialism: writing the silenced voices of history.
79. Rizzà, Laura (University of Bologna, Italy) – Body language: the slave body and the word in African Diaspora literature.
87. Terracciano Alda (Future Histories Archives, UK) – Trading faces: recollecting slavery – a case study on orality and archives in the African Diaspora.
90. Tidjani-Alou, Antoinette (University of Niamey, Niger) – Ancestors from the East, spirits from the West. A panorama of intercultural themes and motifs from the Nigérien Sahel.
2.3 Chair: Itala Vivan
36. Groenewald, Manie (University of the Witvatersrand, South Africa)- Songs about Zuma: orality and context.
44. Krog, Antjie (University of Cape Town, South Africa) – ” a continous cry…” – bearing witness to Homi Bhabha’s “unequal and uneven forces of cultural representation in the contest for political and social authority within the moral world order”.
46. Kunene, Daniel P. (University of Winsconsin, US) – S.E.K. Mqhayi’s Ityala lamaWele, a dramatic presentation of court proceedings in a Xhosa traditional court.
2.4 Chair: Maria Renata Dolce
11. Asante, Yaw (Mount Royal College, Canada)- Orality and Ghanaian identity: Kojo Laing’s Search Sweet Country.
22. Darah, Godini G. (Delta State University, Nigeria) – Memory, history and the politics of national identity in the popular music of the Urhobo of the Niger Delta, Nigeria.
37. Guardi, Jolanda (University of Milan, Italy) – Le dialecte algérien comme moyen d’opposition politique.
83. Sindoni, Maria Grazia (University of Messina, Italy) – The Creole in the Caribbean: how language can create a cultural identity.

Free dinner
[Chiostro Santa Maria del Carmine, Rector’s Office]
21.00 Traditional music and dances of Salento

Thursday 12 June
[University – Buon Pastore, Via Taranto 35]
9.00 Parallel Sessions 3 – Technology and Archives
3.1 Chair: Graham Furniss
3. Adeniran, Morenike Adunni (University of Ibadan, Nigeria) – Mutation of style in trans- generic narrative fiction.
41. Johnson, John W. (Indiana University, US)- Publishing a successful manuscript in the oral epics in Africa series (Indiana University).
80. Roulon-Doko, Paulette (LLACAN-CNRS, France)– Transcrire, traduire et éditer des contes africains.
101. Wasamba Peter (University of Nairobi, Kenya) – The politics of internet and preservation of African oral literature.
3.2 Chair: Tanure Ojaide
12. Azuonye, Chukwuma (University of Massachusetts, US)- Migration of traditions: memory archives for the reconstructon of the history of African oral literature.
14. Baumgardt, Ursula (LLACAN-CNRS, France) – La mise en scène de la littérature orale dans des DVD filmés : l’exemple des contes peuls du Nord-Cameroun.
39. Idamoybo, Atinuke (Delta State University, Nigeria) – The sustenance of Yoruba musical culture through memory archives and technology.
45. Kuitche Fonkou, Gabriel (Inspecteur Ministère Enseignement, Cameroun) – Littérature orale : mémoire technologique, mémoire historique.
65. Onanuga, Cornelius Oluwarotimi (University of Ijebu-Ode, Nigeria) – The apepe traditional musical rendition of Ijebuland: challenges of preservation and continuity.
3.3 Chair: Winnie Nkhuna
24. David, Maserame Hannah (University of Gaborone, Botswana)- Memory archives, technology and the oral arts in Botswana.
51. Makgopa, Mokgale (University of Venda, South Africa)- Transmission and archiving of oral literature through the click of a button.
54. Merolla, Daniela (University of Leiden, Netherlands)- Verba Africana: pilot project on African oral genres and technology.
84. Smith, Pamela J.O. (University of Nebraska, US) – From traditional historical archives to the new technologies of communication: Akínwùmí Ìsòlá and the video explosion.
3.4 Chair: Tal Tamari
23. Dauphin-Tinturier, Anne-Marie (LLACAN-CNRS, France) – Comment structurer un hypermédia ?
29. Dili Palaï, Clément (Ngaunderé, Cameroun/Arras, France) — Oralité et enjeux des TIC au Nord-Cameroun.
42. Kaschula, Russell H. (Rhodes University, South Africa) – Digitizing and technologizing the oral word: the case of Bongani Sitole.
49. Leguy, Cecile (Université de Paris V, France) + Dembélé Alexis (Paris III, France) – Radio locale et dynamique du conte en milieu rural africain : l’expérience d’une rencontre entre conteurs après dix ans d’interventions à Radio Parana (Mali).
11.00 Coffee break

11.30 Parallel Sessions 4 – Intertextuality. from oral to written texts

4.1 Chair: Russell Kaschula
61. Oboe, Annalisa (University of Padua, Italy) – “Survival is in the mouth”: encoding orality in Yvonne Vera’s writing.
66. Opara, Chioma (Rivers State University, Nigeria) – Fleshing out memory: history and politics in Ezeigbo’s The Last of the Strong Ones.
67. Orobello, Ornella (University of Palermo, Italy)- Identity formation in two generations of African women writers: Emecheta and Adichie.
75. Presbey, Gail (University of Detroit, US) – Prophetess Alice Auma Lakwena: interviews and signage.
4.2 Chair: Cécile Leguy
18. Bourlet, Mélanie (LLACAN-CNRS, France)- La mémoire et le rythme. Sur l’oralité des poèmes de Bakary Diallo (1892-1978).
30. Duruoha, S. I. (Rivers State University, Nigeria) – Tapestry of sounds and symbols: meaning, memory and intertextuality in the poetry of Christopher Okigbo.
57. Mweseli W. Monica (University of Nairobi, Kenya) – Okot P’Bitek and the use of oral literature in his written texts.
96. Ugochukwu, Françoise (Open University, UK) – « Aidez-nous à combattre le mal » – l’arme du chant collectif au coeur du conflit biafrais.
4.3 Chair: Mokgale Makgopa
7. Akinyemi, Akintunde (University of Florida, US) – Contemporary Nigerian dramatists and Yoruba oral history.
26. Delfini, Antonella (University of Bari, Italy) – Elements of oral tradition in Uzodinma Iweal’s Beasts of no Nation.
52. Mamet-Michalkiewicz, Marta (University of Silesia, Poland) – Storytelling as the art of seduction: The Thousand and One Nights as intertext in contemporary African literatures.
86. Tamari, Tal ( MALD-CNRS, France) – La littérature française en traduction bambara : l’exemple du Comte de Monte Cristo.
4.4 Chair: Stephen Belcher
6. Aiello Traore, Flavia (University of Calabria, Italy) – Reading Swahili children’s books: orality, education, and interculturality in contemporary Tanzania.
20. Colombo, Laura (University of Verona, Italy) – Des voix des aïeules à Sylvie Vartan: paroles et chants de femmes dans l’Afrique contemporaine.
94. Udo, Daniel G. (University of Uyo, Nigeria) – African oral traditions and the dramatic medium: Amiri Baraka and Femi Osofisan.
95. Udoh, Isaac (Abia State University, Nigeria) – Oral literature and the question of identity in the Niger Delta of Nigeria: a study of J.P.Clark’s The Ozidi Saga.
13.30 Lunch break
[University – Facoltà Lingue, via Calasso 3]

15.00 Workshop with African Italian writers
Chair: Itala Vivan
2. Aden, Mohamed Kaha (Somalia/Pavia, Italy) – Le vie di Mogadiscio / The streets of Mogadishu (Les rues de Mogadichio).
35. Ghermandi, Gabriella (Ethiopia/Bologna, Italy) – In the shade of the shameless branches laden with bright red flowers.
43. Khouma, Pap (Senegal/Milano, Italy) – Mon voyage dans ma troisième langue, l’Italien (My journey through Italian, my third language).
48. Lamri, Tahar (Algeria/Ravenna, Italy) – Il pellegrinaggio della voce / Le pèlerinage de la voix (The voice’s pilgrimage).
17.00 Coffee break
17.30 General assembly
20.15 Bus to social dinner

Friday 13 June
[University – Buon Pastore, Via Taranto 35]
[Room 2]
9.00 Plenary lecture – Chair: Ruth Finnegan
28. Derive, Jean (LLACAN-CNRS, Université de Chambery, France) – Diaspora mandingue en région parisienne et identité culturelle : production de littérature orale en situation d’immigration.
10.00 Coffee break

10.30 Parallel Sessions 5 – New crossings identity

5.1 Chair: Graziella Parati
58. Nfah-Abbenyi Juliana Makuchi (University of North Carolina, US) – African oral narratives and the intercultural immigrant experience of home in the Southern United States.
59. Nkhuna, Winnie (University of Pretoria, South Africa) – New crossings immigration and interculturality in South Africa.
71. Paci, Francesca Romana (University of Eastern Piedmont, Vercelli, Italy) – Italophonic African writers and the heritage of oral literature.
82. Sanou, Alain (Université de Ouagadougou, Burkina Faso) – L’impact des migrations sur la littérature orale bobo.
97. Van Coller, H.P. (University of the Free State, South Africa)- Intertextuality in Hafid Bouazza’s novel Paravion.
5.2 Chair: Juliana Makuchi Nfah-Abbebyi
38. Gueye, Marame (University of East Carolina, US) – Praise Song for the Good Woman: the Influences of islam on Wolof oral poetry.
47. Kuria, Mike (Daystar University, Kenya) – Our narratives, our memories: revisiting the performance of Gitiiro among the Agikuyu of Kenya.
85. Suriano, Maria (University of the Witwatersrand, South Africa) – Oral history, memory and gender: TANU women and the liberation struggle in colonial Tanganyika.
100. Wanjala, Alex Nelungo (University of Nairobi, Kenya) – Elements of the gothic in Grace Ogot’s fiction.
5.3 Chair: Paulette Roulon-Doko
63. Ojaide, Tanure (University of North Carolina, US) – Oral poetic performance in Africa and the African Diaspora: Udje, Battle Rap, and Calypso.
73. Petillo, Mariacristina (University of Bari, Italy) – Trinidadian calypsoes as oral heritage: linguistic and cultural problems.
78. Reuster-Jahn, Uta (University of Mainz, Germany) – Traits of traditional orature in Swahili Bongo Fleva (HipHop) music in Tanzania.
91.Tsaaior, James (University of Ibadan, Nigeria) – The cross-cultural dialogue across the Atlantic dissolving cultural boundaries between Africa and its Diaspora.
5.4 Chair: Nduka Otiono
9. Alabi, Adetayo (University of Mississippi, US) – The trickster and the autobiographer: orality, art, and African cultural production.
13. Ba Alpha Oumarou (LLACAN-CNRS, France) – Les procédés de légitimation du pouvoir dans l’épopée peule du Fouladou.
15. Belcher, Stephen (Independent Scholar, US) – Evolution, orality, and the epic.
34. Gelaye, Getie (Hamburg University, Germany) – Amharic poems preserved in the Fondo Conti Rossini, BNAL in Rome, Italy.
74. Piangatelli, Roberto (Independent Researcher, Brescia, Italy) – “Wahalla don start, Ken don die”. A cry for the death of Ken Saro-Wiwa (E’ cominciato il casino, Ken è morto…).
13.00 Lunch break

15.00 Parallel Sessions 6 – Orality and performance
6.1 Chair: Hein Willemse
21. D’Abdon, Raphael (University of Udine, Italy) – Building a continuum: spoken word movement and the re-production of oral culture in post-apartheid urban South Africa.
53. Martino, Pierpaolo (University of Bari, Italy) – Transnational metamorphoses of African orality: L.K. Johnson’s dub poetry.
70. Otiono, Nduka (University of Alberta, Canada) – Tradition and secondary orality: new Nigerian performance poets and the search for new idioms of expression.
92. Tsenôngu, Moses Terhemba (Benue State University, Nigeria) – Technological verdicts in Tiv oral poetry: the emergence of Golozo as the greatest poet of his time.
6.2 Chair: Francesca Romana Paci
10. Aresta Antonio (University of Salento, Lecce, Italy) — Wolof griot from Senegal: between tradition and change.
60. Nyitse Mbaiver Leticia (Benue State University, Nigeria) – Text and context: a study of poetic practice of Grace and Simeon Tsav.
93. Turner, Noleen (University of KwaZulu-Natal, South Africa) – Fluidity and the oral text – Izihasho amongst the Zulu.
98. Van Niekerk, Jacomien (University of Pretoria, South Africa) – Folktale influence in Afrikaans literature: (mis)recognition, interpretation, negotiation.
6.3 Chair: Oty Agbajoh-Laoye
16. Bornand, Sandra (LLACAN-CNRS, Switzerland) – La secrète revendication d’une sexualité féminine : les chants du marcanda chantés par les captives songhay (Niger).
19. Byaruhanga, Frederick K. (University of California in Los Angeles, US)- African traditional higher education: a misnomer?
56. Motsei, Sara (University of the Free State, South Africa) – Naming of an African child (in particular Sesotho).
76. Rafapa, Lesibana (University of Venda, South Africa) – African traditional oral hymns vis-à-vis universal human spirituality.
88. Tengan, Alexis B. (Independent Researcher, Belgium) – Memory archiving and the ritual art of narrative performance: case study of the Dagara bagr archive project.
17.00 Coffee break
17.30 Closing of conference
[Palazzo Cezzi]
19.30 Poetry reading (Antjie Krog, Natalia Molebatsi) with farewell drinks

Saturday 14 June

9.00 Day excursion to Salento with visit and lunch in Otranto and visit to Galatina

Sunday 15 June
10.00 Coda : Special programme Italo-Senegalese (Introduction : Antonio Aresta)
10.15 Film document (94′) “Keita, l’héritage du griot” (Keita, the griot’s legacy) – Original version in French and Bambara, captions in Italian
12.00 Presentation of project of cooperation between Salento and Senegal and performance on the legend of Sundjata Keita
13.00 Short performance by the Senegalese griot Mandiaye Ndiaye with artists from “La fabbrica dei gesti” (The workshop of mimes)

Apocalisse di Giovanni


crash.jpg

Da oggi potete leggere il mio racconto “Apocalisse di Giovanni” sul “Fronte della comunicazione”, il blog di Stampa Alternativa. Buona lettura.

L'ultimo poeta


Giovanni Padrenostro
L’ultimo poeta

Sono seduto al tavolo con davanti un bicchiere di whisky; fumo una sigaretta e la macchina per scrivere attende impaziente che le imprimi le mie dita in corpo.
La mente è pervasa da un’unica frase: “il sole è forte e muoio affogando i miei disperati pensieri nel fluire delle tue iridi”.
Questi versi, Marco, li aveva scritti per lei, la sua Isabella, la prima volta in cui i loro corpi si erano amati.
Eravamo proprio seduti qui, in questo locale mentre lui mi raccontava del suo amore.
Ricordo che ad un certo punto entrò nel locale Isabella, si avvicinò a noi con passo lento, aveva il viso stravolto, il trucco scomposto, in disordine.
Si rivolse con gentilezza a Marco pregandolo di tornare a casa, che lei non era niente senza di lui.
Ricordo esattamente le frasi di Marco: “ma cosa cerchi in questo corpo decaduto, questo corpo capace solo di bevute notturne?”.
“L’amore!” rispose lei.
Se ne andarono insieme, abbracciati l’uno all’altra, sembravano un quadro di Munch, la danza della vita.
Marco non lo rividi più, qualche volta incontravo Isabella che mi dava delle poesie chiedendomi di leggerle, di aiutarlo, perché Marco in fondo non era cattivo, era un buon poeta.
Adesso ne ho una in mano è la trascrivo sui miei fogli: “le solide note di colori fuggiaschi/ di seta / di carne / di paura / di noia / nascondono abissi insondati / fragili specchi privi di riflesso /”.
Si racconta che Marco non usciva più da casa, che era impazzito, diventato folle ma io non credevo alle dicerie della gente, e anche se fossero state vere sapevo che aveva un’ uscita di scarto.
Così decisi di andarlo a trovare ma ogni volta che bussavo alla porta di quella piccola casetta in periferia nessuno veniva ad aprire; così decisi di rinunciare.
Isabella, dopo un po’, non si fece più viva, le nuove poesie di Marco le trovavo nella buca della lettere; erano la conferma, la mia conferma che Marco era ancora vivo.
Si raccontava per le strade che Isabella si prostituiva per racimolare soldi per l’eroina.
Si raccontava che Marco aveva l’aids.
Si raccontava che Isabella aveva abortito.
Ecco un’altra bella poesia di Marco: “il bicchiere tondo / sguainati gli occhi nel loro ondeggiare / di ricordi / dov’è la fine? / l’inizio?/”.
Il giorno del loro funerale eravamo poca gente, pochi intimi.
Quel giorno recitai le sue poesie ad alta voce accompagnato dal silenzio fluttuante del cielo limpido.
Si dice che la poesia è morta, se ciò è vero, io forse ho conosciuto l’ultimo poeta.
Lì trovarono abbracciati, consunti dalla fame, sfiancati dalla malattia che li aveva divorati.
L’ Aids aveva colpito, sinuosa e lenta come un serpente e la povertà aveva fatto il resto.
Ora si chiacchiera tanto per le vie, si dice che se la sono cercata, che la rettitudine è l’unica strada giusta, l’unico cammino che evita la morte, come se tutti non fossimo destinati inesorabilmente alla fine.
Si chiacchiera tanto di Isabella e Marco.
A volte si dubita anche che siano esistiti tanto le loro presenze erano impalpabili.
Io, qui, ho tra le mie mani la loro essenza, il loro folle e taciturno amore, la certificazione della loro esistenza, e penso che Marco aveva ragione quando diceva: “il passato è ciò che affiora dalle viscere dei nostri ricordi e c’è sempre una sorta di novità che zampilla, che si aggiunge e si mescola come in una sorte di continuum narrativo; né un inizio né una fine”.

§

Giovanni Padrenostro è nato a Caltagirone (CT) il 29/03/1980. Dopo aver conseguito una laurea triennale in Scienze della Comunicazione alla facoltà di lettere di Catania, mi sono trasferito a Bologna, dove vivo e frequento l’ultimo anno del corso di specializzazione in Cinema, Televisione e produzione multimediale al Dams. Adoro scrivere e leggere, e naturalmente sono un appassionato di Cinema. Gestico un blog personale: Stralci dal grande show (www.barnumg.splinder.com).
Due suoi racconti stanno per uscire in un’antologia per il corso “Scrivere” realizzato dalla scuola Holden e dalla De Agostini, e una raccolta di racconti con la casa editrice “Statale11editrice”.

A Melpignano "il circo capovolto" di Milena Magnani


Comune di Melpignano
Venerdì 7 marzo, ore 19.30
Convento degli Agostiniani

Incontri d’autore

[in collaborazione con il Fondo Verri ]

Sergio Blasi, Antonio Errico e Mauro Marino

presentano

Il circo capovolto
di Milena Magnani (Feltrinelli)
Letture di Piero Rapanà
Musiche di Donatello Pisanello

Venerdì 7 marzo, ore 19.30 a Melpignano presso il Convento degli Agostiniani, per gli “incontri d’autore” Sergio Blasi, Antonio Errico e Mauro Marino presentano Il circo capovolto di Milena Magnani (Feltrinelli). Le letture sono affidate a Piero Rapanà accompagnato all’organetto da Donatello Pisanelli.

Un campo rom all’estremo confine di una città. Si intravedono fabbriche in disarmo, tangenziali, supermercati. Come un villaggio con leggi e lingua proprie, il campo viene visitato episodicamente da polizia, operatori sociali, autoambulanze. C’è un capo naturalmente, burbero, diffidente, violento. Quando arriva l’ungherese Branko, l’accoglienza è fredda: deve restare ai margini fangosi del campo. Eppure a sera gli si fanno intorno i bambini, incuriositi dal suo grosso baule. Vogliono conoscere la sua storia. Ogni sera, fuori dal suo rifugio di lamiere, Branko ne racconta un pezzo. Una storia di circo e di guerra, di acrobati e campi di sterminio. Branko è l’inconsapevole discendente di una dinastia di circensi. Il nonno, tradito da quello che credeva essere un amico nell’Ungheria della Seconda guerra mondiale, ha perso la vita insieme a tutta la sua famiglia in un campo di prigionia. Il padre di Branko, unico sopravvissuto, ha celato al figlio le proprie origini. Ma il passato torna a galla, e Branko ripercorre le orme del nonno.

Scrive Milena Magnani del suo romanzo: “il tema centrale è il
porrajmos, l’olocausto rom, ma anche la possibilità di rivendicare una cultura troppo a lungo dimenticata e offesa. Io l’ho scritto per rendere omaggio a tutti gli artisti nomadi, i funamboli, i saltimbanchi, i musicisti viaggianti che sono scomparsi a Auschwitz Birkenau, a Mathausen, a Bergen Belsen e in tanti altri campi ancora. Ho scritto per loro e per i bambini che oggi giocano nelle acque dei canali, vicino alle baracche, in mezzo alle pance dei lenzuoli stesi. La verità è che si continuano a stabilire linee di confine. Senza aver fatto nulla perchè capiti, ci si trova collocati di qua o di là da una recinzione. Però io dico che si deve provare a camminare sopra la recinzione, calpestandone il filo spinato, in un eterno sconfinamento”.

il Fondo Verri a.c.
è a Lecce in via Santa Maria del Paradiso 8 nei pressi della Chiesa del Rosario
il nostro numero telefonico è 0832-304522, l’email: marinoma8@fondoverri.191.it i nostri blog: http://fondoverri.splinder.com http://leparoledidentro.splinder.com

L'acqua e la pietra. Bianca Madeccia.


 

Il 30 marzo 2008, ore 19.30, presso il Monastero San Giovanni Evangelista, a Lecce, verrà presentata la plaquette poetica “L’acqua e la pietra” di Bianca Madeccia. Mauro Marino e Luciano Pagano i relatori. La presentazione è a cura dell’Associazione culturale “Terra D’Ulivi“.

I mosaici di Idrusa


b.jpg

Io ho iniziato il mese di marzo leggendo d’un fiato la silloge “I mosaici di Idrusa”, scritta da Ilaria Seclì e pubblicata su Rivista Pagina Zero. Questa bella sorpresa mi ha confermato un pensiero che avevo da tempo, e cioè dalla lettura del suo esordio “D’Indolenti dipendenze“, il pensiero è semplice: sono e resterò curioso di ogni cosa che scriva questa poetessa. Queste in particolare sono 9 poesie e racchiudono il risultato di una ricerca che va oltre le premesse del suo primo libro. Di certo una delle voci poetiche più interessanti che si possano leggere in questo periodo, tra gli appartenenti alla sua generazione, una voce che ha un suo dettato, una voce che ha un ritmo e possiede un senso delle propria poetica. Riporto una poesia, invitandovi a proseguire la lettura del ebook pubblicato nella collana “Le betulle nane”:

restami qui

fissami in marmoreo equilibrio
sulla punta di un chiodo. impenetrata.
insetto di sant’Eustachio.
ruggine scoperta continuami.
cariatide. crocifissa all’ingiù se vuoi
come Pietro di Masaccio.
una fogna per sterco di piccioni
e cani fammi.
ma restami qui mio Signore.
fammi lavatoio del ‘911
nel giardino spellato dall’arsura.
impagliato. fammi ancora d’ arancio
nell’ora che si allunga e stira.
continua a sfregare con la mano
le asperità che vengono al cerchio.
la tua dafne falla ancora albero
o disusato elettrodomestico
del carsico tuo feudo

Sconfinamenti: transiti poetici in forma d'arte


SCONFINAMENTI: TRANSITI POETICI IN FORMA D’ARTE

È questo il titolo del Progetto internazionale e interculturale curato dall’Associazione culturale VERBAMANENT – Presìdio Del Libro di SANNICOLA (LECCE) che si conclude con l’allestimento in contemporanea di due Mostre:

1 – METAMORFOSI DI UN LIBRO: mostra di 37 opere, in forma di libri d’artista, unici, monotipi, realizzati a mano, elaborando creativamente una raccolta di versi in un piccolo libro, Sono stata molto delusa dai mirtilli, Besa Editrice 2007, autrice ALESSANDRA NICITA: “un fresco di stampa” da metamorfosizzare in un manufatto che ne interpreti significati e interagisca con la fisicità del “corpo cartaceo (la copertina, la carta delle pagine, i caratteri della scrittura, le dimensioni) , attraverso una libera invenzione rispondente allo stile creativo di ogni artista”.

L’iniziativa è stata realizzata grazie al prezioso contributo di MARISA CORTESE, artista e operatrice culturale di VERBANIA, presente in Mostre nazionali ed internazionali, organizzatrice di Simposi Internazionali di Arte Contemporanea a Verbania ed in altre città italiane, che ha ideato e curato un’analoga manifestazione di Libri d’artista, “Scrigni Lunari“, in cui diversi artisti -italiani e stranieri-  hanno interpretato/elaborato creativamente il libro “Dove conserverò le immense lune” della poeta Consiglia Recchia (2004/5).

Hanno aderito al progetto le artiste e gli artisti:

  1. Li Chen  _ CINA
  2. Joyce Bloem _ INDONESIA
  3. Nuria Montoya _ MESSICO
  4. Bartolomé Ferrando _ SPAGNA
  5. Gulla Ronnow Larsen _ DANIMARCA
  6. Paula Kouwenhow _ OLANDA
  7. Dorothea Fleiss _ GERMANIA
  8. Maximilian Flessbach_ GERMANIA
  9. Susanne Muller-Baji _ GERMANIA
  10. Maria Balea _ ROMANIA
  11. Daniela Fainis_ ROMANIA
  12. Laurette Wittner _ FRANCIA
  13. Rasha Ragib _ EGITTO
  14. Marisa Cortese _ VERBANIA
  15. Consiglia Recchia_ VERBANIA
  16. Emanuela MEZZADRI _ VERBANIA     
  17. Antonella Goto _ TORINO
  18. Adriano Pasquali _ MILANO
  19. Rebeschini Anna _ VICENZA
  20. Martina Maria Grazia _ VICENZA
  21. Alfonso Lentini _ BELLUNO
  22. Roffi Gian Paolo _ BOLOGNA
  23. Nedda Bonini _ FERRARA
  24. Tina Saletnich _ ROMA
  25. Stasi Michele _  BARI
  26. Umberto Basso _ BARLETTA
  27. Grazia Tagliente _ TARANTO
  28. Silvana Casciaro _ LECCE
  29. Carla Congedo _  LECCE
  30. Natalì Lecci _  LECCE
  31. Annalisa  Schito _ LECCE
  32. Maddalena Castegnaro _ LECCE
  33. Lorena De Leo _ LECCE
  34. Lisi Monica _ LECCE
  35. Mirko Gabellone _ LECCE (2°Classificato Concorso Int FABBRICANTI DI LIBRI, 1° edizione 2007- SANNICOLA e 2° Classificato Concorso Int LIBRIMAIMAIVISTI, 11° edizione – RUSSI-RAVENNA)
  36. Matteo Manta _ LECCE
  37. .Daniela Cecere _ LECCE

A cura dell’Associazione verrà realizzato un CATALOGO FOTOGRAFICO delle opere in Mostra, inserito nel sito www.verbamanent.net. In fase di progettazione anche un Catalogo cartaceo.

2.  UNA GOCCIA DI SPLENDORE : mostra di 50 opere (di vario formato) dell’artista MARISA CORTESE  (Verbania) che interpretano visivamente le Canzoni di Fabrizio De Andrè, scrigni poetici di delicata bellezza.

Durante la vernice verranno presentati i libri “Sono stata molto delusa dai mirtilli“, autrice Alessandra Nicita e Una goccia di splendore“, biografia fotografica di Fabrizio De Andrè, autore Guido Harari, ed Rizzoli, 2007.

Per l’intera durata della Mostra verrà proiettato un videofotografico realizzato da Enrico Rapinese con immaginiparole tratte dal libro e una selezione di canzoni del cantautore che raccontano storie di donne (Via del Campo, La canzone di Marinella, Teresa, La Buona novella,…).

L’intera Manifestazione ha ottenuto i Patrocini della Fondazione Fabrizio De Andrè, del Comune di Aradeo, del Comune e della Provincia di Lecce, dell’Università di Lecce, della Biblioteca provinciale di Lecce, della Regione Puglia.

Collaborazione della Biblioteca comunale di Aradeo.

Chiesto il Patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali.

La Mostra avrà carattere itinerante per l’intero 2008 presso Scuole, Biblioteche, Librerie, Residenze storiche, Rassegne nazionali di libri d’artista, altri Presidi del Libro, anche al di fuori dei confini regionali. Previste le seguenti tappe:

– ARADEO, GALLIPOLI, LECCE, FASANO, BOLOGNA,Rassegna  CARTACANTA nel Comune di RUSSI (RAVENNA), BOLOGNA, VERBANIA Altri allestimenti nel corso dell’anno.

CALENDARIO DELLA MANIFESTAZIONE
** 9/12 marzo , ore 18-21,  PALAZZO GRASSI, ARADEO

Al vernissage parteciperà l’artista MARISA CORTESE.
Interverranno: GERARDO FILIPPO, Ass. Cultura Comune di Aradeo; STEFANO DONNO, critico letterario; MICHELE BOVINO, direttore Biblioteca di Aradeo, MADDALENA CASTEGNARO, VerbaManent-Presìdio Sannicola
In apertura un CONCERTO del GRUPPO AMISTADE con Canzoni del repertorio di De Andrè . Nelle mattinate visite  delle Scuole del territorio.

** 27/30 marzo, ore 18-21, LIBRERIA KUBE, GALLIPOLI
all’interno dei BEI CONVERSARI 2008, incontri con scrittori e lettori, dal titolo “IMMAGINARIO REALE:PASSAGGI DI SCRITTURE” (dal 28 marzo al 20 aprile)
24-28 aprile, ore 18-21, CONSERVATORIO S.ANNA, LECCE all’interno della Rassegna ITINERARIO ROSA 2008 organizzato dal Comune di Lecce

Premiata Forneria Marconi 1971-2006: 35 anni di rock immaginifico


Enrico Pietrangeli
“Premiata Forneria Marconi 1971-2006: 35 anni di rock immaginifico” di
Donato Zoppo

Il libro di Zoppo, per sancire l’essenza emanata dalla PFM, non resiste alla tentazione di aprire il “Tutto” avvalendosi di un esergo di Rumi. C’è una “rosa” che “narra” e, con un disinvolto approccio giornalistico, sviluppa un armonioso trattato sul gruppo ripercorrendone l’intera carriera. Capitoli imperniati sulla discografia e linguaggio articolato, dove seguendo criteri perlopiù comparativi trapelano ampi scorci sulle condizioni sociali e le panoramiche musicali che hanno contraddistinto i tempi. Largo uso d’inserti e aneddoti, comunque ben disposti, euritmici; c’è qualche ridondanza, ma riguarda solo le introduzioni. Si parte dal primo raduno beat del ’66, quello organizzato da Miki Del Prete a Milano e che, accanto a Giganti, Ribelli ed i più singolari New Dada, annovera anche la cover band di Quelli. Siamo lontani da altri esordi, quelli psichedelico-melodici de Le Orme di Ad Gloriam o quelli più sperimentali e colti de Le Stelle di Mario Schifano, ma la strada dei rimaneggiamenti traccerà veri e propri gioielli addentrandosi nell’era progressiva: 21st Century Schizoid Man è un meno noto tassello della bravura e coesione strumentale di cui è capace la PFM (sigla tenuta a battesimo da Lake e Sinfield). Impressioni di Settembre sarà l’indelebile motivo di traino per tutto il progressive italiano, caratterizzata dal ritornello del moog e già pronta a sbirciare oltre i naturali confini per poi reincarnarsi in The world became the world. Sì, perché la PFM, prima di tutto, è italianità approdata altrove, in un mercato che, soprattutto negli anni Settanta, era invaso da produzioni anglo-americane. Sarà proprio quando Le Orme tenteranno la strada del mercato inglese con Peter Hammill che i testi della PFM incontreranno Sinfield. Mentre Pagani farà da collante alle realtà di movimento e relativi festival (Parco Lambro etc.), il gruppo si barcamenerà tra Mamone, tentazioni americane e l’imperversante contestazione. Logiche di mercato, da quanto si evince, mietono la prima vittima: Piazza viene rimpiazzato da Djivas al basso, più adatto al ruolo per un pubblico d’oltreoceano. La stagione dei concerti americani avrà il suo apice con la stampa di Cook, un live per il mercato internazionale nella già consolidata egida della Manticore. Chocolate’s Kings, l’album successivo che introduce Lanzetti, è, probabilmente, l’optimum, frutto di omogeneità e grande maturazione. Risente, tuttavia, del vento che soffia, a partire dai testi, sì impegnati da riportare consensi verso l’imminente ’77 ma, forse, non del tutto digeribili altrove. Uscirà negli States illustrato con una barra di cioccolato avvolta nella bandiera a stelle e strisce. Sinfield, nonostante una certa propensione a “sinistra”, stenta a comprendere. Ma “la goccia che fa traboccare il vaso” col mercato statunitense giunge nel ’76, quando la PFM prenderà parte ad un concerto organizzato a Roma per conto dell’OLP. Con Jet Lag si apre al jazz rock, poi la formazione chiude il decennio consegnandosi agli anni Ottanta nell’inevitabile decadenza dovuta all’impatto con tutt’altra epoca e nuove tendenze. Tuttavia, prima di segnare il passo coi nuovi tempi, la PFM realizzerà un altro memorabile live, lo farà girando la sola peninsula con Fabrizio De André. Personalmente rinnegherò il gruppo fin dai tempi di Suonare Suonare, ma Zoppo tira dritto, tra ritratti e sincretismi, fino all’epilogo di Miss Baker: praticamente estraneo alle origini. Gli anni Novanta e una rinnovata voglia di spaziare, portata avanti anche attraverso l’uso del digitale, desteranno ulteriori attenzioni verso il filone progressivo. Ulisse cercherà, a partire dal tema del viaggio, di ripercorrere strade perdute. Lo farà attraverso la collaborazione dei testi di Incenzo, autore anche di Dracula. Quest’ultimo è il coronamento di un sogno, quello di realizzare un’opera rock, decisamente pretenzioso e dove compare anche Ricky Tognazzi, mentre Serendipity, più proteso verso le sonorità del nuovo millennio, vedrà, tra gli altri, un’intraprendente Fernanda Pivano inserita nel progetto.

“Premiata Forneria Marconi 1971-2006: 35 anni di rock immaginifico” , Donato Zoppo, Editori Riuniti , 2006, 16€

Storia documentata e illustrata di Mondo Beat di Melchiorre Gerbino


Segnaliamo ai nostri lettori l’interessante sito di Melchiorre Gerbino, leader de “La contestazione”. Sul sito, oltre che a leggere la sua biografia, troverete in copia anastatica i numeri della rivista Mondo Beat (messi qui a disposizione), fondata nel 1966/1967 e diretta dallo stesso Melchiorre Gerbino. Chi di voi fosse interessato può anche approfondire, leggendo “I viaggi di Mel” (Shake) di Marco Philopat.

Una vita come si deve. Florio Panaiotti


Florio Panaiotti
Una vita come si deve

Michela ripensava ai suoi genitori. Erano dei buoni genitori, e prima ancora erano una coppia cristiana come si deve.
A Michela non importava se i suoi genitori fossero una buona coppia, o un’ottima coppia, o addirittura eccellente. Erano come si deve e basta. E ne era fiera.
Da bambina pensava spesso che una volta cresciuta avrebbe voluto essere come loro. I suoi genitori, anche presi come singole persone, le sembravano degli ottimi modelli: erano educati, rispettosi degli altri, generosi verso il prossimo, andavano a Messa la domenica e per Pasqua e per Natale, e avevano sempre aiutato la loro unica figlia, cioè lei.
E lei aveva cercato di ripagarli. Era sempre andata bene a scuola, e una volta arrivata all’università aveva scelto una facoltà che potesse aprirle le porte di una professione rispettata dalla gente, così come piaceva a loro. Aveva scelto di fare il magistrato, e tutti erano stati contenti, orgogliosi di lei.
Fin da quando aveva quindici anni andava a trovare una ragazza disabile della sua età, che aveva difficoltà a camminare e a parlare, e quindi a fare le cose che gli altri ragazzi facevano senza alcun problema. Andava a trovarla una volta a settimana, e l’aiutava a fare la lezione e conversava a lungo con lei. Era contenta di questo, si sentiva sinceramente buona, e del resto anche i suoi genitori erano contenti di quello che lei faceva per quella ragazza sfortunata. A dire il vero l’anno precedente aveva iniziato a fare la stessa cosa con un ragazzino ipovedente, ma poi, su consiglio della mamma, aveva deciso di smettere di andarlo a trovare, perché a quell’età è meglio che le ragazze non stiano troppo tempo insieme ai ragazzi.
Gli anni di studio all’università furono molto duri per Michela. Sentiva di dover riuscire nel migliore dei modi, per se stessa e per i suoi genitori, ma le materie erano molto tecniche e i professori severi, perciò i suoi obiettivi erano difficili da raggiungere nonostante la dedizione che metteva nello studio. Però alla fine, e grazie al supporto continuo della mamma, la sua media rimase incredibilmente alta.
Nei momenti di difficoltà si aiutava immaginandosi i due eventi che dovevano essere i più belli della sua vita, come dovevano esserlo per ogni brava ragazza: la laurea e il matrimonio.
Le pareva di vederseli davanti, in ogni dettaglio, e piangeva di gioia mentre li viveva nella sua mente, e le davano un’enorme carica per continuare a inseguire i propri obiettivi.
Però Michela non aveva ancora un fidanzato. Diceva e pensava “fidanzato”, e non “ragazzo”, perché lei cercava il ragazzo della sua vita, quello che avrebbe sposato e che le sarebbe stato accanto per sempre, e le avrebbe dato uno o due bambini. Quello era il suo fidanzato.
Michela non aveva mai avuto un fidanzato, e naturalmente era vergine. Non vedeva l’ora di incontrare l’uomo giusto per lei, un uomo che potesse formare con lei una buona coppia cristiana. Iniziò a domandarsi dove avrebbe potuto incontrarlo, iniziò ad analizzare i ragazzi che conosceva per capire se potessero andar bene per lei, e dopo pochi mesi accadde quello che sperava: riconobbe il suo fidanzato, incontrò Domenico.
In Domenico vedeva tutto quello che l’uomo della sua vita doveva avere: era educato, rispettoso degli altri, generoso verso il prossimo, andava a Messa la domenica e per Pasqua e per Natale, aveva sempre aiutato i propri genitori, era un ottimo studente di Economia con una brillante carriera di manager d’azienda da seguire. Michela riconobbe in lui tutte queste qualità, o almeno a lei pareva che quella fosse la parte buona di lui. Ogni tanto infatti Domenico era sbracato, irriverente, giocherellone al limite del maleducato. Questo dava fastidio a Michela, e quel fastidio si trasformava in vergogna quando ciò accadeva in pubblico, o peggio davanti ai suoi genitori.
A ogni modo ormai aveva deciso. Si misero insieme, e gli amici di Domenico ne rimasero colpiti. Si stupivano che un tipo scapestrato come lui si fosse legato a una ragazza come Michela, ma Domenico sembrava contento, e a chi gli faceva obiezione lui rispondeva serio che Michela gli aveva fatto mettere la testa a posto.
Domenico col passare del tempo assomigliava sempre più all’uomo che Michela aveva sempre sognato. Passava nottate intere ad sentirle ripetere i vari programmi d’esame, l’accompagnava dalla sfortunata ragazza disabile, andava ogni venerdì sera a cena dai suoi genitori. Smise anche di fumare, perché Michela gli disse che fumare faceva molto male, e che a lei i fumatori non piacevano.
L’unica cosa che sembrava non andar bene era il sesso. Domenico voleva fare l’amore, ma Michela avrebbe voluto perdere la verginità dopo il matrimonio, e non prima come le ragazze facili. In realtà anche lei avrebbe voluto farlo, ma cercava di non pensarci perché non era così che le cose dovevano andare. La situazione rischiava di allontanarli, e anche se Domenico sembrava col passare del tempo aver accettato la castità, Michela continuava a percepirne il potenziale pericolo per la loro relazione. Così un giorno, rimasta sola con la sua mamma, le disse che voleva fare l’amore con Domenico prima del matrimonio, e le spiegò il perché. La mamma si fece il segno della croce, e disse che era una cosa sbagliata. Subito dopo, rimanendo seria, le strizzò l’occhio e se ne andò. Michela capì che poteva farlo.
Un giorno Domenico, che era di due anni più grande, si laureò. Si laureò con centootto, e Michela per l’occasione gli organizzò una festa come si doveva per un evento del genere. A dire il vero le dispiaceva molto del fatto che Domenico non avesse preso centodieci, e si rammaricò di non averlo potuto aiutare abbastanza durante i suoi studi. Del resto, pensò, non si può avere tutto dalla vita. A Domenico non piacevano le feste di laurea, ma visto che Michela era così contenta di avergliela organizzata non disse nulla.
Dopo la laurea Domenico ebbe un sacco di offerte di lavoro, anche importanti, ma Michela gli chiese di accettare un lavoro vicino a casa. Gli spiegò di quanto erano contenti lei, sua madre e suo padre nel vedersi ogni sera riuniti a tavola. Come avrebbe potuto stare con la sua famiglia tutte le sere, così come aveva fatto suo padre con lei, se fosse andato a lavorare lontano da casa, oppure semplicemente se avesse accettato un lavoro dagli orari interminabili? Domenico era indeciso. Da un lato gli dispiaceva molto rinunciare alla carriera, ma dall’altro non voleva deludere da sua futura sposa. Alla fine, ancora una volta, fu la mamma di Michela a risolvere il problema, a rimuovere gli ostacoli fra sua figlia e i propri sogni. Un giorno prese Domenico da parte e gli fece un discorso accorato sull’unità della famiglia cristiana. Domenico si convinse, e andò a lavorare in un piccolo studio di commercialisti a un paio di isolati da casa di Michela.
La laurea di Michela fu preceduta da un periodo carico di tensione per tutti. Nonostante i suoi sforzi, Michela non era riuscita negli ultimi tempi a tenere la media di voto che voleva, e rischiava di non ottenere centodieci. Una sera, durante la cena, ebbe una crisi isterica e si rifugiò in camera sua. Sua madre e suo padre ne parlarono preoccupati, cercando una via d’uscita al problema. Quando Michela tornò, suo padre, che conosceva molte persone influenti, le promise di darsi da fare per aiutarla con la commissione d’esame. Michela sapeva che questa non era una buona cosa, e anche la mamma si fece il segno della croce quando suo padre, sottovoce, disse cosa avrebbe fatto. Quella sera Michela ci pensò bene, e concluse che suo padre stava facendo ancora una volta la cosa giusta. Stava aiutando la sua unica figlia, cioè lei. E comunque, dalla mattina dopo fece di tutto per dimenticare ciò che aveva sentito, perché di per sé quello rimaneva un peccato.
Prese centodieci, e fu festeggiata come aveva sempre voluto esserlo. I suoi genitori organizzarono un ricevimento, e tutte le persone che conosceva furono invitate.
Domenico nel frattempo non aveva più amici. Era depresso e si lamentava del proprio lavoro, monotono e senza prospettive. Michela, assai dispiaciuta, per risolvere la cosa decise di mandarlo da un buono psicologo, dato che non c’era in verità niente di così grave di cui lamentarsi. Tutto sommato Domenico aveva lei, e la prospettiva di una buona famiglia.
Pochi mesi dopo anche l’altro suo sogno si realizzò: il matrimonio. Michela e sua madre scelsero i vestiti da sposa e da sposo, la chiesa nella quale svolgere la cerimonia, il luogo del ricevimento, le bomboniere e ogni altro dettaglio. Fu un lavoro incessante e a suo modo stressante, perciò Michela fu costretta a limitare gli incontri con Domenico.
Domenico nel frattempo era peggiorato, e una sera cercò di parlarne con Michela. Le disse che in quelle condizioni non sapeva più se fosse il caso di sposarsi. Lei lo abbracciò, e gli disse che erano sciocchezze, che sarebbe stato contento. Però questa cosa la preoccupò non poco. Il giorno dopo chiamò lo psicologo, e concordarono di aggiungere alla terapia alcuni farmaci antidepressivi.
Michela scelse anche una casa, la sua futura casa, nuova e bellissima, e fu suo padre a comprarla, anche se per far questo dovette spendere tutto quello che aveva messo da parte. Michela gliene era grata, e pensava che fosse doveroso da parte di un buon padre.
Il giorno prima del matrimonio Michela andò a confessarsi, e al parroco raccontò quella brutta storia di suo padre e le pressioni sulla commissione della sua laurea. Il parroco la assolse, e lei si sentì meglio.
Proprio davanti alla torta nuziale, circondata da composizioni di rose bianche, pensava che quello era il giorno più bello della sua vita, ed era esattamente come se lo era immaginato.
Voleva che niente di quello che aveva raggiunto cambiasse più. Ora che aveva un marito, una casa e una laurea, voleva dei figli, una casa più grande e il posto in magistratura.
Voleva continuare a vivere felice come lo erano stati i suoi genitori quando era piccola. Voleva una famiglia felice, una famiglia come si deve.
Il bianco del suo vestito da sposa, così carico di felicità, rifletteva pallido su Domenico, sua madre e suo padre, nascosti in piedi vicino a lei.

Rivedere “Palombella rossa”


Rivedere “Palombella rossa” di Nanni Moretti.

palombellarossa.jpg

Gli ebook di Musicaos.it

Può un film girato quasi venti anni fa descrivere con una discreta approssimazione l’attuale situazione politica e la sinistra, oggi? Se il regista è Nanni Moretti e il film in questione è “Palombella rossa” la risposta potrebbe essere un sì. “Palombella rossa”, del 1989, è una delle pellicole che più si addentrano nello studio delle anime e dei fantasmi della sinistra. Nonostante siano trascorsi quasi venti anni dalla caduta del muro di Berlino, nonostante il mercato del lavoro sia stravolto, nonostante siano mutati gli equilibri internazionali, in quella pellicola sono descritti alcuni dei termini di un conflitto di identità. Conflitto che con le prossime elezioni anticipate si cerca di risanare o dirimere, tutto e subito, prima di rischiare la sconfitta delle urne. Michele Apicella, esponente politico della sinistra parlamentare, in seguito a uno scontro avuto con l’auto, è soggetto a un vuoto di memoria. Amnesia. Ciò accade nel giorno in cui la sua squadra di pallanuoto deve affrontare l’avversario temuto, l’Acireale. Il giorno della partita precede il giorno in cui gli italiani si recheranno alle urne. Michele viene prelevato dai compagni di squadra “Già, quale squadra? Di che sport stanno parlando?” è la domanda che si pone Michele durante il tragitto in bus, insieme alla squadra e all’allenatore Mario, impersonato da Silvio Orlando, che fino all’inizio del match ripercorrerà le tattiche e le strategie da adottare contro l’avversario. Nello spogliatoio Michele è assorto. Il mister ha descritto gli schemi anche nella pause dopo il pranzo, al ristorante. Si tratta di un’insistenza che accresce l’ansia nei confronti della partita. Pallanuoto. Michele, leggendo un articolo di un giornale che lui ha scritto, si rende conto di essere comunista. Esclamerà proprio così, Io sono comunista. Michele ha un flashback di quando da bambino si allenava. Tutti i genitori seguivano i bambini, lui era accompagnato agli allenamenti da sua madre. Il padre? Comparirà una sola volta, più in là. Michele, nel passato e nel presente, è smarrito. La mancanza di guida che prova da bambino è la stessa che sente adesso, ora che la memoria va e viene per via dello shock subito, facendo emergere i suoi ricordi a tratti, lucidità, nebbie. Sul bordo della piscina viene avvicinato da due persone che si riferiscono a un gesto che lui ha commesso “martedì scorso”, durante una puntata del programma Tribuna Politica. Comincia a delinearsi uno dei significati della pellicola, quello per cui la piscina è una metafora dello scontro politico, con le sue tattiche, nel conflitto che vede contrapposte le due squadre, compresi colpi bassi e scorrettezze. La descrizione della sinistra operata da Nanni Moretti nelle sue opere ha accompagnato tutte le fasi di evoluzione di questo schieramento politico, dagli esordi ai giorni nostri, fino al Caimano (2006), passando per Caro Diario (1994) e ancora in Aprile (1998). I due avventori che avvicinano Michele si autodefiniscono “puri”, sono ossessivi “noi riceviamo tante lettere a cui non rispondiamo mai”. Michele si allontana. “Il potere dell’opposizione è la lotta”. Questa l’affermazione di allora, pronunciata da un altro avventore, un anziano che si definisce sindacalista. La soluzione per la sinistra consta nel sapere dirigere il potenziale conflittuale, nel dare a esso una forma, dei contenuti e soprattutto una direzione. “Siete un partito da rifare, siete scomparsi, galleggiate a mezz’aria”. Si delinea qui un tentativo di assumere la critica e l’autocritica del comunismo. “Mancate d’identità, avete almeno, tre anime”. Viste oggi, quelle immagini, risultano profetiche; non tanto perché prefiguravano ieri ciò che si sarebbe ripresentato oggi, quanto perché alcuni punti nodali del dibattito interno alla sinistra sono rimasti gli stessi. “Chi siete, siete un partito inutile, innocuo”. Sul piano narrativo e stilistico, ai discorsi politici che tutti gli avventori di Michele Apicella si sentono in dovere di promuovere, fa da contrappeso la partita vera e propria, non più politica, cioè lo scontro tra le due squadre di pallanuoto. È in questo momento, quando fa la sua comparsa l’allenatore dell’Acireale (la squadra avversaria che deve incontrarsi con la squadra allenata da Silvio Orlando), che avviene l’identificazione/parallelo tra politica e partita di pallanuoto, su quel terreno sono contenute le critiche al partito politico, il PC, di allora. Silvio Orlando si perde in tattiche e schemi complicati, bilanciamenti fumosi che non interessano gli stessi giocatori, gli unici due che restano a sentirlo sono Michele, (il politico che ha nostalgia del passato?) insieme al giocatore più giovane (il giovane idealista?). Ciò di cui raccontano queste immagini è il tarlo che si insinua come problema degli anni novanta, il progressivo allontanamento dalla base. L’allenatore avversario non si perde in chiacchiere, è consapevole che sulla carta la sua è la squadra vincente, dileggia gli avversari, addirittura sostiene di non prendere la partita sottogamba, perché altrimenti potrebbero sorgere difficoltà; a quell’affermazione, fatta davanti a una squadra di giocatori stravaccati come gli antichi romani alla sauna, tutti scoppiano in una grassa risata. Quel che bisogna sapere è che non c’è rispetto per gli avversari. L’elemento di punta della squadra avversaria è Imre Budavari, giocatore ungherese, nessuno vuole marcarlo. “Quello che è avvenuto in questi anni è un processo di trasformazione della nostra società.”. Michele comincia a ricordare frammenti del suo discorso televisivo. I due avventori di prima lo incontrano nuovamente, è il crollo. “La questione cattolica si intreccia con la questione del centro, noi dobbiamo lavorare per conquistare il centro, non per farci conquistare dal centro”. Uno dei due avventori dice che “Hanno paura di vincere, loro vogliono stare all’opposizione e moriranno all’opposizione”. Oggi si la questione si ripropone in termini diversi, la sinistra è pronta all’eventualità di condurre un’opposizione extra-parlamentare? Il fenomeno cui stiamo assistendo è lo sgretolamento di alcune vecchie leadership che non sono più in grado di dialogare con il Paese, perché hanno percorso tutte le modalità, le strade, senza risultati accettabili?

Il modo è cambiato, la consapevolezza da parte dei cittadini nei confronti di alcuni temi (l’ambiente, l’economia, il lavoro, la partecipazione) sono cresciute. Ecco che i “circoli” sono una parola che Silvio Berlusconi ha messo nel suo dizionario appena ha compreso l’importanza dell’identificazione con il suo elettorato. A ciò contribuisce la continua propaganda che viene effettuata sui mezzi di comunicazione Mediaset. C’è un’apposita rubrica del TG4 dove le persone vengono intervistate sul caro-prezzi nei mercati rionali. I toni con cui la Destra accusa il Governo dei Sedici Mesi sono simili a quelli che si potrebbero utilizzare contro un governo che ha appena fatto ritorno dalla guerra. La pressione fiscale è aumentata, sono stati scoperti alcuni grandi evasori. Dov’erano le telecamere del TG4 tra il 2000 e 2006, gli anni che hanno preparato e fatto montare il caro-vita? Gli aumenti dei prezzi non sono iniziati ieri. Dov’erano i sondaggi? I governi di Silvio Berlusconi sapevano? Certo.
“Perché sei diventato comunista? Perché penso che sia giusto. Uno. Perché non ti senti isolato. Perché sei con altre persone che credono come te in certe cose. Le vivono come te. Con te. Sei parte di un movimento che va avanti in tutto il mondo. Vedi cos’è questa realtà e cerchi di trasformarla. Perché ami l’umanità e siccome ami quella vera fai in modo che venga fuori”. A parlare così è il Michele di quindici anni prima, 1974. Umanità. Umanesimo della sinistra. Attenzione ai problemi dell’uomo, della persona, prima di quelli della società, dell’economia, della ferrea logica dello sviluppo. Oggi un discorso simile non sembra plausibile. Quello di cui c’è bisogno è una ripresa che vada di pari passo con i problemi della persona, in primis quello dell’occupazione e dei salari. Quando l’amico di Michele gli ricorda di come, da ragazzi, hanno preso a botte un ‘fascista’, Michele è inorridito, non può credere che sono stati capaci di ciò. La virulenza della lotta politica non può resistere come cifra caratteristica del porsi. Il Partito Democratico, insieme al Popolo delle Libertà, giocano su un terreno che elegge il fair play a regola di condotta. La “fusione fredda” tra il partito di Silvio Berlusconi “Forza Italia” e quello guidato a Gianfranco Fini “Alleanza Nazionale”, e il gioco delle alleanze in Sicilia, hanno dimostrato che è difficile fare accettare una politica a tavolino, che non tenga conto delle alleanze sul territorio e del consenso degli elettori. Mai come oggi sembra che la cosa più difficile sia proprio fare la conta dei voti in anticipo. Lo stesso Pier Ferdinando Casini ha ammesso in una recente intervista televisiva che in Sicilia non si poteva non agire a questo modo. Una franchezza che fa paura perché dimostra un attaccamento a certi modi di fare politica che difficilmente possono essere sradicati, laddove hanno fino a oggi costituito la norma. È come se una delle nuove differenze debba essere quella di ‘fare le cose alla luce del sole’. Le alleanze vanno cercate e ribadite a questo modo. Chi accetta è dentro, chi non accetta è fuori. È la crisi. Michele si ricorda di quando ha incominciato a nuotare. Voleva cambiare sport. Si tuffa nella vasca, non riconosce gli schemi. Dopo un po’, in azione, ha paura dell’acqua alta “C’è l’acqua alta al centro“. Non riesce ad avanzare. Michele ha il terrore di tuffarsi e, una volta tuffato, ha paura dell’acqua alta. Finalmente si decide, attraversa il centro, un avversario gli ruba la palla con agilità. Non bisogna abbandonarsi ai dubbi, alle angoscie, alle incertezze. C’è una giornalista che cerca di ottenere delle delucidazioni sulle ultime settimane di campagna elettorale da Valentina, la figlia di Michele, interpretata da Asia Argento. Il giorno dopo ci saranno le elezioni. Il giornalismo parla un linguaggio superficiale. La giornalista che lo intervista, impersonata da Mariella Valentini, estrae un Bignami, un ipotetico bignami con la storia del PC. “Che sensazione ha essere in un partito ormai al tramonto?”. Nel famoso intervento di martedì un giornalista prende il suo orologio, lo mostra a Michele, dice che il suo orologio ha due quadranti, uno dei quali è regolato sull’ora di New York, “oggi, anche il suo orologio è regolato sull’ora americana?”. La risposta del Michele di allora “Non posso che ribadire il riconoscimento dell’adesione dell’Italia alla Nato” può confrontarsi con un passo del programma del neonato PD “Il PD è per il rafforzamento dell’amicizia e della collaborazione nazionale e europea con gli Stati Uniti.”. Michele non è d’accordo con chi crede che il Capitalismo abbia dimostrato di essere in grado di risolvere le sue contraddizioni. Tuttavia esistono dati oggettivi per cui il non allineamento a certe posizioni porta a un’esclusione dell’Italia dalla politica estera. Il timore di oggi si accompagna ai dati di crescita di altri paesi, come la Spagna, e di arretramento dell’economia del nostro paese. Michele scaraventa a terra un cattolico. “Io sono felice che tu esisti tu sei felice che io esisto?”. Michele Apicella risponde deciso “No”. Un tiro di Budavari è così forte da spaccare la traversa della porta. La partita si arresta. La giornalista prosegue nel suo dialogo a senso unico con Michele Apicella. È la dimostrazione che la realtà politica è fluida non solo per chi ne partecipa, ma anche per chi tenta una descrizione di essa. Rivelando che non soltanto è ridicolo pensare che possa esistere un bigino del PC, ma che lo stesso dibattito si sposti da un’area pratica a un’area concettuale, dove le “parole sono importanti”. Le parole sono le cose. Bisogna trovare quindi una descrizione che sia in grado di contenere la ‘cosa’ descritta. Michele, alla vista di una scena del Dottor Zivago alza il pugno sinistro. “Mai godersi nulla se prima non c’è stata una fatica”. Michele è un politico che viene assalito dai frammenti dei discorsi. “Il problema è il silenzio.” Il cattolico presenta a Michele un guru/teologo che gli ha cambiato la vita. Anche l’allenatore dell’Acireale ha un suo guru, è un maestro di yoga. Un altro aspetto che dell’ideologia che viene qui rappresentato è quello del deus ex-machina, un politico che si faccia portatore delle istanze del proprio partito, con l’altra faccia della medaglia, il rischio di vedersi trasformati in icona. L’arbitro della partita trova in uno psicanalista l’uomo della sua vita. Al fianco di Silvio Orlando c’è Remo Remotti, l’uomo che ha cambiato la sua vita, interrogato “Dicci qualcosa?” non dirà nulla. Gli avventori che compaiono all’inizio, quelli che continuano a portare dolci a Michele, lo avvicinano ancora, dopo che lui ha commesso un fallo, chiedono a Michele con insistenza di “fare i nomi e i cognomi”. Michele è stato espulso. Michele non si sposta dalla sua posizione. Dagli spalti parte un coro “Michele è finita, l’hai persa la partita”. Ecco che cosa ricorda la torta a Michele, da bambino aveva rubato una torta ed era stato spedito in collegio dalla famiglia. Si tratta di un sogno. È in pantofole in strada. “Noi dobbiamo essere insensibili, noi dobbiamo essere indifferenti alle parole di oggi. Chi parla male pensa male e vive male, bisogna trovare le parole giuste”. Michele incontra lo stesso ragazzo fascista a cui aveva appeso un cartello al collo, insieme ad altri manifestanti. Ne scaturisce un’acquisizione per cui Michele ammette di essere uno schematico. Silvio Orlando, l’allenatore, urla troppo, viene espulso anche lui. Si lamenta con l’arbitro per la sua corruzione. L’arbitro, deputato a far sì che vengano rispettate le regole, è un “cane”. Bisogna inventare un linguaggio nuovo, una vita nuova. Michele continua a rimuginare il senso travisato dell’intervista che ha appena concesso alla giornalista. “Se io traduco quello che ho in testa in una forma semplice, io fallisco…Bisogna pensare tutto, prevedere tutto…Un concetto, appena viene scritto, ecco subito che diventa menzogna….non bisogna fare un uso criminale delle parole”. Il terremoto politico avvenuto negli anni novanta, del quale la discesa in campo di Silvio Berlusconi, altro non è che una scappatoia, volge forse al termine, con la completa trasformazione della sinistra italiana. “Proviamo a recuperare, un goal alla volta”, dice Silvio Orlando. Nel 1991 ne “Il portaborse” di Daniele Lucchetti (con Nanni Moretti attore protagonista), descriveva la corruzione della politica. “Palombella rossa” contiene una descrizione dei temi che agitavano la sinistra di allora, alcuni dei quali sono gli stessi che chiedono una risposta oggi. Una delle differenze è semplice, sono passati venti anni, e certi problemi forse si danno già per risolti in maniera scontata. Forse alcuni problemi sono sorpassati. Sembra che soltanto oggi ci si stia accorgendo di quella che oramai è sulla bocca di tutti con la parola di “Casta”, a maggior riprova del fatto che i due governi precedenti, e non tanto l’ultimo governo Prodi, hanno mediaticamente ottuso i sensi.

L’arbitro non concede un rigore lampante. La giustizia non sanziona. Silvio Orlando grida “Assassini!”. Lo psicologo suggerisce all’arbitro come comportarsi. Chi decide la giustizia non possiede lo spirito necessario per decidere. A un certo punto il ragazzo cattolico torna alla carica di Michele Apicella insieme al suo guru sudamericano, che enuncia una verità che molto si addice allo scontro odierno, in termini di grande coalizione “Siamo cattolici, religiosi, sportivi. Ma non buoni contro cattivi, buoni contro buoni. Così i buoni fanno goal. Ogni goal è un silenzio.”. Mentre dai bordi del campo i due avventori, quelli che lo hanno disturbato continuamente con profferte di torte, gli gridano che lui è un egoista, che pensa solo a se stesso, Michele ha la palla di un goal, il secondo che segna in pochi minuti. Non può perdersi in sterili pensiero socio-analitico-filosofici, deve segnare, è con l’acqua alla gola, tira, mette a segno. La piscina è una metafora del mondo in cui viviamo. A dieci secondi dalla fine la squadra di Michele è sotto di un goal. Viene finalmente assegnato un rigore, sull’8 a 9. Michele chiede una possibilità, può farcela, chiede a Mario (Silvio Orlando) di battere il rigore. Remo Remotti, il guru di Silvio Orlando, dà il suo consenso. In questa fase nessuno assume su sé la responsabilità delle proprie scelte, tutti si affidano alla decisione di una persona più grande “Valentina ce l’ho fatta. Batto il rigore, vinciamo il campionato”. Michele batte il rigore, troppo presto, l’arbitro non ha fischiato. “Ma quanti anni sono che parlo da solo. E non hai pietà tu di me”. Michele viene colpito da un avversario. “Cosa vuol dire ripensare le ragioni di fondo di una forza che vuole ripensare la società?”. Michele è pronto al secondo tiro, dal pubblico parte un fischio, Michele tira e sbaglia. Anche questo è un falso tiro. Siamo, finalmente, al terzo tentativo. Michele lascia la palla a galleggiare, esce dalla piscina. Tutti vengono attratti magneticamente verso il televisore dove nel frattempo il Dottor Zivago è giunto all’ultima scena. Tutti conoscono quella scena. È un film già visto. Visto e rivisto. Malgrado le regole del gioco siano cambiate, malgrado un tentativo, e un altro e un altro ancora, tutti sono bloccati dalla scena finale, quella del tram, in cui Lara si allontana dalla scena e Zivano tenta invano di raggiungerla. Gli spettatori del film incitano insieme, finché Zivago non scende dall’autobus. Urla di tutti. I presenti gettano le sedie per terra, tirano calci, pugni. Il film, visto e rivisto, delude sempre. “Ma dove vuole andare questo PC?”.

In risposta alla domanda postagli durante la Tribuna Politica avviene l’episodio chiave del film. Michele Risponde così “Come dovrebbe fare? L’alternativa democratica mi sembra qualcosa di fisiologicamente maturo, utile, per il nostro paese, perché voi non ritenete possibile questo, perché voi non ritenete possibile il partito comunista al governo, cos’è che non va, cosa c’è che non va, il programma? Cosa dobbiamo fare, ancora? Noi dobbiamo guardare al nuovo, noi dobbiamo aprire le porte del partito a tutti, ai giovani, alle donne, ai lavoratori, ai movimenti, noi dobbiamo dire Venite! Venite nel partito, prendetelo, Vediamo insieme cosa possiamo fare, Questo Sentimento Popolare Nasce Da Meccaniche Divine, è un rapimento mistico e sensuale, mi imprigiona a te, dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri, non accontentarmi di piccole gioie quotidiane, fare come un eremita, che rinuncia a te”. Il discorso di Michele si scioglie nel canto di “E ti vengo a cercare”. La scena ritorna al presente, Michele continua a cantare, questa volta sta per battere il rigore decisivo della partita, dagli spalti anche gli spettatori cominciano a cantare “E ti vengo a cercare”, di Franco Battiato, in coro. Il rigore non è più importante. I nuotatori cantano, “Questo secolo è oramai alla fine, saturo di parassiti senza dignità, mi spinge solo ad essere migliore con più volontà…cercare l’uno al di sopra del bene e del male…essere un’immagine divina di questa realtà…Acireale! Acireale! Acireale”. Tutto il pubblico si alza in piedi. Michele viene risucchiato in ipotesi assurde sul terzo rigore “se io guardo a destra il portiere pensa che tiro a sinistra, ma io tiro veramente a destra…a destra, a destra, guardare a destra, devo guardare a destra e tirare a destra, il portiere mi lascia spazio a sinistra, no, forse è meglio a sinistra…” Michele tira e sbaglia. Gli spalti si riversano in acqua. La partita è persa. È perso l’appuntamento con la conferma della storia che si ripete su se stessa (Zivago), è persa la battaglia da parte di chi adotta la tattica dell’arrovellamento cerebrale distante dalla pratica (Mario – Silvio Orlando). “Se io avessi tirato veramente a destra”. Michele continua a ripensare al rigore, si dice, “torniamo a quel momento”. In chiusura, domina la nostalgia. I padri che incitano all’inizio sono sostituiti dalle madri che asciugano i capelli dopo la doccia, a tutti i bambini, negli spogliatoi. “Sono trent’anni che sto dentro l’acqua, stai attento all’acqua”. La morale è contenuta nelle ultime parole, dove la parola pallanuoto può essere sostituita dalla parola ‘politica’: “Io m’aspettavo di più…m’aspettavo di più dalla vita, di più, e meglio. Anche se questa pizza qui, lo spogliatoio. Ecco il motivo per cui per venticinque anni ho giocato a pallanuoto, che è uno sport che poi non mi piace nemmeno tanto, però, queste trasferte, i pullman, gli autogrill, il pubblico che ti insulta, che ti sputa addosso, i calci degli avversari, beh, tutto questo è bellissimo”. Michele è confuso, guida l’auto, esce fuori di strada per una seconda volta. Non si è fatto nulla. Un sole rosso sorge, tirato su un impalcatura, funge da scenografia per una probabile festa, mentre il sole rosso sorge, il Michele bambino ride. Cosa è cambiato e, soprattutto, cosa è rimasto ancora intatto nella sinistra?

Luciano Pagano

Gli ebook di Musicaos.it

Alcune considerazioni su "Hitler" di Giuseppe Genna


Luciano Pagano
Alcune considerazioni su “Hitler” di Giuseppe Genna

Mi ero accostato alla lettura di questo romanzo con un’unica cautela, quella di capire se questo fosse davvero, come annunciato dall’autore del medesimo, il primo romanzo su Hitler. Durante la lettura mi sono accorto di condividere appieno il giudizio. Non esiste un punto della biografia di Hitler dove tutto ha avuto inizio, giustificare un inizio significherebbe forse ammettere che senza quell’inizio la vita di Hitler sarebbe stata simile a quella di molti altri. Non è così. Hitler, come racconta Giuseppe Genna, nella disamina delle fonti e delle riviste di antisemitismo dozzinale, è letteralmente circondato dal sentimento antisemita della Germania del suo tempo. Ogni antisemita è un Hitler in potenza, un pensiero che non offre redenzione. La scrittura di Hitler è distante da quella del romanzo precedente, Dies Irae. In quest’ultima opera Genna ha trovato una soluzione differente che non cede nulla all’esagerazione linguistica, che non esorbita. Tanto la materia gli offriva possibilità di onirismo strabordante, tanto la lingua è trattenuta in un periodare netto. Costruito per quadri, delinea la scena in modo succinto. Mai eccessivo. Gli unici momenti che eccedono il limite imposto sono momenti lirici, nei quali ciò che viene narrato a un certo punto trascende, ci si affida alle parole di T. S. Eliot, Mario Luzi, alle similitudini dantesche. Alcuni degli episodi, quello della lotteria, sono presenti anche nel romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt (“La parte dell’altro”, E/O), in questi episodi è come se in modo sottile si cercasse di lanciare una sfida al pensiero dell’eterno ritorno del male, che cosa sarebbe accaduto se? Sono ipotesi che vengono smentite in modo puntuale, Hitler ha voluto tutto ciò che ha fatto, ogni suo passo era compiuto per assecondare un’idea abominevole di grandezza che non conosceva limite. Fino al racconto degli eventi che narrano l’ascesa del potere tutto il male che emana da questa figura è circondato dalla luce di un bagliore accecante, creato da tutta la corte di cui Hitler si circonda, che annienta tutto ciò che cerca di avvicinarsi al nucleo primordiale e personale di questa non-persona. Se Hitler fosse il personaggio di un romanzo potremmo scrivere che le cose gli vanno bene finché tutti i suoi sogni di dominio si concentrano su qualcosa che è esterno a sé. Quando il suo potere si involve su se stesso declina nella sconfitta. Giuseppe Genna fa incontrare Hitler, di sfuggita, con Sigmund Freud. “L’altro” Hitler di Schmitt si recherà dal medico scopritore della psicoanalisi per farsi curare dagli svenimenti che gli procurano le visioni dei corpi nudi delle modelle, presso l’Accademia dove è riuscito a iscriversi passando l’esame. Questo è un altro punto che assume un significato teorico importante. L’incontro cioè tra l’uomo che ha dispiegato il male, sentimento irrazionale per eccellenza, con chi invece ha cercato di ricondurre le pulsioni ancestrali di ogni individuo in un sistema di interpretazioni, analisi, diagnosi e cura. Quest’incontro può cambiare la storia? No. Ancora una volta la risposta è un secco no. Perfino la psicoanalisi è arrivata in ritardo, così come è arrivato in ritardo, a giochi già in corso, chi governava i paesi europei nel periodo in cui l’astro di Hitler ascendeva indisturbato. Si pensi all’analisi di Erich Fromm contenuta ne “L’anatomia dell’aggressività umana”. Ogni analisi psicologica, in tal senso, è un riduzionismo. Ogni spiegazione arriva tardi, quando non serve più. L’unico modo di fermare il male era quello di fermarlo sul terreno irrazionale della sua forza, con la guerra. Con un gesto altrettanto potente e maligno, come un assassinio o con un attentato. Ma è troppo presto, in fondo Hitler non è ancora nessuno, e l’autore del romanzo ce lo presenta così come è, un giovane che cova astio esponenziale. Sono diversi i momenti in cui l’autore ci accompagna, fermandosi e discutendo con il lettore, per fare riflettere sulla figura che si sta componendo in un affresco rapido, non frettoloso. Sappiamo quel che dovrà accadere, come i condannati che conoscono la pena che verrà loro inflitta, così da spettatori di una Storia già scritta è come se chiedessimo di non procrastinare l’attuazione della pena. La vicenda storica in cui Hitler si muove è storia universale, il fine, il bunker, il termine, il 1945, lo Sterminio. Durante la lettura succede che si percepisca una sorta di ipervisione di un finale che è già lì, apparecchiato, pronto per essere narrato. Cos’è che sfugge da questo quadro? L’evento peggiore, quello che avrà più ripercussioni nella storia e nel pensiero dei nostri giorni, non c’è, viene accennato, se ne parla per approssimazioni. La tragedia del popolo ebraico, la soluzione finale. Uno degli assunti principali del romanzo è contenuto in epigrafe “è fatto e divieto agli ebrei di concedere a Hitler vittorie postume”. Quando Hitler cadeva già c’era chi pensava a come spartirsi l’Europa, così racconta Giuseppe Genna. Il romanzo narra la vita di una non-persona con la quale non può esserci identificazione, il messaggio è tuttavia chiaro, qualora dovesse sorgere un processo identificativo c’è una parte di quella storia, l’Olocausto, che non potrà mai essere soggetta a revisione. E che occupa una parte a sé, nel finale, dal corpo del romanzo. Anche perché in “Hitler”, per quanto l’autore abbia scritto di un uomo che viene definito come la non-persona, vengono raccontati i fatti che sono accaduti. La non-persona non si produce in non-azioni ma in azioni spropositate, che non tengono conto della realtà in cui accadono, emblematici a riguardo i giudizi che Hitler esprime in materia di cose che gli sono del tutto sconosciute o che conosce sommariamente. È quindi apprezzabile che la parte finale sia così costituita, con un infittirsi di citazioni; come a sottolineare che romanzare la storia è possibile (e qui non si è certo davanti a un primo tentativo) ma riscrivere la storia sottoponendola a revisioni narratologiche, quello no, non si può fare. Il romanzo di Giuseppe Genna secondo me non cede una virgola a retoriche di nessun genere. Himmler, Göring, Speer, Eva Braun, Stalin, Mussolini, sono tutti succubi di Hitler, una non-persona che si è spinta nell’attuazione del crimine peggiore dell’umanità. Leggendo “Hitler” il lettore di Giuseppe Genna si accorge che un libro del genere poteva essere scritto e in questo modo soltanto dal Miserabile Autore, uno dei pochi attualmente in grado di descrivere il delirio trasmettendo la febbre. A ciò si aggiunge il dato storico, frutto di ricerca minuziosa, che bilancia la narrazione senza farsi sopraffare da questo ‘motore immobile’ del male. Non c’è proprio nulla che ‘faccia la differenza” tra ciò che sarebbe potuto non accadere e ciò che è stato, neppure la rapidità di anni in cui viene apparecchiato il disastro, né il fatto che tutti i segnali, tutte le avvisaglie, vengono rintracciate nell’inesorabile abulia di un popolo. Il 12 settembre del 1919, Adolf Hitler prende la parola in una riunione del DAP, il partito dei lavoratori. Da quel giorno in poi acquista la consapevolezza che tutti i suoi deliri micromegalomaniaci, curati e cresciuti in un paese che versa nella crisi, coincidono con il desiderio della massa, la maggior parte delle persone di cui si circonda. È l’inizio, per Adolf Hitler, l’eterno inizio, e per il mondo è l’inizio della Fine.
Da quel momento in poi saranno determinanti le amicizie altolocate e le relazioni con gli antisemiti nel mondo, si faranno avanti da soli, da oltreoceano, come Henry Ford, per ricoprire d’oro la Caria Umana, il nulla che ha la tracotanza inusitata di raccontare loro come vorrebbero che fosse il mondo nuovo, l’orripilante visione, il mondo senza ebrei. Alcuni fermo immagine: Jesse Owens che taglia il traguardo, i cadaveri di ebrei gettati nelle fosse comuni, mentre si muovono ancora, le lettere dei soldati tedeschi dal fronte della disfatta sovietica, la comparsa nella vicenda di Winston Churchill. Questo “Hitler”, se letto come un libro di storia, perfino nei punti più ‘imaginifici’ – per intenderci quelli dove vengono descritte le incursioni del “Lupo” – non si discosta di molto dallo stile di certi storici, che condiscono con narrazioni le descrizioni di fatti documentati e frutto di ricerca; credo che Giuseppe Genna fosse consapevole del fatto che sarebbe stato facile, nella scrittura di questo romanzo, cedere alle lusinghe della retorica; in alcuni punti si verifica il contrario, cioè che l’autore potrebbe approfittare della sua condizione di Dominus per calcare la mano, cosa che non si verifica, non c’è sadismo, ma neppure commiserazione. L’autore non arretra di una virgola dalla sua posizione, ed è un bene, anche per il frutto che ne deriva, cioè un ottimo romanzo. C’è un momento in cui un soldato tedesco durante la ritirata, incappa nei cadaveri lasciati durante l’avanzata, si chiede se siano potuti essere loro gli artefici di ciò. Ecco, il delirio della potenza era così terribile che soltanto una sconfitta poteva riportare lo sguardo sulla propria coscienza. Questo libro secondo me fornisce ottimi spunti per la lettura della realtà storica. La parola d’ordine, dall’inizio alla fine, è Memoria.

“Hitler”, Giuseppe Genna,Mondarori, €20

Nel cristallo un vino astrale


NEL CRISTALLO UN VINO ASTRALE
di Alessandro Canzian

Sono figlia del cielo e della terra, / Pura ed impura come tutti, forse.
(M. L. Spaziani)

Sono questi i primi e bellissimi versi di un lungo percorso che prima d’essere costruito è stato amato, bevuto ed imbevuto nell’entusiasmo d’un brindisi, d’una ricerca della poesia oltre ogni facile etichetta. Nel cristallo un vino astrale è il primo progetto editoriale di Whipart onlus e conclude un ciclo di articoli che hanno avuto come oggetto d’interesse, appunto, il vino. Dal vino nell’antichità come strumento di conoscenza al vino nei tempi moderni come strumento religioso da una parte e mezzo per evadere la realtà dall’altra. Poi il vino come approfondimento di una particolare corrente artistica primonovecentesca italiana: il futurismo. Per concludere con uno sguardo all’oggi che si è rivelato, nel sodalizio tutto poetico che rappresenta questa antologia, un polisemico osservare la vita stessa.
Dallo sconforto benzoniano de roso / dallo sconforto, dall’ebbrezza di / un giorno rivederti alla dolcezza spirituale di Conte La mia anima è sulle mie labbra: / la cerchereste altrove invano. […] Inumiditela prima di vino, / e che sia libera di andare. Dalla malinconica verità di Piersanti ho pianto con la faccia dentro i vini / ché ogni cosa il tempo trascolora alla preghiera quotidiana di Buffoni Il vino bianco in cucina serve sempre / Sia lodato Gesù Cristo / Sempre sia lodato. Il vino acquisisce man mano colori e sfumature differenti, è il rosso / è il bianco / è bere un colore / come Van Gogh che si attaccava / ai pennelli afferma emblematicamente Cavalli nel suo testo. Il vino è Amico e nemico non so, / compagno del passato, / antico pensiero trasognato dice parimenti Cucchi.
Il vino come un simbolo del quotidiano, e della condivisione. Questa raccolta con la scusa di parlare del vino, vuole, a suo modo, raccontare la vita afferma il presidente Guido Roberto Saponaro nella sua prefazione. E leggendo questi versi è difficile non pensare al vino come a un leggero e inebriante strumento di navigazione attraverso la vita, una barca di Caronte, forse, attraverso il male e le aspirazioni umane. è ormai sfiorito il tempo delle rose: / la vita sa di tappo / e -come il vino- è solo da buttare afferma Mancini. Ma Le poesie vanno lette ubriachi […] solo così si colgono i respiri / gli affanni affacciati / dalle ampolle dei versi dice Cipriano quasi componendo un manifesto poetico. Vino, vita, e poesia, un trittico ed un unicum che ha come filo conduttore la voglia di bere e di brindare alla vita, osservandola, gustandola e rendendola sostanza umana calda e comprensibile, amicale. Perché la vita, come afferma Astremo nei versi scelti a conclusione di questo percorso, è forse questa poesia che serve o non serve, / ma è necessaria, come sangue che pulsa.

NEL CRISTALLO UN VINO ASTRALE
http://www.whipart.it/e-book/nelcristallounvinoastrale.pdf

Autori presenti nell’antologia Nel cristallo un vino astrale

Maria Luisa Spaziani, Maurizio Cucchi, Giuseppe Conte, Ferruccio Benzoni, Antonella Anedda, Umberto Piersanti, Paolo Ruffilli, Franco Buffoni, Silvio Ramat, Gian Mario Villalta, Giorgio Bàrberi Squarotti, Ennio Cavalli, Roberto Pazzi, Roberto Deidier, Rosaria Lo Russo, Erminia Passannanti, Maria Pia Quintavalla, Alessandro Agostinelli, Antonio Spagnuolo, Arnold de Vos, Claudio Mancini, Tita Paternostro, Giuseppina Tundo Carrozzi, Feliciano Paoli, Maria Luisa Bigai, Domenico Cipriano, Claudia Ruggeri, Rossano Astremo.

E di nuovo verrai di niente vestita


“Avrei potuto deliziarvi col mio silenzio
Se soltanto mi aveste usato
La cortesia di tacere”

da “e di nuovo verrai di niente vestita”
Vito Antonio Conte

***
Sabato 23 febbraio 2008
, alle ore 19:00.
presso la Sala Consigliare del Comune di Lequile
in piazza San Vito, alla presenza del Sindaco, Dr. Fabio Lettere
e dell’Assessore alla Cultura, Avv. Antonio Filigrana

Mario Calcagnile  presenterà il libro “e di nuovo verrai di niente vestita” (Luca Pensa Editore, 2007) ultima raccolta di versi pubblicata da Vito Antonio Conte.

Le note del duo per chitarra e flauto di Patrizia Sambati e Stefania Palma armonizzeranno l’incontro.

***
Vito Antonio Conte vive a Lecce. Suoi versi sono presenti in antologie e scritture corali: Vignacastrisi Caffè Letterario (Officina d’arte di via S. Francesco, Vignacastrisi); Pace e libertà (Ed. La Comune, Roma); I Quaderni di “Athena” (Circolo Cittadino “Athena”, galatina); Dolmen (Ed. Vitruvio, Lecce); Majanu (Ed. Calcangeli, Magliano); Canto Blues alla Deriva (Besa Editrice), Il Sibilo Lungo (BigSur, Lecce). Ha pubblicato quattro raccolto di (liberi) versi: Blues delle 14:30, Polvere di sesso ed altre (brevi) storie, Liberando pensieri e stanchezza, Di immutati respiri, e un romanzo breve: L’improbabile vera storia di un uomo chiamato Luna, tutti per i tipi di Luca Pensa Editore.

“Psicofantaossessioni” di Faraòn Meteosès


Luciano Pagano
su “Psicofantaossessioni” Faraòn Meteosès

Nella sua introduzione scritta per questo libro di versi edito da Lietocolle, Claudio Comandini ci mette subito in guardia sull’ipocrisia e sulla falsa promessa di veridicità insite in tutte le introduzioni. Elucubrazioni autoevisceranti per mettersi in mostra o viatici che sollevano dalla lettura delle stesse poesie? Un discorso che in modo analogo si potrebbe fare con le poesie, i romanzi, in un’infinita rincorsa che come meta finale avrebbe un unico termine, l’onestà intellettuale. Il libro di Stefano Amorese (che in arte utilizza il proprio anagramma eufonico Faraon Meteoses) è un libro che raccoglie la produzione di un autore che come testimoniano i diversi video rintracciabili su Youtube, scrive pensando con attenzione all’oralità della propria produzione. Una caratteristica che potrebbe costituire allo stesso tempo una forza o un limite. Una forza perché la poesia, legata alla performatività del proprio autore, dona un’espressività del risultato che utilizzato con assiduità appaga degli sforzi, anche in termini di espressione. Un limite perché una volta viste, ascoltate e eseguite dal vivo, le poesie per conservare la stessa tenuta devono essere eccezionali. Come ad esempio lo sono quelle di Mariangela Gualtieri. Le assonanze e i rimandi vocali all’interno dei testi sono molti. I componimenti sottendono una vulcanica protervia compositiva, i più riusciti sono ottimi spartiti. Basta leggere poesie come “Verso il Bo”, “L’alternativa” o ancora “KM 1999” per accorgersi che dietro alle intenzioni di coinvolgere la poesia in tutti i sensi ci sia dell’altro. Anzitutto un forte sentimento di critica nei confronti della società delle convenzioni, non solo ritmiche, con le quali siamo abituati a confrontarci. Queste poesie aiutano a risvegliare i sensi del lettore dall’intorbidimento. Può la poesia una rivoluzione? Una materia così ostica eppure sempre capace di rinnovarsi nella sfrontatezza del sapersi proporre, può rivelarsi ancora in qualcosa di interessante, nuovo? Mi vengono in mente certi versi del pasoliniano “Trasumanar e organizzar”, così forti e prepotenti da cercare il bisogno dell’essere detti, malgrado così privi di musicalità, tutti senso e sensazione che non c’è mai abbastanza tempo per raccontarlo, il tempo. Stefano Amorese, poeta, musicista e performer riesce nell’intento di dare materia di canto a un tempo sfuggente, e lo fa senza sbavature “sulla spalla e la cervice del bombardiere/precipitato sulla puleggia/del tuo condilo occipitale, femminile cerniera/che chiude il solco del dente/del crotalo canilicolato, secreto digerente/di un veleno esfoliante/che picchietta la ghiandola,/sul pelo incarnato nel tuo segreto/placcato da squame nella tua formula incognita/di grado secondo”. Un dettato che è in cerca di una soluzione e che resta in armonia con il suono e con il senso dell’invettiva. Ha suoni e talento da vendere, Stefano Amorese, che malgrado la dichiarata latitanza di Virgilio, come dice in una poesia, possiede gli anticorpi per affrontare il mare magnum della poesia di un tempo post-avanguardista. Per lettori curiosi.

Psicofantaossessioni, Faraòn Meteosès
Lietocolle, 2007, €10

Il pittore e il pesce


Domenica 9 marzo alle 17 a Piacenza siete tutti invitati
presso la Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi
s’inaugura l’opera di Carlo Dalcielo intitolata

“Il pittore e il pesce”

e ispirata all’omonima poesia di Raymond Carver.

L’opera è curata da Bruno Lorini e Giulio Mozzi. Il libro è edito da Minimum fax.

Tutte le informazioni nel sito dedicato:
http://ilpittoreeilpesce.wordpress.com

In particolare, la poesia di Raymond Carver:
http://ilpittoreeilpesce.wordpress.com/01-il-pittore-e-il-pesce/

Il progetto dell’opera:
http://ilpittoreeilpesce.wordpress.com/1-il-progetto/

Il trailer dell’opera:
http://ilpittoreeilpesce.wordpress.com/2008/02/03/il-pittore-e-il-pesce-il-trailer/

Il saggio critico di Gabriele Dadati e Stefano Fugazza:
http://ilpittoreeilpesce.wordpress.com/03-introduzione-in-italiano/

Il racconto “Carlo non sa leggere” di Carlo Dalcielo:
http://ilpittoreeilpesce.wordpress.com/05-carlo-non-sa-leggere-it/

Lo storyboard dell’opera:
http://ilpittoreeilpesce.wordpress.com/2-lo-storyboard/

Lo storyboard in YouTube:
http://ilpittoreeilpesce.wordpress.com/2008/02/01/il-pittore-e-il-pesce-lo-storyboard/

L’elenco degli artisti partecipanti:
http://ilpittoreeilpesce.wordpress.com/5-artisti-partecipanti/

La bambina utile (microracconto). Bianca Madeccia


Bianca Madeccia
La bambina utile (microracconto).

La bambina utile un giorno aprì alle bambine inutili.
Era da molto che premevano alla porta, così, le lasciò entrare.
In pochi minuti, le bambine inutili presero possesso della casa.
La loro prima azione fu bruciare pile di libri da cui divamparono storie ardenti.
La fiamma, che mai prima aveva brillato tra quelle pagine, ora svettava incontrastata.
La cenere, bianca e compatta, riposava a terra, cipria cocente di rare pagine avoriate di buona grammatura.

(Da “La bambina utile”, inediti)

Biografia breve:

Bianca Madeccia, è giornalista. Ha pubblicato microracconti, sillogi poetiche, saggi, traduzioni. Suoi testi sono stati pubblicati in svariate antologie di poesia. È autrice di una raccolta poetica “L’acqua e la pietra” (LietoColle, 2007) e di due raccolte poetiche inedite e di un numero consistente di microracconti. È appassionata di fotografia, arte materica e installazioni che ama contaminare con la scrittura. Alcuni dei suoi esperimenti sono visibili sul suo blog: http://biancamadeccia.wordpress.com

(dipinto Cinderella di Sir John Everett Millais, 1881, olio su tela)

Mostra Mercato dell'Editoria Siciliana. Concorso Città di Sortino


Associazione Culturale Pentelite

XIII Mostra-Mercato dell’Editoria Siciliana
Sortino (SR) 03-04-05 ottobre 2008

Concorso Letterario Nazionale “Città di Sortino”

Nell’ambito della XIII Mostra-Mercato dell’Editoria Siciliana che si svolgerà in Sortino (SR) dal 03 al 05 ottobre 2008, l’associazione culturale Pentelite, con il patrocinio del Comune di Sortino, indice per l’anno 2008 il concorso letterario nazionale “Città di Sortino”.

REGOLAMENTO

Art. 1) Il concorso è suddiviso in tre sezioni, è aperto a tutti per opere inedite, senza limiti di età.
A) Racconto breve, max 5 cartelle (12,000 battute circa), in lingua italiana, a tema libero,
in cinque copie stampate di cui una sola firmata, completa delle generalità dell’Autore
con scheda bio-bibliografica dello stesso.
B) Poesia in lingua italiana, (una sola poesia, a tema libero, compresa in una cartella) in cinque copie stampate di cui una sola firmata, completa delle generalità dell’Autore con scheda bio-bibliografica dello stesso.
C) Poesia in dialetto siciliano, (una sola poesia, a tema libero, compresa in una cartella) in cinque copie stampate di cui una sola firmata, completa delle generalità dell’Autore con scheda bio-bibliografica dello stesso.
Art. 2) Le opere dovranno essere inviate presso la tipografia Tumino, via Carlentini 3/A, 96010 SORTINO (SR), entro il 30 giugno 2008. Farà fede il timbro postale. Se si vuole partecipare a più sezioni, occorre spedire le opere in buste separate (una per ogni sezione). Ogni autore partecipando si assume la responsabilità sull’autenticità delle stesse.
Art. 3) Non è prevista alcuna tassa di lettura ma trattandosi di un concorso organizzato nell’ambito di una fiera del libro si chiede, allo scopo di incentivare l’editoria siciliana, che ogni concorrente acquisti un libro edito in Sicilia, inviando euro 15,00 insieme alla busta con il testo. Per quanti non avranno la possibilità di venire in Fiera a scegliere il libro, codesta organizzazione provvederà a selezionarne uno e a spedirlo al recapito del concorrente.
Art. 4) Il comitato di lettura formato dagli scrittori Morena Fanti, Salvo Zappulla, dalle prof.sse Oriana Gazzè, Teresa Gigliuto e dal poeta Marco Scalabrino, selezionerà cinque opere finaliste per ogni sezione che verranno pubblicate nel libro “Pentelite” (insieme a scritti di autorevoli personaggi del mondo della cultura), giunto alla sua tredicesima edizione, edito da un editore siciliano partecipante alla Fiera. La pubblicazione delle opere non comporta diritti d’autore in quanto Pentelite non viene messo in vendita ma dato in omaggio ai nostri collaboratori e a operatori culturali.
Art. 5) Le opere finaliste verranno affidate ad una giuria popolare di trenta lettori, i quali avranno il compito di votare le tre opere vincitrici. Il conteggio dei voti riportati (ogni lettore selezionerà un’opera) avverrà giorno 04 ottobre 2008, alle ore 19.00 nella Biblioteca del Comune di Sortino. Le buste consegnate dai trenta lettori verranno aperte in pubblico. Nome, cognome e professione dei trenta lettori verranno pubblicati nel volume “Pentelite”.
Art. 6) Il primo classificato per ogni sezione riceverà un premio in libri di Euro 50,00 più 5 copie di Pentelite. Tutti i finalisti riceveranno in omaggio 5 copie di Pentelite.
Ogni partecipante autorizza il trattamento dei propri dati personali ai sensi del Decreto Legislativo 30 giugno 2003 n. 196
Art. 7) Per ogni altro aspetto non contemplato nel bando fanno fede le vigenti norme di legge. Per ogni controversia legale è competente il Foro di Siracusa.

Per ulteriori informazioni telefonare al 3336981694 o scrivere al seguente indirizzo: salvozappulla1[chiocciola]virgilio.it

Il Segretario, Vito Tumino
Il Presidente, Salvo Zappulla

(in foto un particolare della più grande necropoli d’Europa, a Sortino)

se hai trovato il contenuto di questo articolo interessante iscriviti ai feed di musicaos.it

Daniela Rindi. Figlio della luna


Daniela Rindi
Figlio della luna

Venivo da Milano, avevo poco più di vent’anni e facevo l’attrice. Costretta a stare per lunghi periodi nella capitale, a causa delle prove, decisi di trasferirmi definitivamente. Cercare casa non era facile, gli affitti non erano alla mia portata, perciò tergiversavo approfittando delle amicizie, girandomi tutti i quartieri di Roma. Quella volta abitavo in vicolo dei Serpenti, la casa era dell’amica di una mia amica, in pratica una sconosciuta, anche lei attrice, ma molto più grande di me. La sera che arrivai, le dieci circa, mi accolse frettolosamente, mi fece vedere il letto e scappò via, urlandomi che non c’era niente da mangiare. Sbatté la porta. Buttai la borsa sul letto e comincia ad accusare il digiuno. Andai ad aprire il frigo, solo per curiosità, naturalmente. Due uova sode, una ciotolina di patate lesse, coperte con attenzione dalla pellicola trasparente, uno yogurt magro, un avanzo di burro. Anche se avessi potuto, non mi sarei fatta deprimere ulteriormente. Decisi di andarmi a comprare una pizza. Nel vicolo notai subito molta sporcizia, per terra siringhe, bottiglie e il cassonetto stracolmo. Le facce degli sconosciuti rovinate dall’indigenza, o dalla disperazione, o da entrambe, le donne erano, per lo più, puttane. Mi preoccupai dei miei ritorni a casa, la sera tardi dopo lo spettacolo. Mi feci fare una pizza tonda, in una pizzeria deserta, con le pareti ammuffite e l’aria che puzzava d’olio rancido, però il pizzaiolo era simpatico. Mi fece le battute da copione sul mio accento e mi raccontò del solito parente trasferito a Milano per lavoro. “Come si lavora bene là, ma la città, il tempo…”. Sì lo so, anch’io odio Milano, non solo per questo. Milano si odia e basta. Presi la pizza e andai a mangiarmela a casa. Era poco illuminata, due finestre davano sul vicolo, mentre quelle della cucina, camera e bagno, si affacciavano su un piccolo cortiletto interno, da dove si potevano lavare bene i panni sporchi dei vicini. Fu dalla cucina che assistetti alla scena. Iniziarono ad urlare, lui la insultava pesantemente, lei si difendeva piangendo, lui le tirò uno schiaffo, e lei gli sputò in faccia. “Sei una puttana, questo non è mio figlio!”. Lei aveva un bambino piccolissimo in braccio. “Sei un porco, come fai a pensare una cosa simile, schifoso!” Lui accecato dall’ira, continuava a negare, ad accusarla di tradimento, “Lui è biondo, troia!”. Lei si agitava, noncurante del bambino, strattonandolo, se avesse potuto lo avrebbe gettato dalla finestra. Non poteva difendersi. Lui approfittò, l’afferrò e le affondò la lama di un coltello nella pancia. Urlai, la pizza mi cadde per terra, non sapevo cosa fare, altri vicini si affacciarono e cominciarono ad urlare anche loro: “Chiamate la polizia, un’ambulanza! Presto!” Non avevo la minima idea di quale fosse il numero. Completamente nel pallone, incapace, inerme, frustrata, arrabbiata, non potendo aiutare quel neonato. La notte passò insonne, molta gente, macchine della polizia, ambulanza, chiacchiere, interrogatori. La mattina dopo, scesi per andare a bere un caffé, ero molto stanca, la strada era tornata silenziosa e io non riuscivo a togliermi dalla mente quella scena. Guardai il cassonetto, era stato svuotato, come il cuore di quel bambino.

Se non c'è altra via.


Elisabetta Liguori
Se non c’è altra via.
su “Recinto di porci” di Andrea Simeone

Il primo romanzo di Andrea Simeone è una storia di confine: cronometra tempi, circoscrive umori, segnala perimetri, ridimensiona orizzonti.
Il confine dell’adolescenza nei primi anni novanta, quello dell’amicizia, quello della provincia vulcanica intorno a Napoli, quello del carcere, quello del Male nel suo insieme. Ciascuno di questi contorni, all’interno di questo testo narrativo, risulta netto e circoscrivibile e l’effetto è volutamente claustrofobico e certo. Una condanna che va ben oltre la durata delle sue duecento pagine circa e che, ripercorrendo all’incirca un quinquennio, si sofferma a colpire principalmente quattro soggetti privilegiati. I loro giorni più leggendari.
In ogni amicizia ci sono pochi giorni fondamentali, infatti, pochi che condizionano il resto, pochi eventi cardine intorno ai quali finiscono per ruotare intere esistenze. Tutti gli anni che verranno dopo (se verranno o anche se non verranno), faranno comunque riferimento a quei primi per diventare cemento, motivazione, ricordo, e dunque leggenda. Succede sempre così, soprattutto per le amicizie nate in giovinezza. Che ci sia Napoli o Milano a far da scenografia non conta poi tanto. All’inizio.
Anche per i 4 amici immaginati da Andrea Simeone in questo suo romanzo d’esordio quello che rileva è l’inizio. Ciro è il capo, Vinicio è il più sballato, Gaetano è quello con la camorra dentro casa, Domingo è il diverso, quello di buona famiglia. Per le dimensioni epiche della loro amicizia da diciottenni il luogo non conta, se non per la lingua, il risicato dizionario a disposizione, i sapori, i mezzi. È nel momento iniziale che s’insinua l’attitudine all’amore, che si formano i sogni e la prima valutazione del sé. Ovunque la giovinezza è tale. Ovunque l’inizio è più forte e rende ugualmente intollerabile il dolore che segue.
La verità specifica della terra rileva invece quando si tratta di misurare le prospettive future di quella stessa amicizia. Napoli diventa puro inferno quando si guarda al futuro. Pur nella sua provincia vasta, nel suo paesaggio blu e selvatico, nel suo cielo a nuvolaglie varie, gonfie e grasse, Napoli sa trasformarsi in un buco nero, uno sgabuzzino, una galera, un recinto di porci. E sa farlo rapidamente.

” Io so che quelli della camorra fanno mangiare i cadaveri ai maiali” iniziò Vinicio” perché i maiali ci mettono niente a mangiare tutto, anche le ossa, cazzo. Mica sono animali così belli. Sono delle bestie. E io sono contento che li squartano, cazzo. Una volta, quando ero ragazzo, entrammo con mio cugino in un recinto di porci, e questi quasi non staccavano una mano a mio cugino, e metà culo a me. Sono proprio dei pezzi di merda” (pag. 23)

L’identificazione è strumentale. Questi quattro ragazzi sono come quei maiali: piccoli, rumorosi, puzzolenti maiali che si guardano intorno per capire quale parte del mondo azzannare, come sopravvivere, come farsi rispettare. Ma c’è ben poco da mordere. La provincia che Simeone descrive senza mezzi termini è esattamente quella che i lettori hanno gradualmente cominciato a conoscere. Molta buona narrativa negli ultimi anni ha avuto voce partenopea. Voci diverse per stili, ma contigue per contenuti. E non è solo letteratura, non è solo reportage, per quanto dettagliato, a volte è cronaca di tutti i giorni, orrore reale, sempre più vicino, sempre più attinente.
Eppure, nonostante ci sia sempre meno ignoranza intorno e su Napoli, la provincia di cui narra Simeone, coi toni di un neorealismo delicato e giovane, riesce ugualmente ad apparire assurda. Qui tutto ancora ci sorprende: le regole illogiche, gli esiti imprevedibili, la violenza disumana persino all’interno di un carcere, il fato demoniaco.
Sì, il fato. Il nesso causale, le lusinghe cronometriche del destino, la miccia esplosa, il punto di non ritorno sono temi che nel romanzo d’esordio di Andrea Simeone ritornano di frequente sotto la forma di capricciosi interrogativi.
A parte la levità delle prime scazzottate tra ragazzi, le zuffe, i denti spezzati, le manate in faccia o le pacche sui culi delle femmine, dal momento in cui le armi fanno la loro comparsa al centro della scena il timbro narrativo di Andrea Simeone si fa efficacemente tragico e alieno. È come se la brutalità debordasse all’improvviso e se ne perdesse irrimediabilmente il controllo. Un’idra ignobile prende il sopravvento sugli eventi e suoi loro protagonisti, aggredendo il lettore e spingendo la vicenda dentro un’area asfissiante, quanto inattesa. Così la morte chiama la morte e il lettore procede dritto verso il capolinea.
In questo romanzo dunque mi pare di poter individuare ben due recinti, due circonferenze tra loro tangenti ed egualmente crudeli. La prima contiene le attese dell’adolescenza, i suoi giochi d’illusione e potere astratto. La seconda imprigiona la gente nel suo territorio e ne azzera le risorse. L’incontro dei quattro ragazzi con il Male (in questo caso rappresentato da una vecchia cassa colma di armi) comporta il superamento del primo confine e il conseguente ingresso a pieno titolo nella seconda circonferenza.
Qui, nel secondo recinto i maiali non vivono, ma urlano.
Nel recinto dei porci l’unico varco sembra offerto da un’ipotesi d’amore. È la lentigginosa Rosita l’unico varco possibile. Quello apparente. Cruda e sola, con orecchie e fiuto da bracco. Un’animale anche lei.

Lei alzò lo sguardo, e Ciro ebbe un mancamento: gli stava guardando dentro, in un modo che nessuno aveva mai fatto.”Lo sai cosa è successo ieri.”. parlava a bassa voce, e lui non capì se si trattasse di una domanda o di una affermazione. “Mi dispiace” fu l’unica cosa che riuscì a dire. Lei tirò fuori dalla tasca la sua lettera. ” Certe volte le persone credono di dover fare delle cose per piacere agli altri. Lo sai?” lui annuì, ma senza capire. (pag.94)

Andrea Simeone sceglie d’ infrangere quel segno unico come si fa con le vetrine. Un colpo secco, e poi ancora altri, ma senza capire. Con un fiore di proiettili, fa la sua vita in mille pezzi inutili. Una vita di vetro vicino ad una vecchia pompa di benzina. Un capitolo per chiudere il varco. Per inseguire la china. La scena così descritta dall’autore ha insieme la forza della tragedia e della metafora. Dopo, chiuso quel varco di vetro, pare davvero non esserci altra via.
Un romanzo nichilista quindi, che nega ogni libertà di scelta? Non mi pare. Un romanzo per condannare, al contrario. Un romanzo che non perde di vista incastri casuali e responsabilità. Un romanzo che racconta le scelte possibili. A mio avviso è nel paesaggio che Andrea Simeone nasconde l’ansito di ogni scelta: nelle strade, nello sguardo di Rosita, nel suo seno pasoliniano che il tempo fa mutare di poco. Nella bellezza. Il fato, ammesso che esista, si serve sempre di piccole scelte e di piccoli uomini. Anche questi ragazzi, come i personaggi comprimari intorno a loro, compiono le loro scelte. Lo fanno rumorosamente, confusamente, ma lo fanno. Riproducono modelli indotti, trame note, ma scelgono. Agiscono secondo la lingua dei luoghi e della famiglia, poiché non sono né porci né burattini. Quel che il narratore svela a mio avviso, con una malinconia dilagante, capitolo dopo capitolo, non è solo la fatale inerzia campana, quindi, un’ inerzia per così dire doc, ma gli esiti tragici di scelte fatte troppo presto in assenza di respiri spaziosi, di dignitose alternative. Andrea Simeone narra quello che i suoi occhi hanno visto e il paesaggio che disegna misura da sé, quasi naturalmente, l’enorme coraggio richiesto fuori da certe anguste porcilaie dell’orgoglio e del sangue. E riesce a raccontare, nello stesso momento e con le stesse parole, quello che è stato e quello che sarebbe potuto essere.

Recinto di porci, Andrea Simeone, peQuod, 2007, pp. 160, €13